venerdì 23 agosto 2019

Beppe Severgnini - Inglesi

Ho sempre apprezzato Beppe Severgnini come giornalista di costume che parla di viaggi, di idiosincrasie degli italiani e di Inter, più che come tuttologo e grande sacerdote del politicamente corretto, figura che si è ritagliato negli ultimi tempi e che me lo hanno reso indigesto. È bello quindi recuperare la sua verve e le sue caratteristiche in questo vecchissimo Inglesi, libro che raccoglie le sue impressioni di corrispondente da Londra nella seconda metà degli anni Ottanta per conto de “Il Giornale”. È bene precisare che si tratta di un libro datato, uscito nel 1990, che poi è stato ampliato nel corso del tempo con altri contributi degli anni successivi fino al 2003: Severgnini intende confondere il turista italiano medio, che giunge(va) a Londra un’Inghilterra che non esiste più, ma il fatto che il libro sia così vecchio fa chiedersi se le osservazioni in esso contenute siano ancora attuali oppure obsolete come la guida del Touring Club su cui l’autore ironizza all’inizio. Piuttosto, a Severgnini interessa sempre il confronto, come italiani e inglesi possono incontrarsi e prendere il meglio gli uni dagli altri, senza perdere le loro specificità e sfociare nella parodia. Prova quindi a capire qualcosa del carattere degli inglesi (anche perché, per sua stessa ammissione, «capirlo tutto è impossibile: non ci riescono nemmeno loro») e ne analizza gli stereotipi (il lavandino con due rubinetti, l’assenza del bidet), i vizi e le virtù, il mondo dei club, ma soprattutto il sistema delle classi (upper class, middle class, working class), e un modo per farlo è raccontarne le forme di saluto e la scelta dei vocaboli e di alcuni oggetti (il portatovagliolo!). Perché è vero che gli inglesi spesso sembrano strani, bizzarri ed eccentrici, ma è altrettanto vero che possiedono molte virtù, tipo rispettare «lo Stato in qualsiasi forma si presenti, dal poliziotto al cestino dei rifiuti», snellire la burocrazia a favore del cittadino o premiare (e pagare) le persone per quello che valgono. Senza contare che «la Gran Bretagna è un paese in cui la gente lascia la casa sporca, ma tiene la strada pulita; al contrario di certe famiglie italiane, che impongono al salotto un ordine cimiteriale ma gettano l’immondizia dalla finestra». Gli inglesi sono terribilmente conservatori (laburisti compresi) e avversi alle novità (basti pensare il rimpianto per il sistema monetario basato sullo scellino abbandonato nel 1970), e sono così affezionati alle tradizioni che, se necessario, come dice Antonio Caprarica, sono disposti a crearsene di artificiali; le loro reazioni al nuovo sono in genere votate alla decadenza e possono generare delle reazioni inaspettate (i new Georgians, che recuperano ossessivamente tutto quello che viene dal periodo georgiano per opporsi alla grettezza di quanto è venuto dopo).

Grande spazio è ovviamente dedicato alla Thatcher, la Lady di Ferro che è passata sul Regno Unito come un tornado e, al pari dei Beatles, «ha segnato la storia del paese in modo indelebile» tanto da venire ricordata (ancora oggi, è proprio il caso di dirlo) «con un misto di ammirazione ed orrore»: durante la recessione, «invece di stimolare la domanda, come la teoria economica dominante imponeva, prese di petto spesa pubblica e inflazione e ignorò il numero dei disoccupati, considerandolo un male inevitabile e passeggero. Gridò che occorreva produrre ricchezza, prima di poterla distribuire, e questo era compito degli individui. Lo Stato doveva farsi da parte, e lasciare loro più responsabilità e più decisioni». C’è poi spazio per divagazioni Anni Novanta sulla Cool Britannia di Tony Blair, le Spice Girls, Gianluca Vialli (all’epoca allenatore del Chelsea) e Harry Potter, oltre a un viaggio che da Londra va a nord, verso la Scozia, attraversando città come Sheffield, Manchester, Liverpool, Glasgow e Blackpool, passando per il Nord-est, la regione di cui fanno parte le contee di Durham, Tyne and Wear e Northumberland, che detiene (o deteneva) una serie di primati negativi (maggior numero di reati, di morti di cancro e di disoccupati) e dove c’è, secondo un parlamentare laburista locale, «più vomito di ubriachi per metro quadrato che in tutto il resto dell’Inghilterra». Il quadro che ne è esce è tutt’altro che idilliaco e descrive un paese depresso, preda della recessione industriale, della disoccupazione e del teppismo. Il nostro autore si solleva solo parlando delle varie facce di Londra, città complessa, stratificata, multiforme, plurale e innovativa, in una serie di articoli nei quali mi sono ritrovato.

Severgnini affronta anche l’eterna discussione sull’Europa, una costante nella storia inglese e quantomai attuale, vista l’imminente Brexit: già alla fine degli anni Ottanta c’erano i tabloid che davano voce alle «cattiverie sui francesi, le atrocità sui tedeschi e le ovvietà sugli italiani», visto che l’inglese medio, “l’uomo sul bus di Clapham”, crede davvero che la Comunità Europea «sia piena di lestofanti, il cui unico scopo è turlupinare i buoni inglesi: quando un quotidiano popolare ha scritto che i francesi bruciavano gli agnelli inglesi dietro i camion per impedirne l’importazione, ha scatenato un’isterica campagna anti-francese». L’ossessione dell’uscita dall’Europa è spiegata da Severgnini con la considerazione personale che «gli inglesi non sono europei. Sono ultraeuropei. L’Europa per loro non è un salotto, ma un trampolino per saltare nel mondo. Ancora oggi, hanno l’impero nel sangue. Non l’impero inteso come dominio, bensì come spazio. […] La diffidenza verso l’Europa non è, quindi, paura di qualcosa di troppo grande, ma timore di qualcosa di tropo stretto (Bruxelles, le regole, i protezionismi)». Il fatto che Severgnini abbia appena definito Boris Johnson come un leader inadeguato a cui mancano “la preparazione, la coerenza, l’affidabilità e la precisione” la dice lunga su come la pensi in merito.

mercoledì 31 luglio 2019

Takashi Nagai - I figli di Nagasaki

La bomba atomica: male necessario contro un nemico irriducibile o crimine contro l’umanità? Era possibile risparmiare le città di Hiroshima e Nagasaki e affrontare una cruenta invasione del Giappone? O forse si trattò semplicemente di un segnale lanciato dagli americani all’Unione Sovietica? Tutte problematiche interessantissime, probabilmente intrecciate fra loro, che non negano l’orrore di un evento che ha cambiato la storia dell’umanità. Takashi Nagai è uno dei sopravvissuti di Nagasaki: medico specializzato in radiologia, nato scintoista, divenuto seguace del materialismo scientista e positivista e poi convertito al cattolicesimo, facendosi battezzare con il nome di Paolo, nell’esplosione perse la moglie, vaporizzata all’istante e di cui ritrovò solo le ossa. Già in precedenza Nagai aveva scoperto di avere ancora pochi anni di vita a causa di una leucemia causata dalle radiazioni con cui era in contatto tutti i giorni a causa del suo lavoro, ma nonostante questo non smise di assistere i suoi pazienti (come suo padre, che fino all’ultimo, nonostante un tumore, aveva perseverato nel suo lavoro fino alla fine). I figli di Nagasaki è il suo testamento spirituale indirizzato ai figli Makoto e Kayano perché si sentissero meno soli e potessero avere una guida e un riferimento morale dopo la sua scomparsa (che sarebbe avvenuta nel giro di pochi anni). Si tratta di un libro discontinuo, che alterna considerazioni sulla vita, la scienza, lo studio, lo sport, il realismo che si deve tenere negli obiettivi che ci si dà, il cattolicesimo in Giappone (San Francesco Saverio) ma soprattutto la fede in Dio, mai venuta meno di fronte ai tragici fatti che hanno sopraffatto la vita di Takashi; allo stesso tempo si trovano indicazioni su come dividere il tempo della propria giornata facendo grafici con la carta millimetrata e ragionamenti su valori come l’umanità, la solidarietà e il rispetto verso il prossimo, con un tono traboccante di affetto paterno. A parte le lungaggini e la melassa, si respira proprio l’anima di un uomo in pace con la sua storia e con gli altri, rispettoso verso il suo Paese, pieno di saggezza ed empatia verso i suoi simili, visitato da tutti, compresi cardinali e perfino l’imperatore. Basti solo il pezzo in cui spiega ai figli che la loro mamma non è stata uccisa dalla bomba atomica ma dalla guerra e dalla cattiveria umana, e si domanda: «Perché gli uomini, presi individualmente, quando ispirano fiducia sono persone buone che possiedono il buonsenso e un cuore gentile e sorridono, mentre quando formano grandi gruppi che sono uniti in classi, in sindacati, in razze o in nazioni finiscono con l’odiarsi, invidiarsi, arrabbiarsi, litigare, dubitare? Se provassero tranquillamente a conversare per comprendersi invece di concludere i discorsi con abbondanza di parole sanguinose, eccitati dalla forza della folla, che infine portano il problema al punto di far scorrere il sangue!». Certo è che si tratta di un libro permeato di cultura e sensibilità giapponese, anche se l’autore è cattolico (e la cattedrale cattolica di Urakami è il simbolo della bomba atomica di Nagasaki).

martedì 30 luglio 2019

Joël Dicker - La scomparsa di Stephanie Mailer

Dopo l’excursus nei territori del noir rappresentato da Il libro dei Baltimore, Joël Dicker ritorna al genere che gli ha dato fama con l’idolatrato La verità sul caso Harry Quebert, il thriller, che poi è quello che tutti si aspettano da lui (e che lo segnerà per sempre). Ecco quindi che il mastodontico La scomparsa di Stephanie Mailer parte da un quadruplice omicidio (il sindaco, la sua famiglia e una donna che stava facendo jogging per la strada) avvenuto nel 1994 a Orphea, una piccola cittadina dello Stato di New York, in occasione della prima edizione del festival teatrale, e di cui il responsabile è stato identificato ma è morto nel tentativo di scappare alla polizia. Il classico caso che sembra chiuso. Nel 2014, dei due agenti responsabili delle indagini uno, Derek Scott, è già andato in pensione non essendo mai riuscito a riprendersi, l'altro, Jesse Rosenberg, sta per andarci: alla sua festa di pensionamento si presenta una giornalista, Stephanie Mailer, che rivela che il caso del 1994 ha visto incolpare la persona sbagliata. Quella stessa sera Stephanie scompare e Jessie, Derek e il vicesceriffo Anna Kanner si mettono a indagare: il caso è di nuovo aperto, anche perché i cadaveri aumentano. Ancora una volta, torna il doppio andamento temporale (presente e passato) e l’attenzione di Dicker per i piccoli centri con il loro intreccio di menzogne e verità ma, a differenza degli altri romanzi dello scrittore, che vedevano il punto di vista del suo alter ego Marcus Goldman, qui abbiamo un romanzo corale con tanti punti di vista corrispondenti ad altrettanti personaggi e a diverse storie parallele; questo rende la lettura più “costruita”, macchinosa e meno fluida; purtroppo l’inizio è davvero lento e fa fatica a decollare, poi si ha spesso la sensazione che Dicker la tiri troppo per le lunghe. Oltretutto, i capitoli vengono conclusi con dei piccoli colpi di scena che poi vengono tralasciati nel capitolo successivo (espediente assolutamente voluto), in una serie di storie che apparentemente non c’entrano niente fra loro ma che (come ovvio) alla fine sono tutte intrecciate e si configurano come perfetti tasselli dello stesso puzzle. Bisogna anche sottolineare che La scomparsa di Stephanie Mailer non è il solito thriller estivo in cui si cerca il colpevole pagina dopo pagina, perché nelle 700 pagine che lo compongono non c’è solo azione ma anche parecchia introspezione: grande attenzione è dedicata allo sviluppo umano dei personaggi e delle loro identità; anzi, a dire il vero le varie storie legate ai personaggi risultano molto più interessanti dell’indagine poliziesca alla base della trama gialla. Ci sono così tanti temi (il rapporto genitori-figli, la dipendenza dalla droga, la crisi matrimoniale, il tradimento, la malavita, la corruzione della politica, l’omosessualità, il sessismo, la violenza sulle donne, la ricerca del successo) che è impossibile che ognuno non trovi il suo personaggio preferito o quello a cui almeno affezionarsi. Tra i più riusciti, ci sono Meta Ostrovski, un tempo il critico più temuto d’America e oggi novello attore in cerca di fama; Steven Bergdorf, il direttore del giornale che tradisce la moglie con una ragazza che gli darà un sacco di problemi dal punto di vista economico; la giovane Dakota Eden, consumata dal male di vivere per un passato che vuole dimenticare; Kirk Arvey, l’ex capo della polizia che sogna, mettendo in scena il suo dramma, di riscattare una vita di frustrazioni. Inevitabilmente anche questa volta ci saranno i delusi, quelli che diranno che La verità sul caso Harry Quebert era meglio. Da parte mia, resto con i piedi per terra e mi limito a dire che Joël Dicker crea ottimi prodotti di intrattenimento con un punto di forza decisivo: scrive molto bene.

mercoledì 24 luglio 2019

Vladimir Solov’ëv - I tre dialoghi e il racconto dell'Anticristo

Nuova edizione, questa volta di Fede & Cultura, per I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo del russo Solov’ëv, vero e proprio classico che molti citano come esempio di sguardo profetico sul mondo di oggi, i tempi ultimi, la crisi della Chiesa e l’avvento dell’Anticristo, tematiche che fanno sempre una certa presa visto il millenarismo imperante e la brutta tendenza a individuare l’Anticristo ora in questo o in quel personaggio (anche se poi Papa Francesco mette d’accordo un po’ tutti, specie a destra). In realtà i più conoscono solo Il racconto dell’Anticristo, ignorando tuttavia che l’opera completa prevede altri tre dialoghi e che il Racconto si tiene necessariamente in relazione con questi, come ideale chiusura del discorso. E, metto in guardia tutti, si tratta di un’opera per nulla facile: principalmente per il continuo riferimento alle vicende della storia russa, passata e presente, ma anche perché Solov’ëv sceglie la forma dialogica per affrontare le grandi problematiche morali, e lo fa attraverso la maieutica, con discorsi a cui si aggiungono obiezioni e altre posizioni da parte dei vari personaggi, che fanno evolvere la discussione. Troviamo il Generale, il Principe, la Signora, il Politico, il Signor Z., ognuno portatore di un punto di vista che si fonde in uno sguardo più ampio.

Il primo dialogo affronta il problema della guerra e si interroga se possa essere in qualche caso tollerabile, inevitabile o addirittura giusta, e se sia da considerarsi peccato prestare servizio nell’esercito oppure obbligatorio eseguire gli ordini di un superiore; allo stesso modo si interroga sulla liceità dell’omicidio e sul fatto che la norma “non uccidere” sia assoluta oppure preveda qualche eccezione dettata dalla necessità (bisogna salvare la vittima di un’aggressione oppure no? Come si dovrebbe comportare un cristiano davanti al nemico? È doveroso seppellire il nemico ucciso che non ha rispettato la vita degli inermi?).

Il secondo dialogo riguarda la morale, la degenerazione delle virtù (la cortesia che si trasforma in scrupolo eccessivo e folle mania) e la condanna dello sconforto che porta a disprezzarsi e a disperarsi. Fantastica la storiella dei due eremiti traviati dal demonio in quel di Alessandria tra ubriachezze e meretrici, con uno che si disprezza e cade nella depressione al punto da divenire malvivente ed essere condannato a morte, e invece l’altro che è tutto teso a lodare il Signore per i suoi doni fino al punto di compiere miracoli e divenire santo. Contemporaneamente, prosegue il ragionamento sulla guerra e il ruolo che questa ha nella costituzione di uno Stato e nella gestione dello stesso, sui vantaggi e gli svantaggi pratici e ideali della leva obbligatoria, sulla liceità di annientare un nemico che commette efferatezze (anche i sovrani cristiani possono commettere efferatezze, come ha dimostrato la storia), sull’utopia di perseguire una politica di pace e abolire ogni conflitto fra le persone e le nazioni come sintomo del progresso civile. E come trattare con i turchi? Annientarli in quanto nemici dei cristiani o apprezzarli come garanti dell’ordine e della pace in Oriente? E come considerare l’Europa? Come il massimo della cultura che deve coincidere con il concetto di umanità? Oppure considerare le altre culture sullo stesso piano? E ancora: come si devono porre i russi nei confronti dell’Europa, seppur divisa? Qui torna il perenne problema della Russia, troppo europea per essere considerata Asia ma troppo diversa dall’Europa per farne completamente parte (problematica perfettamente espressa dal film Arca russa di Aleksandr Sokurov).

Il terzo dialogo tratta problemi come il legame tra fede e ragione e la separazione tra intelletto e coscienza, ma soprattutto riguarda il progresso umano e del processo storico, fatalmente avviato all’affermazione dell’Anticristo, che «non sarà semplicemente una mancanza di fede, o il rifiuto del cristianesimo in sé, o il materialismo e via discorrendo, ma un’impostura religiosa, nella quale le forze dell’umanità che all’atto pratico e in sostanza sono estranee e direttamente ostili a Cristo stesso e al Suo Spirito si approprieranno del nome di Cristo». Meglio dunque essere duri e legalisti, dimenticando la gioia dello Spirito Santo, oppure seguire la via dell’omologazione ai valori del mondo, col risultato di far perdere qualsiasi fascino al cristianesimo? Non viene data una risposta chiara, dal momento che Solov’ëv colloca il nemico nella schiera di uomini da sacrestia che in ogni loro frase pronunciano il nome di Dio invano: bene e male non sono rappresentazioni che l’uomo si dà attraverso una morale artefatta, ma categorie reali che trovano un fondamento solo nell’intelligenza divina. Il Signor Z., alter ego di Solov’ëv stesso, sostiene che gli ideali di pace e di fraternità sono valori cristiani indiscutibili e vincolanti, mentre lo stesso non si può sostenere per il pacifismo e la teoria della non-violenza, fattori entrambi che spesso finiscono col risolversi in una resa sociale alla prevaricazione e in un abbandono senza difesa dei piccoli e dei deboli alla mercé degli iniqui e dei prepotenti.

Come detto, a questo terzo dialogo si connette Il racconto dell’Anticristo, presentato con l’espediente del manoscritto scritto da un compagno di accademia (poi fattosi monaco) del Signor Z. In questo racconto si immagina un mondo del XX-XXI secolo con una guerra di ingenti proporzioni combattuta per anni tra l’Oriente giapponese-cinese-mongolo e l’Occidente cristiano secolarizzato, e conclusasi con l’occupazione cinquantennale di quest’ultimo (qui a dire il vero il racconto è abbastanza deludente per visione geopolitica e faciloneria tecnico-militare di Solov’ëv). Dopo le devastazioni belliche emerge l’Anticristo, un uomo eccezionale, un superuomo, irreprensibile, geniale, pacifista, animalista, vegetariano ed ecologista, molto simile a quello tratteggiato da Robert Hugh Benson ne Il padrone del mondo: i suoi argomenti preferiti sono la prosperità e la pace, e per questo si sostituisce a Cristo (che sulla terra ha portato non la pace ma la spada), di cui ammira la statura e l’insegnamento pur senza riconoscere che sia risorto e vivo. Mentre Cristo ha complicato la vita e l’ha resa impraticabile, lui la rende facile e piacevole perché elimina le divisioni e le contraddizioni, conciliando gli opposti. In sostanza, l’Anticristo non è l’opposto di Cristo, ma qualcuno che gli somiglia e lo falsifica, tanto più che agisce e parla sotto ispirazione del demonio. Viene eletto dai massoni Presidente dei neonati Stati Uniti d’Europa, quindi fonda la monarchia universale. Ma soprattutto è un ecumenista: i colti lo venerano estasiati e lui presiede un concilio ecumenico per l’unione di tutte le religioni, la cattolica, l’ortodossa e la protestante, ma viene sconfessato dai loro tre i grandi rappresentanti (il papa Pietro II, lo starec Giovanni e il professore protestan­te Pauli), tutti concordi nel professare Cristo vivo e operante.

Vero è che l’opera si pone volutamente come critica alle concezioni filantropiche e umanitarie di Lev Tolstoj, fondatore della dottrina della non resistenza violenta al male (ma che era anche uno scrittore fenomenale, non bisogna dimenticarlo, altrimenti il rischio è ridurre anche lui ad Anticristo). Oggi il ragionamento di Solov’ëv sembrerebbe una dura critica alla fede che si apre al mondo in nome dell’umanitarismo e del dialogo (e qui ritorna Papa Francesco!), ma il suo intento è ben più profondo: piuttosto, lo scrittore russo invita a discernere verità e menzogna nella vita quotidiana e ad applicare i precetti religiosi in maniera coerente alla propria coscienza e alla realtà che ci circonda.

martedì 16 luglio 2019

Jules Verne - Il conte di Chanteleine

Jules Verne è universalmente noto come autore di romanzi fantastici e dei famosi “viaggi straordinari”, quella famose “ragazzate” su cui si sono formate generazioni di lettori (oggi un po’ meno) e contro cui si lanciano gli strali dei critici (si sa, la letteratura è ben altra cosa). C’è però un Verne che non ti aspetti, un Verne cattolico, autore di un romanzo come Il conte di Chanteleine (da poco ripubblicato da Gondolin) che non solo osa criticare la Rivoluzione francese ma anche si schiera dalla parte dei vinti, di quei contadini vandeani legati alla tradizione cattolica, alla nobiltà e alla monarchia, che furono protagonisti di una sollevazione armata che tenne impegnate le truppe repubblicane per parecchi mesi. Non solo: Verne attacca anche la famigerata “legge dei sospetti” del 1793, quella che eliminava la lungaggine dei processi e spediva la gente alla ghigliottina in base a un semplice sospetto (anche per semplice parentela). Verne parte proprio da qui, dal Terrore e dal fallimento della rivolta in Vandea, e dal ritorno a casa del protagonista, il conte di Chanteleine, che della ribellione è stato uno dei principali interpreti. Si ritrova il castello distrutto e la moglie uccisa dalla folla: gli resta solo la figlia, la cui vita deve salvare dalla minaccia della ghigliottina. Fortuna vuole che intervenga l’immacolato cavaliere di Trégolan che all’ultimo momento la salva sostituendola a sua sorella (già ghigliottinata) e ottenendo per lei la grazia.Il conte di Chanteleine è quindi un capolavoro volutamente dimenticato per non dire boicottato in quanto scomodo, scritto da un cattolico conservatore affetto dalla nostalgia per un passato ormai sepolto e inviso alla cultura ufficiale? Sicuramente è un’opera coraggiosa, visto l’argomento trattato e soprattutto il punto di vista adottato, ma non credo che questa sia la ragione del suo scarso successo: Verne non è Dumas e, a parte i dialoghi banali e mai incisivi, riesce raramente a infondere vita ai suoi personaggi, per lo più di cartapesta, come la pudica figlia Marie, il fido domestico Kernan e il malvagio Karval (utilizzato malissimo come presenza minacciosa per tutta la narrazione e poi fatto sparire in due pagine). L’unico in grado di svettare fra tutti è il prete giurato Yvenat, rifiutato dalla popolazione per aver aderito alla Rivoluzione e costretto a rifugiarsi su un isolotto per salvare le penne. Anche la trama è troppo lineare e monocorde: basta fare un confronto con I bianchi e i blu di Dumas, anche solo per la parte che riguarda le violenze rivoluzionarie ad Avignone, per capire la differenza tra i due autori. Ma non tutti nascono Dumas.

sabato 13 luglio 2019

Joël Dicker - Il libro dei Baltimore

Non si può negare che La verità sul caso Harry Quebert sia stato uno clamoroso successo di critica e di pubblico, tanto che si è arrivati a parlare di “caso” editoriale in moltissimi Paesi. Il giovanissimo Joël Dicker era atteso al varco con un nuovo romanzo ed è tornato con questo Il libro dei Baltimore, che è ancora ambientato in America e che vede ancora come protagonista il suo alter ego Marcus Goldman, scrittore come lui, già io narrante de La verità sul caso Harry Quebert (e questo costituisce il solo legame con il romanzo precedente). Questa volta Marcus è in trasferta a Boca Raton, in Florida, alla ricerca dell’ispirazione e della tranquillità necessarie per scrivere un nuovo romanzo. Qui rivede Alexandra, cantante e grande amore della sua prima giovinezza, e l’incontro lo riporta indietro nel tempo, tra i fantasmi del suo passato. Ecco quindi che, confidando nel potere catartico della scrittura, Marcus racconta la storia dei due rami della famiglia Goldman, quello ricco di Baltimore e quello povero di Montclair nel New Jersey (e per questo vengono chiamati con i nomi di residenza, i Baltimore e i Montclair): Marcus adorava i suoi zii dove andava in vacanza e vedeva la vita dei Goldman di Baltimore come una sorta di mondo dorato, il canone di vita che tutti vorrebbero (ricchezza, splendide macchine e scuole private). La storia è incentrata sui due cugini Hillel e Woody (quest’ultimo acquisito), con cui Marcus dà vita alla “gang dei Goldman”. Viene ripercorsa la loro travagliata storia d’infanzia, seguiamo Hillel e Woody mentre sono a scuola, alle prese con lo sport, i problemi di bullismo e la violenza (sia verbale che fisico), oltre che con la stupidità del corpo docente, particolari tipici del romanzo di formazione americano; inoltre, ci sono il tema della ricerca della stima del padre (Woody nei confronti del suo vero padre, ma anche zio Saul nei confronti di nonno Goldman), la disabilità (Scott, affetto da fibrosi cistica), la gelosia e la violenza sulle donne (Colleen picchiata dal marito, figlio del capo della polizia locale). E poi c’è Alexandra, il cui arrivo mette a repentaglio il rapporto fraterno tra i ragazzi in piena crisi ormonale, e questo coincide con la progressiva venuta alla luce del confronto-scontro fra le due famiglie che quasi sfocia in un aperto antagonismo fino al tragico crollo dei Goldman di Baltimore. Siccome ci sono persone che hanno urlato al tradimento e allo scandalo perché questo romanzo (a loro dire) li avrebbe ingannati e non sarebbe stato un sequel degno de La verità sul caso Harry Quebert, è bene chiarire che Il libro dei Baltimore non è un thriller in senso stretto, sebbene l’intera storia della famiglia sia attraversata da una vena di mistero con toni più da noir (il pessimismo, la tragedia incombente, l’ineluttabilità del destino). Tutto è costruito intorno a una tragedia che viene annunciata subito e raccontata solo nelle ultime 150 pagine sulle 600 totali (con l’aggravante che l’intera storia presente si basa sul tentativo di Marcus di riconquistare la bella Alexandra): il lettore medio, come il vicino di casa di Marcus, Leo, vorrebbe sapere da subito che cos’è successo, ma sarà costretto ad aspettare a lungo. Se avrà la pazienza necessaria, scoprirà che Dicker è abile a destreggiarsi in una storia che si dipana tra vari piani temporali a partire da fine anni Ottanta fino ai giorni nostri passando per i primi anni Duemila. Soprattutto, Dicker ha una scrittura avvolgente e dona così tanta vita ai personaggi (pieni di luci ma soprattutto di ombre) che quasi ci si affeziona e gli si perdona qualche eccessiva lungaggine. Molto carina l’idea di far utilizzare a Hillel il potere della scrittura (ancora una volta!) per combattere il bullismo, sbeffeggiando il suo persecutore con dei racconti nel giornalino scolastico.

martedì 9 luglio 2019

Paolo Gulisano - Il cardo e la croce

Sulla storia della Scozia non c’è molto, soprattutto in Italia. Gli italiani vanno a Edimburgo per bere birra e andare alle partite di rugby, magari vanno al Military Tattoo e si comprano il kilt o una cornamusa magnetica da frigorifero, ma al di là di questo non vanno. A colmare questa lacuna ci prova questo libretto divulgativo di Paolo Gulisano, Il cardo e la croce, riproposto da Fede & Cultura in una nuova edizione aggiornata e soprattutto illustrata. Si tratta di un saggio militante e indipendentista (forse troppo militante e indipendentista) che ripercorre le principali tappe della storia scozzese, dalla cristianizzazione ai giorni nostri, passando attraverso lo scontro con i re inglesi, le imprese di William Wallace e Robert the Bruce, il genocidio culturale causato dalla Riforma protestante, l’esiziale Atto di Unione del 1707 con cui la Scozia cessò di essere uno Stato indipendente venendo inglobata dall’Inghilterra, le rivolte giacobite e la pulizia etnica settecentesca con lo smantellamento dle sistema sociale dei clan. Per tutto il libro, il nostro autore contrappone i buoni (i cattolici) ai cattivi (i protestanti) e mitizza gli Stuart come campioni della fede in ottica anti-inglese, mantiene un forte pregiudizio antiparlamentare e antiborghese, tratteggia le figure degli eroici martiri cattolici (come padre John Ogilvie) ma non dice molte cose, a partire dal particolare che il 70% dei ribelli giacobiti era fedele alla Chiesa episcopale di Scozia (e quindi era protestante) e che il numero cattolici fu gonfiato dalla propaganda ufficiale. Con questo non voglio dire che i cattolici in Scozia (come in Inghilterra) se la passassero bene, né che dopo la rivolta fallita del 1745 la Scozia non sia divenuta di conquista da parte dell’Inghilterra, ma non è possibile ignorare gli studi dello storico Trevor-Roper sull’invenzione della tradizione operata dal Romanticismo di cui il kilt (invenzione inglese) è l’emblema, o tacere del fatto che la fama della Scozia si deve per buona parte alla tanto vituperata regina Vittoria, una delle prime innamorate di questa terra e delle opere di Walter Scott. Proprio su Scott, non si accenna nemmeno alla grande operazione di mediazione condotta dal grande romanziere in favore del nuovo Regno Unito di Giorgio IV per presentare l’identità della nuova Scozia pacificata e commerciale, unionista e fedele agli Hannover pur mantenendo le proprie specificità, in contrapposizione con quella turbolenta e barbarica del recente passato (come si può vedere facilmente leggendo Rob Roy, dove l’onore non è sparito ma è stato ripensato a uso e consumo della borghesia mercantile). D’altronde, il nostro immaginario sulla Scozia è stato forgiato dal Romanticismo, grande fucina di miti nazionali, e la Scozia ne è uno degli esempi più lampanti. Sono lacune di non poco conto, che vanno ad aggiungersi all’approccio da ultras del nostro autore (chestertoniano e favorevole all’autonomia delle piccole patrie) che ovviamente, nel caso del referendum per l’indipendenza del 2014 e la situazione che si è venuta a creare con la Brexit, va a propendere decisamente a favore dell’uscita dal Regno Unito e sostenga lo Scottish National Party. Comunque, a parte queste importanti mancanze, resta pur sempre un libro interessante, soprattutto perché uno dei pochi in Italia dedicati all’argomento.