sabato 19 settembre 2020

Alexandre Dumas - I tre moschettieri

Tragicamente etichettato come “romanzo per ragazzi” o romanzo d’appendice nell’accezione peggiore del termine, I tre moschettieri di Alexandre Dumas è da sempre uno dei miei romanzi preferiti (ne ho già parlato QUI): è uno dei vertici assoluti del romanzo di genere che ha ben pochi eguali per la sua capacità di procurare piacere e di unire l’ironico e il tragico, l’inventiva alla narrazione, lo stile alla passione. Certo, è avventuroso, perché è basato su intrighi, inseguimenti e duelli, ma è anche un romanzo di formazione, e spesso questo lo si dimentica, ripiegando sulle famose frasi fatte che lo bollano come antiletteratura perché i personaggi agiscono invece che pensare; che Dumas veniva a pagato a riga e quindi ne approfittava per allungare il brodo; che il romanzo, come diceva Flaubert, non necessiterebbe di alcuna iniziazione per essere letto e goduto; o ancora si ricorre all’iperbole di Umberto Eco secondo cui Il conte di Montecristo (sempre di Dumas), «è senz’altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e dall’altra parete è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature». Ambientato all’inizio del Seicento alla corte di Luigi XIII, in un’epoca (come dice il testo) «di pochissima libertà, ma di maggiore indipendenza», I tre moschettieri segue la vicenda umana e professionale di d’Artagnan, giovanotto guascone che giunge a Parigi per coronare il suo sogno di diventare moschettieri: incontrerà i tre moschettieri del titolo, Athos, Porthos e Aramis, e si metterà al centro di una serie di vicende rocambolesche che lo porteranno a diventare nientemeno che tenente dei moschettieri. La prima parte è occupata dalla conoscenza del protagonista e dei tre moschettieri ma soprattutto dalla famosissima vicenda dei puntali di diamanti della regina Anna d’Austria, che d’Artagnan e i suoi compagni dovranno andare a recuperare a Londra dal duca di Buckingham. La seconda parte è incentrata invece sull’assedio della fortezza di La Rochelle, una piazzaforte nelle mani degli ugonotti sostenuti dagli inglesi che dovevano venire spazzati via dal progetto di assolutismo monarchico di Luigi XIII e dal suo primo ministro, il cardinale Richelieu. Poi c’è la vendetta di Milady, che dopo aver visto vanificati tutti i suoi sforzi dall’intromissione di d’Artagnan e dei suoi amici cerca di avere la sua vendetta (tra l’altro, d’Artagnan l’ha anche sedotta). Fatto di fanfaronate e spacconate, con la propensione alla massima memorabile («Ma è proprio il diavolo in persona questo fegataccio!») e attraversato da un certo stile picaresco (Planchet che, alle prese con i pasti da elemosinare, diche che «si mangia pur sempre una volta sola anche quando si mangia molto»), il romanzo è pieno di episodi memorabili: il combattimento tra i moschettieri e le guardie del cardinale; la conquista di un torrione durante l’assedio semplicemente per andarci a pranzare sopra; la disquisizione teologica di Aramis (moschettiere “temporaneo”) insieme a un abate e un curato con annessa accusa di giansenismo; il pranzo di Porthos a casa del tirchissimo Coquenard che, dopo avergli rifilato tre croste, esclama: «Un vero banchetto, epulae epularum: Lucullo pranza in casa di Lucullo»; Athos chiuso nella cantina della locanda tra vini e prosciutti; l’interrogatorio di Richelieu al vile e avaro monsieur Bonacieux, marito di Constance, la bella di d’Artagnan; la seduzione a opera di Milady del puritano o Felton, un fanatico che cede al fascino femminile attraverso cui si vede tutto il disprezzo di Dumas per l’integralismo religioso; Luigi XIII che, soffrendo come tutti i sovrani la malattia della noia, suole scegliere uno dei cortigiani e attirarlo alla finestra dicendogli: «Signor tal dei tali, annoiamoci insieme»; Porthos che accusa Aramis di essere un cattivo prete perché ha compassione degli eretici. Ci sono anche delle riflessioni molto profonde sulla vita, sul caso, sul ruolo dell’amore nelle decisioni dei potenti e dei popoli, alla faccia dell’autore che mette in scena personaggi che agiscono e non pensano. E, giusto per parlare di personaggi, non ce n’è uno meno che memorabile: il tormentato e notturno Athos, il timido e furbo Aramis, l’erculeo e vanitoso Porthos, lo sfuggente e sinistro Rochefort, l’anima dannata del cardinale e poi proprio Richelieu, uno degli uomini più straordinari della sua epoca che, dopo essere passato per le mani di Dumas, ci apparirà per sempre malvagio e sinistro. Un capitolo a parte lo meriterebbe Milady, vera e propria antesignana della figura della femme fatale che grande successo avrebbe avuto nel corso dei secoli. Purtroppo, nonostante le centinaia di trasposizioni cinematografiche e televisive, nessuna versione (a parte quella in due parti di Richard Lester degli anni Settanta) è mai riuscita a replicare il fascino dell’originale dumasiano.

domenica 6 settembre 2020

Dmitrij Miropol’skij - L'ultimo inverno di Rasputin

 
Santone, diavolo, profeta, plagiatore, maniaco sessuale: di Rasputin si è detto di tutto, e soprattutto in Occidente la sua figura è caratterizzata da molti stereotipi. Il suo ruolo a corte era motivato dalla sua capacità di curare l’emofilia del figlio della zarina, ma allo stesso era mal tollerato dai nazionalisti: questo contadino analfabeta infatti era contrario alla guerra, convinto che a farne le spese sarebbero stati i più poveri. Per questo venne eliminato da un complotto che vide protagonisti membri della nobiltà, un parlamentare della Duma e (forse) i servizi segreti inglesi: un evento chiave della storia della Russia e del Novecento, che viene ricostruita dallo scrittore Dmitrij Miropol’skij in questo volumone di oltre 700 pagine che ribadisce come Rasputin sia un personaggio difficilmente comprensibile per un europeo (tanto che Winston Churchill in una scena esclama: «Ma è un personaggio da operetta! Una caricatura. Il Punch delle fiere…») e che quindi rappresenti benissimo l’assoluta unicità della Russia che vuole essere europea ma non ci riesce mai fino in fondo. Il titolo italiano L’ultimo inverno di Rasputin gioca facile facendo riferimento a lui, mentre l’originale 1916, Guerra e pace è molto più indicativo della natura del romanzo (la citazione del capolavoro di Tolstoj non è casuale, e lo stesso Tolstoj compare in un aneddoto insieme a Rachmaninov): Miropol’skij prende l’anno precedente la rivoluzione bolscevica e lo sviscera senza pregiudiziali ideologiche (anzi, parla della Rivoluzione in termini estremamente sanguinosi e negativi) mettendo in scena una narrazione corale, dai moltissimi protagonisti (tutti reali), tesa a sviscerare la decadenza dell’impero russo. Un declino fotografato dalla schiacciante sconfitta calcistica alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 quando la molle e disunita nazionale russa è sconfitta 16-0 dalla Germania. Troviamo lo zar Nicola II, buon padre di famiglia ma del tutto distante dal suo popolo, preoccupato piuttosto a far fuori i turchi e ad allargarsi nei Balcani; il principe Feliks Jusupov, studente di lusso a Oxford che frequenta locali alla moda in elegantissimi abiti femminili, rappresentante di un’aristocrazia dissoluta e arrogante; lo squattrinato poeta Vladimir Majakovskij (che aderirà al comunismo e ne sarà vittima), e insieme a lui il mondo degli artisti d’avanguardia, che tra bettole e salotti letterari vogliono ribaltare l’ordine costituito ma si fanno mantenere da nobili e ricchi borghesi. Ovviamente, i fili della narrazione sono destinati a incrociarsi, dal momento che Majakovskij e la sua amante Lilja sono testimoni involontari dell’efferato delitto e costretti a partecipare alle fasi concitate dell’occultamento del cadavere. Alla ricostruzione storica, Miropol’skij unisce la spy story: la Rivoluzione d’ottobre come grande cospirazione per abbattere l’impero russo, sia di parte tedesca sia di parte inglese (entrambe le parti tentavano di insinuarsi nelle crepe della traballante monarchia russa per trarne il massimo profitto): Lenin stesso (che qui appare solo brevemente) era un agente dei tedeschi, fatto rimpatriare apposta, ma anche Rasputin potrebbe a sua volta essere una spia tedesca. Tra i vari personaggi, a Vienna appare anche Hitler nei panni di un venditore da strada di cartoline. Alla fine, c’è una corposissima parte che racconta il destino dei vari personaggi e che ci porta fino al presente.

sabato 29 agosto 2020

Valérie Morisi - Riscrivere la leggenda

 
Che ci si creda o no, anche il Tolkien minore crea saggistica di primo livello. È il caso di questo Riscrivere la leggenda. Tolkien e il medievalismo di Sigurd e Gudrún, scritto dalla bravissima e attentissima Valérie Morisi su una delle opere più sconosciute del Professore di Oxford, La leggenda di Sigurd e Gudrún, uscito una decina di anni fa a cura del figlio Christopher ma risalente agli anni Venti-Trenta e facente riferimento al corrispettivo norreno del ciclo tedesco di Sigfrido e dei Nibelunghi. La leggenda in questione presenta tutti gli elementi tipici della mitologia nordica: il drago Fafnir, il dio Odino, la valchiria Bynhild, la spada spezzata e riforgiata, il tesoro e l’anello magico su cui grava una maledizione, oltre a temi scabrosi e cruenti come l’incesto, l’omicidio di bambini e il sacrificio umano. Protagonista della vicenda è Sigurd, il Sigfrido germanico, che uccide il drago, conquista il tesoro, risveglia la valchiria, poi sposa Gudrun ma conquista Brynhild per conto del cognato Gunnar, finché lo scontra le due donne non fa precipitare le cose (Brynhild esorta il marito Gunnar a vendicarsi di Sigurd per il tradimento nei suoi confronti). Il libro della Morisi non affronta le somiglianze e le differenze fra Tolkien e quella che è forse la rielaborazione più famosa del mito in questione, la tetralogia teatrale di Wagner, ma analizza il modo in cui Tolkien riscrive il mito partendo da diverse fonti (la saga dei Volsunghi, l’Edda) cercando di uniformare le varianti, addirittura colmandone le lacune in maniera creativa e nel tentativo di conferire verosimiglianza psicologica al tutto. Se la storia quindi è quella, Tolkien carica l’eroe Sigurd di tratti quasi cristologici, conformi alla sua fede cattolica ma impossibili da riscontrare nello scenario pagano dell’originale norreno. Inoltre, dal punto di vista stilistico, il professore di Oxford cerca di riprodurre in inglese moderno il metro e il suono dell’originale norreno, utilizzando il metro allitterativo per ottenere una poesia molto più arcaica e scabra (tutte cose che sarebbero ritornate in alcune poesie del Signore degli Anelli). D’altra parte, come ricorda Douglas Anderson nell’introduzione a Lo Hobbit annotato, lo stesso Tolkien diceva che la sua tipica reazione alla lettura di un’opera medievale non era quella di imbarcarsi in uno studio critico o filologico su di essa, ma piuttosto di scrivere un’opera moderna in quella stessa tradizione. Le fonti del passato avviavano in lui un processo creativo di continuazione e riscrittura: non siamo ancora alla reinvenzione del mito, come Tolkien avrebbe fatto in seguito, ma a uno stadio intermedio, che mostra il passaggio dalla traduzione e dallo studio di testi antichi alla loro riscrittura e, allo stesso tempo, la perfetta sintesi tra il medievalismo più strettamente legato alla storia e la nascente letteratura fantastica. In fondo, come diceva lo stesso Tolkien, sono gli adulti a essere più bisognosi di fiabe.

venerdì 28 agosto 2020

Tom Shippey - Vita e morte dei grandi vichinghi

 

Dei vichinghi, grazie a film e serie televisive, crediamo di sapere tutto, dai loro volti barbuti ai loro elmi dotati di corna o di ali (molto scomodi per combattere, a dire il vero), alla loro abitudine di razziare e stuprare in preda all’ebbrezza dopo copiose bevute di idromele. Un immaginario da fumetto, pieno di cliché e di errori, che viene puntualmente analizzato in questo mastodontico librone Vita e morte dei grandi vichinghi di Tom Shippey, grande filologo e studioso di letteratura medievale nonché erede della cattedra di J.R.R. Tolkien all’università di Leeds e autore di due saggi fondamentali per gli studi tolkieniani come La via per la Terra di Mezzo e Tolkien autore del secolo. Lo pubblica la casa editrice Odoya, che realizza sempre volumi fantastici, e presenta una prefazione (nientemeno che) di Wu Ming 4, altro grande esperto tolkieniano. Shippey comincia subito chiarendo che non si può identificare un’intera popolazione, quella scandinava, con il termine “vichingo”, che non è un’etichetta etnica ma la descrizione di un’attività. Infatti il termine vikingr significava “pirata, razziatore” e designava un’attività stagionale, quella delle razzie (per cui per il resto dell’anno ci si dedicava ad altre attività), riservata per lo più all’età giovanile. L’era vichinga è durata tre secoli, tra la fine dell’VIII secolo all’inizio dell’XI, e la sua civiltà, nonostante provenisse da regioni poco abitate e poco ricche, arrivò a influenzare molte altre culture: i vichinghi dimostrarono una straordinaria capacità di penetrazione, giungendo fino alla corte dell’imperatore bizantino, in Terra Santa, in Italia, in Spagna, in Groenlandia e in Russia. Non era una società di mercanti pacifici dediti al commercio quella dei vichinghi, anzi: commerciavano in schiavi ed erano spesso e volentieri crudeli e feroci. Abili navigatori ed eccezionali combattenti di terra (anche se non troppo disciplinati), furono capaci di incursioni in terre abitate da popolazioni comunque temibili e strutturate.

Dove stava il loro vantaggio? Nella loro psicologia e nella loro mentalità, imperniata su una sorta di culto della morte. Questo traspare dalla loro letteratura, dai poemi (l’Hávamál, la Voluspá) e dalle saghe (basti pensare a quelle di Snorri Sturluson), tutte basate su «scene di morte, di cupa sfida, di famosi ultimi combattimenti e altrettanto famose ultime parole». Queste saghe, popolate di orsi mannari, fanciulle cigno, veggenti, valchirie, dee omicide e troll, presentano intrighi, amori, faide familiari e combattimenti, e sono spesso caratterizzate dal conflitto fra paganesimo e cristianesimo. Sono state redatte nel XIII secolo, cioè due o tre secoli dopo la fine dell’era vichinga (che coincide con la conquista dell’Inghilterra nel 1066), risultato di una forte tradizione orale: secondo molti fanno parte di un immaginario inventato, ma non per Shippey, che le prende molto seriamente perché spiegano come i vichinghi si rappresentavano e cosa pensavano di se stessi. Per questo, nella sua analisi, l’autore mescola le fonti archeologico-storiche a quelle letterarie: quello che emerge è che il mito che stava alla base di queste narrazioni era radicalmente pessimista, tanto da prevedere la morte degli stessi dei nel Ragnarok, la battaglia alla fine del mondo contro i giganti e i mostri. Molto diversa dall’Apocalisse giudaico-cristiana, questa battaglia palingenetica è già segnata dalla sconfitta dei “buoni”, e gli stessi dei ne sono consci. Per questo Odino tradisce abitualmente gli eroi da lui prescelti, lasciandoli morire per farli entrare nel Valhalla e reclutarli nelle sue schiere, proprio in vista di questa battaglia finale. La cosa caratteristica era il rifiuto di arrendersi: l’eroismo poteva essere suggellato solo dalla sconfitta e dalla morte (paradigma molto diverso da quello di Hollywood, che vede la sconfitta come squalifica), ma senza prenderle sul serio e solo con un certo “stile”, cioè facendo battute e lasciandosi andare a spiritosaggini, a un umorismo pervaso da una vena di cattiveria. L’eroe non si arrendeva ma soprattutto doveva rovinare la vittoria al nemico, ridendogli in faccia e facendosi beffe della morte: “morire ridendo”, appunto. Nell’epica nordica, l’eroe nasconde i suoi sentimenti, resta del tutto impassibile, mantiene la poker face; il motivo dell’apparente “stoicismo” e dell’imperturbabilità dimostrata dai vichinghi non è una credenza religiosa in una fede ultraterrena, ma l’orgoglio, e un sistema di credenze in cui la massima virtù è l’autocontrollo. Grande spazio nel saggio viene dedicato alle figure femminili, che nella mitologia nordica hanno un grande spazio e non si oppongono agli eroi maschili, anzi ne condividono la mentalità: determinate, crudeli e indipendenti, si trovano alle prese con le stesse problematiche legate al valore e all’onore.

Lo stesso protagonista della serie Vikings, Ragnar Lothbrok (Ragnar Calzoni Villosi), che muore gettato in una fossa di serpenti dal re Ella di Northumbria, dice proprio: «Ridendo io morirò» (Laughing Shall I Die, che è il titolo originale del libro di Shippey), e aggiunge: «Strepiterebbero i porcellini se sapessero della morte del vecchio verro», indicando così che i suoi figli lo vendicheranno. Personaggio leggendario o semistorico, Ragnar probabilmente non è nemmeno morto così, ma di sicuro i suoi figli (uno fra tutti, Ivar Senz’Ossa) hanno conquistato la Northumbria. Dalla leggenda si entra nella storia documentata. Una leggenda che affonda addirittura nella vicenda di Gunnar e Hogni, invitati con l’inganno a un banchetto dal re Attila, che è loro cognato per aver sposato la sorella Gudrun e vuole a tutti i costi il tesoro dei Nibelunghi. Gudrun li avverte della trappola ma i due ci vanno lo stesso perché sarebbe vile tirarsi indietro rispetto a una minaccia incombente: alla minaccia bisogna andare incontro. Non solo si lasciano imprigionare, ma Gunnar, per rivelare dove si trova il tesoro, pretende che gli venga presentato il cuore del fratello: una volta ricevutolo, risponde di essere l’unico a sapere l’ubicazione del tesoro e si fa uccidere nello stesso modo di Ragnar Lothbrok.

Shippey si sofferma molto sulla battaglia di Maldon, studiata anche da Tolkien, perché connessa a questo tipo di eroismo nordico, tra l’altro condiviso dal capo degli inglesi e dal capo dei vichinghi (morire bene piuttosto che in modo poco sportivo), ma anche perché, una volta morto il conte inglese Beorhtnoth, una parte dei suoi congiunti rimasero a difendere il suo cadavere a costo della loro vita mentre il resto dell’esercito, fatto di villici e servi, sbandò. C’era una differenza fondamentale alla base di quelle due armate: gli inglesi avevano due livelli, i vichinghi invece erano tutti uguali, soci in una spedizione piratesca. Si trattò quindi di uno scontro fra un esercito popolare e un esercito mercenario, che spiega due diversi modi di concepire la guerra. E proprio Tolkien riprende questa idea del combattere e del morire quando, nel Signore degli Anelli, Gandalf sventa il tentativo di Denethor i bruciare su una pira funebre insieme al figlio Faramir e lo accusa di voler ripristinare un uso degli antichi re “pagani”: un conflitto tra una visione dell’eroismo nordico pagano e un eroismo nuovo, capace di preservare certi elementi (il coraggio, il valore, la determinazione) ma non la fascinazione della morte, il vincere morendo, il cercare la bella morte. Una cosa inaccettabile per il cristiano Tolkien, che già aveva stigmatizzato il comportamento di Beorhtnoth definendolo “soverchiante superbia” in quanto privo di responsabilità nei confronti dei sottoposti e dei sudditi.

venerdì 17 luglio 2020

Wu Ming 4 - Stella del mattino

Thomas Edward Lawrence, intellettuale, archeologo e guerriero meglio noto come Lawrence d’Arabia, tra il 1916 e il 1918 ha guidato la rivolta araba contro l’Impero Ottomano ed è stato una delle prime pop star dell’Occidente. Wu Ming 4 ne ha fatto un personaggio del suo romanzo solista Il piccolo regno, ma lo aveva già reso il protagonista di Stelle del mattino, romanzo che collega l’ovattato ambiente accademico di Oxford (con i college e le case dei poeti) all’altrove esotico del Medio Oriente, e che suona come un ragionamento sull’eroismo, il trauma della guerra e sulla costruzione/decostruzione dei miti. La storia parte da un fatto vero: Lawrence è tornato in patria, deluso e attanagliato dai sensi di colpa per la decisione di Inghilterra e Francia di sconfessare gli accordi da lui presi con il principe Feisal. Nel 1920 si trova a Oxford, dove vivono anche J.R.R. Tolkien (il futuro autore del Signore degli Anelli), C.S. Lewis (futuro apologeta cristiano e autore delle Cronache di Narnia) e Robert Graves (esponente dei cosiddetti War Poets). I quattro si muovono in storie diverse che in alcuni punti si intrecciano, ma sono accomunati dal fatto di essere tutti alle prese con il problema di come elaborare e superare l’esperienza vissuta al fronte e tornare a un’esistenza normale, per quanto possibile. Sono tutti alla ricerca di una luce-guida capace di illuminare la strada o comunque una rotta, come indicato dal titolo: la "stella del mattino" evocata è Venere, oppure Lucifero, l’ebraico Meleagro e il tolkieniano Eärendil, colui che naviga fino alle terre Imperiture dei Valar e da loro elevato a diventare la Stella del Mattino. Ecco quindi che il romanzo può essere visto come un’opera sul valore terapeutico della scrittura, una riflessione su come la poesia può dare senso alla vita («le parole danno significato alle cose») e raccontare il proprio tempo e anche come altri autori come Tolkien e Lewis hanno provato a costruire mondi apparentemente paralleli (qualcuno direbbe “di evasione”) ma in realtà molto più aderenti alla contemporaneità e ai suoi problemi.

Non bisogna aspettarsi che i personaggi siano esattamente quelli reali: Lewis, per esempio, è molto diverso dalla figura dell’apologeta cristiano che tutti conosciamo, anzi lo troviamo giovane e ateo, rancoroso e succube delle proprie ossessioni (oltre che della sua origine irlandese) e sostanzialmente incapace di descrivere l’esperienza bellica vissuta. E non a caso è anche il più diffidente nei confronti di Lawrence. Tolkien, invece, è ritratto come un piccolo borghese conservatore tormentato dal ricordo di due suoi amici fraterni caduti in guerra, che più di tutti è ossessionato da una narrazione mitologica in grado di raccontare il presente. Può non piacere a qualche sostenitore del biografismo, ma qui i personaggi sono letterari, non storici, e da tolkieniano (quale io sono) devo dire che la cosa funziona. Tutti loro sono attraversati da un’omosessualità latente dovuta alla fratellanza d’armi, come perfettamente intuito dalla moglie di Graves, Nancy, che rinfaccia al marito: «La verità è che avete tutti una maledetta nostalgia della guerra. E vuoi sapere perché, Robert? Io credo che tu lo sappia. Perché laggiù non c’era nemmeno una donna a guastare il vostro idillio. Fratelli per la vita e per la morte. E noi a casa, a sostenere lo sforzo bellico».

A dominare su tutto è proprio Lawrence, intellettuale guerriero molto ambiguo e sfuggente, protagonista di una vicenda storica ma anche autore di un’opera letteraria, I sette pilastri della saggezza, che è una grande narrazione cavalleresca moderna di cui proprio lui è il protagonista e il narratore (ancora la scrittura). Vaughan vorrebbe fargli il ritratto dicendo che quelli circolanti non vanno bene: lui lo farebbe minaccioso in quanto in realtà è «la nostra parte oscura». In questo senso si inquadra perfettamente la sua caratterizzazione nel Piccolo regno, dove Lawrence è il ponte tra il mondo degli adulti e dei bambini, l’unico a essere aperto alla dimensione magico-fantastico-avventurosa dell’infanzia. O almeno io l’ho avvertito così, tenendo conto del fatto che io vengo dalla lettura del Piccolo regno e che solo adesso ho affrontato Stella del mattino.

mercoledì 15 luglio 2020

Azorìn - Confessioni di un piccolo filosofo

Azorìn è un rappresentante della “Generazione del ’98”, un gruppo di intellettuali che affrontò la crisi culturale e di coscienza nazionale che si verificò in Spagna dopo la sconfitta nella guerra ispano-americana che si concluse con la perdita delle sue ultime colonie d’oltremare (Cuba, Porto Rico e le Filippine). Questi intellettuali rifiutavano il vecchiume, la corruzione, il ritardo strutturale del paese e il sistema politico che lo teneva insieme, mentre davano importanza al paesaggio, alla vita di campagna, alla sensibilità popolare della nazione, il tutto filtrato da una sensibilità fortemente individuale, in qualche modo "impressionista". Non fa eccezione quest’opera Confessioni di un piccolo filosofo, in pubblicazione per Fede & Cultura, il cui titolo può essere fuorviante dal momento che al suo interno non si parla di filosofia. Si tratta invece di quaranta brevi capitoli, ognuno dei quali è un piccolo e intimo quadretto legato a un ambiente o a un personaggio della sua infanzia nel paese di Yecla: la scuola, il collegio, le lezioni (il sacerdote con il cosmetico sui capelli che colano), i libri di studio, le pratiche religiose, lo zio con la passione per Rossini, la zia sgranarosari, la prostituta del paese, le scene in tavola. Sono immagini evocate da un suono, un colore, un paesaggio, un rumore, cose piccole e apparentemente banali ma fondamentali per la memoria dell’autore. Una memoria che si fa nostalgia e rimpianto per un’infanzia (e un’innocenza) irrimediabilmente perduta, legata a un mondo che non c’è più.

venerdì 10 luglio 2020

Hilaire Belloc - La crisi della civiltà


Ormai ho contribuito alla ripubblicazione di un sacco di opere di Hilaire Belloc e posso fregiarmi del titolo di esperto in materia. Non so in quanti mi abbiano seguito in quest’avventura, visto che lo scrittore inglese (ma di padre francese) non è facile né moderno: piuttosto trombonesco, è il tipico prodotto dell’era vittoriana ed edoardiana, con una lingua piena di subordinate e discorsi complicati e fitti di argomentazioni enciclopediche. Belloc era però un autore coerente, che portava avanti le sue idee in maniera ferrea e rigorosa, estendendole a tutte le fasi storiche e ribadendole in ogni libro. Così come ne Le grandi eresie, questo La crisi della civiltà (di prossima pubblicazione per Fede & Cultura) parte da un assunto a lui caro: la religione è una questione non privata ma sociale, perché è il principale elemento formativo di una civiltà. Sbaglia quindi chi (come i nazisti) basano la verità sulla razza o di (come i materialisti) sull’economia: è la religione, e precisamente quella cattolica, a fornire un collante della società. Anzi, il cristianesimo ha salvato il morente mondo antico, irrorandolo di nuova forza. Più che un libro di storia in senso tradizionale, questa è un’opera di filosofia della storia, per giunta molto ideologicamente orientata. Belloc riprende la sua idea che la Riforma protestante ha rappresentato la spaccatura definitiva, il momento in cui ogni singola regione del mondo cristiano si è resa indipendente dal resto dell’ecumene ed è quindi venuta meno l’unità religiosa, politica e soprattutto morale. Hanno trionfato la politica utilitaristica, la legge del più forte, il trionfo dello Stato assoluto e il mero calcolo economico (ritorna sempre il disprezzo di Belloc nei confronti del parlamentarismo, a suo giudizio di origine calvinista), mentre sono stati distrutti i corpi sociali (Belloc è un fervente sostenitore del corporativismo medievale). Ecco la crisi della civiltà. Le conseguenze della Riforma si sono prolungate nel tempo e si sono manifestate in tanti modi, a cominciare dalla crescita dell’usura, del proletariato, del capitalismo selvaggio, della finanza e del potere delle macchine, per non parlare dell’affermazione dei regimi totalitari e delle ideologie: la peggiore di tutte è il comunismo, «il nemico capitale di tutto ciò che ci ha dato la vita e che alimenta la nostra civiltà». Da qui si capisce il perché dell’odio di Belloc nei confronti di Richelieu (che nella Guerra dei Trent’Anni si è schierato, da cattolico, a fianco dei protestanti contro i cattolici) e il suo disappunto per l’occasione sprecata da Napoleone di restituire all’Europa un’unità politica e legislativa sul modello di quella antica e perduta.