venerdì 17 luglio 2020

Wu Ming 4 - Stella del mattino

Thomas Edward Lawrence, intellettuale, archeologo e guerriero meglio noto come Lawrence d’Arabia, tra il 1916 e il 1918 ha guidato la rivolta araba contro l’Impero Ottomano ed è stato una delle prime pop star dell’Occidente. Wu Ming 4 ne ha fatto un personaggio del suo romanzo solista Il piccolo regno, ma lo aveva già reso il protagonista di Stelle del mattino, romanzo che collega l’ovattato ambiente accademico di Oxford (con i college e le case dei poeti) all’altrove esotico del Medio Oriente, e che suona come un ragionamento sull’eroismo, il trauma della guerra e sulla costruzione/decostruzione dei miti. La storia parte da un fatto vero: Lawrence è tornato in patria, deluso e attanagliato dai sensi di colpa per la decisione di Inghilterra e Francia di sconfessare gli accordi da lui presi con il principe Feisal. Nel 1920 si trova a Oxford, dove vivono anche J.R.R. Tolkien (il futuro autore del Signore degli Anelli), C.S. Lewis (futuro apologeta cristiano e autore delle Cronache di Narnia) e Robert Graves (esponente dei cosiddetti War Poets). I quattro si muovono in storie diverse che in alcuni punti si intrecciano, ma sono accomunati dal fatto di essere tutti alle prese con il problema di come elaborare e superare l’esperienza vissuta al fronte e tornare a un’esistenza normale, per quanto possibile. Sono tutti alla ricerca di una luce-guida capace di illuminare la strada o comunque una rotta, come indicato dal titolo: la "stella del mattino" evocata è Venere, oppure Lucifero, l’ebraico Meleagro e il tolkieniano Eärendil, colui che naviga fino alle terre Imperiture dei Valar e da loro elevato a diventare la Stella del Mattino. Ecco quindi che il romanzo può essere visto come un’opera sul valore terapeutico della scrittura, una riflessione su come la poesia può dare senso alla vita («le parole danno significato alle cose») e raccontare il proprio tempo e anche come altri autori come Tolkien e Lewis hanno provato a costruire mondi apparentemente paralleli (qualcuno direbbe “di evasione”) ma in realtà molto più aderenti alla contemporaneità e ai suoi problemi.

Non bisogna aspettarsi che i personaggi siano esattamente quelli reali: Lewis, per esempio, è molto diverso dalla figura dell’apologeta cristiano che tutti conosciamo, anzi lo troviamo giovane e ateo, rancoroso e succube delle proprie ossessioni (oltre che della sua origine irlandese) e sostanzialmente incapace di descrivere l’esperienza bellica vissuta. E non a caso è anche il più diffidente nei confronti di Lawrence. Tolkien, invece, è ritratto come un piccolo borghese conservatore tormentato dal ricordo di due suoi amici fraterni caduti in guerra, che più di tutti è ossessionato da una narrazione mitologica in grado di raccontare il presente. Può non piacere a qualche sostenitore del biografismo, ma qui i personaggi sono letterari, non storici, e da tolkieniano (quale io sono) devo dire che la cosa funziona. Tutti loro sono attraversati da un’omosessualità latente dovuta alla fratellanza d’armi, come perfettamente intuito dalla moglie di Graves, Nancy, che rinfaccia al marito: «La verità è che avete tutti una maledetta nostalgia della guerra. E vuoi sapere perché, Robert? Io credo che tu lo sappia. Perché laggiù non c’era nemmeno una donna a guastare il vostro idillio. Fratelli per la vita e per la morte. E noi a casa, a sostenere lo sforzo bellico».


A dominare su tutto è proprio Lawrence, intellettuale guerriero molto ambiguo e sfuggente, protagonista di una vicenda storica ma anche autore di un’opera letteraria, I sette pilastri della saggezza, che è una grande narrazione cavalleresca moderna di cui proprio lui è il protagonista e il narratore (ancora la scrittura). Vaughan vorrebbe fargli il ritratto dicendo che quelli circolanti non vanno bene: lui lo farebbe minaccioso in quanto in realtà è «la nostra parte oscura». In questo senso si inquadra perfettamente la sua caratterizzazione nel Piccolo regno, dove Lawrence è il ponte tra il mondo degli adulti e dei bambini, l’unico a essere aperto alla dimensione magico-fantastico-avventurosa dell’infanzia. O almeno io l’ho avvertito così, tenendo conto del fatto che io vengo dalla lettura del Piccolo regno e che solo adesso ho affrontato Stella del mattino.

mercoledì 15 luglio 2020

Azorìn - Confessioni di un piccolo filosofo

Azorìn è un rappresentante della “Generazione del ’98”, un gruppo di intellettuali che affrontò la crisi culturale e di coscienza nazionale che si verificò in Spagna dopo la sconfitta nella guerra ispano-americana che si concluse con la perdita delle sue ultime colonie d’oltremare (Cuba, Porto Rico e le Filippine). Questi intellettuali rifiutavano il vecchiume, la corruzione, il ritardo strutturale del paese e il sistema politico che lo teneva insieme, mentre davano importanza al paesaggio, alla vita di campagna, alla sensibilità popolare della nazione, il tutto filtrato da una sensibilità fortemente individuale, in qualche modo "impressionista". Non fa eccezione quest’opera Confessioni di un piccolo filosofo, in pubblicazione per Fede & Cultura, il cui titolo può essere fuorviante dal momento che al suo interno non si parla di filosofia. Si tratta invece di quaranta brevi capitoli, ognuno dei quali è un piccolo e intimo quadretto legato a un ambiente o a un personaggio della sua infanzia nel paese di Yecla: la scuola, il collegio, le lezioni (il sacerdote con il cosmetico sui capelli che colano), i libri di studio, le pratiche religiose, lo zio con la passione per Rossini, la zia sgranarosari, la prostituta del paese, le scene in tavola. Sono immagini evocate da un suono, un colore, un paesaggio, un rumore, cose piccole e apparentemente banali ma fondamentali per la memoria dell’autore. Una memoria che si fa nostalgia e rimpianto per un’infanzia (e un’innocenza) irrimediabilmente perduta, legata a un mondo che non c’è più.

venerdì 10 luglio 2020

Hilaire Belloc - La crisi della civiltà


Ormai ho contribuito alla ripubblicazione di un sacco di opere di Hilaire Belloc e posso fregiarmi del titolo di esperto in materia. Non so in quanti mi abbiano seguito in quest’avventura, visto che lo scrittore inglese (ma di padre francese) non è facile né moderno: piuttosto trombonesco, è il tipico prodotto dell’era vittoriana ed edoardiana, con una lingua piena di subordinate e discorsi complicati e fitti di argomentazioni enciclopediche. Belloc era però un autore coerente, che portava avanti le sue idee in maniera ferrea e rigorosa, estendendole a tutte le fasi storiche e ribadendole in ogni libro. Così come ne Le grandi eresie, questo La crisi della civiltà (di prossima pubblicazione per Fede & Cultura) parte da un assunto a lui caro: la religione è una questione non privata ma sociale, perché è il principale elemento formativo di una civiltà. Sbaglia quindi chi (come i nazisti) basano la verità sulla razza o di (come i materialisti) sull’economia: è la religione, e precisamente quella cattolica, a fornire un collante della società. Anzi, il cristianesimo ha salvato il morente mondo antico, irrorandolo di nuova forza. Più che un libro di storia in senso tradizionale, questa è un’opera di filosofia della storia, per giunta molto ideologicamente orientata. Belloc riprende la sua idea che la Riforma protestante ha rappresentato la spaccatura definitiva, il momento in cui ogni singola regione del mondo cristiano si è resa indipendente dal resto dell’ecumene ed è quindi venuta meno l’unità religiosa, politica e soprattutto morale. Hanno trionfato la politica utilitaristica, la legge del più forte, il trionfo dello Stato assoluto e il mero calcolo economico (ritorna sempre il disprezzo di Belloc nei confronti del parlamentarismo, a suo giudizio di origine calvinista), mentre sono stati distrutti i corpi sociali (Belloc è un fervente sostenitore del corporativismo medievale). Ecco la crisi della civiltà. Le conseguenze della Riforma si sono prolungate nel tempo e si sono manifestate in tanti modi, a cominciare dalla crescita dell’usura, del proletariato, del capitalismo selvaggio, della finanza e del potere delle macchine, per non parlare dell’affermazione dei regimi totalitari e delle ideologie: la peggiore di tutte è il comunismo, «il nemico capitale di tutto ciò che ci ha dato la vita e che alimenta la nostra civiltà». Da qui si capisce il perché dell’odio di Belloc nei confronti di Richelieu (che nella Guerra dei Trent’Anni si è schierato, da cattolico, a fianco dei protestanti contro i cattolici) e il suo disappunto per l’occasione sprecata da Napoleone di restituire all’Europa un’unità politica e legislativa sul modello di quella antica e perduta.

giovedì 9 luglio 2020

Ilaria Capua - Il dopo

Diciamo la verità: viviamo nella barbarie di ritorno. La nostra progredita civiltà è talmente arrotolata su se stessa che, in una pandemia mondiale, se la prende con la “dittatura dei virologi” e sostiene che mettere o non mettere la mascherina sia un atto politico perché tanto è tutto un complotto. L’importante di fronte al Covid-19 è mantenere un atteggiamento ottimista e sorridente, cosa che equivale più o meno a fare le corna contro il malocchio, ma vaglielo a spiegare. Che questo complotto sia stato ordito da Soros, da Bill Gates, dai cinesi, dagli americani, dalle multinazionali, dai poteri forti, dal 5G, da Greta Thunberg o da Papa Francesco conta poco: l’importante è distinguersi dalla massa di pecoroni scientisti che credono alle favole messe in giro per occultare i veri scopi dell’epidemia (modificare geneticamente la specie, rendere obbligatori i vaccini, promuovere l’ideologia gender, far sopravvivere il governo Conte, non farci sapere la verità sull’11 settembre), posto che questa epidemia esista davvero, quindi freghiamocene delle norme igieniche (che sono fastidiose), delle sanificazioni (che costano) e delle misure di distanziamento sociale (che abbrutiscono l’essere umano). Per non parlare di chi sostiene che la cura c’è ed è la vitamina C, l’aglio, il limone, un thè caldo o addirittura la candeggina (come hanno sostenuto i seguaci del QAnon), così come la cura del cancro esiste ma non ce la fanno conoscere per interessi economici. È tutto un complotto, gente, svegliaaaaa!

Poste queste premesse, un libro come quello di Ilaria Capua è del tutto inutile. Fa anche lei parte di quella “dittatura dei virologi” che ha spadroneggiato negli ultimi mesi sproloquiando in televisione, come Burioni, quindi è una massona scientista brutta e cattiva che vuole tenere la popolazione nella paura. Tra l’altro in passato è stata accusata di procurata epidemia per guadagnare sui vaccini in combutta con le case farmaceutiche e la volevano condannare all’ergastolo, e quindi subito etichettata con una lunga lista di insulti sessisti da trogloditi giustizialisti e giacobini (“Poi la fanno ministro della Sanità, troia”, “Grandissima zoccola”, “Meriterebbe di iniettarglielo a forza il virus”, “Iniettateglielo a lei!!!!”, “Alla gogna!!!!”). Così gira l’Italia. Il problema è che anche la Capua (che ora dirige l’One Health Center of Excellence presso l’Università della Florida), come Burioni, è un’ottima divulgatrice, e questo Il dopo. Il virus che ci ha costretto a cambiare mappa mentale è un libro che riesce benissimo nel suo intento, cioè spiegare i virus alle capre ignoranti come me. E magari illustrare come si scrive un libro su questo argomento, visto che pochi giorni mi è capitata tra le mani una proposta di pubblicazione sullo stesso argomento (da parte di un medico!) che faceva pietà e raccapriccio.

Nello spiegare cos’è un virus e come si trasmette, la Capua risponde alle domande più banali sorte in questi mesi (“bisogna disinfettare la spesa?”, “posso venire contagiata dal pacco Amazon che mi è stato consegnato?”) e ci invita a considerarci come animali e vastissime praterie di recettori, nella speranza di farci acquisire la consapevolezza che «da soli, non contiamo niente: siamo impotenti, perché uscire da questa situazione non dipende dal singolo, ma dall’intera nostra specie». Da virologa, contesta l’idea (che ripetono tutti) secondo cui il Covid-19 sia una banale influenza, perché l’influenza non è mai banale: se due diversi virus dell’influenza si incontrano nella medesima cellula animale, attraverso un fenomeno chiamato “riassortimento genico”, i geni lì presenti al contempo possono riassortirsi in maniera tale da dare origine anche a un virus del tutto nuovo davanti al quale non ci sono anticorpi. Forse un tempo il Covid-19 sarebbe arrivato in Occidente già ammorbidito a raffreddore, e invece è diventato pandemico nel pieno della sua virulenza grazie alla globalizzazione e ai collegamenti che abbattono le frontiere spaziali e temporali. Infatti i virus evolvono con l’obiettivo di diventare sempre più efficienti, quindi sempre più in grado di coesistere con i propri ospiti: la coesistenza riesce a essere duratura se pacifica. Da qui l’importanza della tanto vituperata quarantena, strumento efficace per far rallentare il contagio e per permettere agli ospedali di dover trattare meno pazienti in condizioni critiche, ma difficilmente compreso per la nostra ritrosia e impreparazione nell’accettare misure atte a limitare la nostra libertà personale.

L’autrice sottolinea anche che, nell’analisi della pandemia degli ultimi mesi, è importante tenere conto dei numerosissimi fattori (età media, patologie intercorrenti, tipo di alimentazione) che potrebbero contribuire a rendere la patologia che il virus provoca più o meno grave e che quindi differenziano il virus di Wuhan da quello di Lodi. Ma, soprattutto, invita a ragionare su un concetto tanto sbandierato quanto poco conosciuto, la biodiversità, che non riguarda solo le piante e gli animali, ma anche i microrganismi come i virus: «Ogni volta che si spostano o sono spostati, animali o piante portano con sé anche il loro personale patrimonio di microrganismi, alcuni dei quali sono agenti patogeni – in grado, cioè, di provocare malattie nei loro ospiti». Che i virus passino da una specie all’altra e dall’animale all’uomo è una cosa normale, mentre non è normale «l’invasione sistematica e velocissima di habitat che dovremmo proteggere, l’inquinamento, il riscaldamento globale, il depauperamento delle foreste e. In buona sostanza, l’alterazione di quegli equilibri ambientali che consideriamo inalterabili ma che sono, invece, delicati e fragili». Un caso per tutti: l’Escherichia coli, batterio tipico delle feci delle mucche, che attraverso la fertirrigazione delle colture è finito su un campo di insalata e l’ha contaminata, finendo nei banconi frigorifero della grande distribuzione e nella produzione su scala industriale di panini.

Coerentemente con il titolo del libro, che è pur sempre Il dopo, la Capua ragiona allo stesso tempo sulle prospettive future, su cosa fare per non farci trovare impreparati a una nuova ondata epidemica, sulla necessità di non ripetere gli stessi errori (il Decreto di Conte diffuso attraverso una fuga di notizie), sulle possibilità offerte dalle nuove tecnologie ma soprattutto sul ruolo che ognuno di noi è chiamato a svolgere e sulla responsabilità nei confronti degli altri. Perché, lo ricorda ancora, da soli non vinceremo questa battaglia e tutti siamo portatori di doveri, non solo di diritti: «C’è chi continua a lamentarsi dell’ammontare del ticket sanitario (che potrà senza dubbio essere migliorato e meglio segmentato), non si vaccina per l’influenza ma, in una situazione come questa, pensa di poter tranquillamente ingorgare gli ospedali perché lui (o lei) ritiene di avere diritto di andare a prendere l’aperitivo con gli amici, a fare una passeggiata o a esercitarsi con il proprio personal trainer». Con buona pace di no-vax, no-mask e no-covid.

martedì 7 luglio 2020

Robert Harris - Monaco

Robert Harris aveva già raccontato il nazismo con Fatherland e raccontato il falso dei diari di Hitler; torna ora sul luogo del delitto con Monaco, romanzo che prende il nome dalla città in cui nel settembre 1938 la Conferenza dei capi di Stato si riunirono per convincere Hitler di non invadere la Cecoslovacchia (creata come Stato-cuscinetto alla fine della Prima Guerra mondiale) per la questione dei sudeti, popolazione di origine tedesca che abitava una zona molto importante dal punto di vista minerario. La Conferenza si concluse con la sospensione delle pretese di invasione-lampo da parte di Hitler in cambio di un’annessione pacifica, ma fu un momento in cui effettivamente l’Europa temette lo scoppio della guerra (se ne parla nel primo capitolo della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard). È un romanzo ma non è un thriller, anzi assomiglia più a un saggio storico ricostruito in maniera quasi maniacale, che ricostruisce il lavoro certosino dei segretari, i protocolli e la trascrizione di documenti con le veline, le carte carbone, le maschere da scrivere. Sulla scena sfilano tutti i vari politici e capi di Stato del tempo: l’inglese Neville Chamberlain, Adolf Hitler, Benito Mussolini e il francese Édouard Daladier. Protagonisti sono due personaggi fittizi, l’inglese Hugh Legat, il terzo segretario del primo ministro Neville Chamberlain (il predecessore di Churchill), e il tedesco Paul von Hartmann, che lavora per il ministero degli esteri. I due si sono conosciuti durante gli studi a Oxford ma da sei anni non hanno più contatti, avendo scelto strade diverse (Paul, da socialista e nazionalista, si è iscritto al partito nazista): ora si incontrano di nuovo e si trovano quasi a fare fronte comune, perché Paul fa parte di un gruppo di congiurati che vorrebbero far insorgere parte dell’esercito contro Hitler e bloccarne le velleità imperialiste. Per questo chiede a Hugh di farsi tramite per consegnare a Chamberlain dei documenti dove sono stati trascritte le vere intenzioni del Führer. Attraverso questa avventura di spionaggio Harris rivaluta la figura di Chamberlain, da sempre accusato di posizioni eccessivamente accomodanti e pacifiste (il cosiddetto appeasement) perché, grazie al buon esito della Conferenza, il primo ministro riuscì a prendere tempo: l’Inghilterra non si era ancora ripresa dalla Grande Guerra e non era attrezzata a sostenere un’altra guerra, e l’anno seguente gli diede modo di approntare il riarmo. Viene da pensare che, se la Seconda Guerra Mondiale fosse scoppiata nel 1938, forse la Germania nazista non avrebbe incontrato ostacoli. Come saggio, Monaco dà degli interessanti spunti di riflessione, come romanzo funziona poco; anche l'aggiunta dell’antisemitismo nella sottotrama spionistica è banale, per quanto giustificata.

giovedì 2 luglio 2020

Paolo Mieli - In guerra con il passato

Qualche giorno fa lo storico Alessandro Barbero ha spiegato che abbattere le statue dei personaggi del passato che troviamo scomodi è un’idiozia inarrestabile perché, una volta rimosse le statue del generale sudista Lee, bisognerà rimuovere anche quelle del presidente Lincoln, il liberatore degli schiavi, il quale allo scoppio della guerra civile dichiarò che per lui la questione della schiavitù era del tutto secondaria; che se per salvare l’Unione doveva abolire la schiavitù, l’avrebbe fatto; e se invece per salvare l’Unione doveva mantenere la schiavitù, l’avrebbe mantenuta. Ecco, proprio le ambiguità di Abraham Lincoln sono al centro di un capitolo di questo In guerra con il passato di Paolo Mieli, libro che ragiona sull’uso del passato storico a nostro uso e consumo e sul fatto che la storia è una cosa complessa e ha molte facce. Un libro da recuperare, dunque, perché straordinariamente attuale. Ed è dura parlarne perché Mieli viene considerato da molti come il principale intellettuale organico al sistema, che sulla televisione di Stato intende spostare gli equilibri della divulgazione storica a destra o a sinistra a seconda di come la si voglia vedere. Per quanto non mi piaccia come giornalista, lo apprezzo molto come storico che rimette in discussione quello che sappiamo (o crediamo di sapere) attraverso un processo di revisionismo che dovrebbe essere il metodo comune di indagine, anche oggi in epoca di abbattimento di statue. Ecco quindi che Lincoln, eroe della Guerra di Secessione che combatteva per la causa abolizionista e antirazzista contro gli Stati schiavisti del Sud, in gioventù, ma anche durante la guerra fino al 1863, fu anche lui razzista e non del tutto convinto dell’abolizionismo: ribadiva spesso la sua convinzione che gli afroamericani fossero inferiori e una volta si chiese pubblicamente come fosse possibile che un gruppo di schiavi che aveva visto incatenati assieme «come pesci infilati su uno spiedi» potessero apparire come «la gente più allegra felice del mondo»; raccontava storielle razziste e, insieme alla moglie, amava molto i minstrels show, gli sketch in cui attori bianchi con il volto dipinto di nero ironizzavano sulla vita, il dialetto e la musica dei neri, rappresentandoli sempre come pigri, superstiziosi e stupidi. Oltretutto, non era affatto detto che l’economia schiavista, per quanto opinabile, fosse l’alternativa peggiore, vista la dichiarazione del South Carolina che paragonava con orgoglio la condizione degli schiavi del Sud a quella degli operai del Nord capitalista: «I nostri schiavi sono assunti a vita, non c’è fame per loro, non ci sono accattoni, non c’è disoccupazione e neppure superlavoro».

 

Da questo singolo capitolo capiamo dunque che spesso raccontiamo il passato condannando ciò che non ci piace e che soprattutto non ci torna attraverso un processo di semplificazione della complessità storica. Invece, spesso i personaggi positivi non sono così positivi, mentre i negativi non sono così negativi. Ecco quindi che il libro, come I conti con la storia dello stesso Mieli, si compone di una serie di articoli e saggi brevi che traggono spunto dalla recente pubblicazione di opere storiografiche per smontare luoghi comuni, pregiudizi e falsificazioni: solo così, dice l’autore, sarà possibile fuggire le banalizzazioni e le teorie del complotto. La ricerca storica va avanti e spesso demolisce pezzi di passato, come provano gli scavi archeologici israeliani effettuati dopo la Guerra dei Sei Giorni per cercare conferme della storia biblica: si scoprì che le città che si ritenevano enormi in realtà erano piccolissime, che a quell’epoca gli ebrei erano tribù di pastori primitivi senza nessuna unità politica, Gerusalemme era un villaggio, e Davide e Salomone, ammesso che siano esistiti, erano dei capitribù. Il processo di revisione si deve quindi applicare a tutta la storia umana, a partire da quella classica: il famosissimo processo contro il proconsole Verre che diede fama a Cicerone in realtà è una questione molto più complessa e meno limpido di quello che ci presenta il famoso oratore a proprio uso e consumo: il corrotto governatore di Sicilia era già un uomo vinto appartenente al ceto legato a Silla, ormai declinante nella Roma del tempo. Anche quello che crediamo di conoscere su Augusto è frutto di una ben precisa politica culturale volta a promuovere Ottaviano come l’amico dell’Italia contro Antonio amico dell’Oriente. Nell’Atene ormai in declino, sul punto di soccombere a Filippo di Macedonia, gli uomini di maggior valore erano invece divisi in un dilemma di non facile soluzione: Demostene rifiutava di accettare l’inevitabile e invita i suoi concittadini a resistere, mentre Isocrate pensava che solo abbracciando la causa macedone la città potesse avere ancora un futuro. Un problema, questo della fazione con cui schierarsi, piuttosto diffuso e non così facile da districare, visto il cambiamento delle variabili e delle circostanze: basti pensare allo storico inglese Thomas Carlyle che, nel 1871, esaltava la formazione del Reich tedesco come garanzia di pace, con «la nobile, paziente, pia e solida Germania» avviata a dominare l’Europa al posto della «nevrotica, vanagloriosa, gesticolante, rissosa, inquieta e ipersensibile Francia». Una posizione incredibile, alla luce dell’opposizione anglo-tedesca che avrebbe caratterizzato l’Europa nella prima metà del Novecento.

 

Nessuno si aspetterebbe che in Occidente spesso gli ebrei si rivolgessero all’Inquisizione per avere maggiori garanzie rispetto al vescovo della propria città, così come in pochi si interrogano sulle origini dell’antisemitismo: è una conseguenza dell’affermazione del cristianesimo oppure era presente anche nel mondo pagano precristiano? Ma anche la vicenda dei martiri di Otranto va inquadrata nelle guerre che infuriavano in Italia tra il papa e il re di Napoli da una parte e Firenze e Venezia dall’altra, e nel rifiuto della cittadinanza di Otranto, abbandonata dagli alleati, di arrendersi, non di abiurare e convertirsi all’islam. Non manca una sezione dedicata all’Italia, con la trattazione della mania per i complotti che c’è dalle nostre parti (molto più che negli Stati Uniti) e del florilegio di teorie sui servizi segreti deviati negli anni di piombo, pur nell’assenza di prove dirette o indirette che coinvolgano rappresentanti dello Stato (per non parlare della teoria del Grande Vecchio); vengono passati in rassegna gli scandali dell’Italia unitaria, tanto che già nel 1869 la regina Vittoria scriveva che l’Italia era una nave prossima al naufragio, scandali di cui è parte integrante la trattativa Stato-mafia che non è una novità della Prima Repubblica ma una costante sin dai primordi dello Stato unitario, visto che l’Italia si formò proprio attraverso una trattativa con quella che oggi chiamiamo mafia da parte della sinistra storica, con una quantità di affari loschi e imbarazzanti. Mieli arriva perfino in Russia con il tanto chiacchierato Rasputin, eliminato perché scomodo e avversato da una certa parte politica favorevole alla guerra e avversa alla pace separata con la Germania (cosa che poi fece Lenin); un capitolo è invece dedicato all’educazione religiosa di Stalin, che costituisce addirittura la chiave grazie alla quale riuscì a mobilitare il popolo russo attraverso un’alleanza con i religiosi. Il capo della rivoluzione atea e comunista che trova un collante nella religione: una cosa veramente impensabile se si ragiona in maniera schematica.

 

Interessantissima la parte dedicata alla Francia, in particolare quella su Enrico III, ultimo dei Valois, che fece la scelta di opporsi al fanatismo e immaginò di porre termine alle guerre di religione favorendo un’alleanza dei moderati, cattolici e protestanti, contro gli estremisti di entrambi i campi: finì ucciso proprio da uno di loro. Viene sottolineato il ruolo del tanto vituperato (dagli stessi francesi) Mazzarino nella sconfitta della Fronda e nella realizzazione dell’assolutismo monarchico iniziato da Richelieu, mentre, passando alla Rivoluzione francese, si ricorda come nel Terzo Stato che bel 1789 si costituì Assemblea nazionale non ci fosse alcun contadino, artigiano o bracciante, mentre abbondavano i giornalisti, gli scrittori, i precettori, i librai, i preti e i nobili ribelli. Contrariamente a quanto si è sempre abituati a pensare, pochissimi erano anche i filosofi e gli illuministi, invisi a Robespierre per il loro cosmopolitismo e il loro ateismo e per questo perseguitati: una cosa che va contro la tradizionale idea cattolica e antirivoluzionaria della Rivoluzione francese come risultato di un complotto ordito dai filosofi all’insegna del repubblicanesimo, del materialismo e della perversione morale. Piuttosto, l’ideologia e la cultura giacobina sotto Robespierre erano ispirate a un ossessivo puritanesimo morale derivato da Rousseau e intriso di autoritarismo, anti-intellettualismo e xenofobia.

mercoledì 1 luglio 2020

Friedrich Sieburg - Robespierre

In molti hanno provato a cambiare l’umanità applicando dei principi ritenuti perfetti, e l’Incorruttibile Maximilien Robespierre, protagonista indiscusso della Rivoluzione francese, è uno degli esempi più celebri. La cosa interessante è la lettura che ne fa Friedrich Sieburg, saggista e giornalista tedesco, corrispondente del “Frankfurter Zeitung” da Parigi e fervente sostenitore del dialogo tra Francia e Germania, cosa che per altro lo ha portato a collaborare con il regime nazista durante l’occupazione. In questa sua biografia, in via di ripubblicazione per Fede & Cultura, Sieburg riflette le inquietudini della sua epoca, quella dei totalitarismi, a partire dalla barbarie del Terrore scaturita dall’applicazione delle dottrine illuministe, e ragiona sul «mistero di questo francese che rimette Dio sugli altari e fa perire i sacerdoti su galere appestate» (anche se la sua divinità, l’Ente Supremo, è una cosa piuttosto diversa dal Dio della religione). E lo fa cominciando dalla fine, da Robespierre ferito alla mandibola e in stato di quasi incoscienza in attesa di essere trascinato al patibolo: la fine della sua parentesi terrena, che coincide con la fine del suo tentativo di governo e del regime del Terrore. Sieburg lo fa parlare, entra nella sua testa, e lo fa con uno stile quasi cinematografico che salta avanti e indietro nel tempo, particolare interessante se pensiamo che il libro è stato scritto nel 1935. Forse si potrebbe obiettare che la sua è una visione personale e immaginaria, visto che abusa di molti luoghi comuni derivati dalla storiografia reazionaria post-termidoriana (il tiranno, la dittatura, il sangue), ma ha comunque un certo valore, soprattutto letterario.

Modesto e privo di vizi (se non quello della pettinatura e dei polsini di merletto), fustigatore di costumi, contrario alla guerra, nemico del gioco, avverso al denaro e alle donne (anche a quelle rivoluzionarie), esattamente il contrario di Danton che arraffava quello che poteva e si presentava come indomito seduttore, Robespierre era «un uomo né giovane né vecchio, né bello né brutto, né simpatico né repellente, dalla fronte sfuggente e dalle labbra strette in un’espressione energica, pettinato e incipriato all’antica, dalla cravatta bianca come la neve e ripiegata molte volte che viene fuori civettuola dal frac». La sua eleganza all’antica corrispondeva a un’avversione nei confronti della sciatteria di molti rivoluzionari che ostentavano maniere sanculotte per essere considerati apostoli dell’uguaglianza. Di temperamento né mediterraneo né nordico, possedeva un dogmatismo che sfociava nella mistica: ispirato da Rousseau, portò in politica la logica totalitaria di un sistema universale di ispirazione religiosa, fatto di ombra e di luce, tanto che «nessuno, prima e dopo di lui, ha mai tentato con tanta coerenza di trasformare un’utopia di origine religiosa in una prassi politica». Pensava di poter far sparire i vizi e apparire le virtù per legge, sostituire la morale all’egoismo, l’onestà alla corruzione: per questo, più che un politico, Robespierre fu “un sacerdote fallito” e il fondatore di una nuova Chiesa, l’iniziatore di uno Stato spirituale ed etico, un santo mancato e un “martire senza Dio”, del tutto scollegato dalla realtà del popolo, pur ritenendosi l’unico conoscitore della volontà popolare. Le stesse lettere che riceveva personalmente testimoniano questo culto: donne innamorate di lui che gli si offrivano in moglie, genitori che davano il suo nome al loro figlio. Ma basterebbe anche solo citare la frase di un deputato che davanti all’entusiasmo delle sue adoratrici un giorno esclamò: «Ma che specie di uomo è mai questo Robespierre con tutte quelle donne? È un sacerdote che vuole diventare Dio!».

Sieburg, diviso tra la repulsione e l’attrazione per il personaggio, scava nella sua infanzia priva di affetto: orfano di madre a cinque anni, con il padre scomparso l’anno dopo, il piccolo Maximilien ricevette una rigida educazione da parte dei nonni. Timido e cupo, mostrò barlumi di umanità solo nell’intimità domestica di casa Duplay, dove trovò asilo nel 1789 (Maurice, il capofamiglia, falegname, ottenne in cambio l’incarico ufficiale di rifornire la Convenzione di palchi, sedili e tribune). Avverso al rosso cappello frigio, sostenne la parità di diritti e anche di averi: non a caso era sostenuto dai sanculotti e dalla Comune di Parigi, ma anche dai piccoli borghesi, visti da Sieburg come i precursori del proletariato. Questo nonostante la sua difesa della proprietà e la sua opposizione al calmiere dei prezzi. Vedeva complotti da ogni parte diretti sempre contro la sua persona (e questa fu una delle cause della sua caduta), e la sua paranoia si tradusse nell’avversare qualsiasi posizione: chi ostentava costumi rivoluzionari era un aristocratico travestito, chi invece rimaneva come prima era un indifferente e quindi un nemico; chi invocava sangue voleva indebolire la Convenzione, chi predicava mitezza aveva qualcosa da temere dal tribunale rivoluzionario; chi lo lodava era un adulatore, chi lo biasimava era un traditore della patria. Seducente ma asessuato, fu un burocrate del Terrore: non assistette mai a un’esecuzione, limitandosi sempre a firmarle. Non amava neppure quelli che di lasciavano andare agli eccessi terroristici tra sangue, donne e volgarità (e se ne registravano molti), cercando anzi di mantenere la giusta via e a mediare gli estremismi e ripetendo che la ghigliottina doveva restare “la spada della legge”. Di certo è stato il più vituperato esponente della Rivoluzione, ma non l’unico responsabile delle idee successive, cui contribuirono ugualmente le idee di Danton, Hébert, Brissot e Condorcet: anzi, «la sua teoria dell’uguaglianza è affondata nel sangue e non è stata riportata alla luce dagli eredi della Rivoluzione».

Sieburg è chiaramente avverso al liberalismo, che promette il raggiungimento della felicità individuale ma approda al sangue, e sembra dire che enciclopedisti, filosofi e discepoli di Voltaire e di Rousseau, una volta al governo, creano solo disastri: sulla loro scorta, «la volontà generale non è certo la volontà della maggioranza, ma la volontà di coloro che sono virtuosi e in possesso della verità», quindi il disegno di Robespierre si configura come disegno gnostico di trasformazione e di rigenerazione dell’umanità e della società imperfetta, che si realizza anche attraverso il cambio della toponomastica e dei mesi dell’anno e transita la società dall’intolleranza religiosa a quella politica. Allo stesso modo, i concetti di bene e male sono stabiliti dalla cosiddetta volontà generale, che è sempre la volontà di coloro che sono virtuosi e in possesso della verità: le leggi della Rivoluzione sono le leggi della virtù. Logica conseguenza di ciò è il “documento di civismo”, il documento di buona condotta indispensabile che viene rilasciato dagli organi locali e corrisponde a un più stretto e vigile controllo sociale: chi non poteva presentarlo non poteva acquistare le derrate alimentari e anzi doveva venire imprigionata come nemico della Rivoluzione. Non è un caso che il Terrore sia divenuto il regno della delazione come un vero e proprio ramo dell’attività statale e che il governo sia nelle mani del Comitato di Salute Pubblica. In fondo, era Marat che diceva: «Ogni accusa fondata deve procurare all’accusatore la stima pubblica. L’accusa infondata, ma suggerita dall’amor patrio, non deve procurare all’accusatore nessuna punizione». E da questo deriva la diffusione di ogni tipo di menzogna per incitare la popolazione alla rivolta o all’atteggiamento tenuto durante il processo al re, non solo considerandolo come un semplice cittadino da giudicare ma come un nemico da combattere.

Un capitolo è quindi dedicato a Saint-Just, l’arcangelo della rivoluzione dall’inflessibile e ferrea oratoria, lui sì su posizioni proto-marxiste e favorevole agli espropri in nome dell’equità e della ripartizione della ricchezza. Spesso al fronte per controllare lo stato delle guerre rivoluzionarie, è lui a dichiarare che «in ogni rivoluzione occorre un dittatore, per salvare lo Stato con la violenza!» e a spingersi alla punizione nei confronti degli indifferenti e non solo dei traditori, perché non si può rimanere passivi davanti alla Rivoluzione. Solo i rivoluzionari patrioti, cioè i giacobini, vanno premiati: «Non tollerate che ci sia un solo infelice o un povero nella vostra patria: soltanto a questo prezzo farete una vera rivoluzione e fonderete una vera repubblica». È Saint-Just che moltiplica l’intervento dello Stato nella vita dei singoli e minaccia direttamente la Convenzione, contribuendo a conferire di fatto ogni potere al Tribunale rivoluzionario e al Comitato di Salute Pubblica: l’inchiesta preliminare e la difesa vengono abolite, «i giurati devono basare i loro giudizi sulla loro coscienza, illuminata dall’amor di patria». A questo punto non desta stupore che, durante il Terrore, si mandassero a morte figli al posto dei genitori o anziani al posto di giovani e si raggiungesse la cifra 1.285 condanne a morte in sei settimane. Se questo è il paradiso terrestre immaginato da Robespierre, qualcosa è sfuggito di mano.