venerdì 30 ottobre 2020

Catherine McIlwaine - Tolkien. I tesori

Uno degli aspetti più interessanti di Tolkien è che, oltre alla sua attività di scrittore, narratore e saggista, si è distinto come pittore, contribuendo a disegnare, illustrare e dipingere oggetti, paesaggi e scenari che lui stesso andava elaborando. Qualcuno obietterà che si tratta pur sempre di un pittore dilettante, privo di tutte quelle capacità dei pittori professionisti, ma la cosa mi interessa poco: l’arte tolkieniana continua ad affascinare con la unicità e poesia, prova ne è questo J.R.R. Tolkien. I tesori, curato da Catherine McIlwaine e versione “light” del più corposo J.R.R. Tolkien. Il creatore della Terra di Mezzo, catalogo di una mostra tenuta alla Bodleian Library di Oxford. Racchiude una serie di materiali d’archivio di Tolkien, bozzetti, schizzi a matita, acquerelli paesaggistici, disegni a penna e inchiostro, lettere e mappe, oltre a foto di vita privata che ci fanno entrare nella sfera personale di Tolkien e della sua famiglia. Si tratta dunque di un libro che «celebra l’eccezionalità di Tolkien come autore – forse il più grande scrittore di storie fantastiche dell’era moderna –, ma ribadisce anche l’importanza dei molti aspetti differenti della sua vita: il filologo, l’inventore di lingue, l’artista, il creatore di mondi, l’accademico, l’insegnante, il marito e il padre furono ruoli che, combinati fra loro, produssero uno speciale insieme di talenti, un insieme che guidò la straordinaria immaginazione di Tolkien verso la creazione della Terra di Mezzo».


Pur senza avvicinarsi alla profondità di un’opera come L’arte di Tolkien di Roberta Tosi, ricorda più il vecchio Immagini, ormai fuori catalogo. I testi sono ridotti all’osso ma riescono comunque a dirci qualcosa sul Tolkien pittore: in fondo, chi di noi non ha mai sognato a occhi aperti guardando le illustrazioni che hanno sempre corredato Lo Hobbit, anche nelle versioni in italiano? Purtroppo Il Signore degli Anelli non ha mai avuto un comparto iconografico paragonabile, anche se in realtà Tolkien ha prodotto materiale anche in questo caso: schizzi, paesaggi, sovracoperte, mappe, in alcuni casi anche veri e propri oggetti metanarrativi, come nel caso del Libro di Mazarbul che Gandalf legge nella camera sepolcrale di Balin a Moria. Una produzione che ci dice quanto attento e scrupoloso Tolkien fosse nel cesellare il suo mondo secondario nel minimo dettaglio: basti pensare alla precisione nel ricreare mappe coerenti e credibili, nelle quali la scala era di fondamentale importanza (le distanze variano in base alla razza, perché un uomo che è alto ci mette di meno a percorrere un tratto di strada rispetto a uno hobbit che è basso). Ovvio che in questo processo creativo le lingue svolgessero una parte a dir poco fondamentale: da filologo, Tolkien pensava che le lingue dovessero avere vita propria e creare storie e leggende per le creature che le popolavano, cioè che prima venissero i linguaggi e poi i popoli che li utilizzavano.


Molto interessante è la parte dedicata al Silmarillion, opera che Tolkien cercò di portare a termine per tutta la vita ma pubblicata postuma nel 1977 a cura del figlio Christopher Tolkien: molti dei racconti del Silmarillion si possono ritrovare nelle prime versioni scritte tra il 1916 e il 1920 e, «nonostante ci abbia lavorato per tutta l’età adulta, la straordinaria visione del legendarium fu tanto forte da rimanere per lo più incontaminata da influenze esterne per un periodo di oltre sessant’anni». Uno sforzo onnicomprensivo, che addirittura portò Tolkien a trasformare dei semplici disegni astratti che aveva fatto su fogli di giornale in decorazioni per le ceramiche della civiltà númenoreána della Seconda Era della Terra d Mezzo. Forse il Professore «non fu capace di compiere gli ultimi passi che potevano mettere il punto finale alla sua opera perché, in un certo senso, questo avrebbe portato alla chiusura del rapporto con loro. Le molte opere incomplete, tra cui Il Silmarillion e le lingue inventate, rimasero incomplete per scelta, perché Tolkien non voleva che il suo lavoro finisse».

martedì 20 ottobre 2020

Michele Ainis - Il regno dell'uroboro

Recentemente ho visto il celebrato documentario di Netflix The Social Dilemma, duro atto d’accusa nei confronti dei social network che ci stanno rubando la vita e la libertà: senza negare i problemi che affronta (dipendenza, solitudine, furto di dati e gusti personali), non ne sono stato entusiasta, anzi l’ho trovato retorico e ipocrita nel suo tentativo di dimostrare che la colpa della maleducazione e del cattivo utilizzo del web sia colpa non nostra ma di qualcun altro, cioè dei social network stessi, di fatto sgravandoci da qualsiasi responsabilità. Ora ho letto questo Il regno dell’uroboro, piccolo saggio antropologico-sociologico di Michele Ainis che affronta lo stesso problema in una chiave altrettanto negativa: la tecnoscienza ci ha fatto accedere a delle informazioni in cambio di una cessione di nostri dati che vengono usati contro di noi e ci hanno trasformato in prodotti sulla base di sofisticati algoritmi. E questo non da oggi o da ieri ma dal 2009, cioè da quando Google ha cominciato a profilare i propri utenti, a mappare i loro gusti, le loro ricerche, i loro pareri, i loro tragitti, le loro abitudini.


I social network hanno perfezionato la cosa, facendo finire i loro utenti in cerchie chiuse di persone che la pensano esattamente come loro, abbattendo il confronto e il dibattito. Siamo sempre connessi, crediamo di comunicare e nel frattempo non ci accorgiamo che siamo preda di questi social: ogni gesto, ogni like e ogni affermazione viene catturato da un algoritmo. Questo ha cambiato la nostra società e il nostro modo di pensare, ha fatto sparire l’etica e il senso del limite, ha contribuito a sgonfiare la democrazia e ad aumentare l’intolleranza, ha aumentato la nostra solitudine e la nostra autoreferenzialità (da cui il simbolo dell’uroboro, il serpente che si morde la coda). La condanna non potrebbe essere più netta: il web è un mondo che ci prende più di quello che ci dà, tanto che essere connessi ci rende più deboli che se fossimo esclusi. Benvenuti nell’era della solitudine di massa, come recita il sottotitolo.


La cosa più subdola individuata da Ainis è che le idee che circolano sul web e inondano i nostri profili social a colpi di autentiche fake news vengono costruite proprio per condizionare i nostri comportamenti (condizionando l’esito delle elezioni americane che hanno portato alla vittoria di Trump o il referendum sulla Brexit). Un’accusa molto circostanziata alla logica del web come libertà, della democrazia diretta, dell’uno vale uno (insomma, il programma politico del Movimento 5 Stelle), l’illusione di bypassare le pastoie e i controlli della democrazia parlamentare, con il conseguente declino della stessa politica che del web si nutre riducendosi a social.


Il ragionamento dell’autore si estende quindi al mercato editoriale, da una parte stigmatizzando l’aumento esponenziale dei libri autopubblicati su Amazon, segno di una progressiva degenerazione delle opinioni che sfuggono al controllo dell’editoria tradizionale, dall’altra scagliandosi contro le librerie digitali presenti sulle varie piattaforme che consentono l’accesso immediato a troppi libri, troppi film e troppi dischi di scarso valore, in una bulimia digitale che corrisponde a una proliferazione e a una degenerazione del mercato delle idee. Addirittura Ainis se la prende con i libri che parlano di altri libri come Una vita da lettore del povero Nick Hornby, simbolo di una «produzione torrenziale [che] non ha niente a che fare con la letteratura», come se Il nome della rosa e la sua lezione («Spesso i libri parlano di altri libri. Spesso un libro innocuo è come un seme, che fiorirà in un libro pericoloso, o all’inverso, è il frutto dolce di una radice amara») non fosse mai stato scritto.

domenica 18 ottobre 2020

Alessandro Barbero - Dante

 

Che Alessandro Barbero sia una star non lo scopriamo certo oggi. Le sue partecipazioni ai programmi televisivi sono seguitissime, gli audio e i video delle sue conferenze danno origine a podcast e video su YouTube, addirittura a remix parodistici. A sua insaputa, è diventato oggetto di studio da parte degli analisti del web, sorpresi da un fenomeno veramente dilagante. A dispetto di questi numeri, però, Barbero mantiene la sua straordinaria dimensione di divulgatore, frizzante ma mai banale, e non fa eccezione questo suo ultimo libro, Dante, non un saggio letterario sul Dante poeta, ma un saggio storico sul Dante uomo del Medioevo, perfettamente inserito nel suo tempo e nella sua realtà sociale: un aspetto comunque fondamentale perché ha fatto da sostrato alla scrittura della Commedia. Un libro come sempre appassionante e divulgativo, che però contiene un apparato di note di tutto rispetto che farà la gioia anche del mondo accademico.

Riprendendo la sua passione per la storia militare, Barbero parte da una battaglia importantissima, la battaglia di Campaldino del 1289 tra fiorentini guelfi e ghibellini di Arezzo, che rappresenta un momento importante nella vita dello stesso Dante, che vi partecipò come cavaliere all’età di 25 anni, addirittura in prima fila, tra quelli meglio armati che dovevano sostenere il primo urto. Dante infatti vive la vita frenetica e la politica caotica della Firenze del tempo che, con i suoi 100.000 abitanti, era una delle più grandi metropoli d’Europa: una città spaccata tra guelfi e ghibellini prima e tra guelfi neri e guelfi bianchi poi, in un gioco di fazioni, potere e ricchezza che confluisce sempre in uno scontro sociale, perché le fazioni si estendono alle clientele dei nobili. Allo stesso tempo Dante fa parte del governo di popolo, costituito cioè dalla gente che lavora, giungendo a ricoprire la carica di priore, una delle più importanti in assoluto, prima di cadere in disgrazia per la vittoria dei guelfi neri e subire l’esilio. La situazione degenerò e portò infatti all’istituzione di processi nei confronti dei guelfi bianchi e dello stesso Dante con accuse molto concrete (malversazione, storno di fondi pubblici) che Barbero non si sente di negare: non si tratta di idealizzare Dante, queste accuse potevano essere vere perché la politica di quel tempo funzionava così, implicava il dover scendere a compromessi, e uscirne puliti era abbastanza improbabile. Lo stesso Dante sembra confermarlo, ambientando la Commedia nella Settimana Santa dell’anno 1300, nella consapevolezza di essere arrivato vicino a dannarsi l’anima: non ne abbiamo la certezza, ma confrontando le date questa ipotesi sembra ben più di una suggestione. Cacciato via ed esiliato con infamia, trascorse vent’anni d’esilio tristi e amari nei quali riuscì comunque a campare decorosamente, assistito da un’organizzazione di partito e da una serie di amicizie internazionali di supporto: politico in disgrazia, uomo di lettere, autore di manifesti politici, godeva comunque di una buona fama, che lo portò a essere ospite a Verona e Ravenna dai signori di queste città, addirittura ottenendone favori per i figli.

La società fiorentina del tempo che Barbero ricostruisce è estremamente fluida e stratificata: Dante era plebeo (i nobili erano esclusi dal governo) ma amico e frequentatore di nobili e cavalieri, era ricco perché suo nonno e suo padre (di cui lui non parla mai) avevano fatto i soldi, anche attraverso l’usura, e lui poté dedicarsi alla poesia e alla teologia oltre che alla politica, facendo parte di un governo basato sul censo. Erano governi allargati e a loro modo democratici, ma sempre in coesistenza con la violenza e nell’assenza di una legittimazione dell’avversario (che era un nemico a eliminare). La vendetta era normale e perfettamente legale, e Dante condivide pienamente le idee del suo tempo: basti ricordare l’episodio in cui all’Inferno incontra il cugino Geri del Bello, che è arrabbiato perché, pur essendo morto di morte violenta, non è stato ancora vendicato dai suoi familiari. Dante sa benissimo che questo contrasta con i valori morali che Virgilio sta cercando di insegnargli, ma allo stesso tempo si mette a spiegare che Geri ha ragione di avercela con lui, perché quelli sono i valori della società in cui vive.

Tutto questo non poteva non riflettersi sulla riflessione che Dante fa sulla nobiltà, che vede un’evoluzione nel corso della sua vita: all’inizio, nel Convivio, dice che la vera nobiltà è quella d’animo, poi nel De Monarchia (quando ormai frequenta le varie corti che lo ospitano) cambia idea e dice che la nobiltà è quella che si è ereditata da degli antenati per una giusta ragione: nel Paradiso, incontra Cacciaguida, suo avo, che gli svela di discendere anche lui da cavalieri. Se all’inizio Dante fa dunque parte di un governo cittadino che fa la guerra ai nobili, poi quando è ospite di ben altre corti si gloria di appartenere anche lui a quel mondo, e lo legittima perché mette Cacciaguida in Paradiso, dove tutto è perfetto e benedetto, anche la classe sociale.

Se tutti i professori a scuola spiegassero la storia e Dante così, oggi saremmo tutti meno capre.

martedì 13 ottobre 2020

Frank Herbert - Dune

 
Ne ho già parlato QUI molti anni fa, ma la diffusione del trailer del nuovo film di Denis Villeneuve tratto da Dune mi ha rifatto salire la scimmia per il romanzo di Frank Herbert. In fondo, io sono un fan anche del film di David Lynch degli anni Ottanta, quello con la colonna sonora dei Toto e Kyle MacLachlan con la lacca anche nel deserto: a livello di sceneggiatura non si capiva niente, ma Lynch era riuscito a cogliere perfettamente la natura di opera di fantascienza con riferimenti epici e antichi. Non so nemmeno se le nuove generazioni possano apprezzarlo e se Villeneuve, dopo quanto combinato in Blade Runner 2049, sarà in grado di conferire profondità alla visione fortemente politica dell’opera di Herbert, che non è semplice roba per nerd, ma una profonda riflessione sul potere (politico, economico, religioso, coercitivo) e un atto di accusa nei confronti dell’Occidente e del suo sfruttamento economico dell’universo, con la rivendicazione della riscossa dei popoli arabi, qui rappresentati dai Fremen del deserto. Ci sono poi temi tipici dell’epoca nella quale fu scritto (gli anni Sessanta) come l’ecologia e soprattutto la droga. La spezia come strumento di alterazione della coscienza, di accrescimento della sapienza e della preveggenza rievoca molto la psichedelia di Timothy Leary, unitamente al tema del petrolio e del potere che ne deriva, ma quello che stupisce è l’occhio “antropologico” di Herbert nei confronti dei rituali dei Fremen, tutti fondati sull’acqua (elemento “sacrale” in quanto strumento di vita e di sopravvivenza). Oltretutto Herbert è un maestro nel tratteggiare la psicologia di personaggi che vivono in un mondo retto da regole del tutto estranee al nostro, evitando gli spiegoni ma catapultandoci in un universo sconosciuto e svelandocelo un po’ alla volta. Se vi accostate a Dune pensando di trovarvi di fronte a un prodotto facilone per ragazzi vi sbagliate di grosso: l’opera di Herbert è un vero e proprio capolavoro che merita di essere riscoperto.

sabato 19 settembre 2020

Alexandre Dumas - I tre moschettieri

Tragicamente etichettato come “romanzo per ragazzi” o romanzo d’appendice nell’accezione peggiore del termine, I tre moschettieri di Alexandre Dumas è da sempre uno dei miei romanzi preferiti (ne ho già parlato QUI): è uno dei vertici assoluti del romanzo di genere che ha ben pochi eguali per la sua capacità di procurare piacere e di unire l’ironico e il tragico, l’inventiva alla narrazione, lo stile alla passione. Certo, è avventuroso, perché è basato su intrighi, inseguimenti e duelli, ma è anche un romanzo di formazione, e spesso questo lo si dimentica, ripiegando sulle famose frasi fatte che lo bollano come antiletteratura perché i personaggi agiscono invece che pensare; che Dumas veniva a pagato a riga e quindi ne approfittava per allungare il brodo; che il romanzo, come diceva Flaubert, non necessiterebbe di alcuna iniziazione per essere letto e goduto; o ancora si ricorre all’iperbole di Umberto Eco secondo cui Il conte di Montecristo (sempre di Dumas), «è senz’altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e dall’altra parete è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature». Ambientato all’inizio del Seicento alla corte di Luigi XIII, in un’epoca (come dice il testo) «di pochissima libertà, ma di maggiore indipendenza», I tre moschettieri segue la vicenda umana e professionale di d’Artagnan, giovanotto guascone che giunge a Parigi per coronare il suo sogno di diventare moschettieri: incontrerà i tre moschettieri del titolo, Athos, Porthos e Aramis, e si metterà al centro di una serie di vicende rocambolesche che lo porteranno a diventare nientemeno che tenente dei moschettieri. La prima parte è occupata dalla conoscenza del protagonista e dei tre moschettieri ma soprattutto dalla famosissima vicenda dei puntali di diamanti della regina Anna d’Austria, che d’Artagnan e i suoi compagni dovranno andare a recuperare a Londra dal duca di Buckingham. La seconda parte è incentrata invece sull’assedio della fortezza di La Rochelle, una piazzaforte nelle mani degli ugonotti sostenuti dagli inglesi che dovevano venire spazzati via dal progetto di assolutismo monarchico di Luigi XIII e dal suo primo ministro, il cardinale Richelieu. Poi c’è la vendetta di Milady, che dopo aver visto vanificati tutti i suoi sforzi dall’intromissione di d’Artagnan e dei suoi amici cerca di avere la sua vendetta (tra l’altro, d’Artagnan l’ha anche sedotta). Fatto di fanfaronate e spacconate, con la propensione alla massima memorabile («Ma è proprio il diavolo in persona questo fegataccio!») e attraversato da un certo stile picaresco (Planchet che, alle prese con i pasti da elemosinare, diche che «si mangia pur sempre una volta sola anche quando si mangia molto»), il romanzo è pieno di episodi memorabili: il combattimento tra i moschettieri e le guardie del cardinale; la conquista di un torrione durante l’assedio semplicemente per andarci a pranzare sopra; la disquisizione teologica di Aramis (moschettiere “temporaneo”) insieme a un abate e un curato con annessa accusa di giansenismo; il pranzo di Porthos a casa del tirchissimo Coquenard che, dopo avergli rifilato tre croste, esclama: «Un vero banchetto, epulae epularum: Lucullo pranza in casa di Lucullo»; Athos chiuso nella cantina della locanda tra vini e prosciutti; l’interrogatorio di Richelieu al vile e avaro monsieur Bonacieux, marito di Constance, la bella di d’Artagnan; la seduzione a opera di Milady del puritano o Felton, un fanatico che cede al fascino femminile attraverso cui si vede tutto il disprezzo di Dumas per l’integralismo religioso; Luigi XIII che, soffrendo come tutti i sovrani la malattia della noia, suole scegliere uno dei cortigiani e attirarlo alla finestra dicendogli: «Signor tal dei tali, annoiamoci insieme»; Porthos che accusa Aramis di essere un cattivo prete perché ha compassione degli eretici. Ci sono anche delle riflessioni molto profonde sulla vita, sul caso, sul ruolo dell’amore nelle decisioni dei potenti e dei popoli, alla faccia dell’autore che mette in scena personaggi che agiscono e non pensano. E, giusto per parlare di personaggi, non ce n’è uno meno che memorabile: il tormentato e notturno Athos, il timido e furbo Aramis, l’erculeo e vanitoso Porthos, lo sfuggente e sinistro Rochefort, l’anima dannata del cardinale e poi proprio Richelieu, uno degli uomini più straordinari della sua epoca che, dopo essere passato per le mani di Dumas, ci apparirà per sempre malvagio e sinistro. Un capitolo a parte lo meriterebbe Milady, vera e propria antesignana della figura della femme fatale che grande successo avrebbe avuto nel corso dei secoli. Purtroppo, nonostante le centinaia di trasposizioni cinematografiche e televisive, nessuna versione (a parte quella in due parti di Richard Lester degli anni Settanta) è mai riuscita a replicare il fascino dell’originale dumasiano.

domenica 6 settembre 2020

Dmitrij Miropol’skij - L'ultimo inverno di Rasputin

 
Santone, diavolo, profeta, plagiatore, maniaco sessuale: di Rasputin si è detto di tutto, e soprattutto in Occidente la sua figura è caratterizzata da molti stereotipi. Il suo ruolo a corte era motivato dalla sua capacità di curare l’emofilia del figlio della zarina, ma allo stesso era mal tollerato dai nazionalisti: questo contadino analfabeta infatti era contrario alla guerra, convinto che a farne le spese sarebbero stati i più poveri. Per questo venne eliminato da un complotto che vide protagonisti membri della nobiltà, un parlamentare della Duma e (forse) i servizi segreti inglesi: un evento chiave della storia della Russia e del Novecento, che viene ricostruita dallo scrittore Dmitrij Miropol’skij in questo volumone di oltre 700 pagine che ribadisce come Rasputin sia un personaggio difficilmente comprensibile per un europeo (tanto che Winston Churchill in una scena esclama: «Ma è un personaggio da operetta! Una caricatura. Il Punch delle fiere…») e che quindi rappresenti benissimo l’assoluta unicità della Russia che vuole essere europea ma non ci riesce mai fino in fondo. Il titolo italiano L’ultimo inverno di Rasputin gioca facile facendo riferimento a lui, mentre l’originale 1916, Guerra e pace è molto più indicativo della natura del romanzo (la citazione del capolavoro di Tolstoj non è casuale, e lo stesso Tolstoj compare in un aneddoto insieme a Rachmaninov): Miropol’skij prende l’anno precedente la rivoluzione bolscevica e lo sviscera senza pregiudiziali ideologiche (anzi, parla della Rivoluzione in termini estremamente sanguinosi e negativi) mettendo in scena una narrazione corale, dai moltissimi protagonisti (tutti reali), tesa a sviscerare la decadenza dell’impero russo. Un declino fotografato dalla schiacciante sconfitta calcistica alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 quando la molle e disunita nazionale russa è sconfitta 16-0 dalla Germania. Troviamo lo zar Nicola II, buon padre di famiglia ma del tutto distante dal suo popolo, preoccupato piuttosto a far fuori i turchi e ad allargarsi nei Balcani; il principe Feliks Jusupov, studente di lusso a Oxford che frequenta locali alla moda in elegantissimi abiti femminili, rappresentante di un’aristocrazia dissoluta e arrogante; lo squattrinato poeta Vladimir Majakovskij (che aderirà al comunismo e ne sarà vittima), e insieme a lui il mondo degli artisti d’avanguardia, che tra bettole e salotti letterari vogliono ribaltare l’ordine costituito ma si fanno mantenere da nobili e ricchi borghesi. Ovviamente, i fili della narrazione sono destinati a incrociarsi, dal momento che Majakovskij e la sua amante Lilja sono testimoni involontari dell’efferato delitto e costretti a partecipare alle fasi concitate dell’occultamento del cadavere. Alla ricostruzione storica, Miropol’skij unisce la spy story: la Rivoluzione d’ottobre come grande cospirazione per abbattere l’impero russo, sia di parte tedesca sia di parte inglese (entrambe le parti tentavano di insinuarsi nelle crepe della traballante monarchia russa per trarne il massimo profitto): Lenin stesso (che qui appare solo brevemente) era un agente dei tedeschi, fatto rimpatriare apposta, ma anche Rasputin potrebbe a sua volta essere una spia tedesca. Tra i vari personaggi, a Vienna appare anche Hitler nei panni di un venditore da strada di cartoline. Alla fine, c’è una corposissima parte che racconta il destino dei vari personaggi e che ci porta fino al presente.

sabato 29 agosto 2020

Valérie Morisi - Riscrivere la leggenda

 
Che ci si creda o no, anche il Tolkien minore crea saggistica di primo livello. È il caso di questo Riscrivere la leggenda. Tolkien e il medievalismo di Sigurd e Gudrún, scritto dalla bravissima e attentissima Valérie Morisi su una delle opere più sconosciute del Professore di Oxford, La leggenda di Sigurd e Gudrún, uscito una decina di anni fa a cura del figlio Christopher ma risalente agli anni Venti-Trenta e facente riferimento al corrispettivo norreno del ciclo tedesco di Sigfrido e dei Nibelunghi. La leggenda in questione presenta tutti gli elementi tipici della mitologia nordica: il drago Fafnir, il dio Odino, la valchiria Bynhild, la spada spezzata e riforgiata, il tesoro e l’anello magico su cui grava una maledizione, oltre a temi scabrosi e cruenti come l’incesto, l’omicidio di bambini e il sacrificio umano. Protagonista della vicenda è Sigurd, il Sigfrido germanico, che uccide il drago, conquista il tesoro, risveglia la valchiria, poi sposa Gudrun ma conquista Brynhild per conto del cognato Gunnar, finché lo scontra le due donne non fa precipitare le cose (Brynhild esorta il marito Gunnar a vendicarsi di Sigurd per il tradimento nei suoi confronti). Il libro della Morisi non affronta le somiglianze e le differenze fra Tolkien e quella che è forse la rielaborazione più famosa del mito in questione, la tetralogia teatrale di Wagner, ma analizza il modo in cui Tolkien riscrive il mito partendo da diverse fonti (la saga dei Volsunghi, l’Edda) cercando di uniformare le varianti, addirittura colmandone le lacune in maniera creativa e nel tentativo di conferire verosimiglianza psicologica al tutto. Se la storia quindi è quella, Tolkien carica l’eroe Sigurd di tratti quasi cristologici, conformi alla sua fede cattolica ma impossibili da riscontrare nello scenario pagano dell’originale norreno. Inoltre, dal punto di vista stilistico, il professore di Oxford cerca di riprodurre in inglese moderno il metro e il suono dell’originale norreno, utilizzando il metro allitterativo per ottenere una poesia molto più arcaica e scabra (tutte cose che sarebbero ritornate in alcune poesie del Signore degli Anelli). D’altra parte, come ricorda Douglas Anderson nell’introduzione a Lo Hobbit annotato, lo stesso Tolkien diceva che la sua tipica reazione alla lettura di un’opera medievale non era quella di imbarcarsi in uno studio critico o filologico su di essa, ma piuttosto di scrivere un’opera moderna in quella stessa tradizione. Le fonti del passato avviavano in lui un processo creativo di continuazione e riscrittura: non siamo ancora alla reinvenzione del mito, come Tolkien avrebbe fatto in seguito, ma a uno stadio intermedio, che mostra il passaggio dalla traduzione e dallo studio di testi antichi alla loro riscrittura e, allo stesso tempo, la perfetta sintesi tra il medievalismo più strettamente legato alla storia e la nascente letteratura fantastica. In fondo, come diceva lo stesso Tolkien, sono gli adulti a essere più bisognosi di fiabe.