martedì 7 luglio 2020

Robert Harris - Monaco

Robert Harris aveva già raccontato il nazismo con Fatherland e raccontato il falso dei diari di Hitler; torna ora sul luogo del delitto con Monaco, romanzo che prende il nome dalla città in cui nel settembre 1938 la Conferenza dei capi di Stato si riunirono per convincere Hitler di non invadere la Cecoslovacchia (creata come Stato-cuscinetto alla fine della Prima Guerra mondiale) per la questione dei sudeti, popolazione di origine tedesca che abitava una zona molto importante dal punto di vista minerario. La Conferenza si concluse con la sospensione delle pretese di invasione-lampo da parte di Hitler in cambio di un’annessione pacifica, ma fu un momento in cui effettivamente l’Europa temette lo scoppio della guerra (se ne parla nel primo capitolo della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard). È un romanzo ma non è un thriller, anzi assomiglia più a un saggio storico ricostruito in maniera quasi maniacale, che ricostruisce il lavoro certosino dei segretari, i protocolli e la trascrizione di documenti con le veline, le carte carbone, le maschere da scrivere. Sulla scena sfilano tutti i vari politici e capi di Stato del tempo: l’inglese Neville Chamberlain, Adolf Hitler, Benito Mussolini e il francese Édouard Daladier. Protagonisti sono due personaggi fittizi, l’inglese Hugh Legat, il terzo segretario del primo ministro Neville Chamberlain (il predecessore di Churchill), e il tedesco Paul von Hartmann, che lavora per il ministero degli esteri. I due si sono conosciuti durante gli studi a Oxford ma da sei anni non hanno più contatti, avendo scelto strade diverse (Paul, da socialista e nazionalista, si è iscritto al partito nazista): ora si incontrano di nuovo e si trovano quasi a fare fronte comune, perché Paul fa parte di un gruppo di congiurati che vorrebbero far insorgere parte dell’esercito contro Hitler e bloccarne le velleità imperialiste. Per questo chiede a Hugh di farsi tramite per consegnare a Chamberlain dei documenti dove sono stati trascritte le vere intenzioni del Führer. Attraverso questa avventura di spionaggio Harris rivaluta la figura di Chamberlain, da sempre accusato di posizioni eccessivamente accomodanti e pacifiste (il cosiddetto appeasement) perché, grazie al buon esito della Conferenza, il primo ministro riuscì a prendere tempo: l’Inghilterra non si era ancora ripresa dalla Grande Guerra e non era attrezzata a sostenere un’altra guerra, e l’anno seguente gli diede modo di approntare il riarmo. Viene da pensare che, se la Seconda Guerra Mondiale fosse scoppiata nel 1938, forse la Germania nazista non avrebbe incontrato ostacoli. Come saggio, Monaco dà degli interessanti spunti di riflessione, come romanzo funziona poco; anche l'aggiunta dell’antisemitismo nella sottotrama spionistica è banale, per quanto giustificata.

giovedì 2 luglio 2020

Paolo Mieli - In guerra con il passato

Qualche giorno fa lo storico Alessandro Barbero ha spiegato che abbattere le statue dei personaggi del passato che troviamo scomodi è un’idiozia inarrestabile perché, una volta rimosse le statue del generale sudista Lee, bisognerà rimuovere anche quelle del presidente Lincoln, il liberatore degli schiavi, il quale allo scoppio della guerra civile dichiarò che per lui la questione della schiavitù era del tutto secondaria; che se per salvare l’Unione doveva abolire la schiavitù, l’avrebbe fatto; e se invece per salvare l’Unione doveva mantenere la schiavitù, l’avrebbe mantenuta. Ecco, proprio le ambiguità di Abraham Lincoln sono al centro di un capitolo di questo In guerra con il passato di Paolo Mieli, libro che ragiona sull’uso del passato storico a nostro uso e consumo e sul fatto che la storia è una cosa complessa e ha molte facce. Un libro da recuperare, dunque, perché straordinariamente attuale. Ed è dura parlarne perché Mieli viene considerato da molti come il principale intellettuale organico al sistema, che sulla televisione di Stato intende spostare gli equilibri della divulgazione storica a destra o a sinistra a seconda di come la si voglia vedere. Per quanto non mi piaccia come giornalista, lo apprezzo molto come storico che rimette in discussione quello che sappiamo (o crediamo di sapere) attraverso un processo di revisionismo che dovrebbe essere il metodo comune di indagine, anche oggi in epoca di abbattimento di statue. Ecco quindi che Lincoln, eroe della Guerra di Secessione che combatteva per la causa abolizionista e antirazzista contro gli Stati schiavisti del Sud, in gioventù, ma anche durante la guerra fino al 1863, fu anche lui razzista e non del tutto convinto dell’abolizionismo: ribadiva spesso la sua convinzione che gli afroamericani fossero inferiori e una volta si chiese pubblicamente come fosse possibile che un gruppo di schiavi che aveva visto incatenati assieme «come pesci infilati su uno spiedi» potessero apparire come «la gente più allegra felice del mondo»; raccontava storielle razziste e, insieme alla moglie, amava molto i minstrels show, gli sketch in cui attori bianchi con il volto dipinto di nero ironizzavano sulla vita, il dialetto e la musica dei neri, rappresentandoli sempre come pigri, superstiziosi e stupidi. Oltretutto, non era affatto detto che l’economia schiavista, per quanto opinabile, fosse l’alternativa peggiore, vista la dichiarazione del South Carolina che paragonava con orgoglio la condizione degli schiavi del Sud a quella degli operai del Nord capitalista: «I nostri schiavi sono assunti a vita, non c’è fame per loro, non ci sono accattoni, non c’è disoccupazione e neppure superlavoro».

 

Da questo singolo capitolo capiamo dunque che spesso raccontiamo il passato condannando ciò che non ci piace e che soprattutto non ci torna attraverso un processo di semplificazione della complessità storica. Invece, spesso i personaggi positivi non sono così positivi, mentre i negativi non sono così negativi. Ecco quindi che il libro, come I conti con la storia dello stesso Mieli, si compone di una serie di articoli e saggi brevi che traggono spunto dalla recente pubblicazione di opere storiografiche per smontare luoghi comuni, pregiudizi e falsificazioni: solo così, dice l’autore, sarà possibile fuggire le banalizzazioni e le teorie del complotto. La ricerca storica va avanti e spesso demolisce pezzi di passato, come provano gli scavi archeologici israeliani effettuati dopo la Guerra dei Sei Giorni per cercare conferme della storia biblica: si scoprì che le città che si ritenevano enormi in realtà erano piccolissime, che a quell’epoca gli ebrei erano tribù di pastori primitivi senza nessuna unità politica, Gerusalemme era un villaggio, e Davide e Salomone, ammesso che siano esistiti, erano dei capitribù. Il processo di revisione si deve quindi applicare a tutta la storia umana, a partire da quella classica: il famosissimo processo contro il proconsole Verre che diede fama a Cicerone in realtà è una questione molto più complessa e meno limpido di quello che ci presenta il famoso oratore a proprio uso e consumo: il corrotto governatore di Sicilia era già un uomo vinto appartenente al ceto legato a Silla, ormai declinante nella Roma del tempo. Anche quello che crediamo di conoscere su Augusto è frutto di una ben precisa politica culturale volta a promuovere Ottaviano come l’amico dell’Italia contro Antonio amico dell’Oriente. Nell’Atene ormai in declino, sul punto di soccombere a Filippo di Macedonia, gli uomini di maggior valore erano invece divisi in un dilemma di non facile soluzione: Demostene rifiutava di accettare l’inevitabile e invita i suoi concittadini a resistere, mentre Isocrate pensava che solo abbracciando la causa macedone la città potesse avere ancora un futuro. Un problema, questo della fazione con cui schierarsi, piuttosto diffuso e non così facile da districare, visto il cambiamento delle variabili e delle circostanze: basti pensare allo storico inglese Thomas Carlyle che, nel 1871, esaltava la formazione del Reich tedesco come garanzia di pace, con «la nobile, paziente, pia e solida Germania» avviata a dominare l’Europa al posto della «nevrotica, vanagloriosa, gesticolante, rissosa, inquieta e ipersensibile Francia». Una posizione incredibile, alla luce dell’opposizione anglo-tedesca che avrebbe caratterizzato l’Europa nella prima metà del Novecento.

 

Nessuno si aspetterebbe che in Occidente spesso gli ebrei si rivolgessero all’Inquisizione per avere maggiori garanzie rispetto al vescovo della propria città, così come in pochi si interrogano sulle origini dell’antisemitismo: è una conseguenza dell’affermazione del cristianesimo oppure era presente anche nel mondo pagano precristiano? Ma anche la vicenda dei martiri di Otranto va inquadrata nelle guerre che infuriavano in Italia tra il papa e il re di Napoli da una parte e Firenze e Venezia dall’altra, e nel rifiuto della cittadinanza di Otranto, abbandonata dagli alleati, di arrendersi, non di abiurare e convertirsi all’islam. Non manca una sezione dedicata all’Italia, con la trattazione della mania per i complotti che c’è dalle nostre parti (molto più che negli Stati Uniti) e del florilegio di teorie sui servizi segreti deviati negli anni di piombo, pur nell’assenza di prove dirette o indirette che coinvolgano rappresentanti dello Stato (per non parlare della teoria del Grande Vecchio); vengono passati in rassegna gli scandali dell’Italia unitaria, tanto che già nel 1869 la regina Vittoria scriveva che l’Italia era una nave prossima al naufragio, scandali di cui è parte integrante la trattativa Stato-mafia che non è una novità della Prima Repubblica ma una costante sin dai primordi dello Stato unitario, visto che l’Italia si formò proprio attraverso una trattativa con quella che oggi chiamiamo mafia da parte della sinistra storica, con una quantità di affari loschi e imbarazzanti. Mieli arriva perfino in Russia con il tanto chiacchierato Rasputin, eliminato perché scomodo e avversato da una certa parte politica favorevole alla guerra e avversa alla pace separata con la Germania (cosa che poi fece Lenin); un capitolo è invece dedicato all’educazione religiosa di Stalin, che costituisce addirittura la chiave grazie alla quale riuscì a mobilitare il popolo russo attraverso un’alleanza con i religiosi. Il capo della rivoluzione atea e comunista che trova un collante nella religione: una cosa veramente impensabile se si ragiona in maniera schematica.

 

Interessantissima la parte dedicata alla Francia, in particolare quella su Enrico III, ultimo dei Valois, che fece la scelta di opporsi al fanatismo e immaginò di porre termine alle guerre di religione favorendo un’alleanza dei moderati, cattolici e protestanti, contro gli estremisti di entrambi i campi: finì ucciso proprio da uno di loro. Viene sottolineato il ruolo del tanto vituperato (dagli stessi francesi) Mazzarino nella sconfitta della Fronda e nella realizzazione dell’assolutismo monarchico iniziato da Richelieu, mentre, passando alla Rivoluzione francese, si ricorda come nel Terzo Stato che bel 1789 si costituì Assemblea nazionale non ci fosse alcun contadino, artigiano o bracciante, mentre abbondavano i giornalisti, gli scrittori, i precettori, i librai, i preti e i nobili ribelli. Contrariamente a quanto si è sempre abituati a pensare, pochissimi erano anche i filosofi e gli illuministi, invisi a Robespierre per il loro cosmopolitismo e il loro ateismo e per questo perseguitati: una cosa che va contro la tradizionale idea cattolica e antirivoluzionaria della Rivoluzione francese come risultato di un complotto ordito dai filosofi all’insegna del repubblicanesimo, del materialismo e della perversione morale. Piuttosto, l’ideologia e la cultura giacobina sotto Robespierre erano ispirate a un ossessivo puritanesimo morale derivato da Rousseau e intriso di autoritarismo, anti-intellettualismo e xenofobia.

mercoledì 1 luglio 2020

Friedrich Sieburg - Robespierre

In molti hanno provato a cambiare l’umanità applicando dei principi ritenuti perfetti, e l’Incorruttibile Maximilien Robespierre, protagonista indiscusso della Rivoluzione francese, è uno degli esempi più celebri. La cosa interessante è la lettura che ne fa Friedrich Sieburg, saggista e giornalista tedesco, corrispondente del “Frankfurter Zeitung” da Parigi e fervente sostenitore del dialogo tra Francia e Germania, cosa che per altro lo ha portato a collaborare con il regime nazista durante l’occupazione. In questa sua biografia, in via di ripubblicazione per Fede & Cultura, Sieburg riflette le inquietudini della sua epoca, quella dei totalitarismi, a partire dalla barbarie del Terrore scaturita dall’applicazione delle dottrine illuministe, e ragiona sul «mistero di questo francese che rimette Dio sugli altari e fa perire i sacerdoti su galere appestate» (anche se la sua divinità, l’Ente Supremo, è una cosa piuttosto diversa dal Dio della religione). E lo fa cominciando dalla fine, da Robespierre ferito alla mandibola e in stato di quasi incoscienza in attesa di essere trascinato al patibolo: la fine della sua parentesi terrena, che coincide con la fine del suo tentativo di governo e del regime del Terrore. Sieburg lo fa parlare, entra nella sua testa, e lo fa con uno stile quasi cinematografico che salta avanti e indietro nel tempo, particolare interessante se pensiamo che il libro è stato scritto nel 1935. Forse si potrebbe obiettare che la sua è una visione personale e immaginaria, visto che abusa di molti luoghi comuni derivati dalla storiografia reazionaria post-termidoriana (il tiranno, la dittatura, il sangue), ma ha comunque un certo valore, soprattutto letterario.

Modesto e privo di vizi (se non quello della pettinatura e dei polsini di merletto), fustigatore di costumi, contrario alla guerra, nemico del gioco, avverso al denaro e alle donne (anche a quelle rivoluzionarie), esattamente il contrario di Danton che arraffava quello che poteva e si presentava come indomito seduttore, Robespierre era «un uomo né giovane né vecchio, né bello né brutto, né simpatico né repellente, dalla fronte sfuggente e dalle labbra strette in un’espressione energica, pettinato e incipriato all’antica, dalla cravatta bianca come la neve e ripiegata molte volte che viene fuori civettuola dal frac». La sua eleganza all’antica corrispondeva a un’avversione nei confronti della sciatteria di molti rivoluzionari che ostentavano maniere sanculotte per essere considerati apostoli dell’uguaglianza. Di temperamento né mediterraneo né nordico, possedeva un dogmatismo che sfociava nella mistica: ispirato da Rousseau, portò in politica la logica totalitaria di un sistema universale di ispirazione religiosa, fatto di ombra e di luce, tanto che «nessuno, prima e dopo di lui, ha mai tentato con tanta coerenza di trasformare un’utopia di origine religiosa in una prassi politica». Pensava di poter far sparire i vizi e apparire le virtù per legge, sostituire la morale all’egoismo, l’onestà alla corruzione: per questo, più che un politico, Robespierre fu “un sacerdote fallito” e il fondatore di una nuova Chiesa, l’iniziatore di uno Stato spirituale ed etico, un santo mancato e un “martire senza Dio”, del tutto scollegato dalla realtà del popolo, pur ritenendosi l’unico conoscitore della volontà popolare. Le stesse lettere che riceveva personalmente testimoniano questo culto: donne innamorate di lui che gli si offrivano in moglie, genitori che davano il suo nome al loro figlio. Ma basterebbe anche solo citare la frase di un deputato che davanti all’entusiasmo delle sue adoratrici un giorno esclamò: «Ma che specie di uomo è mai questo Robespierre con tutte quelle donne? È un sacerdote che vuole diventare Dio!».

Sieburg, diviso tra la repulsione e l’attrazione per il personaggio, scava nella sua infanzia priva di affetto: orfano di madre a cinque anni, con il padre scomparso l’anno dopo, il piccolo Maximilien ricevette una rigida educazione da parte dei nonni. Timido e cupo, mostrò barlumi di umanità solo nell’intimità domestica di casa Duplay, dove trovò asilo nel 1789 (Maurice, il capofamiglia, falegname, ottenne in cambio l’incarico ufficiale di rifornire la Convenzione di palchi, sedili e tribune). Avverso al rosso cappello frigio, sostenne la parità di diritti e anche di averi: non a caso era sostenuto dai sanculotti e dalla Comune di Parigi, ma anche dai piccoli borghesi, visti da Sieburg come i precursori del proletariato. Questo nonostante la sua difesa della proprietà e la sua opposizione al calmiere dei prezzi. Vedeva complotti da ogni parte diretti sempre contro la sua persona (e questa fu una delle cause della sua caduta), e la sua paranoia si tradusse nell’avversare qualsiasi posizione: chi ostentava costumi rivoluzionari era un aristocratico travestito, chi invece rimaneva come prima era un indifferente e quindi un nemico; chi invocava sangue voleva indebolire la Convenzione, chi predicava mitezza aveva qualcosa da temere dal tribunale rivoluzionario; chi lo lodava era un adulatore, chi lo biasimava era un traditore della patria. Seducente ma asessuato, fu un burocrate del Terrore: non assistette mai a un’esecuzione, limitandosi sempre a firmarle. Non amava neppure quelli che di lasciavano andare agli eccessi terroristici tra sangue, donne e volgarità (e se ne registravano molti), cercando anzi di mantenere la giusta via e a mediare gli estremismi e ripetendo che la ghigliottina doveva restare “la spada della legge”. Di certo è stato il più vituperato esponente della Rivoluzione, ma non l’unico responsabile delle idee successive, cui contribuirono ugualmente le idee di Danton, Hébert, Brissot e Condorcet: anzi, «la sua teoria dell’uguaglianza è affondata nel sangue e non è stata riportata alla luce dagli eredi della Rivoluzione».

Sieburg è chiaramente avverso al liberalismo, che promette il raggiungimento della felicità individuale ma approda al sangue, e sembra dire che enciclopedisti, filosofi e discepoli di Voltaire e di Rousseau, una volta al governo, creano solo disastri: sulla loro scorta, «la volontà generale non è certo la volontà della maggioranza, ma la volontà di coloro che sono virtuosi e in possesso della verità», quindi il disegno di Robespierre si configura come disegno gnostico di trasformazione e di rigenerazione dell’umanità e della società imperfetta, che si realizza anche attraverso il cambio della toponomastica e dei mesi dell’anno e transita la società dall’intolleranza religiosa a quella politica. Allo stesso modo, i concetti di bene e male sono stabiliti dalla cosiddetta volontà generale, che è sempre la volontà di coloro che sono virtuosi e in possesso della verità: le leggi della Rivoluzione sono le leggi della virtù. Logica conseguenza di ciò è il “documento di civismo”, il documento di buona condotta indispensabile che viene rilasciato dagli organi locali e corrisponde a un più stretto e vigile controllo sociale: chi non poteva presentarlo non poteva acquistare le derrate alimentari e anzi doveva venire imprigionata come nemico della Rivoluzione. Non è un caso che il Terrore sia divenuto il regno della delazione come un vero e proprio ramo dell’attività statale e che il governo sia nelle mani del Comitato di Salute Pubblica. In fondo, era Marat che diceva: «Ogni accusa fondata deve procurare all’accusatore la stima pubblica. L’accusa infondata, ma suggerita dall’amor patrio, non deve procurare all’accusatore nessuna punizione». E da questo deriva la diffusione di ogni tipo di menzogna per incitare la popolazione alla rivolta o all’atteggiamento tenuto durante il processo al re, non solo considerandolo come un semplice cittadino da giudicare ma come un nemico da combattere.

Un capitolo è quindi dedicato a Saint-Just, l’arcangelo della rivoluzione dall’inflessibile e ferrea oratoria, lui sì su posizioni proto-marxiste e favorevole agli espropri in nome dell’equità e della ripartizione della ricchezza. Spesso al fronte per controllare lo stato delle guerre rivoluzionarie, è lui a dichiarare che «in ogni rivoluzione occorre un dittatore, per salvare lo Stato con la violenza!» e a spingersi alla punizione nei confronti degli indifferenti e non solo dei traditori, perché non si può rimanere passivi davanti alla Rivoluzione. Solo i rivoluzionari patrioti, cioè i giacobini, vanno premiati: «Non tollerate che ci sia un solo infelice o un povero nella vostra patria: soltanto a questo prezzo farete una vera rivoluzione e fonderete una vera repubblica». È Saint-Just che moltiplica l’intervento dello Stato nella vita dei singoli e minaccia direttamente la Convenzione, contribuendo a conferire di fatto ogni potere al Tribunale rivoluzionario e al Comitato di Salute Pubblica: l’inchiesta preliminare e la difesa vengono abolite, «i giurati devono basare i loro giudizi sulla loro coscienza, illuminata dall’amor di patria». A questo punto non desta stupore che, durante il Terrore, si mandassero a morte figli al posto dei genitori o anziani al posto di giovani e si raggiungesse la cifra 1.285 condanne a morte in sei settimane. Se questo è il paradiso terrestre immaginato da Robespierre, qualcosa è sfuggito di mano.

lunedì 29 giugno 2020

Alessandro Barbero - Caporetto

Titanico. Questo è l’unico aggettivo per definire questa poderosa trattazione della battaglia di Caporetto da parte di Alessandro Barbero, sempre attento alla storia militare. Una battaglia che nella memoria italiana resta ancora oggi un’umiliazione nazionale, una ferita aperta, un dato rivelatore di certi aspetti e problemi del nostro Paese. Non una sconfitta nata per caso ma effetto di una controffensiva austro-tedesca dopo undici battaglie di attacco sull’Isonzo da parte degli italiani; un’idea nata nell’alto comando austriaco già nella primavera del 2017 ma che inizialmente viene accantonata per la ritrosia tedesca (quello italiano era un fronte inutile), poi ripresa nell’ottobre dello stesso anno quando gli austriaci temevano di perdere il porto di Trieste. L’offensiva della Bainsizza aveva fatto avanzare il fronte italiano di ben otto chilometri, a fronte di 160.000 perdite, di cui 30.000 morti. Gli austriaci erano logori ma ben decisi a vender cara la pelle, avvertendo la necessità di assestare al nemico un colpo tremendo e sentendo la guerra contro l’Italia come una specie di missione nazionale e una questione d’onore. Analizzando corrispondenza e la memorialistica dell’epoca, incluse le testimonianze della commissione d’inchiesta, Barbero fa parlare direttamente i protagonisti della battaglia, non limitandosi all’Italia, ma includendo anche il punto di vista dei nostri nemici, che non si amano gli uni con gli altri. Gli efficienti e supponenti tedeschi guardano i loro alleati austriaci dall’alto in basso, li considerano disorganizzati, sciatti, balcanici e fatalisti. Perfino l’imperatore Carlo non sopporta i tedeschi, ma rivendica l’importanza della guerra contro quei traditori degli italiani. I tedeschi sono più avanti in tutto, nella tattica, nelle sperimentazioni offensive, negli armamenti, nella qualità degli ufficiali e dei sottufficiali, nell’addestramento dei reparti, e mandano in aiuto sei divisioni.

L’attacco fu preparato nei minimi dettagli, con un enorme dispiegamento di uomini e mezzi, e il risultato è una disfatta memorabile per l’esercito italiano. Non tanto nei numeri di morti e feriti (40.000), quanto nei 260.000 prigionieri (la decima battaglia dell’Isonzo aveva fatto 23.000 prigionieri austriaci), molto dei quali moriranno di fame e di tifo nei lager (in Austria la popolazione muore di fame), per non parlare dei 350.000 sbandati (e ci vorranno mesi per ritrovarli e riarmarli) e del mezzo milione di profughi civili; ma soprattutto Caporetto è una disfatta dal punto di vista della penetrazione nemica, 150 chilometri dall’Isonzo al Piave, una cosa davvero inusuale per la Prima Guerra Mondiale. Il comando italiano di Cadorna (che aveva diretto la guerra per due anni) diede la colpa ai soldati che si erano arresi e ritirati senza combattere e alla propaganda socialista: il governo bloccò il bollettino ma non fece in tempo a impedire che finisse nelle mani della stampa estera. In realtà gli studi degli ultimi anni hanno dimostrato che le truppe in prima linea hanno combattuto bene ma che non hanno potuto tenere la superiorità militare tedesca; piuttosto, si è dovuto registrare il crollo delle seconde linee, che di è trasformato in una catastrofe. L’attacco austro-tedesco fu una sorpresa? No, tutti sapevano tutto. Nella Prima Guerra Mondiale le notizie trapelano sempre nei particolari (i servizi segreti, i disertori, i traditori), tanto che dai primi giorni dell’ottobre del 1917 lo sapeva l’alto comando italiano e ne parlavano già i giornali. Sapevano tutto, ore e luoghi, e tutti sapevano che il punto di attacco era fragile sin dai tempi di Friedrich Engels, che nel 1859 aveva spiegato che in un’eventuale guerra fra Italia e Austria sull’Isonzo l’esercito italiano avrebbe potuto essere preso alle spalle proprio a Caporetto.

Forse proprio per questo l’alto comando italiano era così ottimista, come priva la dichiarazione di Badoglio secondo cui aveva «tanti cannoni da fracassarli prima che giungano alle nostre linee», o Cadorna che disse: «Vengano pure! Li prenderemo prigionieri e io li manderò a passeggiare a Milano per farli vedere!». Le linee, che sembravano leggermente antiquate, crollarono in due ore. Carlo Emilio Gadda, all’epoca tenente degli alpini, scrive nel suo diario a proposito dei generali: «Asini, asini, buoi grassi, pezzi da grand hotel, avana, bagni; ma non guerrieri, non pensatori, non ideatori, non costruttori; incapaci d’osservazione e d’analisi, ignoranti di cose psicologiche, inabili alla sintesi: scrivono nei loro manuali che il morale delle truppe è la prima cosa, e poi dimenticano le proprie conclusioni». Del generale Cavaciocchi scrive: «Il generale Cavaciocchi, che deve essere un perfetto asino, non ha mai fatto una visita al quartiere, non si è mai curato di girare per gli alloggiamenti dei soldati; eppure Giulio Cesare faceva ciò. Si dirà: “Non è suo compito”. E con ciò?”». E quando arriva la notizia di una grande vittoria tedesca sul fronte russo annota: «I tedeschi hanno evidentemente dei generali meno Cavaciocchi dei nostri». L’Italia è afflitta dalla retorica: per i generali è colpa dei politici parolai, ma anche l’esercito non è da meno, con grandi appelli pieni di stentorea prosopopea, quasi si fosse convinti che il peso delle dichiarazioni orali e delle circolari scritte bastasse ad assicurare la vittoria. Barbero ricorda che il poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti, in visita al fronte pochi giorni prima di Caporetto, fa l’elogio dei pezzi d’artiglieria come «dei membri virili in erezione. Simboleggiano e sono l’improvvisazione geniale italiana di guerra, il genio improvvisatore italiano». Ma indicativa è anche la mania per i regolamenti rigorosissimi del colonnello Boccacci, soprannominato “Attila” (appassionato di fotografie pornografiche di bambine fatte con il laboratorio fotografico del corpo d’armata), che imponeva a tutti i soldati i posti di blocco il taglio dei capelli con la tosatrice meccanica, cosa avvertita da tutti come una vessazione mortificante.

La fotografia impietosa di un Paese esausto dal punto di vista demografico che non ha più persone in grado di fare gli ufficiali ma che continua a ostinarsi: gli ufficiali devono essere solo borghesi o piccolo borghesi, non operai o contadini, e vengono sbattuti al fronte subito, senza preparazione adeguata. Mancano i soldati (per fare numero ne vengono presi dai riforati e dai carcerati) ma soprattutto mancano i sottufficiali: i tedeschi invece hanno ottimi e preparatissimi sottufficiali (Rommell è tenente a Caporetto), capaci di prendere l’iniziativa, di impartire ordini e di sostituire gli ufficiali. L’esercito è contraddistinto da un classismo rigorosissimo, vengono fucilati uomini che hanno abbandonato le trincee per andare nelle retrovie senza ordini, il morale delle truppe è a terra, le brigate sono tenute senza fare nulla immerse nel fango, per poi essere spedite in fretta e furia al fronte per tappare i buchi. La disfatta genera una folla di sbandati che plaude alla fine della guerra, che esprime il disinteresse per le altre regioni del Paese, che dichiara “è finita la camorra” riferendosi all’esercito corrotto. Il pittore Ottone Rosai, futuro squadrista, si convince già durante la guerra che la cura per il popolo italiano sono il manganello e l’olio di ricino, trovando conferma in quel prigioniero italiano che, scrivendo dal lager di Mauthausen, è persuaso che il popolo italiano, per smettere di essere ridicolo, ha bisogno di cinquant’anni di bastone. Caporetto contribuirà a convincere gran parte degli intellettuali e della classe dirigente italiana di questa cosa. Poco importa che poi ci sia stato la resistenza del Piave, Vittorio Veneto e la vittoria: alla fine Caporetto è stata una battaglia perduta di una guerra vinta, e gli austro-tedeschi vennero sconfitto, alla fine, ma nonostante abbia vinto a guerra, l’Italia ne è uscita come se l’avesse persa, con la stessa miseria e gli stessi sconquassi politici degli sconfitti. Soprattutto, perché nella testa dei militari italiani si è già ben fissato il desiderio per l’uomo forte e il disprezzo nei confronti di politici e politicanti.

sabato 27 giugno 2020

Thomas Lavachery - Tor e gli gnomi


Delizioso questo libretto del belga Thomas Lavachery (anche autore delle illustrazioni) che racconta la favola di un bambino di otto-nove anni, Tor di Borgisvik, che non riesce a pescare nulla nel lago per colpa di un farfajoll, uno gnomo d’acqua dolce che si diverte a spaventare i pesci. Il padre e lo zio (due tipi che esclamano rispettivamente «Chiappe d’orso!» e «Faccia d’alce!») sanno cosa fare: far cadere nelle acque del lago i frammenti di una bottiglia di melassa contenente trifoglio nero, olio di foca, miele e burro rancido. Ovviamente il povero farfajoll emerge morente, attirando la rabbia dei paesani. Il povero Tor però lo salva di nascosto, assicurandosi l’amicizia del popolo degli gnomi e il loro soccorso quando, un anno dopo, si trova a mal partito con uno sciame di vespe. Oltre al tono favolistico, il libretto conquista grazie al messaggio di nobiltà d’animo da tenere sempre ma soprattutto a una visione non manichea delle creature del folklore. Lo gnomo di montagna che salva Tor dalle vespe rivendica infatti la sua natura natura e subdola: «Adoriamo giocare brutti scherzi e fare del male, ah ah ah! Passiamo il tempo a mandare in bestia gli umani… eccetto quando sono nostri amici».

domenica 21 giugno 2020

Antonio Scurati - M. Il figlio del secolo

Il duce vende sempre, come prova M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (M sta per Mussolini), che ha venduto centinaia di migliaia di copie e ha addirittura vinto il Premio Strega. E questo nonostante le critiche feroci di Ernesto Galli della Loggia, secondo cui conterrebbe dieci mostruosi errori e incongruenze che riscriverebbero la storia. Il problema è sempre quello contestato a Saviano: è possibile romanzare il male e mettere pathos nella fiction con il rischio di creare falsi miti? A ben guardare la letteratura vorrebbe riflettere problematicamente proprio su questo, poi si può discutere se quella di Scurati sia letteratura. Il suo è un librone di oltre 800 pagine che, oltre a porsi come il primo capitolo di una trilogia, racconta la conquista del potere da parte di Mussolini dal 1919 al 1924 e racconta il fascismo dal di dentro, dal punto di vista dei carnefici, fin dalle prime fallimentari elezioni del Dopoguerra quando i Fasci di Combattimento si presentarono con una granata come simbolo. Scorrono una marea di personaggi di quegli anni, come Nicola Bombacci, Cesare Rossi, Amerigo Dùmini, Albino Volpi, Italo Balbo, Roberto Farinacci (autore della massima «Se non è sufficiente la scopa, si adoperi la mitragliatrice»). Per questo non è un romanzo storico in senso tradizionale ma storico-documentario, cioè un romanzo che mette in scena solo personaggi e fatti storici attraverso i documenti diretti (articoli de “Il Popolo d’Italia”, stralci de “L’Avanti”, testimonianze dirette). Scurati racconta il Mussolini grande istrione, attore e mentitore, ma non in chiave macchiettistica e caricaturale come troppo spesso è stato fatto: nella sua narrazione il duce è un uomo vuoto, capace di approfittare di ogni situazione per la sua mancanza di idee e di principi («Il programma di San Sepolcro? Soltanto un pezzo di carta») ma anche di lealtà e fedeltà (tradisce tutti, a cominciare da se stesso: basti pensare che all’inizio era dannunziano ma poi fa un accordo con Giolitti per far sparare su D’Annunzio), tanto da dire di sé «Io sono l’uomo del “dopo”», cioè l’uomo che intuisce l’umore del popolo, che fiuta l’aria che tira e che cavalca l’onda. Lo ha fatto sempre, tanto che la virata totalitaria a conclusione del caso Matteotti sembra la naturale conseguenza di questo atteggiamento.

Scurati restituisce a Mussolini il genio politico che ne fa il prototipo di ogni leader populista («Si tratta solo di fomentare gli odi di fazione, di esasperare i risentimenti. Nulla, allora, sarà precluso. Non c’è più né sinistra né destra. Si devono solo alimentare certi stati d’animo che affiorano in questo crepuscolo della guerra»), non un genio del male venuto fuori dal nulla ma un personaggio perfettamente inquadrato in un contesto di persone deluse e disposte a rinunciare alle proprie prerogative democratiche in cambio di sicurezza (Gabriele D’Annunzio che definisce la classe politica del parlamento una “casta”, l’adesione al fascismo dei piccoli borghesi, dei commercianti e dei funzionari che si sentono impoveriti e minacciati dallo “straniero” socialista). Scurati racconta la violenza connaturata a quegli anni, le rivendicazioni di un Paese reduce dalla trincee, la delusione del Congresso di Versailles, il fascino maligno e brutale dello squadrismo guerriero, l’avventura di D’Annunzio a Fiume, le agitazioni del biennio rosso (le fabbriche occupate da operai armati, le leghe contadine che decidono quante e quali terre coltivare), la complicità di liberali e imprenditori, l’appoggio del re (che ritirò lo stato d’assedio che aveva già firmato), la miopia del partito socialista colto da una vera e propria “nevrosi” scissionista. Quel che è certo è che non esiste, per Scurati, un fascismo di alti ideali e poi di tradimento di quegli ideali, visto che la storia del fascismo è stata sempre all’insegna della violenza fin dal principio.

Dal punto di vista stilistico, Scurati alterna il documentario e la retorica d’epoca, con una strizzata d’occhio alla prosopopea dannunziana; di certo non si fa mancare nulla, dalle bestemmie alla poetica del “sangue e merda” come Thomas Prostata di Mai dire gol (lo scrittore pulp, molto pulp, pure troppo). Come nel caso dell’idea dell’olio di ricino di Italo Balbo: «Si afferra un indomito socialista, gli si caccia in bocca un imbuto, lo si costringe a bere un litro di lassativo. Poi lo si lega al cofano dell’auto e lo si porta in giro per il paese mentre scorreggia, sfiata, si caca addosso. Un rimedio a basso costo, senza spargimenti di sangue, senza minaccia di arresti. Impossibile non ridere. E poi il tragicomico ha altri vantaggi. Impedisce alla vittima di diventare in martire perché la vergogna scaccia il cordoglio: non si può dedicare un culto a un uomo che si caca addosso». Inoltre, insiste volutamente sul legame tra fascismo e sesso, con il sesso ambito di esercizio della violenza fascista. Spassosa però la “sindrome del cappello” che contraddistingue i rapporti di Mussolini e le donne: «No, nessuna donna potrà vantarsi di essere uscita soddisfatta dalla sua intimità. Non appena le ha possedute – cosa di per sé rapidissima – lui sente il bisogno prepotente di rimettere il cappello sulla testa».

sabato 20 giugno 2020

Ivan Canu e Benedetta Lelli - Il mondo di Tolkien

Non è un libro da un podcast sulla piattaforma Storytel in otto puntate, un documentario davvero completissimo su J.R.R. Tolkien con particolare riguardo a Lo Hobbit e ovviamente al Signore degli Anelli. Scritto da Ivan Canu e Benedetta Lelli, si intitola Il mondo di Tolkien e annovera la voce di moltissimi specialisti: il grande filologo Tom Shippey, i cattolici Andrea Monda, Paolo Gulisano e Saverio Simonelli, il curatore della prima edizione italiana del Signore degli Anelli Quirino Principe, presidente dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani Roberto Arduini, il traduttore Luca Manini, l’ecologista Patrick Curry, la scrittrice Licia Troisi e Wu Ming 4. Gli argomenti trattati sono la vita di Tolkien, la sua carriera universitaria, l’amicizia con C.S Lewis, gli Inklings, la passione per le lingue che lo portava a creare prima le lingue dei popoli e dei personaggi che poi le avrebbero parlate, i personaggi e i loro modelli di partenza (per approdare a esiti nuovi), la passione per le saghe nordiche, la geografia cesellata nel dettaglio della Terra di Mezzo, l’interpretazione dei personaggi femminili (che ci sono e sono molto complesse, alla faccia di chi parla di un autore misogino e maschilista), il ruolo di iniziatore del genere fantasy per centinaia di epigoni, la spinosa questione dell’appropriazione dell’autore da parte di determinate frange politiche (la destra in Italia, gli hippie negli Stati Uniti). Ma grande spazio viene dedicato anche ai grandi disegnatori alle prese con Il Signore degli Anelli, per esempio Alan Lee e John Howe, che con il loro lavoro hanno ispirato la saga cinematografica di Peter Jackson. Soprattutto, è un podcast che prende Tolkien seriamente, che è capace di “raccontarlo” ai profani e di rifletterci sopra in maniera seria anche per i più esigenti, senza disprezzare il fandom ma anzi combattendo la critica di “letteratura d’evasione” che viene irrimediabilmente rivolta a questo autore. Addirittura, si cita Nightfall in Middle-Earth dei Blind Guardian, riferimento per i concept album tolkieniani. Magari scoprirete che il 3 gennaio ricorre il Tolkien Toast, un brindisi al compleanno del professore; che il 25 marzo è il Tolkien Reading Day, durante il quale si leggono ad alta voce passi e brani delle sue opere; e che il 22 settembre invece è lo Hobbit Day, il giorno del compleanno di Bilbo e Frodo Baggins. C’è sempre una buona occasione per celebrare Tolkien, anche un podcast.