mercoledì 24 marzo 2021

Jacques-Henri Bernardin de Saint-Pierre - Paul e Virginie

 
Siete alla ricerca di un bel romanzo edificante, di una storia d’amore pura e virginale come si facevano una volta? Allora Paul e Virginie potrebbe fare per voi. Scritto da Jacques-Henri Bernardin de Saint-Pierre alla fine del Settecento e ripubblicato ora da Gondolin in un’edizione impreziosita da illustrazioni d’epoca, è ambientato in un’isola remota e incontaminata dell'Oceano Indiano, l'Île de France (Mauritius), dalle parti del Madagascar, all’epoca colonia francese. I due protagonisti, entrambi figli di madri abbandonate (una giovane vedova e l’altra abbandonata dall’uomo che l’ha messa incinta) e cresciuti dalle due donne, nel frattempo divenute grandi amiche per la comune situazione, crescono insieme nell’idillio naturalistico dell’isola fra banani, nasturzi e tatamachi, e ovviamente si amano vicendevolmente e castamente finché non intervengono gli obblighi e le convenzioni sociali dell’odiosa civiltà occidentale: Virginie, avendo una parente ricca e quindi nobile, deve andare in Francia e sposarsi, un destino cui nessuno può sottrarsi (infatti viene costretta a partire addirittura dal governatore locale). Il povero Paul, invece, che non è nobile ma è addirittura un bastardo, non ha alcuna possibilità di fortuna in Francia. Sarà proprio questo a trasformare l’idillio dei due protagonisti in dramma, portando a una tragica conclusione. Sostenitore de pensiero di Rousseau e del mito del buon selvaggio, Bernardin de Saint-Pierre è sinceramente convinto che sia possibile vivere felici e innocenti in completa comunione con la natura e circondati dalla devozione cristiana e dal classico corollario di virtù che ne deriva (grazie all’attenzione verso gli infelici, le famiglie di Paul e Virginie ottengono addirittura il rispetto dei ricchi e la confidenza dei poveri). Per questo contrappone alla classista e schiavista Francia del Settecento la perfetta eguaglianza esistente alle Mauritius, in cui i padroni sono buoni e timorati e i servitori negri sono devoti e servizievoli, e insiste con descrizioni naturalistiche piene di turgore e traboccanti di sentimenti (gli alberi, i ruscelli, i fiori, le scimmie, gli uccelli). «Non è possibile che un uomo cresciuto a contatto con la natura capisca le perversioni della società»: questo spiega il narratore della vicenda, molto scettico sulla possibilità che i due mondi possano trovare una conciliazione. La critica nei confronti dell’Ancien Regime non potrebbe essere più netta: solo i nobili possono accedere alle cariche e ai corpi scelti, i re sono mediocri e si lasciano consigliare solo da aristocratici senza valore, mentre gli uomini capaci devono chiedere la loro protezione e mettersi a disposizione delle loro ambizioni e dei loro vizi. Direi che questo è un aspetto ben più interessante del sentimentalismo melassoso e sospirante sparso a profusione sulle pagine del tragico amore di due anime disgraziate. Su Virginie che muore in odore di santità lasciandosi annegare piuttosto che togliersi il vestito per non perdere la sua virtù (con il mare che restituisce il suo corpo sepolto nella sabbia, quasi volesse «rendere l’estremo tributo al suo pudore su quelle stesse spiagge che la ragazza aveva onorato con la sua innocenza») è meglio sorvolare.

sabato 13 marzo 2021

Scott Lynch - Gli inganni di Locke Lamora

 

Il genere fantasy è stato spesso frequentato da figure di ladri, spesso gentiluomini, ma mai in maniera così convincente come nel caso de Gli inganni di Locke Lamora di Scott Lynch, primo romanzo di una serie intitolata appunto I Bastardi Galantuomini. È tutto incentrato sulle avventure di Locke Lamora, orfano e allevato da una specie di Fagin che lo ha venduto a Padre Catena, un sacerdote che finge di essere cieco e incatenato per spillare donazioni al prossimo. È quindi cresciuto come ladro, truffatore e trasformista: capace di interpretare molti personaggi, con uno straordinario talento per escogitare piani contorti, ha dato vita al nobile sodalizio dei Bastardi Galantuomini insieme ai gemelli Calo e Galdo Sanza, al giovane Cimice e a Jean Tannen, istruito figlio di mercanti particolarmente dotato con le asce. Insieme a loro, Locke cerca di mettere a segno il colpo del secolo, ma i suoi piani non sono destinati ad andare a buon fine. La sua vicenda si mescola infatti alla storia e alla situazione sociopolitica di Camorr, la città di ambientazione che dovrebbe ricordare una Venezia caraibica del Rinascimento modellata con uno speciale tipo di vetro duttile e luminoso. Qui regna una specie di tacito patto (la Pace Segreta): il potere chiude un occhio nei confronti del crimine a patto che i malviventi controllino l’ordine e non rapinino i nobili. Lo scenario ideale per lo stesso Locke, come da lui candidamente ammesso: «Dei, quanto mi piace questo posto. A volte penso che tutta quanta la città è stata messa qui soltanto perché gli dei devono adorare il crimine. I borsaioli rapinano la gente comune, i mercanti rapinano chiunque riescano a infinocchiare, Capa Barsavi rapina i rapinatori e la gente comune, la piccola nobiltà rapina quasi tutti e il Duca Nicovante ogni tanto se ne scappa col suo esercito e rapina Tar Verrar o Jerem fino alle mutande, per non parlare di quello che fa ai suoi nobili e alla sua gente comune». Capa Barsavi è il grande capo del sottobosco criminale della città, ma è costretto ad affrontare l’affermazione del misterioso Re Grigio che realizzerà un vero e proprio colpo di stato per la conquista del potere e coinvolgerà lo stesso Locke, in un moltiplicarsi di sorprese e colpi di scena che hanno la capacità di raggirare il lettore allo stesso modo in cui Locke fa con le sue vittime: ci fanno convincere di qualcosa e, proprio nel momento in cui siamo sicuri di aver capito, ci cambiano le carte in tavola, rivelando un quadro più ampio e complesso.

La narrazione viene inframmezzata da una serie di flashback che raccontano l’iniziazione di Locke nel mondo del crimine e soprattutto la scuola di Padre Catena, che gli ha insegnato a non dare nell’occhio e controllare il suo ingegno senza esagerare e alterare l’ordine costituito («non c’è libertà come la libertà di essere sempre sottovalutati»). Tutto il romanzo è contraddistinto da un ritmo incalzante, avventuroso e rocambolesco e da dialoghi spigliati e sboccati (che diventano raffinati quando la situazione sociale si eleva), che danno all'opera un costante tocco di comicità e leggerezza senza per questo togliere serietà alle scene più tristi. Le descrizioni e le spiegazioni ci sono ma sono molto brevi, senza mai prendere il sopravvento: l’autore è molto bravo nel far sembrare assolutamente normali cose che per noi sono insolite, come la presenza di tre lune e una diversa variazione tra giorno e notte rispetto a quel che siamo abituati. Il mondo creato da Lynch è assolutamente credibile e si regge su leggi proprie; addirittura, immagina vere e proprie feste come la Baldoria Mobile, dove le persone muoiono combattendo con squali enormi che saltano da una piattaforma all'altra davanti a un pubblico festante. La gente è abituata alla violenza, anzi spesso ne è divertita, e ogni gesto è dettato dal tornaconto personale e non dall’altruismo. C’è anche la magia, sempre utilizzata a favore del crimine o in funzione del potere. Particolari non messi lì a caso ma coerenti con il tipo di società che Lynch vuole raccontare, dominata dalla violenza, dalle vendette e dalle ritorsioni. Tuttavia, questo mondo è illuminato da sprazzi di umanità: gli eroi di Lynch non sono supereroi senza macchia, ma truffatori molto umani, pronti a compiere grandi gesti tanto quanto a coprirsi di ridicolo, che affrontano le difficoltà ironizzandoci sopra, facendosi forza a vicenda e basando tutto sulla fiducia reciproca. La loro ricerca di rapporti umani sinceri (come quelli che caratterizzano i Bastardi Galantuomini) sono la sola speranza di miglioramento di un mondo marcio fin nel midollo.

giovedì 25 febbraio 2021

Will Duraffourg, Giancarlo Caracuzzo, Joël Odone - Tolkien. Rischiarare le tenebre

 

Non sconvolgerò nessuno se dico che il recente biopic dedicato J.R.R. Tolkien è stato una delusione. Non tanto per l’assenza della religione cattolica, particolare importante nella vita di un supercattolico come Tolkien (bisogna per forza tacere per non scomodare nessuno oppure è possibile rendere interessante la fede anche per chi non ne ha?), quanto per la superficialità con cui vengono affrontati i vari periodi e i temi della sua vita. È un film che contiene al suo interno molti film, senza una vera visione unitaria o un’idea forte di regia o di sceneggiatura. Tutto è accennato superficialmente senza venire approfondito: la povertà, la differenza di classe, l’amore, la carriera universitaria, la passione per le lingue e la filologia. Ora è arrivata una graphic novel francese, Tolkien. Rischiarare le tenebre, che racconta la stessa storia del film ma con risultati di gran lunga migliori.  I momenti presi in esame sono gli stessi del film (l’infanzia, la morte della madre, l’amore con la moglie Edith, il college a Oxford, l’esperienza della Prima Guerra Mondiale, fino alla genesi de Lo Hobbit) ma affronta il tutto in maniera molto più profonda e intelligente (sebbene come fumetto non sia consigliato a chi cerca solo la cosiddetta “poesia per immagini”). Si tratta di un’opera capace di introdurre anche i profani nella vita di Tolkien, riuscendo a raccontare effettivamente qualcosa di questo autore a livello personale.


Se nel film tutti i riferimenti alla vita di Tolkien che trovano un’eco poetica nella sua produzione narrativa (come la scena di Edith che danza sotto gli alberi e che ha dato origine alla storia di Beren e Lúthien) erano lasciati cadere, qui ci sono e belli evidenti. Anche qui la religione non fa la parte del leone, e se ne parla poco: si tira in ballo nel caso della madre che morì di diabete dopo aver dovuto affrontare l’ostracismo della sua famiglia a causa della sua conversione al cattolicesimo, oppure se ne fa riferimento quando una statua della Madonna è caduta da un campanile durante la Grande Guerra. Ma c’è anche una scena molto bella, quella in cui John dice Edith di aver finalmente trovato i personaggi a cui far parlare le lingue da lui inventate, gli elfi; Edith chiede che ruolo avrà Dio in tutto questo, e Tolkien le risponde: «Ma Dio ci sarà, naturalmente. Ha creato tutto questo mondo fiabesco come il nostro». Un particolare molto bello perché spiega molto bene il concetto che ha Tolkien della sub-creazione, quel mondo secondario delle storie, dei miti e delle leggende che è direttamente connesso al nostro: è Dio che permette all’uomo di creare questo mondo secondario che andrà a influenzare direttamente il mondo primario, e Dio è sempre presente, perché è Dio sia del mondo primario sia del mondo secondario. Ma c’è anche attenzione per quegli aspetti rivelati da Tolkien nelle lettere, come quando rivela che la scoperta del Kalevala finnico per lui «è stato come scoprire una cantina piena di un vino sconosciuto dal gusto straordinario. E me ne sono ubriacato». Oppure quando rivela l’intenzione di legare fra loro tutti i suoi testi (cronachisti e poetici) per dare all’Inghilterra una mitologia: è l’idea di partenza di quello che sarebbe diventato Il Silmarillion, un processo creativo che non avrebbe mai trovato una sistemazione definitiva fino alla morte del suo autore.


Rispetto al film, l’amicizia con gli altri tre amici fondamentali per la sua vita, Geoffrey Bache Smith, Christopher Wiseman e Robert Gilson, quelli con cui diede origine al sodalizio “Tea Club, Barrovian Society”, è affrontata molto meglio perché sottolinea la fellowship in senso sia umano che letterario. Gli amici continueranno a vedersi e scriversi, anche in trincea: vengono riportate tutte le loro appassionate discussioni sulla vita, l’amore, la poesia, la letteratura, che ci vengono ancora a interrogare sull’importanza e il valore dell’arte e dell’amicizia nella vita di ognuno di noi. Ovviamente ciò avviene in maniera diversa e a seconda delle propensioni di ognuno, perché tra i quattro amici c’era anche chi era musicista mentre Tolkien non era minimamente portato per la musica (come peraltro ammetteva lui stesso). E sempre a proposito di quanto l’arte influenzi la nostra vita, l’idea fondamentale che questo fumetto passa è la stessa di John Gart in Tolkien e la Grande Guerra: senza il dramma della Prima Guerra Mondiale, Tolkien non avrebbe mai scritto Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit e i miti della Terra di Mezzo, come se la sua narrativa fosse stata il tentativo di elaborare la tragedia che aveva vissuto. Perché, se è vero che Tolkien non combatté mai in prima linea, è anche vero che lui alla battaglia della Somme c’è stato ed è stato impiegato in tutta una serie di operazioni secondarie e di raccordo tra i vari reparti. E ne ha viste di catastrofi: ha visto i lanciafiamme, i gas venefici, le granate, i carrarmati, tutte cose che poi sono state trasposte nei draghi sputafiamme, negli orchi, nei Nazgûl, oppure nella landa desolata di Mordor, riconducibile alla terra di nessuno tra le trincee, e nelle Paludi Morte, piene di cadaveri sprofondati nel fango, gli stessi in cui si era imbattuto Tolkien durante le operazioni al fronte.


All’interno della narrazione vengono ricordati anche i primi poemi scritti da Tolkien, come la prima poesia Il viaggio di Eärendel (pensiamo al ruolo che avrà il personaggio di Eärendil all’interno del Silmarillion e del Signore degli Anelli), Kortirion fra gli alberi e Habbanan sotto le stelle, tutti collocati temporalmente in quanto strettamente connessi alle contingenze storiche: anche in questo caso, la letteratura riflette la tragedia di una generazione che si trovò alle prese con il tentativo di dare un senso alla loro esperienza e una via per raccontare quella carneficina difficilmente comprensibile (e comunicabile) a chi non l’aveva vissuta. Insomma, questo Tolkien. Rischiarare le tenebre è la prova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che Tolkien non scriveva favolette a uso e consumo di adolescenti in fuga dalla realtà, un’epica asessuata per famiglie o saghe per iniziati di massa, bensì che la sua narrativa è una profondissima rielaborazione di un dramma: la perdita degli amici e la rottura della fellowship caratterizzata da un profondissimo sodalizio umano e artistico è quella che troviamo nella Compagnia dell’Anello. Il finale è addirittura commovente: Tolkien rivede il suo vecchio amico Christopher Wiseman davanti alla tomba della moglie, una scena inventata che ripercorre e ricapitola tutta la loro vita, tanto che in ogni vignetta i due vengono ritratti a una differente età, segno che tutto si ricapitola, che ogni età dell’amicizia è stata fondamentale per diventare quello che si sarebbe diventati, e non a caso la graphic novel finisce come la citazione di Gandalf: «Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato». Tolkien ha utilizzato tutto il tempo che gli è stato concesso per raccontare quello che ha vissuto, senza riuscirci fino in fondo perché la morte glielo ha impedito. Forse non ci sarebbe comunque riuscito.

martedì 9 febbraio 2021

Frank Brennand - Churchill

 
Eroe e padre della nazione britannica per aver resistito in modo indomito al nazismo sotto i bombardamenti di Londra, riconoscibile immediatamente grazie ai suoi segni caratteristici (il bastone, il sigaro, il farfallino e il cilindro), la figura di Winston Churchill è oggi fatta oggetto delle accuse della cancel culture e del Black Lives Matter che ne vogliono abbattere le statue e cancellare il ricordo in quanto cattivo, razzista e imperialista. Chissà cosa ne direbbero le vestali del politicamente corretto di questa biografia di Frank Brennand che tratta il nostro Winston come una specie di santo. Ovviamente non si tratta di una biografia recentissima, risalendo alla metà degli anni Sessanta, ma piuttosto di una vera e propria agiografia avventurosa che torna oggi alla luce grazie alla nuova edizione di Fede & Cultura e da cui si evince la simpatia sfrenata e incondizionata dell’autore nei confronti del suo protagonista (e l’antipatia nei confronti dei tedeschi, «sempre pronti a calpestare in Paesi stranieri quelle libertà e quelle conquiste sociali che non hanno mai personalmente conosciuto»). In effetti la vita di Churchill fu veramente avventurosa: ufficiale durante il regno della regina Vittoria, protagonista delle guerre coloniali in Africa, Primo Ammiraglio della marina nella Grande Guerra, parlamentare e leader del Partito Conservatore inglese, uomo delle crisi chiamato a risolvere drammatici scioperi, Primo Ministro per ben due volte, premio Nobel per la letteratura. Alcune di queste avventure sono addirittura romanzesche, come quella che lo vide corrispondente di guerra durante le Guerre Boere e guida di una squadra di volontari per rimettere un treno dotato di cannoni sui binari. Brennand realizza un racconto agile e divulgativo basato sulle testimonianze, le dichiarazioni e gli articoli dell’epoca, cosa indovinata se si pensa al fatto che Churchill è famoso per il sarcasmo e le dichiarazioni al vetriolo, e riesce a restituire un’immagine molto fluida e animata della politica inglese attraverso le sue elezioni e i suoi dibattiti (fantastico il parlamentare che, dopo un discorso di Winston, si alzò per dichiarare: «Qui termina l’ultimo capitolo del libro del profeta Geremia!»). Dove Brennand pecca è, come detto, nella profondità di analisi, facendo prevalere la sua partigianeria e affrontando di petto le critiche storiografiche (che si possono muovere anche nel caso di un personaggio di simile grandezza): se Winston non aveva sempre ragione, poco ci mancava. Il fiasco dei Dardanelli della Prima Guerra Mondiale? Un piano geniale di Winston vanificato da politicanti pavidi e pasticcioni. La gestione fallimentare della coscrizione obbligatoria e della guerra di trincea? Una cosa prevista da Winston, che invece aveva già pensato a un esercito mobile professionista. La soluzione del caso irlandese con la divisione tra il nord e il sud dell’isola? Una grande mossa di realismo politico in anni in cui bisognava dedicare le proprie forze ad altro. La sua opposizione a Gandhi e all’indipendenza dell’India? Una responsabilità di fronte agli stessi indiani di non lasciare l’India nelle mani dei bramini e di chi aveva interesse a sfruttare il lavoro. A volte Brennand ammette timidamente delle incertezze nella condotta del suo eroe, come nel caso del suo operato di cancelliere (che non fu abile ma comunque energico) o delle sue opinioni riguardo agli scioperi (da lui spesso visti come tentativo eversivo di rovesciare il governo legittimo), ma sempre ne sottolinea la buona fede e il ruolo di leader e comandante carismatico, in trincea come alla Camera dei Comuni. Umano e buono, Churchill era per Brennand un individualista solidale con i più poveri; conservatore ma membro di un governo liberale, non si sottomise mai alla linea del partito e lasciò polemicamente i liberali quando si allearono con i laburisti e tornò con i conservatori. La sua capacità di previsione gli guadagnò la fama di guerrafondaio, ma era solo il risultato della sua insofferenza per il mantenimento della situazione. In alcuni casi non fu solo lungimirante ma addirittura profetico, come nel caso dell’attenzione riservata alla guerra aerea che secondo lui avrebbe coinvolto i centri abitati, gli snodi ferroviari e la flotta: Churchill era di certo un sostenitore della necessità di armarsi e farsi trovare sempre pronti a ogni necessità o calamità. Ebbe ragione anche nella sua convinzione che Hitler non si sarebbe fermato di fronte a nulla e che avrebbe scatenato una guerra. A questo proposito Brennand esprime un pessimo giudizio su Chamberlain, accusato di posizioni eccessivamente accomodanti e pacifiste (il cosiddetto appeasement), mentre è bene dire che le ultime tendenze della storiografia tendono a rivalutare il suo operato, volto a prendere tempo visto il ritardo dell’Inghilterra nel riarmo e la sua impreparazione a sostenere un’altra guerra dopo lo sforzo del primo conflitto mondiale. Da sottolineare che Brennand parla degli inglesi sempre al “noi” e si riferisce all’esercito britannico come il “nostro”: un libro scritto da un inglese per inglesi, fieri di annoverare tra le proprie file un personaggio come Churchill che si definiva “impenitentemente inglese”.

Susanna Clarke - Piranesi

 

Ho profondamente amato Jonathan Strange & il signor Norrell, folgorante debutto di Susanna Clarke che raccontava la rivalità di due maghi in una realtà alternativa durante le guerre napoleoniche e mescolava in maniera sensazionale il fantasy, romanzo gotico, la letteratura romantica, Charles Dickens, Jane Austen, Lord Byron e la comedy of manners. È facile quindi immaginare quanto attendessi il nuovo romanzo della Clarke, Piranesi, scritto a ben 16 anni di distanza dal debutto. Sulle prime è un’opera che lascia spiazzati e storditi perché è tutto ambientato in un universo parallelo costituito da una misteriosa Casa nella quale si trova il nostro protagonista, un personaggio molto particolare che non ha ricordo né del suo nome né della sua storia, e per questo molto confuso riguardo alla sua persona. Vive in simbiosi con la Casa, che è fatta di svariati ed enormi saloni che sono come un labirinto e allo stesso tempo un museo: delle imponenti scalinate conducono a saloni superiori dove ci sono delle nubi immense che danno origine a precipitazioni da cui Piranesi riesce a ricavare l’acqua; i saloni inferiori invece sommersi dal mare e nelle loro acque Piranesi riesce a pescare, altre stanze sono state abbandonate. In tutta la Casa, che è abitata anche da uccelli, ci sono arredi e statue raffiguranti concetti e situazioni di vita che non hanno riscontro nell’esperienza di Piranesi, il quale può solo affidarsi all’immaginazione o alla logica.

Piranesi scopre sempre più cose del mondo che lo circonda, giorno per giorno, e annota ogni sua scoperta nei suoi diari con l’approccio dello studioso se non addirittura dello scienziato. Il suo è l’approccio tipico dell’esploratore che si basa su ciò che vede, come d’altronde ben chiarito dall’esergo del romanzo tratto da Il giardino segreto di Laurence Arne-Sayles: «Studio ciò che è stato dimenticato. Scopro ciò che è completamente scomparso. Lavoro con le assenze, con i silenzi, con le curiose fratture fra le cose». C’è anche una datazione all’interno dei suoi diari, che si evolve in un sistema basato su determinati eventi avvenuti all’interno della Casa (il nono giorno da quando l’albatro è arrivato nel tale salone). Ben presto scopriamo che c’è un altro abitante della Casa, chiamato l’Altro, molto più anziano, austero e signorile: Piranesi si confronta con lui incontrandolo in determinati giorni della settimana e poi annota diligentemente tutto nei suoi diari. È quest’altra entità a donare al protagonista un nome, Piranesi appunto, connesso all’incisore Giovan Battista Piranesi, autore delle immaginifiche e labirintiche Carceri; l’Altro però comincia anche a instillare dei dubbi sulla natura del loro rapporto e della Casa stessa, tanto che Piranesi appare come una cavia o l’oggetto di studio di uno strizzacervelli.

La Casa ha dunque due abitanti ma in origine erano quindici: attraverso i diari di Piranesi scopriamo questi individui che lui ha rinominato sulla base delle sembianze dei loro scheletri e degli oggetti che sono stati ritrovati accanto (l’Uomo Scatola-di-Biscotti, l’Infante). A un certo punto compare un nuovo personaggio, “16”, che l’Altro avverte come cattivo e ostile. Progressivamente, la realtà si mescola all’onirico facendo irruzione nella Casa attraverso le pagine dei diari di Piranesi, il quale non ricorda nemmeno di averle scritte: è lui ad aver appuntato nomi e storie reali che fanno riferimento a personaggi del nostro tempo, attraverso cui entrano nella vicenda elementi mystery e thriller. Che cos’è la Casa? Una dimensione alternativa? Il Bosco tra i Mondi delle Cronache di Narnia? La caverna di Platone? Una prigione? Un ospedale psichiatrico? Uno stato alterato della mente? Piranesi è un romanzo e una riflessione sulla mente umana, la pazzia, la memoria, la solitudine, l’isolamento, la ricerca di qualcosa di diverso dal presente ma più grande del passato, e allo stesso tempo sull’identità, sulla sua costruzione e la sua riscoperta.

Molte sono le citazioni letterarie, con le quali il testo stabilisce delle connessioni, a cominciare dall’albatro preso dalla Ballata del Vecchio Marinario di Coleridge e anche qui presagio di cambiamento, per arrivare fino al Nipote del mago di C.S. Lewis, citato sia in apertura («Io sono il grande studioso, il mago, l’adepto, che sta compiendo l’esperimento. È ovvio che abbia bisogno di cavie») sia nel nome del mago Ketterley. Lo stile della Clarke è stratificato, evocativo, stravagante e filosofico, perfetto per riflettere l’approccio da pensatore del protagonista, il suo spaesamento ma anche il suo tentativo di dare un senso al tutto, cui corrisponde una narrazione frammentata e pseudoscientifica che fornisce le tessere di un puzzle da comporre. Nella prima parte non si capisce niente (le domande sono tante ma le risposte sono poche), mentre nella seconda parte si assiste a un’accelerazione degli eventi e delle rivelazioni, anche se la Clarke è molto attenta a non fornire mai una risposta univoca, lasciando al lettore la possibilità (e il piacere) di stabilire le connessioni tra i personaggi e gli avvenimenti a seconda delle proprie impressioni. È un romanzo che richiede veramente molto al lettore ma è capace di premiarlo, invogliando a una seconda lettura, per scoprire ancora più particolari che, ovviamente, la prima volta non si sono notati.

sabato 30 gennaio 2021

Jay Kristoff - Nevernight. Mai dimenticare

 

Una ragazza che sussurra a un ragazzo (ovviamente bellissimo) «Fottimi...» e che poi lo avverte, «caldo e così meravigliosamente duro, che premeva contro la femminilità tra le sue gambe. […] Lui era dentro di lei – l'arnese era dentro di lei – così duro e reale che non riuscì a trattenere un urlo e si morse il labbro per smorzare quella piena». Non è un porno ma il primo capitolo di Nevernight, acclamata trilogia fantasy di Jay Kristoff: l’immediato parallelo tra la deflorazione della protagonista e il suo primo assassinio fa venire i brividi e l’imbarazzante sospetto di trovarsi al cospetto di una vera e propria trashata. L'opera, editorialmente eccelsa e tradotta in italiano in maniera esemplare, racconta la storia di Mia Corvere, novella Arya Stark del Trono di spade (o Ezio Auditore di Assassin's Creed) che, a soli dieci anni, si è già vista giustiziare davanti agli occhi il padre per impiccagione sulla pubblica piazza ed esserle sottratto il resto della famiglia (madre e fratello più piccolo, gettati entrambi in carcere). Il padre infatti è stato accusato di alto tradimento nei confronti della repubblica di Itreya per aver tentato di rovesciarla. Ecco quindi che Mia, ripetendo i nomi dei responsabili del complotto (tale e quale ad Arya Stark), viene allevata come una figlia dal mentore Mercurio ed entra nella Chiesa Rossa, un’accademia dove si insegna ad alcuni eletti a diventare i più grandi assassini in nome della Signora dell’Omicidio Benedetto, una delle divinità dimenticate della notte dedita al culto del sangue, dell’omicidio e del sacrificio. Oltre all’omicidio in quest’accademia si viene iniziati anche all’uso dei veleni (e dei relativi antidoti) e all’arte della seduzione: la cosa interessante è che si tratta di un luogo spietato in cui però si vivono le tipiche dinamiche adolescenziali, tra amori, rivalità, gelosie e scazzi. Ovviamente, Mia scopre anche l’amore grazie a Tric, un accolito che sotto la scorza dell'assassino nasconde un animo buono. Nella seconda parte viene introdotta una componente gialla con Mia accusata dell'omicidio di una compagna; poi, quando di fatto Mia si ritrova fuori dalla gilda perché si è rivelata non una spietata assassina ma una tenerona, nell'ultima parte succede di tutto, con la nostra eroina che si ritrova a difendere la Chiesa Rossa da una cospirazione politico-religiosa e dall'attacco dei Luminatii (i soldati della legione agli ordini della repubblica). In tutte le sue avventure, Mia viene accompagnata da Messer Cortese, un gatto (o meglio, un non-gatto) fatto di ombre che beve la sua paura e la rende intrepida (a differenza dei Dissennatori che in Harry Potter succhiano la felicità): la conosce, cresce con lei e di fatto costituisce la sua coscienza, uscendosene con frasi e risposte pungenti, sarcastiche e inopportune.

La storia ci viene narrata da un narratore onnisciente che ci dice subito che Mia Corvere è morta e che interviene all'interno della sua narrazione, anche nei momenti più avvincenti, con una serie di note per spiegare il mondo e il lore, spesso in maniera molto caustica e con un effetto straniante rispetto al testo vero e proprio. Lo stile di Kristoff è esagerato, eccessivo e barocco, all'insegna di sangue, violenza, volgarità e sesso esplicito (molto belle le esclamazioni da lui inventate e ripetute per tutta la narrazione «Denti della Mannaia» e «Oh, Figlie»). Il romanzo è costituito quasi esclusivamente da azione e dialoghi mentre è del tutto provi di descrizioni ambientali (cosa tipica del fantasy di oggi): anzi, le uniche descrizioni sono quelle, crude e interminabili, delle scene di sesso, che possono risultare abbastanza gratuite. Ci sono molte scene di impatto, come quelle delle torture o degli sgozzamenti, o come quella in cui lo Shaiid Solis stacca di netto a Mia il braccio. Tutto questo rende Nevernight un romanzo non per ragazzi, sebbene possa apparire come uno Young Adult abilmente camuffato. Il mondo di Kristoff è uno strano calderone di fantasy e horror con un po' di magia e i mostri (il cracken) in un'ambientazione a metà tra la repubblica della Roma antica e il Rinascimento. Nel suo mondo non esiste la notte, visto che ci sono tre soli che si alternano nel cielo e creano l’effetto chiamato Illuminotte; solo una volta ogni due anni e mezzo c’è un’eclissi di sole e riesce a esserci un periodo di buio. È lampante come, già a partire da questa divisione giorno/notte, nella città di Godsgrave (nome di grande effetto) ci sia c'è una battaglia tra luce e ombra: i soli sono collegati ad Aa, il dio che tutti venerano e che si contrappone alla dea della notte, Niah, la madre che venera la Chiesa Rosa. L’ambientazione è dunque molto ambiziosa e parte integrante del conflitto teologico-politico in atto in una società marcia nel profondo ma, essendo questa una trilogia, ancora si capisce poco (mi immagino che numi vengano offerti nei due successivi volumi), anche riguardo al ruolo delle ombre in tutta la vicenda.

martedì 26 gennaio 2021

Walter Tevis - La regina degli scacchi

 
Ormai della serie tv di Netflix La regina degli scacchi hanno parlato più o meno tutti, con un vasto assortimento di pareri (c’è chi l’ha amata profondamente e chi ne ha minimizzato il valore). Ora, sulla scorta del successo della serie, Mondadori ha fatto uscire il romanzo di Walter Tevis da cui è stata tratta e che era uscito già tempo fa per Minimum Fax, oltretutto con la stessa traduzione. E, ci crediate o no, si è rivelato una grande lettura, anche se ho trovato praticamente impossibile immaginarmi la protagonista con fattezze diverse da quelle di Anya Taylor-Joy, talmente straordinaria è stata la sua interpretazione. Come la serie Netflix, il romanzo segue la vita Beth Harmon, una giovane del Kentucky che si rivela essere un prodigio del gioco degli scacchi: c’è sempre lei al centro della storia, dagli otto ai diciotto anni, quelli formativi della sua personalità e quelli in cui si affaccia al mondo, attraverso l’orfanotrofio, la scuola, i primi tornei, il successo, fino a un grande torneo in Unione Sovietica con i migliori scacchisti del mondo. Nonostante alcune piccole differenze (non c’è la tipa che porta Beth a folleggiare a Parigi la sera prima dell’incontro con Bergov, il viaggio in Russia non viene pagato dall’amica) la trama è esattamente la stessa, e si nota con piacere che gli sceneggiatori in molti casi hanno addirittura preso gli stessi dialoghi del libro. Nella narrazione, com’è ovvio, ci sono molti scacchi, al punto da tirare in ballo veri e propri schemi di gioco (a partire dal Gambetto di Donna che dà il titolo all’originale, The Queen’s Gambit), ma sempre in maniera molto abile nel farli risultare digeribili anche a chi non li conosce o non li pratica. Anzi, devo dire che Tevis riesce molto bene a ricreare un gioco che si svolge essenzialmente nella mente dei due contendenti (le partite Beth le gioca soprattutto nella sua testa, quando non sul soffitto della sua camera). La grande intuizione è quella di utilizzare gli scacchi come elemento fondamentale della narrazione, una grande allegoria per affrontare la crescita e il diventare adulti acquisendo sicurezza e incanalando correttamente il proprio talento: la vita stessa è una partita di scacchi, con gli imprevisti e le mosse inaspettate del destino, a cui Beth deve imparare a rispondere con audacia o prudenza a seconda dei casi. Tutto questo fa della Regina degli scacchi un particolarissimo romanzo di formazione, con i momenti di successo e autoaffermazione che si alternano a momenti di profondo disorientamento, depressione, disperazione ed eccessi di ogni tipo (droghe e alcol), unitamente a una crescita sentimentale e affettiva (le prime mestruazioni durante il primo torneo, i primi deludenti rapporti sessuali). Beth, personaggio a maniacale e ambizioso a metà tra genialità e follia, è stata abbandonata dal padre e ha perso la madre ma incontra tutta una serie di personaggi maschili che le fanno da mentori (il signor Shibel, Harry Beltik e Benny Watts) e a volte da amanti (Beltik e Watts), oltre che una bizzarra madre adottiva che si rivela sua complice, sua alleata e suo rifugio: quello degli scacchi è un mondo maschile che può rivelarsi molto difficile per una ragazza alla ricerca della propria identità, tanto che, man mano che Beth progredisce nel campo, si assiste anche a una maggiore affermazione della sua identità, con una nuova consapevolezza della propria femminilità e della propria sessualità. Un percorso che tuttavia non è lineare, ma costellato di cadute e risalite, a causa dell’irrequietezza, del disagio e della paura, esattamente come la vita. Lo stile è asciutto e non si perde in mille costruzioni metaforiche o simboliche, nemmeno quando parla della vita interiore della protagonista: va dritto al punto, a volte in maniera brutale, apparendo a volte algido e spietato, specchio delle difficoltà relazionali di Beth.