martedì 18 febbraio 2020

Antonio Caprarica - La regina imperatrice

Prendi in mano La regina imperatrice di Antonio Caprarica e, con una copertina del genere, hai l’impressione di trovarti davanti a un romanzo d’amore stile Harmony a sfondo storico. Il sottotitolo Intrighi, delitti, passioni alla Corte di Victoria fa il resto. Niente di più errato: si tratta del più classico caso di copertina fuorviante che cerca di proporsi a un pubblico che probabilmente non apprezzerà. Infatti l’ultima opera dell’ex inviato Rai da Londra è un saggio storico camuffato da romanzo che mette in scena e fa interagire personaggi esistenti cucendo loro addosso impulsi, motivazioni e passioni, a volte inventando ma più spesso basandosi su un lavoro di ricerca documentale. Caprarica è sempre interessato a dimostrare di quanto sia complicata la vita dei reali e indugia sulla deboscia dell’erede al trono Bertie (il futuro Edoardo VII); oltretutto torna sul materiale già raccontato in libri precedenti (Il romanzo dei Windsor, Tanto sesso, siamo inglesi! e Royal Baby) e cerca di consegnarci l’affresco di un’età, quella vittoriana, che rappresenta il culmine della potenza britannica ma che è ancora un coacervo di contraddizioni: basti pensare che Londra, la capitale dell’impero, era popolata da un esercito di miserabili (70-80.000 prostitute tra lo Strand e Haymarket, secondo i calcoli di uno dei primi sociologi inglesi, Henry Mayhew, bambine comprese), e che la società era contraddistinta da un pesante antisemitismo (il miliardario ebreo Rotschild si vide rifiutare la nomina a Pari del Regno). A dominare su tutto c’è ovviamente Vittoria, regina per 63 anni e considerata la “nonna d’Europa” (nove figli e una quantità infinita di nipoti e pronipoti), curiosamente molto meno “vittoriana” dell’età a cui ha dato il nome: una donna passionale, capace di scegliersi un marito contro il parere della corte e di non farsi guidare da nessuno, in un’epoca (apparentemente) sessuofoba e (sicuramente) maschilista nella quale le donne venivano considerate poco più che uno strumento sessuale e che si vedevano riconosciuti gli stessi diritti dei. Anzi, Vittoria era molto moderna nel modo di affrontare i maschi: trattava da pari a pari con i primi ministri (il detestato Gladstone, l’amato Disraeli) e non si faceva mettere in soggezione da nessuno. Nel periodo preso in esame, dal 1870 al 1877, la troviamo però devastata dalla perdita del marito, l’amato Albert, a soli 42 anni: decide di scomparire dalla vita pubblica trovando conforto a Balmoral insieme al guardiacaccia John Brown e questo crea un enorme problema, come fa notare Gladstone (la regina è scomparsa e il regno è screditato per via del comportamento debosciato dell’erede al trono). Nel frattempo, il Paese è attraversato da fremiti repubblicani e socialisti (la Comune di Parigi è uno spettro sempre ben presente), soprattutto per la difficile situazione sociale. Ovviamente, esattamente come l’età che da lei prende il nome, anche Vittoria è un personaggio caratterizzato da molte ombre (e forse questo è l’aspetto più convincente del romanzo), come la poca attenzione per le riforme sociali al di là della pietà individuale e il paternalismo ma contemporaneamente il grande interesse per il trattamento degli animali (pretese che il Parlamento facesse una legge per limitare l’utilizzo come cavie nei laboratori). Era però anche una sovrana aggiornata e intraprendente: fu infatti la prima a sottoporsi all’uso dell’anestetico nel parto.

giovedì 13 febbraio 2020

Giulia Fornasier - Accetto la sfida

Di norma non parlo mai di libri nuovi sui quali ho lavorato, ma per questo faccio uno strappo alla regola, visto quanto ci tengo e quanto tempo ci ho dedicato, e non solo perché compaio nei ringraziamenti: Accetto la sfida (sottotitolo Fatti e misfatti di una donna in trincea tra fede, speranza e ostetricia) di Giulia Fornasier è un brillante “oggetto narrativo” (non lo chiamiamo romanzo) scritto a mo’ di diario, un po’ Bridget Jones e un po’ Costanza Miriano, che ha come protagonista Rebecca Rossetti, un’ostetrica (come la sua autrice) in perenne lotta con la propria esistenza, che tende a inclinare pericolosamente sempre verso il disastro (Una tipa da tripla d: donna, disastro, delirio). Da quando l’ho letto la prima volta, prima di essere sistemato, mi ha conquistato, non solo perché è scritto bene, ma perché è simpatico, frizzante e leggermente nevrotico, insomma racchiude tutti quegli elementi che sono tipici della letteratura femminile, che tanto mi piacciono e che sono del tutto insoliti nella produzione di Fede & Cultura. La nostra Rebecca passa in rassegna le sfighe e i casini della propria vita, i conflitti familiari (il rapporto con i genitori, soprattutto la madre), lo studio e la conquista di una qualifica professionale, i problemi nella ricerca di un lavoro in un Paese orribile come l’Italia, la faticosa ricerca dell’anima gemella (che sembra non arrivare mai o, forse, nemmeno esistere), insomma le piccole grandi battaglie di ogni giorno, quando anche le cose più banali (l’accensione di uno scooter, una ricarica del cellulare) sembrano girare alla rovescia. E non è un caso che a ognuno di questi temi sia dedicato un capitolo del libro, in una narrazione coerente e progressiva che riflette il percorso della crescita dall’adolescenza alla terribile “trentannità”, nella perenne condizione di single («senza azzardare troppo, se a cinque anni guardi la zia single ubriacarsi ai matrimoni, a venti ti ubriachi con la zia e a trenta sei la zia ubriaca: “Ehi zia! Come va?”. “Eh, tiro a Campari”»). Alla base c’è l’idea di dover fare i conti con la propria esistenza irrisolta, nella consapevolezza che non è possibile lasciarsi andare continuamente al vittimismo prendendo a pugni il frigorifero (magnifica scena da cui parte la narrazione), magari trovando una ragione a quello che è successo. Certo, il messaggio cristiano è evidente e qua e là ci sono citazioni bibliche o di un’enciclica di Giovanni Paolo II, ma il libro non è per nulla apologetico o sanfedista: piuttosto, il contenuto che passa non è proposto in maniera diretta e aggressiva, ma mediato attraverso la storia personale, espressioni in dialetto trevigiano e riferimenti ai cartoni animati della Disney (ma anche a Notting Hill, a Guerra e pace e ai romanzi di Jane Austen). Quella di Rebecca è una storia piena di avventure divertenti se non proprio buffe, dallo stage dal dentista ai viaggi in Africa e in Irlanda (quest’ultimo capace di ribaltare le vostre idee pittoresche e bucoliche sull’isola di smeraldo), il tutto condito dalle incredibili frasi delle ancor più incredibili amiche («È più facile trovare un dodo che un uomo decente», «Usa i periodi di merda per concimare il tuo futuro»). Un libro a cui ci si affeziona: se siete single ed è San Valentino, dovete farlo vostro.

martedì 4 febbraio 2020

John Bottle - La vacca di Liliana

Qualche tempo fa ho contribuito alla pubblicazione de Il giovane Blogger (e altre storielle sulle orme di Salinger) di John Bottle, notevolissima raccolta di racconti tra Il giovane Holden, la psichiatria, Don Chisciotte e la fede interista. Prima di questo esordio, Bottle aveva già pubblicato questo La vacca di Liliana (un giallo-porno in psichiatria), ebook breve breve scritto come pièce teatrale che si trova su Amazon e che funge da perfido e surreale atto di accusa nei confronti della psichiatria, della somministrazione e dello spaccio di farmaci compiuto in combutta con gli operatori farmaceutici, e allo stesso tempo una specie di riflessione meta-testuale sul ruolo dei pazienti (tra cui figurano Charles Bukowski, Cesare Pavese e Dino Campana), dei protagonisti (Enrico Mentana) e dello stesso autore, che interviene direttamente nel testo come artefice della vicenda. La vacca di Liliana del titolo è una gigantesca mucca di gomma semi-trasparente nello studio della psichiatra luminare (la Liliana del titolo) al cui interno ci sono due demoni, Graffiacane e Rubicante, che reggono uno schermo a cristalli liquidi.

lunedì 27 gennaio 2020

Franco Pezzini - Il Conte incubo. Tutto Dracula Volume I

Uscito nel 1897, frutto di otto anni di lavoro, Dracula di Bram Stoker è un’opera-mondo, un immenso affresco dell’età vittoriana, definizione che si usa generalmente per i romanzi considerati “alti”. Infatti in esso ritroviamo l’economia, la politica, la scienza, la religione, la storia, le inquietudini, come uno specchio oscuro di una società alle soglie del nuovo secolo. A rendergli finalmente giustizia è Franco Pezzini nel primo volume di Tutto Dracula, edito da Odoya nella solita magnifica veste illustrata: un librone di 500 pagine (ed è solo la prima parte!) in cui l’autore fa calare il lettore nell’opera in maniera immersiva e minuziosa, raccontando il testo e commentandolo, quasi riga per riga. A corredo del testo è posta tutta una serie di schede che non solo calano il romanzo nel contesto ma ne analizzano le ricadute nell’immaginario, quindi dal punto di vista teatrale, cinematografico, televisivo e fumettistico. Quello che maggiormente emerge è che, per essere capito fino in fondo, Dracula deve essere letto con gli occhi del lettore vittoriano che frequentava le funzioni religiose e la lettura della Bibbia (molto più di quanto lo si sia soliti fare oggi). Solo in questo modo si capirà come nel romanzo si abbia una sorta di sovversione del linguaggio biblico per mostrare l’entità della minaccia in gioco. In gioco c’è sicuramente una dimensione escatologico-apocalittica, per cui il Conte Dracula non è soltanto uno stregone faustiano e un non-morto portatore di infezione, ma anche una sorta di Anticristo e «l’Adamo di una nuova stirpe» che rischia di conquistare la terra e che «beve sangue e spinge a berne portando una parodia di risurrezione», in contrapposizione all’invito di Gesù Cristo di bere il suo sangue per ricevere la vita eterna e la risurrezione. Già nel castello in Transilvania Dracula ha comportamenti e gesti che lo fanno immediatamente identificare con Erode e Giuda, cattivi evangelici perfettamente chiari per i vittoriani usi alla lettura dei testi sacri: anche il nemico di Dracula, Van Helsing, a metà tra lo scienziato positivista e un campione dell’irrazionale, di nome fa Abraham, cioè Abramo, il primo dei patriarchi, padre-patriarca di una generazione nuova. È stato anche evidenziato come «il calendario del romanzo presenti un significato simbolico sospeso; un vero e proprio calendario antiliturgico, nel senso che evidenzierebbe la liturgia di Dracula come speculare e opposta a quella cristiana», svelando «sottotesto un’epifania del male, destinato comunque a una sconfitta». Il vampirismo attacca per infezione, quindi prescinde dalla colpevolezza della vittima, e rappresenta «una sorte post mortem non conseguente all’esercizio del libero arbitrio […] e in apparenza anzi condizionata da qualche oscura coazione magica legata all’antico mondo pagano».

Pezzini affronta ovviamente le implicazioni erotico-sessuali (e omosessuali) del vampirismo, fenomeno portatore di una sessualità “non ordinata”, sovvertitrice e minacciosa per l’ordine vittoriano, ma anche il sovvertimento temporale del non-morto che, ringiovanendo, fa scorrere il tempo al contrario ed è «l’ombra di un’irruzione divorante del passato a spese del presente e del futuro». Allo stesso tempo, il vampirismo potrebbe essere letto come una grande metafora in una società perbenista come quella vittoriana: i segni sul collo sono forse dei sostitutivi delle zone proibite dei seni e dell’area genitale, indicano la pericolosa impurità della donna e alludono alle ulcerazioni da sifilide, e qui Stoker si collega al dramma delle malattie veneree che avevano messo in moto una serie di provvedimenti normativi importanti (lo stesso comportamento di Lucy dopo essere stata vampirizzata è riconducibile all’isteria, secondo la concezione medica dell’epoca). Il discorso sulle paure di fine secolo si estende poi anche all’assenza di genitori (gli unici due, la madre di Lucy e il padre di Arthur Holmwood, sono malati e in breve muoiono): «Se Dracula è un romanzo di formazione, di iniziazione alla vita, tuttavia nella sua coralità socialmente differenziata (aristocratici come Arthur, alta borghesia come Quincey e Jack, piccola borghesia in progresso di status come Jonathan…) appare, a un livello più ampio, la crisi di un’intera generazione alle soglie del Secolo Nuovo: una generazione che ha la sensazione di trovarsi ormai orfana e senza guide – lo colonne della società vittoriana dell’Ottocento – davanti alle nuove sfide, e dunque costretta a cercare genitori adottivi», Dracula (quello cattivo) e Van Helsing (quello buono). Non a caso, il padre di Stoker si chiamava appunto Abraham.

Di Stoker viene ricostruita la vita, la sua passione per il teatro e il suo ruolo di manager del leggendario attore Henry Irving (sul quale il personaggio del Conte è modellato), e la sua simpatia nei confronti degli americani (il personaggio di Quincey P. Morris), visto come giovani e vitali «forse anche in contrapposizione a quegli aspetti algidi e tradizionali del mondo britannico che pure trova del tutto rispettabili» e che fungono “da correttivo”; ma soprattutto Pezzini sfata molte leggende, tra le quali quella famosissima secondo cui Stoker avrebbe cominciato a scrivere il romanzo dopo un incubo dovuto a un’indigestione di granchi (in realtà ci stava lavorando da anni) e quella della sovrapposizione di Dracula al personaggio storico di Vlad Tepes («Stoker non si ispira al Vlad storico, di cui conosce pochino, ma semplicemente ne mutua nome e qualche caratteristica per un personaggio che ha già deciso debba entrare in scena con un certo profilo»). Ma soprattutto sviscera il metodo di lavoro di Stoker, la sua bulimia letteraria e la sua tendenza a «raccogliere voracemente e capitalizzare nel Dracula un po’ tutti i topoi del gotico, sfruttandoli, fino alle estreme possibilità» e reinventandoli in una nuova chiave: il trasporto maledetto, il castello, la tempesta, il vascello fantasma, il cane spettrale, il sonnambulismo, lo stupro, la donna sepolta viva. Tutti temi desunti dai predecessori diretti a soggetto vampiresco (Il vampiro di Polidori, Carmilla di Le Fanu, Varney il vampiro), ma anche da altre influenze di quegli anni (il mito dell’Olandese volante, La ballata del vecchio marinaio di Coleridge, i dipinti L’incubo di Füssli e Ofelia di Millais).

Pezzini mette però in luce la maestria di Stoker come scrittore nella costruzione della storia, a cominciare dalla capacità di creare continue simmetrie capovolte fra diverse scene e di tratteggiare i personaggi, prime fra tutte le due figure femminili principali: da un lato Lucy, di ricca famiglia, la classica eroina romantica costruita secondo i cliché della fanciulla virtuosa e perseguitata che sogna l’amore (in maniera un po’ ingenua) e invece trova la morte; dall’altro Mina, di famiglia più modesta e quindi costretta a lavorare (fa l’istitutrice), un’eroina moderna pronta a muoversi, a viaggiare e a compiere delle imprese attive. È proprio Mina ad avere la funzione fondamentale di trascrivere, mettere insieme, ordinare e rendere coerenti tutti gli scritti del romanzo: infatti Dracula è un romanzo epistolare composto di stralci di diario (scritto o registrato fonograficamente), lettere, biglietti, telegrammi e trafiletti di giornali, «che permettono un gioco disinvolto tra immediatezza e recupero della memoria, tra affidabilità e ambiguità di voci sempre in soggettiva», e consentono «di evocare la sconcertante irruzione del sovrannaturale entro la quotidianità vittoriana “moderna”». Lo stesso utilizzo della stenografia, della macchina fotografica Kodak e della macchina da scrivere Traveller’s è un espediente che «accentua un sapore di dinamismo, rapidità e modernità» e serve «non solo per simulare una maggiore credibilità della storia, ma anche per accentuare l’effetto di forte contrapposizione tra l’orrore antico fluito dalla Transilvania e il mondo moderno dell’Inghilterra vittoriana».

giovedì 23 gennaio 2020

Ezio Mauro - Anime prigioniere. Cronache dal Muro di Berlino

«Il mostro vive in mezzo alla città, attraversa l’Europa, separa il mondo correndo per 156,4 chilometri, innalzandosi per 3 metri e 60 centimetri, affondando nel terreno per altri 2 metri e 10, con il corpo composto da 45.000 sezioni di cemento. Vigila con 302 torri di sorveglianza. Si avvolge in 127 chilometri di filo spinato. Si protegge con 105 chilometri di fossato. Si rinchiude in 20 bunker. Si circonda con la “striscia della morte” coperta di sabbia rastrellata ogni mattina, in modo che se qualcuno la calpesta restino le impronte. Minaccia con tre brigate di frontiera munite di pistole, carabine, mitra, bombe a mano, panzer russi T-34/85 e SU-76, cannoni e contraerea. Dissuade con 18.300 reticolati, trappole anticarro, barriere con denti metallici, sirene d’allarme e riflettori. Spaventa con 5000 cani pastore addestrati, i cani di confine con i denti rastremati dalla fresatrice, pronti all’impiego». Una descrizione da scenario distopico, e invece agghiacciante descrizione del simbolo della Guerra Fredda, il Muro di Berlino, che per 28 anni ha diviso in due una città e un intero continente, fondando i concetti di Est e Ovest. Ne parla l’ex direttore di “La Repubblica” Ezio Mauro in questo Anime prigioniere. Cronache dal Muro di Berlino, uscito in occasione del trentennale della sua caduta (avvenuta il 9 novembre 1989). Pur ricostruendone la vicenda, dalla sua edificazione nel 1961 alla sua fine, non è un libro di storia ma un’inchiesta giornalistica, condotta raccogliendo la testimonianza di chi è riuscito a fuggire o di chi semplicemente ci ha provato (attraverso tunnel sotterranei, a nuoto, in pallone aerostatico, con un rudimentale velivolo costruito con il motore di una Trabant), il racconto dei parenti delle vittime e degli oppositori. Non arriva ai livelli del bellissimo C’era una volta la DDR di Anna Funder, molto più agghiacciante e completo nel descrivere la vita ai tempi della Stasi, ma è pur sempre una buona occasione per ricordare una delle pagine più nere della storia recente. Costruito per far fronte alla fuga delle persone dall’Est all’Ovest (2 milioni e mezzo dal 1949 al 1960), tanto che Chruščëv disse telefonicamente al segretario del partito Ulbricht: «Creeremo un anello di ferro attorno a Berlino che vi aiuterà riducendo le fughe», anche se la versione ufficiale lo dipingeva come una “barriera difensiva”, e accettato dal mondo occidentale in nome della Realpolitik (Kennedy disse: «Un maledetto muro non è una bella cosa, ma è sempre meglio di una maledetta guerra»), fu edificato tagliando strade, piazze e cimiteri (tra cui quello degli Invalidi, separando dal resto del mondo la lapide di Manfred von Richthofen, il celebre Barone Rosso) e incarnando «l’ossessione del comunismo per il dominio dello spazio come controllo dell’anima attraverso il corpo, l’interdetto costruito nella pietra perché durasse per sempre». In 5.000 sono riusciti a passarlo, 87 sono state le vittime ufficiali, 115 secondo altri calcoli per arrivare fino a 225 se si considerano le morti collegate. Perfino i cani di frontiera, poi venduti a privati, passando davanti al Muro si mettevano ancora a correre e abbaiare, come se il Muro facesse parte del loro DNA. Tutto questo faceva della DDR un vero e proprio carcere, in cui per giunta tutti spiavano tutti in maniera maniacale, familiari compresi (il protagonista del film Le vite degli altri, Ulrich Mühe, leggerà dossier su di lui firmati dalla sua seconda moglie), per convenienza o per ricatto: basti pensare che in Russia il KGB aveva un agente ogni 1.500 abitanti, in Romania la Securitate ne aveva uno ogni 1.600, nella DDR ce n’era uno ogni 50. Tutto questo grazie all’invenzione degli “informatori non ufficiali” (ben 190.000, a fronte di 110.000 dipendenti ufficiali) escogitata da Erich Mielke, capo della Stasi e numero due del regime. Per non parlare delle persecuzioni, delle incarcerazioni, dei bombardamenti di radiazioni per far sviluppare la leucemia agli oppositori o marcarli per meglio seguire i loro movimenti, o del sesso per contagiare con le malattie veneree (tra l’altro, Putin era il referente del KGB a Dresda). Tutto questo fino a quell’incredibile 1989 che mise in ginocchio il Paese in seguito alle spinte innestate dalla Perestrojka di Gorbačëv, spinse i cittadini della DDR a cercare asilo nei Paesi vicini e il partito al crollo con l’allontanamento del grande capo Erich Honecker; il Muro cadde in maniera inaspettata, a novembre, quasi in sordina, per una delibera del partito durante una conferenza stampa (grazie a un giornalista italiano, Riccardo Ehrman, corrispondente dell’ANSA), segno della totale confusione di quei giorni. Mauro racconta l’intera vicenda come storia di aspirazione continua alla libertà, dalla parte e dal punto di vista dei protagonisti, ma poi rimane fermo lì, a quel 9 novembre 1989, senza addentrarsi nello specifico dei problemi dell’unificazione (e di come gli agenti della Stasi si sono ampiamente riciclati), come invece fa il libro di Anna Funder: quella sensazione degli stessi protagonisti di far parte di un mondo perduto e dimenticato in fretta, soprattutto dalla Germania Ovest nella sua ansia di normalizzare il tutto e cancellare il precedente regime in nome dell’economia di mercato. Problemi che hanno dato origine alla cosiddetta “Ostalgie”, la nostalgia dell’Est, che magari non è sempre semplice rimpianto per una dittatura ma il tentativo di trovare un riconoscimento da parte del resto di un mondo che difficilmente può capire cosa significasse vivere in un Paese assurdo come la DDR.

venerdì 17 gennaio 2020

Ivan Aleksandrovič Gončarov - Oblòmov

Pigri di tutto il mondo, leggete Oblòmov di Gončarov. Questo librone praticamente privo di azione, capolavoro della letteratura russa, è divenuto celebre per il suo straordinario protagonista, Il’jà Il’ič Oblòmov, vera e propria incarnazione dell’ozio e della pigrizia. Oblòmov rappresenta l’apoteosi del nullafacente passivo la cui indolenza è quasi una condizione filosofica, tanto che Nikolaj Dobroljubov, nel suo saggio Che cos’è l’oblomovismo, sostiene incarni perfettamente il tipo sociale dell’uomo superfluo che a metà Ottocento prosperava in terra russa e ne popolava la letteratura (non a caso, Oblòmov critica la smania dei viaggi e la propensione al lavoro di inglesi e tedeschi). Abitante di Pietroburgo, proprietario terriero figlio della piccola nobiltà di provincia, il nostro (anti)eroe avrebbe tutte le possibilità economiche e intellettuali per operare nella società ma non fa nulla, manca di risoluzione e decisione, anche riguardo al lavoro (abbandona un impiego al ministero) e agli affari (ammette di non avere idea di come si gestiscano le sue proprietà). La prima parte del romanzo è la descrizione della “galassia Oblòmov”, dei suoi incontri casalinghi (con personaggi maschili di mezza tacca) e dei suoi rapporti con il servo-padrone Zachar (un gaglioffo ubriacone che non perde occasione di parlare male di lui), poi il romanzo si apre alla narrazione quando l’amico fraterno Andrej Stolz, mezzo tedesco, obbliga Oblòmov a uscire, psicologicamente e fisicamente, dal proprio guscio (e di gettare via la vestaglia che lo avvolge costantemente). Stolz lo convince a frequentare qualche occasione mondana e gli presenta Ol’ga Il’inskaja (è stato notato che il suo cognome ha stessa radice del nome e del patronimico di Oblòmov, quasi a suggerire l’idea di un possibile segno del destino e di una probabile affinità), di cui il nostro si innamora, ma il lungo fidanzamento finisce nel nulla quando, di fronte all’impegno che rappresentano le nozze, il nostro ricade nella sua abulia e spinge Ol’ga nella braccia di Stolz, che la sposerà. L’idea della vita di società e della conversazione, infatti, lo terrorizza e lo indispone: lui vorrebbe solo chiudere gli occhi e ficcarsi sotto le coperte, senza nessuno tra i piedi ad agitarlo, beato della propria marginalità e della propria inutilità. Rovinato da imbroglioni che gli mangiano il suo patrimonio, finirà per sposare la padrona di casa, la popolana Agaf’ja, semplice e buona, con la quale trova tranquillità e sicurezza, rinunciando sempre più a vivere. Avrà un figlio, si ammalerà e morirà giovane. Per tutto il romanzo tifiamo per un suo cambiamento e una sua presa di coscienza, che però non arriva mai; anzi, la sua triste vicenda è un continuo ammettere la sconfitta senza combattere («La mia vita è iniziata dal tramonto. [] Dal primo momento in cui ho avuto coscienza di me steso, ho sentito che mi stavo già spegnendo»; «Ah, la vita! [] Incalza, non dà tregua! Vorrei distendermi e addor­mentarmi… per sempre…»), nonostante lui sia un uomo onesto, sincero e dotato di capacità e qualità, prima fra tutte quella di voler bene alla gente. Oblòmov è profondamente disagiato, ma anche gli altri personaggi non sono privi di pecche: Stolz è esattamente il suo contrario (concreto, razionale, nemico dell’immaginazione e dei sogni a occhi aperti), e di fatto i due restano impenetrabili uno all’altro. Allo stesso modo Ol’ga dimostra di non essere adatta, giungendo a invidiare ad Agaf’ja il suo essere stata per Oblòmov quello che lei non era riuscita ad essere. E poi non è tutta colpa di Oblòmov: nel capitolo sul sogno del protagonista, Gončarov ricostruisce l’infanzia e l’adolescenza del protagonista, dominate dall’abbandono e dalla pigrizia, con una madre terribile, apprensiva e possessiva che non lo lascia uscire di casa a giocare con i contadini, ma lo costringe in una realtà ovattata e sonnolenta, lontana da ogni idea di operosità, perfetto esempio di cattiva educazione e di parassitismo della classe dei proprietari terrieri russi. Un finissimo studio psicologico, che tiene alta l’attenzione grazie a una grande scrittura (a volte molto ironica) nonostante, come detto, l’assenza quasi totale di azione.

venerdì 10 gennaio 2020

Andrzej Sapkowski - Il guardiano degli innocenti

Mi è piaciuta la serie tv The Witcher prodotta da Netflix? Abbastanza, perché nonostante le pecche non intende collegarsi ai videogiochi (pur splendidi) di CD Project ma si basa direttamente sui libri di Sapkowski, riflettendo il disordine narrativo dei primi due volumi. Caratteristica quanto mai vera per questo Il guardiano degli innocenti, che io avevo già letto due volte (e di cui ho parlato QUI e QUI) ma che sono stato spinto a riprendere in mano, complice la nuova edizione economica uscita per l’occasione. La febbre per lo strigo Geralt di Rivia è alta, anche grazie a Netflix: i videogiochi hanno ricominciato a vendere, i libri originali a essere recuperati. La serie tv riprende addirittura cinque episodi di questo primo volume della saga (Lo strigo, Il male minore, Una questione di prezzo, Il confine del mondo, L’ultimo desiderio), lasciando fuori solo Un briciolo di verità e La voce della ragione, quest’ultimo racconto-cornice equivalente alle storie dei classici antologici Disney di una volta che servivano da raccordo tra una storia e l’altra. Le vicende dello strigo sono state affrontate dagli sceneggiatori in maniera episodica, con una struttura quasi circolare, ricalcando la dinamica di una quest da risolvere o di una missione cui prendere parte (oppure rifiutare). Lo stile è sempre quello di Sapkowski, umoristico, tagliente, pieno di quesiti morali, anche se è bene chiarire che in molti lo trovano dozzinale: Geralt non è un prode cavaliere, ma un mercenario mutante odiato e temuto da un mondo razzista che lo tollera solo finché le sue abilità sono richieste, e per questo è ben conscio che scegliere azioni apparentemente onorevoli e degne di un eroe tradizionale potrebbe portare a delle conseguenze spiacevoli. Il dubbio morale è la zona grigia in cui il nostro strigo si muoverà sempre, soprattutto tenendo conto del fatto che nulla è mai come sembra e che i confini tra bene e male non sono mai troppo chiari ma si rispecchiano nella percezione personale di giusto e sbagliato. Forse la serie dedica poco spazio a Geralt, soffermandosi molto sulle due coprotagoniste Yennefer e Ciri, ma soprattutto è poco attenta all’operazione che Sapkowski fa sul mondo della fiaba classica (la Bella e la Bestia, Biancaneve, il principe Istrice, la lampada di Aladino), da lui destrutturata e ribaltata in chiave ironica, cinica e beffarda. Purtroppo oggi tutti cercano un altro Trono di spade, ma con Sapkowski cascano male.