lunedì 30 marzo 2020

Arthur Conan Doyle - La nube velenosa

L’emergenza COVID-19 mi ha riportato alla mente un racconto lungo (o romanzo breve, a dir che si voglia) di Arthur Conan Doyle, La nube velenosa, da me letto una ventina di anni fa ma talmente efficace da essermi rimasto impresso. Ho quindi deciso di ripubblicato in ebook con il marchio Gondolin nell’attesa che riaprano le librerie e i tradizionali meccanismi della distribuzione tornino a funzionare (chissà quando accadrà). Si tratta di un racconto fondamentale per il pluriabusato genere catastrofico-apocalittico sugli ultimi giorni dell’umanità: dallo spazio arriva una strana nube tossica che in poche ore è destinata a cancellare la vita dal pianeta Terra avvelenando e soffocando tutte le persone che incontra sul suo cammino. Toccherà ai professori Challenger e Summerlee, al giornalista Malone (che è il narratore) e al nobile avventuriero Lord Roxton (già protagonisti del romanzo Il mondo perduto, primo capitolo del cosiddetto ciclo di Challenger) assistere da una finestra, chiusi in una sorta di camera iperbarica di fortuna nella villa in collina di Challenger, alla fine del mondo. Il burbero e barbuto Challenger, infatti, ha previsto tutto e si è premunito riunendo numerose bombole di ossigeno per affrontare l’emergenza. I nostri protagonisti vedono il mondo intorno a loro fermarsi improvvisamente: una bambinaia con la carrozzina, un calesse trainato da un cavallo, dei giocatori di golf, tutti crollano a terra stecchiti. Il contagio è inesorabile, e già nel mondo si sono registrati i primi disastri: i quattro assistono addirittura allo scontro fra due treni, non più governati dalla mano umana. Ancora oggi, La nube velenosa mantiene intatta tutta la sua attualità e continua ad ammonirci sulla portata di catastrofi improvvise che l’umanità, con tutto il proprio carico di scienza, non è minimamente pronta ad affrontare: di fronte a un contagio inspiegabile e improvviso, l’uomo si ritrova piccolo e impotente, e tutte le controversie che nei secoli hanno diviso le nazioni e i potenti sono ridotte a zero. Il racconto è del 1913, in piena epoca positivista, e acquista ancora più significato se si pensa che, a fronte di queste considerazioni, l’anno dopo sarebbe scoppiata la Grande Guerra. C’è poi la questione sul dopo epidemia, cioè su come comportarsi da unici sopravvissuti alla catastrofe: nella Londra deserta e costellata di cadaveri, però, ci si imbatte in una vecchina che è sopravvissuta grazie all’inalatore di ossigeno a causa dei suoi problemi respiratori e che ora è preoccupatissima per la sorte delle azioni della London and North-Western Railway, nelle quali ha investito tutti i suoi risparmi. Al di là dei protagonisti, alcune caratterizzazioni sono davvero riuscite, a partire dal servitore di colore Austin (“Ho fatto il mio dovere, signore…” “Io per oggi mi aspetto la fine del mondo, Austin…” “Bene, signore: a che ora?” “Non so dirlo, Austin. Prima di sera, forse…” “Benone, signore”). Una buona occasione per riscoprire un piccolo classico opera di uno scrittore straordinario, che andrebbe considerato anche al di là del solito Sherlock Holmes e del Coronavirus.

martedì 3 marzo 2020

Takashi Nagai - Il rosario di Nagasaki

Dopo I figli di Nagasaki, arriva Il rosario di Nagasaki: sempre scritto da Takashi “Paolo” Nagai, cattolico sopravvissuto all’esplosione della bomba atomica di Nagasaki (quest’anno ricorre il 75° anniversario) ma morto pochi anni dopo a causa di una leucemia. Nell’esplosione perse la moglie Midori, vaporizzata all’istante, e si ritrovò con due figli a carico, Makoto e Kayano, a cui dedicò il libro I figli di Nagasaki, vero e proprio testamento spirituale. Questo libro è molto più piccolo ma, paradossalmente, è più denso e profondo: messa da parte la componente educativa (tutti quegli insegnamenti di vita e di studio che dava ai figli) e la ripetizione di alcune tematiche (il suo ateismo e la sua fiducia nel materialismo scientista, la sua conversione), Nagai si lascia andare al ricordo di persone (il suo matrimonio, la moglie, i genitori) e di piccoli episodi di vita quotidiana, in una prospettiva intimista e garbata; ma soprattutto rievoca le immagini di desolazione, le persone che lui conosceva e che lavoravano con lui, che hanno perduto la vita nell’esplosione. Il messaggio di solidarietà e rispetto verso il prossimo è lo stesso dell’altro libro. Così Nagai non condanna l’invenzione della bomba e le ricerche sulla radioattività, anzi, loda le potenzialità di queste scoperte (che possono migliorare la vita di tutti) e cerca di comprendere le problematiche morali degli scienziati che ci hanno lavorato: il vero problema è il cuore dell’uomo e cosa lo muove. Particolarmente carino è il capitolo in cui parla dei due reduci dai campi di prigionia russa che tra di loro parlano dell’esperienza in campo di prigionia: a distanza di anni, l’unica loro ossessione è ancora il cibo e la quantità delle razioni alimentari che ricevevano. Lapidario il suo commento sul sistema sovietico: «Vivendo in territorio comunista, nessun altro pensiero ha interessato il loro spirito; infatti, la vita laggiù è organizzata in tale maniera che nessun’altra idea oltre quella del pane ha il diritto di richiamare l’attenzione. In un simile mondo, letteralmente, l’uomo vive unicamente di pane». Il rosario del titolo fa riferimento alla coroncina della moglie, ritrovata vicino ai suoi resti carbonizzati e la preghiera finale quando viene sistemata la campana della cattedrale cattolica di Urakami.

lunedì 2 marzo 2020

Luca Fumagalli - La società della Contea

Le recenti polemiche sulla nuova traduzione del Signore degli Anelli a firma di Ottavio Fatica dimostrano che il dibattito sulle posizioni politiche di Tolkien, o meglio, il tentativo di appropriarsi politicamente della sua opera sono quanto mai attuali. Nel corso dei decenni in molti hanno cercato di tirare il professore di Oxford per la giacchetta di tweed, adducendo spesso prove (secondo loro) indiscutibili: sostenitore dei franchisti durante la Guerra Civile spagnola, ecologista e ambientalista, retrivo conservatore se non proprio reazionario, antimodernista e anticapitalista, distributista sul modello di Chesterton e Belloc, precursore del sovranismo, addirittura liberale neocon fautore del libero mercato (come espresso da Hobbit Party di Jonathan Witt e Jay W. Richards). A cercare di ricostruire questo ambito di studio ci pensa l’amico Fumagalli con questo libretto La società della Contea. Appunti sulla filosofia politica di J.R.R. Tolkien, che muove sicuramente in una prospettiva cattolico-tomista (magari alla luce delle encicliche Immortale Dei e Aeterni Patris di Leone XIII) ma ha il pregio di essere aperto e attento all’effettiva realtà del dibattito internazionale, e quindi non si limita a riferirsi semplicemente ai soliti noti della critica italiana che hanno continuato a citarsi autoreferenzialmente tra di loro e hanno messo Tolkien sotto una campana di vetro di marca missina (per ragioni storiche, Il Signore degli Anelli è stato uno dei riferimenti culturali della destra).

Fumagalli non si limita certo all’aspetto sociopolitico ma ricostruisce la vicenda personale di Tolkien, la sua fede, la sua posizione critica ma rispettosa dell’aggiornamento teologico-dottrinale del Concilio Vaticano II, il suo concetto del matrimonio e del rapporto uomo-donna (che lo portarono a lanciare moniti anticipatori della liberazione sessuale del Sessantotto). Il cuore del libro è però la sua lettura del potere (rappresentato dall’Anello), che per Tolkien è una cosa sempre negativa e da evitare perfino per i santi perché negatrice del libero arbitrio: esercitando il potere fondato sull’Anello, si attua una coercizione che nega il libero arbitrio altrui e che per giunta si fonda su un potere malvagio. Ecco quindi che i saggi della Terra di Mezzo si rifiutano di usare l’Anello, lasciando al singolo la capacità di trovare dentro di sé una risposta ai grandi interrogativi del suo tempo, pur nella consapevolezza che non esistono parametri di riferimento, come evidenzia il citato Wu Ming 4: nel Signore degli Anelli «non [si] accenna né [si] allude ad alcun principio di autorità che possa fornire una pietra di paragone all’esperienza personale, […] limitandosi ad affermare che ogni volta ciascuno dovrà compiere il riconoscimento etico nel luogo e nella circostanza in cui si trova».

L’ambito più strettamente politico del libro è per forza quello legato alla Contea, letta come trasfigurazione fantastica di quell’Inghilterra rurale che Tolkien amava e che sentiva in qualche modo essere la sua vera patria («In realtà sono un Hobbit in tutto tranne che nella statura», ebbe a scrivere in una lettera). Certo, Fumagalli (che rifugge giustamente e tolkienianamente le allegorie) si guarda bene dal trattare la Contea come un’utopia o un manifesto: nonostante infatti essa abbia «parecchi elementi in comune con quelli dell’Inghilterra rurale che lo scrittore ebbe modo di conoscere e amare durante l’infanzia, prima che questa venisse distrutta dall’industrializzazione dilagante, per quanto dolce e invitante non è un’Arcadia ideale, un idillio agreste». Infatti, come per Tolkien non può esistere il concetto di Male assoluto, non può esistere il Bene assoluto, e per questo ne racconta anche le ombre, la meschinità e la piccineria dei suoi abitanti. Certo, la terra degli hobbit rappresenta uno strano mix di repubblica e aristocrazia, una comunità retta dall’autogoverno, uno stato di diritto «dove non esistono istituzioni che interferiscono con il diritto di proprietà delle persone» e si vive pacificamente in una “anarchica” assenza di leggi e polizia. Un aspetto che riflette la dichiarazione contenuta in una lettera indirizzata al figlio Christopher: «Le mie opinioni politiche tendono sempre più verso l’“anarchia” (intesa filosoficamente come abolizione del controllo, non come bombaroli barbuti) o verso la monarchia “non costituzionale». Senza dubbio Tolkien era contrario alla statolatria, al controllo dello Stato nei confronti dell’individuo, alla produzione industriale e alla meccanizzazione, a cui contrapponeva l’artigianato. Non era un sostenitore neppure della democrazia parlamentare né dell’impero britannico, e si opponeva all’arrivo di modelli di vita americani e alla massificazione dell’inglese come lingua predominante, e questo ha fatto pensare a qualcuno di leggere una sua adesione al distributismo come “terza via” alternativa al socialismo e al capitalismo, senza peraltro che ci sia mai stata la benché minima prova a sostegno di questa teoria.

Su tutto questo si innesta il concetto di “bene comune” (anche se è interessante notare come a usare questo termine nel Signore degli Anelli sia lo stregone Saruman), inteso in senso tomista e opposto «al cinismo e all’assurda complessità della modernità», riprendendo l’interpretazione di Joshua Hren in Middle Earth and the Return of the Common Good e alla luce di un «benefico dialogo tra autorità e libertà» che troverebbe il suo fondamento nel contesto feudale, nel quale «il potere è sminuzzato, diviso in un pluralità di istituti e realtà le une in concorrenze con le altre» (tesi già affrontata da Mingardi e Stagnaro in La verità su Tolkien. Perché non era fascista e neanche ambientalista). In questo senso, anche il sovrano ha l’incarico di ordinare tutte le cose in vista del bene comune, superando ogni tendenza assolutista: «per indirizzare correttamente gli sforzi dei sudditi verso un fine comune è necessaria un’autorità, qualcuno che non si faccia carico di una sintesi delle parti ma di una responsabilità verso il Bene» e garantisca il legame di mutua dipendenza («la Terra di Mezzo non è salvata dallo sforzo di volontà di un singolo deus ex machina, ma dall’impegno di una serie di personaggi che operano per il bene comune»). Per realizzare questo bene comune, a volte, è necessario disobbedire, come sottolineato dal tanto vituperato Wu Ming 4, con il quale Fumagalli sembra concordare.

A questo punto è però lecito chiedersi se non fosse il caso di osare di più, sviluppando maggiormente il ragionamento dello stesso Wu Ming 4 sulla liceità di opporsi al potere nel caso sia ingiusto come accade nel capitolo del Signore degli Anelli “Attraversando la Contea”, quando la disobbedienza all’autorità da atto individuale diventa azione collettiva e si assiste a un dibattito nel campo dei “buoni” e viene affermato un principio di fatto moderno: Tolkien non è Manzoni è non si limita ad aspettare supinamente che intervenga la Provvidenza ma sembra dire che è lecito opporsi a un potere ingiusto, pur nella decisione di usare il minor grado di violenza possibile. E ancora: è verosimile che, come scrive Fumagalli, l’esito della riflessione politica di Tolkien porti a un rimpianto del Sacro Romano Impero e della perduta società cristiana? In fondo, il fascino del Signore degli Anelli è proprio il fatto che parla a tutti, partendo dal punto di vista di un autore cristiano che racconta un mondo precristiano rivolgendosi a una società postcristiana, quasi un cristianesimo “a livello zero” capace di dire qualcosa a ognuno e di rispondere alle inquietudini della modernità.

martedì 18 febbraio 2020

Antonio Caprarica - La regina imperatrice

Prendi in mano La regina imperatrice di Antonio Caprarica e, con una copertina del genere, hai l’impressione di trovarti davanti a un romanzo d’amore stile Harmony a sfondo storico. Il sottotitolo Intrighi, delitti, passioni alla Corte di Victoria fa il resto. Niente di più errato: si tratta del più classico caso di copertina fuorviante che cerca di proporsi a un pubblico che probabilmente non apprezzerà. Infatti l’ultima opera dell’ex inviato Rai da Londra è un saggio storico camuffato da romanzo che mette in scena e fa interagire personaggi esistenti cucendo loro addosso impulsi, motivazioni e passioni, a volte inventando ma più spesso basandosi su un lavoro di ricerca documentale. Caprarica è sempre interessato a dimostrare di quanto sia complicata la vita dei reali e indugia sulla deboscia dell’erede al trono Bertie (il futuro Edoardo VII); oltretutto torna sul materiale già raccontato in libri precedenti (Il romanzo dei Windsor, Tanto sesso, siamo inglesi! e Royal Baby) e cerca di consegnarci l’affresco di un’età, quella vittoriana, che rappresenta il culmine della potenza britannica ma che è ancora un coacervo di contraddizioni: basti pensare che Londra, la capitale dell’impero, era popolata da un esercito di miserabili (70-80.000 prostitute tra lo Strand e Haymarket, secondo i calcoli di uno dei primi sociologi inglesi, Henry Mayhew, bambine comprese), e che la società era contraddistinta da un pesante antisemitismo (il miliardario ebreo Rotschild si vide rifiutare la nomina a Pari del Regno). A dominare su tutto c’è ovviamente Vittoria, regina per 63 anni e considerata la “nonna d’Europa” (nove figli e una quantità infinita di nipoti e pronipoti), curiosamente molto meno “vittoriana” dell’età a cui ha dato il nome: una donna passionale, capace di scegliersi un marito contro il parere della corte e di non farsi guidare da nessuno, in un’epoca (apparentemente) sessuofoba e (sicuramente) maschilista nella quale le donne venivano considerate poco più che uno strumento sessuale e che si vedevano riconosciuti gli stessi diritti dei. Anzi, Vittoria era molto moderna nel modo di affrontare i maschi: trattava da pari a pari con i primi ministri (il detestato Gladstone, l’amato Disraeli) e non si faceva mettere in soggezione da nessuno. Nel periodo preso in esame, dal 1870 al 1877, la troviamo però devastata dalla perdita del marito, l’amato Albert, a soli 42 anni: decide di scomparire dalla vita pubblica trovando conforto a Balmoral insieme al guardiacaccia John Brown e questo crea un enorme problema, come fa notare Gladstone (la regina è scomparsa e il regno è screditato per via del comportamento debosciato dell’erede al trono). Nel frattempo, il Paese è attraversato da fremiti repubblicani e socialisti (la Comune di Parigi è uno spettro sempre ben presente), soprattutto per la difficile situazione sociale. Ovviamente, esattamente come l’età che da lei prende il nome, anche Vittoria è un personaggio caratterizzato da molte ombre (e forse questo è l’aspetto più convincente del romanzo), come la poca attenzione per le riforme sociali al di là della pietà individuale e il paternalismo ma contemporaneamente il grande interesse per il trattamento degli animali (pretese che il Parlamento facesse una legge per limitare l’utilizzo come cavie nei laboratori). Era però anche una sovrana aggiornata e intraprendente: fu infatti la prima a sottoporsi all’uso dell’anestetico nel parto.

giovedì 13 febbraio 2020

Giulia Fornasier - Accetto la sfida

Di norma non parlo mai di libri nuovi sui quali ho lavorato, ma per questo faccio uno strappo alla regola, visto quanto ci tengo e quanto tempo ci ho dedicato, e non solo perché compaio nei ringraziamenti: Accetto la sfida (sottotitolo Fatti e misfatti di una donna in trincea tra fede, speranza e ostetricia) di Giulia Fornasier è un brillante “oggetto narrativo” (non lo chiamiamo romanzo) scritto a mo’ di diario, un po’ Bridget Jones e un po’ Costanza Miriano, che ha come protagonista Rebecca Rossetti, un’ostetrica (come la sua autrice) in perenne lotta con la propria esistenza, che tende a inclinare pericolosamente sempre verso il disastro (Una tipa da tripla d: donna, disastro, delirio). Da quando l’ho letto la prima volta, prima di essere sistemato, mi ha conquistato, non solo perché è scritto bene, ma perché è simpatico, frizzante e leggermente nevrotico, insomma racchiude tutti quegli elementi che sono tipici della letteratura femminile, che tanto mi piacciono e che sono del tutto insoliti nella produzione di Fede & Cultura. La nostra Rebecca passa in rassegna le sfighe e i casini della propria vita, i conflitti familiari (il rapporto con i genitori, soprattutto la madre), lo studio e la conquista di una qualifica professionale, i problemi nella ricerca di un lavoro in un Paese orribile come l’Italia, la faticosa ricerca dell’anima gemella (che sembra non arrivare mai o, forse, nemmeno esistere), insomma le piccole grandi battaglie di ogni giorno, quando anche le cose più banali (l’accensione di uno scooter, una ricarica del cellulare) sembrano girare alla rovescia. E non è un caso che a ognuno di questi temi sia dedicato un capitolo del libro, in una narrazione coerente e progressiva che riflette il percorso della crescita dall’adolescenza alla terribile “trentannità”, nella perenne condizione di single («senza azzardare troppo, se a cinque anni guardi la zia single ubriacarsi ai matrimoni, a venti ti ubriachi con la zia e a trenta sei la zia ubriaca: “Ehi zia! Come va?”. “Eh, tiro a Campari”»). Alla base c’è l’idea di dover fare i conti con la propria esistenza irrisolta, nella consapevolezza che non è possibile lasciarsi andare continuamente al vittimismo prendendo a pugni il frigorifero (magnifica scena da cui parte la narrazione), magari trovando una ragione a quello che è successo. Certo, il messaggio cristiano è evidente e qua e là ci sono citazioni bibliche o di un’enciclica di Giovanni Paolo II, ma il libro non è per nulla apologetico o sanfedista: piuttosto, il contenuto che passa non è proposto in maniera diretta e aggressiva, ma mediato attraverso la storia personale, espressioni in dialetto trevigiano e riferimenti ai cartoni animati della Disney (ma anche a Notting Hill, a Guerra e pace e ai romanzi di Jane Austen). Quella di Rebecca è una storia piena di avventure divertenti se non proprio buffe, dallo stage dal dentista ai viaggi in Africa e in Irlanda (quest’ultimo capace di ribaltare le vostre idee pittoresche e bucoliche sull’isola di smeraldo), il tutto condito dalle incredibili frasi delle ancor più incredibili amiche («È più facile trovare un dodo che un uomo decente», «Usa i periodi di merda per concimare il tuo futuro»). Un libro a cui ci si affeziona: se siete single ed è San Valentino, dovete farlo vostro.

martedì 4 febbraio 2020

John Bottle - La vacca di Liliana

Qualche tempo fa ho contribuito alla pubblicazione de Il giovane Blogger (e altre storielle sulle orme di Salinger) di John Bottle, notevolissima raccolta di racconti tra Il giovane Holden, la psichiatria, Don Chisciotte e la fede interista. Prima di questo esordio, Bottle aveva già pubblicato questo La vacca di Liliana (un giallo-porno in psichiatria), ebook breve breve scritto come pièce teatrale che si trova su Amazon e che funge da perfido e surreale atto di accusa nei confronti della psichiatria, della somministrazione e dello spaccio di farmaci compiuto in combutta con gli operatori farmaceutici, e allo stesso tempo una specie di riflessione meta-testuale sul ruolo dei pazienti (tra cui figurano Charles Bukowski, Cesare Pavese e Dino Campana), dei protagonisti (Enrico Mentana) e dello stesso autore, che interviene direttamente nel testo come artefice della vicenda. La vacca di Liliana del titolo è una gigantesca mucca di gomma semi-trasparente nello studio della psichiatra luminare (la Liliana del titolo) al cui interno ci sono due demoni, Graffiacane e Rubicante, che reggono uno schermo a cristalli liquidi.

lunedì 27 gennaio 2020

Franco Pezzini - Il Conte incubo. Tutto Dracula Volume I

Uscito nel 1897, frutto di otto anni di lavoro, Dracula di Bram Stoker è un’opera-mondo, un immenso affresco dell’età vittoriana, definizione che si usa generalmente per i romanzi considerati “alti”. Infatti in esso ritroviamo l’economia, la politica, la scienza, la religione, la storia, le inquietudini, come uno specchio oscuro di una società alle soglie del nuovo secolo. A rendergli finalmente giustizia è Franco Pezzini nel primo volume di Tutto Dracula, edito da Odoya nella solita magnifica veste illustrata: un librone di 500 pagine (ed è solo la prima parte!) in cui l’autore fa calare il lettore nell’opera in maniera immersiva e minuziosa, raccontando il testo e commentandolo, quasi riga per riga. A corredo del testo è posta tutta una serie di schede che non solo calano il romanzo nel contesto ma ne analizzano le ricadute nell’immaginario, quindi dal punto di vista teatrale, cinematografico, televisivo e fumettistico. Quello che maggiormente emerge è che, per essere capito fino in fondo, Dracula deve essere letto con gli occhi del lettore vittoriano che frequentava le funzioni religiose e la lettura della Bibbia (molto più di quanto lo si sia soliti fare oggi). Solo in questo modo si capirà come nel romanzo si abbia una sorta di sovversione del linguaggio biblico per mostrare l’entità della minaccia in gioco. In gioco c’è sicuramente una dimensione escatologico-apocalittica, per cui il Conte Dracula non è soltanto uno stregone faustiano e un non-morto portatore di infezione, ma anche una sorta di Anticristo e «l’Adamo di una nuova stirpe» che rischia di conquistare la terra e che «beve sangue e spinge a berne portando una parodia di risurrezione», in contrapposizione all’invito di Gesù Cristo di bere il suo sangue per ricevere la vita eterna e la risurrezione. Già nel castello in Transilvania Dracula ha comportamenti e gesti che lo fanno immediatamente identificare con Erode e Giuda, cattivi evangelici perfettamente chiari per i vittoriani usi alla lettura dei testi sacri: anche il nemico di Dracula, Van Helsing, a metà tra lo scienziato positivista e un campione dell’irrazionale, di nome fa Abraham, cioè Abramo, il primo dei patriarchi, padre-patriarca di una generazione nuova. È stato anche evidenziato come «il calendario del romanzo presenti un significato simbolico sospeso; un vero e proprio calendario antiliturgico, nel senso che evidenzierebbe la liturgia di Dracula come speculare e opposta a quella cristiana», svelando «sottotesto un’epifania del male, destinato comunque a una sconfitta». Il vampirismo attacca per infezione, quindi prescinde dalla colpevolezza della vittima, e rappresenta «una sorte post mortem non conseguente all’esercizio del libero arbitrio […] e in apparenza anzi condizionata da qualche oscura coazione magica legata all’antico mondo pagano».

Pezzini affronta ovviamente le implicazioni erotico-sessuali (e omosessuali) del vampirismo, fenomeno portatore di una sessualità “non ordinata”, sovvertitrice e minacciosa per l’ordine vittoriano, ma anche il sovvertimento temporale del non-morto che, ringiovanendo, fa scorrere il tempo al contrario ed è «l’ombra di un’irruzione divorante del passato a spese del presente e del futuro». Allo stesso tempo, il vampirismo potrebbe essere letto come una grande metafora in una società perbenista come quella vittoriana: i segni sul collo sono forse dei sostitutivi delle zone proibite dei seni e dell’area genitale, indicano la pericolosa impurità della donna e alludono alle ulcerazioni da sifilide, e qui Stoker si collega al dramma delle malattie veneree che avevano messo in moto una serie di provvedimenti normativi importanti (lo stesso comportamento di Lucy dopo essere stata vampirizzata è riconducibile all’isteria, secondo la concezione medica dell’epoca). Il discorso sulle paure di fine secolo si estende poi anche all’assenza di genitori (gli unici due, la madre di Lucy e il padre di Arthur Holmwood, sono malati e in breve muoiono): «Se Dracula è un romanzo di formazione, di iniziazione alla vita, tuttavia nella sua coralità socialmente differenziata (aristocratici come Arthur, alta borghesia come Quincey e Jack, piccola borghesia in progresso di status come Jonathan…) appare, a un livello più ampio, la crisi di un’intera generazione alle soglie del Secolo Nuovo: una generazione che ha la sensazione di trovarsi ormai orfana e senza guide – lo colonne della società vittoriana dell’Ottocento – davanti alle nuove sfide, e dunque costretta a cercare genitori adottivi», Dracula (quello cattivo) e Van Helsing (quello buono). Non a caso, il padre di Stoker si chiamava appunto Abraham.

Di Stoker viene ricostruita la vita, la sua passione per il teatro e il suo ruolo di manager del leggendario attore Henry Irving (sul quale il personaggio del Conte è modellato), e la sua simpatia nei confronti degli americani (il personaggio di Quincey P. Morris), visto come giovani e vitali «forse anche in contrapposizione a quegli aspetti algidi e tradizionali del mondo britannico che pure trova del tutto rispettabili» e che fungono “da correttivo”; ma soprattutto Pezzini sfata molte leggende, tra le quali quella famosissima secondo cui Stoker avrebbe cominciato a scrivere il romanzo dopo un incubo dovuto a un’indigestione di granchi (in realtà ci stava lavorando da anni) e quella della sovrapposizione di Dracula al personaggio storico di Vlad Tepes («Stoker non si ispira al Vlad storico, di cui conosce pochino, ma semplicemente ne mutua nome e qualche caratteristica per un personaggio che ha già deciso debba entrare in scena con un certo profilo»). Ma soprattutto sviscera il metodo di lavoro di Stoker, la sua bulimia letteraria e la sua tendenza a «raccogliere voracemente e capitalizzare nel Dracula un po’ tutti i topoi del gotico, sfruttandoli, fino alle estreme possibilità» e reinventandoli in una nuova chiave: il trasporto maledetto, il castello, la tempesta, il vascello fantasma, il cane spettrale, il sonnambulismo, lo stupro, la donna sepolta viva. Tutti temi desunti dai predecessori diretti a soggetto vampiresco (Il vampiro di Polidori, Carmilla di Le Fanu, Varney il vampiro), ma anche da altre influenze di quegli anni (il mito dell’Olandese volante, La ballata del vecchio marinaio di Coleridge, i dipinti L’incubo di Füssli e Ofelia di Millais).

Pezzini mette però in luce la maestria di Stoker come scrittore nella costruzione della storia, a cominciare dalla capacità di creare continue simmetrie capovolte fra diverse scene e di tratteggiare i personaggi, prime fra tutte le due figure femminili principali: da un lato Lucy, di ricca famiglia, la classica eroina romantica costruita secondo i cliché della fanciulla virtuosa e perseguitata che sogna l’amore (in maniera un po’ ingenua) e invece trova la morte; dall’altro Mina, di famiglia più modesta e quindi costretta a lavorare (fa l’istitutrice), un’eroina moderna pronta a muoversi, a viaggiare e a compiere delle imprese attive. È proprio Mina ad avere la funzione fondamentale di trascrivere, mettere insieme, ordinare e rendere coerenti tutti gli scritti del romanzo: infatti Dracula è un romanzo epistolare composto di stralci di diario (scritto o registrato fonograficamente), lettere, biglietti, telegrammi e trafiletti di giornali, «che permettono un gioco disinvolto tra immediatezza e recupero della memoria, tra affidabilità e ambiguità di voci sempre in soggettiva», e consentono «di evocare la sconcertante irruzione del sovrannaturale entro la quotidianità vittoriana “moderna”». Lo stesso utilizzo della stenografia, della macchina fotografica Kodak e della macchina da scrivere Traveller’s è un espediente che «accentua un sapore di dinamismo, rapidità e modernità» e serve «non solo per simulare una maggiore credibilità della storia, ma anche per accentuare l’effetto di forte contrapposizione tra l’orrore antico fluito dalla Transilvania e il mondo moderno dell’Inghilterra vittoriana».