martedì 11 giugno 2019

Wu Ming 4 - Il fabbro di Oxford

Che Difendere la Terra di Mezzo sia stato un libro spartiacque per la critica tolkieniana in Italia non sono di certo io a dirlo. In quel saggio Wu Ming 4 aveva cercato di restituire il Professore di Oxford a se stesso, sottraendolo a certe appropriazioni indebite da parte di certe letture ideologiche o confessionali e riportandolo nell’ambito del dibattito internazionale, quello rappresentato da Tom Shippey, Verlyn Flieger e Brian Rosebury, per citare i più noti. Ora, a distanza di anni, esce Il fabbro di Oxford, un libro che raccoglie interventi che risalgono al periodo 2014-2017 e che sono stati tenuti in contesti e occasioni molto diversi tra loro (convegni accademici, festival letterari e fiere del fumetto). Si tratta quindi di un saggio meno organico ma non meno appassionante, che si focalizza già dal titolo (che cita anche implicitamente Il fabbro di Wootton Major) sull’attività artigiana di Tolkien come scrittore e il suo valore letterario. Wu Ming affronta Tolkien esattamente come lo ha già affrontato in Difendere la Terra di Mezzo, ovvero cercando «di illustrare il modo in cui ha costruito i personaggi e le storie attingendo alla grande conoscenza della propria materia di studio – la filologia e la letteratura medievale – e come sia riuscito ad attualizzare quest’ultima attraverso l’invenzione narrativa» e la rielaborazione moderna di tematiche e figure prese dalla letteratura medievale e dalle saghe nordiche. Tolkien non si limita a citare e ricalcare in maniera sterile o nostalgica le sue fonti di ispirazione, ma le riplasma e riadatta, le riforgia in maniera creativa, per parlare alla contemporaneità. In caso contrario, se fosse soltanto un autore mimetico e imitativo, non saremmo nemmeno qui a parlare di lui. Gli eroi classici nella Terra di Mezzo ci sono ma vengono trasformati e cedono il passo a una figura di tipo nuovo: l’uomo comune. La stessa Contea è la parte «più prossima al mondo moderno, dal punto di vista dei costumi e della mentalità», e Bilbo Baggins «certo non può essere un eroe vecchio stampo, un dragonslayer del tipo di Sigurd o Beowulf» (tanto che Shippey lo ha definito uno “scassinatore borghese”). In questo modo Tolkien compie una riflessione moderna su grandi temi come la morte, il potere e l’eroismo, e lo fa utilizzando e attualizzando il mito, in un dialogo assolutamente personale con autori come Robert Graves, Albert Camus, George Orwell e Simone Weil, proprio come «in Difendere la Terra di Mezzo si mostrava come gli interrogativi al cuore delle opere di Tolkien sorgessero dalle medesime sfide conoscitive ed esistenziali di una Simone de Beauvoir» (come scrive Edoardo Rialti nella Prefazione); insomma, un autore ben diverso da quello in fuga dal mondo moderno che qualcuno, soprattutto in Italia, ha sempre cercato di far passare (gli stessi che rifiuteranno schifati anche questo libro, perché Tolkien è roba loro). Senza dimenticare il suo essere filologo e quindi il necessario rapporto con le narrazioni provenienti dal passato, quindi con le fiabe, le leggende e i miti, ma soprattutto con le lingue, che possono trasmetterci informazioni essenziali e senza le quali interi mondi andrebbero distrutti: in Tolkien mito e linguaggio sono coincidenti.

L’altro punto fondamentale dell’approccio di Wu Ming 4 è quello dialettico, che fa emergere le problematicità del mito e del racconto e indaga sulle contraddizioni psicologiche ed etiche dei personaggi tolkieniani. Si veda in Bilbo il perenne scontro interno-esterno, sedentarietà-spirito d’avventura, conformismo-anticonformismo, spirito paterno-spirito materno (“Lo Hobbit”: uno strano romanzo di formazione), o in Aragorn la continua dialettica tra carisma regale e limiti dell’umano (Aragorn, il re che ritorna: il viaggio di un eroe moderno). È sempre attraverso la dialettica del conflitto che Tolkien inserisce nella sua narrativa delle riflessioni sulla guerra che sono contemporanee e figlie della sua esperienza diretta nella Prima Guerra Mondiale (la prima guerra tecnologica, con l’orrore delle trincee e della propaganda), descrivendo però guerre di stampo antico, combattute all’arma bianca. La sua è una polemica antimilitarista ma non pacifista, che affronta il problema della guerra nei suoi due aspetti contraddittori: l’eroismo individuale e le sue ripercussioni psichiche e sociali (lo si vede nel capitolo L’ombra del guerriero: guerra e antimilitarismo nella Terra di Mezzo, ma anche in quello già citato su Aragorn). Se pensiamo al Signore degli Anelli, Tolkien non lesina immagini epiche di eserciti e di guerrieri che si ergono da soli di fronte al nemico, ed è difficile non lasciarsi trascinare dall’uscita dal Fosso di Helm o dalla poderosa carica dei Rohirrim, quindi da scrittore e appassionato del mondo delle saghe nordiche e medievali riconosce senza sminuirlo l’eroismo implicito in questo modo di fare la guerra. Tuttavia, accompagna queste immagini con una riflessione molto acuta affidata a un intellettuale come Faramir, un personaggio molto diverso da altri guerrieri old style come Aragorn, Théoden ed Éomer, addirittura fondamentale per chiarire la differenza tra “gloria marziale” e “vera gloria”. La critica di Tolkien è dunque rivolta all’esaltazione dei valori bellicisti e guerrieri quando non sono sottoposti a un rigido esame. Una riflessione che si connette a quanto già scritto a proposito del Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm e della critica all’eroismo nordico fine a se stesso, che prevede la morte eroica a tutti i costi perché i poemi cantino le proprie gesta senza tenere conto delle ripercussioni sociali di questo gesto: l’etica cattolica di Tolkien prevede che «la salvezza non è mai un fatto meramente individuale, ma passa attraverso le opere, cioè la relazione con l’altro da sé, senza la presunzione di sentirsi l’eroe al centro della storia», dal momento che «il mondo è talmente vasto e complesso che ognuno gioca la propria parte in un quadro più grande». Il finale del romanzo affronta invece il tema dell’«uso della violenza contro i nemici e lo fa attraverso un dibattito tra i “buoni” e approda all’idea di utilizzare la violenza il minimo indispensabile per legittima difesa»: è la posizione del reduce Frodo, che si rende conto che per liberare la Contea non c’è altra possibilità che una lotta violenta ma pretende che si usi il minimo indispensabile della forza e che non venga tolta la vita a nessuno, decisione per altro presa con grande sofferenza.

Nel capitolo La riscossa della Contea o la rivolta moderna Wu Ming riprende la sua lettura del Tolkien “disobbediente” e in qualche modo anarchico, che giustifica il non obbedire agli ordini ricevuti se questi vanno contro la propria coscienza e la possibilità di esercitare sempre il proprio libero arbitrio. In questo caso allarga questa lettura all’ambito politico, quando «la disobbedienza all’autorità da atto individuale diventa azione collettiva». Quindi, da cattolico, e qui Wu Ming sottolinea che Tolkien non è Manzoni, esiste la «possibilità che l’essere umano usi la ragione insieme alla fede per fare la cosa giusta, cioè per praticare e affermare i princìpi e le virtù che lo salveranno». Non certo una rivoluzione, visto che la sommossa viene improvvisata dai quattro hobbit di ritorno a casa e soprattutto perché Tolkien non credeva nelle rivoluzioni; si tratta però pur sempre di una rivolta in senso moderno per rivendicare dei diritti contro lo Stato moderno tecnocratico e accumulatore che Saruman ha messo in piedi con la complicità degli stessi hobbit. Una sorta di utopia letteraria che non approda allo Stato moderno (visto che anzi lo combatte) ma nemmeno a un modello sociale organicistico-sacrale di tipo medievale, dal momento che la Contea degli hobbit è una comunità acefala che si regge su un equilibrio autoregolato. Insomma, un’ulteriore prova dell’insensatezza di appropriarsi della Contea come manifesto ideale o politico per legittimare un’ideologia ancorata nel passato, tema già affrontato in Difendere la Terra di Mezzo, e una complessa e attuale riflessione etica sul «dilemma del cristiano posto di fronte al comandamento “Non uccidere” e alla necessità storica di declinarlo, interpretarlo, relativizzarlo rispetto alle circostanze».

Nel caso di Lúthien e le altre: i personaggi femminili nell’opera di J.R.R. Tolkien si offre un’articolatissima risposta a chi accusa Tolkien di non aver dato importanza all’universo femminile, cosa per qualcun retaggio della sua educazione cattolica e sessuofoba. In realtà, attraverso l’analisi di personaggi come Galadriel, Éowyn, Arwen, Lúthien e perfino il ragno Shelob, Wu Ming dimostra come il tema della complementarietà maschile-femminile sia un aspetto fondamentale, presente fin dalle origini della cosmogonia tolkieniana; inoltre dimostra come valga anche all’interno di ciascun personaggio, a prescindere che sia maschio o femmina per nascita. Ci dev’essere un equilibrio tra gli aspetti che vengono genericamente definiti “maschili” (l’uso della forza e dell’ingegno) e quelli definitivi “femminili” (la saggezza della riflessione e della cura): entrambi questi aspetti devono far parte del carattere dei personaggi se questi vogliono essere positivi e portare a termine il loro compito. Quando questo equilibrio non c’è, i personaggi falliscono e fanno generalmente una brutta fine.

In chiusura sono poste due recensioni, una dedicata al pessimo Eroi e mostri di Alessandro Dal Lago (che tra l’altro accusa Wu Ming 4 di rivolgersi a una sinistra antagonista che usa colpevolmente i modelli mitici per chiamare alla ribellione), l’altra al bellissimo Santi pagani nella terra di Mezzo di Tolkien di Claudio Antonio Testi, verso il quale Wu Ming ha anche modo di fare, pur con rispetto e stima, delle critiche relative all’approccio filosofico tomista  e troppo poco conflittuale dell’autore.

sabato 8 giugno 2019

Umberto Eco - Il nome della rosa

Se c’è un aspetto positivo della mediocre serie Il nome della rosa andata recentemente in onda sulla Rai (le cui prime puntate sono state acclamate, per poi scemare nell’anonimato) è che mi è venuta voglia di rileggere il romanzo di Umberto Eco da cui la serie è stata tratta. Romanzo il cui clamoroso successo, ricordiamolo, ha sdoganato la narrativa in Italia (paese tradizionalmente a considerare la saggistica e la poesia unici veri oggetti meritevoli di attenzione) e ha lasciato stupefatta la critica, solitamente abituata a pensare che un racconto che esige nel lettore un grado di cultura sopra la media non possa avere successo. Addirittura, gli è piovuta addosso l’accusa di essere stato pensato e scritto “a tavolino”, come se ciò fosse stato possibile: io stesso ho sentito con le mie orecchie uno scrittore piuttosto famoso dichiarare con spocchia che, dopo aver letto Il nome della rosa, capì che non ci voleva niente per scrivere anche lui un romanzo del genere. Quello che è bruciato a questi signori è stata la geniale intuizione di Eco di battere i poco frequentati sentieri della cosiddetta paraletteratura e del romanzo di genere popolare, ovvero misteri, indagini e colpi di scena. Qualcuno l’ha addirittura accusato di essere un’opera falsa e disonesta perché deforma e piega il passato in ottica presente (anche se rispetta più di chiunque altro l’immaginario medievale, come provato nei casi della descrizione del portale della chiesa o del sogno basato sulla Coena Cypriani), ma vorrei ricordare che un punto di vista è sempre necessario, specie in un’opera di narrativa, e che Eco lo fa con una classe e un’erudizione impareggiabili (la biblioteca come metafora dello scibile umano, la mistica che diventa lussuria e il corpo femminile descritto con le parole del Cantico dei Cantici): è chiaro che si tratta di un’opera che, creando delle analogie tra il Medioevo e l’oggi, risente della temperie ideologica dell’epoca in cui fu scritta (gli anni di piombo e della forte radicalizzazione ideologica), lo scontro fra una visione della vita laica e critica e una irrazionale e dogmatica («I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti a indagine. Di fronte a un libro non dobbiamo chiederci cosa dica ma cosa vuole dire») attraverso il confronto/scontro di Guglielmo con il suo doppio/ombra Jorge. Per questo Eco invita il lettore a porsi criticamente nei confronti di tutto e a considerare l’estrema labilità dei confini, e questo fin dall’inizio, con la citazione del vangelo di Giovanni («In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio») e Adso da Melk impegnato a lasciare nel suo racconto «segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione». Non voglio ripetermi dal momento che ne ho già parlato QUI e QUI in occasione delle mie altre riletture: mi limito a dire che ogni volta ci noto qualcosa di nuovo, un particolare sorprendente o spiazzante, che rispetta l’intelligenza del lettore e lo invita a partecipare al gioco letterario. Tutto quello che la serie televisiva non è riuscita a trasmettere e a fare.

domenica 26 maggio 2019

Arto Paasilinna - Il migliore amico dell'orso

Era metà ottobre quando ho letto La prima moglie e altre cianfrusaglie e, neanche il tempo di posare il libro (o meglio, il Kindle), ho appreso della scomparsa di Arto Paasilinna. Ci sono rimasto davvero male, avendo maturato per questo scrittore un’autentica venerazione. La sua simpatia, il suo umorismo, la sua follia e soprattutto la sua grande scrittura mi hanno conquistato, e senza di lui il mondo è un luogo più triste. Il miglior modo per ricordarlo è leggere questo Il migliore amico dell’orso, geniale favola sul reciproco ammaestramento ai valori della vita tra un pastore protestante e un orso. Sembrerebbe una banalità animalista ed ecologista, ma non lo è affatto. Il pastore protestante in questione è Oskari Huuskonen, uno stramboide fedifrago, ubriacone e insofferente alla gerarchia, a cui viene regalato un cucciolo di orso per il giorno del suo cinquantesimo compleanno da parte dei suoi parrocchiani con la segreta speranza che, crescendo, l’animale si mangi lui e l’insopportabile moglie. L’altra speranza è risparmiare sulla colletta, visto che l’orso è un trovatello essendogli morta la madre arrostita su di un traliccio dopo avere divorato un pranzo di nozze e aver azzannato la sua organizzatrice che, per sfuggire all’animale, si era rifugiata sui fili dell’alta tensione. L’orso, chiamato Satanasso per l’espressione pronunciata dalla moglie per lo stupore, fa deflagrare l’equilibro di vita di Oskari, già in crisi con la sua fede e il suo matrimonio: il pastore infatti si mette a praticare il lancio del giavellotto in verticale da dentro un pozzo e trafigge il suo vescovo, si lascia andare a riflessioni su Gesù come rivoluzionario bolscevico, ammette la sua realtà di peccatori nei sermoni. Inoltre, partecipa a un progetto dell’università e allestisce una tana per il letargo dell’orso nel giardino di una vicina e lì si apparta con l’amante, l’affascinante etologa Sonja. Credendo di ricevere messaggi divini da una comunità aliena per la realizzazione di un sincretismo senza dogmi fra tutte le religioni del mondo, Oskari decide di intraprendere insieme all’orso un viaggio che lo porterà in giro per l’Europa, dal Mar Baltico al Mediterraneo, passando per il Mar Nero, occasione per contrattempi inaspettati (la rissa al concilio interconfessionale tra sacerdoti, pastori, rabbini e mullah) e incontri bizzarri con personaggi matti ed eccentrici (il venditore di saune finlandesi nel Mediterraneo!), il tutto all’insegna dell’iconoclastia e del grottesco in perfetto stile Paasilinna che getta uno sguardo ironico, beffardo e amaro sull’illogicità e la tragicommedia della vita, sempre volto a ironizzare sulle caratteristiche negative della società finlandese (l’alcolismo, il suicidio, l'odio per la Russia). Nel frattempo l’orso acquista una serie di competenze inattese per avvalorare le evoluzioni spirituali del suo padrone (stira camice, porta le valige, serve in tavola, prepara cocktail e vain bagno come un umano), fin quasi a divenire lui stesso un compagno umano, in una sorte di educazione del buon selvaggio con l’animale che si trasforma in (quasi) perfetto gentiluomo capace di sbrigarsela in ogni faccenda domestica e difficoltà relazionale, perfetto contraltare di un uomo che, nel suo risveglio animalesco dei sensi, perde completamente il lume della ragione («Un prete ubriaco neanche Dio può farlo tacere»). Paasilinna ci mancherà più di quanto potete immaginare.

domenica 5 maggio 2019

Michael Swanwick - La figlia del drago di ferro

I draghi sono creature sempre interessanti, anche se sono biomeccanici, di ferro e a vapore. È il caso de La figlia del drago di ferro di Michael Swanwick, di cui avevo già letto Gli dei di Mosca qualche anno fa trovandolo molto bello. A parlarne bene nel nostro Paese sono stati come sempre il Duca di Baionette (la cui collana Vaporteppa ha per l’appunto pubblicato Gli dei di Mosca) e Chiara Gamberetta, quindi una garanzia di affidabilità. Eppure, è bene precisare che ci troviamo di fronte a una lettura impegnativa e strana, non solo per la sua spiccata propensione al weird: Swanwick parte dal presupposto che il Piccolo Popolo del folklore si sia evoluto verso l’utilizzo del metodo scientifico e immagina un mondo alternativo dominato dagli elfi, i cui signori si contendono il pianeta, in mezzo a tutte le altre creature fantastiche: fate, gnomi, goblin, orchi, troll, fauni, ragazze libellula, gargoyle di pietra e altre creature antropomorfe dotate di becco, zanne, ali e altri arti, perfino i magri notturni di lovecraftiana memoria; gli umani, l’unica razza non nativa di questo mondo, sono invece prigionieri rapiti alla loro realtà (la nostra). Tutte queste creature sono ciniche, crudeli, egoiste e sessualmente affamate, e mantengono comunque le loro caratteristiche magiche: la magia non è abbandonata, anzi, è connessa alla fisica (comprensiva di campi magnetici) e basata sulle maledizioni e sulle predizioni basate sul sangue. C’è anche l’alchimia, che è connessa alla chimica e si studia all’università, esistono i portali magici, mentre le streghe del villaggio consigliano alle giovani donne le tecniche di contraccezione. Nel mondo ci sono i grattacieli, gli attici, le fabbriche, l’elettricità, la televisione, le sigarette e i centri commerciali (al cui interno il tempo va a rilento); gli adolescenti sniffano strisce di “polvere fatata”, alcune razze sono ghettizzate, sui muri sono impressi graffiti comunisteggianti “elfi, andate in malora!” e “potere ai nani” con un paio di martelli incrociati sotto. Senza contare che si tratta di una società perversa e violenta, con tumulti e agitazioni pubbliche, combattimenti fra nani, spettacoli pornografici per feticisti dei troll e sacrifici cruenti: valgano per tutti il rituale della Decima, la soppressione violenta di un decimo di tutto (studenti, drogati, negozi, palazzi, libri), e quello della regina di vimini, titolo che permette alla ragazza che lo consegue di poter vivere per un anno come una vera celebrità, apparendo in televisione e ai concorsi per poi venire uccisa nel corso di uno spettacolo pubblico in un’arena. Il tutto in base al volere di una misteriosa e crudele Dea, il cui agire è inconoscibile e insondabile. Per soprammercato, troviamo anche la reincarnazione. Ci troviamo al cospetto di un romanzo a metà strada fra lo steampunk e l’urban fantasy, che rappresenta senza dubbio una nuova interpretazione del fantastico ma che risulta forse troppo metaletterario e autoconsapevole: non sappiamo in che mondo siamo, ma le connessioni alla nostra realtà sono veramente troppe, visto che esistono generi musicali come il rap e l’heavy metal, qualcuno indossa un completo italiano e si usano espressioni francesi, senza che nel romanzo l’Italia o la Francia esistano. La vicenda è incentrata su Jane, una changeling, una bambina scambiata che vive segregata in una fabbrica di draghi con altri bambini di ogni razza fatata tenuti in schiavitù. Si imbatte in Melanchton, un drago scartato e arrugginito destinato alla demolizione, di cui subisce il fascino accettando di divenire la sua pilota. Grazie a lui riesce a fuggire e in qualche modo ad affrancarsi: la ritroviamo a scuola e poi all’università, alle prese con i ragazzi, le prime amicizie e le rivalità che si vengono a creare, il vizio e la corruzione. E poi c’è il sesso: per governare Melanchton, Jane deve restare vergine, poi però la ragazza (mossa dalle pulsioni dell’adolescenza) scopre che i rapporti sessuali fanno funzionare meglio i processi alchemici attraverso rituali esoterici che ricordano molto i riti della fertilità studiati dagli antropologi (addirittura, nel mentre Jane può parlare alla sua madre umana in visione). È qui che si vede la vera natura di romanzo di formazione alla Dickens, con la classica trovatella che deve crescere in fretta e imparare ad adeguarsi al mondo che le sta intorno, vivendo ogni volta dei traumi emotivi della crescita. Purtroppo la storia è difficile da seguire, sia per i salti temporali operati dall’autore, sia per la scelta di non spiegare mai di cosa si sta parlando in base a un’applicazione estrema del principio “Show, don’t tell”: in questo modo personaggi, ambienti e situazioni vengono solo vagamente tratteggiati, risultando confusi e lasciando il lettore sgomento e spaesato. Sarebbe però un errore bollare La figlia del drago di ferro come un fallimento: ci sono delle idee bellissime, a partire da quella che la conoscenza del vero nome delle cose e delle persone sia la chiave per possedere il funzionamento di un meccanismo e la vita degli altri; l’awen, l’ispirazione poetica che pervade il corpo di chi ne è posseduto; l’Orologio del Tempo, che accelera in un colpo il ritmo della vita di chi lo oltrepassa; la civiltà dei meryon, instancabili microtecnici e maestri di bricolage, creature con sei gambe delle dimensioni delle formiche che sono il risultato della degenerazione (durata eoni) dei folletti; il libraio che preferisce morire che vendere i libri della sua collezione («Meglio bruciare insieme che sopravvivere e dimorare nel cadavere della mia amata, costantemente circondato da promemoria della sua precedente bellezza»). Dove invece il romanzo spicca è il rapporto tra Jane e Melanchton: i draghi di Swanwick sono delle creature malvagie che mantengono sempre la loro natura di macchina da guerra e conservano un desiderio di vendetta nei confronti dei mortali che li comandano con la magia; accettano però di essere governati da un pilota, a patto che abbia almeno una parte di sangue umano, e infatti possono vivere solo in una sorta di simbiosi con il loro pilota, conducendolo un po’ per volta verso il male più assoluto (e infatti il nichilismo di Melanchton si fa strada in Jane). Narrativamente ha dei difetti, ma come creatore di mondi Swanwick è veramente degno di nota.

giovedì 2 maggio 2019

Kumo Kagyu, Kousuke Kurose - Goblin Slayer

Non sono mai stato un grande lettore di manga ma non disdegno qualche capatina nel genere. Mi sono letto in un fiato i 15 capitoli (ignoro se ce ne siano altri) che compongono Goblin Slayer, recente serie di Kumo Kagyu (testi) e Kousuke Kurose (disegni) che ha fatto parlare di sé e ha prodotto anche un anime: siamo nei reami del dark fantasy, e fantasy in senso occidentale, attenzione, non giapponese, quindi scordatevi i costumi strani ed esotici, le maid e i maggiordomi. L’ambientazione è proprio il fantasy tradizionale con gli elfi dei boschi, insomma quello di derivazione tolkieniana, o sarebbe meglio dire all’americana, alla D&D. Ed è proprio Dungeons & Dragons l’universo di riferimento: l’intero manga sembra una lunga sessione di gioco, con i vari moduli di avventura messi in fila, con il party di avventurieri e tutto il resto. Gli stessi personaggi parlano apertamente di colpi critici, effetti delle pozioni, stanchezza e numero di incantesimi rimasti. Addirittura, la storia prende avvio in una gilda degli avventurieri, frequentata ogni giorno da campioni che prendono in carica le missioni dalla bacheca o rispondono agli annunci dietro promessa di una ricompensa (in esperienza e denaro), con tanto di personale addetto come in ogni ufficio burocratico che si rispetti. Gli stessi avventurieri sono suddivisi in ranghi, in base a una targhetta che viene loro conferita a certificazione del loro status, dall’infimo (la porcellana) al più inarrivabile (il platino). Nonostante questo, però, è bene chiarire che i giapponesi ricordano sempre di essere giapponesi, quindi aspettatevi di trovare assurdità come gli spadoni, le decapitazioni sanguinolente e una maga tettona con un cappello assurdo che dice una frase ogni dieci minuti. La differenza è che il tono del manga è molto oscuro, con stupri, nudità, violenze e momenti splatter e disturbanti, molto diversi dal fantasy plasticoso e pacioccoso che ci si potrebbe aspettare, e per questo qualcuno ha parlato di un nuovo Berserk (altro manga medievale molto violento), anche se a sproposito. La storia si apre con una giovane sacerdotessa che si aggiunge a un party di avventurieri sprovveduti a caccia di goblin, che tuttavia si trova molto presto in pericolo; giunge in loro aiuto l’eroe eponimo, Goblin Slayer, un guerriero che ha votato la propria esistenza al massacro dei goblin e vive per compiere in pieno questa sua missione, a qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo. È dotato di un armamento brutto da vedere ma estremamente efficace, e non lo vedremo mai in volto, perennemente coperto da un grosso elmo a gabbia, nemmeno nei due unici casi in cui se lo toglie. Procedendo nella lettura, scopriamo le motivazioni che l’hanno spinto a prendersela contro queste creature e anche il luogo in cui ritorna per rifocillarsi e rimettere in sesto il proprio equipaggiamento, dove vive l’amica d’infanzia sfuggita alla distruzione del loro villaggio quando erano bambini. Il nostro è talmente preso dai goblin che snobba l’impegno a battersi contro un’armata del male costituita da terribili demoni che sta per abbattersi sugli abitanti del mondo; si unisce però, sempre affiancato dalla sacerdotessa, a un party formato da un uomo-lucertola sciamano (con un debole per il formaggio), da un’elfa arciere e da un nano stregone. I personaggi non vengono mai chiamati con il loro nome, ma sempre con il nome della loro razza o della loro classe; resta la tradizionale rivalità tra elfi e nani (che continuano a punzecchiarsi), così come il pane elfico stile lembas del Signore degli Anelli e le sparate ottuse del nano («Sono un nano! Su metallo, pietre e vino sono un’autorità!»), mentre è carino l’espediente di far chiamare il protagonista dall’elfa con termine tratto dalla sua lingua (“orcbolg” e dal nano con un’espressione tradotta dal nanico (“Tagliabarbe”). La sacerdotessa, ovviamente buona e gentile, è il classico personaggio femminile timido e bisognoso di aiuto e sostegno, ma allo stesso tempo leale e coraggioso quando la situazione lo richiede. Le vicende vedranno questo composito party combattere contro masse di goblin, un orco e un signore dei goblin, e radunare contro quest’ultimo e la sua legione tutti gli avventurieri della gilda per salvare la sua amata fattoria: la classica idea del costituire un’alleanza contro il nemico comune, in cui ognuno può mettere in campo il proprio coraggio (con tanto di citazione: uno dei personaggi è uguale a Gatsu di Berserk). Sembra che inizi un’evoluzione psicologica del personaggio, ma 15 capitoli sono troppo pochi. Dal canto loro, i goblin sono esseri del tutto malvagi che agiscono in base alla pura violenza e che attaccano in gruppo, dedicandosi al massacro, allo stupro incontrollato e alle torture; nonostante questo, sono considerati di basso rango e vengono pertanto snobbati dalla maggior parte degli avventurieri, che preferiscono dedicarsi a mostri più remunerativi. Purtroppo, l’ambientazione resta sempre approssimativa e non va al di là di uno stereotipato Medioevo agricolo: non c’è una costruzione di mondo, non si sa in che paese siamo, ci sono solo le città, le campagne e dei personaggi che sembrano pacifici. Interessante il particolare delle divinità che giocano a dadi con i destini gli uomini, un po’ sulla falsariga dei primi volumi del ciclo del Mondo Disco di Terry Pratchett: siamo solo pedine nelle mani degli dei, ma la particolarità del nostro eroe è che nel suo caso non lascia che gli dei tirino al posto suo, ma lo fa lui stesso.

martedì 30 aprile 2019

Marco Bellinazzo - I veri padroni del calcio

Si ha un bel parlare ai bambini dei valori dello sport e della poesia della competizione, quando in realtà il calcio è marcio. Ci aveva già pensato il recente Uccidi Paul Breitner di Luca Pisapia, che senza particolari remore faceva brandelli di ogni narrazione consolatoria e diceva non esiste contraddizione fra calcio, potere e capitalismo: non è mai esistita un’epoca felice delle origini da contrapporre a quello moderno, perché da sempre il calcio è strumento di potere e in questo senso nasce moderno. Rimarca lo stesso concetto questo I veri padroni del calcio di Marco Bellinazzo, giornalista de “Il Sole 24 Ore” esperto di calcio e business, che sin dalle prime battute è chiarissimo: «Il football è sempre stato per natura “politico”, la sua vocazione popolare e la sua intrinseca capacità di radicarsi tra le passioni più profonde degli individui ne fanno qualcosa di ontologicamente politico. Il Ventesimo secolo è stato lastricato di prototipi di questo connubio, dalla Nazionale italiana bicampione mondiale negli anni trenta, dominata dal regime fascista, alla Coppa del Mondo del 1978 in Argentina sfruttata per osannare la dittatura dei generali. Negli anni novanta, poi, la manipolazione del calcio come strumento di partiti o movimenti ha avuto manifestazioni eclatanti, dal rincorrersi dei successivi sportivi del Milan, con le affermazioni di Forza Italia e di Silvio Berlusconi, alla ex Jugoslavia, dove il tifo ha fatto da incubatore ai radicalismi nazionalistici». Il libro è quindi una riflessione sul valore politico ed economico del calcio, uno dei grandi affari del mondo globalizzato che sposta miliardi e potere e cambia gli assetti globali. Non è un caso che per un Paese sia più importante essere riconosciuto dalla Fifa che dall’ONU: sembra una forzatura, ma non lo è. La Fifa (che ha più Stati membri dell’ONU) è un’organizzazione in grado di dare legittimità a nuovi Stati (Kosovo, Sud Sudan) e territori in cerca di autonomia o contesi (Gibilterra). La stessa Palestina, che siede all’ONU come Stato osservatore dal 2012, è stata ammessa alla Fifa già nel 1998. Questo è possibile anche e soprattutto in virtù del potere che il calcio ha di creare: al suo imprimatur ambiscono minoranze etniche, linguistiche e popoli senza Stato. Ed è per questo che chi controlla il calcio controlla il mondo, non solo per la spartizione della torta derivante dalla vendita dei diritti televisivi: ne sanno qualcosa Blatter e Platini, forse rappresentanti di un governo troppo autoreferenziale e non al passo con i tempi, caduti per ingerenza dell’FBI americana al fine di punire gli illeciti commessi (presunti, dal momento che non sono stati condannati da alcun tribunale ordinario). Lo sport è sempre stato una leva formidabile di soft power e un veicolo di legittimazione per i regimi politici, a livello sia nazionale che internazionale. Figuriamoci l’organizzazione di una Coppa del Mondo, che rappresenta la consacrazione di un Paese, oltre che un volano per la sua economia, come rappresenta l’assegnazione dei Mondiali dal 2018 al 2030 alle grandi potenze che stano colonizzando il calcio: Russia, Paesi del Golfo (Qatar), Stati Uniti e Cina. La corposa e dettagliatissima analisi (in primo luogo economica e finanziaria) di Bellinazzo passa in rassegna non solo l’affermazione di queste nuove potenze che stanno colonizzando le principali leghe europee (e non solo) grazie all’acquisizione di sponsorizzazioni e proprietà di club, ma anche i conflitti fra Ucraina e Russia, il ruolo degli oligarchi, la guerra del doping fra Stati Uniti e Russia, gli hackeraggi russi e l’elezione di Donald Trump, la guerra in Siria e il ruolo della Turchia, lo scontro tra sciiti e sunniti, gli attacchi dell’Isis agli stadi, il Sudamerica attraversato dalle contrapposte spinte peroniste e americaniste: tra petrodollari, rubli e yuan, è possibile tracciare un filo rosso nelle trame di eventi apparentemente distanti fra loro per dimostrare che sempre più il calcio si è intrecciato alle vicende belliche che hanno funestato lo scacchiere geopolitico, fino al punto di poter parlare di una vera e propria geopolitica del calcio (come prova il recente allargamento del mondiale a 48 squadre da parte del nuovo presidente Infantino, con più posti riservati ad Asia, Africa e Nord America). E poi uno si stupisce che Inter e Milan siano state acquistate dai cinesi: il passaggio di consegne da parte di Moratti e Berlusconi rappresentano la fine di un’epoca, quello del mecenatismo familiare, a favore di un nuovo modello più dedito alla speculazione finanziaria. Il capo del partito comunista cinese Xi Jinping sembra aver capito tutto: niente come il calcio incarna «valori e modelli politici, coniugando attività sportiva, impresa, patriottismo, aggregazione sociale, influenza internazionale».

giovedì 25 aprile 2019

Johan Cruyff (con Jaap de Groot) - La mia rivoluzione

È stato uno dei più grandi calciatori di sempre, il Pelè bianco, simbolo di un’intera generazione e di un calcio, quello degli anni Settanta, ormai irripetibile, portatore di una nuova mentalità (a livello di gioco e di stile) che ha fatto epoca e ha cambiato questo sport per sempre. Perché non bisogna dimenticare che è stato anche allenatore, tra i più grandi e vincenti, le cui influenze durano tutt’oggi (qualcuno ha detto Pep Guardiola?). Johan Cruyff (o Cruijff?) è stato tutto questo, come dimostra quest’autobiografia La mia rivoluzione, uscita postuma dopo la sua morte all’inizio del 2016 e affascinante racconto di una vita da parte di un uomo ormai prossimo alla fine per colpa di un cancro ai polmoni. Lo ha scritto Jaap de Groot, giornalista del “Telegraaf”, che ha sbobinato e sistemato le conversazioni avute con Cruyff negli ultimi mesi di vita. È un libro strano e che qualcuno potrebbe reputare insoddisfacente, ma comunque in grado di comunicare il carattere e le caratteristiche del personaggio. Basti pensare al folgorante incipit, che esprime l’idea che, anche se non si ha nulla, partendo da zero si può diventare qualcuno: «Non ho titoli di studio, tutto ciò che so l’ho appreso dall’esperienza». In copertina il nostro è immortalato con l’iconica maglietta arancione della nazionale olandese, rimasta nella memoria per l’incredibile mondiale del 1974 perso in finale contro la Germania Ovest di Beckenbauer dopo aver incantato il mondo con un gioco mai visto prima e passato alla storia con il nome di “calcio totale”. Quell’Olanda era l’Ajax, la squadra che più ha rivoluzionato il calcio nel Dopoguerra e quella che, come ha detto Federico Buffa, «ha giocato un calcio mai pensato prima», dove Cruyff rimase fino al 1973, vincendo tre Coppe dei Campioni prima di andarsene in modo burrascoso: nella scelta del capitano i suoi compagni gli votarono contro (sì, in quell’Ajax i giocatori votavano il proprio capitano) e Cruyff la prese come un tradimento, perché lui i compagni li considerava innanzitutto come degli amici (ci sarà da credergli?), chiamò il suocero, Cor Coster, commerciante in diamanti e pioniere del mestiere di agente dei calciatori, e si trasferì al Barcellona, dove vinse il titolo e rifilò un 5-0 a domicilio al Real Madrid. Fu Coster a divenire il suo procuratore e a curare i suoi affari: a Barcellona poté guadagnare molto di più, visto che in Olanda pagava il 70% del suo stipendio in tasse. Il libro inizia però con l’infanzia del protagonista, a partire dal padre, morto quando Johan aveva 12 anni, che aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro: sfidava i clienti a chi resisteva di più guardando il sole, si copriva con una mano l’occhio buono e intascava la scommessa. E poi il patrigno, chiamato “zio Henk”, e l’arrivo all’Ajax, nel cui stadio la madre faceva la donna delle pulizie, nonostante il piccolo Johan avesse i piedi piatti. Il libro tratta poi la convinta adesione all’indipendentismo catalano, tanto da chiamare il figlio Jordi e non Jorge («Quando arrivai a Barcellona, il mio atteggiamento era quello di un olandese, mi comportavo come se fossi ad Amsterdam. La mia era la generazione dei Beatles, ragazzi del dopoguerra che volevano essere liberi e rompere con il passato. Un approccio che cozzava con la situazione in Catalogna»), la mancata partecipazione ai mondiali di Argentina 1978 a causa di un fallito tentativo di rapimento ai danni della sua famiglia e della necessità di stare accanto ai propri cari, il ritiro dal calcio giocato poco dopo la trentina e il ritorno in campo (per aver dilapidato una fortuna in investimenti immobiliari sbagliati e in un allevamento di maiali) in America, nella North American Soccer League (la mitica NASL), prima nei Los Angeles Aztecs, poi nei Washington Diplomats. Quindi il ritorno all’Ajax e la ripicca di chiudere la carriera con i rivali del Feyenoord (in entrambi i casi cinse campionato e coppa nazionale), la nuova carriera da allenatore con il ritorno dell’Ajax a una vittoria europea (la Coppa delle Coppe del 1987), il passaggio al Barcellona e una nuova lunga serie di successi, l’impianto di due bypass per ostruimento delle arterie coronariche all’inizio del 1991, la vittoria della Coppa dei Campioni del 1992 in finale contro la Sampdoria di Vialli e Mancini grazie a una punizione di Ronald Koeman, la fine della carriera da allenatore e l’impegno nella beneficienza. L’approccio è quello di un uomo sempre proteso al futuro e alle nuove sfide che si presentano, senza indugiare troppo sul passato, incensando poco le proprie vittorie e sorvolando sulle sconfitte (alla finale di Champions League del 1994, quando il Barcellona perse 4-0 con il Milan di Capello, non vengono riservate neanche dieci righe, e non diverso è lo spazio riservato alla sconfitta in finale di Coppa delle Coppe del 1991 contro il Manchester United), e per questo dico che qualcuno potrebbe rimanere deluso se si aspetta una ricostruzione nostalgica o ricca di aneddoti. Anche sulla finale del 1974 persa contro i tedeschi, il nostro tende a minimizzare un po’, ma fa comunque autocritica: «Se li avessimo temuti anche solo ma metà di quanto facemmo con il Brasile, probabilmente il risultato finale sarebbe stato diverso. Ma dopo il 2-0 contro i brasiliani eravamo così euforici e soddisfatti da sottovalutare la partita successiva». Grande spazio è riservato ai litigi, ai rancori e alle incomprensioni, onnipresenti nella sua carriera e riguardanti anche amici come il suo allenatore Rinus Michels e il suo pupillo Marco Van Basten, ma soprattutto con l’Ajax, squadra con cui visse un rapporto sempre caratterizzato da luci e ombre (due volte da giocatore, una da allenatore e altre da consulente), sempre a causa di divergenze di vedute su stipendio, programmazione, mercato e crescita dei giovani. Cosa importante, la rivoluzione di Cruyff non riguardò solo il gioco, ma anche il ruolo del calciatore e la sua valenza economica: fu sua moglie Danny a trasformarlo in un divo, curandone il look dal taglio dei capelli al vestiario, mentre fu il suocero Cor Coster ha introdurre il concetto di gestione economica dei calciatori e di sfruttamento della propria immagine in senso moderno. Ai mondiali del 1974 la maglia dell’Olanda aveva sulle spalle le famose tre strisce dell’Adidas (con la quale la federazione olandese aveva stipulato un contratto di sponsorizzazione), ma nel caso di Cruyff divennero due per non scontrarsi con la Puma che era l’unica a poter sfruttare il calciatore nel corso dei mondiali. Inoltre, Coster ebbe anche l’idea di far versare dalle casse dell’Ajax il 10% al calciatore, in quanto la gente andava allo stadio per veder giocare Cruyff. È proprio vero che il calcio di oggi inizia con quell’Ajax e con Cruyff.