giovedì 17 gennaio 2019

Paolo Gulisano - Tolkien. Il mito e la grazia

Le letture apologetiche di Tolkien non mi hanno mai convinto appieno, anche quelle mosse dalle migliori intenzioni, ma bisogna ammettere che hanno sempre riscosso un certo successo, specie in ambito cattolico (almeno quello più militante). Non si sottrae a questo ambito questo Tolkien. Il mito e la grazia di Paolo Gulisano, testo non recentissimo (è di inizio anni Duemila, anche se ne è uscita recentemente un’edizione ampliata che presenta anche un’appendice dedicata a I figli di Húrin) che funziona bene come introduzione al tema ma che purtroppo, a mio avviso,  è invecchiato male e presenta oggi, alla luce dell'evoluzione della critica tolkieniana, tre problemi principali: primo, il Tolkien di Gulisano è filtrato continuamente alla luce degli autori a lui cari, quindi il cardinale Newman, C.S. Lewis e soprattutto G.K. Chesterton (l’idea chestertoniana della via dell’immaginario, del paradosso e dell’immagine velata, per liberarci dai vari orpelli che, nella vita ordinaria, mascherano il volto della verità). Secondo, Gulisano si basa soprattutto sulla biografia di Humphrey Carpenter e sulle Lettere dello stesso Tolkien, ma il suo apparato critico è praticamente nullo e ignora gli autori di punta del dibattito internazionale degli ultimi decenni (Shippey, Flieger, Rosebury), ricalcando in questo il principale difetto della critica italiana. Terzo, manca il minimo riferimento (se non uno fugace alla fine) alla History of Middle Earth, materiale forse non pensato per la pubblicazione ma fondamentale per capire come Tolkien lavorava e metteva a punto il suo legendarium. Detto questo, come fa capire il titolo Il mito e la grazia, Gulisano tratta Tolkien come critico della modernità, della statolatria, della globalizzazione, dell’omologazione del pensiero unico, contro cui contrapponeva la cultura dell’appartenenza e del radicamento, ma soprattutto come cantore di miti, riprendendo la sua idea del simbolo (già espressa in altri suoi libri, penso a Re Artù) come espressione della verità delle cose, come elemento universale capace di parlare alla nostra grigia modernità e di restituirci la bellezza perduta. In questo senso Tolkien ci parla perché risponde alle questioni fondamentali (l’origine dell’uomo, il bene, il male, l’amore, la morte), e quindi il suo processo di sub-creazione lo rende qualcosa di molto diverso da un autore di semplici racconti per ragazzi o di storie di evasione. Ma soprattutto Gulisano parla di Tolkien in quanto cattolico, la sua concezione della natura umana segnata indelebilmente dalla Caduta (in termini cristiani dal Peccato Originale) e dal male che è al suo interno (per questo Il Signore degli Anelli non è un’opera manichea ma parla dell’ombra che c’è dentro ognuno di noi), la sua sfiducia nella storia e il suo insistere su temi come la misericordia, il sacrificio, l’umiltà, la fiducia nella Provvidenza, la speranza, la follia secondo il mondo che vela gli occhi dei potenti, tutto questo pur nell’assenza di un contesto religioso di riferimento. Ma soprattutto la centralitò della grazia, unica cosa in grado di redimere la storia degli uomini, completando e dando speranza all’eroismo pagano tanto caro al professore di Oxford: addirittura, la Grazia viene rivelata proprio attraverso il linguaggio simbolico del Mito. Solo così si inquadra la “cerca” rovesciata, plasmata sul modello di quella arturiana, non con un Graal da recuperare ma un anello da distruggere. Una prova difficilissima da affrontare perché coincidente con la tentazione del potere, la possibilità per l’uomo di essere come Dio, ed è qui che il libro risulta più convincente rispetto a quando si rifugia nelle solite allegorie da catechismo e parla di Gandalf come angelo annunciatore e custode, di Galadriel consolatrice e misericordiosa come la Vergine Maria, di Sauron angelo decaduto come Satana o di Frodo come modello esemplare del cristiano che accetta la chiamata e si presta al sacrificio. Sarà una mia fissa, ma non credo che quando Tolkien diceva che Il Signore degli Anelli è un’opera “fondamentalmente religiosa e cattolica” si riferisse a questo. Allo stesso modo, non tutto è dello stesso livello: se Il Signore degli Anelli e Il Silmarillion scendono abbastanza nel dettaglio, Lo Hobbit viene tralasciato frettolosamente e a integrazione richiede la lettura dell'ottimo La mappa de Lo Hobbit dello stesso Gulisano. Per il resto, Gulisano ripercorre la vita semplice e tranquilla di Tolkien e lo inserisce nel contesto del cattolicesimo del tempo, insiste sulla conversione della madre Mabel e prova a raccontare l’amore (e le successive difficoltà) per la moglie Edith, addirittura racconta l’affermazione di Tolkien come “fenomeno culturale” nella seconda metà del Novecento e la sua capacità di parlare a tutti, dagli ambientalisti americani ai giovani controcorrente della destra italiana, tranne che alla sinistra italiana che lo rifiutò in blocco facendo nascere la leggenda nera del “Tolkien fascista”. Forse però dedica poco spazio al Tolkien filologo e all’esperienza bellica sulla Somme al ruolo che l’esperienza della Prima Guerra Mondiale ha rivestito nel creare il fascino della Terra di Mezzo (come ha invece spiegato magistralmente John Gart in Tolkien e la Grande Guerra). È veramente interessante come nell’Appendice, parlando dei I figli di Húrin, Gulisano scriva che «questa pubblicazione potrebbe aprire le porte ad altri libri, episodi di grande importanza all’interno del Silmarillion, come ad esempio La caduta di Gondolin, o lo straordinario Beren e Luthien, che potrebbero divenire volumi a sé stanti, anche se rispetto a questi racconti c’è poco materiale su cui lavorare e sarebbe difficile ricavarne un volume soddisfacente. Tuttavia dovremmo, a questo punto, riconoscere che non si tratterà più di opere di J.R.R. Tolkien, ma a lui ispirate. Un po’ come accade, nel Medioevo, con i grandi cicli letterari come quello di Re Artù». È veramente accaduto quanto ipotizzato, con il figlio di Tolkien, Christopher, che è ormai  divenuto co-autore a tutti gli effetti, mescolando indelebilmente la sua voce a quella del padre.

lunedì 14 gennaio 2019

Hilaire Belloc - Le grandi eresie

Nuova opera di Hilaire Belloc pubblicata da Fede & Cultura, questa volta tradotta per la prima volta in italiano. Riprende molti dei concetti esposti altrove, prova di un autore magari complicato e verboso ma coerente. Di seguito, la mia prefazione che ho creduto opportuna per inquadrare l’opera:

Cinque eresie, cinque modi per adulterare la dottrina e rovinare il mondo. Potrebbe riassumersi così Le grandi eresiedi Hilaire Belloc, giornalista, polemista, apologeta ma soprattutto storico amico di G.K. Chesterton. L’opera, scritta nel 1938, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, qui presentata per la prima volta in lingua italiana, è una trattazione articolata di cinque grandi eresie della storia (l’ariana, l’albigese, l’islam, la Riforma protestante e infine quella che viene chiamata “la fase moderna”) in qualche modo paradigmatiche per capire le direzioni dalle quali può partire l’assalto contro la fede cattolica; di ognuna vengono enucleate le caratteristiche e tratteggiato lo sviluppo storico, con la consueta attenzione di Belloc per la storia militare come responsabile di molti mutamenti storici (per esempio, evidenzia come tutto l’esercito dell’Impero romano era ariano, e che all’islam è stato permesso di sopravvivere grazie al fallimento della Terza Crociata). Vengono però esposti anche i caratteri in comune di ogni eresia, a partire dalla semplificazione dottrinale che insiste su uno solo dei grandi dogmi cattolici ma che allo stesso tempo svilisce gli altri: lo ha fatto anche l’islam, che ha insistito sui dogmi cristiani come l’uguaglianza, la dignità e la giustizia ma ha eliminato il sacerdozio e i sacramenti. Basterebbe però pensare al protestantesimo che, a dispetto delle prese di posizione, manca di un nucleo di dogmi condiviso e si caratterizza piuttosto per “il rifiuto dell’unità attraverso l’autorità”. Di certo, dopo il successo iniziale, ogni eresia finisce per scomparire, lasciando però delle tangibili conseguenze morali e sociali nei Paesi che ha contagiato.
La posizione di Belloc è assoluta: da una parte c’è la Chiesa cattolica con la sua dottrina, dall’altra tutto il resto. È impossibile, a suo giudizio, che esista un’unica cristianità comune in grado di raccogliere tutte le istanze provenienti dalle varie eresie. Belloc comincia con il trattare l’arianesimo, attacco all’Incarnazione e quindi alle radici del cristianesimo, e prova del perenne tentativo degli uomini di razionalizzare la fede; prosegue con l’eresia catara, attacco proveniente dall’interno della società cristiana e diretto alla morale più che alla dottrina; quindi affronta l’islam, forza esterna alla società cristiana e nato non come nuova religione ma come eresia e “uso improprio della cosa cristiana”: per la sua predicazione, Maometto si basò infatti su alcune idee della dottrina cattolica ma eliminò l’Incarnazione e la Trinità. Paradossalmente, l’islam è l’unica eresia che non ha distrutto la religione cristiana contro cui era diretta, ma ha anzi stabilito una civiltà opposta, divenendone rivale; pur avversandolo, Belloc ne riconosce la vitalità e la capacità di mettere radici, oltre alla maggior forza spirituale rispetto all’Europa, e per questo ne preconizza un prepotente ritorno in futuro (e in questo è stato profetico, o forse semplicemente lungimirante).
Le grandi eresie è una summa del pensiero di Belloc, l’opera che racchiude i suoi concetti cardine già espressi altrove nella sua sterminata produzione saggistica, a cominciare dall’idea della decadenza dell’Europa dovuta alla frammentazione religiosa: “L’Europa cristiana è e dovrebbe essere una per natura, ma ha dimenticato la sua natura dimenticando la sua religione. […] La decadenza di una religione coinvolge la decadenza della cultura che le corrisponde – lo vediamo molto chiaramente nel degrado della cristianità ai nostri giorni”. Belloc parte dalla convinzione che l’Europa è nata dal cristianesimo e che le differenze tra Stati e popoli sono differenze religiose: per questo lamenta “la tendenza del cristianesimo occidentale a dividersi in compartimenti stagni e a perdere l’unità che aveva conservato così a lungo”, e di questo incolpa il fallimento delle Crociate, “le quali, finché erano state in corso, furono una forza unificatrice, fungendo da ideale comune per tutta la cavalleria cristiana”.
Risultato di questo processo furono la Guerra dei Cent’anni ma soprattutto la Riforma protestante, che secondo Belloc all’inizio fu “un conflitto entro i confini di un modello europeo occidentale”. All’inizio non ci fu alcun attacco coordinato alla fede cattolica, ma una serie di istanze provenienti da tutto il mondo cristiano a proposito della diffusione di certi malcostumi ecclesiastici. Non fu Lutero il vero disgregatore dell’unità cristiana, ma Calvino: senza di lui il mondo moderno non sarebbe caduto nell’usura e nel capitalismo selvaggio, e gli uomini non si sarebbero abituati all’idea dell’inevitabilità della dannazione e della negazione dei miracoli e del libero arbitrio. A partire da questo momento, l’Europa è andata sempre peggio, finendo per esaltare gli Stati e le monarchie nazionali, con la natura conseguenza del nazionalismo che ha portato alla catastrofe della Prima Guerra Mondiale e al crollo delle società protestanti. Per questo Belloc rimpiange il fallimento del progetto di unità europea tentato dal non credente Napoleone, il cui esito sarebbe stato quello di una rinnovata unità culturale e cattolica, e depreca figure come il cardinale Richelieu che, per mero calcolo politico, non esitò a schierarsi dalla parte dei protestanti pur essendo primo ministro di uno Stato cattolico.
Infine, Belloc affronta l’ultima fase, quella che lui chiama “moderna”, “un assalto frontale ai fondamenti della fede e alla sua stessa esistenza” che trova la sua origine nel tramonto della teologia, nel trionfo dell’opinione personale, nella mania dell’innovazione, nella messa in discussione di tutto (anche della ragione), nel rifiuto del dogma e del principio di autorità: tutto questo ha portato a un regime di eresia generalizzato che ha conseguenze pratiche sulla politica, la società e l’economia di oggi, come si vede nel caso del comunismo. Molte vecchie eresie sono ancora con noi, spesso sotto altri nomi e altre forme, e continuano ad agire sul nostro mondo: solo identificando e chiamando con il proprio nome ogni deviazione dalla retta dottrina sarà possibile contrastare efficacemente ogni attacco anticristiano.

lunedì 31 dicembre 2018

Herman Melville - Bartleby, lo scrivano

Autore modernissimo e profondo, Melville è famoso come autore del monumentale Moby Dick ma anche del misterioso Bartleby, lo scrivano, racconto lungo (o romanzo breve) incentrato su un personaggio che di professione fa il copista di atti e documenti in uno studio legale, in un’epoca in cui non c’erano le fotocopiatrici. Una storia di Wall Street recita il sottotitolo, e non è un particolare secondario. L’io narrante è un avvocato di cui non si dice mai il nome (forse per suggerirci di identificarci con lui), una persona che, «dalla giovinezza in poi, ha maturato una profonda convinzione: nella vita la via più facile è la migliore». Discreto, cauto, scrupoloso e metodico, adora ricordare il nome di un suo cliente, un magnate delle pellicce, in quanto gli evoca «un suono rotondo e sferico, tintinnante come l’oro» (e questo suggerisce molto bene quali sono i suoi valori di riferimento). Non si sbottona mai troppo riguardo alla sua vita, è perfettamente integrato nell’ambiente di Wall Street al punto da occupare un grigio ufficio da cui si vedono solo muri. I suoi impiegati sono degni della meschinità umana ritratta da Dickens: Tacchino, esuberante dopo pranzo; Pince-Nez, intemperante al mattino ma tranquillo nel pomeriggio; il fattorino Zenzero. Sono opposti e complementari, ma sono utili e perfettamente integrati. Poi irrompe il personaggio che dà il titolo al racconto, Bartleby, un ottimo e diligente lavoratore che però fin da subito ha qualcosa che disarma e sconcerta l’avvocato. Alla richiesta di fare del lavoro extra e occuparsi di mansioni non sue risponde «Preferirei di no»; quindi, in un crescendo, rifiuta addirittura di fare il suo lavoro di copista e di lasciare l’ufficio, quando l’avvocato gli annuncia il licenziamento. Il suo atteggiamento è prepotente ma mite, cioè riesce a opporsi con la sua passività («Nulla esaspera una persona seria quanto la resistenza passiva», annota l’avvocato). Bartleby “preferisce di no” non solo rispetto al lavoro anche rispetto alla vita quotidiana, tanto che non abbandona l’ufficio nemmeno la notte, smette di mangiare e rifiuta di trasferirsi a casa dell’avvocato. Da parte sua, l’avvocato ha l’atteggiamento di un padre indulgente (cosa che in qualche modo lo gratifica), rinuncia a fare il suo dovere fino in fondo, si preoccupa di Bartleby anche quando finisce in carcere e lo va a trovare per un qualche senso di colpa; preferisce sottrarsi, stabilisce un rapporto genitoriale incompiuto con quello che potrebbe essere considerato suo figlio, con un esito tragico e infecondo. Per questo il racconto può essere letto come un ragionamento sull’incomunicabilità, sulla marginalità sociale, sulla sensazione di inadeguatezza di fronte a un lavoro che non si ferma mai, ma anche un richiamo alla coscienza con cui il borghese non vorrebbe mai fare i conti. Tutti gli interrogativi che Melville pone restano senza risposta, chiamando direttamente il lettore a darne una.

martedì 18 dicembre 2018

Michail Bulgakov - Uova fatali / Cuore di cane

Le scoperte della scienza non portano sempre al bene, anzi. Lo dice Bulgakov in questi due racconti lunghi (o romanzi brevi?), Uova fatali e Cuore di cane, affini per lo stile umoristico-satirico, l’ambientazione (la Russia di metà anni Venti) e la tematica più o meno fantascientifica. Chiaramente non è Il Maestro e Margherita, ma poco importa: in entrambi è possibile ritrovare la verve dell’autore nel mettere alla berlina le contraddizioni della società sovietica, la stupidità delle istituzioni, la meschinità degli uomini e il servilismo degli intellettuali.

Nelle Uova fatali si racconta della straordinaria invenzione del professor Persikov, uno zoologo di grande caratura che, quasi per caso, scopre un raggio che ha strani effetti sugli organismi che sta esaminando: essi incominciano a mutare, a riprodursi in modo incontrollato e a diventare aggressivi. Vuole tenere la scoperta nascosta ma, purtroppo per lui, la notizia trapela e i giornali iniziano a parlarne. Nel frattempo in tutta l’Unione Sovietica scoppia un’epidemia aviaria che decima la popolazione delle galline: il funzionario statale Rokk (che in russo significa “sorte/caso”) ha l’idea di utilizzare il raggio rosso (poteva essere di un altro colore?) di Persikov per ricostituire e magari migliorare la popolazione delle galline, quindi dall’estero si fa arrivare delle uova. Il caso però ci mette lo zampino: infatti gli vengono recapitate delle uova di rettile che invece sono state chieste da Persikov per i suoi esperimenti, mentre allo stesso Persikov arrivano le uova di gallina richieste da Rokk. La potenza del raggio genera dei serpenti mostruosi e di dimensioni gigantesche che si riproducono in modo incontrollato e invadono l’intera Unione Sovietica al punto da minacciare Mosca, generando il panico; le prime vittime sono i collaboratori di Rokk e lo stesso Rokk con la moglie. Sempre il caso (il gelo, vero e proprio deus ex machinadella vicenda) provocherà la fine delle creature, dopo che nemmeno l’esercito non ha potuto nulla, ma questo non impedisce che il povero Persikov, ritenuto responsabile della calamità, venga linciato dalla folla. Più che un racconto di fantascienza, il racconto è una gigantesca critica alle istituzioni sovietiche, interessate a consolidare il proprio potere ma incapaci di comprendere il funzionamento delle cose (Rokk ha in mano uno strumento che non comprende ma che usa senza porsi problemi). E non è affatto un caso che l’invasione del Paese sia causata proprio da chi dovrebbe invece occuparsene. Da parte sua, Bulgakov interviene spesso nella narrazione con commenti personali e dà il meglio in episodi surreali come la descrizione della morte della moglie di Rokk alla quale un grosso serpente si infila sopra come un guanto, mentre la sua verve satirica e grottesca si realizza nella descrizione di Mosca travolta dalla gallinomania e del suo mondo artistico-letterario, messo letteralmente alla berlina per manifesta stupidità.

Ancora meglio fa Cuore di cane, piccolo gioiello narrativo che racconta la storia di Šarik (“Pallino”, nome di cane molto diffuso, equivalente al nostro Fido o Fuffi), un cane randagio trovato da un dottore, Filipp Filippovič Preobraženskij (letteralmente “trasformatore”), che lo porta a casa sua. Introdotto nel suo lussuoso appartamento, gode per qualche giorno di incredibili privilegi, agi e prelibatezze. Tuttavia la pacchia dura poco, perché il dottore, che compie esperimenti sugli animali espiantandone gli organi per ringiovanire i suoi pazienti, ha ben altri progetti: per la prima volta vuole tentare il processo inverso, impiantando l’ipofisi di un uomo nel cane. L’occasione gli si presenta quando il suo assistente Bormental’ gli procura un cadavere umano fresco (quello di un attaccabrighe ubriacone che frequentava i bassifondi ucciso in una rissa con una pugnalata al cuore), per quella che a tutti gli effetti appare come un’operazione fantascientifica d’avanguardia alla Frankenstein. Subito si verifica una progressiva umanizzazione del cane: Šarik perde le sue caratteristiche animali, comincia a camminare sulle zampe e a perdere il pelo, ma assume anche i peggiori tratti caratteristici dell’uomo (quindi si lascia andare al turpiloquio e molesta le domestiche). L’amministratore del condominio gli dona i libri fondamentali del comunismo, e già da qui vediamo la portata della satira di Bulgakov: l’uomo nuovo nasce da un ubriacone a cui è insegnato il comunismo. Il nuovo individuo, chiamato Šarikov, risulta essere ben peggiore dell’animale che era, ma nonostante questo riesce a incarnare le caratteristiche che un buon bolscevico doveva avere, tanto da trovare subito una collocazione all’interno della società sovietica, gli viene fornito un lavoro e in poco tempo riesce a farsi benvolere dal resto del condominio (che invece considera Filipp Filippovičun borghese e un antirivoluzionario). Alla fine il medico, costretto a subire le violenze della banda alla quale Šarikov si è unito, non riuscendo più a controllare la sua creatura proprio come il rabbino con il Golem, decide di rioperarlo e di restituire al mondo il tranquillo cane Šarik. A differenza di Persikov delle Uova fatali, Preobraženskij rappresenta la scienza che non si pone troppi scrupoli etici: in lui, borghese possessore di sette locali che il comitato di amministrazione del condominio gli contesta, si compendiano tutte le contraddizioni della NEP, la Nuova Politica Economica di Lenin che vede la presenza di alcuni privilegiati in una società che si dichiara socialista. Allo stesso tempo, il suo tentativo di rinnovare radicalmente i sistemi ormonali riflette il tentativo dell’Unione Sovietica di trasformare radicalmente le strutture sociali. Bulgakov dedica grande attenzione a certe parti anatomiche o accessori dei suoi personaggi, alla loro voce e a quello che indossano, e ha la grande idea di filtrare la società sovietica attraverso gli occhi del cane, facendolo parlare per gran parte del racconto come un essere umano, senza per questo fargli perdere la sua essenza canina. È con i suoi occhi che vediamo sfilare i pazienti del professore: l’uomo che da 25 anni non ha più rapporti sessuali e ora sogna ogni notte ragazze nude, ha capelli verdi e porta mutande color crema con gatti neri ricamati; la donna attempata che dichiara un’età fasulla e ama disperatamente uno gigolò per di più baro; il rispettabile professionista già sposato che ha messo incinta una quattordicenne.

lunedì 10 dicembre 2018

Greg Brooks e Simon Lupton (a cura di) - Freddie Mercury. Parole e pensieri

A differenza delle migliaia di persone che lo hanno acclamato come capolavoro, a me il film Bohemian Rhapsody, il biopic su Freddie Mercury, non è piaciuto per niente. A un comparto visivo brillante e affascinante corrisponde una sceneggiatura favolistica e consolatoria, piena di falsi storici, che riscrive la storia della band e tradisce i fan (e presenta ai non fan una storia manipolata), senza spiegare mai il genio: impensabile proporre che il Live Aid del 1985 come fine del loro percorso artistico (dopo un fantomatico scioglimento!), soprattutto in considerazione del fatto che i Queen l’apice lo toccarono diversi anni dopo, nel 1991, con l’album Innuendo, quando Mercury trovò silenziosamente il modo e la volontà di far convivere malattia e musica, dimostrando quanto la vita influenza l’arte e l’arte riflette il modo in cui si vede la vita. Di tutto questo, nel film non c’è traccia, e non mi capacito di come a un fan possa piacere, alla luce di tanto materiale documentaristico pubblicato nel corso degli anni. Anzi, mi stupisce che i due membri dei Queen superstiti, Brian May e Roger Taylor (due signori che hanno veramente raschiato il fondo del barile), si siano sperticati di lodi nei confronti del film, quasi avessero voluto partecipare in prima persona a questa riscrittura a posteriori e godere dei frutti di questa beatificazione. Personalmente sono andato a recuperarmi questo Freddie Mercury. Parole e pensieri, libro assemblato a partire dalle interviste rilasciate dal cantante nel corso della sua carriera ma disposte (da Greg Brooks e Simon Lupton) in modo da dare l’impressione si tratti di un’autobiografia. Devo ammettere che l’idea è intrigante, visto che un’autobiografia Freddie non l’ha mai scritta e mai avrebbe potuto farlo, vista la noia che avrebbe provato (nemmeno leggeva libri perché lo annoiavano); purtroppo l’operazione ha dei limiti, visto che spezzare, mescolare e incollare le varie interviste porta a inevitabili ripetizioni in alcuni passaggi. I vari capitoli affrontano la formazione della band, la scelta del nome Queen, la concezione degli show (che dovevano avvicinarsi a uno spettacolo teatrale, un qualcosa in grado di colpire chiunque), il rapporto con gli altri componenti della band, i litigi (molto frequenti e utili, a dire di Freddie, per migliorare e tenere sempre alta la qualità della proposta), la volontà di non ripetersi mai ed esplorare nuovi generi (come la collaborazione con il soprano Montserrat Caballé) per evitare di invecchiare male e risultare patetico, il modo di comporre (i quattro avevano quattro stili diversi), il rapporto con i giornalisti e con i guadagni («Il denaro sarà anche volgare, ma è magnifico. […] L’unica cosa che volevo dalla vita era guadagnare un sacco di soldi e spenderli»). Emerge la personale concezione musicale di Freddie, tesa a mescolare tanti generi diversi («Se proprio, abbiamo più in comune con Liza Minnelli che con i Led Zeppelin. La nostra tradizione è quella del mondo dello spettacolo, del varietà pop, più che la tradizione del rock’n’roll. La nostra identità è originale perché per definire i Queen abbiamo combinato tanti elementi diversi. Questo la gente non sembra realizzarlo»), il suo modo di comporre («Mi piace catturare una canzone al volo, così è fresca, e dopo ci puoi lavorare su. Odio scrivere una canzone che non fluisca con facilità»), la volontà di evitare l’impegno sociale («La maggior parte dei pezzi che scrivo sono ballate d’amore e cose che hanno a che fare con tristezza, tormento, dolore, ma nello stresso tempo c’è un che di frivolo e ironico. Questo perché fondamentalmente io sono fatto così»), la sua eccentricità («Mi piace vivere attorniato da oggetti lussuosi. Voglio vivere una vita da epoca vittoriana, circondandomi di raffinate cianfrusaglie»), la sua studiata pacchianeria («In certi casi scegliamo sempre di andare sopra le righe. Se vale la pena di fare qualcosa, facciamolo esagerando!») e la tendenza all’esagerazione autoironica («Io esagero e alcune cose che faccio in scena so che susciteranno una certa reazione. Una volta mi è venuto in mente di farmi portare sul palco da schiavi della Nubia con grandi ventagli a farmi aria. Ho pensato di fare una selezione per sceglierli. Ma dove trovare uno schiavo della Nubia?»). Per quanto riguarda la sua vita privata, Freddie è abbastanza riservato ma esprime la solitudine nonostante la promiscuità, la ricerca continua di qualcuno in grado di amarlo, la frustrazione per non riuscirci, le continue delusioni e i tradimenti («Vizio terribilmente i miei amanti […] ma poi finiscono per calpestarmi completamente. […] Mi innamoro, e poi finisco per starci male e ne porto le cicatrici. È come se non potessi mai vincere») fino alla stabilità raggiunta con il suo ultimo partner Jim Hutton. Sulla sua omosessualità non prende mai posizione netta («Ho avuto una ragazza, Mary [Austin], con la quale ho convissuto per cinque anni. Ho avuto anche dei ragazzi. Se avessi sempre spiegato ogni cosa di me avrei rovinato tutto il mistero») ma confessa il suo terrore di annoiarsi e la ricerca continua dell’eccesso («L’eccesso fa parte della mia natura, e ho proprio bisogno del pericolo e dell’eccitazione. Mi hanno messo spesso in guardia dall’andare in certi locali perché erano troppo pericolosi. Ma per me è una goduria»). E poi ci sono gli aneddoti, come quello in cui Freddie ricorda l’incontro con i Sex Pistols in studio: «A quell’epoca io portavo scarpette da ballo e cose del genere. Fu un vero spasso. Penso di aver affibbiato a Sid Vicious un soprannome tipo “Simon Ferocious”, o qualcosa del genere, e a lui proprio non andava giù. Gli dicevo: “Che diavolo farai nella vita?”. Aveva tutti questi segni sul corpo e io gli chiesi se si era graffiato davanti allo specchio – lui odiava che gli parlassi a quel modo». O quando racconta di una giovane prostituta americana che, nel tour del 1975, entrò nella sua stanza arraffando i suoi gioielli e braccialetti e lui la inseguì: «Aveva appena lasciato la stanza quando la raggiunsi all’ascensore. La afferrai per i capelli, la trascinai in camera, vuotai il contenuto della sua borsa e saltò fuori il mondo. Recuperai le mie cose e le intimai di sparire, quel troione di Seattle!». Dimenticate il film e andate ad ascoltarvi i Queen in originale.

giovedì 6 dicembre 2018

David Lagercrantz - Quello che non uccide

Si può dire tutto quello che si vuole sulla trilogia Millennium di Stieg Larsson ma non si può non riconoscere che quei tre libri non abbiano fatto scoprire al mondo il giallo svedese, un genere che svela una Svezia molto diversa dalla paciosa cartolina della socialdemocrazia e della gente per bene. Larsson ha creato dei protagonisti che bene o male sono entrati nell’immaginario collettivo: Lisbeth Salander, l’hacker con tatuaggi e piercing, e Mikael Blomqvist, giornalista investigativo impegnato. Che il mercato editoriale non tardasse molto a creare un seguito era scontato, con buona pace di chi grida all’operazione commerciale: i libri sono prodotti, e come tali devono rispondere a certe logiche. A raccogliere l’eredità del compianto Larsson (che al momento della morte aveva scritto solo 200 pagine del quarto libro della saga) è stato chiamato David Lagercrantz, famoso per essere stato autore della biografica di Zlatan Ibrahimovic, per un titolo preso da una citazione di Nietzsche cui si fa riferimento nel testo (“Quello che non uccide, fortifica”). Di certo non stiamo parlando di un capolavoro, ma in fondo nemmeno gli originali di Larsson lo erano: l’operazione anzi si rivela molto interessante, perché Lagercrantz compie una vera operazione mimetica, scrivendo proprio come Larsson, con il suo stesso stile secco e freddo (quindi non ha senso di parlare di mancanza di sentimenti), e riporta in vita i suoi personaggi in maniera credibile, con tutti i pro e i contro degli apocrifi e dei sequel, cioè lo stesso ambiente, gli stessi personaggi e gli stessi elementi, senza andare più in là. Ci sono sempre gli uomini che odiano le donne, c’è ancora la Svezia dal passato sporco in cui governo, affari e malavita si sono intrecciati in maniera inestricabile; c’è ancora la rivista “Millennium”, che come al solito naviga in cattive acque (la nuova proprietà intende “ammorbidire” il tenore delle inchieste di denuncia) tornano personaggi familiari come la condirettrice Erika Berger, il commissario Bublanski, il tutore Holger Palmgren. Tornano anche le disquisizioni scientifiche de La ragazza che giocava con il fuoco a base di assiomi trigonometrici, numeri primi e fattorizzazioni. Lagercrantz aggiunge poi nuovi personaggi come Frans Balder, un professore che studia una nuova forma di intelligenza artificiale, e suo figlio August, un bambino autistico di rarissima intelligenza (è dotato di una straordinaria memoria eidetica che esprime attraverso il disegno), e una trama spionistica che vede la presenza anche della National Security Agency americana: Balder viene ucciso pochi istanti prima di incontrare Mikael e rilasciargli importanti rivelazioni, mentre August, che potrebbe identificare il killer, viene salvato da Lisbeth dall’assalto della misteriosa Spider Society, che rispondono all’ancor più misterioso Thanos (ogni riferimento ai fumetti della Marvel è assolutamente voluto). Ma è lo sviluppo di Camilla Salander, sorella gemella di Lisbeth e suo opposto, a essere davvero convincente: bellissima e crudele, è capace di passare dall’estrema dolcezza alla spietatezza nello spazio di uno sbattere di ciglia. In tutto questo guazzabuglio, Mikael e Lisbeth si confermano due personaggi duri e puri, che cercano la giustizia e rispondono alla prepotenza di una società apparentemente intollerabile, anche se questo significa spesso passare dalla parte del torto, problematica questa su cui aveva già cercato di ragionare Larsson ne La regina dei castelli di carta.

martedì 27 novembre 2018

Kent Haruf - Benedizione

Ultimo capitolo per la Trilogia della pianura di Kent Haruf che, a dispetto delle resistenze e della mia propensione a disperdermi in letture diverse, ho portato a termine tutta in una volta, segno che alla fine lo scrittore del Colorado ha saputo veramente dirmi qualcosa. Questo Benedizione («atto con cui si consacra, invocazione di beatitudine», recita l’esergo, anche se poi, come si dice nel testo, «un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto») si colloca temporalmente dopo Crepuscolo, visto che si nominano i due fratelli McPheron dicendo che sono entrambi morti, ma i personaggi sono diversi; se la trama dunque è indipendente, lo scenario e lo stile di Haruf sono gli stessi. Samo sempre a Holt, immaginaria cittadina del Colorado, simbolo di una provincia profonda e rurale, fatta di allevatori e fattorie, pascoli, grandi pianure e catene montuose, con estati afose e inverni freddi, un’America silenziosa e conservatrice, molto diversa dai grattacieli di New York e dalle spiagge californiane dell’immaginario collettivo. Come al solito, non ci sono eroi che spiccano per azioni particolari o memorabili: non ci sono colpi di scena, ma solo la narrazione di diverse vite. La trama è focalizzata sull’ultimo mese di vita di Dad Lewis, proprietario di un negozio di ferramenta, malato terminale di cancro e assistito dalla moglie Mary. È loro accanto la figlia Lorraine, che viene ad assistere i genitori in questo momento difficile. Dad non è un santo, ma un uomo «retto come le lancette di un orologio» che cerca di fare pace con la propria vita, che osserva e giudica se stesso, le sue azioni e la sua famiglia, soprattutto suo figlio Frank è fuggito di casa dopo che il padre l’ha scoperto in abiti femminili e non ha accettato la sua omosessualità: pur nella sua assenza, Frank è costantemente presente, apparendo al padre insieme agli altri suoi fantasmi. Inoltre, nel passato di Dad c’è la storia di un ex dipendente licenziato dalla ferramenta perché rubava che poi si è suicidato, la cui vedova è stata mantenuta proprio da Dad finché non si è risposata. C’è poi la vicina di casa, l’anziana Berta May, la quale ospita la nipote Alice, bambina di otto anni orfana di entrambi i genitori: proprio Alice diventa depositaria dell’affetto delle altre donne del romanzo, soprattutto Lorraine, a cui la figlia è stata sottratta in giovanissima età da un incidente stradale. Ci sono poi Willa Johnson e sua figlia Alene, invecchiate fra privazioni e rimpianti: quest’ultima, un tempo insegnante, ha avuto una storia con il preside della sua scuola, sposato con figli, ma ha dovuto rinunciarvi per lo scandalo, negandosi per sempre l’amore. A Holt c’è poi il reverendo Lyle, che crede in un ideale radicale del Vangelo e che per questo è destinato a restare un estraneo in una cittadina in cui tutto sanno tutto di tutti e soprattutto dove tutti hanno le stesse idee: Lyle predica il perdono e la non violenza proprio quando il suo Paese è impegnato militarmente contro l’integralismo islamico, e per questo incarna perfettamente la figura dell’outsider, rifiutato e tagliato fuori per le sue idee non condivise dagli abitanti. L’emotività si scontra con l’estremo realismo della scrittura (sempre misuratissima) e una psicologia mai espressa direttamente ma sempre mediata dalle azioni e dalle frasi pronunciate dei personaggi. La tristezza è tanta ma forse, dei romanzi della trilogia, questo Benedizione alla fine è il più bello.