martedì 16 luglio 2019

Jules Verne - Il conte di Chanteleine

Jules Verne è universalmente noto come autore di romanzi fantastici e dei famosi “viaggi straordinari”, quella famose “ragazzate” su cui si sono formate generazioni di lettori (oggi un po’ meno) e contro cui si lanciano gli strali dei critici (si sa, la letteratura è ben altra cosa). C’è però un Verne che non ti aspetti, un Verne cattolico, autore di un romanzo come Il conte di Chanteleine (da poco ripubblicato da Gondolin) che non solo osa criticare la Rivoluzione francese ma anche si schiera dalla parte dei vinti, di quei contadini vandeani legati alla tradizione cattolica, alla nobiltà e alla monarchia, che furono protagonisti di una sollevazione armata che tenne impegnate le truppe repubblicane per parecchi mesi. Non solo: Verne attacca anche la famigerata “legge dei sospetti” del 1793, quella che eliminava la lungaggine dei processi e spediva la gente alla ghigliottina in base a un semplice sospetto (anche per semplice parentela). Verne parte proprio da qui, dal Terrore e dal fallimento della rivolta in Vandea, e dal ritorno a casa del protagonista, il conte di Chanteleine, che della ribellione è stato uno dei principali interpreti. Si ritrova il castello distrutto e la moglie uccisa dalla folla: gli resta solo la figlia, la cui vita deve salvare dalla minaccia della ghigliottina. Fortuna vuole che intervenga l’immacolato cavaliere di Trégolan che all’ultimo momento la salva sostituendola a sua sorella (già ghigliottinata) e ottenendo per lei la grazia.Il conte di Chanteleine è quindi un capolavoro volutamente dimenticato per non dire boicottato in quanto scomodo, scritto da un cattolico conservatore affetto dalla nostalgia per un passato ormai sepolto e inviso alla cultura ufficiale? Sicuramente è un’opera coraggiosa, visto l’argomento trattato e soprattutto il punto di vista adottato, ma non credo che questa sia la ragione del suo scarso successo: Verne non è Dumas e, a parte i dialoghi banali e mai incisivi, riesce raramente a infondere vita ai suoi personaggi, per lo più di cartapesta, come la pudica figlia Marie, il fido domestico Kernan e il malvagio Karval (utilizzato malissimo come presenza minacciosa per tutta la narrazione e poi fatto sparire in due pagine). L’unico in grado di svettare fra tutti è il prete giurato Yvenat, rifiutato dalla popolazione per aver aderito alla Rivoluzione e costretto a rifugiarsi su un isolotto per salvare le penne. Anche la trama è troppo lineare e monocorde: basta fare un confronto con I bianchi e i blu di Dumas, anche solo per la parte che riguarda le violenze rivoluzionarie ad Avignone, per capire la differenza tra i due autori. Ma non tutti nascono Dumas.

sabato 13 luglio 2019

Joël Dicker - Il libro dei Baltimore

Non si può negare che La verità sul caso Harry Quebert sia stato uno clamoroso successo di critica e di pubblico, tanto che si è arrivati a parlare di “caso” editoriale in moltissimi Paesi. Il giovanissimo Joël Dicker era atteso al varco con un nuovo romanzo ed è tornato con questo Il libro dei Baltimore, che è ancora ambientato in America e che vede ancora come protagonista il suo alter ego Marcus Goldman, scrittore come lui, già io narrante de La verità sul caso Harry Quebert (e questo costituisce il solo legame con il romanzo precedente). Questa volta Marcus è in trasferta a Boca Raton, in Florida, alla ricerca dell’ispirazione e della tranquillità necessarie per scrivere un nuovo romanzo. Qui rivede Alexandra, cantante e grande amore della sua prima giovinezza, e l’incontro lo riporta indietro nel tempo, tra i fantasmi del suo passato. Ecco quindi che, confidando nel potere catartico della scrittura, Marcus racconta la storia dei due rami della famiglia Goldman, quello ricco di Baltimore e quello povero di Montclair nel New Jersey (e per questo vengono chiamati con i nomi di residenza, i Baltimore e i Montclair): Marcus adorava i suoi zii dove andava in vacanza e vedeva la vita dei Goldman di Baltimore come una sorta di mondo dorato, il canone di vita che tutti vorrebbero (ricchezza, splendide macchine e scuole private). La storia è incentrata sui due cugini Hillel e Woody (quest’ultimo acquisito), con cui Marcus dà vita alla “gang dei Goldman”. Viene ripercorsa la loro travagliata storia d’infanzia, seguiamo Hillel e Woody mentre sono a scuola, alle prese con lo sport, i problemi di bullismo e la violenza (sia verbale che fisico), oltre che con la stupidità del corpo docente, particolari tipici del romanzo di formazione americano; inoltre, ci sono il tema della ricerca della stima del padre (Woody nei confronti del suo vero padre, ma anche zio Saul nei confronti di nonno Goldman), la disabilità (Scott, affetto da fibrosi cistica), la gelosia e la violenza sulle donne (Colleen picchiata dal marito, figlio del capo della polizia locale). E poi c’è Alexandra, il cui arrivo mette a repentaglio il rapporto fraterno tra i ragazzi in piena crisi ormonale, e questo coincide con la progressiva venuta alla luce del confronto-scontro fra le due famiglie che quasi sfocia in un aperto antagonismo fino al tragico crollo dei Goldman di Baltimore. Siccome ci sono persone che hanno urlato al tradimento e allo scandalo perché questo romanzo (a loro dire) li avrebbe ingannati e non sarebbe stato un sequel degno de La verità sul caso Harry Quebert, è bene chiarire che Il libro dei Baltimore non è un thriller in senso stretto, sebbene l’intera storia della famiglia sia attraversata da una vena di mistero con toni più da noir (il pessimismo, la tragedia incombente, l’ineluttabilità del destino). Tutto è costruito intorno a una tragedia che viene annunciata subito e raccontata solo nelle ultime 150 pagine sulle 600 totali (con l’aggravante che l’intera storia presente si basa sul tentativo di Marcus di riconquistare la bella Alexandra): il lettore medio, come il vicino di casa di Marcus, Leo, vorrebbe sapere da subito che cos’è successo, ma sarà costretto ad aspettare a lungo. Se avrà la pazienza necessaria, scoprirà che Dicker è abile a destreggiarsi in una storia che si dipana tra vari piani temporali a partire da fine anni Ottanta fino ai giorni nostri passando per i primi anni Duemila. Soprattutto, Dicker ha una scrittura avvolgente e dona così tanta vita ai personaggi (pieni di luci ma soprattutto di ombre) che quasi ci si affeziona e gli si perdona qualche eccessiva lungaggine. Molto carina l’idea di far utilizzare a Hillel il potere della scrittura (ancora una volta!) per combattere il bullismo, sbeffeggiando il suo persecutore con dei racconti nel giornalino scolastico.

martedì 9 luglio 2019

Paolo Gulisano - Il cardo e la croce

Sulla storia della Scozia non c’è molto, soprattutto in Italia. Gli italiani vanno a Edimburgo per bere birra e andare alle partite di rugby, magari vanno al Military Tattoo e si comprano il kilt o una cornamusa magnetica da frigorifero, ma al di là di questo non vanno. A colmare questa lacuna ci prova questo libretto divulgativo di Paolo Gulisano, Il cardo e la croce, riproposto da Fede & Cultura in una nuova edizione aggiornata e soprattutto illustrata. Si tratta di un saggio militante e indipendentista (forse troppo militante e indipendentista) che ripercorre le principali tappe della storia scozzese, dalla cristianizzazione ai giorni nostri, passando attraverso lo scontro con i re inglesi, le imprese di William Wallace e Robert the Bruce, il genocidio culturale causato dalla Riforma protestante, l’esiziale Atto di Unione del 1707 con cui la Scozia cessò di essere uno Stato indipendente venendo inglobata dall’Inghilterra, le rivolte giacobite e la pulizia etnica settecentesca con lo smantellamento dle sistema sociale dei clan. Per tutto il libro, il nostro autore contrappone i buoni (i cattolici) ai cattivi (i protestanti) e mitizza gli Stuart come campioni della fede in ottica anti-inglese, mantiene un forte pregiudizio antiparlamentare e antiborghese, tratteggia le figure degli eroici martiri cattolici (come padre John Ogilvie) ma non dice molte cose, a partire dal particolare che il 70% dei ribelli giacobiti era fedele alla Chiesa episcopale di Scozia (e quindi era protestante) e che il numero cattolici fu gonfiato dalla propaganda ufficiale. Con questo non voglio dire che i cattolici in Scozia (come in Inghilterra) se la passassero bene, né che dopo la rivolta fallita del 1745 la Scozia non sia divenuta di conquista da parte dell’Inghilterra, ma non è possibile ignorare gli studi dello storico Trevor-Roper sull’invenzione della tradizione operata dal Romanticismo di cui il kilt (invenzione inglese) è l’emblema, o tacere del fatto che la fama della Scozia si deve per buona parte alla tanto vituperata regina Vittoria, una delle prime innamorate di questa terra e delle opere di Walter Scott. Proprio su Scott, non si accenna nemmeno alla grande operazione di mediazione condotta dal grande romanziere in favore del nuovo Regno Unito di Giorgio IV per presentare l’identità della nuova Scozia pacificata e commerciale, unionista e fedele agli Hannover pur mantenendo le proprie specificità, in contrapposizione con quella turbolenta e barbarica del recente passato (come si può vedere facilmente leggendo Rob Roy, dove l’onore non è sparito ma è stato ripensato a uso e consumo della borghesia mercantile). D’altronde, il nostro immaginario sulla Scozia è stato forgiato dal Romanticismo, grande fucina di miti nazionali, e la Scozia ne è uno degli esempi più lampanti. Sono lacune di non poco conto, che vanno ad aggiungersi all’approccio da ultras del nostro autore (chestertoniano e favorevole all’autonomia delle piccole patrie) che ovviamente, nel caso del referendum per l’indipendenza del 2014 e la situazione che si è venuta a creare con la Brexit, va a propendere decisamente a favore dell’uscita dal Regno Unito e sostenga lo Scottish National Party. Comunque, a parte queste importanti mancanze, resta pur sempre un libro interessante, soprattutto perché uno dei pochi in Italia dedicati all’argomento.

sabato 29 giugno 2019

Licia Troisi - Nihal della Terra del Vento

Tempo fa mi sono trovato nella fastidiosa situazione di dover correggere un’autrice che per una pagina e mezzo faceva declamare un cavaliere medievale a cui era stato perforato il polmone con uno spadone, invece di farlo stramazzare per terra soffocato dal suo stesso sangue: il mestiere dell’editor è proprio quello di scovare, per quanto possibile, le assurdità scritte dagli autori, che spesso scrivono i libri senza avere la benché minima competenza sulla materia trattata e senza essersi documentati a sufficienza. Mi chiedo quindi chi possa aver seguito Nihal della Terra del Vento di Licia Troisi, definita con orgoglio da molti “la più amata scrittrice fantasy italiana” ma in realtà l’iniziatrice del fantatrash all’italiana, la capostipite di un genere a base di elfi e immondizia che ha infestato le nostre librerie per anni. Ora, sparare contro la Troisi è inutile a distanza di tanti anni, soprattutto dopo i sommi strali che le sono stati rivolti da Chiara Gamberetta e dal Duca di Baionette (che ha ammesso di aver fatto le sue brave porcherie fantasticando sulla protagonista Nihal, una mezzelfa dai capelli blu con il fisico da modella); inoltre piace a un sacco di gente, gente che con i suoi libri ci è proprio cresciuta, quindi il rischio è rubare a queste persone l’infanzia e attirarsi improperi di ogni tipo. È comunque innegabile che la Troisi sia la perfetta esemplificazione della scrittrice che non solo scrive male (i combattimenti e le battaglie non sono mai stati raccontati in maniera così pezzente), ma soprattutto non si documenta e disprezza le più elementari regole della verosimiglianza: personaggi senza preparazione o muscoli che brandiscono armi, catapulte che colpiscono al volo dei draghi in aria e li abbattono, generali che ordinano l’assalto a fortezze che stanno già per capitolare di loro per la sete, per non parlare delle reclute del corpo più prezioso delle Terre libere (i Cavalieri dei Draghi) mandate allo sbaraglio con tanto di corpetto di colori sgargianti, così, per essere centrate meglio. Ma tanto è fantasy, quindi che problema c’è? La nostra protagonista, Nihal, spadaccina provetta, scopre di essere l’ultima rappresentante della stirpe dei mezzelfi e decide di diventare una paladina della lotta contro il terribile Tiranno, il solito “cattivo perché sì” che ha eliminato anche tutta la razza dei mezzelfi e sta cercando da 40 anni di annettere l’intero Mondo Emerso grazie al suo esercito di mostri, i Fammin (creature artificiali realizzate attraverso atroci sofferenze inflitte ad abitanti del Mondo Emerso). Qualcuno sostiene che Nihal rispecchierebbe le adolescenti di oggi, i loro problemi e il loro carattere, ma a parte gli ovvi problemi della crescita (insicurezze, imprudenza, senso di inferiorità) è più semplicemente la solita scialbona stereotipata, testarda e lunatica, che deve crescere e imparare dai propri errori, magari imparando l’ordine, l’impegno e la disciplina che il mondo militare impone, per poi scoprire che magari nella vita c’è dell’altro. Peccato che invece la testardaggine di Nihal le permetta di ottenere sempre ciò che vuole, e che il mondo militare rappresentato dalla Troisi sia talmente sgangherato da mancare del tutto di disciplina. A un certo punto Nihal cavalca pure un drago, e per farlo deve entrare in empatia con lui, in modo tale che anche il drago impari a fidarsi di lei: sai che novità. Anche tutti gli altri personaggi sono dei puri stereotipi: Soana è una maga bellissima, Fen il cavaliere perfetto su cui riversare il proprio amore senza speranza, Ido lo gnomo valoroso e scorbutico che si comporta da nano (e, a conti fatti, lo si immagina sempre come un nano). Nessuno di loro è abbastanza “forte” da spiccare nella narrazione o da riuscire a far breccia nel cuore dei lettori. E poi c’è Sennar, il giovane mago pacifista amico d’infanzia di Nihal che da quanto è forte è stato fatto entrare nel Consiglio che riunisce tutti i maghi più forti del Mondo Emerso e che ha lo scopo di coordinare le operazioni belliche contro il malefico Tiranno; ovviamente è innamorato di Nihal, ma questa lo tratta male perché impegnata a realizzare il suo sogno di diventare un cavaliere, e lui allora accetta di essere mandato nel Mondo Sommerso (misterioso reame perso in fondo al mare di cui nessuno ha più notizie da 150 anni) per chiedere rinforzi. Affascinante l’idea della città di Salazar a forma di torre, anche se è stato calcolato che questa raggiunga i 600 metri di altezza e che qualsiasi riferimento a spazi percorsi o da percorrere sia assolutamente casuale. Visto che si dichiara nero su bianco che “Non vi è punto da cui non si veda l’altissima torre della Rocca, dimora del Tiranno”, non oso pensare che altezza possa essa raggiungere. La narrazione si concentra sempre sul punto di vista di Nihal, e solo in due casi si allarga a quello di Sennar, ma nel complesso la cosa è gestita malissimo e in maniera affrettata. Se il buongiorno si vede dal mattino, le Cronache del Mondo Emerso prevede precipitazioni diffuse a carattere temporalesco.

martedì 11 giugno 2019

Wu Ming 4 - Il fabbro di Oxford

Che Difendere la Terra di Mezzo sia stato un libro spartiacque per la critica tolkieniana in Italia non sono di certo io a dirlo. In quel saggio Wu Ming 4 aveva cercato di restituire il Professore di Oxford a se stesso, sottraendolo a certe appropriazioni indebite da parte di certe letture ideologiche o confessionali e riportandolo nell’ambito del dibattito internazionale, quello rappresentato da Tom Shippey, Verlyn Flieger e Brian Rosebury, per citare i più noti. Ora, a distanza di anni, esce Il fabbro di Oxford, un libro che raccoglie interventi che risalgono al periodo 2014-2017 e che sono stati tenuti in contesti e occasioni molto diversi tra loro (convegni accademici, festival letterari e fiere del fumetto). Si tratta quindi di un saggio meno organico ma non meno appassionante, che si focalizza già dal titolo (che cita anche implicitamente Il fabbro di Wootton Major) sull’attività artigiana di Tolkien come scrittore e il suo valore letterario. Wu Ming affronta Tolkien esattamente come lo ha già affrontato in Difendere la Terra di Mezzo, ovvero cercando «di illustrare il modo in cui ha costruito i personaggi e le storie attingendo alla grande conoscenza della propria materia di studio – la filologia e la letteratura medievale – e come sia riuscito ad attualizzare quest’ultima attraverso l’invenzione narrativa» e la rielaborazione moderna di tematiche e figure prese dalla letteratura medievale e dalle saghe nordiche. Tolkien non si limita a citare e ricalcare in maniera sterile o nostalgica le sue fonti di ispirazione, ma le riplasma e riadatta, le riforgia in maniera creativa, per parlare alla contemporaneità. In caso contrario, se fosse soltanto un autore mimetico e imitativo, non saremmo nemmeno qui a parlare di lui. Gli eroi classici nella Terra di Mezzo ci sono ma vengono trasformati e cedono il passo a una figura di tipo nuovo: l’uomo comune. La stessa Contea è la parte «più prossima al mondo moderno, dal punto di vista dei costumi e della mentalità», e Bilbo Baggins «certo non può essere un eroe vecchio stampo, un dragonslayer del tipo di Sigurd o Beowulf» (tanto che Shippey lo ha definito uno “scassinatore borghese”). In questo modo Tolkien compie una riflessione moderna su grandi temi come la morte, il potere e l’eroismo, e lo fa utilizzando e attualizzando il mito, in un dialogo assolutamente personale con autori come Robert Graves, Albert Camus, George Orwell e Simone Weil, proprio come «in Difendere la Terra di Mezzo si mostrava come gli interrogativi al cuore delle opere di Tolkien sorgessero dalle medesime sfide conoscitive ed esistenziali di una Simone de Beauvoir» (come scrive Edoardo Rialti nella Prefazione); insomma, un autore ben diverso da quello in fuga dal mondo moderno che qualcuno, soprattutto in Italia, ha sempre cercato di far passare (gli stessi che rifiuteranno schifati anche questo libro, perché Tolkien è roba loro). Senza dimenticare il suo essere filologo e quindi il necessario rapporto con le narrazioni provenienti dal passato, quindi con le fiabe, le leggende e i miti, ma soprattutto con le lingue, che possono trasmetterci informazioni essenziali e senza le quali interi mondi andrebbero distrutti: in Tolkien mito e linguaggio sono coincidenti.

L’altro punto fondamentale dell’approccio di Wu Ming 4 è quello dialettico, che fa emergere le problematicità del mito e del racconto e indaga sulle contraddizioni psicologiche ed etiche dei personaggi tolkieniani. Si veda in Bilbo il perenne scontro interno-esterno, sedentarietà-spirito d’avventura, conformismo-anticonformismo, spirito paterno-spirito materno (“Lo Hobbit”: uno strano romanzo di formazione), o in Aragorn la continua dialettica tra carisma regale e limiti dell’umano (Aragorn, il re che ritorna: il viaggio di un eroe moderno). È sempre attraverso la dialettica del conflitto che Tolkien inserisce nella sua narrativa delle riflessioni sulla guerra che sono contemporanee e figlie della sua esperienza diretta nella Prima Guerra Mondiale (la prima guerra tecnologica, con l’orrore delle trincee e della propaganda), descrivendo però guerre di stampo antico, combattute all’arma bianca. La sua è una polemica antimilitarista ma non pacifista, che affronta il problema della guerra nei suoi due aspetti contraddittori: l’eroismo individuale e le sue ripercussioni psichiche e sociali (lo si vede nel capitolo L’ombra del guerriero: guerra e antimilitarismo nella Terra di Mezzo, ma anche in quello già citato su Aragorn). Se pensiamo al Signore degli Anelli, Tolkien non lesina immagini epiche di eserciti e di guerrieri che si ergono da soli di fronte al nemico, ed è difficile non lasciarsi trascinare dall’uscita dal Fosso di Helm o dalla poderosa carica dei Rohirrim, quindi da scrittore e appassionato del mondo delle saghe nordiche e medievali riconosce senza sminuirlo l’eroismo implicito in questo modo di fare la guerra. Tuttavia, accompagna queste immagini con una riflessione molto acuta affidata a un intellettuale come Faramir, un personaggio molto diverso da altri guerrieri old style come Aragorn, Théoden ed Éomer, addirittura fondamentale per chiarire la differenza tra “gloria marziale” e “vera gloria”. La critica di Tolkien è dunque rivolta all’esaltazione dei valori bellicisti e guerrieri quando non sono sottoposti a un rigido esame. Una riflessione che si connette a quanto già scritto a proposito del Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm e della critica all’eroismo nordico fine a se stesso, che prevede la morte eroica a tutti i costi perché i poemi cantino le proprie gesta senza tenere conto delle ripercussioni sociali di questo gesto: l’etica cattolica di Tolkien prevede che «la salvezza non è mai un fatto meramente individuale, ma passa attraverso le opere, cioè la relazione con l’altro da sé, senza la presunzione di sentirsi l’eroe al centro della storia», dal momento che «il mondo è talmente vasto e complesso che ognuno gioca la propria parte in un quadro più grande». Il finale del romanzo affronta invece il tema dell’«uso della violenza contro i nemici e lo fa attraverso un dibattito tra i “buoni” e approda all’idea di utilizzare la violenza il minimo indispensabile per legittima difesa»: è la posizione del reduce Frodo, che si rende conto che per liberare la Contea non c’è altra possibilità che una lotta violenta ma pretende che si usi il minimo indispensabile della forza e che non venga tolta la vita a nessuno, decisione per altro presa con grande sofferenza.

Nel capitolo La riscossa della Contea o la rivolta moderna Wu Ming riprende la sua lettura del Tolkien “disobbediente” e in qualche modo anarchico, che giustifica il non obbedire agli ordini ricevuti se questi vanno contro la propria coscienza e la possibilità di esercitare sempre il proprio libero arbitrio. In questo caso allarga questa lettura all’ambito politico, quando «la disobbedienza all’autorità da atto individuale diventa azione collettiva». Quindi, da cattolico, e qui Wu Ming sottolinea che Tolkien non è Manzoni, esiste la «possibilità che l’essere umano usi la ragione insieme alla fede per fare la cosa giusta, cioè per praticare e affermare i princìpi e le virtù che lo salveranno». Non certo una rivoluzione, visto che la sommossa viene improvvisata dai quattro hobbit di ritorno a casa e soprattutto perché Tolkien non credeva nelle rivoluzioni; si tratta però pur sempre di una rivolta in senso moderno per rivendicare dei diritti contro lo Stato moderno tecnocratico e accumulatore che Saruman ha messo in piedi con la complicità degli stessi hobbit. Una sorta di utopia letteraria che non approda allo Stato moderno (visto che anzi lo combatte) ma nemmeno a un modello sociale organicistico-sacrale di tipo medievale, dal momento che la Contea degli hobbit è una comunità acefala che si regge su un equilibrio autoregolato. Insomma, un’ulteriore prova dell’insensatezza di appropriarsi della Contea come manifesto ideale o politico per legittimare un’ideologia ancorata nel passato, tema già affrontato in Difendere la Terra di Mezzo, e una complessa e attuale riflessione etica sul «dilemma del cristiano posto di fronte al comandamento “Non uccidere” e alla necessità storica di declinarlo, interpretarlo, relativizzarlo rispetto alle circostanze».

Nel caso di Lúthien e le altre: i personaggi femminili nell’opera di J.R.R. Tolkien si offre un’articolatissima risposta a chi accusa Tolkien di non aver dato importanza all’universo femminile, cosa per qualcun retaggio della sua educazione cattolica e sessuofoba. In realtà, attraverso l’analisi di personaggi come Galadriel, Éowyn, Arwen, Lúthien e perfino il ragno Shelob, Wu Ming dimostra come il tema della complementarietà maschile-femminile sia un aspetto fondamentale, presente fin dalle origini della cosmogonia tolkieniana; inoltre dimostra come valga anche all’interno di ciascun personaggio, a prescindere che sia maschio o femmina per nascita. Ci dev’essere un equilibrio tra gli aspetti che vengono genericamente definiti “maschili” (l’uso della forza e dell’ingegno) e quelli definitivi “femminili” (la saggezza della riflessione e della cura): entrambi questi aspetti devono far parte del carattere dei personaggi se questi vogliono essere positivi e portare a termine il loro compito. Quando questo equilibrio non c’è, i personaggi falliscono e fanno generalmente una brutta fine.

In chiusura sono poste due recensioni, una dedicata al pessimo Eroi e mostri di Alessandro Dal Lago (che tra l’altro accusa Wu Ming 4 di rivolgersi a una sinistra antagonista che usa colpevolmente i modelli mitici per chiamare alla ribellione), l’altra al bellissimo Santi pagani nella terra di Mezzo di Tolkien di Claudio Antonio Testi, verso il quale Wu Ming ha anche modo di fare, pur con rispetto e stima, delle critiche relative all’approccio filosofico tomista  e troppo poco conflittuale dell’autore.

sabato 8 giugno 2019

Umberto Eco - Il nome della rosa

Se c’è un aspetto positivo della mediocre serie Il nome della rosa andata recentemente in onda sulla Rai (le cui prime puntate sono state acclamate, per poi scemare nell’anonimato) è che mi è venuta voglia di rileggere il romanzo di Umberto Eco da cui la serie è stata tratta. Romanzo il cui clamoroso successo, ricordiamolo, ha sdoganato la narrativa in Italia (paese tradizionalmente a considerare la saggistica e la poesia unici veri oggetti meritevoli di attenzione) e ha lasciato stupefatta la critica, solitamente abituata a pensare che un racconto che esige nel lettore un grado di cultura sopra la media non possa avere successo. Addirittura, gli è piovuta addosso l’accusa di essere stato pensato e scritto “a tavolino”, come se ciò fosse stato possibile: io stesso ho sentito con le mie orecchie uno scrittore piuttosto famoso dichiarare con spocchia che, dopo aver letto Il nome della rosa, capì che non ci voleva niente per scrivere anche lui un romanzo del genere. Quello che è bruciato a questi signori è stata la geniale intuizione di Eco di battere i poco frequentati sentieri della cosiddetta paraletteratura e del romanzo di genere popolare, ovvero misteri, indagini e colpi di scena. Qualcuno l’ha addirittura accusato di essere un’opera falsa e disonesta perché deforma e piega il passato in ottica presente (anche se rispetta più di chiunque altro l’immaginario medievale, come provato nei casi della descrizione del portale della chiesa o del sogno basato sulla Coena Cypriani), ma vorrei ricordare che un punto di vista è sempre necessario, specie in un’opera di narrativa, e che Eco lo fa con una classe e un’erudizione impareggiabili (la biblioteca come metafora dello scibile umano, la mistica che diventa lussuria e il corpo femminile descritto con le parole del Cantico dei Cantici): è chiaro che si tratta di un’opera che, creando delle analogie tra il Medioevo e l’oggi, risente della temperie ideologica dell’epoca in cui fu scritta (gli anni di piombo e della forte radicalizzazione ideologica), lo scontro fra una visione della vita laica e critica e una irrazionale e dogmatica («I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti a indagine. Di fronte a un libro non dobbiamo chiederci cosa dica ma cosa vuole dire») attraverso il confronto/scontro di Guglielmo con il suo doppio/ombra Jorge. Per questo Eco invita il lettore a porsi criticamente nei confronti di tutto e a considerare l’estrema labilità dei confini, e questo fin dall’inizio, con la citazione del vangelo di Giovanni («In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio») e Adso da Melk impegnato a lasciare nel suo racconto «segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione». Non voglio ripetermi dal momento che ne ho già parlato QUI e QUI in occasione delle mie altre riletture: mi limito a dire che ogni volta ci noto qualcosa di nuovo, un particolare sorprendente o spiazzante, che rispetta l’intelligenza del lettore e lo invita a partecipare al gioco letterario. Tutto quello che la serie televisiva non è riuscita a trasmettere e a fare.

domenica 26 maggio 2019

Arto Paasilinna - Il migliore amico dell'orso

Era metà ottobre quando ho letto La prima moglie e altre cianfrusaglie e, neanche il tempo di posare il libro (o meglio, il Kindle), ho appreso della scomparsa di Arto Paasilinna. Ci sono rimasto davvero male, avendo maturato per questo scrittore un’autentica venerazione. La sua simpatia, il suo umorismo, la sua follia e soprattutto la sua grande scrittura mi hanno conquistato, e senza di lui il mondo è un luogo più triste. Il miglior modo per ricordarlo è leggere questo Il migliore amico dell’orso, geniale favola sul reciproco ammaestramento ai valori della vita tra un pastore protestante e un orso. Sembrerebbe una banalità animalista ed ecologista, ma non lo è affatto. Il pastore protestante in questione è Oskari Huuskonen, uno stramboide fedifrago, ubriacone e insofferente alla gerarchia, a cui viene regalato un cucciolo di orso per il giorno del suo cinquantesimo compleanno da parte dei suoi parrocchiani con la segreta speranza che, crescendo, l’animale si mangi lui e l’insopportabile moglie. L’altra speranza è risparmiare sulla colletta, visto che l’orso è un trovatello essendogli morta la madre arrostita su di un traliccio dopo avere divorato un pranzo di nozze e aver azzannato la sua organizzatrice che, per sfuggire all’animale, si era rifugiata sui fili dell’alta tensione. L’orso, chiamato Satanasso per l’espressione pronunciata dalla moglie per lo stupore, fa deflagrare l’equilibro di vita di Oskari, già in crisi con la sua fede e il suo matrimonio: il pastore infatti si mette a praticare il lancio del giavellotto in verticale da dentro un pozzo e trafigge il suo vescovo, si lascia andare a riflessioni su Gesù come rivoluzionario bolscevico, ammette la sua realtà di peccatori nei sermoni. Inoltre, partecipa a un progetto dell’università e allestisce una tana per il letargo dell’orso nel giardino di una vicina e lì si apparta con l’amante, l’affascinante etologa Sonja. Credendo di ricevere messaggi divini da una comunità aliena per la realizzazione di un sincretismo senza dogmi fra tutte le religioni del mondo, Oskari decide di intraprendere insieme all’orso un viaggio che lo porterà in giro per l’Europa, dal Mar Baltico al Mediterraneo, passando per il Mar Nero, occasione per contrattempi inaspettati (la rissa al concilio interconfessionale tra sacerdoti, pastori, rabbini e mullah) e incontri bizzarri con personaggi matti ed eccentrici (il venditore di saune finlandesi nel Mediterraneo!), il tutto all’insegna dell’iconoclastia e del grottesco in perfetto stile Paasilinna che getta uno sguardo ironico, beffardo e amaro sull’illogicità e la tragicommedia della vita, sempre volto a ironizzare sulle caratteristiche negative della società finlandese (l’alcolismo, il suicidio, l'odio per la Russia). Nel frattempo l’orso acquista una serie di competenze inattese per avvalorare le evoluzioni spirituali del suo padrone (stira camice, porta le valige, serve in tavola, prepara cocktail e vain bagno come un umano), fin quasi a divenire lui stesso un compagno umano, in una sorte di educazione del buon selvaggio con l’animale che si trasforma in (quasi) perfetto gentiluomo capace di sbrigarsela in ogni faccenda domestica e difficoltà relazionale, perfetto contraltare di un uomo che, nel suo risveglio animalesco dei sensi, perde completamente il lume della ragione («Un prete ubriaco neanche Dio può farlo tacere»). Paasilinna ci mancherà più di quanto potete immaginare.