domenica 26 maggio 2019

Arto Paasilinna - Il migliore amico dell'orso

Era metà ottobre quando ho letto La prima moglie e altre cianfrusaglie e, neanche il tempo di posare il libro (o meglio, il Kindle), ho appreso della scomparsa di Arto Paasilinna. Ci sono rimasto davvero male, avendo maturato per questo scrittore un’autentica venerazione. La sua simpatia, il suo umorismo, la sua follia e soprattutto la sua grande scrittura mi hanno conquistato, e senza di lui il mondo è un luogo più triste. Il miglior modo per ricordarlo è leggere questo Il migliore amico dell’orso, geniale favola sul reciproco ammaestramento ai valori della vita tra un pastore protestante e un orso. Sembrerebbe una banalità animalista ed ecologista, ma non lo è affatto. Il pastore protestante in questione è Oskari Huuskonen, uno stramboide fedifrago, ubriacone e insofferente alla gerarchia, a cui viene regalato un cucciolo di orso per il giorno del suo cinquantesimo compleanno da parte dei suoi parrocchiani con la segreta speranza che, crescendo, l’animale si mangi lui e l’insopportabile moglie. L’altra speranza è risparmiare sulla colletta, visto che l’orso è un trovatello essendogli morta la madre arrostita su di un traliccio dopo avere divorato un pranzo di nozze e aver azzannato la sua organizzatrice che, per sfuggire all’animale, si era rifugiata sui fili dell’alta tensione. L’orso, chiamato Satanasso per l’espressione pronunciata dalla moglie per lo stupore, fa deflagrare l’equilibro di vita di Oskari, già in crisi con la sua fede e il suo matrimonio: il pastore infatti si mette a praticare il lancio del giavellotto in verticale da dentro un pozzo e trafigge il suo vescovo, si lascia andare a riflessioni su Gesù come rivoluzionario bolscevico, ammette la sua realtà di peccatori nei sermoni. Inoltre, partecipa a un progetto dell’università e allestisce una tana per il letargo dell’orso nel giardino di una vicina e lì si apparta con l’amante, l’affascinante etologa Sonja. Credendo di ricevere messaggi divini da una comunità aliena per la realizzazione di un sincretismo senza dogmi fra tutte le religioni del mondo, Oskari decide di intraprendere insieme all’orso un viaggio che lo porterà in giro per l’Europa, dal Mar Baltico al Mediterraneo, passando per il Mar Nero, occasione per contrattempi inaspettati (la rissa al concilio interconfessionale tra sacerdoti, pastori, rabbini e mullah) e incontri bizzarri con personaggi matti ed eccentrici (il venditore di saune finlandesi nel Mediterraneo!), il tutto all’insegna dell’iconoclastia e del grottesco in perfetto stile Paasilinna che getta uno sguardo ironico, beffardo e amaro sull’illogicità e la tragicommedia della vita, sempre volto a ironizzare sulle caratteristiche negative della società finlandese (l’alcolismo, il suicidio, l'odio per la Russia). Nel frattempo l’orso acquista una serie di competenze inattese per avvalorare le evoluzioni spirituali del suo padrone (stira camice, porta le valige, serve in tavola, prepara cocktail e vain bagno come un umano), fin quasi a divenire lui stesso un compagno umano, in una sorte di educazione del buon selvaggio con l’animale che si trasforma in (quasi) perfetto gentiluomo capace di sbrigarsela in ogni faccenda domestica e difficoltà relazionale, perfetto contraltare di un uomo che, nel suo risveglio animalesco dei sensi, perde completamente il lume della ragione («Un prete ubriaco neanche Dio può farlo tacere»). Paasilinna ci mancherà più di quanto potete immaginare.

domenica 5 maggio 2019

Michael Swanwick - La figlia del drago di ferro

I draghi sono creature sempre interessanti, anche se sono biomeccanici, di ferro e a vapore. È il caso de La figlia del drago di ferro di Michael Swanwick, di cui avevo già letto Gli dei di Mosca qualche anno fa trovandolo molto bello. A parlarne bene nel nostro Paese sono stati come sempre il Duca di Baionette (la cui collana Vaporteppa ha per l’appunto pubblicato Gli dei di Mosca) e Chiara Gamberetta, quindi una garanzia di affidabilità. Eppure, è bene precisare che ci troviamo di fronte a una lettura impegnativa e strana, non solo per la sua spiccata propensione al weird: Swanwick parte dal presupposto che il Piccolo Popolo del folklore si sia evoluto verso l’utilizzo del metodo scientifico e immagina un mondo alternativo dominato dagli elfi, i cui signori si contendono il pianeta, in mezzo a tutte le altre creature fantastiche: fate, gnomi, goblin, orchi, troll, fauni, ragazze libellula, gargoyle di pietra e altre creature antropomorfe dotate di becco, zanne, ali e altri arti, perfino i magri notturni di lovecraftiana memoria; gli umani, l’unica razza non nativa di questo mondo, sono invece prigionieri rapiti alla loro realtà (la nostra). Tutte queste creature sono ciniche, crudeli, egoiste e sessualmente affamate, e mantengono comunque le loro caratteristiche magiche: la magia non è abbandonata, anzi, è connessa alla fisica (comprensiva di campi magnetici) e basata sulle maledizioni e sulle predizioni basate sul sangue. C’è anche l’alchimia, che è connessa alla chimica e si studia all’università, esistono i portali magici, mentre le streghe del villaggio consigliano alle giovani donne le tecniche di contraccezione. Nel mondo ci sono i grattacieli, gli attici, le fabbriche, l’elettricità, la televisione, le sigarette e i centri commerciali (al cui interno il tempo va a rilento); gli adolescenti sniffano strisce di “polvere fatata”, alcune razze sono ghettizzate, sui muri sono impressi graffiti comunisteggianti “elfi, andate in malora!” e “potere ai nani” con un paio di martelli incrociati sotto. Senza contare che si tratta di una società perversa e violenta, con tumulti e agitazioni pubbliche, combattimenti fra nani, spettacoli pornografici per feticisti dei troll e sacrifici cruenti: valgano per tutti il rituale della Decima, la soppressione violenta di un decimo di tutto (studenti, drogati, negozi, palazzi, libri), e quello della regina di vimini, titolo che permette alla ragazza che lo consegue di poter vivere per un anno come una vera celebrità, apparendo in televisione e ai concorsi per poi venire uccisa nel corso di uno spettacolo pubblico in un’arena. Il tutto in base al volere di una misteriosa e crudele Dea, il cui agire è inconoscibile e insondabile. Per soprammercato, troviamo anche la reincarnazione. Ci troviamo al cospetto di un romanzo a metà strada fra lo steampunk e l’urban fantasy, che rappresenta senza dubbio una nuova interpretazione del fantastico ma che risulta forse troppo metaletterario e autoconsapevole: non sappiamo in che mondo siamo, ma le connessioni alla nostra realtà sono veramente troppe, visto che esistono generi musicali come il rap e l’heavy metal, qualcuno indossa un completo italiano e si usano espressioni francesi, senza che nel romanzo l’Italia o la Francia esistano. La vicenda è incentrata su Jane, una changeling, una bambina scambiata che vive segregata in una fabbrica di draghi con altri bambini di ogni razza fatata tenuti in schiavitù. Si imbatte in Melanchton, un drago scartato e arrugginito destinato alla demolizione, di cui subisce il fascino accettando di divenire la sua pilota. Grazie a lui riesce a fuggire e in qualche modo ad affrancarsi: la ritroviamo a scuola e poi all’università, alle prese con i ragazzi, le prime amicizie e le rivalità che si vengono a creare, il vizio e la corruzione. E poi c’è il sesso: per governare Melanchton, Jane deve restare vergine, poi però la ragazza (mossa dalle pulsioni dell’adolescenza) scopre che i rapporti sessuali fanno funzionare meglio i processi alchemici attraverso rituali esoterici che ricordano molto i riti della fertilità studiati dagli antropologi (addirittura, nel mentre Jane può parlare alla sua madre umana in visione). È qui che si vede la vera natura di romanzo di formazione alla Dickens, con la classica trovatella che deve crescere in fretta e imparare ad adeguarsi al mondo che le sta intorno, vivendo ogni volta dei traumi emotivi della crescita. Purtroppo la storia è difficile da seguire, sia per i salti temporali operati dall’autore, sia per la scelta di non spiegare mai di cosa si sta parlando in base a un’applicazione estrema del principio “Show, don’t tell”: in questo modo personaggi, ambienti e situazioni vengono solo vagamente tratteggiati, risultando confusi e lasciando il lettore sgomento e spaesato. Sarebbe però un errore bollare La figlia del drago di ferro come un fallimento: ci sono delle idee bellissime, a partire da quella che la conoscenza del vero nome delle cose e delle persone sia la chiave per possedere il funzionamento di un meccanismo e la vita degli altri; l’awen, l’ispirazione poetica che pervade il corpo di chi ne è posseduto; l’Orologio del Tempo, che accelera in un colpo il ritmo della vita di chi lo oltrepassa; la civiltà dei meryon, instancabili microtecnici e maestri di bricolage, creature con sei gambe delle dimensioni delle formiche che sono il risultato della degenerazione (durata eoni) dei folletti; il libraio che preferisce morire che vendere i libri della sua collezione («Meglio bruciare insieme che sopravvivere e dimorare nel cadavere della mia amata, costantemente circondato da promemoria della sua precedente bellezza»). Dove invece il romanzo spicca è il rapporto tra Jane e Melanchton: i draghi di Swanwick sono delle creature malvagie che mantengono sempre la loro natura di macchina da guerra e conservano un desiderio di vendetta nei confronti dei mortali che li comandano con la magia; accettano però di essere governati da un pilota, a patto che abbia almeno una parte di sangue umano, e infatti possono vivere solo in una sorta di simbiosi con il loro pilota, conducendolo un po’ per volta verso il male più assoluto (e infatti il nichilismo di Melanchton si fa strada in Jane). Narrativamente ha dei difetti, ma come creatore di mondi Swanwick è veramente degno di nota.

giovedì 2 maggio 2019

Kumo Kagyu, Kousuke Kurose - Goblin Slayer

Non sono mai stato un grande lettore di manga ma non disdegno qualche capatina nel genere. Mi sono letto in un fiato i 15 capitoli (ignoro se ce ne siano altri) che compongono Goblin Slayer, recente serie di Kumo Kagyu (testi) e Kousuke Kurose (disegni) che ha fatto parlare di sé e ha prodotto anche un anime: siamo nei reami del dark fantasy, e fantasy in senso occidentale, attenzione, non giapponese, quindi scordatevi i costumi strani ed esotici, le maid e i maggiordomi. L’ambientazione è proprio il fantasy tradizionale con gli elfi dei boschi, insomma quello di derivazione tolkieniana, o sarebbe meglio dire all’americana, alla D&D. Ed è proprio Dungeons & Dragons l’universo di riferimento: l’intero manga sembra una lunga sessione di gioco, con i vari moduli di avventura messi in fila, con il party di avventurieri e tutto il resto. Gli stessi personaggi parlano apertamente di colpi critici, effetti delle pozioni, stanchezza e numero di incantesimi rimasti. Addirittura, la storia prende avvio in una gilda degli avventurieri, frequentata ogni giorno da campioni che prendono in carica le missioni dalla bacheca o rispondono agli annunci dietro promessa di una ricompensa (in esperienza e denaro), con tanto di personale addetto come in ogni ufficio burocratico che si rispetti. Gli stessi avventurieri sono suddivisi in ranghi, in base a una targhetta che viene loro conferita a certificazione del loro status, dall’infimo (la porcellana) al più inarrivabile (il platino). Nonostante questo, però, è bene chiarire che i giapponesi ricordano sempre di essere giapponesi, quindi aspettatevi di trovare assurdità come gli spadoni, le decapitazioni sanguinolente e una maga tettona con un cappello assurdo che dice una frase ogni dieci minuti. La differenza è che il tono del manga è molto oscuro, con stupri, nudità, violenze e momenti splatter e disturbanti, molto diversi dal fantasy plasticoso e pacioccoso che ci si potrebbe aspettare, e per questo qualcuno ha parlato di un nuovo Berserk (altro manga medievale molto violento), anche se a sproposito. La storia si apre con una giovane sacerdotessa che si aggiunge a un party di avventurieri sprovveduti a caccia di goblin, che tuttavia si trova molto presto in pericolo; giunge in loro aiuto l’eroe eponimo, Goblin Slayer, un guerriero che ha votato la propria esistenza al massacro dei goblin e vive per compiere in pieno questa sua missione, a qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo. È dotato di un armamento brutto da vedere ma estremamente efficace, e non lo vedremo mai in volto, perennemente coperto da un grosso elmo a gabbia, nemmeno nei due unici casi in cui se lo toglie. Procedendo nella lettura, scopriamo le motivazioni che l’hanno spinto a prendersela contro queste creature e anche il luogo in cui ritorna per rifocillarsi e rimettere in sesto il proprio equipaggiamento, dove vive l’amica d’infanzia sfuggita alla distruzione del loro villaggio quando erano bambini. Il nostro è talmente preso dai goblin che snobba l’impegno a battersi contro un’armata del male costituita da terribili demoni che sta per abbattersi sugli abitanti del mondo; si unisce però, sempre affiancato dalla sacerdotessa, a un party formato da un uomo-lucertola sciamano (con un debole per il formaggio), da un’elfa arciere e da un nano stregone. I personaggi non vengono mai chiamati con il loro nome, ma sempre con il nome della loro razza o della loro classe; resta la tradizionale rivalità tra elfi e nani (che continuano a punzecchiarsi), così come il pane elfico stile lembas del Signore degli Anelli e le sparate ottuse del nano («Sono un nano! Su metallo, pietre e vino sono un’autorità!»), mentre è carino l’espediente di far chiamare il protagonista dall’elfa con termine tratto dalla sua lingua (“orcbolg” e dal nano con un’espressione tradotta dal nanico (“Tagliabarbe”). La sacerdotessa, ovviamente buona e gentile, è il classico personaggio femminile timido e bisognoso di aiuto e sostegno, ma allo stesso tempo leale e coraggioso quando la situazione lo richiede. Le vicende vedranno questo composito party combattere contro masse di goblin, un orco e un signore dei goblin, e radunare contro quest’ultimo e la sua legione tutti gli avventurieri della gilda per salvare la sua amata fattoria: la classica idea del costituire un’alleanza contro il nemico comune, in cui ognuno può mettere in campo il proprio coraggio (con tanto di citazione: uno dei personaggi è uguale a Gatsu di Berserk). Sembra che inizi un’evoluzione psicologica del personaggio, ma 15 capitoli sono troppo pochi. Dal canto loro, i goblin sono esseri del tutto malvagi che agiscono in base alla pura violenza e che attaccano in gruppo, dedicandosi al massacro, allo stupro incontrollato e alle torture; nonostante questo, sono considerati di basso rango e vengono pertanto snobbati dalla maggior parte degli avventurieri, che preferiscono dedicarsi a mostri più remunerativi. Purtroppo, l’ambientazione resta sempre approssimativa e non va al di là di uno stereotipato Medioevo agricolo: non c’è una costruzione di mondo, non si sa in che paese siamo, ci sono solo le città, le campagne e dei personaggi che sembrano pacifici. Interessante il particolare delle divinità che giocano a dadi con i destini gli uomini, un po’ sulla falsariga dei primi volumi del ciclo del Mondo Disco di Terry Pratchett: siamo solo pedine nelle mani degli dei, ma la particolarità del nostro eroe è che nel suo caso non lascia che gli dei tirino al posto suo, ma lo fa lui stesso.

martedì 30 aprile 2019

Marco Bellinazzo - I veri padroni del calcio

Si ha un bel parlare ai bambini dei valori dello sport e della poesia della competizione, quando in realtà il calcio è marcio. Ci aveva già pensato il recente Uccidi Paul Breitner di Luca Pisapia, che senza particolari remore faceva brandelli di ogni narrazione consolatoria e diceva non esiste contraddizione fra calcio, potere e capitalismo: non è mai esistita un’epoca felice delle origini da contrapporre a quello moderno, perché da sempre il calcio è strumento di potere e in questo senso nasce moderno. Rimarca lo stesso concetto questo I veri padroni del calcio di Marco Bellinazzo, giornalista de “Il Sole 24 Ore” esperto di calcio e business, che sin dalle prime battute è chiarissimo: «Il football è sempre stato per natura “politico”, la sua vocazione popolare e la sua intrinseca capacità di radicarsi tra le passioni più profonde degli individui ne fanno qualcosa di ontologicamente politico. Il Ventesimo secolo è stato lastricato di prototipi di questo connubio, dalla Nazionale italiana bicampione mondiale negli anni trenta, dominata dal regime fascista, alla Coppa del Mondo del 1978 in Argentina sfruttata per osannare la dittatura dei generali. Negli anni novanta, poi, la manipolazione del calcio come strumento di partiti o movimenti ha avuto manifestazioni eclatanti, dal rincorrersi dei successivi sportivi del Milan, con le affermazioni di Forza Italia e di Silvio Berlusconi, alla ex Jugoslavia, dove il tifo ha fatto da incubatore ai radicalismi nazionalistici». Il libro è quindi una riflessione sul valore politico ed economico del calcio, uno dei grandi affari del mondo globalizzato che sposta miliardi e potere e cambia gli assetti globali. Non è un caso che per un Paese sia più importante essere riconosciuto dalla Fifa che dall’ONU: sembra una forzatura, ma non lo è. La Fifa (che ha più Stati membri dell’ONU) è un’organizzazione in grado di dare legittimità a nuovi Stati (Kosovo, Sud Sudan) e territori in cerca di autonomia o contesi (Gibilterra). La stessa Palestina, che siede all’ONU come Stato osservatore dal 2012, è stata ammessa alla Fifa già nel 1998. Questo è possibile anche e soprattutto in virtù del potere che il calcio ha di creare: al suo imprimatur ambiscono minoranze etniche, linguistiche e popoli senza Stato. Ed è per questo che chi controlla il calcio controlla il mondo, non solo per la spartizione della torta derivante dalla vendita dei diritti televisivi: ne sanno qualcosa Blatter e Platini, forse rappresentanti di un governo troppo autoreferenziale e non al passo con i tempi, caduti per ingerenza dell’FBI americana al fine di punire gli illeciti commessi (presunti, dal momento che non sono stati condannati da alcun tribunale ordinario). Lo sport è sempre stato una leva formidabile di soft power e un veicolo di legittimazione per i regimi politici, a livello sia nazionale che internazionale. Figuriamoci l’organizzazione di una Coppa del Mondo, che rappresenta la consacrazione di un Paese, oltre che un volano per la sua economia, come rappresenta l’assegnazione dei Mondiali dal 2018 al 2030 alle grandi potenze che stano colonizzando il calcio: Russia, Paesi del Golfo (Qatar), Stati Uniti e Cina. La corposa e dettagliatissima analisi (in primo luogo economica e finanziaria) di Bellinazzo passa in rassegna non solo l’affermazione di queste nuove potenze che stanno colonizzando le principali leghe europee (e non solo) grazie all’acquisizione di sponsorizzazioni e proprietà di club, ma anche i conflitti fra Ucraina e Russia, il ruolo degli oligarchi, la guerra del doping fra Stati Uniti e Russia, gli hackeraggi russi e l’elezione di Donald Trump, la guerra in Siria e il ruolo della Turchia, lo scontro tra sciiti e sunniti, gli attacchi dell’Isis agli stadi, il Sudamerica attraversato dalle contrapposte spinte peroniste e americaniste: tra petrodollari, rubli e yuan, è possibile tracciare un filo rosso nelle trame di eventi apparentemente distanti fra loro per dimostrare che sempre più il calcio si è intrecciato alle vicende belliche che hanno funestato lo scacchiere geopolitico, fino al punto di poter parlare di una vera e propria geopolitica del calcio (come prova il recente allargamento del mondiale a 48 squadre da parte del nuovo presidente Infantino, con più posti riservati ad Asia, Africa e Nord America). E poi uno si stupisce che Inter e Milan siano state acquistate dai cinesi: il passaggio di consegne da parte di Moratti e Berlusconi rappresentano la fine di un’epoca, quello del mecenatismo familiare, a favore di un nuovo modello più dedito alla speculazione finanziaria. Il capo del partito comunista cinese Xi Jinping sembra aver capito tutto: niente come il calcio incarna «valori e modelli politici, coniugando attività sportiva, impresa, patriottismo, aggregazione sociale, influenza internazionale».

giovedì 25 aprile 2019

Johan Cruyff (con Jaap de Groot) - La mia rivoluzione

È stato uno dei più grandi calciatori di sempre, il Pelè bianco, simbolo di un’intera generazione e di un calcio, quello degli anni Settanta, ormai irripetibile, portatore di una nuova mentalità (a livello di gioco e di stile) che ha fatto epoca e ha cambiato questo sport per sempre. Perché non bisogna dimenticare che è stato anche allenatore, tra i più grandi e vincenti, le cui influenze durano tutt’oggi (qualcuno ha detto Pep Guardiola?). Johan Cruyff (o Cruijff?) è stato tutto questo, come dimostra quest’autobiografia La mia rivoluzione, uscita postuma dopo la sua morte all’inizio del 2016 e affascinante racconto di una vita da parte di un uomo ormai prossimo alla fine per colpa di un cancro ai polmoni. Lo ha scritto Jaap de Groot, giornalista del “Telegraaf”, che ha sbobinato e sistemato le conversazioni avute con Cruyff negli ultimi mesi di vita. È un libro strano e che qualcuno potrebbe reputare insoddisfacente, ma comunque in grado di comunicare il carattere e le caratteristiche del personaggio. Basti pensare al folgorante incipit, che esprime l’idea che, anche se non si ha nulla, partendo da zero si può diventare qualcuno: «Non ho titoli di studio, tutto ciò che so l’ho appreso dall’esperienza». In copertina il nostro è immortalato con l’iconica maglietta arancione della nazionale olandese, rimasta nella memoria per l’incredibile mondiale del 1974 perso in finale contro la Germania Ovest di Beckenbauer dopo aver incantato il mondo con un gioco mai visto prima e passato alla storia con il nome di “calcio totale”. Quell’Olanda era l’Ajax, la squadra che più ha rivoluzionato il calcio nel Dopoguerra e quella che, come ha detto Federico Buffa, «ha giocato un calcio mai pensato prima», dove Cruyff rimase fino al 1973, vincendo tre Coppe dei Campioni prima di andarsene in modo burrascoso: nella scelta del capitano i suoi compagni gli votarono contro (sì, in quell’Ajax i giocatori votavano il proprio capitano) e Cruyff la prese come un tradimento, perché lui i compagni li considerava innanzitutto come degli amici (ci sarà da credergli?), chiamò il suocero, Cor Coster, commerciante in diamanti e pioniere del mestiere di agente dei calciatori, e si trasferì al Barcellona, dove vinse il titolo e rifilò un 5-0 a domicilio al Real Madrid. Fu Coster a divenire il suo procuratore e a curare i suoi affari: a Barcellona poté guadagnare molto di più, visto che in Olanda pagava il 70% del suo stipendio in tasse. Il libro inizia però con l’infanzia del protagonista, a partire dal padre, morto quando Johan aveva 12 anni, che aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro: sfidava i clienti a chi resisteva di più guardando il sole, si copriva con una mano l’occhio buono e intascava la scommessa. E poi il patrigno, chiamato “zio Henk”, e l’arrivo all’Ajax, nel cui stadio la madre faceva la donna delle pulizie, nonostante il piccolo Johan avesse i piedi piatti. Il libro tratta poi la convinta adesione all’indipendentismo catalano, tanto da chiamare il figlio Jordi e non Jorge («Quando arrivai a Barcellona, il mio atteggiamento era quello di un olandese, mi comportavo come se fossi ad Amsterdam. La mia era la generazione dei Beatles, ragazzi del dopoguerra che volevano essere liberi e rompere con il passato. Un approccio che cozzava con la situazione in Catalogna»), la mancata partecipazione ai mondiali di Argentina 1978 a causa di un fallito tentativo di rapimento ai danni della sua famiglia e della necessità di stare accanto ai propri cari, il ritiro dal calcio giocato poco dopo la trentina e il ritorno in campo (per aver dilapidato una fortuna in investimenti immobiliari sbagliati e in un allevamento di maiali) in America, nella North American Soccer League (la mitica NASL), prima nei Los Angeles Aztecs, poi nei Washington Diplomats. Quindi il ritorno all’Ajax e la ripicca di chiudere la carriera con i rivali del Feyenoord (in entrambi i casi cinse campionato e coppa nazionale), la nuova carriera da allenatore con il ritorno dell’Ajax a una vittoria europea (la Coppa delle Coppe del 1987), il passaggio al Barcellona e una nuova lunga serie di successi, l’impianto di due bypass per ostruimento delle arterie coronariche all’inizio del 1991, la vittoria della Coppa dei Campioni del 1992 in finale contro la Sampdoria di Vialli e Mancini grazie a una punizione di Ronald Koeman, la fine della carriera da allenatore e l’impegno nella beneficienza. L’approccio è quello di un uomo sempre proteso al futuro e alle nuove sfide che si presentano, senza indugiare troppo sul passato, incensando poco le proprie vittorie e sorvolando sulle sconfitte (alla finale di Champions League del 1994, quando il Barcellona perse 4-0 con il Milan di Capello, non vengono riservate neanche dieci righe, e non diverso è lo spazio riservato alla sconfitta in finale di Coppa delle Coppe del 1991 contro il Manchester United), e per questo dico che qualcuno potrebbe rimanere deluso se si aspetta una ricostruzione nostalgica o ricca di aneddoti. Anche sulla finale del 1974 persa contro i tedeschi, il nostro tende a minimizzare un po’, ma fa comunque autocritica: «Se li avessimo temuti anche solo ma metà di quanto facemmo con il Brasile, probabilmente il risultato finale sarebbe stato diverso. Ma dopo il 2-0 contro i brasiliani eravamo così euforici e soddisfatti da sottovalutare la partita successiva». Grande spazio è riservato ai litigi, ai rancori e alle incomprensioni, onnipresenti nella sua carriera e riguardanti anche amici come il suo allenatore Rinus Michels e il suo pupillo Marco Van Basten, ma soprattutto con l’Ajax, squadra con cui visse un rapporto sempre caratterizzato da luci e ombre (due volte da giocatore, una da allenatore e altre da consulente), sempre a causa di divergenze di vedute su stipendio, programmazione, mercato e crescita dei giovani. Cosa importante, la rivoluzione di Cruyff non riguardò solo il gioco, ma anche il ruolo del calciatore e la sua valenza economica: fu sua moglie Danny a trasformarlo in un divo, curandone il look dal taglio dei capelli al vestiario, mentre fu il suocero Cor Coster ha introdurre il concetto di gestione economica dei calciatori e di sfruttamento della propria immagine in senso moderno. Ai mondiali del 1974 la maglia dell’Olanda aveva sulle spalle le famose tre strisce dell’Adidas (con la quale la federazione olandese aveva stipulato un contratto di sponsorizzazione), ma nel caso di Cruyff divennero due per non scontrarsi con la Puma che era l’unica a poter sfruttare il calciatore nel corso dei mondiali. Inoltre, Coster ebbe anche l’idea di far versare dalle casse dell’Ajax il 10% al calciatore, in quanto la gente andava allo stadio per veder giocare Cruyff. È proprio vero che il calcio di oggi inizia con quell’Ajax e con Cruyff. 

domenica 14 aprile 2019

Greta Thunberg, Svante Thunberg, Beata Ernman e Malena Ernman - La nostra casa è in fiamme

Negli ultimi mesi chiunque, a meno che non sia vissuto su Marte, ha sentito parlare della piccola e deliziosa Greta Thunberg, la ragazza svedese con le trecce e l’espressione imbronciata che, a 16 anni, ha sentito la necessità e l’urgenza di manifestare a favore del clima e per un non precisato diritto all’ambiente. Dall’agosto del 2018 salta la scuola ogni venerdì per manifestare fuori dal parlamento svedese e ha dato origine ai Fridays for Future; per questo è già stata proposta per il Nobel per la pace ed è diventata il mito attorno a cui si sono coalizzati quegli istinti anticapitalisti e antimercato delle persone impegnate che accusano chi non va in piazza a manifestare di essere conservatore, reazionario, fascista e amico delle multinazionali. Profeta del nostro tempo o ennesima arma di distrazione di massa utile alla classe dominante cosmopolita come sostiene Diego Fusaro? A questo punto si impone una riflessione: io, a 16 anni, giocavo a Sensible Soccer e il mio più grande interrogativo di vita era decidere se il più grande disco dei Queen fosse Queen II o A Night at the Opera, non certo ragionare sul clima o preoccuparmi di problematiche sociali, quindi ammetto il mio imbarazzo. Aggiungiamo poi che in questa occasione in Italia si sono raggiunti picchi di comicità involontaria, con “Il Sole 24 Ore” (giornale della Confindustria) che ha sposato la battaglia di Greta puntando il dito contro un’economia che da decenni è basata su un consumo uso e getta delle risorse naturali che chiedono un pesante tributo in termini di impatto ambientale, mentre altri giornali hanno addirittura tirato in ballo un fantomatico scontro generazionale genitori-figli, adulti contro giovani, disillusione contro speranza: forse è francamente un po’ troppo. I meme delle Più belle frasi di Osho (“’n é tanto er caldo… è l’umidità che t’ammazza” e “Sbajo o ha rinfrescato?”) hanno comunque certificato che Greta è diventata un’icona pop. Ora è arrivato anche il libro, La nostra casa è in fiamme, bel titolo allarmistico che riprende uno dei mantra della piccola svedese e che suona inquietante per il pubblico; d'altronde, ci troviamo pur sempre di fronte a quella che si presenta a tutti gli effetti come un’emergenza. In realtà, il libro non è stato scritta da Greta; o meglio, di Greta è presente una raccolta dei suoi discorsi più importanti, posta in apertura, che comprende il discorso all’ONU, quello al World Economic Forum di Davos e alcuni semplici post su Facebook. Il resto è la storia della sua famiglia, narrata in prima persona da sua madre, Malena Ernman, cantante lirica di una certa fama, che racconta la conversione ambientalista dell’intera famiglia e allo stesso tempo la lotta  (anche a livello scolastico) per le particolari esigenze delle sue due figlie: una, Greta, è affetta dalla sindrome di Asperger, l’altra, Beata, è autistica. La stessa madre è affetta da autismo e da disturbo ossessivo-compulsivo, quindi è facile immaginarsi i problemi a cui queste persone sono andate incontro dal punto di vista relazionale e comportamentale. Oltre a questa parte fortemente personale che si legge anche con un certo piacere e una cospicua dose di solidarietà umana, il libro ripete dati e frasi desunti da attivisti e scienziati e ribadisce alcuni concetti molto in voga, prima di tutto l’idea che il pianeta stia venendo distrutto dall’uomo, ma soprattutto ripropone l’ecologismo come unica grande religione del nostro tempo: ecco quindi la biodiversità minacciata, lo scioglimento dei ghiacci, l’estinzione delle specie animali, la necessità di diventare vegani, di smettere di fare shopping e di usare l’aereo. Greta denuncia l’ignavia e l’inedia dei potenti, chiede loro di prendere sul serio il problema del cambiamento climatico attraverso azioni concrete e ripropone alle istituzioni la richiesta di rispettare i limiti delle emissioni di CO2 previsti dall’Accordo di Parigi; da qui le accuse contro i negazionisti del climate change, la condanna delle politiche liberiste (Reagan, Thatcher, Trump) e i moniti sulla fine imminente (mancano 12 anni per salvare il pianeta). Una battaglia che ci vede tutti coinvolti e da cui nessuno è esente, con un messaggio molto chiaro: ognuno di noi deve responsabilizzarsi. Ovviamente, non mancano dei capisaldi del pensiero politicamente corretto oggi in voga, come il sostegno al gay pride, il femminismo e l’ostilità nei confronti del patriarcato («La battaglia per l’ambiente è il movimento femminista più grande del mondo. Non perché in qualche modo escluda gli uomini, ma perché sfida quelle strutture e quei valori che hanno creato la crisi in cui ci troviamo»), le responsabilità dei Paesi ricchi nei confronti dei Paesi povero, il senso di vergogna che l’Occidente prova per quello che ha fatto al resto del mondo. Il fatto che Greta sia affetta da Asperger fa sì che l’intera battaglia sia ammantata della retorica dell’innocente per di più malata, che trova sempre un terreno fertile per una narrazione e una retorica tossica da parte di manipolatori ben più sottili. Intanto la Mondadori si frega le mani: le mezze stagioni non esisteranno più, ma il fatturato sì.

sabato 13 aprile 2019

William Morris - Il bosco oltre il mondo

Sebbene oggi lo conoscano in pochi, William Morris è stato uno degli intellettuali più importanti della seconda metà dell’Ottocento: scrittore, traduttore, progettista, designer, editore, poeta e attivista politico, cercò di mettere in pratica le idee estetiche di John Ruskin promuovendo il movimento Arts & Crafts per rilanciare l’artigianato. Antesignano delle avanguardie artistiche del Novecento, unì sempre l’amore per il passato con quello per la natura, entrambi in netta contrapposizione alla rivoluzione industriale. Tra l’altro, le sue traduzioni e i suoi adattamenti delle leggende nordiche furono il primo modello da cui attinse J.R.R. Tolkien per la creazione del suo legendarium mitologico. La sua opera più famosa è La fonte ai confini del mondo, seguita da Il bosco oltre il mondo che ho pensato di ripubblicare con Gondolin (purtroppo nel disinteresse quasi totale da parte dei librai, segno che forse certe opere non interessano davvero più a nessuno). Romanzo di taglio favolistico, si apre nella cittadina immaginaria di Langton e segue le peripezie del giovane Golden Walter, cornificato dalla moglie e ben intenzionato a salpare per lasciarsi la vecchia vita alle spalle. Prima però ha già una visione della terra al di là del mare: una strega maligna e “Signora” della terra, una ˜Fanciulla” tenuta in schiavitù e un servitore nano abominevole e incredibilmente forte. Per Walter è come una chiamata cui è impossibile resistere: quando una tempesta spinge la sua nave ad approdare su coste sconosciute, contro ogni consiglio o ragione, il giovane abbandona i suoi compagni e parte per attraversare montagne e pianure fino a giungere al Bosco e alla Casa d’Oro (la Golden House, proprio come Golden è Walter). Qui potrà incontrare i misteriosi tre (il nano, la Fanciulla e la Signora) e un quarto incomodo, ossia l’attuale amante della Signora, il Figlio del Re, che la donna vorrebbe sostituire con Walter e che, proprio come Walter, ha messo gli occhi sulla Fanciulla. Lo scenario lascia intravedere una sovrapposizione di giochi triangolari di amore e potere, ma Walter sfida il nano, libera la ragazza prigioniera e insieme fuggono con l’aiuto delle piccole magie della Fanciulla, mentre gli altri due muoiono in circostanze misteriose. Lungo la strada, si imbattono in un popolo di bruti, gli Orsi, che sono alla ricerca di una divinità che faccia piovere per loro, e poi approdano in una misteriosa città (Muro Ripido) di cui diventa re. Il libro è del 1894 ed è parecchio strano, soprattutto per lo stile volutamente arcaico che potrebbe disorientare un po’, così come il gran profluvio di sentimentalismo. Per argomento e cura estetica si nota la vicinanza dell’autore al movimento preraffaellita (il tema della donna-fiore tipico dell’epoca), ma è notevole il fatto che Morris abbia deciso di scrivere un romanzo simile nello spirito e nella lettera a quelli cavallereschi e di ambientarlo in una terra che non esiste, un reame fatato che risponde a leggi proprie di cui il protagonista (come il lettore) è all’oscuro. La vicenda è stata letta anche in chiave simbolico-iniziatica, come il tentativo di strappare l’anima (la Fanciulla) dalle mani della ragione (la Signora) liberandosi del corpo (il nano) e di conquistare la trascendenza oltre il bosco dell’orrore: interpretazione interessante, ma che non mi convince in pieno alla luce di tutta la parte in cui Walter viene maltrattato e sedotto dalla signora, pervasa da un erotismo strisciante e lascivo che si stempera però con la censura dell’epoca. Di certo non possiamo parlare di heroic fantasy, come si è spesso fatto a sproposito, visto che il nostro eroe appare come un personaggio un po’ moscio e in balia del fascino femminile (Walter è innamorato della Fanciulla ma soggiace al fascino della Signora che lo provoca e gli si presenta più volte praticamente nuda): Walter sfugge a una vita di inganno senza particolari meriti, soprattutto grazie alla protezione e alla guida della Fanciulla, che possiede una sapienza magica legata alla sua verginità: per poterne usufruire, Walter non deve avere rapporti sessuali con lei. Tutta l’ultima parte diventa un grande elogio della castità e del saper aspettare il momento giusto, ma curiosamente prima non c’è colpa e dannazione per la caduta (il rapporto sessuale con la Signora). Si tratta piuttosto di un romanzo di formazione e della scoperta di sé del proprio posto nel mondo, come al solito attraverso il tema del viaggio: una scoperta che porterà il protagonista a conoscere la propria interiorità ma anche a vedersi riconosciuto dal punto di vista sociale, diventando sovrano di un popolo dopo aver conquistato la saggezza.