domenica 14 aprile 2019

Greta Thunberg, Svante Thunberg, Beata Ernman e Malena Ernman - La nostra casa è in fiamme

Negli ultimi mesi chiunque, a meno che non sia vissuto su Marte, ha sentito parlare della piccola e deliziosa Greta Thunberg, la ragazza svedese con le trecce e l’espressione imbronciata che, a 16 anni, ha sentito la necessità e l’urgenza di manifestare a favore del clima e per un non precisato diritto all’ambiente. Dall’agosto del 2018 salta la scuola ogni venerdì per manifestare fuori dal parlamento svedese e ha dato origine ai Fridays for Future; per questo è già stata proposta per il Nobel per la pace ed è diventata il mito attorno a cui si sono coalizzati quegli istinti anticapitalisti e antimercato delle persone impegnate che accusano chi non va in piazza a manifestare di essere conservatore, reazionario, fascista e amico delle multinazionali. Profeta del nostro tempo o ennesima arma di distrazione di massa utile alla classe dominante cosmopolita come sostiene Diego Fusaro? A questo punto si impone una riflessione: io, a 16 anni, giocavo a Sensible Soccer e il mio più grande interrogativo di vita era decidere se il più grande disco dei Queen fosse Queen II o A Night at the Opera, non certo ragionare sul clima o preoccuparmi di problematiche sociali, quindi ammetto il mio imbarazzo. Aggiungiamo poi che in questa occasione in Italia si sono raggiunti picchi di comicità involontaria, con “Il Sole 24 Ore” (giornale della Confindustria) che ha sposato la battaglia di Greta puntando il dito contro un’economia che da decenni è basata su un consumo uso e getta delle risorse naturali che chiedono un pesante tributo in termini di impatto ambientale, mentre altri giornali hanno addirittura tirato in ballo un fantomatico scontro generazionale genitori-figli, adulti contro giovani, disillusione contro speranza: forse è francamente un po’ troppo. I meme delle Più belle frasi di Osho (“’n é tanto er caldo… è l’umidità che t’ammazza” e “Sbajo o ha rinfrescato?”) hanno comunque certificato che Greta è diventata un’icona pop. Ora è arrivato anche il libro, La nostra casa è in fiamme, bel titolo allarmistico che riprende uno dei mantra della piccola svedese e che suona inquietante per il pubblico; d'altronde, ci troviamo pur sempre di fronte a quella che si presenta a tutti gli effetti come un’emergenza. In realtà, il libro non è stato scritta da Greta; o meglio, di Greta è presente una raccolta dei suoi discorsi più importanti, posta in apertura, che comprende il discorso all’ONU, quello al World Economic Forum di Davos e alcuni semplici post su Facebook. Il resto è la storia della sua famiglia, narrata in prima persona da sua madre, Malena Ernman, cantante lirica di una certa fama, che racconta la conversione ambientalista dell’intera famiglia e allo stesso tempo la lotta  (anche a livello scolastico) per le particolari esigenze delle sue due figlie: una, Greta, è affetta dalla sindrome di Asperger, l’altra, Beata, è autistica. La stessa madre è affetta da autismo e da disturbo ossessivo-compulsivo, quindi è facile immaginarsi i problemi a cui queste persone sono andate incontro dal punto di vista relazionale e comportamentale. Oltre a questa parte fortemente personale che si legge anche con un certo piacere e una cospicua dose di solidarietà umana, il libro ripete dati e frasi desunti da attivisti e scienziati e ribadisce alcuni concetti molto in voga, prima di tutto l’idea che il pianeta stia venendo distrutto dall’uomo, ma soprattutto ripropone l’ecologismo come unica grande religione del nostro tempo: ecco quindi la biodiversità minacciata, lo scioglimento dei ghiacci, l’estinzione delle specie animali, la necessità di diventare vegani, di smettere di fare shopping e di usare l’aereo. Greta denuncia l’ignavia e l’inedia dei potenti, chiede loro di prendere sul serio il problema del cambiamento climatico attraverso azioni concrete e ripropone alle istituzioni la richiesta di rispettare i limiti delle emissioni di CO2 previsti dall’Accordo di Parigi; da qui le accuse contro i negazionisti del climate change, la condanna delle politiche liberiste (Reagan, Thatcher, Trump) e i moniti sulla fine imminente (mancano 12 anni per salvare il pianeta). Una battaglia che ci vede tutti coinvolti e da cui nessuno è esente, con un messaggio molto chiaro: ognuno di noi deve responsabilizzarsi. Ovviamente, non mancano dei capisaldi del pensiero politicamente corretto oggi in voga, come il sostegno al gay pride, il femminismo e l’ostilità nei confronti del patriarcato («La battaglia per l’ambiente è il movimento femminista più grande del mondo. Non perché in qualche modo escluda gli uomini, ma perché sfida quelle strutture e quei valori che hanno creato la crisi in cui ci troviamo»), le responsabilità dei Paesi ricchi nei confronti dei Paesi povero, il senso di vergogna che l’Occidente prova per quello che ha fatto al resto del mondo. Il fatto che Greta sia affetta da Asperger fa sì che l’intera battaglia sia ammantata della retorica dell’innocente per di più malata, che trova sempre un terreno fertile per una narrazione e una retorica tossica da parte di manipolatori ben più sottili. Intanto la Mondadori si frega le mani: le mezze stagioni non esisteranno più, ma il fatturato sì.

sabato 13 aprile 2019

William Morris - Il bosco oltre il mondo

Sebbene oggi lo conoscano in pochi, William Morris è stato uno degli intellettuali più importanti della seconda metà dell’Ottocento: scrittore, traduttore, progettista, designer, editore, poeta e attivista politico, cercò di mettere in pratica le idee estetiche di John Ruskin promuovendo il movimento Arts & Crafts per rilanciare l’artigianato. Antesignano delle avanguardie artistiche del Novecento, unì sempre l’amore per il passato con quello per la natura, entrambi in netta contrapposizione alla rivoluzione industriale. Tra l’altro, le sue traduzioni e i suoi adattamenti delle leggende nordiche furono il primo modello da cui attinse J.R.R. Tolkien per la creazione del suo legendarium mitologico. La sua opera più famosa è La fonte ai confini del mondo, seguita da Il bosco oltre il mondo che ho pensato di ripubblicare con Gondolin (purtroppo nel disinteresse quasi totaele da parte dei librai, segno che forse certe opere non interessano davvero più a nessuno). Romanzo di taglio favolistico, si apre nella cittadina immaginaria di Langton e segue le peripezie del giovane Golden Walter, cornificato dalla moglie e ben intenzionato a salpare per lasciarsi la vecchia vita alle spalle. Prima però ha già una visione della terra al di là del mare: una strega maligna e “Signora” della terra, una ˜Fanciulla” tenuta in schiavitù e un servitore nano abominevole e incredibilmente forte. Per Walter è come una chiamata cui è impossibile resistere: quando una tempesta spinge la sua nave ad approdare su coste sconosciute, contro ogni consiglio o ragione, il giovane abbandona i suoi compagni e parte per attraversare montagne e pianure fino a giungere al Bosco e alla Casa d’Oro (la Golden House, proprio come Golden è Walter). Qui potrà incontrare i misteriosi tre (il nano, la Fanciulla e la Signora) e un quarto incomodo, ossia l’attuale amante della Signora, il Figlio del Re, che la donna vorrebbe sostituire con Walter e che, proprio come Walter, ha messo gli occhi sulla Fanciulla. Lo scenario lascia intravedere una sovrapposizione di giochi triangolari di amore e potere, ma Walter sfida il nano, libera la ragazza prigioniera e insieme fuggono con l’aiuto delle piccole magie della Fanciulla, mentre gli altri due muoiono in circostanze misteriose. Lungo la strada, si imbattono in un popolo di bruti, gli Orsi, che sono alla ricerca di una divinità che faccia piovere per loro, e poi approdano in una misteriosa città (Muro Ripido) di cui diventa re. Il libro è del 1894 ed è parecchio strano, soprattutto per lo stile volutamente arcaico che potrebbe disorientare un po’, così come il gran profluvio di sentimentalismo. Per argomento e cura estetica si nota la vicinanza dell’autore al movimento preraffaellita (il tema della donna-fiore tipico dell’epoca), ma è notevole il fatto che Morris abbia deciso di scrivere un romanzo simile nello spirito e nella lettera a quelli cavallereschi e di ambientarlo in una terra che non esiste, un reame fatato che risponde a leggi proprie di cui il protagonista (come il lettore) è all’oscuro. La vicenda è stata letta anche in chiave simbolico-iniziatica, come il tentativo di strappare l’anima (la Fanciulla) dalle mani della ragione (la Signora) liberandosi del corpo (il nano) e di conquistare la trascendenza oltre il bosco dell’orrore: interpretazione interessante, ma che non mi convince in pieno alla luce di tutta la parte in cui Walter viene maltrattato e sedotto dalla signora, pervasa da un erotismo strisciante e lascivo che si stempera però con la censura dell’epoca. Di certo non possiamo parlare di heroic fantasy, come si è spesso fatto a sproposito, visto che il nostro eroe appare come un personaggio un po’ moscio e in balia del fascino femminile (Walter è innamorato della Fanciulla ma soggiace al fascino della Signora che lo provoca e gli si presenta più volte praticamente nuda): Walter sfugge a una vita di inganno senza particolari meriti, soprattutto grazie alla protezione e alla guida della Fanciulla, che possiede una sapienza magica legata alla sua verginità: per poterne usufruire, Walter non deve avere rapporti sessuali con lei. Tutta l’ultima parte diventa un grande elogio della castità e del saper aspettare il momento giusto, ma curiosamente prima non c’è colpa e dannazione per la caduta (il rapporto sessuale con la Signora). Si tratta piuttosto di un romanzo di formazione e della scoperta di sé del proprio posto nel mondo, come al solito attraverso il tema del viaggio: una scoperta che porterà il protagonista a conoscere la propria interiorità ma anche a vedersi riconosciuto dal punto di vista sociale, diventando sovrano di un popolo dopo aver conquistato la saggezza.

venerdì 12 aprile 2019

Michael D. O'Brien - Apocalisse

Nell’attuale trionfo di millenarismo apocalittico, di matrice sia cattolica che protestante (quasi ogni settimana si leva una nuova previsione catastrofista o si pubblica un libro che mette in fila le più disparate rivelazioni private, con grande successo in termini economici), il canadese Michael D. O’Brien dice la sua in merito con Apocalisse e lo fa da cattolico autentico, in maniera seria e intellettualmente meritoria. Non piacerà molto ai progressisti, così come agli invasati, ma tant’è. Già nel romanzo L’inviato era stato molto duro con chi sostiene di ricevere rivelazioni private e predice la fine del mondo arrogandosi la pretesa di essere ascoltato in quanto voce di Dio: la fame per le rivelazioni segrete diventa infatti ossessione e fiducia in una forma di gnosticismo che nulla ha a che vedere con la fede cristiana. E qui l’autore canadese non si allontana di molto da questa posizione: che la Chiesa sia chiamata a combattere contro gli attacchi del demonio nel mondo e nella storia è un dato di fatto già anticipato dalle Scritture, ma O’Brien invita a tenere la discussione su toni pacati. Lo stesso San Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi scrive: “Non disprezzate le profezie”, ma poi aggiunge: “Esaminate ogni cosa”. D’altronde, sappiamo che Gesù Cristo tornerà alla fine dei tempi, e che siamo chiamati ad attenderlo e a vegliare: «Presumere di aver ricevuto in anticipo una perfetta decodifica delle profezie simboliche contenute nel libro dell'Apocalisse […] significa fiaccare la nostra capacità di discernimento e la nostra disponibilità a lasciarci guidare dallo Spirito Santo e dagli angeli. Da un lato, questa debolezza può condurci verso la tirannia di orribili paure, dall'altro verso la fiducia in noi stessi. Entrambe le reazioni causano una maggiore vulnerabilità agli inganni del nemico». Forse la situazione attuale del mondo (con l’apostasia, la negazione delle radici cristiane dell’Europa, la perdita di significato e di valore della persona umana, la legislazione abortista, la legalizzazione dell’eutanasia) sembra accelerare questo processo, ma comunque la si guardi nessuno sa quando ciò avverrà, e questo vale anche e soprattutto per la vita di ognuno di noi: il Signore passa e ci visita, perciò siamo chiamati a vegliare. Per questo O’Brien lamenta il fatto che, di tutte le dimensioni della fede, l’escatologia sia quella forse più trascurata oggi, soprattutto dai credenti. Basandosi sull’Apocalisse biblica, i Vangeli, il Catechismo della Chiesa Cattolica e le parole di John Henry Newman, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Madre Teresa di Calcutta e di scrittori moderni come C.S. Lewis, G.K. Chesterton e J.R.R. Tolkien, l’autore invita a prestare attenzione ai “segni dei tempi” e a interrogarci sul nostro modo di vivere la dimensione escatologica, nella vita concreta di ognuno e in base a quello che siamo chiamati a fare. Ogni volta che rifiutiamo l’interpretazione della Chiesa e pretendiamo di decidere noi cosa significhino le Scritture, non solo possiamo essere ingannati dal demonio ma inoltre passiamo dalla parte dell’individualismo e del principio dell’Anticristo, anche perché ci dimentichiamo che la vittoria di Cristo è il primo e l’ultimo tema del libro dell’Apocalisse: «Non siamo soli, non siamo abbandonati alla malizia delle potenze oscure e delle energie maligne dei loro agenti umani. Gesù Cristo è il Signore della storia, è Lui quello a cui ci dobbiamo aggrappare velocemente mentre passiamo attraverso un periodo buio». O’Brien ce l’ha soprattutto con lo spaesamento all’interno della Chiesa, con le ambiguità dottrinali «che iniziano creando confusione morale e finiscono con molte persone a presumere che la verità non sia applicabile alla realtà pratica», con l’uso erroneo del principio del “male minore” che, a causa di ignoranza o di una cattiva ecclesiologia, ha portato i cattolici a sostenere i suoi nemici: l’escatologia non nega l’evangelizzazione, anzi, come hanno dimostrato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, le due cose vanno a braccetto. Meglio la prima parte, poi si ripete un po’: sembra che il libro sia una raccolta di diversi articoli su tematiche affini.

giovedì 4 aprile 2019

Jason Aaron, Mahmud Asrar - La maledizione della strega cremisi

È un gran periodo per Conan il cimmero, iconica creazione dello scrittore americano Robert Howard: prima la serie francese basata sui racconti originali di Howard, adesso la nuova serie di fumetti Marvel che è rientrata in possesso dei diritti e ha rilanciato una pubblicazione bimestrale, Conan il barbaro, affidata a Jason Aaron (testi) e Mahmud Asrar (disegni), che dovrebbe alternarsi a una seconda serie, La spada selvaggia di Conan. Questo primo numero, La maledizione della strega cremisi, presenta una storia originale e ci mostra Conan sue due piani narrativi, in due diversi momenti della sua vita: all’inizio della carriera, quando si batte per denaro nelle fosse di combattimento e ha «rubato la sua spada arrugginita la notte prima, dopo aver perso la propria fra i fumi dell’alcol», e poi molto più avanti, quando è re di Aquilonia. Vincitore nell’arena, incontra una giovane e avvenente fanciulla, con cui naturalmente finisce a letto poco dopo; peccato che costei sia in realtà una terribile vecchia strega che lo artiglia nella schiena, in una scena ricorda molto da vicino quella del primo film con Schwarzenegger (una citazione?). Conan viene catturato per essere sacrificato a un oscuro demone tipicamente howardiano, ma riesce a liberarsi e ad abbattere la strega; anni dopo, re Conan si troverà nuovamente ad affrontare quella stessa strega che credeva di aver ucciso. La quarantina di pagine che ci viene offerta (con la bella prospettiva di aspettare due mesi per il prossimo numero) è forse un po’ troppo esigua per esprimere un giudizio compiuto sull’opera,  ma per ora gli elementi per fare bene ci sono tutti: il fumetto si presenta molto moderno e violento, giocato sulle tinte del rosso, del nero e del grigio, con grande spazio dato all'azione, è Conan è ritratto nella sua canonica veste di montagna di muscoli. Anzi, per tenere desta l’attenzione e non diminuire il ritmo, le riflessioni del nostro eroe (come su quella della sua fede nel dio Crom) vengono espresse proprio durante il combattimento, ma è indubbio che siano efficaci («Come si uccide un mucchio di morti rabbioso, si chiedeva Conan. La risposta possibile era soltanto una. Nello stesso modo in cui si uccidono i vivi. Un feroce colpo alla volta»). Allo stesso tempo, ne viene sottolineata la pietà come re («Ho ucciso io questi uomini. Che li abbia uccisi con la mia spada o no. E un cimmero guarda negli occhi gli uomini che uccide. Anche se al suo sguardo risponde solo la morte»). Ad accompagnare l’albo, in chiusura troviamo la prima parte di un racconto in prosa, La stella nera, scritto da John C. Hocking, già autore di un romanzo dedicato a Conan.

mercoledì 3 aprile 2019

Howard Phillips Lovecraft - La casa evitata

Il tema della casa maledetta e/o infestata è uno dei cardini dell’orrore americano. L’ha affrontato anche Lovecraft con questo racconto La casa evitata, altrove anche intitolata La casa stregata, in cui il protagonista, incuriosito dalle voci che circolano su una casa abbandonata di Providence, decide di rivelare, insieme a suo zio Elihu Whipple, il mistero che aleggia intorno alla struttura e risolvere gli enigmi del passato. La prima parte è costituita dalla ricostruzione storica delle innumerevoli morti che hanno colpito i proprietari nel corso di quasi due secoli, la seconda è invece l’azione vera e propria, quando zio e nipote si improvvisano ghostbusters e si appostano di notte all’interno della casa. Ovviamente, lo stile minuzioso e descrittivo è perfetto per rendere la natura investigativa del racconto, ma potrà far storcere la bocca a qualcuno. La cosa interessante è notare come già l’orrore della casa rispecchi in pieno la produzione maggiore di Lovecraft (quella del ciclo di Cthulhu): una “abominazione gorgogliante”, una forma solo in parte umana e difficilmente riconducibile alla nostra percezione («Ho detto di averla vista, ma solo con uno sforzo successivamente riuscii a ricordare la fisionomia dell’entità, ricostruendo il suo abominevole tentativo di darsi una forma»), un abominio che altera «i principi basilari del tempo e dello spazio nel fondersi in combinazioni del tutto illogiche» e riduce anche l’uomo di cui prende possesso a una folle caricatura. Una muffa maligna ha le stesse caratteristiche dei Grandi Antichi: questa è la coerenza dei grandi scrittori.

lunedì 1 aprile 2019

Robert E. Howard, Vincent Brugeas, Ronan Toulhoat - Colosso nero

Secondo capitolo per la serie francese dedicata alle avventure di Conan il cimmero: tocca a Colosso nero, che si configura come opera completamente diversa dal primo La regina della Costa Nera e non potrebbe essere altrimenti visto che ogni volume è gestito da un team artistico differente e concepito come storia indipendente e compiuta nella sua natura episodica. Questa volta il compito è affidato a Vincent Brugeas (testi) e Ronan Toulhoat (disegni) e il risultato è sicuramente convincente, ma aggiungo che chiunque partirebbe avvantaggiato partendo da un testo come quello di Robert Howard che è già una gemma se preso da solo. In questo caso il nostro barbaro (che entra in scena in una taverna in compagnia di due mercenari, dei quali uno ha la testa affondata nelle tette di una donnaccia) aiuta la principessa Yasmela di Khoraja a fronteggiare la minaccia di uno stregone morto tremila anni prima che continua a perseguitare i suoi sogni e si accinge a invadere il suo regno; è il dio Mitra a dire alla ragazza di affidarsi al primo uomo che avrebbe incontrato per la strada, e Conan, come sempre dotato di estremo realismo («È solo un uomo… E se è già morto una volta può benissimo morire una seconda») guida quindi le armate di Khoraja in una battaglia campale fino allo scontro finale contro lo stregone Thugra Khotan, stratega senza pari e detentore di grandi poteri magici, ma obnubilato dalla sua concupiscenza nei confronti di Yasmela. Ovviamente, il cimmero conquisterà la vittoria e la principessa, anche se a dire il vero è proprio lei a buttarglisi addosso in preda al furore erotico («Come principessa, appartengo al mio popolo… La mia vita, i miei amori, sono destinati ad esso. Ma qui, ora, non sono niente. E per un istante… sono tua…»). Nella storia si avverte molto forte lo scontro (mai risolto) fra natura e cultura tipico della produzione howardiana: Conan viene digerito molto male dallo stato maggiore della principessa, mentre lui non bada a queste cose, come si vede molto bene quando Yasmela sposta la tenda e lo rivela ai suoi nobili mentre è intento a spolpare un cosciotto, senza curarsi del protocollo e senza sentirsi minimamente inferiore a qualsiasi aristocratico. Inoltre, sempre connesso a questo conflitto fra natura e cultura, vediamo una riflessione di Howard su due diversi tipi di coraggio: un modello aristocratico ed eroico, rappresentato dallo sprezzante conte Thespides, che si rifiuta di obbedire a «un selvaggio, un bifolco ignorante e senza cultura» e che, considerando disdicevole e vile attendere il nemico, si ostina ad attaccare comunque con i suoi cavalieri per provare il suo coraggio e il suo rango, votandosi a morte certa; l’altro modello rappresentato invece da Conan, che essendo insignito del potere sente la responsabilità della vita dei suoi uomini («Non sprecherò la vita dei miei uomini per una semplice questione d’orgoglio») e giunge a comprendere le indecisioni e i dubbi della principessa Yasmela. Dal punto di vista grafico, il volume convince per certe soluzioni adottate, prima fra tutte l’utilizzo di linee prive di colore per far rivivere le leggende del passato quando il ladro Shevatas entra nella città di Kuthchemes, mentre nelle scene di battaglia, spesso mute e affidate alle immagini di massa sulle tonalità del rosso e del nero, si giunge a respirare uno sprazzo pura epica barbarica.

domenica 31 marzo 2019

Howard Phillips Lovecraft - Le montagne della follia

Riaccostarsi ai classici è sempre istruttivo, perché ogni volta si scopre qualche cosa di nuovo. D’altronde, sono classici. Anche Lovecraft è un classico, lo si voglia o no, soprattutto il suo intramontabile Le montagne della follia, di cui ho già parlato qui moltissimi anni fa QUI e che continua a stagliarsi sulla sua produzione per molti elementi: i riferimenti al terribile Necronomicon, al Gordon Pym di Edgar Allan Poe e ai dipinti di Nicholas Roerich (entrambi citati esplicitamente più volte), la scoperta dei Grandi Antichi (o sarebbe meglio dire solo Antichi, in questo caso) e il disseppellimento di segreti che rivelano un passato alternativo ed extraumano al di là di ogni nostra comprensione, ma soprattutto l’ambientazione antartica, un enorme deserto che genera un’atmosfera di orrore strisciante ancora prima che ci vengano presentati i suoi immondi abitanti e le sue città impossibili, caratterizzate da architetture dettate dall’incubo e dall’impossibilità di ricondurre a un linguaggio razionale. Ed è incredibile come tutto questo abbia influito sull’immaginario e abbia generato altri capolavori come i film La cosa (l’ambientazione al Polo Sud, il nemico invisibile) e Alien (la scoperta dei campioni di una razza sconosciuta), prova di quanto il Solitario di Providence sia stato importante per esprimere incubi e disagi di noi contemporanei. La cosa più interessante è però che il racconto si configura prima di tutto come il resoconto di una spedizione scientifica, quindi Lovecraft utilizza un linguaggio rigoroso ed enciclopedico, con precisione topografica e perizia geologica e zoologica, ma proprio da questo, con contrasto stridente, si genera il fantastico e l’irrazionale; anche le misurazioni servono per aumentare il contrasto tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, con il conseguente disagio provato dall’uomo di fronte all’orrore cosmico e alla presa di coscienza di non contare nulla di fronte a forze mostruose che non può in alcun modo controllare.