venerdì 13 settembre 2019

Erica Jong - Paura di volare

Considerato un caposaldo della letteratura femminile, Paura di volare è un romanzo di inizio anni Settanta a torto definito “erotico”. Di certo ha un linguaggio assolutamente esplicito (e talora volgare) e, letto oggi, risulta irrimediabilmente datato e altalenante a livello di ritmo, ma prima di stracciarsi le vesti in preda allo sdegno bisogna dire che ha un taglio del tutto diverso dal filone alla 50 sfumature: infatti, come scrive Lidia Ravera nella Prefazione, le avventure della protagonista non raccontano «il piacere di soccombere, la voluttà dell’obbedienza, lo strapotere del maschio miliardario e sadico», bensì «la vittoria di una donna su se stessa, la sua conquista del desiderio, della libertà di sperimentare». Insomma, rispetto alla produzione di E.L. James (autrice delle suddette 50 sfumature) o Anna Todd (autrice della serie After) sembra quasi di avere a che fare con un Nobel per la letteratura: questione di punti di vista, insomma. Il romanzo, probabilmente autobiografico (ma la stessa autrice ammette di non dire sempre la verità), risente pesantemente del clima anni Settanta nel quale fu scritto, vale a dire la grande epoca della contestazione, della liberazione sessuale, della psicanalisi e della convinzione di poter cambiare il mondo. La protagonista è Isadora Wing, alter ego dell’autrice, ebrea, colta e newyorkese, autrice di poesie erotiche, sposata con uno psicanalista dopo essere già stata sposata con un malato di mente («Era logico che dopo uno psicotico volessi sposare uno psichiatra»): lo spunto è una trasferta europea con il marito Bennett per andare a un convegno di freudiani americani a Vienna, e da qui una sorta di triangolo amoroso che si trova a vivere con l’amante inglese Adrian Goodlove, conosciuto in questa occasione. La vicenda tocca un sacco di tematiche, come la scoperta del potere della seduzione femminile, la scoperta del proprio corpo, il bisogno di compiacere i maschi, la necessità di fare delle scelte, la ricerca di affetto e felicità, la sensazione di essere perseguitata (Isadora è ossessionata dal Terzo Reich e dai tedeschi), la contraccezione (Isadora usa il diaframma), la maternità (i problemi con la propria madre, cosa significa essere madre, la domanda se la donna si completi veramente se è madre, quanto i figli sono un ostacolo all’affermazione personale). Ma soprattutto l’emancipazione femminile, la donna che lavora, viaggia e non dipendente dall’uomo (sia da single sia da sposata), che fa quello che vuole e non viene colpevolizzata per questo («Mi sento in colpa perché scrivo poesie invece di cucinare. Mi sento in colpa per qualunque cosa. (…) Le donne sono le peggiori nemiche di se stesse. E i sensi di colpa sono il principale strumento della tortura che si autoinfliggono»), con il sogno di liberarsi dal senso di colpa e di essere disinibita e senza problemi come le protagoniste dei romanzi erotici. Inutile dire che il titolo Paura di volare non è solo da prendere in senso letterale ma richiama tutto questo, la voglia di liberarsi e volare alto ma aver paura di farlo per tutta una serie di inibizioni, restrizioni e considerazioni. Spesso e volentieri la nostra eroina passa in rassegna le sue disavventure con i suoi vari amanti e talvolta si prende sul serio («La vita non ha una trama. È molto più interessante di tutto quello che si può raccontare, perché il linguaggio, per la sua stessa natura, dà un ordine alle cose, mentre la vita vera non ha un ordine») ma, a dispetto dell’ambientazione psicanalitica (e anni di terapia non sembrano aver poi portato a molto), la Jong utilizza uno stile leggero e ironico, perfettamente esemplificato dall’invenzione della scopata senza cerniera, roba in puro stile Sex & the City («senza cerniera (…) perché l’avvenimento ha tutta la velocità e la concentrazione di un sogno e come un sogno sembra libero da rimorsi e sensi di colpa; perché non si parla del marito defunto di lei o della fidanzata di lui; perché non si cerca di razionalizzare; perché non si parla per niente. La scopata senza cerniera è assolutamente pura. (…) È più rara di un unicorno»); non è da meno però l’idea di scrivere un poema epico sulla storia del mondo e di classificazione dei popoli attraverso i gabinetti.

domenica 25 agosto 2019

Antonio Caprarica - Ci vorrebbe una Thatcher

Margaret Thatcher! La Lady di Ferro, uno dei simboli degli Anni Ottanta, è ancora in grado di far tremare tutti, dall’intellettuale all’uomo della strada, guadagnandosi probabilmente un posto nell’Olimpo dei supercattivi di tutti i tempi. Figlia di un droghiere e malvista da «un gruppo dirigente fatto di maschi, nobili, proprietari terrieri e allievi di Eton», nel suo regno di leader del Partito Conservatore e di Primo Ministro (1979-1990) mise in atto un lungo braccio di ferro con i minatori e una serie di riforme dure e impopolari con fermo controllo della spesa pubblica, deregulation finanziaria, taglio delle tasse e privatizzazioni risollevando un Paese fondato sull’assistenzialismo ma sull’orlo del baratro finanziario, che aveva chiesto l’intervento del Fondo Monetario Internazionale per salvare la propria valuta e che annaspava nel declino industriale e in una crescente disoccupazione. La Thatcher credeva che la disuguaglianza fosse uno stimolo per la crescita degli individui e della società, e per questo era sostenitrice di uno Stato leggero attento a non soffocare sotto un fardello di regole e sussidi la creazione di ricchezza. Ha fatto molto di più che applicare una teoria economica: ha prodotto la rivoluzione della classe media che ha cambiato la mentalità e la faccia del Paese perché ha permesso l’emergere di una borghesia che lavorava a discapito di chi per tradizione aveva di più. In quindici anni la Gran Bretagna era già diventata un Paese ricco e trendy al quale il resto del mondo guardava con ammirazione, e ha permesso a Tony Blair (che si è guardato bene dall’invertire la rotta) di inaugurare la sua Cool Britannia. Prima che vi stracciate le vesti, sia che siate di sinistra sia di destra (la sinistra inorridisce, ma la destra tradizionale odia la Lady di Ferro anche di più, in quanto atlantista e liberale, quindi tesa a imporre il denaro come unico valore), Ci vorrebbe una Thatcher di Antonio Caprarica non è un libro sulla Thatcher, ma su quanto la Thatcher avrebbe da insegnare a un Paese come il nostro. Quando è stato scritto c’era Monti, ma non cambia molto, nonostante nel frattempo siano passati Letta, Renzi Gentiloni e Conte, perché i problemi restano sempre gli stessi: da ex comunista e uomo di sinistra (qualcuno direbbe: perfetta deriva da PD), Caprarica sostiene che anche all’Italia servirebbe una rivoluzione come quella portata dalla Lady di Ferro in Gran Bretagna, che la nostra società e la nostra economia dovrebbero aprirsi (orrore!) al liberalismo e a valori come la trasparenza, l’individuo, la concorrenza, la responsabilità personale, perché «i sussidi di Stato alle aziende decotte non sono una vera alternativa alla crisi. È la stessa verità che bisognerebbe dire alle migliaia di lavoratori italiani intrappolati in aziende obsolete e in crisi. […] Non si creano posti di lavoro stabili e duraturi difendendo imprese antieconomiche. […] E continuare a sborsare soldi pubblici giusto per passare il problema a chi verrà dopo è un inganno non solo per i posteri, ma pure per i contemporanei». Insomma, dovremmo tutti abbandonare l’idea del sussidio o dell’intervento statale in grado di risolvere tutti i problemi, o la convinzione che sia più utile salvare il posto di lavoro che il lavoro. Monti poteva essere una nuova Thatcher e modernizzare l’Italia? No, perché a differenza della Thatcher non aveva né i voti né il consenso popolare per mettere in atto dei provvedimenti impopolari. A dire il vero, ha tentato solo alcune liberalizzazioni sul mercato del lavoro, dei capitali e delle professioni, e non è intervenuto sula fine delle corporazioni che bloccano il mercato del lavoro; anche la creazione di società a un euro (provvedimento che avrebbe dovuto incentivare la creatività giovanile e lo spirito imprenditoriale delle nuove generazioni) è miseramente fallita perché poi, per partecipare alle gare, ci voleva un capitale di almeno 20.000 euro. Per capire la differenza tra Italia e Regno Unito basti pensare che lì manca la figura del notaio: figura del tutto inutile, in quanto il rapporto Stato-cittadino è basato sulla fiducia. Curiosamente, da quelle parti i tagli agli enti locali hanno dato origine a sperimentazioni legate alle istanze più vicine ai cittadini: «Costretti dall’austerità a pesanti riduzioni di budget, le amministrazioni periferiche li hanno usati per concepire nuove risposte ai bisogni delle loro comunità». Forse da qui dovrebbe partire la lezione della Thatcher, la necessità che l’economia riprenda in settori diversi da quelli tradizionali: valga l’esempio, citato da Caprarica, del mercato dell’auto che è stato sorpassato da quello della bicicletta, segno di un panorama ormai cambiato.

venerdì 23 agosto 2019

Beppe Severgnini - Inglesi

Ho sempre apprezzato Beppe Severgnini come giornalista di costume che parla di viaggi, di idiosincrasie degli italiani e di Inter, più che come tuttologo e grande sacerdote del politicamente corretto, figura che si è ritagliato negli ultimi tempi e che me lo hanno reso indigesto. È bello quindi recuperare la sua verve e le sue caratteristiche in questo vecchissimo Inglesi, libro che raccoglie le sue impressioni di corrispondente da Londra nella seconda metà degli anni Ottanta per conto de “Il Giornale”. È bene precisare che si tratta di un libro datato, uscito nel 1990, che poi è stato ampliato nel corso del tempo con altri contributi degli anni successivi fino al 2003: Severgnini intende confondere il turista italiano medio, che giunge(va) a Londra un’Inghilterra che non esiste più, ma il fatto che il libro sia così vecchio fa chiedersi se le osservazioni in esso contenute siano ancora attuali oppure obsolete come la guida del Touring Club su cui l’autore ironizza all’inizio. Piuttosto, a Severgnini interessa sempre il confronto, come italiani e inglesi possono incontrarsi e prendere il meglio gli uni dagli altri, senza perdere le loro specificità e sfociare nella parodia. Prova quindi a capire qualcosa del carattere degli inglesi (anche perché, per sua stessa ammissione, «capirlo tutto è impossibile: non ci riescono nemmeno loro») e ne analizza gli stereotipi (il lavandino con due rubinetti, l’assenza del bidet), i vizi e le virtù, il mondo dei club, ma soprattutto il sistema delle classi (upper class, middle class, working class), e un modo per farlo è raccontarne le forme di saluto e la scelta dei vocaboli e di alcuni oggetti (il portatovagliolo!). Perché è vero che gli inglesi spesso sembrano strani, bizzarri ed eccentrici, ma è altrettanto vero che possiedono molte virtù, tipo rispettare «lo Stato in qualsiasi forma si presenti, dal poliziotto al cestino dei rifiuti», snellire la burocrazia a favore del cittadino o premiare (e pagare) le persone per quello che valgono. Senza contare che «la Gran Bretagna è un paese in cui la gente lascia la casa sporca, ma tiene la strada pulita; al contrario di certe famiglie italiane, che impongono al salotto un ordine cimiteriale ma gettano l’immondizia dalla finestra». Gli inglesi sono terribilmente conservatori (laburisti compresi) e avversi alle novità (basti pensare il rimpianto per il sistema monetario basato sullo scellino abbandonato nel 1970), e sono così affezionati alle tradizioni che, se necessario, come dice Antonio Caprarica, sono disposti a crearsene di artificiali; le loro reazioni al nuovo sono in genere votate alla decadenza e possono generare delle reazioni inaspettate (i new Georgians, che recuperano ossessivamente tutto quello che viene dal periodo georgiano per opporsi alla grettezza di quanto è venuto dopo).

Grande spazio è ovviamente dedicato alla Thatcher, la Lady di Ferro che è passata sul Regno Unito come un tornado e, al pari dei Beatles, «ha segnato la storia del paese in modo indelebile» tanto da venire ricordata (ancora oggi, è proprio il caso di dirlo) «con un misto di ammirazione ed orrore»: durante la recessione, «invece di stimolare la domanda, come la teoria economica dominante imponeva, prese di petto spesa pubblica e inflazione e ignorò il numero dei disoccupati, considerandolo un male inevitabile e passeggero. Gridò che occorreva produrre ricchezza, prima di poterla distribuire, e questo era compito degli individui. Lo Stato doveva farsi da parte, e lasciare loro più responsabilità e più decisioni». C’è poi spazio per divagazioni Anni Novanta sulla Cool Britannia di Tony Blair, le Spice Girls, Gianluca Vialli (all’epoca allenatore del Chelsea) e Harry Potter, oltre a un viaggio che da Londra va a nord, verso la Scozia, attraversando città come Sheffield, Manchester, Liverpool, Glasgow e Blackpool, passando per il Nord-est, la regione di cui fanno parte le contee di Durham, Tyne and Wear e Northumberland, che detiene (o deteneva) una serie di primati negativi (maggior numero di reati, di morti di cancro e di disoccupati) e dove c’è, secondo un parlamentare laburista locale, «più vomito di ubriachi per metro quadrato che in tutto il resto dell’Inghilterra». Il quadro che ne è esce è tutt’altro che idilliaco e descrive un paese depresso, preda della recessione industriale, della disoccupazione e del teppismo. Il nostro autore si solleva solo parlando delle varie facce di Londra, città complessa, stratificata, multiforme, plurale e innovativa, in una serie di articoli nei quali mi sono ritrovato.

Severgnini affronta anche l’eterna discussione sull’Europa, una costante nella storia inglese e quantomai attuale, vista l’imminente Brexit: già alla fine degli anni Ottanta c’erano i tabloid che davano voce alle «cattiverie sui francesi, le atrocità sui tedeschi e le ovvietà sugli italiani», visto che l’inglese medio, “l’uomo sul bus di Clapham”, crede davvero che la Comunità Europea «sia piena di lestofanti, il cui unico scopo è turlupinare i buoni inglesi: quando un quotidiano popolare ha scritto che i francesi bruciavano gli agnelli inglesi dietro i camion per impedirne l’importazione, ha scatenato un’isterica campagna anti-francese». L’ossessione dell’uscita dall’Europa è spiegata da Severgnini con la considerazione personale che «gli inglesi non sono europei. Sono ultraeuropei. L’Europa per loro non è un salotto, ma un trampolino per saltare nel mondo. Ancora oggi, hanno l’impero nel sangue. Non l’impero inteso come dominio, bensì come spazio. […] La diffidenza verso l’Europa non è, quindi, paura di qualcosa di troppo grande, ma timore di qualcosa di tropo stretto (Bruxelles, le regole, i protezionismi)». Il fatto che Severgnini abbia appena definito Boris Johnson come un leader inadeguato a cui mancano “la preparazione, la coerenza, l’affidabilità e la precisione” la dice lunga su come la pensi in merito.

mercoledì 31 luglio 2019

Takashi Nagai - I figli di Nagasaki

La bomba atomica: male necessario contro un nemico irriducibile o crimine contro l’umanità? Era possibile risparmiare le città di Hiroshima e Nagasaki e affrontare una cruenta invasione del Giappone? O forse si trattò semplicemente di un segnale lanciato dagli americani all’Unione Sovietica? Tutte problematiche interessantissime, probabilmente intrecciate fra loro, che non negano l’orrore di un evento che ha cambiato la storia dell’umanità. Takashi Nagai è uno dei sopravvissuti di Nagasaki: medico specializzato in radiologia, nato scintoista, divenuto seguace del materialismo scientista e positivista e poi convertito al cattolicesimo, facendosi battezzare con il nome di Paolo, nell’esplosione perse la moglie, vaporizzata all’istante e di cui ritrovò solo le ossa. Già in precedenza Nagai aveva scoperto di avere ancora pochi anni di vita a causa di una leucemia causata dalle radiazioni con cui era in contatto tutti i giorni a causa del suo lavoro, ma nonostante questo non smise di assistere i suoi pazienti (come suo padre, che fino all’ultimo, nonostante un tumore, aveva perseverato nel suo lavoro fino alla fine). I figli di Nagasaki è il suo testamento spirituale indirizzato ai figli Makoto e Kayano perché si sentissero meno soli e potessero avere una guida e un riferimento morale dopo la sua scomparsa (che sarebbe avvenuta nel giro di pochi anni). Si tratta di un libro discontinuo, che alterna considerazioni sulla vita, la scienza, lo studio, lo sport, il realismo che si deve tenere negli obiettivi che ci si dà, il cattolicesimo in Giappone (San Francesco Saverio) ma soprattutto la fede in Dio, mai venuta meno di fronte ai tragici fatti che hanno sopraffatto la vita di Takashi; allo stesso tempo si trovano indicazioni su come dividere il tempo della propria giornata facendo grafici con la carta millimetrata e ragionamenti su valori come l’umanità, la solidarietà e il rispetto verso il prossimo, con un tono traboccante di affetto paterno. A parte le lungaggini e la melassa, si respira proprio l’anima di un uomo in pace con la sua storia e con gli altri, rispettoso verso il suo Paese, pieno di saggezza ed empatia verso i suoi simili, visitato da tutti, compresi cardinali e perfino l’imperatore. Basti solo il pezzo in cui spiega ai figli che la loro mamma non è stata uccisa dalla bomba atomica ma dalla guerra e dalla cattiveria umana, e si domanda: «Perché gli uomini, presi individualmente, quando ispirano fiducia sono persone buone che possiedono il buonsenso e un cuore gentile e sorridono, mentre quando formano grandi gruppi che sono uniti in classi, in sindacati, in razze o in nazioni finiscono con l’odiarsi, invidiarsi, arrabbiarsi, litigare, dubitare? Se provassero tranquillamente a conversare per comprendersi invece di concludere i discorsi con abbondanza di parole sanguinose, eccitati dalla forza della folla, che infine portano il problema al punto di far scorrere il sangue!». Certo è che si tratta di un libro permeato di cultura e sensibilità giapponese, anche se l’autore è cattolico (e la cattedrale cattolica di Urakami è il simbolo della bomba atomica di Nagasaki).

martedì 30 luglio 2019

Joël Dicker - La scomparsa di Stephanie Mailer

Dopo l’excursus nei territori del noir rappresentato da Il libro dei Baltimore, Joël Dicker ritorna al genere che gli ha dato fama con l’idolatrato La verità sul caso Harry Quebert, il thriller, che poi è quello che tutti si aspettano da lui (e che lo segnerà per sempre). Ecco quindi che il mastodontico La scomparsa di Stephanie Mailer parte da un quadruplice omicidio (il sindaco, la sua famiglia e una donna che stava facendo jogging per la strada) avvenuto nel 1994 a Orphea, una piccola cittadina dello Stato di New York, in occasione della prima edizione del festival teatrale, e di cui il responsabile è stato identificato ma è morto nel tentativo di scappare alla polizia. Il classico caso che sembra chiuso. Nel 2014, dei due agenti responsabili delle indagini uno, Derek Scott, è già andato in pensione non essendo mai riuscito a riprendersi, l'altro, Jesse Rosenberg, sta per andarci: alla sua festa di pensionamento si presenta una giornalista, Stephanie Mailer, che rivela che il caso del 1994 ha visto incolpare la persona sbagliata. Quella stessa sera Stephanie scompare e Jessie, Derek e il vicesceriffo Anna Kanner si mettono a indagare: il caso è di nuovo aperto, anche perché i cadaveri aumentano. Ancora una volta, torna il doppio andamento temporale (presente e passato) e l’attenzione di Dicker per i piccoli centri con il loro intreccio di menzogne e verità ma, a differenza degli altri romanzi dello scrittore, che vedevano il punto di vista del suo alter ego Marcus Goldman, qui abbiamo un romanzo corale con tanti punti di vista corrispondenti ad altrettanti personaggi e a diverse storie parallele; questo rende la lettura più “costruita”, macchinosa e meno fluida; purtroppo l’inizio è davvero lento e fa fatica a decollare, poi si ha spesso la sensazione che Dicker la tiri troppo per le lunghe. Oltretutto, i capitoli vengono conclusi con dei piccoli colpi di scena che poi vengono tralasciati nel capitolo successivo (espediente assolutamente voluto), in una serie di storie che apparentemente non c’entrano niente fra loro ma che (come ovvio) alla fine sono tutte intrecciate e si configurano come perfetti tasselli dello stesso puzzle. Bisogna anche sottolineare che La scomparsa di Stephanie Mailer non è il solito thriller estivo in cui si cerca il colpevole pagina dopo pagina, perché nelle 700 pagine che lo compongono non c’è solo azione ma anche parecchia introspezione: grande attenzione è dedicata allo sviluppo umano dei personaggi e delle loro identità; anzi, a dire il vero le varie storie legate ai personaggi risultano molto più interessanti dell’indagine poliziesca alla base della trama gialla. Ci sono così tanti temi (il rapporto genitori-figli, la dipendenza dalla droga, la crisi matrimoniale, il tradimento, la malavita, la corruzione della politica, l’omosessualità, il sessismo, la violenza sulle donne, la ricerca del successo) che è impossibile che ognuno non trovi il suo personaggio preferito o quello a cui almeno affezionarsi. Tra i più riusciti, ci sono Meta Ostrovski, un tempo il critico più temuto d’America e oggi novello attore in cerca di fama; Steven Bergdorf, il direttore del giornale che tradisce la moglie con una ragazza che gli darà un sacco di problemi dal punto di vista economico; la giovane Dakota Eden, consumata dal male di vivere per un passato che vuole dimenticare; Kirk Arvey, l’ex capo della polizia che sogna, mettendo in scena il suo dramma, di riscattare una vita di frustrazioni. Inevitabilmente anche questa volta ci saranno i delusi, quelli che diranno che La verità sul caso Harry Quebert era meglio. Da parte mia, resto con i piedi per terra e mi limito a dire che Joël Dicker crea ottimi prodotti di intrattenimento con un punto di forza decisivo: scrive molto bene.

mercoledì 24 luglio 2019

Vladimir Solov’ëv - I tre dialoghi e il racconto dell'Anticristo

Nuova edizione, questa volta di Fede & Cultura, per I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo del russo Solov’ëv, vero e proprio classico che molti citano come esempio di sguardo profetico sul mondo di oggi, i tempi ultimi, la crisi della Chiesa e l’avvento dell’Anticristo, tematiche che fanno sempre una certa presa visto il millenarismo imperante e la brutta tendenza a individuare l’Anticristo ora in questo o in quel personaggio (anche se poi Papa Francesco mette d’accordo un po’ tutti, specie a destra). In realtà i più conoscono solo Il racconto dell’Anticristo, ignorando tuttavia che l’opera completa prevede altri tre dialoghi e che il Racconto si tiene necessariamente in relazione con questi, come ideale chiusura del discorso. E, metto in guardia tutti, si tratta di un’opera per nulla facile: principalmente per il continuo riferimento alle vicende della storia russa, passata e presente, ma anche perché Solov’ëv sceglie la forma dialogica per affrontare le grandi problematiche morali, e lo fa attraverso la maieutica, con discorsi a cui si aggiungono obiezioni e altre posizioni da parte dei vari personaggi, che fanno evolvere la discussione. Troviamo il Generale, il Principe, la Signora, il Politico, il Signor Z., ognuno portatore di un punto di vista che si fonde in uno sguardo più ampio.

Il primo dialogo affronta il problema della guerra e si interroga se possa essere in qualche caso tollerabile, inevitabile o addirittura giusta, e se sia da considerarsi peccato prestare servizio nell’esercito oppure obbligatorio eseguire gli ordini di un superiore; allo stesso modo si interroga sulla liceità dell’omicidio e sul fatto che la norma “non uccidere” sia assoluta oppure preveda qualche eccezione dettata dalla necessità (bisogna salvare la vittima di un’aggressione oppure no? Come si dovrebbe comportare un cristiano davanti al nemico? È doveroso seppellire il nemico ucciso che non ha rispettato la vita degli inermi?).

Il secondo dialogo riguarda la morale, la degenerazione delle virtù (la cortesia che si trasforma in scrupolo eccessivo e folle mania) e la condanna dello sconforto che porta a disprezzarsi e a disperarsi. Fantastica la storiella dei due eremiti traviati dal demonio in quel di Alessandria tra ubriachezze e meretrici, con uno che si disprezza e cade nella depressione al punto da divenire malvivente ed essere condannato a morte, e invece l’altro che è tutto teso a lodare il Signore per i suoi doni fino al punto di compiere miracoli e divenire santo. Contemporaneamente, prosegue il ragionamento sulla guerra e il ruolo che questa ha nella costituzione di uno Stato e nella gestione dello stesso, sui vantaggi e gli svantaggi pratici e ideali della leva obbligatoria, sulla liceità di annientare un nemico che commette efferatezze (anche i sovrani cristiani possono commettere efferatezze, come ha dimostrato la storia), sull’utopia di perseguire una politica di pace e abolire ogni conflitto fra le persone e le nazioni come sintomo del progresso civile. E come trattare con i turchi? Annientarli in quanto nemici dei cristiani o apprezzarli come garanti dell’ordine e della pace in Oriente? E come considerare l’Europa? Come il massimo della cultura che deve coincidere con il concetto di umanità? Oppure considerare le altre culture sullo stesso piano? E ancora: come si devono porre i russi nei confronti dell’Europa, seppur divisa? Qui torna il perenne problema della Russia, troppo europea per essere considerata Asia ma troppo diversa dall’Europa per farne completamente parte (problematica perfettamente espressa dal film Arca russa di Aleksandr Sokurov).

Il terzo dialogo tratta problemi come il legame tra fede e ragione e la separazione tra intelletto e coscienza, ma soprattutto riguarda il progresso umano e del processo storico, fatalmente avviato all’affermazione dell’Anticristo, che «non sarà semplicemente una mancanza di fede, o il rifiuto del cristianesimo in sé, o il materialismo e via discorrendo, ma un’impostura religiosa, nella quale le forze dell’umanità che all’atto pratico e in sostanza sono estranee e direttamente ostili a Cristo stesso e al Suo Spirito si approprieranno del nome di Cristo». Meglio dunque essere duri e legalisti, dimenticando la gioia dello Spirito Santo, oppure seguire la via dell’omologazione ai valori del mondo, col risultato di far perdere qualsiasi fascino al cristianesimo? Non viene data una risposta chiara, dal momento che Solov’ëv colloca il nemico nella schiera di uomini da sacrestia che in ogni loro frase pronunciano il nome di Dio invano: bene e male non sono rappresentazioni che l’uomo si dà attraverso una morale artefatta, ma categorie reali che trovano un fondamento solo nell’intelligenza divina. Il Signor Z., alter ego di Solov’ëv stesso, sostiene che gli ideali di pace e di fraternità sono valori cristiani indiscutibili e vincolanti, mentre lo stesso non si può sostenere per il pacifismo e la teoria della non-violenza, fattori entrambi che spesso finiscono col risolversi in una resa sociale alla prevaricazione e in un abbandono senza difesa dei piccoli e dei deboli alla mercé degli iniqui e dei prepotenti.

Come detto, a questo terzo dialogo si connette Il racconto dell’Anticristo, presentato con l’espediente del manoscritto scritto da un compagno di accademia (poi fattosi monaco) del Signor Z. In questo racconto si immagina un mondo del XX-XXI secolo con una guerra di ingenti proporzioni combattuta per anni tra l’Oriente giapponese-cinese-mongolo e l’Occidente cristiano secolarizzato, e conclusasi con l’occupazione cinquantennale di quest’ultimo (qui a dire il vero il racconto è abbastanza deludente per visione geopolitica e faciloneria tecnico-militare di Solov’ëv). Dopo le devastazioni belliche emerge l’Anticristo, un uomo eccezionale, un superuomo, irreprensibile, geniale, pacifista, animalista, vegetariano ed ecologista, molto simile a quello tratteggiato da Robert Hugh Benson ne Il padrone del mondo: i suoi argomenti preferiti sono la prosperità e la pace, e per questo si sostituisce a Cristo (che sulla terra ha portato non la pace ma la spada), di cui ammira la statura e l’insegnamento pur senza riconoscere che sia risorto e vivo. Mentre Cristo ha complicato la vita e l’ha resa impraticabile, lui la rende facile e piacevole perché elimina le divisioni e le contraddizioni, conciliando gli opposti. In sostanza, l’Anticristo non è l’opposto di Cristo, ma qualcuno che gli somiglia e lo falsifica, tanto più che agisce e parla sotto ispirazione del demonio. Viene eletto dai massoni Presidente dei neonati Stati Uniti d’Europa, quindi fonda la monarchia universale. Ma soprattutto è un ecumenista: i colti lo venerano estasiati e lui presiede un concilio ecumenico per l’unione di tutte le religioni, la cattolica, l’ortodossa e la protestante, ma viene sconfessato dai loro tre i grandi rappresentanti (il papa Pietro II, lo starec Giovanni e il professore protestan­te Pauli), tutti concordi nel professare Cristo vivo e operante.

Vero è che l’opera si pone volutamente come critica alle concezioni filantropiche e umanitarie di Lev Tolstoj, fondatore della dottrina della non resistenza violenta al male (ma che era anche uno scrittore fenomenale, non bisogna dimenticarlo, altrimenti il rischio è ridurre anche lui ad Anticristo). Oggi il ragionamento di Solov’ëv sembrerebbe una dura critica alla fede che si apre al mondo in nome dell’umanitarismo e del dialogo (e qui ritorna Papa Francesco!), ma il suo intento è ben più profondo: piuttosto, lo scrittore russo invita a discernere verità e menzogna nella vita quotidiana e ad applicare i precetti religiosi in maniera coerente alla propria coscienza e alla realtà che ci circonda.

martedì 16 luglio 2019

Jules Verne - Il conte di Chanteleine

Jules Verne è universalmente noto come autore di romanzi fantastici e dei famosi “viaggi straordinari”, quella famose “ragazzate” su cui si sono formate generazioni di lettori (oggi un po’ meno) e contro cui si lanciano gli strali dei critici (si sa, la letteratura è ben altra cosa). C’è però un Verne che non ti aspetti, un Verne cattolico, autore di un romanzo come Il conte di Chanteleine (da poco ripubblicato da Gondolin) che non solo osa criticare la Rivoluzione francese ma anche si schiera dalla parte dei vinti, di quei contadini vandeani legati alla tradizione cattolica, alla nobiltà e alla monarchia, che furono protagonisti di una sollevazione armata che tenne impegnate le truppe repubblicane per parecchi mesi. Non solo: Verne attacca anche la famigerata “legge dei sospetti” del 1793, quella che eliminava la lungaggine dei processi e spediva la gente alla ghigliottina in base a un semplice sospetto (anche per semplice parentela). Verne parte proprio da qui, dal Terrore e dal fallimento della rivolta in Vandea, e dal ritorno a casa del protagonista, il conte di Chanteleine, che della ribellione è stato uno dei principali interpreti. Si ritrova il castello distrutto e la moglie uccisa dalla folla: gli resta solo la figlia, la cui vita deve salvare dalla minaccia della ghigliottina. Fortuna vuole che intervenga l’immacolato cavaliere di Trégolan che all’ultimo momento la salva sostituendola a sua sorella (già ghigliottinata) e ottenendo per lei la grazia. Il conte di Chanteleine è quindi un capolavoro volutamente dimenticato per non dire boicottato in quanto scomodo, scritto da un cattolico conservatore affetto dalla nostalgia per un passato ormai sepolto e inviso alla cultura ufficiale? Sicuramente è un’opera coraggiosa, visto l’argomento trattato e soprattutto il punto di vista adottato, ma non credo che questa sia la ragione del suo scarso successo: Verne non è Dumas e, a parte i dialoghi banali e mai incisivi, riesce raramente a infondere vita ai suoi personaggi, per lo più di cartapesta, come la pudica figlia Marie, il fido domestico Kernan e il malvagio Karval (utilizzato malissimo come presenza minacciosa per tutta la narrazione e poi fatto sparire in due pagine). L’unico in grado di svettare fra tutti è il prete giurato Yvenat, rifiutato dalla popolazione per aver aderito alla Rivoluzione e costretto a rifugiarsi su un isolotto per salvare le penne. Anche la trama è troppo lineare e monocorde: basta fare un confronto con I bianchi e i blu di Dumas, anche solo per la parte che riguarda le violenze rivoluzionarie ad Avignone, per capire la differenza tra i due autori. Ma non tutti nascono Dumas.