lunedì 18 novembre 2019

Susanna Clarke - Jonathan Strange & il Signor Norrell

A dispetto della sua scarsa fama e diffusione in Italia, Jonathan Strange & il signor Norrell è lo straordinario debutto letterario di Susanna Clarke (che per scriverlo ci ha messo nove anni), arrivato alla fama anche grazie a Neil Gaiman: la leggenda narra che l’autrice abbia frequentato un corso di scrittura creativa e abbia prodotto un pezzo che ha esaltato a tal punto l’insegnante da finire nelle mani di Gaiman, il quale se ne è innamorato a sua volta e l’ha definito “il più bel romanzo fantastico inglese scritto negli ultimi settant’anni”. Un romanzo anche e soprattutto sulla magia nell’Inghilterra del primo Ottocento, che prende l’avvio in una situazione in cui la magia è solo un fatto storico documentato e un segreto perduto: infatti essa è andata deteriorandosi sempre di più in seguito alla scomparsa del Re Corvo, signore dei Regni Fatati, dell’Inferno e della Gran Bretagna del Nord. I maghi sono “teorici” si trovano a studiarla come professione accademica e non ritengono possibile né conveniente metterla in pratica, diversamente dai cosiddetti maghi da strada (indovini e cartomanti) con le loro tende gialle. Logico immaginarsi lo stupore quando si scopre l’esistenza di un vero mago “pratico”, Gilbert Norrell, capace di realizzare dalla distanza un incantesimo che dà la vita alle statue della cattedrale di York. Convinto di dover restituire prestigio alla magia inglese e aiutare il governo nella guerra contro la Francia di Napoleone, mette in atto le sue arti magiche per accattivarsi la simpatia del politico di turno facendone risorgere la moglie, Lady Pole, ma contemporaneamente emerge un altro mago, Jonathan Strange, molto diverso dal collega e molto più aperto e intraprendente: è lui a venire spedito in Portogallo e Spagna ad assistere sul campo Wellington nella guerra contro i francesi.

Centro del romanzo è proprio il conflitto fra i due protagonisti, i quali, approfonditamente descritti dal punto di vista caratteriale e psicologico, sono uno il contrario dell’altro. Il misantropo Norrell ha una concezione della magia come segreto da custodire gelosamente (e infatti usa sua influenza politica per adottare misure restrittive nei confronti degli altri maghi), il secondo come conquista e come ebbrezza. La loro rivalità si inquadra perfettamente nella profezia alla cui ombra si dipana l’intera storia (due maghi devono reggere le sorti e il buon nome della magia inglese) e le loro opposte personalità non fanno che contrapporsi assumendo di volta in volta svariati ruoli reciproci (maestro-allievo, amici, colleghi, alleati, rivali e nemici), screditandosi a vicenda e comportandosi in maniera non esattamente esemplare finché non saranno costretti a trovare un sodalizio contro il pericolo comune quando la stessa magia rivelerà il proprio lato oscuro e sinistro, come prova l’interazione con il re del reame fatato di Senzasperanza, “il gentiluomo dai capelli lanuginosi”, una creatura piena di sé e con uno senso della moralità tutto suo, una limitatissima comprensione dei desideri e dei bisogni umani e un codice morale assolutamente incompatibile con il nostro, cosa che ne fa il villain della situazione. Sarà proprio lui a rapire Arabella, la moglie di Strange facendola passare per morta e a mettersi in testa di mettere sul trono inglese Stephen, Black, un mite servitore di colore.

In quasi 900 pagine, l’opera attinge a piene mani da varie tradizioni letterarie (il romanzo gotico, la letteratura romantica, Charles Dickens, Jane Austen, l’eroe byroniano, la comedy of manners), ma anche dal folklore inglese e irlandese. A un’occhiata superficiale potrebbe sembrare un polpettone contenente qualunque cosa e invece il risultato è, oltre che sofisticato ed elegante, divertentissimo. La Clarke ricorre continuamente sull’inglesità, cioè che cosa fa di un inglese un inglese, e al contrasto fra quello che è ragionevole e rispettabile e quello che è irragionevole e non rispettabile, ed è spesso divertentissima come nell’episodio della resurrezione dei soldati napoletani che cominciano a parlare «in una lingua gutturale con più urla di ogni altro idioma conosciuto ai presenti» tanto da sembrare «uno dei dialetti dell’inferno». Ma il romanzo stupisce soprattutto per la maestria con cui è stato ideato e realizzato. Oltre alla coppia complementare che dà titolo all’opera Strange/Norrell, tutto si basa poi su altre coppie di personaggi caratterizzati da affinità e differenze: il gentiluomo dai capelli lanuginosi e Stephen Black, Norrell e il suo servitore Childermass, Strange e Arabella, Arabella e Lady Pole (costrette a subire le conseguenze della magia nel loro quotidiano), Drawlight e Lascelles (decisi a sfruttare la fama di Norrell a proprio beneficio). Inoltre, oltre alla vicenda principale, vengono raccontati episodi e aneddoti (tutti riguardanti il tema della magia) inseriti sotto forma di nota a piè di pagina, in un complesso e interminabile gioco di rimandi e digressioni che fa sì che il lettore si allontani continuamente dalla narrazione principale e si smarrisca in un mondo alternativo e avvolgente.

La magia di Susanna Clarke è qualcosa di infido e radicalmente diverso dalla solita idea delle bacchette magiche: piuttosto, nel romanzo gli incantesimi sono procedure molto complesse, simili a delle ricette e a dei rituali per sottomettere i fenomeni naturali, che richiedono studio e conoscenza per poter venire padroneggiate. Non a caso, il signor Norrell possiede la biblioteca più grande del mondo e non consente a Strange di aver accesso a determinati testi, nella paura di venire da lui superato nell’arte magica. Inoltre, non solo i due protagonisti sono due bibliomani, ma tutto il romanzo si basa sui libri, richiamando un numero portentoso di riferimenti bibliografici: libri che citano libri che a loro volta citano altri libri, fino alla creazione di un vero e proprio labirinto metaletterario. Lo stesso mondo fatato, le “Terre Altre” abitate dalla “gente incantata”, non sono mai descritte direttamente, ma solo per adombramenti e riferimenti bibliografici. Le note sono legate a eventi del passato ma a livelli temporali diversi, sfasati fra loro: c’è l’età presente, dove la magia è appena stata riscoperta da Strange e Norrell, quindi l’età argentea e a ritroso fino all’età aurea, dominata da John Uskglass, il Re Corvo. Ogni nota e ogni microstoria si sovrappone anche a livello stilistico, a suggerire l’irraggiungibilità e l’impossibilità di raccontare il mondo incantato: non è un caso che chi cerca di spiegare cosa gli è successo nelle Terre Altre non riesce a esprimersi, dilungandosi in una serie di dettagli oziosi e incomprensibili riguardanti altre storie, e solo la pazzia è una delle strade privilegiate per accedere alla dimensione magica. Senza contare che ogni magia ha un prezzo, così come l’ambizione che la muove. Una lettura grandiosa, al termine della quale anche voi crederete di essere là dove finivano un tempo tutti i maghi, «dietro il cielo, dall’altro lato della pioggia».

domenica 10 novembre 2019

J.R.R. Tolkien - La Compagnia dell'Anello

Dire la mia sulla nuova traduzione del Signore degli Anelli è un’impresa rischiosa, sebbene argomento decisamente acchiappalike. Per molta gente, qui in Italia, pensare di ritradurre un testo sacro come questo è una bestemmia o una questione di lesa maestà: come ci si è potuti permettere anche solo di pensare di sconfessare la vecchia traduzione del 1967 di Vittoria Alliata di Villafranca sotto (si dice) la supervisione dello stesso Tolkien? Una traduzione che poi è stata pesantemente modificata da Quirino Principe che livellò tutti i dialoghi su un registro alto, demolendo la stratificazione linguistica e la varietà lessicale di un filologo come Tolkien, fatta talmente bene che in seguito ha dovuto subire un progressivo lavoro di sistemazione nel corso degli anni (si conta una mezza dozzina di interventi)? Aggiungiamoci che la vecchia traduzione è ammantata di una certa connotazione politica (di destra) ben precisa e che la nuova è stata realizzata in collaborazione con la recente Associazione Italiana di Studi Tolkieniani (di sinistra), e apriti cielo: hanno cominciato a fioccare articoli dal titolo “Come assassinare Tolkien” e “Giù le mani da Tolkien”, che accusano la Bompiani di aver scientemente messo in atto una nuova lettura di Tolkien in chiave terzomondista e politically correct, capace di alterare la sua portata di classico eterno e tradizionale, antimoderno e antisistema. Tutti discorsi che si fermano come sempre alla frontiera di Chiasso e, guarda caso, non si fanno mai per nuove traduzioni di Dostoevskij, Dickens o Proust, autori che sono considerati classici: anche Tolkien è un classico che parla a tutti, non un’allegoria chiusa, ed è normale che venga ritradotto dopo qualche anno rispetto alla prima edizione. Ora, sono il primo a dire che il nuovo traduttore Ottavio Fatica avrebbe potuto essere più diplomatico invece che accusare la vecchia traduzione di avere “500 errori a pagina per 1.500 pagine”, ma sul fatto che la vecchia versione Rusconi (rimasta quella, nonostante le revisioni, anche in seguito del passaggio dei diritti a Bompiani) fosse piena di manipolazioni e alterazioni c’è poco da discutere. Da parte sua, Vittoria Alliata non è stata da meno, visto che ha denunciato per diffamazione Fatica, sancendo una nuova faida in un settore, quello editoriale, già frequentato da pazzi scatenati e sempre più incentrato sulle polemiche social. Poi è arrivata in anteprima la nuova interpretazione della poesia dell’Anello, faccenda molto delicata in quanto di particolare significato nel cuore di ogni tolkieniano: le resistenze sono state ovviamente forti, dopo 50 anni durante i quali ci si è affezionati a un testo e a determinati nomi (consacrati, è bene ricordarlo, dall’adattamento della trilogia cinematografica di Peter Jackson), ma da qui a improvvisarsi filologi su YouTube ce ne passa, peggio ancora evocare teorie del complotto e bassa dietrologia. Quindi lo sdegno si è rivolto a Samwise Gamgee tradotto come “Samplicio”, cosa che ha portato ad accuse infamanti di aver snaturato la natura del nome: neanche qui bisogna stupirsi troppo, visto che nell’era di internet tutti sanno fare il mestiere di tutti e non si tiene conto del fatto che Samwise, come spiegato da Giampaolo Canzonieri (principale consulente di Fatica per questa traduzione), viene dall’anglosassone samwís che significa “semplice”. Insomma, nessuno vi ha rubato l’infanzia e non c’è alcun bisogno di andare a insultare la gente su Facebook o trasformarsi in haters: la vecchia traduzione resterà comunque, e nessuno vi obbliga ad acquistare la nuova.

Diciamo subito una cosa: non solo manca la mappa della Terra di Mezzo, ma la copertina di questo primo volume fa schifo. Mettere questa specie di superficie lunare (pare sia una fotografia satellitare del pianeta Marte), quando ormai c’è un intero immaginario legato a Tolkien, è una scelta veramente assurda. Sarebbe bastato acquistare i diritti di un’immagine di Alan Lee o John Howe per risolvere la cosa, ma come detto l’ambiente editoriale è frequentato da pazzi scatenati e non bisogna stupirsi troppo nemmeno delle superfici lunari. D’altra parte, non si deve giudicare un libro dalla copertina, giusto?

Venendo al testo, finalmente è stata eliminata la famigerata prefazione di Elémire Zolla che correda tutte le edizioni italiane del Signore degli Anelli dal 1970 in poi e che interpretava il romanzo in chiave simbolica, mistico-alchemica e oracolare, attraverso simboli eterni in dialogo tra loro e con una presunta verità astorica che con i personaggi in esso contenuti non hanno davvero niente a che fare (senza contare che svelava la conclusione del romanzo). In compenso, è stata lasciata solamente la prefazione di Tolkien alla seconda edizione, cioè le parole dell’autore stesso che chiarisce la sua posizione sulle letture allegoriche della sua opera: «Quanto al significato profondo o al “messaggio”, nelle intenzioni dell’autore non ne ha alcuno. Non è né allegorico né legato all’attualità. (...) Io detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni e l’ho sempre fatto sin da quando sono diventato abbastanza grande e accorto da individuarne la presenza. Preferisco di gran lunga la storia, vera o finta, con la sua molteplice applicabilità al pensiero e all’esperienza dei lettori. Credo che molti confondano “applicabilità” con “allegoria”; ma una risiede nella libertà del lettore, l’altra nel predominio deliberato dell’autore». Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Quanto all’opera del traduttore, conscio di attirarmi le ire di molti, sottolineo la sua incredibile cura nel rendere il registro medio di Tolkien, che ogni tanto si innalza o si abbassa bruscamente a seconda del personaggio che sta parlando, o che si arricchisce di arcaismi, giocando sull’attrito che creano questi effetti. Molte volte sembra proprio di leggere un nuovo libro, che in alcuni casi trascina e commuove, come nel caso del dialogo tra Frodo e Gandalf, o che si adatta alla perfezione alla polifonia di Tolkien, come accade per il Consiglio di Elrond, l’episodio in cui maggiormente le parole e il modo di parlare dei vari personaggi implicano la loro etica e il loro modo di vedere le cose. E poi bisogna segnalare l’estrema attenzione per le sottigliezze: per rendere parole come drownded per drownedvittles per victuals pronunciate da Hamfast Gamgee, il padre di Sam, Fatica ricorre a storpiature lessicali come “affocato” al posto di “annegato” o “pappatoria” al posto di “mangiare”. Oppure rispetta i neologismi (intraducibili) come “eleventy-one” dall’Old English e lo traduce “undicento”, e fa ricorso a forme gergali in uso anche nell’italiano come “Il signor Bilbo gli ha imparato a leggere e a scrivere” per tradurre “Mr. Bilbo learned him his letters”. Tutte cose che non aveva mai notato nessuno, per inciso. Non si tratta di invenzioni, ma di un tentativo di dare una sfumatura che nell’originale connota un ben preciso modo di parlare di determinati personaggi: ignorarla nella convinzione di rendere più scorrevole o evocativo un testo non è affatto una motivazione adeguata, anzi, conferma la brutta abitudine di rifiutarsi di analizzare Tolkien sotto una luce nuova, più meticolosa e fedele. Come al solito, si conferma la brutta tendenza a opporsi al nuovo, in quanto il vecchio è meglio, anzi, è bello per partito preso.

Il lavoro di Fatica riguarda anche nomi e toponimi, senza rispettare le proposte del passato (quindi Rivendell non è né Forraspaccata né Gran Burrone), dando anzi sfoggio di grande creatività specie per rendere i “nomi parlanti” (creati apposta così da Tolkien): per i nomi, vengono eliminate le traslitterazioni fonetiche (Tuc ridiventa Took) e presentate varianti come Ruggitoro/Muggitoro, Brandibuck/Brandaino, Sabbioso/Sabbiaiolo, Scavari/Scavieri, Paffuti/Paciocco, Rintanati/Cavacciolo, Serracinta/Pancieri, Tassi/Tanatasso, Soffiatromba/Soffiacorno, Tronfipiede/Pededegno, Grassotto Bolgeri/Ciccio Bolger, Cactaceo/Farfaraccio, Grampasso/Passolungo, Billy Felci/Bill Felcioso. Inoltre, l’incomprensibile “Gaffiere” diviene “Veglio”, l’Assemblea degli hobbit non è più nazionale ma conteale (tra l’altro il concetto di nazione non esiste nella Terra di Mezzo), i Raminghi diventano Forestali (altra cosa, a quanto pare, per molti insopportabile), Occidente diviene Occidenza, i Warg non sono più Mannari, Mezzuomo si riduce a Mezzomo. Soluzioni che possono non piacere, ma che sono comunque lecite.

Lo stesso accade per i toponimi: Hobbiville/Hobbiton (come in originale), Decumano/Quartiero, Pianilungone/Vallelunga, Pietraforata/Gran Sterro, Lungacque/Acquariva, Saccoforino/Scarcasacco, Tucboro/Borgo Daino, Terra di Buck/Landaino, Crifosso/Criconca, Terminalbosco/Fondo Boschivo, Sinuosalice/Circonvolvolo, Tumulilande/Poggitumuli, Montagne Nebbiose/Monti Brumosi, Bosco Atro/Boscuro, Dunland/Landumbria, Chiane Ditteri/Chiane Moscerine, Terre Selvagge/Selvalanda, Colle Vento/Svettavento, Fiume Grigio/Fiume Pollagrigia, Gran Burrone/Valforra, Rombirivo/Riorombante, Agrifogliere/Agrifoglieto, Valle dei Rivi Tenebrosi/Vallea dei Riombrosi, Mirolago/Speculago, Argentaroggia/Roggiargento.

Anche le poesie sono cambiate. Fatica ha cercato di mantenere metro e rime originali (cosa che la versione Alliata/Principe non faceva) e per questo ha dovuto leggermente forzare sintassi e lessico, oltre che rendere ragione della tecnica dell’inversione di Tolkien, che dispone le parole in un ordine diverso rispetto al normale all’interno della frase. Può non piacere, ma anche questa è una scelta lecita: leggete questa nuova traduzione, criticatela ma soprattutto ragionate prima di trarre conclusioni affrettate. Amare Tolkien significa leggerlo davvero.

domenica 27 ottobre 2019

Neil Gaiman - Questa non è la mia faccia

Neil Gaiman è uno degli autori più interessanti del panorama internazionale, il cui eclettismo gli ha permesso di tracciare una via assolutamente personale che rimane una fonte di ispirazione per chiunque si avvicini al mondo del fantastico. Questa non è la mia faccia è una sua antologia che contiene discorsi, saggi e introduzioni di varia provenienza (anche temporale), una miscellanea che a un occhio superficiale e poco attento potrebbe risultare un ozioso e furbo riempitivo per fare due spiccioli aggiuntivi da parte di un autore che è comunque una rockstar (riprendendo la famosa definizione del suo amico Alan Moore). Certo, il fatto che racconti la genesi di molti dei suoi romanzi e racconti lo rende difficile da affrontare per chi non lo conosce, ma non si tratta solo di questo: l’antologia è piuttosto una dichiarazione d’amore di Gaiman verso la letteratura, i libri che ha amato, gli autori da cui ha attinto e che gli hanno insegnato tutto quello che sa sulla scrittura. È emozionante leggere del suo amore per Le Cronache di Narnia di C.S. Lewis (da cui copiò l’uso delle parentesi nei temi e nei compiti scolastici), ciclo che per la prima volta gli ha fatto pensare che ci fosse un autore dietro un libro, e imbattersi nell’ammissione che il desiderio di diventare anche lui scrittore, e in particolare scrittore di fantastico, è nato leggendo Il Signore degli Anelli di Tolkien. O di quando racconta di quando a scuola raccontò una barzelletta contenente la parola fuck a un suo compagno e ottenne il risultato di rischiare l’espulsione e di perdere il compagno (che la raccontò a sua volta a sua madre), immediatamente ritirato «da quel covo brulicante di iniquità scatologiche». Un episodio che gli ha insegnato che le parole hanno un potere e che bisogna selezionare con cura il proprio pubblico.

Dalle biblioteche alle librerie che hanno caratterizzato la sua vita, in chiave assolutamente personale, Gaiman trasmette l’idea che la letteratura non sia un monologo chiuso ma un dialogo sempre aperto, che arricchisce la persona e le permette di imparare, sognare e vivere in altri mondi e dimensioni dalle quali è possibile tornare diversi, arricchiti. La sua fiducia nella narrazione è totale, il suo approccio onnivoro e positivo, tipico di chi è cresciuto sui libri e che vive per i libri: non è importante leggere su carta, su ebook o su cd, l’importante è leggere, in base a quello che piace. E non bisogna nemmeno mantenere un atteggiamento snobistico nei confronti di determinati generi considerati sciocchi, come la letteratura d’evasione, i fumetti o i libri per bambini, perché si otterrebbe un effetto controproducente: «Adulti bene intenzionati possono distruggere con grande facilità l’amore per la lettura di un bambino: impeditegli di leggere quello che gli piace, o dategli i libri degni ma noiosi che piacciono a voi, l’equivalente contemporaneo dei libri "educativi" di epoca vittoriana. Vi ritroverete con una generazione di ragazzi convinti che leggere non sia figo e, peggio ancora, che non sia un piacere». Una frase che andrebbe incisa in ogni libreria come stella polare per tutti quegli adulti noiosi e pieni di preconcetti che pensano che i bambini debbano essere distolti con la forza dai libri di loro interesse e costretti a leggere tomi sacri ed edificanti.

Molti sono i consigli forniti sulla scrittura, ma tutti riguardanti la dedizione e la passione: si deve amare quello che si fa, perché la scrittura è prima di tutto felicità e benessere, e coltivare le proprie ossessioni, consci che esse possono produrre arte. Bellissimo è il ragionamento sui miti, da Gaiman lungamente utilizzati a partire dal fumetto Sandman per arrivare ad American Gods. Con una metafora presa dal giardinaggio, per il nostro i miti sono come il compostaggio: «Iniziano come religioni, come credenze con radici profondissime, e come storie che si aggregano in religioni man mano che si sviluppano. (...) E poi, quando le religioni passano di moda, o le storie non sono più ritenute vere in senso letterale, diventano miti. E il compost di miti è diventato terriccio, il terreno fertile per altre storie e altri racconti che sbocciano come fiori selvatici». I miti si sono quindi adattati alle diverse epoche («Anansi, il dio ragno dell’Africa, diventa Fratel Coniglietto alle prese con il bambino di pece») e si sono trasformati nei supereroi dei fumetti, proliferano nelle leggende metropolitane, diventano icone e celebrità, e quindi sono nostri in tutto e per tutto, perché raccontano la nostra vita: da qui la necessità di raccontarli, riplasmandoli e riadattandoli. Lo stesso vale per le fiabe, nate come storie che adulti raccontavano ad altri adulti e diventate favole per bambini quando sono passate di moda, proprio come, secondo l’analogia fatta da Tolkien, «i mobili non più graditi sono spostati nella nursery: non sono nati come mobili per bambini, è solo che gli adulti non sapevano più che farsene».

Si ride spesso per tutti gli aneddoti riportati, come quando Gaiman racconta che lui e Pratchett hanno scritto Buona Apocalisse a tutti! scambiandosi floppy disk per posta; altre volte ci si meraviglia, come quando scopriamo che in Cina hanno finanziato una convention di fantascienza dopo aver notato che chi lavora a Microsoft, Google e Apple da ragazzo leggeva sempre fantascienza. Oppure quando il nostro stabilisce un’equiparazione tra musical e pornografia: come nel musical tutto è un pretesto per mettere in scena le canzoni, nel porno tutto è un pretesto per mostrare una sequenza di scene prestabilite, secondo le regole codificate dal genere. Senza quelle regole, il pubblico si sentirebbe fregato: non è l’argomento a fare il genere ma le sue regole. Di sicuro da Gaiman si deve sapere cosa aspettarsi, cioè dissertazioni e divagazioni sul fantasy, la fantascienza e l’horror, con una grande attenzione per i diversi linguaggi, in linea con la sua poliedricità. C’è una galleria di ritratti di autori che Gaiman ha conosciuto o con cui ha lavorato (Terry Pratchett, Douglas Adams, Stephen King), una serie di recensioni sui generi e i romanzi amati (Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, Jonathan Strange & il signor Norrell di Susanna Clarke), l’approccio ai film (l’amato La moglie di Frankenstein) e alle sceneggiature (MirrorMask), una dichiarazione d’amore per Doctor Who (che si scopre essere stato fondamentale per la realizzazione di Neverwhere), una lunghissima dissertazione sui fumetti (Jack Kirby, Will Eisner, Bone di Jeff Smith) e il modo di realizzarli, un surreale reportage di una notte passata per le strade di Londra, la narrazione di una serata agli Ocar, addirittura un testo sorpresa che saltava fuori nel videogioco SimCity 2000 se si andava in biblioteca. Non mancano nemmeno capitoli sulla musica (Tori Amos e Lou Reed, a cui il nostro ha fatto perfino un’intervista) e sull’arte (The Fairy Feller’s Master-Stroke di Richard Dadd, la National Portrait Gallery), il sostegno a Charlie Hebdo, uno sguardo sulla Siria, senza dimenticare il racconto dell’incontro con la moglie Amanda Palmer, cantante alternativa e controversa, oltre a vari ragionamenti sulla vita.

Ovviamente non ho detto tutto. C’è un universo in questo libro, esattamente come c’è un universo nella mente di Gaiman. Alla fine la sua lezione è che la lettura fa scoprire mondi e la scrittura ne produce altri. È il classico libro che ti fa stabilire connessioni, ti mette addosso una voglia incredibile di procurarti e leggere tutte le opere e gli autori citati che non conosci, e ti getta nella disperazione perché ti rendi conto che non ce la farai mai. Ma ti esorta anche a rischiare, a provare a dire la tua, a creare la tua opera d'arte.

venerdì 25 ottobre 2019

Jay Asher, Jessica Freeburg, Jeff Stokely - Piper. Il canto della solitudine

Non nascondo di aver sempre provato una sorta di fascinazione per la fiaba del Pifferaio Magico, figura quanto mai ambigua perché capace di portare via tutti i topi dalla città di Hamelin ma soprattutto i bambini, per portarli chissà dove. Allegoria di un’epidemia di peste? Monito contro l’avarizia umana? C’è perfino chi sostiene che il Pifferaio rappresenterebbe il reclutatore di un pellegrinaggio o di una campagna militare, meglio ancora di una crociata dei bambini. Sono stato quindi attratto da questo Piper. Il canto della solitudine, graphic novel che è a tutti gli effetti una riscrittura della celebre fiaba realizzata da Jay Asher, l’autore di Tredici, romanzo ormai conosciuto da tutti grazie all’omonima serie prodotta da Netflix. Asher immagina una coprotagonista della fiaba, la dolce Maggie, una ragazza che da piccola ha perso l’udito a causa di un terribile atto di bullismo nei confronti suoi e di suo fratello, e si occupa di una vecchina che si è presa cura di lei una volta rimasta orfana. Il Pifferaio invece è misterioso come nella versione originale e si reca nel villaggio di Hamelin per liberarlo dall’invasione dei topi grazie alla sua magia. I due, che condividono un comune destino di outsider e di emarginati in quanto diversi, in breve si innamorano l’una dell’altro, e qui emergono i due diversi caratteri: Maggie, nonostante la tenerezza, è solare e fiduciosa verso la vita e il prossimo («Hamelin pensava che mia madre e mio fratello non meritassero di vivere. Probabilmente pensano lo stesso di me. Ma io credo che ogni vita sia degna di essere vissuta»), mentre il Pifferaio è pieno di ombre e, in base a una sua idea di giustizia, intende vendicarsi degli abitanti del villaggio, che sono orribili già di loro e che per giunta rifiutano di pagarlo per il lavoro pattuito. La riscrittura della fiaba affronta quindi in maniera originale il problema della diversità, della colpa e del perdono, mentre il tema della magia è risolto come tecnica (il Pifferaio conosce le melodie giuste per addormentare o comandare animali e uomini e lascia che la gente pensi che sia effetto di un incantesimo). Spiazzante il finale che arriva alle medesime conclusioni della fiaba spiegando qualcosa di più ma mantenendo lo stesso tono dolceamaro. Non male i disegni di Jeff Stokely, anche se a volte diventano caricaturali e pupazzosi. In pieno stile Netflix, il figlio del mugnaio di Hamelin è nero, non molto coerente con lo scenario della Bassa Sassonia del XIII secolo, ma si sa che oggi è necessario fare queste attualizzazioni.

martedì 15 ottobre 2019

Irvine Welsh - Porno

A dispetto del suo titolo esplicito e provocatorio, Porno è il romanzo prosecuzione di Trainspotting, diverso ma ugualmente folle, sempre ambientato nella cornice del sobborgo portuale di Leith, vero e proprio non-luogo per nulla raccomandabile. Dieci anni dopo, il protagonista è il cinico Sick Boy, al secolo Simon David Williamson, il quale, sopravvissuto al fallimento londinese come truffatore, marito e padre, sniffa cocaina e intende fare il botto girando un film porno (Sette troie per sette fratelli) nel retro di un pub e partecipare al festival hard di Cannes: per questo, ingaggia una serie di erotomani e in particolar modo la macchina del sesso Terry, ma il salto di qualità decisivo avviene quando nella compagnia entra Nikki, splendida studentessa-massaggiatrice priva di inibizioni. I fili del destino sembrano riannodarsi perché ritroviamo invischiati nella vicenda tutti i personaggi la cui amicizia si era disgregata alla fine di Trainspotting a causa della fregatura di Mark Renton, che all’inizio si nasconde ancora ad Amsterdam (dove si è rifugiato) ma poi viene scovato da Sick Boy. Spud continua a essere perso nella sua dipendenza dalle droghe ma è impegnato nell’impresa di scrivere una storia del suo sobborgo, mentre lo psicopatico Begbie è in prigione per omicidio ed è ben intenzionato a vendicarsi di Renton. Avendolo letto subito dopo Trainspotting, non sono incappato in alcun modo nella sindrome del fan deluso per un seguito deludente e fuori tempo massimo, quindi non mi metto a gridare che mi hanno rubato l’infanzia o i miei sogni. Pur nella sua disorganica ed eccessiva lungaggine, Porno ha senza dubbio il merito di donare un futuro a un gruppo di tossici sbandati che un futuro sembravano non avercelo. Dopo aver narrato il mondo dell’eroina, Welsh tenta di raccontare quello del porno amatoriale in chiave di riscatto sociale senza cadere nell’errore di film come Zack & Miri – Amore a... primo sesso e La banda del porno: se quei film partono da pretese grevi e oltraggiose ma finiscono nei territori del sentimentalismo più conformista, Porno resta un bell’esempio di narrazione amorale, politicamente scorretta e quasi documentaristica nella sua esplicita crudezza e abbondanza di dettagli sordidi. Nulla è risparmiato al lettore, a livello di amplessi e scurrilità: di Trainspotting è ripresa la struttura corale, con i vari capitoli che raccontano in prima persona le disavventure dei personaggi attraverso i loro diversi punti di vista e la loro voce, tra eccessi scatologici, bassezze e tentativi di truffa o sopraffazione (il clima di sfiducia è reciproco e fino alla fine ci chiederemo chi sarà a fregare chi), con il solito ritmo gergale tipico dell’autore, i cui eccessi tuttavia questa volta rischiano di sfociare nel manierismo (stimolato dalla tematica pruriginosa, Welsh sembra divertirsi un sacco a scandalizzare il lettore, e non si risparmia nemmeno le bestemmie). Allo stesso tempo, il romanzo mantiene la carica di critica sociale del predecessore («Sigarette, alcol, eroina, cocaina, anfe, miseria e inculamento del cervello da parte dei media: le armi di distruzione del capitalismo sono più sottili ed efficaci di quelle del nazismo, e lui non ce la fa contro di loro») e cerca di raccontare quanto i tempi siano cambiati anche nello sballo (la diffusione delle droghe sintetiche) e la disillusione degli anni Duemila («Questa è la nostra tragedia: che nessuno ha una vera passione, a parte i manipolatori distruttivi come Sick Boy o i viscidi opportunisti come Carolyn. Gli altri sono tutti talmente buttati giù dalla merda e dalla mediocrità che li circonda. Se negli anni Ottanta il mondo era “io” e nei Novanta “esso”, nei Duemila è “oide”. Tutto dev’essere vago e contenuto. Prima era importante la sostanza, poi lo stile era tutto. Adesso tutto viene simulato»). Ovviamente, la visione portata dai nostri (anti)eroi è sempre quella, senza modelli o bandiere di riferimento ma solo nel nome dell’individualismo più sfrenato («Renton. Chi è? Cos’è? È un traditore, un infamone, uno stronzo, un crumiro, un egoista bastardo, è tutto quello che uno nato povero dev’essere per entrare nel nuovo sistema capitalista. E io lo invidio. Troia, invidio sinceramente il bastardo, perché in realtà non gliene fotte niente di nessuno a parte se stesso»), e anche l’atteggiamento di sfida e sfrontatezza verso la società borghese che cerca di responsabilizzarli e reintegrarli è lo stesso (Sick Boy riceve una lettera dell’ufficio del capo della polizia di Contea che lo ringrazia per l’importante contributo nella guerra alla droga e lui lo attacca dietro il bancone del locale come lasciapassare per lo smercio, vantandosi di «essere un membro benpensante e a pieno titolo dei ceti capitalisti»). Interessante l’inserimento del personaggio femminile di Nikki, che usa il suo corpo come scorciatoia nella vita senza che alcuna conquista riesca davvero a soddisfarla, ma in definitiva rappresenta un’occasione mancata perché nell’ultima parte viene lasciata in secondo piano per concentrare l’attenzione sul quartetto delle meraviglie Sick Boy-Spud-Begbie-Renton. Il finale è formidabile e inaspettato. Non male l’insistenza sulla fissazione dell’anal della nostra società e la spiegazione di come l’immaginario hard sia basato sulla fantasia.

mercoledì 25 settembre 2019

Irvine Welsh - Trainspotting

Quando andavo al liceo, ormai più di vent’anni fa, Trainspotting era il film cult delle autogestioni o delle occupazioni scolastiche, quello che occupava stabilmente l’aula audiovisivi con tanto di dibattito a seguito: il risultato è che alcune persone se lo saranno visto dieci volte, magari consolate dal mito che veniva diffuso secondo cui il messaggio del film era quello che ognuno ha la sua droga personale. Ovviamente, col senno di poi, il film parlava di tutt’altro, e ovviamente anche il romanzo originale di Irvine Welsh, uscito all’inizio degli anni Novanta ma ancora oggi un autentico pugno nello stomaco per qualsiasi benpensante e una delizia per gli alternativi. Ambientato a Edimburgo, o per meglio dire in un suo sobborgo di Edimburgo, racconta la storia di tre amici eroinomani, Mark Renton, Spud e Sick Boy, che passano il tempo a far finta di cercare un lavoro per campare col sussidio e di disintossicarsi, ma anche ad andare a letto con le ragazze e a fare i conti con l’AIDS. Senza dimenticare le truffe: Mark ha organizzato una frode basata sugli assegni circolari del collocamento e incassa il sussidio a cinque indirizzi diversi, e ruba libri dalle librerie Waterstone per poi rivenderli. Finché il loro amico Begbie, uno psicopatico violento che non si droga ma è alcolizzato, li coinvolgerà nel colpo della vita: vendere due chili di eroina a Londra. Il piano riuscirà, ma sarà la fine della loro amicizia. Già il titolo la dice lunga: si riferisce all'episodio Guardando i treni alla stazione centrale di Leith (in originale, Trainspotting at Leith Central Station), dove Renton e Begbie vengono avvicinati da un vecchio barbone mentre stanno urinando nell'ormai dismessa stazione centrale di Leith, e poi si scopre che il barbone è il padre di Begbie. Trainspotting è un romanzo che ha l’ambizione di mostrare in maniera del tutto nichilista e amorale cosa ci sia di tanto eccitante nel farsi di eroina nei baracconi di tiro a segno e vivere in mezzo all’immondizia («Prendi il tuo orgasmo migliore, moltiplica per venti la sensazione, e non ci sei arrivato nemmeno vicino, cazzo, sei ancora lontano un chilometro»). Tra ogni possibile eccesso scatologico, sessuale, alcolico e linguistico (senza contare le esplosioni di violenza), raggiungendo picchi di vero e proprio disgusto, Welsh infonde tutto il suo umorismo sporco e ghignante e traccia un ritratto cinico e compiaciuto di una generazione perduta che non solo rifiuta qualsiasi modello offerto dalla società («i socialisti la tirano lunga a parlare dei compagni, la lotta di classe, il sindacato e la società. Chi se ne fotte, tutta roba di merda») ma soprattutto non ha più bandiere né miti ribellistici in cui riconoscersi. E nemmeno le differenze calcistiche (la rivalità cittadina tra Hibernian e Hearts) e religiose («Ma che razza di famiglia del cazzo che mi ritrovo. Brutti stronzi cattolici dal lato di mia madre e coglioni porci orangisti da quello di mio padre») hanno più molto senso. Nella loro sfrontata irriverenza, più che paura o disgusto, Mark e i suoi amici suscitano pena e simpatia, anche se sono privi di un qualsiasi alibi che spieghi e giustifichi la loro deriva autodistruttiva: sono solo sempre pronti a reintegrarsi, continuando a fregare la società borghese che pensa di poterli redimere o correggere. In questo senso è perfetto il turpiloquio utilizzato da Welsh, reso magistralmente anche nella traduzione italiana (ci si riferisce a chiunque altro come “il coglione”, all’organo genitale femminile come “la fessa” e si utilizza spesso il verbo “svomare”), attraverso cui fa parlare i suoi personaggi in prima persona con il loro personale intercalare (Spud dice sempre “non per dire” e chiama tutti “gattone”) e li inserisce in una struttura non lineare con pensieri e discorsi strampalati che si accavallano. Irresistibili le frasi sulla scozzesità («A che cazzo serve pigliarsela con gli inglesi solo perché ci hanno colonizzato? Non ho un cazzo io contro gli inglesi. Sono dei segaioli e basta. Siamo stati colonizzati da un mucchio di segaioli. Non siamo stati nemmeno capaci di sceglierci una bella cultura sana e decente per farci colonizzare») e fantastiche le scene di Spud costretto a presentarsi al colloquio di lavoro o dello stesso che si risveglia a casa della fidanzata coperto dai suoi stessi escrementi; terrificanti invece quelle della bambina morta che gattona sul soffitto durante il delirio da disintossicazione di Mark (un classico anche del film) e della vendetta di Davie nei confronti di un sieropositivo. Se si sopravvive al vasto campionario di aghi, sangue, fluidi corporei, sostanze fecali (e mestruali) e corpi in disfacimento, si avrà a che fare davvero con un grandissimo romanzo.

venerdì 13 settembre 2019

Erica Jong - Paura di volare

Considerato un caposaldo della letteratura femminile, Paura di volare è un romanzo di inizio anni Settanta a torto definito “erotico”. Di certo ha un linguaggio assolutamente esplicito (e talora volgare) e, letto oggi, risulta irrimediabilmente datato e altalenante a livello di ritmo, ma prima di stracciarsi le vesti in preda allo sdegno bisogna dire che ha un taglio del tutto diverso dal filone alla 50 sfumature: infatti, come scrive Lidia Ravera nella Prefazione, le avventure della protagonista non raccontano «il piacere di soccombere, la voluttà dell’obbedienza, lo strapotere del maschio miliardario e sadico», bensì «la vittoria di una donna su se stessa, la sua conquista del desiderio, della libertà di sperimentare». Insomma, rispetto alla produzione di E.L. James (autrice delle suddette 50 sfumature) o Anna Todd (autrice della serie After) sembra quasi di avere a che fare con un Nobel per la letteratura: questione di punti di vista, insomma. Il romanzo, probabilmente autobiografico (ma la stessa autrice ammette di non dire sempre la verità), risente pesantemente del clima anni Settanta nel quale fu scritto, vale a dire la grande epoca della contestazione, della liberazione sessuale, della psicanalisi e della convinzione di poter cambiare il mondo. La protagonista è Isadora Wing, alter ego dell’autrice, ebrea, colta e newyorkese, autrice di poesie erotiche, sposata con uno psicanalista dopo essere già stata sposata con un malato di mente («Era logico che dopo uno psicotico volessi sposare uno psichiatra»): lo spunto è una trasferta europea con il marito Bennett per andare a un convegno di freudiani americani a Vienna, e da qui una sorta di triangolo amoroso che si trova a vivere con l’amante inglese Adrian Goodlove, conosciuto in questa occasione. La vicenda tocca un sacco di tematiche, come la scoperta del potere della seduzione femminile, la scoperta del proprio corpo, il bisogno di compiacere i maschi, la necessità di fare delle scelte, la ricerca di affetto e felicità, la sensazione di essere perseguitata (Isadora è ossessionata dal Terzo Reich e dai tedeschi), la contraccezione (Isadora usa il diaframma), la maternità (i problemi con la propria madre, cosa significa essere madre, la domanda se la donna si completi veramente se è madre, quanto i figli sono un ostacolo all’affermazione personale). Ma soprattutto l’emancipazione femminile, la donna che lavora, viaggia e non dipendente dall’uomo (sia da single sia da sposata), che fa quello che vuole e non viene colpevolizzata per questo («Mi sento in colpa perché scrivo poesie invece di cucinare. Mi sento in colpa per qualunque cosa. (…) Le donne sono le peggiori nemiche di se stesse. E i sensi di colpa sono il principale strumento della tortura che si autoinfliggono»), con il sogno di liberarsi dal senso di colpa e di essere disinibita e senza problemi come le protagoniste dei romanzi erotici. Inutile dire che il titolo Paura di volare non è solo da prendere in senso letterale ma richiama tutto questo, la voglia di liberarsi e volare alto ma aver paura di farlo per tutta una serie di inibizioni, restrizioni e considerazioni. Spesso e volentieri la nostra eroina passa in rassegna le sue disavventure con i suoi vari amanti e talvolta si prende sul serio («La vita non ha una trama. È molto più interessante di tutto quello che si può raccontare, perché il linguaggio, per la sua stessa natura, dà un ordine alle cose, mentre la vita vera non ha un ordine») ma, a dispetto dell’ambientazione psicanalitica (e anni di terapia non sembrano aver poi portato a molto), la Jong utilizza uno stile leggero e ironico, perfettamente esemplificato dall’invenzione della scopata senza cerniera, roba in puro stile Sex & the City («senza cerniera (…) perché l’avvenimento ha tutta la velocità e la concentrazione di un sogno e come un sogno sembra libero da rimorsi e sensi di colpa; perché non si parla del marito defunto di lei o della fidanzata di lui; perché non si cerca di razionalizzare; perché non si parla per niente. La scopata senza cerniera è assolutamente pura. (…) È più rara di un unicorno»); non è da meno però l’idea di scrivere un poema epico sulla storia del mondo e di classificazione dei popoli attraverso i gabinetti.