giovedì 14 gennaio 2021

Franco Pezzini - Le nozze chimiche di Aleister Crowley

Ai tempi era chiamato “l’uomo più malvagio del mondo”, “il re della depravazione” e “un cannibale della libertà” (visto che lo si accusava di aver ucciso e mangiato, nel corso di una spedizione sull’Himalaya, ben due portatori), ma era ovviamente un’immagine da tabloid: il mago e occultista Aleister Crowley è una di quelle figure famigerate (pensiamo al marchese de Sade) che continua a essere ben presente nel nostro mondo nonostante la sua morte avvenuta nel 1947 (anche nel caso del suo funerale, i giornali parlarono di una messa nera). A lui e alla sua leggenda nera viene dedicato questo bellissimo libro di Franco Pezzini, esperto cultore di letteratura gotica e vittoriana (con libri su Edgar Allan Poe, Dracula di Bram Stoker e Frankenstein di Mary Shelley) ma soprattutto sensibile al tema dell’immaginario, al punto da animare la Libera Università dell’Immaginario. Le nozze chimiche di Aleister Crowley: Itinerari letterari con la grande bestia è un’opera che cerca di inquadrare Crowley «nel più ampio quadro dell’alta marea dell’irrazionalismo tra due secoli burrascosi, e sullo sfondo di una società in trasformazione che per tutta la vita non ha smesso di provocare, col suo strabordante narcisismo, le trovate da agitatore culturale e un’indubbia genialità». Nonostante la sua fama e le sue riflessioni fortemente polemiche nei confronti dei valori tradizionali del mondo occidentale, Crowley «attaccò con estrema durezza le pratiche dello spiritismo, sorta di incontrollata e pericolosa negromanzia per dilettanti, e in fondo di necrofilia». Eccessivo, bisessuale, «mago e profeta del credo pagano del Thelema (la “vera volontà” del singolo, che però non coincide con la pura licenza), iniziato coltissimo, ardimentoso alpinista, viaggiatore, letterato di qualche virtù, uomo dalle energie spaventose e senza alcun freno morale, forse agente segreto, Crowley ha impattato quanto pochi altri visionari sull’immaginario del suo tempo». E di quelli successivi oltre che del nostro, aggiunge Pezzini, vista la mole di biografie e saggi critici a lui dedicati, i camei in romanzi e fumetti, le comparsate in film e le citazioni musicali: Aleister Crowley è un vero fenomeno pop e postmoderno, come prova la sua presenza tra le varie facce sulla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, insieme a scrittori, artisti dello spettacolo, pensatori, due guru indiani e addirittura Lawrence d’Arabia.


Naturalmente si racconta di quando Crowley creò una sorta di comunità hippie ante litteram all’insegna di droghe e libero amore a Cefalù, in Sicilia, da dove fu scacciato dal regime fascista, che si meritò versi di scherno e biasimo da parte dello stesso Crowley (le Songs for Italy); e si cita anche Alan Bennett, suo istruttore magico ai tempi della Golden Dawn, poi monaco buddhista e figura fondamentale per l’ingresso del buddhismo in occidente, uno dei pochi amici per cui negli anni Crowley mantenne intatta un’affettuosa devozione. Tuttavia Le nozze chimiche di Aleister Crowley non è un libro esoterico (io stesso non so nulla della materia) e non si avventura nella disamina dell’occultismo, ma si limita a definire Magick «una delle più importanti compilazioni dell’occultismo occidentale, una sintesi e insieme una rilettura critica molto ampia, erudita e brillante sulla base di una pletora di diversi filoni esoterici». Piuttosto, Pezzini realizza con tutta la sua consueta perizia e profondità di analisi una biografia letteraria, in cui Crowley emerge lui stesso come personaggio da romanzo: con uno stile risultato di enfasi decadente e ironia da salotto, una propensione per l’arguzia e il paradosso degna di Chesterton (che pur militava dall’altra parte) e una mescolanza simbolismo ed eccesso a forti tinte, esotismo ed erotismo, Crowley fu autore prolifico, di saggi tecnici sull’occultismo ai testi di rituali, dai racconti alle poesie, dai romanzi agli articoli, dalle opere teatrali alle traduzioni. Quello che emerge è che lui per primo era conscio delle sue qualità di personaggio da romanzo, qualità che lo portarono a diventare personaggio nel contemporaneo Il mago di Maugham nei panni del malvagio antagonista Haddo: Crowley lo criticò e rispose con Moonchild, proponendosi addirittura lui come protagonista “buono” e contribuendo in prima persona a costruire un proprio potente profilo quale personaggio di fiction. In fondo, la sua provenienza era la Golden Dawn, l’ordine ermetico vittoriano di maghi che erano soprattutto letterati (Yeats, Machen, Blackwood).


Ecco quindi che da subito Crowley diventa influenza per racconti di Arthur Conan Doyle e Montague Rhodes James (e non bisogna dimenticare la presa che ebbe su Pessoa e Coelho) ma soprattutto su The Devil Rides Out di Dennis Wheatley, che come Il mago e Moonchild riprende il trema delle nozze chimiche tra una Bella e una Bestia in vista di risultati magici (da qui il titolo del libro di Pezzini). Da qui la proliferazione di una narrativa ibrida e composita che arriva fino a Ian Fleming: perfino il cattivo Le Chiffre, l’avversario di James Bond in Casino Royale, potrebbe essere stato ispirato a Crowley (che pare sia stato coinvolto proprio da Fleming nella bizzarra vicenda della cattura di Rudolf Hess durante la Seconda Guerra Mondiale). La costante in tutti questi romanzi è la presenza di un mago manipolatore e divoratore sessuale (che sfocia nel vampirismo) e il guru libertario e antieroico in contraddizione rispetto ai valori condivisi del mondo occidentale, a ribadire la sua funzione di vero e proprio “trickster dell’Occidente”. La sistematizzazione di magia e sesso operata da Crowley nell’ambito di pratiche volte a costruire una nuova società offriva la perfetta occasione per provocare sulle istanze di ragione e scienza, oltre che su quelle della religione.


Inutile dire che, da qui alla musica (ancora Sgt. Pepper dei Beatles), il passo è breve. Nella riscoperta della magia e del sesso da parte del flower power, suggestionato dall’invito del mago a eccedere, gli anni Sessanta e soprattutto Settanta recuperarono Crowley, rendendolo un protagonista dell’immaginario rock: basti pensare all’ossessione che per lui nutriva Jimmy Page, chitarrista dei Led Zeppelin (al punto di acquistare la sua casa di Boleskine House, un cottage sul lago di Loch Ness), o le canzoni Mr. Crowley di Ozzy Osbourne o Moonchild degli Iron Maiden (il cantante Bruce Dickinson ha sempre dimostrato un particolare interesse per la materia), senza contare le citazioni di Jim Morrison, David Bowie, Ian Gillan e Sting (che in un’intervista si  dichiarato thelemita). E non parliamo dei fumetti, genere in cui Crowley fa la parte del leone soprattutto grazie ad Alan Moore (scrittore, sceneggiatore di fumetti, musicista e occultista lui stesso) che lo ha citato in lungo e in largo nella sua produzione (V for Vendetta, From Hell, Promethea e The League of Extraordinary Gentlemen). Senza dimenticare il mago Roderick Burgess del primo numero di Sandman di Neil Gaiman, che ha chiaramente le fattezze del vecchio Crowley. Il quale ha seminato bene: forse la Grande Operazione gli è davvero riuscita.

martedì 29 dicembre 2020

Tyler - Chi è Tom Bombadil?

 

Ogni conferenza e presentazione tolkieniana che si rispetti prevede sempre la domanda sull’identità di Tom Bombadil, misterioso personaggio del Signore degli Anelli, alla quale moltissimi hanno cercato di dare una risposta. Ci ha provato anche Tyler, autore di questo Chi è Tom Bombadil?, piccolo saggio che non ha alcuna pretesa di dare tutte le risposte: in fondo, Tolkien per primo non l’ha fatto, parlandone nelle lettere e nelle interviste ma senza fornire la soluzione (per esempio, afferma di averlo inserito nel romanzo “perché rappresenta certe cose che altrimenti sarebbero rimaste fuori”, ma nemmeno specifica quali siano queste cose. La riflessione di Tyler va però al di là del personaggio di Bombadil in senso stretto e abbraccia tutto Il Signore degli Anelli, che a suo giudizio è “un’esperienza comunitaria, una koinè che ci fornisce riferimenti condivisi da cui attingere”, oltre che “un inno alla tenacia e al coraggio di schierarsi per ciò che è giusto”. Il romanzo è un mito e non un’allegoria, cioè ai suoi protagonisti non corrispondono personaggi reali propri del momento storico in cui Tolkien stava scrivendo: “Il mito tende all’eternità, mentre l’allegoria poggia sulla cronaca, per questo invecchia velocemente”. Ovviamente, “le storie della Terra di Mezzo sono antiche e attuali al tempo stesso e al loro interno troviamo nessi che valgono anche per il nostro presente”.

Tyler è un ambientalista che non esita a schierare Tolkien dalla sua parte, quella a favore dell’ambiente: per esempio ricorda la grande attenzione per la flora, tanto che nel romanzo ci sono 64 piante selvatiche realmente esistite e molte altre inventate. Tolkien non dice cos’è la natura ma ce la mostra, con la stessa accuratezza con cui descrive le fasi lunari e i fenomeni descritti. Il nemico, Sauron, è lo spirito sopraffattore che piega la natura ai propri scopi, mentre il suo regno, Mordor, è l’inquinamento e l’industrializzazione: una posizione forse forzata, che piega l’interpretazione del testo tolkieniano in chiave eminentemente ecologista, ma di certo ben supportata dal fatto che lo stesso Tolkien scrisse in una lettera che “Mordor è Sheffield” in riferimento al processo di industrializzazione che aveva interessato la città inglese, e che Sam, vedendo la fabbrica di Saruman eretta al posto del Vecchio Mulino nella Contea, esclama: “Qui è peggio che a Mordor”. Tyler ricorda anche il murales realizzato a Bologna dall’artista underground Blu (rimosso nel 2016) che immaginava la città di Bologna come una roccaforte con sopra la Torre degli Asinelli l’Occhio di Sauron: sotto, da una parte l’esercito di Mordor composto da ruspe-drago, speculatori e banchieri-orchi, dall’altra gli Ent dei contestatori antagonisti supportati dalla cavalleria di Rohan.

Allo stesso tempo, però, Tyler mette in luce il carattere ambivalente della natura: Tom non abita una natura placida e addomesticata come gli hobbit (e il fatto che li soccorra nella Vecchia Foresta, quando la natura sta cercando di ucciderli, è molto significativo) ma è espressione di una natura selvatica e disordinata: Tom è fuori dalla dimensione sociale che invece per gli hobbit è molto importante: gli hobbit tengono molto alla rispettabilità borghese, mentre Tom è un anarchico disinteressato al giudizio altrui. È un personaggio gioioso, spontaneo ed elementare, molto diversi dai malinconici elfi (per citare altri personaggi molto legati alla natura): non è legato alle cose e al possesso, infatti è l’unico su cui l’Anello non ha alcun potere, un’anomalia che spinge molti a interrogarsi su quale sia la sua reale identità. Al Consiglio di Elrond si dirà che, nella sua terra e in virtù del suo potere, Tom potrebbe resistere all’assedio dell’Oscuro Signore: può opporsi al male, non sconfiggerlo. In questo ha degli aspetti in comune con Beorn, il mutaforma che ne Lo Hobbit dà asilo ai nani e Bilbo e li ristora, proprio come fa Tom Bombadil nella sua casa al limitare della Vecchia Foresta dove vive con la sua amata ninfa Baccador. Come Beorn, dipende solo da se stesso ed è legato alla sua terra, un solitario che vive in simbiosi con l’ambiente circostante (curiosamente, sono entrambi vegetariani, aspetto sottolineato da Tyler).

Un capitolo è dedicato al filosofo americano Henry D. Thoreau (anche lui vegetariano!), il quale decise di mettere in atto le sue idee ecologiste e per questo lasciò la sua comunità per andare a vivere nel bosco dopo essersi laureato ad Harvard. Insomma, Tom Bombadil è una via, l’invito rivolto a tutti noi di condurre una vita più morigerata  a misura di ambiente.

lunedì 21 dicembre 2020

AA.VV. - L'ombra del cattivo

 

Te lo insegnano fin dalle scuole medie: la figura del cattivo, dell’antagonista, è fondamentale per la buona riuscita di una storia. Non parliamo del genere fantasy, che vive di polarità estreme (bene/male, luce/ombra, eroe/nemico). Proprio su questo riflette questo L’ombra del cattivo, antologia di saggi di vari autori ognuno dedicato a una diversa saga letteraria dell’immaginario fantastico. Come spiega al suo interno Cristina Donati, una delle autrici, «ogni trauma vincente ha bisogno di conflitti – i racconti utopici difficilmente coinvolgono il lettore – ma la Fantasy, in particolare, richiede qualcuno che incarni il conflitto stesso: il cattivo che, assieme all’Eroe, costituisce il pilastro principale della narrazione. Il Signore Oscuro, lo Stregone Pazzo, il Male Antico eccetera sono determinanti a prevaricare tutto e tutti per i propri fini, in uno scenario di lotta “luce contro tenebra” che resiste tuttora nell’ambito della narrativa di genere». Abbiamo bisogno di storie ma soprattutto di cattivi, incarnazione di tutte quelle cose che noi vogliamo combattere. Il volume in questione cerca dunque di approcciarsi alla materia trattata in maniera competente e senza snobismi di sorta, affrontando senza problemi le trasposizioni cinematografiche o televisive delle saghe trattate, come se non ci fosse problema tra cultura alta o bassa. La curatrice Marina Lenti nella prefazione ricorda il suo impegno nel cercare di «sviluppare anche in Italia, come già avviene da molto tempo nei Paesi anglofoni un dibattito accademico sul fantastico a 360°, senza i noiosi e infantili steccati di questo o quel fandom, e unicamente con l’intento di far capire al gande pubblico che non si tratta di un genere solo per bambini o per adulti rimasti eterni Peter Pan». Speriamo che qualcun altro raccolga questo invito.

Da dove cominciare, dunque, se non dalla trattazione del fantasy per antonomasia, l’opera di J.R.R. Tolkien? In fondo, come ha detto George R.R. Martin, «Il Signore degli Anelli è una montagna che si staglia su ogni altra opera fantasy scritta prima e dopo». Spetta a Paolo Gulisano analizzare le caratteristiche dei “cattivi” della Terra di Mezzo, a partire da Melkor/Morgoth per arrivare allo stregone Saruman, passando per il luogotenente di Melkor, Sauron, il Signore degli Anelli, «presenza muta» del romanzo anche se «orribile, spaventosa, inquietante», i cui progetti sono scrutati, interpretati ed espressi da altri (in primis dallo stregone Gandalf). La saga tolkieniana si presenta solo superficialmente come una lotta tra il bene e il male ma in realtà, come disse lo stesso Tolkien, prende in considerazione «principalmente la morte e l’immortalità e le scappatoie: la longevità e la memoria». Saruman, lo stregone che sceglie deliberatamente il male e volge le spalle all’ideale che aveva giurato di servire, lo fa per superbia, presunzione e brama di potere: «il Male in Tolkien, che è ben lontano […] da una visione manichea della realtà, è assenza di Bene, è l’ombra, la mancanza di luce. Mordor era stata definita la “terra nera”, dominata dall’oscurità dei colori, dove regna l’ombra tenebrosa. Tolkien usa frequentemente la parola shadow, ombra, appunto. Tuttavia né Sauron né l’ambizioso Saruman rappresentano una sorta di incarnazione del Male. Sono dei malvagi, dei traditori, ma sono solo dei suoi emissari. La loro negatività nasce dall’invidia, dalla superbia, dalla corruzione, dalla divisione. […] Non esiste un dio del Male, né tanto meno creature malvage dall’origine: il Male è sempre il risultato di una scelta precisa, di una trasformazione, e anche le creature più orrende come i Balrog e gli orchi sono la conseguenza dell’azione della malvagità su una natura altrimenti creata buona da Dio».

Chi dimostra di aver imparato la lezione di Tolkien è J.K. Rowling che nella saga di Harry Potter, come spiegato da Maria Cristina Calabrese, insegna (come dice Sirius Black) che «tutti abbiamo sia luce che oscurità entro di noi» e (come dice Albus Silente) che «non sono le nostre capacità che dimostrano chi siamo davvero, sono le nostre scelte». Qui i personaggi negativi scelgono di fare il male, talvolta in maniera spietata, finendo per essere delle semplici pedini di Voldemort, il villain per eccellenza: concepito senza amore e costretto a un’esistenza anaffettiva e arida, desideroso di potere e supremazia, vive con disagio la propria condizione di mezzosangue e questo lo porta a desiderare un mondo in cui l’accesso alla conoscenza magica sia vincolato all’appartenenza alla razza purosangue. Inoltre, Voldemort è terrorizzato dalla sua morte, uccide per proteggere la sua vita e crea gli horcrux, oggetti dentro cui nasconde frammenti della sua anima (un’idea molto tolkieniana). Il potere è anche alla base della famosissima serie delle Cronache del ghiaccio e del fuoco (da cui è stata tratta la fortunatissima serie Il trono di spade) di George R.R. Martin: Martina Frammartino descrive le dinamiche alla base di questo grande affresco politico-dinastico-guerresco che sfugge dalle classiche categorizzazioni di bene e male e presenta solo alcuni elementi fantasy come la magia e i draghi ma soprattutto intrighi per la conquista del potere sempre più raffinati e cruenti. In questo caso la minaccia vera e propria è rappresentata dagli Estranei, contro cui gli esseri umani si devono coalizzare (invece che combattersi) per sopravvivere superando le reciproche ostilità: sono infatti in grado di rianimare cadaveri, con gli esseri umani che tornano in vita come non-morti che combattono per loro.

Niente di paragonabile al calderone un po’ pasticcione delle Cronache di Narnia di C.S. Lewis, pastiche mitologico che vuole spiegare il cristianesimo ai bambini in chiave favolistica e per questo mischia figure e personaggi presi da diverse tradizioni e bestiari come fauni, ninfe, centauri, animali parlanti e addirittura Babbo Natale. Nel suo saggio Luca Fumagalli prende in esame le varie figure di cattivo presenti nella narrazione di Lewis: tutti mossi dalla sete di potere e dal desiderio satanico di non soggiacere ad alcuna autorità, questi personaggi utilizzano l’inganno, la violenza e le arti oscure per raggiungere i loro scopi. In opposizione a questa visione allegorica si colloca la saga Queste oscure materie di Philip Pullman, la cui carica anticristiana viene un po’ smorzata dall’autrice Pia Ferrara (che ricorda il parere favorevole dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams), la quale riflette invece sulla valenza antiautoritaria e antidogmatica dei libri di Pullman in senso sia politico sia religioso: da una parte la democrazia e il libero arbitrio, dall’altra la tirannia e l’oscurantismo. Il vero nemico è rappresentato dall’autoritarismo dogmatico incarnato dal misterioso Magisterium (ci cui vediamo sempre gli arti ma non percepiamo mai l’interezza) più che Lord Asriel e Marisa Coulter, che più che semplici cattivi sono personaggi complessi e con una loro evoluzione.

Il libro apre anche al fantasy più psicologico come nel caso della saga di Earthsea di Ursula LeGuin, molto particolare perché introduce il tema junghiano dell’Ombra e del Doppio (se ne occupa Chiara Nejrotti) e la saga del Mondo d’inchiostro di Cornelia Funke, in particolare il primo capitolo Cuore d’inchiostro dove l’antagonista Capricorno, volutamente anonimo e incostante, insensibile e malvagio, è accompagnato dall’Ombra, una sorta di sua coscienza e di suo doppio e il risultato di tutte le sue azioni. Luisa Paglieri dimostra che i libri della Funke non sono rivolti a un esclusivo pubblico di adolescenti ma possono essere letti anche dagli adulti perché contengono tematiche alla responsabilità delle persone e al dovere di proteggere i più deboli. Ai più piccoli invece è rivolto Spiderwick – Le Cronache che, a parte un cattivo bidimensionale e poco caratterizzato come l’orco Mulgarath (che sembra piuttosto un espediente narrativo per generare tensione), mette in luce (ne parla Marina Lenti) aspetti convincenti della scrittura di Holly Black e Tony DiTerlizzi, vale a dire i problemi esistenziali dei personaggi e l’idea del libro magico e del mondo fatato nascosto sotto i nostri occhi.

C’è spazio anche per il fantasy vorrei ma non posso dei due Terry, Goodkind e Brooks, affrontati da Cristina Donati e Paola Bruni Cartoceti. Il primo, Goodkind, autore della saga della Spada della Verità, mette in scena personaggi dalla psicologia abbastanza prevedibile, l’inevitabile magia ma soprattutto scene di sesso, violenza, stupri e tortura, con un cattivo despota e sanguinario, incantatrici e guardie del corpo sadomaso in tuta rossa; il secondo, Brooks, è il Tolkien dei poveri autore della famosa trilogia di Shannara, basata sull’idea centrale che il potere assoluto corrompa assolutamente e porti a una completa perdita di umanità. Poco interessato alla caratterizzazione psicologica dei suoi cattivi, soprattutto Brona Signore degli Inganni e il Dagda Mor, Brooks li racconta per pagine e pagine attraverso altri personaggi o direttamente lui stesso come narratore, nell’economia di una guerra eterna contro la magia oscura.

giovedì 17 dicembre 2020

Michael D. O'Brien - Il diario della peste

Chiariamo subito ogni possibile equivoco: Il diario della peste evocato dal titolo del romanzo in questione non ha niente a che fare con il Covid-19. È invece il quaderno che tiene il protagonista della vicenda, Nathaniel Delaney, mezzo pellerossa e direttore di un modesto giornale locale in Canada, “The Echo”, dalle cui pagine denuncia instancabilmente la deriva totalitaria del Paese che impone il pensiero unico a tutti i livelli. Un’ideologia apparentemente buona e tollerante, ma in realtà violenta e spietata, che comincia dalla scuola con l’educazione sessuale imposta ai figli. Chi non la accetta viene accusato pubblicamente e perseguitato: quando il governo deciderà di non tollerare più alcuna forma di dissenso, la vita di Nathaniel subirà una svolta brutale e imprevista, che mette alla prova la solidità dei suoi legami familiari, dell’amicizia e dell’amore, ma soprattutto lo porta a interrogarsi sui propri fallimenti e, forse, i propri errori (tipo aver sfasciato la famiglia per il lavoro). Oltre che di sequestro dei figli viene perfino accusato di omicidio e nemmeno suo padre (gnostico e progressista) gli crede, mentre l’unica persona che gli dà credito è un profugo vietnamita. Ecco quindi che la sua fuga nella neve la sua fuga sarà un vero e proprio viaggio alla scoperta di se stesso, in un futuro non troppo lontano che potrebbe essere il nostro: anzi, è già il nostro. Il fatto che il romanzo sia stato scritto oltre vent’anni fa rende sinistre certe derive della società (comprese le accuse di patriarcalismo), che in America sono ovviamente incominciate molto prima che dalle nostre parti. Piuttosto, è il piglio predicatorio e scarsamente narrativo a gravare sullo sviluppo della storia, con numerose pagine piene zeppe di sfoghi e dissertazioni: il romanzo stenta a decollare, e il ritmo subisce finalmente un’impennata solo nella seconda parte. Attraverso un protagonista tagliato con l’accetta, per non dire scolpito nella roccia del Monte Rushmore come le famose facce dei presidenti, il canadese O’Brien (di cui avevo già curato L’inviato, sempre per fede & Cultura) cita Il mondo nuovo di Huxley e 1984 di Orwell, depreca l’umanitarismo, critica liberali e moderati che dicono che va tutto bene, denuncia il Nuovo Ordine Mondiale che parla sempre di democrazia e libertà e in realtà toglie la podestà ai padri per insegnare il gender ai figli, accusa il materialismo americano di essere uguale al marxismo, condanna il cibo spazzatura, si rammarica di essere stato un cattivo cristiano che non ha saputo dar battaglia alla sua epoca, prevede l’identità digitale e il famigerato chip sottocutaneo già annunciato dal profeta Daniele e dall’Apocalisse. Inoltre se la prende con la televisione che uccide l’immaginazione dei bambini e riprende il nucleo della sua opera Un paesaggio con draghi: la battaglia per la mente di tuo figlio mettendo in bocca a Nathan la sua teoria (che poi è una convinzione e quindi una verità) secondo cui ogni opera di fantasia che intenda presentare la figura del drago come simpatetica al bene invece che al male contiene implicitamente un nucleo anticristiano, cioè orientato a scardinare l’opposizione cristiana fra Cristo e Satana (rappresentato infatti come un drago o un serpente). Non esistono draghi buoni, sappiatelo. Ovviamente, O’Brien (che ha scritto anche un’opera contro Harry Potter, simbolo del nichilismo gnostico dei nostri tempi) si scaglia anche contro un teologo reo di aver detto che non esistono né un bene assoluto né un male assoluto e che le contrapposizioni sono solo frutto del dogmatismo. Insomma, se siete di quelli che cercano letture ideologiche volte a confermare le proprie teorie di cospirazione, vedono ovunque un attacco alla visione integralista e dicono no all’ambiguità e al compromesso, questo è il libro che fa per voi; anzi, ne andrete proprio pazzi. Io, da vecchio lettore barbogio e smaliziato, credo che la narrativa debba essere più problematica: non a caso, ho apprezzato soprattutto l’episodio molto crudo dell’amico medico che racconta di essere andato in crisi dopo aver praticato aborti da convinto abortista, anche se si tratta dell’ennesima occasione persa dal momento che la risposta del protagonista è da vero moralista che si crede superiore. Ci fossero stati più eventi del genere, e soprattutto trattati meglio, avrei apprezzato il tutto molto di più. Quindi passo volentieri la mano, nonostante venga citato spesso e volentieri Il Signore degli Anelli e Nathaniel si identifichi con uno hobbit alle prese con problemi più grandi di lui: una bella prospettiva, anche se, a dirla tutta, gli orchi non hanno mai compiuto razzie sulle colline della Contea come dice O’Brien.

lunedì 14 dicembre 2020

AA.VV. - In te c'è più di quanto tu creda

 
Nel vasto panorama dei saggi tolkieniani ci si imbatte a volte in autentiche sorprese. Mi è capitato tra le mani questo In te c’è più di quanto tu creda. L’avventura umana secondo Tolkien ne Lo Hobbit, un’antologia risalente a qualche anno fa di brevi saggi su Lo Hobbit (uno dei miei romanzi preferiti di sempre) a firma di autori del calibro di Roberta Tosi, Paolo Gulisano, Roberto Arduini, Chiara Nejrotti, Lorenzo Gammarelli, Giampaolo Canzonieri e Claudio Antonio Testi. Il titolo, ovviamente, è desunto dalla famosa frase detta sul letto di morte da Thorin a Bilbo Baggins. È una piccola pubblicazione che presenta tra l’altro disegni in bianco e nero di varia provenienza, spesso debitori della trasposizione cinematografica di Peter Jackson. A venire affrontati sono episodi e personaggi, come l’eroicità imprevista di Bilbo, lo stregone Gandal come maestro e mentore, gli elfi, il drago Smaug, l’uomo-orso Beorn, il viaggio come metafora della vita, l’importanza dell’amicizia, addirittura la Battaglia dei Cinque Eserciti. Il tutto tenendo ben presente l’archetipo letterario del viaggio dell’eroe che torna dalla sua avventura in possesso di una nuova consapevolezza, con un occhio di riferimento per i modelli di riferimento, che nel caso di Tolkien sono le saghe nordiche dei Nibelunghi e del Beowulf. Gli autori non dimenticano mai la lezione di Tom Shippey, che ha messo in luce come sia la presenza del suo atipico protagonista, cioè un piccolo hobbit col panciotto e i piedi pelosi, a costituire la novità il fascino di questa storia e a gettare un ponte tra le antiche fiabe e il lettore di oggi, configurandosi in tutto e per tutto come un romanzo moderno. Un romanzo strano e atipico anch’esso, esattamente come il suo protagonista, che inizia come una fiaba per bambini e termina con una battaglia campale di carneficina, elemento ben poco favolistico e fanciullesco, e che ci regala fughe a rotta di collo, episodi di metamorfosi, foreste piene di pericoli e animali parlanti.

domenica 13 dicembre 2020

Carlo Rovelli - Helgoland

Dopo aver indagato i misteri della relatività, che ha cambiato il nostro modo di concepire lo spazio e il tempo, Carlo Rovelli si sofferma sulla meccanica quantistica, l’altra metà delle grandi scoperte del XX secolo che ha cambiato il modo in cui pensiamo le cose. Questo Helgoland prende il nome dall’omonima isola nel Mare del Nord dove nel 1925 Werner Heisenberg ha concepito il germe della sua idea della teoria dei quanti e «ha sollevato un velo fra noi e la verità; oltre quel velo è apparso un abisso». Tutto è nato come una semplice equazione di otto caratteri aggiunta alla fisica classica: un’equazione che dice che moltiplicare posizione per velocità è diverso che moltiplicare velocità per posizione e che ha distrutto l’immagine della realtà fatta di particelle che si muovono lungo traiettorie definite. Anzi, la meccanica quantistica ci ha detto che il mondo non è continuo ma granulare, che la realtà è fatta di relazioni prima che di oggetti: non parla di “cosa c’è” ma che «le cose fisiche hanno solo proprietà relative ad altre cose fisiche, e che queste proprietà ci sono solo quando le cose interagiscono». Basterebbe pensare anche solo semplicemente agli elettroni, piccole particelle che rimbalzano ma he allo stesso tempo sono onde: si separano, passano per due posti nello stesso momento e quando si reincontrano sono diverse. Le certezze della fisica classica sono solo probabilità: il mondo ci sembra determinato perché i fenomeni di interferenza quantistica si perdono nel brusio del mondo macroscopico, e ciò che noi vediamo sono solo i valori mediati fra tantissime piccole variabili, ma le predizioni sono difficili da fare. La teoria dei quanti ha posto le basi della chimica, il funzionamento degli atomi, dei solidi, dei plasmi, il colore del cielo, i neuroni del nostro cervello, la dinamica delle stelle, l’origine delle galassie, e ha portato ai computer e alle centrali nucleari. Eppure è una teoria resta tenebrosa, misteriosa e «sottilmente inquietante», tanto che Rovelli dice non sia un caso che il regista Murnau abbia girato scene di Nosferatu proprio a Helgoland.

Questo ribaltamento riguarda anche la relazione tra la nostra vita mentale (che sperimentiamo dall’interno in prima persona) e il mondo fisico (che descriviamo dall’esterno): se il mondo è relazione, «allora non esiste descrizione del mondo dall’esterno. Le descrizioni del mondo possibili sono, in ultima analisi, tutte dal suo interno, [] in prima persona. [] Il mondo visto dal di fuori non esiste: esistono solo prospettive interne al mondo, parziali, che si riflettono a vicenda. Il mondo è questo reciproco riflettersi di prospettive». È quindi da rivedere anche l’opposizione soggetto-oggetto: il famoso caso del gatto di Schrödinger, il problema cioè se il gatto sia sveglio o addormentato, deve essere letto alla luce di una serie di variabili, prima fra tutte l’interazione fra osservatore e sistema: il gatto è sia sveglio che addormentato, perché solo l’interazione tra sistemi fisici rende possibile la reciproca informazione. Costruiamo delle immagini della realtà che però non sono mai definitive, sappiamo che ci sono ancora delle cose che non conosciamo: il fascino della scienza è costituito dal fatto che siamo sempre di fronte a un aspetto misterioso, nella consapevolezza che il nostro sapere è limitato. Chi crede di sapere tutto sbaglia: se già in Sette brevi lezioni di fisica e L’ordine del tempo Rovelli ci aveva regalato visioni spiazzanti cercando di aprirci alla meraviglia del cosmo, qui si oppone decisamente al dogmatismo citando la polemica nella Russia sovietica che contrappose Bogdanov e Lenin: il primo fautore di una cultura nuova e aperta, il secondo ancorato a una concezione di custodia dell’avanguardia rivoluzionaria depositaria della verità. Inutile dire che il dogmatico Lenin congelerà la Russia rivoluzionaria in un blocco di ghiaccio che non evolverà più, sclerotizzandosi. È possibile che anche la scienza si faccia metafisica, e faccia derivare tutto da un principio primo: Rovelli invece dice che la fisica quantistica ci ha dimostrato che tutto esiste solo in dipendenza da qualcos’altro, in relazione a qualcos’altro. Esattamente come le parole, che esistono solo per formare frasi da utilizzare nel linguaggio. Proprio in questa prospettiva si inserisce la lettura che Rovelli fa del pensiero del monaco buddista Nāgārjuna, il quale dice che le cose non esistono in sé, non hanno un’essenza proprio, ma solo in rapporto con qualcos’altro, specchiandosi reciprocamente.

martedì 8 dicembre 2020

Carlo Rovelli - L'ordine del tempo

 

Se il tempo era uno dei temi di Sette brevi lezioni di filosofia, proprio il tempo torna in questo L’ordine del tempo, in cui Carlo Rovelli continua ad affrontare il mistero del cosmo in chiave fisica e, contemporaneamente, la fisica in chiave filosofica (in fondo, come dice Aristotele, la meraviglia è la sorgente del nostro desiderio di conoscere). Oltre a costituire un valido supporto per delle zappe come il sottoscritto, questo saggio è una dotta dissertazione esistenziale, perché «capire noi stessi significa riflettere sul tempo. Ma capire il tempo significa riflettere su noi stessi». Anche questa volta siamo ovviamente invitati a dubitare di quello che credevamo di sapere e ad abbracciare un pensiero antidogmatico, che prosegue per ipotesi e verifiche, consapevoli di saperne sempre meno. Il punto di partenza è stabilire che il tempo non è la cosa unica e invariabile che pensiamo noi. In fondo neanche in passato il tempo era unico ma cambiava a seconda della realtà locale, e infatti era calcolato con una meridiana: è solo con la nostra società globale dei trasporti che si è sentita la necessità del tempo unico, tanto che nel 1883 ci siamo inventati i fusi orari. In realtà, come dimostrato da Einstein, il tempo passa in maniera diversa a seconda di dove ci troviamo (scorre più velocemente in montagna che in pianura) e a che velocità ci muoviamo. Il campo gravitazionale ha delle conseguenze sullo spazio e sul tempo.

Non si può nemmeno dividere il passato dal futuro perché, come enunciato da Clausius, l’unica legge della fisica è che il calore non può passare da un corpo freddo a un corpo caldo ma solo in senso contrario: è il concetto di entropia, che non può diminuire ma solo rimanere costante o aumentare. Boltzmann ha poi aggiunto che l’entropia esiste perché abbiamo una visione sfocata del mondo: tutti gli stati sono diversi perché non ne esistono due uguali a come erano prima. Non esistono causa ed effetto perché, essendo ogni stato a sé stante e mancando una direzionalità, l’universo è una serie infinita di eventi e cambiamenti: le cose non esistono, esistono solo le esperienze. Nulla è certo ma probabile, cioè non esiste determinismo ma solo probabilismo. Non esiste quindi nemmeno un vero presente e un vero passato. Si può parlare di presente solo per le cose che sono vicine a noi: più ci allontaniamo e più questo concetto perde di significato. È il concetto di presente esteso. Ma a ben guardare è la fine del concetto di presente: se si sta fermi, il tempo passa più lentamente, se invece si muove passa più velocemente. Più ci si muove e più c’è cambiamento, più si rimane giovani, e questo è un bellissimo messaggio.

Rovelli passa poi a un altro argomento spinoso come la teoria quantistica: tutte le cose non esistono in forma continua ma in forma di quanti, anche la distanza e il tempo. Non possiamo suddividere spazio e tempo in frazioni sempre più piccole, arriviamo a un punto in cui ci si deve fermare: sono il tempo (10-44 secondi) e la lunghezza (10-33 centimetri) di Planck. Ma allora quando riusciamo a percepire il tempo? Solo quando sfuochiamo gli eventi, quando non riusciamo a vedere tutto insieme, ma soprattutto grazie alla memoria, quel complesso «che salda i processi sparpagliati nel tempo di cui siamo costituiti» e lo strumento che ci serve per predire il futuro, assicurandoci la sopravvivenza. Il tempo è infatti «la forma con cui noi esseri viventi, il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione, interazione col mondo, è la sorgente della nostra identità». Un po’ come l’idea che il tempo possa esistere solo nella mente espressa da Sant’Agostino, per il quale «la consapevolezza è fondata sulla memoria e sull’anticipazione»: una posizione non così diffusa e condivisa nemmeno nella Chiesa cattolica, dal momento che venne condannata esplicitamente come eretica dal vescovo di Parigi Étienne Tempier nel 1277. Forse qui vediamo una puntata polemica di Rovelli nei confronti della religione, ma forse solo del dogmatismo: in fondo, come rileva lui stessi, il cristianesimo è “flessibile”. Molto interessante invece la notazione che l’esperienza di pensarci come soggetti non è un’esperienza primaria ma una complessa deduzione culturale desunta dal vedere non noi stessi ma il mondo attorno a noi, «il riflesso dell’idea di noi che cogliamo nei nostri simili».