sabato 18 settembre 2021

Umberto Eco - Il superuomo di massa

 

Credete ingenuamente che i prodotti pop siano banali e non politicamente impegnati? Niente di più erroneo, spiega Umberto Eco in questo suo Il superuomo di massa, raccolta di saggi tra la narratologia e la semiotica che risale alla metà degli anni Settanta e che è tesa a dimostrare come, secondo la dichiarazione di Gramsci, il superuomo nietzschiano non si trova in Zarathustra ma prima nel Conte di Montecristo di Dumas. Insomma, il superomismo è nato nella letteratura prima che nella filosofia e segue dei precisi pattern che si ripetono da due secoli. L’analisi di Eco (intellettuale sempre molto aperto al legame tra cultura alta e cultura bassa) riguarda il romanzo d’appendice o popolare: popolare non nel senso di prodotto per il popolo in quanto massa non istruita, ma genere rivolto a tutti e dalle tematiche di interesse collettivo. A differenza del romanzo problematico, il romanzo popolare blandisce il suo pubblico, dà al pubblico quello che esso si attende e finisce esattamente come tutti desiderano che finisca, una conferma delle convinzioni del pubblico di destinazione. Per questo il romanzo popolare è il genere consolatorio per antonomasia, e quindi populista e demagogico: abbonda di luoghi comuni, caratteri prefabbricati, schematizzazioni, stereotipi privi di penetrazione psicologica come nelle favole, e «di soluzioni precostituite, atte a procurare al lettore la gioia del riconoscimento del già noto», e questo a dispetto delle sue rivelazioni e dei suoi incredibili colpi di scena. Tutto deve necessariamente ritornare alla condizione di partenza, senza mutamenti, pacificando il lettore: se il romanzo popolare denuncia le contraddizioni e le storture della società, al tempo stesso offre però soluzioni consolatorie, facendo intervenire un elemento a sanare la piaga e a vendicare le vittime, oltre che il lettore turbato. Ma attenzione: romanzo popolare non significa romanzo “brutto”, perché «nel far questo metterà in opera una tale energia, sprigionerà una tale felicità, (...) da procurare piaceri che sarebbe ipocrita nascondere».

Attraverso l’esame di autori come Balzac, Dumas e Sue, e di opere come I misteri di Parigi, I Beati Paoli Il Conte di Montecristo, ed eroi come Rocambole, Arsenio Lupin (modello spregiudicato e salottiero del romanzo reazionario del primo Novecento) e Tarzan, Eco mette in luce come il feuilleton tragga spunto dalle condizioni del proletariato e sottoproletariato, un universo manicheo dove gli umili sono insidiati dai potenti e salvati solo dall’intervento del Superuomo, capace di ristabilire l’ordine e vendicare i più deboli. Una soluzione autoritaria paternalistica, autogarantita e autofondata, che agisce contro le regole consuete, anche complottando all’interno di società segrete. Modello del vendicatore è Edmond Dantès, protagonista del Conte di Montecristo ed eroe dai tratti byroniani che si circonda i delinquenti, assume hashish e ha persino una schiava. Questo è però solo il primo periodo del romanzo popolare, quello romantico-eroico dell’Ottocento, piccolo-borghese e artigiano-operaio: in realtà ce ne sono altri due. Quello di fine Ottocento, borghese, populista, imperialista, reazionario, razzista e antisemita, in cui «il personaggio principale non è più l’eroe vendicatore degli oppressi, ma l’uomo comune, l’innocente che trionfa dei suoi nemici dopo lunghe traversie». C’è poi un terzo periodo, quello “neo-eroico” di inizio Novecento, che «vede in scena gli eroi antisociali, esseri eccezionali che non vendicano più gli oppressi ma perseguono un loro piano egoistico di potere: sono Arsenio Lupin e Fantômas». E c’è un particolare che è importante sottolineare: il romanzo d’appendice è servito da modello come impresa editoriale e come schema narrativo-ideologico, andando così a costituire una categoria di fondamentale importanza nell’analisi del romanzo come genere letterario.

Il saggio è veramente approfondito e ben scritto, e offre a Eco l’opportunità di lasciar trasparire la sua conoscenza enciclopedica della materia trattata, senza per questo condannare i vari autori per le loro idee: valga per tutti il capitolo su Pitigrilli (scrittore anarco-conservatore per non dire qualunquista nella sua crociata contro la categoria antistorica degli “imbecilli”), che critica ma allo stesso tempo offre giustizia a un autore che meriterebbe una riscoperta, capace di trattare con disinvoltura libertina e intento moralistico i miti della società in cui viveva. Altre volte fa sorridere quando parla dell’omosessualità latente di Tarzan che ignora le profferte femminili per trovare una sorta di compensazione nell’«abbarbicarsi a un altro corpo nudo virile nell’enfasi della lotta». Infine, un saggio su James Bond e le strutture narrative dei romanzi manichei di Ian Fleming: prestante, duro, freddo e affascinante, Bond si contrappone a un malvagio straniero (anche ebreo, negro o un mix di elementi slavi, latini e tedeschi), mostruoso e sessualmente inabile (o masochista), e a una minaccia globale che nella maggioranza dei casi concerne con il nucleare. Ovviamente c’è poi una giovane donna in gravi ambasce che alla fine della missione sarà ben contenta di consolare il nostro eroe e di curare le sue ferite (seppure lui sia destinato a perderla), il tutto in un complesso intreccio in termini di gioco (c’è sempre una partita a carte) secondo una ripetizione di mosse e coppie combinatorie: «il piacere del lettore consiste nel trovarsi immesso in un gioco di cui conosce i pezzi e le regole – e persino l’esito – traendo piacere semplicemente dal seguire le variazioni minime attraverso le quali il vincitore realizzerà il suo scopo», e questo perché tipico del romanzo giallo (popolare, proprio come quello d’appendice) «non è la variazione dei fatti, quanto piuttosto il ritorno di uno schema abituale nel quale il lettore possa riconoscere qualcosa di già visto cui si era affezionato».

sabato 4 settembre 2021

Michel Houellebecq - Estensione del dominio della lotta

 

Breve romanzo d’esordio di Michel Houellebecq in parte autobiografico che rilegge il suo periodo da programmatore informatico come esperienza esistenziale ma che, come prova lo stesso titolo da pamphlet, Estensione del dominio della lotta, fa da manifesto programmatico della poetica dell’autore. Totalmente nichilista, racconta in prima persona la storia di un protagonista trentenne sociopatico che non riesce a tessere relazioni con altre persone (soprattutto di genere femminile), soffre del male di vivere, ha una forte depressione. Siamo nei territori della pura letteratura del disagio. La trama è molto labile e noi entriamo nella testa del personaggio, espediente che permette di raccontare l’ambiente intorno a lui, cioè una società capitalista, ultraliberale e disumanizzata («A Parigi si può anche schiattare in mezzo alla strada, a nessuno gliene fotte niente») che obbliga tutti a conformarsi alla “norma” e a dedicare l’intera propria vita al lavoro al falso liberalismo sessuale. Molto interessante a questo proposito la critica alla falsa moltiplicazione di libertà portata dalla società dell’informazione funzionale alla logica capitalistica dello sfruttamento dei desideri, come prova la figura del collega convinto «che la libertà non sia altro che la possibilità di stabilire diverse interconnessioni tra individui, progetti, organismi, servizi» e che «il massimo di libertà corrisponde al massimo di scelte possibili». Siamo schiavi, e l’unica vera libertà diventa quella di dedicarsi al fumo. Alla fine, ci si trova davanti a una denuncia dell’occidente contemporaneo fatta di solitudine, noia, rapporti fasulli, insofferenza e indifferenza anche verso se stessi: nulla è sacro (la chiesa edificata nel luogo del rogo di Giovanna d’Arco definita «un ammasso di tavelle di cemento stranamente ricurve e per metà sprofondate nel suolo») e niente sembra avere senso, nemmeno quella lotta che è caratteristica fondamentale della frenesia della vita, del lavoro, della carriera e del sesso (tutte regolate dalla cosiddetta “legge del mercato”). Nemmeno la psicanalisi può qualcosa: «Spietata scuola di egoismo, la psicanalisi sfrutta con agghiacciante cinismo le brave figliole un po’ smarrite e le trasforma in ignobili bagasce dall’egocentrismo delirante, incapaci di suscitare altro che un legittimo disgusto. Non bisogna accordare la minima fiducia, in nessun caso, a una donna che sia passata per le mani degli psicanalisti. Meschinità, egoismo, ottusità arrogante, totale assenza di senso morale, incapacità cronica di amare: ecco il ritratto esaustivo di una donna “analizzata”». E lo stesso protagonista finisce in cura psichiatrica per essere “ricentrato su se stesso”, prima di trasformarsi (forse) in un folle che uccide donne anziane nelle campagne. Meglio quindi rompere gli stereotipi dentro cui siamo costretti e che costringono la nostra vita e le nostre relazioni, ricorrendo al paradosso («l’uomo è un adolescente menomato») e all’ironia ghignante come nel caso del crudo ritratto della brutta e grassa compagna di classe, il cui nome – ironia della sorte – era Brigitte Bardot; oppure in quello del racconto sugli animali intitolato Dialoghi tra uno scimpanzé e una cicogna che dovrebbe essere «un pamphlet politico di inaudita ferocia». Anche se pagine come quella del conoscente che, per vendicarsi di una delusione in discoteca, vuole uccidere una ragazza e il ragazzo nero che gliel’ha portata via, ma poi li vede insieme in spiaggia, si masturba e si sfracella con la macchina, raggiungono livelli di squallore esistenziale veramente degni di nota.

venerdì 3 settembre 2021

Umberto Eco - Costruire il nemico

 

C’è bisogno di qualcuno da odiare perché è sempre difficile costruirsi un’identità. Senza arrivare alla citazione dell’esistenzialista Sartre secondo cui “gli altri sono l’inferno” (gli altri non sono noi, quindi sono insopportabili), è importante trovare un nemico per stabilire e consolidare un’identità di nazione, di patria, di gruppo. Se questo nemico non c’è, bisogna costruirlo. Lo spiega Umberto Eco in questo Costruire il nemico, piccolo testo-conferenza a cavallo tra la sociologia e comunicazione che riprende le sue teorie già espresse nel romanzo Il cimitero di Praga (che all’epoca non mi piacque per niente) e spiega le strategie utilizzate per cavalcare ansie, paure e angosce della nostra società. E questo non da oggi, ma dal tempo dei greci e dei romani: ci sono gli immigrati, i musulmani, i fascisti, i comunisti (che mangiano i bambini), gli zingari (che i bambini li rubano), gli ebrei (che i bambini li uccidono), gli eretici, le donne, le streghe, anche l’alunno che non si allinea agli altri (il malvagio Franti del libro Cuore, che viene esposto per sempre al pubblico disprezzo perché non confacente al modello di regole dell’Italia postunitaria e postrisorgimentale). Da qui la necessità di fare la guerra a questo nemico per potersi compattare: il nemico è il diverso da noi, non condivide i nostri valori, è uno sciatto depravato e compie veri e propri delitti, e questo si traduce in differenze anche dal punto di vista fisico, e per questo non corrisponde all’idea di bello e buono già propria dei greci: brutto e cattivo sono due aggettivi sempre uniti, e per questo il nemico non solo è brutto ma è mostruoso, detestabile e puzzolente (all’inizio della Prima Guerra Mondiale, i francesi per esempio sostenevano che il tedesco medio produceva più materia fecale del francese, e di odore più sgradevole). Senza andare troppo indietro nel tempo, tutte queste caratteristiche le troviamo già in Rosa Klebb, la perfida nemica di James Bond, russa, sovietica, mostruosa, puzzolente e per giunta lesbica. Alla fine, ci si rende conto che l’invenzione dei Due Minuti d’Odio, la pratica collettiva esercitata dal governo del Grande Fratello nel romanzo 1984 contro il malvagio Goldstein, è stata veramente un colpo di genio da parte di George Orwell.

Joël Dicker - L'enigma della camera 622

 
Con questo L’enigma della camera 622 Joël Dicker ci regala un altro volume fluviale, un altro giallo, ma anche un romanzo autobiografico e metatestuale. Un romanzo contaminato, che può sembrare un po’ cervellotico ma che allo stesso tempo risulta decisamente affascinante. Per la prima volta nei romanzi di Dicker, il protagonista è proprio Joël Dicker, non un suo pseudonimo come Marus Goldman, e la vicenda non è ambientata più negli Stati Uniti ma nella natia Svizzera, tra Ginevra e Verbier (paese delle Alpi svizzere): qui scopre che all’Hotel des Bergues manca la stanza 622, sostituita dalla 621 bis. Insieme a un’altra ospite, Scarlett, comincia a indagare e scopre che è tutto legato a un omicidio irrisolto: il tutto gira intorno alla presidenza di una banca, la Ebezner, la cui presidenza si è tramandata fino a ora direttamente di padre in figlio ma ora improvvisamente affidata alla decisione del consiglio di amministrazione: protagonisti della rivalità per la successione sono Macaire Ebezner (l’erede di buona famiglia sottovalutato da tutti) e Lev Levovich (l’orfanello che vuole fare carriera e affermarsi in società), i quali per giunta ambiscono alla stessa donna, Anastasia. Oltre a loro ci sono il tenebroso uomo d’affari, i segreti delle banche, i servizi segreti, avvelenamenti, mascheramenti, doppi e tripli giochi, con colpi di scena e personaggi che sembravano secondari ma si rivelano per nulla tali: e di personaggi ce ne sono tantissimi, compreso il personale dell’albergo di Verbier. C’è addirittura l’idea del patto col diavolo, anche se si rimane sempre su un piano molto reale. A differenza de La verità sul caso Harry Quebert e La scomparsa di Stephanie Mailer, questa volta la vicenda narrata è molto più vicina a Il libro dei Baltimore perché la componente investigativa è molto ridotta ma abbonda il racconto di come le dinamiche familiari, le aspirazioni, il potere e i soldi possano portare a un punto di non ritorno. Per il resto la struttura è la stessa degli altri romanzi perché resta la contrapposizione tra cose successe nel passato (anche su più livelli temporali) e quello che succede nel presente, con un continuo saltare da un piano all’altro come se fosse una matrioska: inutile dire che la cosa aumenta l’intrigo ma fa anche perdere la pazienza, perché come al solito Dicker (che scrive benissimo) tende a tirarla pedissequamente per le lunghe e a perdersi nell’ammirazione della sua stessa bravura (fino a oltre la metà del libro non viene nemmeno rivelata l’identità della vittima della camera 622, e anche questo lascia spazio a tutta una serie di congetture da parte del lettore). L’esile cornice autobiografica offre a Dicker l’occasione di ragionare sulla narrativa e di parlare del suo rapporto con la scrittura e soprattutto con l’editore Bernard de Fallois, recentemente scomparso, che l’ha preso sotto la sua ala protettiva (e si sente sinceramente quanta stima e nostalgia ci sia per questo personaggio da parte di Dicker): in questo senso la figura del mentore e dello scrittore sono assolutamente reali, anche se c’erano già ne La verità del caso Harry Quebert con nomi diversi.

venerdì 30 luglio 2021

Giuseppe Cruciani - I fasciovegani

 
Avete presente Giuseppe Cruciani, quel furbissimo e abilissimo provocatore che conduce La Zanzara insieme a David Parenzo? Qualche anno fa una delle sue principali imprese è aver fatto infuriare i vegani mangiando carne di coniglio e brandendo un salame in studio, e da questa storia ci ha addirittura tratto un libro, I fasciovegani. Chi sono costoro? Degli estremisti intolleranti che credono di essere in possesso della Verità e di doverla imporre a tutti gli altri: non mangiare più la carne e tutti i derivati animali. Non solo: costoro paragonano lo sterminio degli animali da parte dell’industria delle carne a quello degli ebrei da parte dei nazisti (curiosamente le stesse cose che si dicono oggi sul vaccino e sul Green Pass) e giungono ad accusare i carnivori di essere complici di un assassinio perché mangiano un animale. Le critiche di Cruciani sono motivate da convinzioni ultraliberali e antidittatoriali, anche perché il nostro dice che la scelta individuale non è in discussione e riconosce che ognuno in privato fa quello che vuole ed educa i figli come vuole (a patto di assumersene le responsabilità): diverso è imporre la propria visione agli altri accusandoli di compartecipazione in un crimine cruento. Non si tratta più di salute, ma di etica e filosofia (caratteristiche del tutto umane, non animali), tanto che, da parte dei fasciovegani, è tutto un augurio di sofferenze, tumori e morti dolorose a macellatori, chef, cacciatori e toreri, oltre che invocazioni di sterminio dell’umanità da parte di un cataclisma (meglio sopravvivano solo gli animali, perché almeno loro sono buoni). Curiosamente, le più scatenate sono le donne, spesso «madri di famiglia, ragazze e signore che nei loro profili su Facebook mettono foto dolcissime con cani e gatti addosso. Immagini di felicità, di spensieratezza, di affetti», segno di un malessere profondo della società che nasconde un sacco di rabbia e rancore (ancora, come nel caso dei vaccini e del Green Pass). Cruciani passa quindi in rassegna i più famosi esponenti della galassia veg, come Red Ronnie (convinto che si faccia meglio l’amore da vegani che da carnivori), Red Canzian (quello che sostiene che maiali sono più intelligenti dei bambini di tre anni perché hanno abilità nei videogiochi) e Daniela Martani (l’attivista che sostiene che perfino le gelaterie vanno chiuse e che bisogna invitare i titolari delle macellerie a cercarsi un’altra attività più in linea con i diritti “umani”). Alla fine, si prova qualche ragionamento sul fatto che l’allevamento intensivo, quando condotto nel rispetto delle regole, svolge una funzione essenziale per fornire la carne alla società occidentale, a prezzi sostenibili da tutti e non soltanto da pochi; a far riflettere è piuttosto il fatto che, a fronte di una diffusione che corrisponde al 10% scarso della sua rappresentatività rispetto alla popolazione italiana, la politica utilizzi le spinte animaliste come fattore di propaganda, come provano l’utilizzo di agnelli da parte sia di Laura Boldrini sia di Silvio Berlusconi come calamita pubblica delle istanze animaliste.

sabato 24 luglio 2021

J.R.R. Tolkien - The Hobbit. Audiolibro letto da Andy Serkis

 

Tutti conosciamo Andy Serkis: autore di grande spessore, ha il merito di aver interpretato alla grande il personaggio di Gollum nelle trasposizioni cinematografiche dell’opera di Tolkien da parte di Peter Jackson. Proprio Serkis, nel maggio 2020, in pieno lockdown, ha eseguito una lettura dal vivo senza interruzioni di 12 ore del libro Lo Hobbit per raccogliere fondi per la pandemia (e ha raccolto più di 400.000 dollari), e in seguito ha registrato un audiolibro, The Hobbit appunto. Ed è notizia di pochi giorni fa che proprio Serkis è al lavoro per realizzare un nuovo audiolibro del Signore degli Anelli, leggendo l’intera trilogia, segno che l’operazione deve aver avuto successo. E a piena ragione. Non arriviamo ai livelli di straordinarietà di un prodotto pur non professionale come quello di Phil Dragash sul Signore degli Anelli su YouTube (che includeva anche rumori ambientali e la colonna sonora del film, cosa impossibile in un prodotto ufficiale tenendo conto di quanto costano i diritti, e infatti glielo hanno rimosso), ma anche qui Serkis fa tutte le diverse voci, in modo tale che ogni personaggio abbia la propria personalità e sia facilitato nell’immersione della storia, cosa che a mio avviso costituisce il valore aggiunto degli audiolibri. Sentire poi Serkis che torna a interpretare il personaggio di Gollum è sempre un’emozione. È inutile negare il rapporto con la trasposizione cinematografica di Jackson, e non potrebbe essere altrimenti visto che Serkis, oltre che il personaggio di Gollum, è stato regista della seconda unità di regia de Lo Hobbit: le canzoni (come quella dei nani) sono quelle del film di Peter Jackson, così come la caratterizzazione dei personaggi (oltre all’ovvio Gollum, anche Gandalf assomiglia molto a Ian McKellen e Bilbo a Martin Freeman, ma pensiamo anche a Beorn). Ai nani viene spesso dato un accento scozzese, ma è con i cattivi che Serkis dà il meglio: gli orchi, i ragni e il drago Smaug, con i quali gioca spesso su tonalità basse e gutturali. Se siete tolkieniani e capite l’inglese, l’ascolto è obbligato.

mercoledì 30 giugno 2021

Emmanuel Carrère - Il Regno

 

Un libro strano questo Il Regno, che nasce dall’esperienza di sceneggiatore da parte di Emmanuel Carrère di quel capolavoro che è la serie Les Revenants: in fondo la pretesa è la stessa, raccontare i giorni prima della fine, la resurrezione dei morti e il Giudizio universale, con una comunità di eletti che si forma intorno a un evento stupefacente. Infatti, questa volta la pretesa è niente meno che quella di raccontare il cristianesimo delle origini, nato intorno alla resurrezione di Gesù Cristo, nella Francia di oggi, ovvero il Paese più scristianizzato del mondo. Ma, come nell’eccezionale Limonov, non si riesce a capire dove finisca l’argomento trattato e dove incominci la vita dell’autore, e viceversa. Sembra quasi che il dandy e problematico Carrère, figlio dell’élite culturale parigina, non possa fare a meno di parlare narcisisticamente di se stesso. Sin dalle prime pagine di questo voluminoso librone non ha timore di definirsi un radical chic per il quale il corso di yoga della domenica mattina ha preso il posto della messa, durante la quale i credenti recitano il Credo, «ogni frase del quale è un insulto al buonsenso». Il suo approccio è quello del classico agnostico alla ricerca della Verità, che si vergogna troppo a credere alla religione e tenderebbe a irridere chi lo fa, ma non lo fa perché si vergogna anche di questo e perché sarebbe troppo scortese. D’altra parte, suo padre (un po’ voltairiano, un po’ maurrassiano, non marxista ma d’accordo coi marxisti) la domenica lo portava a messa e si dispiaceva che la messa non fosse più in latino perché «in latino non ci si accorgeva che scemenza fosse». In realtà Carrère ha alle spalle un’esperienza cristiana: “iniziato” dalla madrina Jacqueline, poetessa e autrice di buona parte dei canti religiosi che si sentono nelle chiese francesi dopo il Concilio Vaticano II, è stato cristiano per un certo periodo tra il 1990 e il 1993, particolare che lo porta ancora a subire le battute sarcastiche dei figli. In quel periodo, oltre ad andare a messa tutti i giorni, ha addirittura commentato ogni giorno qualche versetto del Vangelo secondo Giovanni, arrivando a riempire una ventina di quaderni. Ex convertito, ex credente, agnostico di ritorno, ha anche una solida amicizia con Hervé Clerc, teista esoterico e “buddista parziale”, e tutti questi particolari (per tacere dei rimandi a Philip K. Dick, autore di culto del Nostro, e dei problemi incontrati con la babysitter) danno l’idea di quanto l’autobiografia entri prepotentemente nella raffinata prosa di Carrère e nell’analisi dell’argomento trattato.

Ma a cosa allude Il Regno del titolo? A quello dei cieli, che poi è quello che Gesù spiega nelle parabole, il Regno di Dio che poi allude anche al Regno d’Israele. Seguendo un certo filone della storiografia marxista, Carrère sostiene neanche troppo velatamente che il vero fondatore del cristianesimo è stato San Paolo, l’apostolo dei gentili, dogmatico e granitico, poco interessato a Gesù ma assolutamente convinto della sua missione di evangelizzatore e di sistematizzatore della nuova religione e della sua Chiesa: all’epoca era considerato solo un agitatore, ma poi la storia, dopo la distruzione di Gerusalemme, lo ha trasformato nel capo (ormai morto) di una chiesa degiudaizzata. Per questo Carrère analizza l’intero corpus delle lettere paoline, contrappone Paolo a Giacomo come Stalin a Trotskij, parla del rapporto tra Paolo e l’evangelista Luca, il medico macedone che segue Paolo di Tarso per terra e per mare e gli dedica poi la sua prima biografia, e cioè gli Atti degli Apostoli, mescolando vero e verosimile: Carrère lo affronta come un autore che spesso inventa e aggiusta la narrazione a seconda delle sue esigenze, si rivede in lui, si immedesima con lui e diventa lui, colmandone vuoti e incongruenze. Ed è bene sottolineare che Carrère, ex cristiano ma ora agnostico, crede alla storicità di Gesù ma non crede alla Resurrezione o alla verginità della Madonna, anche se in fondo vorrebbe farlo, perché il suo è un viaggio nella religiosità di un uomo con tutti i suoi dubbi, il suo ego e le sue fragilità e che accetta di non sapere, senza scadere nel dogmatismo o nella cieca adesione a un credo. D’altronde, è più importante il viaggio che la meta, e a Carrère la storia sembra sempre narrativa e ogni volta che ha che fare con il periodo romano gli sembra di entrare in un fumetto di Asterix, e la vita di Gesù è stata straordinaria ed è stato ucciso per aver detto di essere il figlio di Dio, «anche se non ci sono prove che lo fosse realmente». E poi esistono delle similitudini tra la scomparsa del suo corpo dal sepolcro e quella del corpo di Bin Laden voluta dagli americani per evitare il culto jihadista. Anzi, Carrère non si risparmia nemmeno vere e proprie blasfemie, come quando ipotizza che Maria abbia avuto le sue esperienze sessuali e si sia masturbata come tutte le donne: a questo proposito, il Nostro confessa il suo amore per la pornografia e racconta il video di una brunetta che si masturba davanti a una telecamera da rivedere infinite volte e da condividere con sua moglie. Troppa grazia.

Affastellando fonti e saggi storici, dalla Bibbia dei Settanta (prima versione in greco dell’Antico Testamento) alle persecuzioni cristiane sotto Nerone e Diocleziano, passando per la Guerra giudaica di Flavio Giuseppe e l’intero corpus di lettere paoline, non manca nemmeno di fare riferimento al mito greco di Ulisse e Calipso, definita «il prototipo della bionda, quella che ogni uomo vorrebbe farsi ma non necessariamente sposare, quella che apre il gas o ingoia un tubetto di sonniferi la notte di Capodanno mentre l’amante festeggia in famiglia». Perché in fondo Ulisse è Carrère (sempre lui), che ha trovato casa con la seconda moglie a Patmos, dove San Giovanni (sempre che sia lui, e non un altro Giovanni) ha scritto l’Apocalisse. Eh sì, perché intanto il matrimonio con la prima moglie è naufragato, vittima sacrificale della religione e della psicanalisi. Tra i tanti momenti di cazzeggio non mancano nemmeno cose interessanti, come la notazione che il greco del Vangelo di Marco sembra l’inglese di un tassista di Singapore. E così, alla fine di questi Atti degli Apostoli secondo l’evangelista Carrère che finiscono per assomigliare a un grande feuilleton colto a base di intrighi, scontri e amori incestuosi, resta una domanda: a cosa credeva il Nostro tra il 1990 al 1993 quando è stato cattolico praticante e andava a messa tutti i giorni, arrivando perfino a sposare in chiesa la madre dei suoi primi due figli con rito melchita celebrato al Cairo da un prete vallone? La fascinazione del mistero, forse. Ma in maniera non troppo convinta, perfetta per questa epoca in cui ognuno dice di credere “a modo suo” e “Gesù si, Chiesa no”.