giovedì 23 gennaio 2020

Ezio Mauro - Anime prigioniere. Cronache dal Muro di Berlino

«Il mostro vive in mezzo alla città, attraversa l’Europa, separa il mondo correndo per 156,4 chilometri, innalzandosi per 3 metri e 60 centimetri, affondando nel terreno per altri 2 metri e 10, con il corpo composto da 45.000 sezioni di cemento. Vigila con 302 torri di sorveglianza. Si avvolge in 127 chilometri di filo spinato. Si protegge con 105 chilometri di fossato. Si rinchiude in 20 bunker. Si circonda con la “striscia della morte” coperta di sabbia rastrellata ogni mattina, in modo che se qualcuno la calpesta restino le impronte. Minaccia con tre brigate di frontiera munite di pistole, carabine, mitra, bombe a mano, panzer russi T-34/85 e SU-76, cannoni e contraerea. Dissuade con 18.300 reticolati, trappole anticarro, barriere con denti metallici, sirene d’allarme e riflettori. Spaventa con 5000 cani pastore addestrati, i cani di confine con i denti rastremati dalla fresatrice, pronti all’impiego». Una descrizione da scenario distopico, e invece agghiacciante descrizione del simbolo della Guerra Fredda, il Muro di Berlino, che per 28 anni ha diviso in due una città e un intero continente, fondando i concetti di Est e Ovest. Ne parla l’ex direttore di “La Repubblica” Ezio Mauro in questo Anime prigioniere. Cronache dal Muro di Berlino, uscito in occasione del trentennale della sua caduta (avvenuta il 9 novembre 1989). Pur ricostruendone la vicenda, dalla sua edificazione nel 1961 alla sua fine, non è un libro di storia ma un’inchiesta giornalistica, condotta raccogliendo la testimonianza di chi è riuscito a fuggire o di chi semplicemente ci ha provato (attraverso tunnel sotterranei, a nuoto, in pallone aerostatico, con un rudimentale velivolo costruito con il motore di una Trabant), il racconto dei parenti delle vittime e degli oppositori. Non arriva ai livelli del bellissimo C’era una volta la DDR di Anna Funder, molto più agghiacciante e completo nel descrivere la vita ai tempi della Stasi, ma è pur sempre una buona occasione per ricordare una delle pagine più nere della storia recente. Costruito per far fronte alla fuga delle persone dall’Est all’Ovest (2 milioni e mezzo dal 1949 al 1960), tanto che Chruščëv disse telefonicamente al segretario del partito Ulbricht: «Creeremo un anello di ferro attorno a Berlino che vi aiuterà riducendo le fughe», anche se la versione ufficiale lo dipingeva come una “barriera difensiva”, e accettato dal mondo occidentale in nome della Realpolitik (Kennedy disse: «Un maledetto muro non è una bella cosa, ma è sempre meglio di una maledetta guerra»), fu edificato tagliando strade, piazze e cimiteri (tra cui quello degli Invalidi, separando dal resto del mondo la lapide di Manfred von Richthofen, il celebre Barone Rosso) e incarnando «l’ossessione del comunismo per il dominio dello spazio come controllo dell’anima attraverso il corpo, l’interdetto costruito nella pietra perché durasse per sempre». In 5.000 sono riusciti a passarlo, 87 sono state le vittime ufficiali, 115 secondo altri calcoli per arrivare fino a 225 se si considerano le morti collegate. Perfino i cani di frontiera, poi venduti a privati, passando davanti al Muro si mettevano ancora a correre e abbaiare, come se il Muro facesse parte del loro DNA. Tutto questo faceva della DDR un vero e proprio carcere, in cui per giunta tutti spiavano tutti in maniera maniacale, familiari compresi (il protagonista del film Le vite degli altri, Ulrich Mühe, leggerà dossier su di lui firmati dalla sua seconda moglie), per convenienza o per ricatto: basti pensare che in Russia il KGB aveva un agente ogni 1.500 abitanti, in Romania la Securitate ne aveva uno ogni 1.600, nella DDR ce n’era uno ogni 50. Tutto questo grazie all’invenzione degli “informatori non ufficiali” (ben 190.000, a fronte di 110.000 dipendenti ufficiali) escogitata da Erich Mielke, capo della Stasi e numero due del regime. Per non parlare delle persecuzioni, delle incarcerazioni, dei bombardamenti di radiazioni per far sviluppare la leucemia agli oppositori o marcarli per meglio seguire i loro movimenti, o del sesso per contagiare con le malattie veneree (tra l’altro, Putin era il referente del KGB a Dresda). Tutto questo fino a quell’incredibile 1989 che mise in ginocchio il Paese in seguito alle spinte innestate dalla Perestrojka di Gorbačëv, spinse i cittadini della DDR a cercare asilo nei Paesi vicini e il partito al crollo con l’allontanamento del grande capo Erich Honecker; il Muro cadde in maniera inaspettata, a novembre, quasi in sordina, per una delibera del partito durante una conferenza stampa (grazie a un giornalista italiano, Riccardo Ehrman, corrispondente dell’ANSA), segno della totale confusione di quei giorni. Mauro racconta l’intera vicenda come storia di aspirazione continua alla libertà, dalla parte e dal punto di vista dei protagonisti, ma poi rimane fermo lì, a quel 9 novembre 1989, senza addentrarsi nello specifico dei problemi dell’unificazione (e di come gli agenti della Stasi si sono ampiamente riciclati), come invece fa il libro di Anna Funder: quella sensazione degli stessi protagonisti di far parte di un mondo perduto e dimenticato in fretta, soprattutto dalla Germania Ovest nella sua ansia di normalizzare il tutto e cancellare il precedente regime in nome dell’economia di mercato. Problemi che hanno dato origine alla cosiddetta “Ostalgie”, la nostalgia dell’Est, che magari non è sempre semplice rimpianto per una dittatura ma il tentativo di trovare un riconoscimento da parte del resto di un mondo che difficilmente può capire cosa significasse vivere in un Paese assurdo come la DDR.

venerdì 17 gennaio 2020

Ivan Aleksandrovič Gončarov - Oblòmov

Pigri di tutto il mondo, leggete Oblòmov di Gončarov. Questo librone praticamente privo di azione, capolavoro della letteratura russa, è divenuto celebre per il suo straordinario protagonista, Il’jà Il’ič Oblòmov, vera e propria incarnazione dell’ozio e della pigrizia. Oblòmov rappresenta l’apoteosi del nullafacente passivo la cui indolenza è quasi una condizione filosofica, tanto che Nikolaj Dobroljubov, nel suo saggio Che cos’è l’oblomovismo, sostiene incarni perfettamente il tipo sociale dell’uomo superfluo che a metà Ottocento prosperava in terra russa e ne popolava la letteratura (non a caso, Oblòmov critica la smania dei viaggi e la propensione al lavoro di inglesi e tedeschi). Abitante di Pietroburgo, proprietario terriero figlio della piccola nobiltà di provincia, il nostro (anti)eroe avrebbe tutte le possibilità economiche e intellettuali per operare nella società ma non fa nulla, manca di risoluzione e decisione, anche riguardo al lavoro (abbandona un impiego al ministero) e agli affari (ammette di non avere idea di come si gestiscano le sue proprietà). La prima parte del romanzo è la descrizione della “galassia Oblòmov”, dei suoi incontri casalinghi (con personaggi maschili di mezza tacca) e dei suoi rapporti con il servo-padrone Zachar (un gaglioffo ubriacone che non perde occasione di parlare male di lui), poi il romanzo si apre alla narrazione quando l’amico fraterno Andrej Stolz, mezzo tedesco, obbliga Oblòmov a uscire, psicologicamente e fisicamente, dal proprio guscio (e di gettare via la vestaglia che lo avvolge costantemente). Stolz lo convince a frequentare qualche occasione mondana e gli presenta Ol’ga Il’inskaja (è stato notato che il suo cognome ha stessa radice del nome e del patronimico di Oblòmov, quasi a suggerire l’idea di un possibile segno del destino e di una probabile affinità), di cui il nostro si innamora, ma il lungo fidanzamento finisce nel nulla quando, di fronte all’impegno che rappresentano le nozze, il nostro ricade nella sua abulia e spinge Ol’ga nella braccia di Stolz, che la sposerà. L’idea della vita di società e della conversazione, infatti, lo terrorizza e lo indispone: lui vorrebbe solo chiudere gli occhi e ficcarsi sotto le coperte, senza nessuno tra i piedi ad agitarlo, beato della propria marginalità e della propria inutilità. Rovinato da imbroglioni che gli mangiano il suo patrimonio, finirà per sposare la padrona di casa, la popolana Agaf’ja, semplice e buona, con la quale trova tranquillità e sicurezza, rinunciando sempre più a vivere. Avrà un figlio, si ammalerà e morirà giovane. Per tutto il romanzo tifiamo per un suo cambiamento e una sua presa di coscienza, che però non arriva mai; anzi, la sua triste vicenda è un continuo ammettere la sconfitta senza combattere («La mia vita è iniziata dal tramonto. [] Dal primo momento in cui ho avuto coscienza di me steso, ho sentito che mi stavo già spegnendo»; «Ah, la vita! [] Incalza, non dà tregua! Vorrei distendermi e addor­mentarmi… per sempre…»), nonostante lui sia un uomo onesto, sincero e dotato di capacità e qualità, prima fra tutte quella di voler bene alla gente. Oblòmov è profondamente disagiato, ma anche gli altri personaggi non sono privi di pecche: Stolz è esattamente il suo contrario (concreto, razionale, nemico dell’immaginazione e dei sogni a occhi aperti), e di fatto i due restano impenetrabili uno all’altro. Allo stesso modo Ol’ga dimostra di non essere adatta, giungendo a invidiare ad Agaf’ja il suo essere stata per Oblòmov quello che lei non era riuscita ad essere. E poi non è tutta colpa di Oblòmov: nel capitolo sul sogno del protagonista, Gončarov ricostruisce l’infanzia e l’adolescenza del protagonista, dominate dall’abbandono e dalla pigrizia, con una madre terribile, apprensiva e possessiva che non lo lascia uscire di casa a giocare con i contadini, ma lo costringe in una realtà ovattata e sonnolenta, lontana da ogni idea di operosità, perfetto esempio di cattiva educazione e di parassitismo della classe dei proprietari terrieri russi. Un finissimo studio psicologico, che tiene alta l’attenzione grazie a una grande scrittura (a volte molto ironica) nonostante, come detto, l’assenza quasi totale di azione.

venerdì 10 gennaio 2020

Andrzej Sapkowski - Il guardiano degli innocenti

Mi è piaciuta la serie tv The Witcher prodotta da Netflix? Abbastanza, perché nonostante le pecche non intende collegarsi ai videogiochi (pur splendidi) di CD Project ma si basa direttamente sui libri di Sapkowski, riflettendo il disordine narrativo dei primi due volumi. Caratteristica quanto mai vera per questo Il guardiano degli innocenti, che io avevo già letto due volte (e di cui ho parlato QUI e QUI) ma che sono stato spinto a riprendere in mano, complice la nuova edizione economica uscita per l’occasione. La febbre per lo strigo Geralt di Rivia è alta, anche grazie a Netflix: i videogiochi hanno ricominciato a vendere, i libri originali a essere recuperati. La serie tv riprende addirittura cinque episodi di questo primo volume della saga (Lo strigo, Il male minore, Una questione di prezzo, Il confine del mondo, L’ultimo desiderio), lasciando fuori solo Un briciolo di verità e La voce della ragione, quest’ultimo racconto-cornice equivalente alle storie dei classici antologici Disney di una volta che servivano da raccordo tra una storia e l’altra. Le vicende dello strigo sono state affrontate dagli sceneggiatori in maniera episodica, con una struttura quasi circolare, ricalcando la dinamica di una quest da risolvere o di una missione cui prendere parte (oppure rifiutare). Lo stile è sempre quello di Sapkowski, umoristico, tagliente, pieno di quesiti morali, anche se è bene chiarire che in molti lo trovano dozzinale: Geralt non è un prode cavaliere, ma un mercenario mutante odiato e temuto da un mondo razzista che lo tollera solo finché le sue abilità sono richieste, e per questo è ben conscio che scegliere azioni apparentemente onorevoli e degne di un eroe tradizionale potrebbe portare a delle conseguenze spiacevoli. Il dubbio morale è la zona grigia in cui il nostro strigo si muoverà sempre, soprattutto tenendo conto del fatto che nulla è mai come sembra e che i confini tra bene e male non sono mai troppo chiari ma si rispecchiano nella percezione personale di giusto e sbagliato. Forse la serie dedica poco spazio a Geralt, soffermandosi molto sulle due coprotagoniste Yennefer e Ciri, ma soprattutto è poco attenta all’operazione che Sapkowski fa sul mondo della fiaba classica (la Bella e la Bestia, Biancaneve, il principe Istrice, la lampada di Aladino), da lui destrutturata e ribaltata in chiave ironica, cinica e beffarda. Purtroppo oggi tutti cercano un altro Trono di spade, ma con Sapkowski cascano male.

martedì 31 dicembre 2019

Christelle Dabos - Fidanzati dell'inverno

Se pensate che il fantasy sia sempre uguale a se stesso e non abbia più niente da dire, Fidanzati dell’inverno della francese Christelle Dabos potrebbe fare per voi. Si tratta del primo capitolo di una trilogia, L’Attraversaspecchi, ambientato in un futuro prossimo venturo steampunk/Belle Époque in cui scienza e magia convivono e in cui, a seguito della frammentazione della Terra, l’umanità è molto diminuita e si è ridotta in clan, le arche, dove tutti gli appartenenti alla stessa famiglia condividono lo stesso potere, che è diverso per ogni clan: altrove le famiglie hanno il potere di infliggere colpi attraverso il sistema nervoso, di vedere le stesse cose o di conservare la memoria. La protagonista della storia, Ofelia, appartenente all’arca di Anima, viene promessa in sposa a un appartenente all’arca del Polo, Thorn, che si presenta subito come un nobile ombroso, sprezzante e altezzoso (nessuno dei due vuole questo matrimonio); ovviamente, si dovrà svelare anche lui, rispecchiando lo stereotipo del bello burbero e problematico. Trasferita a Città-cielo e inizialmente affidata alla zia di Thorn, Berenilde, donna capricciosa, narcisista e calcolatrice, che la nasconde sotto le sembianze di un domestico maschio, Ofelia scoprirà che in questo regno ci sono un’infinità di intrighi politici e tutti cercano di uccidersi a vicenda, e in più lei dovrà cercare di sopravvivere e di venire a capo del suo matrimonio. Il libro è ben scritto, ha una trama molto dinamica (anche se con qualche lungaggine di troppo) ed è a tutti gli effetti un romanzo di formazione con una protagonista adolescente (cosa che ne fa uno young adult) che ha un’evoluzione all’interno della trama: parte goffa, insicura e con poca personalità, ha gli occhiali (è miope), sternutisce sempre e si morsica le cuciture dei guanti, ma è curiosa e intraprendente. Ha due poteri, la capacità di percepire la memoria degli oggetti semplicemente toccandoli e quella di viaggiare attraverso gli specchi; questi due poteri non sono mai abusati ma sempre dosati nella giusta maniera, forse per essere ripresi nei successivi capitoli della saga quando la nostra Ofelia sarà cresciuta come personaggio e li padroneggerà in pieno. Gli altri personaggi sono abbastanza monodimensionali, ma quello che veramente convince è la costruzione del mondo, che rispecchia perfettamente una realtà in cui tutti mentono e indossano delle maschere: Città-cielo è un vero e proprio labirinto sospeso che si organizza in verticale (ci si muove con degli ascensori) con delle porte magiche che fanno sbucare in punti diversi e addirittura dei microclimi particolari. È la città delle illusioni che permettono lo stravolgimento degli spazi o in un infinito gioco di specchi (ma, paradossalmente, in questo mondo di inganni gli specchi rifiutano chi tenta di attraversarli interpretando un ruolo diverso dal proprio): Ofelia non si può fidare di niente e di nessuno, neanche di quello che vede. Inoltre, questo mondo magico ci viene mostrato un po’ per volta e non spiegato, cosa che aumenta l’immersività visto che il lettore scopre le cose insieme a Ofelia. Molto bella l’idea delle clessidre usate come “viaggi vacanza” per ricompensare i servitori e farli viaggiare attraverso delle vere e proprie illusioni.

lunedì 30 dicembre 2019

Stuart Turton - Le sette morti di Evelyn Hardcastle

«Nulla di meglio di una maschera per rivelare la vera natura di chi la porta»: proprio sul concetto di maschera ragiona questo Le sette morti di Evelyn Hardcastle, giallo con elementi mystery che mescola Edgare Wallace, Cluedo, Downton Abbey e Black Mirror e immerge il lettore in una storia molto originale e perfettamente congegnata. Tutto parte dal protagonista Aiden Bishop, che si sveglia in un bosco, non ha memoria di sé, crede di assistere a un omicidio, vede una ragazza che scappa, cerca una via di fuga e approda a una casa enorme e abbandonata a se stessa. La tenuta è quella di Blackheat, e nella casa sono radunati numerosi personaggi, invitati a una festa in maschera in onore del ritorno a casa della figlia degli Hardcastle, Evelyn, dopo essersi trasferita a Parigi. Curiosamente, 19 anni prima, nello stesso giorno si è tenuta la stessa festa, durante la quale è morto il figlio minore degli Hardcastle, Thomas, fatto che ha fatto deflagrare le relazioni all’interno della famiglia e ha segnato in particolar modo Evelyn. A poco a poco Aiden comincia a capire di essere finito in un gioco più grande di lui, fatto di intrighi e scoperte: scopre di non poter fuggire da Blackheath e di avere otto giorni per scoprire il segreto della morte di Evelyn, che ogni sera alle undici muore per un colpo di pistola al ventre cadendo nel laghetto della tenuta. Se all’inizio scopre di essere nel corpo di un medico, Aiden ogni giorno si sposta in un corpo diverso appartenente agli ospiti della casa, vivendo dunque in prima persona gli accadimenti dello stesso giorno fino a quando non sprofonda nel sonno: questi personaggi non sono semplici burattini che lui può muovere a piacimento, ma veri e propri personaggi mossi da emozioni, pulsioni e traumi sempre più difficili da gestire, che condizionano Aiden secondo il loro modo di pensare, la loro personalità e i loro difetti fisici. Il campionario umano è molto ben assortito: ci sono il banchiere, l’agente di polizia, il giocatore d’azzardo, il medico spacciatore, lo stupratore seriale. Arbitro di questo gioco è un personaggio parecchio inquietante, vestito da medico della peste, che non svela il proprio volto; ad affiancare la sua presenza costante ci sono la misteriosa domestica Anna, il cui nome non compare né tra gli invitati né nel personale di servizio, e il lacchè, infallibile cecchino che minaccia di uccidere spietatamente ognuna delle incarnazioni del protagonista. Ovviamente, la narrazione in prima persona permette una totale identificazione con il protagonista da parte del lettore, che ne condivide lo smarrimento, e la questione delle varie incarnazioni è perfetta per rivivere la giornata dai diversi punti di vista e ricostruire il background e le motivazioni di ognuno, in una complessa rete di ricatti, verità e menzogne (e ne vengono dette molte). All’inizio non si capisce nulla ma, stando al gioco, si viene a capo di un vero e proprio mosaico di dettagli e indizi disseminati lungo il testo, cosa che spinge a una rilettura per poter apprezzare molti particolari che, soprattutto all’inizio, si sono inevitabilmente persi. Certo, qualcuno potrebbe avere problemi a non accettare la natura irrazionale dell’indagine (anche se la ricostruzione dell’enigma è del tutto razionale), ma Stuart Turton è capace di utilizzare il giallo per parlare di colpa, peccato, redenzione e perdono. Un romanzo da non sottovalutare.

lunedì 23 dicembre 2019

Friedrich Reck-Malleczewen - Il re degli anabattisti

Nuova edizione Fede & Cultura per quello che è a suo modo un classico, Il re degli anabattisti di Friedrich Reck-Malleczewen, aristocratico prussiano cattolico morto nel campo di concentramento di Dachau, che racconta una vicenda che costituisce parte cospicua anche del fortunato romanzo Q di Luther Blissett: la presa di Münster da parte degli anabattisti nel 1534-35 e il loro tentativo di rinnovamento (o sovvertimento) sociale prima della capitolazione davanti alle truppe del vescovo-principe von Waldeck. Da un lato Münster, città della Vestfalia caratterizzata fin dall’inizio della Riforma da un protestantesimo combattivo e lontano dai compromessi di Lutero; dall’altro l’anabattismo, che non solo predica la necessità di un nuovo battesimo da adulti ma che rappresenta un’opposizione interna al protestantesimo di Lutero (i contadini di Thomas Müntzer avevano cercato di opporsi al sistema feudale e per questo erano stati ferocemente repressi dai principi). Come sempre accade in questo caso, partendo dalla volontà di tornare alla purezza della religione cristiana e da pubbliche dichiarazioni di “reciproca tolleranza” e di “libertà di religione”, costoro tentarono di tornare allo stato edenico attraverso un rinnovamento sociale basato sulle Scritture dell’Antico Testamento: suddivisero la città in parti, cambiarono nome alle strade, proibirono la proprietà privata ed elessero un profeta, Jan Matthys, alla cui morte succedette Jan Bockelson di Leida, uno capace di ammazzare dichiarando: «La porta della misericordia è sbarrata». In breve Bockelson divenne il re di Münster, la nuova Sion in terra, ormai ricettacolo di tutti i criminali dell’impero e contraddistinta dal sangue e dalla follia: una comunione dei beni che diventa comunitarismo se non proprio comunismo («Un cristiano non deve possedere denaro e il suo argento o il suo oro appartengono all’uno come all’altro»), lussuria sfrenata, abusi di ogni tipo, chiese devastate e imbrattate, conventi saccheggiati, poligamia obbligatoria (pena la morte se le donne rifiutavano), isteria collettiva, propaganda, eliminazione delle “bocche inutili”, esecuzioni sommarie e quotidiane per punire il peccato sulla base di un semplice sospetto. Il tutto, ovviamente, condito e legittimato da citazioni bibliche e presunti comandi ricevuti direttamente da Dio: in un’occasione si pensa addirittura di uccidere il vescovo von Waldeck come Oloferne inviando nel suo accampamento una specie di Giuditta con una camicia intrisa di veleno. La cosa più grottesca è proprio il ruolo di Bockelson, autentico “re giullare”, e del suo sgherro Knipperdolling dai «tratti paranoici del santone», cui si deve la decisione (dovuta a una visione) di abbattere i campanili, simbolo dell’illecita superiorità della Chiesa cattolica, affinché tutto ciò che era elevato fosse umiliato. Reck-Malleczewen ricostruisce questa pagina nerissima della Riforma protestante e la legge in chiave controrivoluzionaria, ovvero come il primo grande esperimento di trasformazione violenta della società compiuto in Occidente, direttamente connessa all’esperienza della Germania nazista, di cui lo stesso Reck-Malleczewen era strenuo oppositore. In questo senso si capiscono le sue parole quando parla di «una diabolica intossicazione tedesca, un evento nel corso del quale dagli antri segreti di quest’anima ambigua evasero tutti i diavoli, gli spiriti e i satanassi che fino ad allora si era osato fissare soltanto sulle devote tavole gotiche». L’autore affronta l’episodio di Münster in chiave di «follia collettiva» ed «emblematica psicosi», interrogandosi come abbia potuto verificarsi «proprio in questo angolo della Germania settentrionale, tra una borghesia apparentemente compassata». Quindi individua la chiave di tutto nel Rinascimento, periodo che «ha comportato per la Germania l’introduzione violenta di uno stile di vita straniero» e che ha segnato lo slittamento da una società incentrata su Dio a una basata sul denaro, corrispondente alla rottura dell’unità dei cristiani e dell’impero: il crollo delle «idee più antiche e sacre» ha lasciato spazio al più sfrenato individualismo, spingendo l’uomo nordico «ad accettare l’idea che un capitale che genera interessi fosse un elemento chiave nel corso della storia». In questo modo l’etica svuotata di senso di matrice calvinista diventa virtù fine a se stessa, per arrivare fino a Robespierre «che alla fine, paradossalmente, distrugge la stessa vita per amore della virtù». Addirittura, secondo Reck-Malleczewen, Bockelson nemmeno ci credeva a quel che predicava ed era pronto a tradire la causa «se questo gli avesse consentito di ottenere la pace con l’impero e una vantaggiosa uscita di scena» e soprattutto avesse avuto alle spalle qualche potenza più forte, esattamente come Napoleone perseguitò i giacobini e richiamò l’antica nobiltà emigrata. Certo, spesso l’estrazione aristocratica dell’autore («la canaglia detesterà sempre ciò che non può entrare nel suo cranio scimmiesco»), specie quando si scaglia contro l’affermazione dell’uomo-massa o denuncia della rottura dell’unità dei cristiani e dell’impero in nome di «quel delirio avvelenato» che è l’«uguaglianza di tutti gli uomini», principio che darà origine agli enciclopedisti dell’Illuminismo, alla Rivoluzione francese e a quella bolscevica («Buona notte, amato mondo antico e religioso; buona notte, anti-co Sacro Impero; buona notte, mondo dei cercatori di Dio e dei costruttori di cattedrali… buona notte, buona notte»). Dal punto di vista stilistico, invece, siamo di fronte a un testo modernissimo, che mescola discorso diretto e indiretto, prima e terza persona, frasi profetiche e visioni, scene di violenza e prove documentali; addirittura si interroga su come evolveranno le cose e si rivolge agli stessi rivoltosi, rammentando loro le imprese compiute. In questo modo catapulta il lettore in uno scenario quasi pulp: basti la narrazione in prima persona della fame a Münster, con la gente costretta a mangiare le rilegature in pelle dei libri, gli stivali e le candele, e a cuocere lo sterco di vacca e le proprie feci; o la descrizione della messa orgiastica con il re, le sue regali mogli e l’intera comunità che presentano all’altare offerte sacrificali consistenti in ratti morti, teste putrefatte di gatti e zoccoli di cavalli uccisi. Niente di più distante da un saggio classico e accademico.

sabato 14 dicembre 2019

Tom Gauld - Mooncop

Anche la solitudine può essere poetica, come prova Mooncop, deliziosa graphic novel scritta e disegnata da Tom Gauld in bianco, nero, blu e azzurro che immagina una luna colonizzata e abbandonata dall’uomo. Il satellite è ormai semideserto, in un vero e proprio fallimento dell’immaginario fantascientifico, come a suggerire la negazione di un futuro che (per noi) non è ancora arrivato; tutti tornano sulla Terra e vengono sostituiti da automi intelligenti, quasi una metafora dei piccoli paesini di provincia che si svuotano e scompaiono. È un volume molto malinconico, fatto di poche cose, sfumature e piccole disavventure che fanno sorridere e sognare: il protagonista è un poliziotto che si aggira per la superficie lunare deserta al fine di far rispettare la legge: la sua ronda consiste in una ragazzina da riportare a casa, una signora anziana che è stata tra le prime a trasferirsi sulla luna e che ora è alla ricerca del cane, l’automa senile di Neil Armstrong che vaga attorno al Museo locale. Tutto è pervaso di un’ironia sottile e gentile, basti pensare al poliziotto che ha il 100% di crimini risolti (0 su 0) e all’inserviente del negozio di ciambelle eletta impiegata del mese. Il tratto è essenziale, gli elementi sono ridotti all’osso: tutti (compreso il cane e il bar) sono dotati di casco, e la Terra assume valenza poetica prendendo il posto della luna nel nostro immaginario celeste.