mercoledì 9 giugno 2021

Howard Phillips Lovecraft - L'ombra su Innsmouth

 

Senza alcun dubbio, L’ombra su Innsmouth, tradotta anche come La maschera di Innsmouth, è da annoverare tra i capolavori di Lovecraft. È uno di quei racconti che distillano in modo irripetibile la “cartografia sinistra” del New England che il Solitario di Providence ha così accuratamente disegnato nelle sue opere. La trama non è troppo originale, anche se satura di riferimenti autobiografici e angosce personali: un uomo (alter ego dello stesso Lovecraft) decide di fare una gita a Innsmouth, cittadina immaginaria della zona di Providence di cui si sussurrano cose terribili. Una volta giunto sul posto scopre non solo che la città (sonnolenta e torbida e con le case sordide come doveva essere la provincia americana di quei tempi) è in mano a una razza di ibridi fra gli umani e orribili creature marine, ma che lui stesso porta nel suo sangue la “Maschera di Innsmouth”, il marchio del DNA alieno, che potrebbe essere interpretata come una tara genetica, a carattere ereditario, frutto di un’ibridazione della specie (vista con orrore da un razzista come Lovecraft), che deforma i lineamenti e cagiona difetti fisici, ma sempre in relazione ad antichi culti giunti da lontano che sono espressione di diversità aliena, incomprensibile agli occhi umani e alla razionalità umana: anche quando parla di un’antica tiara custodita nel museo si dice che fa riferimento a una tecnica sconosciuta a tutti i continenti, quasi provenga da un altro pianeta. Questi difetti finiscono per attecchire, quasi fossero una contaminazione radioattiva, corrompendo l’ambiente fisico. Innsmouth è un catalizzatore di orrore: prima ancora che il protagonista giunga con la corriera a vederlo coi propri occhi dai finestrini sporchi, Innsmouth è malvagia, aliena, sconosciuta e incomprensibile nei racconti dei testimoni. Non per niente è da Innsmouth che proviene Asenath Waite, la dark lady degli inferi del racconto La cosa sulla soglia, uno dei pochi personaggi femminili creati da Lovecraft, colei che comincia a controllare sempre di più il marito e a praticare su di lui esperimenti di mesmerismo telepatico e scambi di personalità, tanto da trasformarlo anche nella psiche e nel corpo. Dal punto di vista stilistico, Lovecraft mantiene sempre il suo approccio scientifico: il protagonista si avvicina a Innsmouth con rigore e perizia quasi etnografica, prendendo informazioni geografici, storici e culturali (analizza perfino i manufatti provenienti dalla città). La genialità sta poi nel far venire a galla tutto il mistero attraverso il plot device di far narrare al protagonista la storia della cittadina da un barbone alcolizzato, Zadok Allen. Tutto, o quasi tutto, quello che avviene di orrendo avviene fuori campo, appena intravisto, ma non per questo fa meno paura. E la cosa peggiore è la scoperta che non solo là fuori ci sono i mostri, ma siamo mostri pure noi: i mostri sono la maschera di qualcosa di malsano che alligna tra le nostre radici personali e sociali.

martedì 8 giugno 2021

Arturo Pérez-Reverte - Il Club Dumas

 

Era il 2003 quando scoprii Arturo Pérez-Reverte, divorando il suo Il Club Dumas in soli tre giorni. Poi ho letto molti altri suoi romanzi, ma il primo amore non si scorda mai: un thriller letterario e libresco che mi sono riletto con estremo gusto e soddisfazione e ho maturato la convinzione che non sia invecchiato di un giorno. Il protagonista, Lucas Corso, è un cacciatore di libri mercenario per conto di ricchi collezionisti in cerca di edizioni introvabili o manoscritti unici. È un cinico solitario con l’hobby dei giochi da tavolo sulle battaglie napoleoniche (un suo avo è stato granatiere e fervente bonapartista): ovviamente, essendo un cacciatore di libri, ha una cultura immensa e la letteratura è il suo universo di riferimento, ma è anche un lavoro e questo si tramuta per lui in un rapporto di odio/amore che aumenta il suo cinismo. Corso da una parte si ritrova davanti al misterioso suicidio per impiccagione di un editore di ricette gastronomiche con la passione per i romanzi d’appendice che possedeva (e aveva tentato di vendere) una copia manoscritta de “Il vino D’Angiò”, 42° capitolo de I tre moschettieri di Alexandre Dumas; dall’altra invece viene incaricato da un altro cliente di reperire tutte le tre copie esistenti di un diabolico testo di occultismo in grado di evocare il demonio, Le nove porte del regno delle ombre stampato a Venezia dal tipografo Aristide Torchia bruciato sul rogo a Campo de’ Fiori nel 1667. Quindi nel primo caso deve stabilire l’autenticità del Dumas per conto del suo nuovo acquirente, nel secondo deve recuperare le tre copie del volume per stabilire quale sia l’originale e quali le copie (pare che l’originale sia stato scritto da Belzebù in persona).

Tra indagini, omicidi e depistaggi fra Toledo, Lisbona, Parigi e Meung, mentre Corso è accompagnato da una misteriosa ragazza (diavolo o angelo custode?) con un’ottima cultura e uno strano senso dell’umorismo, le due vicende si intrecciano in modo tanto oscuro che non si capisce bene quale sia la trama principale, se quella legata al capitolo di Dumas o quella della ricerca del libro esoterico. Anzi, Corso deve affrontare una serie di avventure rocambolesche simili a quelle affrontate dal giovane d’Artagnan alle prese con una Milady e un Rochefort che lo conducono nelle spire del Club Dumas del titolo, una serie di fanatici de I tre moschettieri che vivono in una contemporaneità plasmata su ruoli e situazioni del romanzo, trasformandola (e trasformando quella di chi incontrano) in un gigantesco feuilleton vivente simile a un gioco di ruolo. Questo non è un particolare di poco conto, visto che il film che da questo romanzo è stato tratto, La nona porta di Roman Polanski, non funziona proprio perché elimina del tutto la faccenda del Club Dumas e conserva solo l’indagine esoterica, quella di più facile presa per lo spettatore (che magari non conosce I tre moschettieri), e quindi tradisce profondamente il romanzo di Pérez-Reverte.

Siamo nell’ambiente dei bibliomani fanatici, gente disposta a tutto per mettere le mani su un manoscritto o una prima edizione e che fonda cose tipo la Confraternita degli Arpionieri di Nantucket; per non parlare del libraio che ha imparato a scrivere mentre suo padre gli dettava i testi di Azorín e utilizza il suo periodare con molti e punti a capo per sedurre le clienti nel retro della sua libreria dove conserva i classici erotici; o il ricorso alla terminologia militare delle battaglie napoleoniche per descrivere Corso che fa cilecca a letto. Anche il punto di vista del personaggio utilizzato per raccontare la storia è assolutamente centrato e motivato, alla luce della costruzione generale dell’opera. Numerosissime sono le dissertazioni letterarie sul feuilleton, sul romanzo popolare o d’appendice, sui cattivi più memorabili, sugli incipit più folgoranti, su Dumas, Paul Féval, Ponson du Terrail, Arthur Conan Doyle ed Edgar Allan Poe: tutto questo sancisce il potere dei libri nella vita degli uomini e la creazione di una dimensione parallela in cui verità e finzione coesistono, esattamente come i libri che aprono all’abisso e all’inconcepibile. La stessa ragazza che accompagna Corso si presenta come Irene Adler, l’unica donna a essere riuscita a far innamorare di sé Sherlock Holmes, e sul suo passaporto riporta come indirizzo di casa il 221b i Baker Street (la casa di Sherlock Holmes).

Tutto questo fa de Il Club Dumas un parente molto prossimo de Il nome della rosa di Umberto Eco (tra l’altro citato esplicitamente): come Guglielmo da Baskerville, Corso trova i moventi dei fatti negli altri testi, come se i testi fossero dei misteri ermetici da decifrare, perché “i libri, spesso, parlano di altri libri”. E dal gioco intertestuale parte quello bibliografico: sono infiniti i dettagli e i riferimenti di una sterminata bibliografia di testi più o meno antichi (e più o meno esistenti), dentro cui è possibile trovare ragioni e moventi del reale. Leggetelo, magari scoprirete che anche la vostra vita è un grande ed entusiasmante feuilleton.

giovedì 6 maggio 2021

Aldo Cazzullo - A riveder le stelle

 
Il 2021 è un tripudio di celebrazioni per il 750° anniversario della morte di Dante Alighieri; abbiamo da poco celebrato il Dantedì, fissato il 25 marzo nel giorno in cui il poeta avrebbe iniziato il viaggio narrato nella Divina Commedia. Si registra un rinnovato interesse per l’argomento e da più parti fioccano le ricorrenze che ci mostrano statue e immagini con l’inconfondibile profilo del poeta (anche se, da quel che diceva il suo primo biografo, Giovanni Boccaccio, e di un ritratto custodito nella stanza del sindaco di Orvieto, Dante aveva la barba, particolare inconcepibile in quanto “rivoluzionario”). Qualche mese fa sono usciti il bellissimo volume di Alessandro Barbero, una biografia storica su Dante capace di raccontare il suo tempo anche attraverso i suoi versi e le posizioni da lui espresse nelle sue opere, e questo A riveder le stelle di Aldo Cazzullo, una rilettura dell’Inferno dantesco che si fa apprezzare per il taglio divulgativo. La cosa singolare è che Cazzullo è un giornalista che si è occupato spesso di identità italiana: anche in questo caso, come si vede dal sottotitolo “Dante il poeta che inventò l’Italia”, Cazzullo vuole ripercorrere il viaggio nell’aldilà di Dante come un vero e proprio viaggio in Italia, soffermandosi in tutti i luoghi che Dante cita e mettendoli in collegamento con quello che sarebbe successo nei secoli dopo fino a oggi (soprattutto nel Risorgimento, nella Prima e nella Seconda Guerra Mondiale). Per Cazzullo l’Italia non nasce da accordi diplomatici o politici ma dall’arte, dalla cultura e dalla bellezza, un’idea molto romantica che ne fa l’erede dell’impero romano e della classicità (Virgilio, Ovidio, Orazio) e la terra dei papi e della cristianità. Per questo il viaggio di Dante non è solo Paolo e Francesca, Farinata degli Uberti, Brunetto Latini, Pier delle Vigne, il Conte Ugolino (che comunque nel libro ci sono e vengono tutti inquadrati nel loro contesto di riferimento), ma è anche e soprattutto un viaggio in Italia, di cui Cazzullo mette in mostra ogni angolo: Scilla e Cariddi, l’Etna, il Golfo del Quarnaro, il Lago di Garda, l’Arsenale di Venezia, le città della Toscana, Roma. In questo suo viaggio Cazzullo cita di tutto, da Battiato e Venditti a Harry Potter, per mostrare come Dante è un fenomeno pop, ancora attualissimo e citato (più o meno consapevolmente) da tutti. Lo stesso Virgilio, che nel poema ha il ruolo di guida, è diventato il nome di un motore di ricerca. Dante parla soprattutto di noi: “Nel mezzo di cammin di nostra vita” indica che si rivolge non solo all’Italia del suo tempo ma a un’Italia eterna, popolata degli stessi vizi (la divisione, la corruzione) ma anche con virtù straordinarie. Abbracciamoci e vogliamoci tanto bene: all’epoca siamo riusciti a superare la peste nera e abbiamo inventato il Rinascimento, oggi riusciremo a uscire dal Covid. Inventando l’Italia, Dante ci ha datò un’idea di noi stessi, e oltretutto ha inventato l’italiano, come si vede dalle sue espressioni entrate nell’uso comune come “se ne sta sola soletta”, “l’inferno non la tange”, il “bel Paese”, essere “degno di nota”, “cosa fatta capo ha”, oltre al famosissimo “e quindi uscimmo a riveder le stelle” che dà addirittura spunto per il titolo del volume. Noi parliamo come Dante, quindi pensiamo come Dante, senza neanche rendercene conto. Qua e là si leggono cose che non si vorrebbero leggere, tipo quando Cazzullo scrive che Colombo che raggiunse il Nuovo Mondo per dimostrare che la Terra era rotonda e dimostra così di non aver ascoltato le conferenze di Alessandro Barbero sulle bufale sul Medioevo (nessuno a partire dall’antichità, eccezion fatta per gli americani, ha mai pensato che la Terra fosse piatta). Affascinante però l’interpretazione del canto di Ulisse per cui Ulisse è Dante, l’uomo che non torna a casa ma supera le Colonne d’Ercole ed esplora un mondo sconosciuto. Non manca neppure una nota sul proto-femminismo di Dante, particolare che si vede in una concezione molto moderna della donna, capace di salvare il genere umano.

mercoledì 5 maggio 2021

Beppe Severgnini - Interismi / Altri interismi / Tripli interismi! / Eurointerismi

    
Ora che l’Inter ha rivinto lo Scudetto mi sono passati davanti agli occhi gli avvenimenti, i protagonisti e gli incubi dell’ultima infausta decade nerazzurra: i due passaggi societari (da Moratti a Thohir, da Thohir a Suning), le battaglie per il decimo posto, Inter-Udinese 2-5, il Beer Sheva, il Divino Jonathan, Taider, Kuzmanovic, Shaqiri, Juan Jesus, Mazzarri, Kondogbia. Ora che Antonio Conte ha fatto il miracolo (senza un portiere, senza un esterno sinistro, senza rincalzi e soprattutto senza proprietà), tutte queste cose hanno un sapore agrodolce, ma non hanno chissà quale significato di redenzione: tifare per l’Inter è spesso un incubo, e nessuno si può illudere che una vittoria significhi l’apertura di un ciclo. Anzi. Piuttosto, la vittoria del diciannovesimo scudetto è stata l’occasione per rispolverare i mitici volumi di Interismi di Beppe Severgnini, ormai quattro nel corso degli anni (Interismi, Altri interismi, Tripli interismi e Eurointerismi) e usciti in svariate edizioni antologiche. Interismi è quindi un’opera unica e antologica, un romanzo di formazione, una lettura colta e ironica, che magari non tutti apprezzeranno per la sua pretesa di reagire con il sorriso intellettuale alle sventure patite sul campo di gioco e alla caduta nell’irrazionale. D’altra parte, lo stesso titolo Interismi è abbastanza significativo perché, in fondo, il tifo (soprattutto quello per l’Inter), è isterismo, uno psicodramma che per decenni ha originato (e continuerà a farlo) derisioni e sbeffeggiamenti. La cosa singolare, infatti, è che dell’Inter si ricordano più spesso le sconfitte che le vittorie, perché l’Inter «è una forma di allenamento alla vita»: non appena ne assapori una, devi entrare nell’ordine di idee che non ne otterrai altre per molto, molto tempo. Un po’ «come permettere a un adolescente di baciare una ragazza, e poi dirgli di scordarsi della faccenda fino alla laurea». E spesso queste sconfitte sono solo colpa nostra. La “Pazza Inter” è stata sempre capace di complicarsi la vita, di ottenere vittorie complicate quando sarebbero state invece semplicissime o di cadere in sconfitte rocambolesche, di cocente delusione in cocente delusione: per non parlare di quando vinse ad Highbury contro l’Arsenal 3-0 nel 2003 e poi crollò subito in campionato con immediato esonero dell’allenatore Hector Cuper.

È perfettamente logico quindi che il libro di Severgnini parta dalle sconfitte più cocenti (il 5 maggio 2002, la semifinale di Champions contro il Milan del 2003) e arrivi al più grande trionfo mai raggiunto da una squadra italiana, il Triplete del 2010, il momento in cui il popolo nerazzurro ha pregustato le gioie della Gerusalemme Celeste e l’Inter è forse diventata una squadra antipatica. In maniera più o meno cronologica (si tratta pur sempre di raccolte di articoli usciti in particolari circostanze) vengono ripercorsi i regni di vari allenatori (il gaucho senza sorrisi Cuper, il realista Zaccheroni, il dandy Mancini, l’irraggiungibile Mourinho), tutti caratterizzati da peculiari caratteristiche umane e professionali. Forse oggi molte cose, come le tirate contro il traditore Ronaldo Coniglio Mannaro o le interviste inventate (ma assolutamente credibili) con Peppino Prisco, oppure la descrizione dei vari giocatori del periodo 2001-2003, diranno poco ai nuovi tifosi che non hanno idea di cosa succedesse ormai vent’anni fa, anche se è sempre geniale la caratterizzazione di Cuper ed Emre come Guglielmo da Baskerville e il novizio Adso da Melk del Nome della Rosa (in un altro punto si dice che Emre è un hobbit). Altrove l’Inter è l’occasione per parlare d’altro, come del campionato argentino dove il nostro ipotizza un gemellaggio con il Vélez Sarsfield, altra nobile decaduta capace di complicarsi la vita da sola; o per stilare classifiche di profili di giocatori dai nomi improbabili come Horst Hrubesch, «scaricatore di porto da 1,88 per 88 chili, fu scambiato per un attaccante. Nel nome il suono di un cingolato-anfibio-trasporto-truppa». Non manca la puntata sul tifo violento (l’omicidio Raciti) e su Calciopoli, cartina di tornasole per capire come funziona l’Italia, il paese dell’indignazione e dell’assoluzione, del “che male c’è a rubare? Tanto lo fanno tutti!” in assenza di qualsiasi scusa da parte dei diretti interessati.

Perno e origine di tutto è la contrapposizione manichea tra Juve e Inter, «una contrapposizione come Hegel e Kant, Coppi e Bartali, Fellini e Visconti, Usa e Urss, Apple e Microsoft, Beatles e Rolling Stones, yin e yang, caffè e tè, limone e latte». Un’incompatibilità ontologica, che pesa anche sul destino degli allenatori. La Juve è come i cani e Parigi, solida e rassicurante, l’Inter è come i gatti e Londra, fascinosa e imprevedibile. La Juve è Achille (forte, permaloso e furbetto), l’Inter Ettore (bello, valoroso e masochista). La Juve è un investimento, l’Inter una forma di gioco d’azzardo. Gli juventini sono neoclassici e positivisti, gli interisti idealisti e romantici, con una punta di decadenza. La Juve è protestante, l’Inter è cattolica («caduta, pentimento, assoluzione, sollievo, estasi, nuova caduta»). Per questo la vera rivale dell’Inter non è il Milan, squadra metodista che vince i campionati senza neanche accorgersene, ma sempre e solo la Juve: resta l’impressione che la Juve sia l’origine del male, il Sauron del Signore degli Anelli (particolare da non sottovalutare, per un tolkieniano come me), ma allo stesso tempo che sia necessaria. Juve e Inter si tengono vicendevolmente, quasi rappresentassero l’una il lato oscuro dell’altra.

È ovvio che in simili ragionamenti i tifosi, specie i più stagionati, si ritroveranno, ripercorrendo tappe della loro vita che si credevano dimenticate. Come già notava Nick Hornby, calcio è bello perché, anche nella sofferenza presente, permette di immaginare un lieto fine: ogni stagione è una ripartenza, una promessa di felicità, anche se si ha la sventura di essere interisti. E quel lieto fine è arrivato: la sera di Madrid, il momento più grande in assoluto, difficilmente ripetibile, che ha riconciliato i tifosi nerazzurri con il calcio e con la vita in generale. Anzi, proprio in virtù della sua ironia, ci si rende conto che Severgnini ha sempre posseduto la sicurezza del saggio, visto che già nel 2002, dopo il rovescio del 5 maggio, scriveva: «Quando succederà, sarà bellissimo», e non ha cambiato idea nemmeno quando nel 2003, dopo aver regalato lo scudetto alla Juventus l’anno prima, l’Inter ha consegnato un altro scudetto alla Juve e la Champions League al Milan, dopo essere usciti in semifinale senza perdere. A volte Severgnini appare addirittura profetico quando, nel novembre 2008, scriveva: «Per quanto tempo Mourinho riuscirà a camminare sulla corda tesa attraverso il calcio italiano, tra applausi ed invidia, sguardi d’ammirazione e speranze che, prima o poi, cada di sotto? Non per molto, credo. Ma se in questo periodo vincesse due scudetti e una Champions League, diciamolo: a noi interisti andrebbe benissimo». Ora lasciatemi esultare ancora un po’.

martedì 4 maggio 2021

Michael Ende - La storia infinita

 

C’è poco da fare, il libro La storia infinita di Michael Ende mi ha stregato da sempre. È uno di quei libri che rivelano qualcosa di nuovo a ogni ulteriore lettura, soprattutto in età adulta. Ne ho già parlato QUI molti anni fa, ma ora l’ho ripreso e riletto da cima a fondo, nella sua meravigliosa veste in due colori (rosso e verde) e coi capilettera meccanici. Diffidate di chi ve lo spaccia come semplice libro per l’infanzia: La storia infinita è molto di più. All’epoca della sua uscita, anni di grande polarizzazione ideologica, Ende venne accusato di escapismo e di non affrontare i veri problemi sociali del lavoro, ma basterebbe leggerne poche pagine per capire che era esattamente il contrario e che parla di noi e del nostro mondo molto di più di quanto potrà mai fare un saggio sociologico. Rispetto a quanto già già scritto, mi sento di evidenziare questi punti:

- Il rapporto reciproco e inscindibile tra mondo reale e mondo dell’immaginazione (quelli che Tolkien avrebbe chiamato “mondo primario” e “mondo secondario”): servono persone reali per animare il mondo dell’immaginazione e serve il mondo dell’immaginazione per animare le persone reali. I due mondi si tengono, come i due serpenti che si mordono la coda del medaglione AURYN (un’ellisse con due centri). Un rapporto sbagliato e “drogato” tra questi due mondi fa sì che le creature di Fantàsia nel mondo reale divengano menzogne, ossessioni, incubi, ideologie o trovate pubblicitarie a scopo consumistico (come candidamente spiegato dal lupo mannaro Mork).
- La natura ambivalente del mondo fantastico, che dev’essere sia riepilogativa (il Vecchio della Montagna Vagante) sia creatrice (l’Infanta Imperatrice): non è possibile separare i due ambiti, altrimenti ci si condanna a un ripetitivo eterno ritorno o a una creazione priva di fondamento.
- La chiamata a dare un nome alle cose: i nomi rivelano l’essenza delle cose e permettono una nuova creazione. Bastiano è chiamato a dare un nome alle cose rinnovando Fantàsia, e la stessa cosa siamo chiamati a fare noi, in un infinito gioco metanarrativo che ci fa protagonisti della narrazione nella speranza di essere tra quelli che attraversano entrambi i mondi e li sanano.
- La necessità di aprirsi all’amore e all’altruismo: se crediamo all’inganno di Xayde che ci suggerisce di raggiungere la saggezza e la grandezza pensando solo a noi stessi finiremo per sperimentare solo delusione e amarezza.
- Il simbolismo eclettico che mescola diverse tradizioni e religioni: la tartaruga (simbolo della saggezza) che parla di nichilismo e sembra essere al di là della vita e della morte; la Torre d’Avorio dell’Infanta imperatrice che rimanda a un appellativo della Madonna e alle caratteristiche del femminile; le Paludi della Tristezza che ci parlano di depressione; il Drago della Fortuna di provenienza orientale; le sfingi simbolo egizio e provenienti dalla mitologia greca; la prova dello Specchio chiara metafora junghiana; le Acque della Vita che richiamano il battesimo. L’importanza di intraprendere un percorso di iniziazione che getta uno sguardo molto profondo sull’animo umano: Bastiano, bambino sgraziato, con le gambe storte e vittime di bullismo, ha a che fare con le dinamiche del potere, si aspetta stima e prova invidia, scopre cosa c’è nel suo io più profondo, dimostra di avere una vita interiore molto più complessa di quella noi pensiamo tipica di un bambino.

martedì 13 aprile 2021

Henry Morton Robinson - Il cardinale

  

Quando ero alle superiori mi sono imbattuto per due volte in uno strano film, uno di quelli che mandavano in onda la mattina o il pomeriggio, Il Cardinale di Otto Preminger, che poi ho scoperto essere tratto da un best seller di Henry Morton Robinson del 1950 presente nella casa di tutti i miei nonni. Mai e poi mai avrei immaginato che molti anni dopo mi sarei trovato a farne una nuova traduzione per Fede & Cultura (in uscita il prossimo autunno) che mi ha costretto a fare i conti con il testo originale e la traduzione esistente a opera di Maria Galli de Furlani uscita all’inizio degli anni Sessanta per la Garzanti: come molti libri del periodo, l’edizione italiana risultava vecchia già per quei tempi e, per giunta, sfrondava parecchie cose, riducendo sensibilmente il testo (già lunghissimo di suo) e semplificandolo a dismisura. Per esempio, cancellava quasi tutti i riferimenti alla società e alla cultura americana, soprattutto allo sport (football e baseball da quelle parti la fanno da padroni), limitandosi a fare qualche vago parallelo calcistico: in quegli anni gli italiani non erano così avvezzi a cogliere simili particolari come invece lo siamo noi oggi, sventurati figli dell’omologante e malvagia cultura anglosassone della globalizzazione. È interessante però notare come gran parte dei tagli della vecchia traduzione riguardassero le scene ambientate in Italia durante il fascismo: si era subito dopo la guerra e forse bisognava tacere molti particolari scomodi, oppure semplicemente alleviare il ricordo di avvenimenti dolorosi.

Chiariamo subito una cosa: non si tratta di grande letteratura, né di una lettura devota o spirituale: è un bestseller fluviale di 70 anni fa, lungo quasi 800 pagine, con i suoi pregi e i suoi difetti, profondamente cattolico, che racconta la vicenda sacerdotale e umana di Stephen Fermoyle dall’ordinazione fino alla nomina cardinalizia (come si evince dal titolo: il cardinale è lui). Comincia nel 1915, quando il giovane sacerdote sta attraversando l’oceano sul transatlantico italiano Vesuvio (era l’epoca dei transatlantici!) per tornare nella natia Boston. È stato assegnato come vicario parrocchiale nella chiesa di un sobborgo a forte immigrazione italo-irlandese dove abita anche la sua famiglia di origine. Da qui viene raccontata tutta la sua carriera tra speranze, incomprensioni, tentazioni, crisi, dolori: la formazione filosofico-letteraria di Stephen entra in conflitto con il vescovo di Boston, che lo considera troppo ambizioso e per questo decide di affidargli un incarico marginale: occuparsi di una piccola parrocchia franco-canadese per aiutare un vecchio parroco in difficoltà a causa dell’età e degli acciacchi. Non solo Stephen si sottomette ma porta a compimento il tutto nella maniera migliore, tanto da venire preso dallo stesso arcivescovo come segretario personale e poi suo conclavista (arrivati a Roma dopo una difficile traversata oceanica, i due riescono solo a osservare da spettatori la fumata bianca per l’elezione di Pio XI; per il cardinale, che avrà un collasso, è la seconda volta che succede, ma la terza volta ci riuscirà). Stephen sarà poi assistente alla Segreteria di Stato, assistente del legato apostolico a Washington, vescovo a Hartfield, quindi arcivescovo e cardinale fino all’elezione di Pio XII e a una nuova traversata atlantica che porterà il nuovo cardinale Fermoyle negli Stati Uniti mentre nuove nubi minacciose preannunciano la Seconda Guerra Mondiale.

Mescolando realtà e immaginazione, il romanzo presenta moltissimi personaggi reali, storici ed ecclesiastici, come Mussolini, Merry del Val ed Eugenio Pacelli. Stephen Fermoyle attraversa un intero mondo di varia umanità e viene a contatto con un’infinità di problemi concreti e situazioni che riguardano parrocchiani, conoscenti o familiari. Robinson è sempre attento alle questioni sociali e morali del tempo che spesso investono la stessa sfera del privato e della famiglia, come si vede nel caso di due episodi emblematici in cui una donna muore di parto (problema molto sentito all’epoca). Nel primo, il cognato medico di padre Stephen rifiuta di praticare durante il parto la craniotomia a un bambino con la testa troppo grossa: per un cesareo è troppo tardi e quindi la donna muore di parto e muore anche il bambino, e Stephen difende il medico perché ha agito secondo l’insegnamento della Chiesa cattolica. Il secondo episodio vede coinvolto direttamente Stephen che si trova presente quando sua sorella Mona, la sua preferita, sta per partorire dopo che è fuggita di casa ed è rimasta incinta fuori dal matrimonio: il medico è sempre suo cognato (ma non il marito di Mona) e, vista la situazione particolare, si dimostra disponibile a effettuare la craniotomia sul bambino per salvare la madre e chiede il permesso a Stephen. Questi, preso dalla disperazione, non se la sente di opporsi alla dottrina della Chiesa. Ovviamente, si vedrà chiaramente il bene di questa decisione, visto che la figlia che nasce da questo parto, Regina, riceverà ogni benedizione e si affermerà come incredibile pianista.

Tra le problematiche del tempo, Stephen si ritrova addirittura impegnato in una missione nel profondo Sud preda della miseria e delle scorrerie del Ku Klux Klan, organizzazione che odiava (e credo odi ancora) i cattolici almeno quanto gli afroamericani e gli ebrei: proprio il Klan lo rapisce e lo frusta per fargli rinnegare la sua religione, in una delle scene più drammatiche del libro. Sorprendentemente per il 1950, nonostante una certa critica nei confronti dei protestanti, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso giocano un ruolo molto importante nel romanzo, trovando il culmine nel congresso di preghiera interconfessionale di New York al quale Stephen è inviato in rappresentanza del delegato apostolico (il nostro finisce per sedersi accanto a un solitario rabbino per scoprire di avere molto in comune con lui). Inoltre, come arcivescovo, Stephen scrive una lettera ai fedeli della sua diocesi ammonendoli a non usare la contraccezione artificiale e viene immediatamente criticato dal precursore di Planet Parenthood (è curioso che le critiche contro una Chiesa non al passo con i tempi da parte della stampa siano le stesse di oggi). Ovviamente, Stephen lotta come tutti contro le tentazioni della sessualità, specialmente nei confronti della nobildonna romana Ghislana Falerni (dipinta come una specie di femme fatale), fino a quando non si reca in un monastero benedettino per un rigenerante ritiro spirituale sotto la direzione di un monaco sismologo. E non manca nemmeno il tema dell’omosessualità sacerdotale, alluso nel personaggio di padre “Milky” Lyons, uno dei tre sacerdoti con cui vive Stephen durante il suo primo incarico: non solo è sempre ritratto come effeminato, ma quasi come se non avesse mai superato l’adolescenza. Più tardi, centinaia di pagine dopo, quando un gruppo di cattolici americani (prelati, sacerdoti, religiosi e laici) si reca in pellegrinaggio a Roma per l’Anno Santo 1925, Stephen chiede notizie di Milky Lyons al suo ex parroco, il quale risponde: «Ah, povero Milky, è diventato malinconico tra di noi». E il narratore commenta: «Nella forza resiste chi resiste. Nella debolezza cade chi cade». Un altro religioso che “cade” nel corso del romanzo è Lew Day, monaco fallito e chierico della chiesa di St. Margaret che si occupa di mantenere pulita la parrocchia e rammendare vecchi paramenti, ostensori, statue, candelabri e corredi sacri: dopo l’apertura di una scuola parrocchiale affidata a una comunità di suore, Lew Day si ritrova senza lavoro e, nella disperazione, si impicca. Scene umanamente molto tristi che in qualche modo restano impresse per il loro esito drammatico.

Ma il romanzo è anche e soprattutto una riflessione sulla fedeltà alla Chiesa cattolica, alla sua dottrina e alla propria patria: Stephen è un prete coraggioso che si batte personalmente per aiutare il prossimo, dice sempre quello che pensa ai superiori e ama la democrazia al punto da farsi grande sostenitore di Pio XI nel cercare la pace mondiale e denunciare il nazifascismo. Per questo Robinson insiste molto sulla relazione (difficile e problematica, ma fruttuosa e migliorabile) tra Chiesa americana e Santa Sede («i due punti di vista devono essere riconciliati. L’energia americana, istruita e guidata da Roma, potrebbe essere il fattore decisivo dei difficili anni che si preparano», spiega il cardinale Quarenghi): la democrazia è la forma politica che maggiormente si avvicina al Vangelo ed è sostenuta dal Nuovo Mondo, in possesso di un’energia che è ormai sconosciuta alla vecchia Europa (ricordiamo che il romanzo è scritto da un americano), e per questo Pio XI intuisce di dover stabilire nuovi ponti con la parte del mondo più vitale ed emergente. Certo, Robinson cita il cardinale Gibbons e la sua “via americana” al cattolicesimo (Gibbons sosteneva che il potere spirituale e il potere politico dovessero restare ben distinti e che il papa non dovesse intromettersi in questioni di carattere temporale) e mette in guardia dalle facili lusinghe del consumismo e del capitalismo, tanto che mette in scena la Grande Depressione scaturita dalla Crisi del 1929 e anticipata da funesti presagi in una società che ha perso il contatto con la realtà.

Dal punto di vista formale e linguistico, Il cardinale non brilla certo per innovazione nemmeno nella sua edizione originaria americana, anzi, si presenta come un romanzo difficile, arcaico e a tratti legnoso anche per l’epoca in cui è stato scritto. Aggiungiamoci che è pieno zeppo di termini ecclesiastici e di temi teologici, illustrati con dovizia di particolari con chiaro intento divulgativo (per non parlare dell’italiano maccheronico utilizzato a più riprese per dare “colore” alle scene tra gli immigrati italo-americani o quelle ambientate direttamente in Italia). La struttura del romanzo non è particolarmente complessa ma presenta in successione tutta una serie di problemi con il quale Fermoyle si trova ad avere a che fare (per risolverli brillantemente): Robinson punta tutto sulla trama e l’investigazione psicologica dei personaggi, con l’efficace trovata di sublimare tutti i dubbi del suo protagonista attraverso il suo intervento nel mondo, a sottolineare come il messaggio cristiano sia fatto per calarsi nei problemi concreti degli uomini: una maturazione spirituale e umana in cui i due piani si influenzano continuamente e vicendevolmente.

mercoledì 24 marzo 2021

Jacques-Henri Bernardin de Saint-Pierre - Paul e Virginie

 
Siete alla ricerca di un bel romanzo edificante, di una storia d’amore pura e virginale come si facevano una volta? Allora Paul e Virginie potrebbe fare per voi. Scritto da Jacques-Henri Bernardin de Saint-Pierre alla fine del Settecento e ripubblicato ora da Gondolin in un’edizione impreziosita da illustrazioni d’epoca, è ambientato in un’isola remota e incontaminata dell'Oceano Indiano, l'Île de France (Mauritius), dalle parti del Madagascar, all’epoca colonia francese. I due protagonisti, entrambi figli di madri abbandonate (una giovane vedova e l’altra abbandonata dall’uomo che l’ha messa incinta) e cresciuti dalle due donne, nel frattempo divenute grandi amiche per la comune situazione, crescono insieme nell’idillio naturalistico dell’isola fra banani, nasturzi e tatamachi, e ovviamente si amano vicendevolmente e castamente finché non intervengono gli obblighi e le convenzioni sociali dell’odiosa civiltà occidentale: Virginie, avendo una parente ricca e quindi nobile, deve andare in Francia e sposarsi, un destino cui nessuno può sottrarsi (infatti viene costretta a partire addirittura dal governatore locale). Il povero Paul, invece, che non è nobile ma è addirittura un bastardo, non ha alcuna possibilità di fortuna in Francia. Sarà proprio questo a trasformare l’idillio dei due protagonisti in dramma, portando a una tragica conclusione. Sostenitore de pensiero di Rousseau e del mito del buon selvaggio, Bernardin de Saint-Pierre è sinceramente convinto che sia possibile vivere felici e innocenti in completa comunione con la natura e circondati dalla devozione cristiana e dal classico corollario di virtù che ne deriva (grazie all’attenzione verso gli infelici, le famiglie di Paul e Virginie ottengono addirittura il rispetto dei ricchi e la confidenza dei poveri). Per questo contrappone alla classista e schiavista Francia del Settecento la perfetta eguaglianza esistente alle Mauritius, in cui i padroni sono buoni e timorati e i servitori negri sono devoti e servizievoli, e insiste con descrizioni naturalistiche piene di turgore e traboccanti di sentimenti (gli alberi, i ruscelli, i fiori, le scimmie, gli uccelli). «Non è possibile che un uomo cresciuto a contatto con la natura capisca le perversioni della società»: questo spiega il narratore della vicenda, molto scettico sulla possibilità che i due mondi possano trovare una conciliazione. La critica nei confronti dell’Ancien Regime non potrebbe essere più netta: solo i nobili possono accedere alle cariche e ai corpi scelti, i re sono mediocri e si lasciano consigliare solo da aristocratici senza valore, mentre gli uomini capaci devono chiedere la loro protezione e mettersi a disposizione delle loro ambizioni e dei loro vizi. Direi che questo è un aspetto ben più interessante del sentimentalismo melassoso e sospirante sparso a profusione sulle pagine del tragico amore di due anime disgraziate. Su Virginie che muore in odore di santità lasciandosi annegare piuttosto che togliersi il vestito per non perdere la sua virtù (con il mare che restituisce il suo corpo sepolto nella sabbia, quasi volesse «rendere l’estremo tributo al suo pudore su quelle stesse spiagge che la ragazza aveva onorato con la sua innocenza») è meglio sorvolare.