lunedì 16 novembre 2020

Paolo Nardi - Leggiamo insieme Il Signore degli Anelli

 
E così, sono arrivato anche io alla fatidica pubblicazione di un libro. Non so se sia un bene, in un mondo in cui tutti scrivono e nessuno legge. Leggiamo insieme Il Signore degli Anelli esce per Fede & Cultura e vuole essere una lettura guidata, capitolo per capitolo, del capolavoro di Tolkien. Non penso sia nulla di originale e non ho la pretesa di cambiare il mondo: è solo un mio personale tributo a questo autore, oltre che a tutti quegli interpreti (e sono numerosi) che lo hanno affrontato in maniera seria. Come dice Paolo Gulisano nella Prefazione, vale ancora la pena leggere Tolkien, e mi batterò sempre per renderlo possibile al di là dei soliti steccati ideologici e di bandiera. Qui di seguito la mia Introduzione:

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Questo libro nasce dalla rilettura di Tolkien in tempo di quarantena. La mia devozione per questo autore e per la Terra di Mezzo mi ha spinto ad approfittare della chiusura forzata in casa dovuta al Covid-19 per intraprendere una specie di commento del Signore degli Anelli in una serie di video su YouTube con l’obiettivo di spingere le persone a leggerlo ma soprattutto a rileggerlo. D’altra parte, è lo stesso Gandalf a dire che “tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”, e personalmente credo che trascorrerlo insieme a Tolkien sia un ottimo modo per farlo (ricordo che Christopher Lee, il Saruman della trilogia cinematografica di Peter Jackson, lo rileggeva integralmente ogni anno). La recente pandemia mi ha provato una volta di più, se mai ce ne fosse stato bisogno, che questo romanzo rappresenta la vittoria della speranza, della perseveranza e del coraggio della gente normale di fronte all’oscurità.
L’idea di partenza era quella di fare un video per capitolo, ma più di una volta mi sono visto costretto ad accorparne due (o tre) in uno, e ho cercato di enuclearne aspetti e tematiche in modo divulgativo e spero non troppo pesante, come invito alla lettura anche per chi Tolkien non l’ha mai preso in mano, al di là dei soliti pregiudizi culturali o anche religiosi. Ora ho raccolto gli spunti dei video in questo libro che ne riprende la forma e i contenuti, capitolo per capitolo, ma li rielabora leggermente.
Per gettare benzina sul fuoco, premetto subito di essermi avvalso della nuova contestatissima traduzione di Ottavio Fatica: accusata ancora prima di uscire di lesa maestà, di alto tradimento, di cospirazione LGBT e di corruzione della gioventù, è stata rifiutata da alcuni ambienti di una certa parte politica, poco interessati a ragionare su Tolkien come “classico” e sulla possibilità di avere, dopo mezzo secolo, una traduzione finalmente in grado di rispettarne meglio lo stile, il registro e la varietà linguistica. La critica che è stata mossa a Fatica è soprattutto quella di aver voluto rendere accattivante e moderno un testo arcaico attraverso un’operazione di appropriazione culturale tipica della sinistra; in realtà tale critica non tiene conto dell’effettivo registro medio di Tolkien, che ogni tanto si innalza o si abbassa bruscamente a seconda del personaggio che sta parlando, o che si arricchisce di arcaismi e veri propri anacronismi, giocando sull’attrito che creano questi effetti. Senza contare che la nuova traduzione riesce a rispettare la trasformazione stilistica a mano a mano che il viaggio dei protagonisti procede dalla moderna Contea ai regni feudali della Terra di Mezzo.
Naturalmente ognuno è libero di contestare una nuova traduzione, a patto però di tenere conto delle specifiche del testo originale: ho cercato di dimostrare come, per esempio, Fatica sia attento ai dettagli al punto da mantenere le piccole variazioni nella canzone di viaggio di Bilbo ripresa da Frodo con le stesse parole, cosa che la vecchia traduzione non faceva.
Da parte sua l’autrice della versione “classica” del romanzo, Vittoria Alliata di Villafranca, offesa in base alla convinzione che la sua traduzione (quella sistemata da Quirino Principe) fosse l’unica letta e approvata da Tolkien (autentica fake news spacciata a mezzo internet e ripresa da alcuni quotidiani) e che quindi quella di Fatica sarebbe illegittima, ha addirittura fatto ritirare dal mercato le copie della vecchia edizione, con il risultato che l’Italia è l’unico Paese in cui per quasi un anno non si è potuto reperire completo un capolavoro del Novecento come Il Signore degli Anelli: cose che succedono, per l’appunto, solo dalle nostre parti.
Ovviamente i contenuti di questo libro riflettono la mia personale esperienza di lettore ma soprattutto la mediazione dell’apparato critico desunto dalle opere di Wu Ming 4 (Difendere la Terra di Mezzo, Il fabbro di Oxford e L’eroe imperfetto), Claudio Antonio Testi (Santi e pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien), Tom Shippey (La via per la Terra di Mezzo e Tolkien autore del secolo), Verlyn Flieger (Schegge di luce), Brian Rosebury (Tolkien: un fenomeno culturale), Paul Kocher (Il maestro della Terra di Mezzo) e John Gart (Tolkien e la Grande Guerra), che nel corso degli anni hanno irrimediabilmente modificato il mio modo di approcciarmi alla materia e l’hanno illuminata di nuova luce. Per non parlare del seminale La falce spezzata. Morte e immortalità in J.R.R. Tolkien, che ha dimostrato come anche in Italia sia possibile pubblicare saggistica tolkieniana di assoluta grandezza.
Di farina del mio sacco ce n’è pochissima, anzi, posso dire che questo libro è del tutto derivativo. Non voglio in alcun modo sostituirmi agli studi citati, che anzi sono alla base di questo lavoro, ma solo proporre una chiave di lettura per quanto possibile fedele alla visione dello stesso Tolkien. Da parte mia non troverete esaltazioni sovraniste e periferiche della Merry England medievale o applicazioni della tripartizione sociale indoeuropea teorizzata da Dumézil, cardine della lettura “di destra”, e nemmeno letture allegoriche basate sui santi e sul Magistero tridentino come spesso fanno gli apologeti cattolici. E questo, attenzione, senza negare la fede cattolica di Tolkien, che poi è anche la mia: Il Signore degli Anelli è pieno di valori cristiani e riflessioni dettate dal cattolicesimo del suo autore. Piuttosto, il fatto che le radici di Tolkien siano cattoliche non implica che il racconto si esaurisca in esse. A Tolkien non interessava scrivere narrativa a tesi né sussidi per il catechismo: blindarlo in una lettura chiusa e iniziatica, pronta da usare chiavi in mano, è quanto di più lontano ci sia dalla poetica di questo autore.
Specie se ci riferiamo a un romanzo-mondo che contiene dentro di tutto (narrativa, poesia, filosofia, etica) e parla a chiunque, da destra a sinistra, dagli atei ai credenti, dai pagani ai cristiani, dai modernisti agli antimodernisti.
Purtroppo, molte persone cercano in questo autore (e non solo in lui) degli elementi che confermino la loro visione preconcetta del mondo e non sono interessate a ragionarci sopra come narratore complesso e problematico, che sfugge dalle categorizzazioni manichee e dalle interpretazioni allegoriche. Sembra quasi che la discussione su Tolkien non debba in alcun modo essere una discussione letteraria, ma politica. Viene in mente quanto detto da Loredana Lipperini a proposito della realizzazione del ciclo della trasmissione Pantheon di Radio3 dedicato a Tolkien: da una parte moltissimi ascoltatori di sinistra sono insorti contro una trasmissione dedicata a un autore “misogino” e “fascista”, dall’altra la destra l’ha accusata di non aver applicato la par condicio su Tolkien tentando di consegnarlo alla sinistra. Più o meno le stesse cose che si dicono sulla nuova traduzione di Fatica, insomma, senza rendersi conto che, così facendo, si continua a propagare il mito che Tolkien sia un autore ingenuo e moralista, che può parlare solo a dei credenti bacchettoni o ai militanti di destra, o al massimo a un gruppo di irriducibili nerd.
Prova di questo atteggiamento è il recente saggio di Andrea Dal Lago Eroi e mostri, secondo il quale Tolkien sarebbe un autore privo di complessità morale e di filosofica, e anzi intriso di uno spirito reazionario e antimoderno, che rifiuta la modernità e i suoi problemi per rifugiarsi in un’epica passatista, escapista e per famiglie. O di “iniziazione di massa”, come scrisse qualcuno all’uscita della trilogia cinematografica di Peter Jackson. Il tutto senza parlare mai del testo, perché l’importante, appunto, è pontificarci sopra, non leggerlo.
Mi sento quindi di condividere pienamente quanto scrive Verlyn Flieger nella Prefazione di Schegge di luce a proposito dell’attualità della narrativa tolkieniana:

Perché si dovrebbe leggere Tolkien? Per ristoro e divertimento. Perché si dovrebbe prendere sul serio la sua opera, come egli stesso faceva, e cioè veramente sul serio? Perché è rigorosa, onesta e priva di compromessi. Perché affronta in modo diretto, anche se in maniera assai creativa, i due argomenti spinosi, imbarazzanti e perfino tabù che il nostro tempo tende a evitare quanto più possibile: la morte e il rapporto tra l’umanità e Dio.

Per questo Tolkien è un autore fondamentale, perché utilizza il fantastico per parlare alla nostra epoca, a noi problematici uomini del XXI secolo. La sua scrittura è qualcosa di molto più ambiguo e complesso del semplice scrivere manifesti e utopie da ideologo nostalgico del passato o sussidi per il catechismo: valga per tutti il rapporto degli Hobbit con il mondo esterno e soprattutto con la natura, la critica agli Elfi in un mondo che sta perdendo del tutto la sua elficità, o la problematicità di personaggi come Sam, forse il più positivo e addirittura l’eroe del romanzo, che blocca la trasformazione di Gollum verso il bene. Ma si pensi anche alle parole di condanna di Faramir nei confronti della guerra nonostante il romanzo trabocchi di pagine eroiche e guerriere, o ancora al ragionamento sull’estetica linguistica e la memoria dei nomi in Barbalbero, al ruolo dell’amore nelle scelte compiute dagli uomini, al rapporto tra storia e mito, morte e immortalità, libero arbitrio e coercizione. Tolkien non è mai banale, e ho cercato di sottolinearlo.
Forse non tutti però apprezzeranno: meglio trattare Tolkien come un santino, politico o religioso, e continuare a non leggerlo. Il mio invito è invece quello di leggerlo sul serio, mettendosi davanti al testo, e magari rileggerlo, anche con costanza: alla ventesima rilettura scoprirete in esso ancora qualcosa di nuovo e inesplorato.

giovedì 12 novembre 2020

Neil Gaiman, Sam Kieth, Mark Dringenberg - The Sandman #1

Opera cult di Neil Gaiman quando era sceneggiatore di fumetti, Sandman non ha certo bisogno del sottoscritto per venire celebrato. Anni fa lo avevo affrontato solo in versione antologica nella serie dei Classici del fumetto di Repubblica, ora ho letto il primo volume che racchiude tre storie: ne Il sonno dei giusti si racconta di come Sandman venga catturato da una setta che in realtà cercava di imbrigliare la morte. Un sinistro negromante (che ricorda chiaramente Aleister Crowley) utilizza infatti un grimorio magico per ottenere l’immortalità ma ovviamente qualcosa va storto e a essere evocato non è il Tristo Mietitore bensì suo fratello minore, Sogno (chiamato anche Morfeo). È il 1916, anno in cui la cefalite letargica fa numerose vittime: alcuni non riuscivano più a svegliarsi vivendo sprofondati nel sonno per molti anni, altri non riuscivano più a dormire ed erano disturbati da allucinazioni. Gaiman connette questo episodio con l’evocazione del signore dei sogni, immaginando una frattura nel tessuto della realtà, in una storia che arriva fino al 1988. Quindi in Ospiti imperfetti Morfeo viene rimesso in sesto da Caino e Abele (e dal loro gargoyle Gregory) per scoprire che la sua casa è caduta in rovina e che i suoi totem del potere sono dispersi: giusto per ricordare che siamo all’interno di una saga marchiata DC Comics, Gaiman si affretta a inserire l’intera narrazione all’interno dell’universo DC, quindi si citano Batman, la Justice League e John Constantine. E proprio il detective Constantine è protagonista del racconto successivo, Dream a Little Dream of Me, un racconto orrorifico di sapore più contemporaneo in cui Morfeo recupera la sua borsa con la sabbia dalla borsa dell’ex fidanzata del detective del soprannaturale (secondo, ala tradizione, Sandman cosparge di sabbia gli occhi dei bambini per portar loro sonno e sogni). Nonostante lo stile ancora acerbo delle illustrazioni (a metà tra l’horror e l’art nouveau), si tratta di un’opera che mette in scena tutto l’eclettismo di Gaiman, capace di riplasmare generi e leggende in maniera assolutamente personale e in conformità al suo bizzarro e ambiguo protagonista, un personaggio dal look dark che ricorda il cantante dei Cure, che si muove tra realtà e illusione, passato e presente, mondo dei vivi e mondo dei morti. Come sempre, si possono apprezzare le colte e ironiche citazioni metanarrative tipiche di Gaiman (“Non sono il tuo custode”, dice Caino al fratello Abele).

Taylor Jenkins Reid - Daisy Jones & The Six

 

Oggi si farà fatica a crederlo, ma c’è stato un tempo in cui non solo le persone compravano milioni di album ma in cui soprattutto la musica era uno stile di vita e un linguaggio universale, l’unico condiviso dai giovani di tutto il mondo, la forma che convogliava l’ispirazione artistica, nell’illusione che si potesse cambiare il mondo. Ormai non è più così e la musica è solo un sottofondo per fare altro, e di certo non è più il contenitore deputato a esprimere la creatività dei giovani, più attratti dalle possibilità che offre la rete. A riportarci in quei tempi mitici ci pensa questo Daisy Jones & The Six, romanzo di Taylor Jenkins Reid costruito come un finto rockumentary su un’immaginaria band degli anni Settanta, i The Six, che sembra ricalcata sui Fleetwood Mac e che, nel biennio 1978-78 ha rischiato di diventare la band più famosa del mondo, prima di dissolversi per non precisate ragioni nel giro di pochi giorni: non c’è un’unica voce narrante ma avvicenda le testimonianze e le ricostruzioni di tutti coloro che hanno vissuto quel momento, dai membri della band, agli amici al concierge dell'albergo; ognuno di loro racconta la propria storia, il suo punto di vista della vicenda, attraverso un linguaggio diretto e coinvolgente, subito in grado di catturare. A un certo punto, per iniziativa della casa discografica, ai The Six viene affiancata la bellissima e talentuosa Daisy Jones, che prima entra in conflitto con il leader Billy Dunne ma poi se ne innamora. A parte la banalità della vicenda (una canonica storia da gruppo rock dell’epoca) e la delusione (per quanto mi riguarda) del colpo di scena finale, l’autrice riesce a ricostruire e descrivere perfettamente i sogni, le speranze, le aspirazioni, l’amore, il desiderio di indipendenza, la vita on the road, la creatività, la paura di non sapersi ripetere, la diversità di vedute, le rivalità, le gelosie, le debolezze, il sesso, la droga, le dipendenze di una generazione e di un mondo ancora permeato dal mito della musica negli Stati Uniti, e non è cosa da poco. Siamo nei territori alla Almost Famous, senza però raggiungerne la poesia.

venerdì 6 novembre 2020

Thea von Harbou - Metropolis

Sin da quando ero bambino e ascoltavo la colonna sonora del film di Giorgio Moroder, con Freddie Mercury e Bonnie Tyler, ho nutrito una passione insana per Metropolis. Non solo per il film, ma anche per il romanzo da cui è tratto. Non so quale accoglienza potrà ricevere oggi, visto che era scomparso da tempo e, quando un libro scompare, forse una ragione valida ci sarà (tutti i libri che ho contribuito a far ripubblicare sono stati un fallimento editoriale o quasi). Comunque ho scritto anche una prefazione. Eccola qui:

 

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All’origine dell’omonimo film di Fritz Lang del 1927 (di cui costituisce la sceneggiatura) e alla base di molti capolavori della fantascienza, da Blade Runner a Star Wars, Metropolis di Thea von Harbou è un romanzo futuristico (oggi lo definiremmo distopico) ambientato in una ciclopica città multilivello: i ricchi industriali la governano dai loro grattacieli, mentre gli operai che lavorano sono relegati nel sottosuolo. La tematica rispecchia uno dei temi caldi della Germania degli anni Venti, la lotta di classe e il futuro dell’umanità in un’era industrializzata, ma, a causa della sua componente ideologica e dell’ambiguo finale conciliatorio, fu definito “stupidissimo” da H.G. Wells, mentre Buñuel lo giudicò “un film retorico e intriso di romanticismo superato”; ancora oggi il dizionario di cinema Morandini definisce il romanzo della von Harbou (moglie di Lang) intriso di “melensaggine mistica da romanzo d’appendice”. In realtà, tutti sono sempre stati condizionati dai tagli operati dalla versione americana del film, che smarrirono la complessità di quella originale di Lang: essa è stata recuperata solo nel 2010 e ha in parte ribaltato l’idea diffusa che Metropolis fosse un film visivamente affascinante ma narrativamente confuso e raffazzonato.

Forse è vero che lo stile della von Harbou risenta troppo dell’enfasi e delle iperboli tipiche del romanticismo, ma è innegabile che il suo romanzo abbia giocato un ruolo chiave nella costruzione di un immaginario collettivo (ben aiutato in questo dalla trasposizione cinematografica).

La trama di Metropolis è il risultato dell’intreccio di tre storie dalla diversa ispirazione: una “romantica”, riguardante l’idillio tra il generoso Freder e la dolce Maria; una “sociale”, che ha per oggetto la lotta di classe tra industriali e operai; e una “orrorifica”, che vede un diabolico scienziato impegnato (per conto dell’oligarca della città Joh Fredersen) a dare la vita a un robot che ha le stesse fattezze di Maria e incita gli operai alla rivolta e alla distruzione delle macchine: questo porterà alla distruzione del sistema produttivo di Metropolis e all’inondazione nei livelli inferiori della città, proprio quelli degli operai.

L’eroe, Freder, figlio del capo della città, è una figura messianica chiamata a incarnare il ruolo di mediatore (“Il mediatore tra il cervello e le mani deve essere il cuore”) tra capitale e lavoro e a ricomporre la frattura di Babele: non a caso, la prima volta che appare, Freder è immerso nella musica, teso a raggiungere l’armonia che unisce il cielo e la terra (tema eminentemente romantico), prefigurazione della sua chiamata a unire l’individuo e la società. Lui, figlio di un oligarca destinato a diventare lui stesso oligarca, non solo si apre a un residuo di umanità e solidarietà (sconosciute al padre), ma finisce per caricarsi di particolari cristologici e incarnare l’atteso redentore.

Per questo il romanzo si apre a una serie di suggestioni bibliche e religiose (il mito della Torre di Babele raccontato da Maria agli operai, i sette peccati capitali, la morte con falce e clessidra, il monaco Desertus che guida la Setta dei Gotici flagellanti e cita l’Apocalisse, San Michele e l’angelo della morte Azrael, il genocidio dei figli, il robot che brucia sul rogo come una strega, il confronto finale che si svolge sulla sommità di una cattedrale gotica) e le contrappone ai simboli ancestrali di una religiosità pagana crudele e disumanizzata (Baal, Moloch, Lilith, Astarte), in un sincretismo eclettico che sembra suggerire il recupero della tradizione germanico-cristiana come via per superare le contraddizioni dello sviluppo capitalistico e del comunismo distruttivo. Non desta stupore che il nazismo (al quale la von Harbou aderì volontariamente) apprezzasse il messaggio conciliatore del film: il finale infatti annulla la rivolta classista ma anche la dimensione democratica e parlamentare visto che salva la struttura verticale del potere in nome della coesione sociale. Infatti, il cardine della società è che le due metà strutturali di Metropolis – la metà del controllo razionale del lavoro e la metà dell’esecuzione materiale del lavoro – costituiscono un unicum funzionante.

La stessa verticalità viene utilizzata dalla von Harbou nel disporre la città non in orizzontale ma in vari livelli verticali: a ogni livello viene associato non soltanto un corrispondente livello di potere, tale per cui più si scende in basso più il potere diminuisce, ma anche un diverso accesso alla vita sociale. Vale a dire che ha un livello urbano più basso si associa una peggiore qualità della vita: gli operai di Metropolis non possono avere nemmeno accesso alla luce solare.

Opera apocalittica sulla dittatura delle macchine, la divisione in classi e il desiderio di ribellione delle masse, Metropolis suona come una denuncia dello sfruttamento degli operai, non a caso descritti come una massa informe composta di automi, rappresentazione per eccellenza dell’alienazione dell’uomo a causa del lavoro. L’uomo esiste per controllare le macchine, descritte come la divinità di un tempio prive di cervello ma inesorabili e spietate nel distruggere la materia cerebrale degli uomini che sono loro assegnati.

Nel romanzo la scienza viene vista come sfida dell’intelligenza umana nei confronti di Dio: il grattacielo principale della città si chiama Nuova Torre di Babele mentre il grande ascensore che vi conduce è il Pater Noster, per cui la scienza diventa essa stessa nuova religione e fulcro di una società laica senza più valori certi di riferimento, destinata a crollare perché basata unicamente su circuiti ed energia e sulla volontà superomistica di un oligarca inflessibile e teso a oltrepassare ogni limite umano. La figura dello scienziato Rothwang, allo stesso tempo alchimista e mago, riprende la tradizione germanica del magico e del gotico (Hoffman, Frankenstein, Faust e il Golem), tanto che sulla porta della sua casa è tracciato pure un segno cabalistico (il pentacolo di Salomone). C’è però un’importante differenza: Rotwang non agisce per volontà di potenza ma per motivazione sentimentale. Infatti intende far rivivere l’amata Hel, “rubatagli” dall’oligarca Fredersen e morta di parto dopo aver dato alla luce il figlio Freder.

In questo quadro viene inserito il tema del doppio e della maschera, affidato alla doppia figura femminile: la donna angelicata cara ai poeti romantici rappresentata da Maria (in più occasioni definita “Madre” e “Vergine” e caricata di funzioni profetiche); e la donna diabolica rappresentata dall’automa con le fattezze di Maria (non a caso chiamata “Parodia” dal suo inventore) che rappresenta il lato oscuro e ferale del potere femminile, non nutritivo ma pericoloso simbolo erotico di seduzione e perdizione.
Non male per un melenso romanzo d’appendice.

domenica 1 novembre 2020

Massimo Polidoro - Il mondo sottosopra

I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, il piano Kalergi che vuole sostituire la razza europea con gli immigrati, i vaccini che provocano l’autismo, l’Olocausto che non è mai esistito, le scie chimiche che avvelenano il clima, l’11 settembre creato ad arte dagli americani, il falso sbarco sulla Luna, il gruppo Bilderberg, il Deep State, i poteri forti, la terra piatta, il microchip sottocutaneo, il Nuovo Ordine Mondiale, il demonio George Soros, i rettiliani. Questi sono solo alcuni dei presunti complotti che affollano quotidianamente le nostre bacheche Facebook e occupano i discorsi di molte persone, e non solo al bar. Il ponderoso Il mondo sottosopra di Massimo Polidoro li affronta nel dettaglio, smascherando bufale e fake news, ma lo fa (finalmente!) senza incolpare o demonizzare il web o i social come fanno molti altri: in fondo, bufale, fake news e teorie del complotto sono sempre esistite e sono state utilizzate per colpire vari gruppi o le più disparate organizzazioni (i cristiani, gli ebrei, i Templari, le streghe). Sono notizie spazzatura che fanno leva sui meccanismi inconsci e l’insicurezza delle persone, sulla loro necessità di individuare un nemico responsabile della loro insoddisfazione, spesso «sfruttando la naturale curiosità umana per le notizie più estreme, emotivamente coinvolgenti e clamorose», sempre opposte alle notizie ufficiali diffuse dal “sistema”. Anzi, sembra proprio che, per molte persone, l’importante sia diffidare delle fonti ufficiali, che farebbero tutte parte di un complotto per nascondere la verità. A questo punto, a seconda di come la pensiate, potete anche smettere di leggere: tanto più che Polidoro è darwiniano e nega ci sia un complotto gender in atto.

Si pensa sempre che i complotti siano cose da poveri outsider paranoici, e invece l’identikit di chi preferisce questo tipo di informazioni parla di persone tra i 34 e i 54 anni, con un grado di cultura medio-alto, quasi sempre laureati, con lavoro stabile e a volte impegnati nel sociale. Per questo Polidoro affronta temi come camera dell’eco, bolla di filtraggio, polarizzazione, frame, deep fake, buyers cognitivi, dissonanze e pregiudizi di conferma, insomma tutti quei tranelli della mente che la fanno cadere in errore. Sono elementi che veri e propri professionisti del settore utilizzano (e lo confessano candidamente ad anni di distanza!) per spacciare notizie false o create ad arte per guadagnare e speculare sui bisogni irrazionali delle persone; l’importante è polarizzare il contrasto, non convincere ma aumentare le paure irrazionali (l'emergenza, l'invasione, l'onda dei migranti) giocando sulle immagini già presenti nella mente del pubblico. Un po’ come quelli che vendono cure miracolose per guarire dal cancro come il metodo Bonifazio, la cura Di Bella, Stamina, il metodo Hamer e la dieta Panzironi, o chi dice che le cure per il cancro esistono ma vengono avversate dalle case farmaceutiche e dai medici a esse asservite (dimenticando che «si definisce “cancro” un’infinità di patologie, ciascuna diversa e complessa, e dunque non può esistere una cura valida per tutte»). Ci sono delle precise strategie che vengono adottate per screditare i falsi della scienza nel tentativo di sostituirli con versioni di comodo offerte da pseudoscienziati che fingono di aver fatto scoperte clamorose ma si rifiutano di dimostrarle, venendo comunque dipinti da molti come novelli Galileo contrastati da chissà quale potere forte.

I complotti nella storia esistono eccome (il Watergate), ma sono imperfetti, perché è la realtà a essere imperfetta: le teorie paranoiche del complotto sono invece basate su un'idea lineare che non prevede l'intervento del caso ma che divide il mondo in buoni e cattivi: la messa in pratica è sempre perfetta e pianificata, senza alcuna sbavatura, ed è sempre operativa, anche quando il complotto viene denunciato. In ogni teoria complottista la posta in gioco è sempre il dominio del mondo e coinvolge chiunque, soprattutto chi lo nega (subito accusato di far parte del complotto); le teorie del complotto si fanno poi sempre più evolute, ramificate e stratificate, con sottodiramazioni che riassumono l’intera storia umana. Per questo i complotti sono eterni, al di sopra della storia, tanto che ritornano ciclicamente come vere e proprie leggende metropolitane: è il caso della leggenda dell’abuso rituale satanico a danno di bambini, al centro di inchieste dell’FBI e di Scotland Yard a partire dagli anni Settanta grazie alla falsa testimonianza di Michelle Smith, che raccontò in un suo libro diventato bestseller (e poi rivelatosi un clamoroso falso) di essere stata violentata per anni dai genitori satanisti. La cosa scatenò un’isteria collettiva per cui molti altri ricordarono improvvisamente di essere stati violentati da piccoli: celeberrimo il caso McMartin del 1983 con i bambini di un asilo di Manhattan Beach in California che sarebbero stati violentati, costretti sa partecipare a rituali satanici e ad assistere a film pornografici, mutilazioni di animali e omicidi di altri bambini, per essere anche portati in aereo nel deserto o a Palm Springs, il tutto nell’orario scolastico (tra i violentatori ci sarebbe stato anche l’attore Chuck Norris). Ovviamente, i processi che furono imbastiti dimostrarono l’infondatezza di una simile isteria ma anche la creazione da parte di psicologi e inquirenti di false memorie attraverso la manipolazione: un’eco di tutto questo si è avuta anche in Italia con il caso dei Bambini di Satana a Bologna e il Diavolo della Bassa in Emilia, e continua ancora oggi a tornare a galla come nel caso del Pizzagate e di QAnon, secondo cui Donald Trump sarebbe l’eroe della luce che combatte l’abuso rituale pedofilo dei democratici di Hillary Clinton.

Polidoro ribatte colpo su colpo a tutta questa proliferazione di complotti (l’appendice è interamente dedicata al complotto più famoso di tutti i tempi, l’uccisione di John Fitzgerald Kennedy), dimostrando che spesso, alla fine, i fatti sono più sorprendenti di qualsiasi fantasia complottista. Purtroppo, ammette anche lui che simili operazione di debunking (smascheramento e demolizione) sono inutili, tale è in noi il bisogno irrazionale di avere nemici invisibili ai quali addossare la colpa delle nostre insoddisfazioni e delle narrazioni in grado di catturarci con il potere affabulatorio.

venerdì 30 ottobre 2020

Catherine McIlwaine - Tolkien. I tesori

Uno degli aspetti più interessanti di Tolkien è che, oltre alla sua attività di scrittore, narratore e saggista, si è distinto come pittore, contribuendo a disegnare, illustrare e dipingere oggetti, paesaggi e scenari che lui stesso andava elaborando. Qualcuno obietterà che si tratta pur sempre di un pittore dilettante, privo di tutte quelle capacità dei pittori professionisti, ma la cosa mi interessa poco: l’arte tolkieniana continua ad affascinare con la unicità e poesia, prova ne è questo J.R.R. Tolkien. I tesori, curato da Catherine McIlwaine e versione “light” del più corposo J.R.R. Tolkien. Il creatore della Terra di Mezzo, catalogo di una mostra tenuta alla Bodleian Library di Oxford. Racchiude una serie di materiali d’archivio di Tolkien, bozzetti, schizzi a matita, acquerelli paesaggistici, disegni a penna e inchiostro, lettere e mappe, oltre a foto di vita privata che ci fanno entrare nella sfera personale di Tolkien e della sua famiglia. Si tratta dunque di un libro che «celebra l’eccezionalità di Tolkien come autore – forse il più grande scrittore di storie fantastiche dell’era moderna –, ma ribadisce anche l’importanza dei molti aspetti differenti della sua vita: il filologo, l’inventore di lingue, l’artista, il creatore di mondi, l’accademico, l’insegnante, il marito e il padre furono ruoli che, combinati fra loro, produssero uno speciale insieme di talenti, un insieme che guidò la straordinaria immaginazione di Tolkien verso la creazione della Terra di Mezzo».


Pur senza avvicinarsi alla profondità di un’opera come L’arte di Tolkien di Roberta Tosi, ricorda più il vecchio Immagini, ormai fuori catalogo. I testi sono ridotti all’osso ma riescono comunque a dirci qualcosa sul Tolkien pittore: in fondo, chi di noi non ha mai sognato a occhi aperti guardando le illustrazioni che hanno sempre corredato Lo Hobbit, anche nelle versioni in italiano? Purtroppo Il Signore degli Anelli non ha mai avuto un comparto iconografico paragonabile, anche se in realtà Tolkien ha prodotto materiale anche in questo caso: schizzi, paesaggi, sovracoperte, mappe, in alcuni casi anche veri e propri oggetti metanarrativi, come nel caso del Libro di Mazarbul che Gandalf legge nella camera sepolcrale di Balin a Moria. Una produzione che ci dice quanto attento e scrupoloso Tolkien fosse nel cesellare il suo mondo secondario nel minimo dettaglio: basti pensare alla precisione nel ricreare mappe coerenti e credibili, nelle quali la scala era di fondamentale importanza (le distanze variano in base alla razza, perché un uomo che è alto ci mette di meno a percorrere un tratto di strada rispetto a uno hobbit che è basso). Ovvio che in questo processo creativo le lingue svolgessero una parte a dir poco fondamentale: da filologo, Tolkien pensava che le lingue dovessero avere vita propria e creare storie e leggende per le creature che le popolavano, cioè che prima venissero i linguaggi e poi i popoli che li utilizzavano.


Molto interessante è la parte dedicata al Silmarillion, opera che Tolkien cercò di portare a termine per tutta la vita ma pubblicata postuma nel 1977 a cura del figlio Christopher Tolkien: molti dei racconti del Silmarillion si possono ritrovare nelle prime versioni scritte tra il 1916 e il 1920 e, «nonostante ci abbia lavorato per tutta l’età adulta, la straordinaria visione del legendarium fu tanto forte da rimanere per lo più incontaminata da influenze esterne per un periodo di oltre sessant’anni». Uno sforzo onnicomprensivo, che addirittura portò Tolkien a trasformare dei semplici disegni astratti che aveva fatto su fogli di giornale in decorazioni per le ceramiche della civiltà númenoreána della Seconda Era della Terra d Mezzo. Forse il Professore «non fu capace di compiere gli ultimi passi che potevano mettere il punto finale alla sua opera perché, in un certo senso, questo avrebbe portato alla chiusura del rapporto con loro. Le molte opere incomplete, tra cui Il Silmarillion e le lingue inventate, rimasero incomplete per scelta, perché Tolkien non voleva che il suo lavoro finisse».

martedì 20 ottobre 2020

Michele Ainis - Il regno dell'uroboro

Recentemente ho visto il celebrato documentario di Netflix The Social Dilemma, duro atto d’accusa nei confronti dei social network che ci stanno rubando la vita e la libertà: senza negare i problemi che affronta (dipendenza, solitudine, furto di dati e gusti personali), non ne sono stato entusiasta, anzi l’ho trovato retorico e ipocrita nel suo tentativo di dimostrare che la colpa della maleducazione e del cattivo utilizzo del web sia colpa non nostra ma di qualcun altro, cioè dei social network stessi, di fatto sgravandoci da qualsiasi responsabilità. Ora ho letto questo Il regno dell’uroboro, piccolo saggio antropologico-sociologico di Michele Ainis che affronta lo stesso problema in una chiave altrettanto negativa: la tecnoscienza ci ha fatto accedere a delle informazioni in cambio di una cessione di nostri dati che vengono usati contro di noi e ci hanno trasformato in prodotti sulla base di sofisticati algoritmi. E questo non da oggi o da ieri ma dal 2009, cioè da quando Google ha cominciato a profilare i propri utenti, a mappare i loro gusti, le loro ricerche, i loro pareri, i loro tragitti, le loro abitudini.


I social network hanno perfezionato la cosa, facendo finire i loro utenti in cerchie chiuse di persone che la pensano esattamente come loro, abbattendo il confronto e il dibattito. Siamo sempre connessi, crediamo di comunicare e nel frattempo non ci accorgiamo che siamo preda di questi social: ogni gesto, ogni like e ogni affermazione viene catturato da un algoritmo. Questo ha cambiato la nostra società e il nostro modo di pensare, ha fatto sparire l’etica e il senso del limite, ha contribuito a sgonfiare la democrazia e ad aumentare l’intolleranza, ha aumentato la nostra solitudine e la nostra autoreferenzialità (da cui il simbolo dell’uroboro, il serpente che si morde la coda). La condanna non potrebbe essere più netta: il web è un mondo che ci prende più di quello che ci dà, tanto che essere connessi ci rende più deboli che se fossimo esclusi. Benvenuti nell’era della solitudine di massa, come recita il sottotitolo.


La cosa più subdola individuata da Ainis è che le idee che circolano sul web e inondano i nostri profili social a colpi di autentiche fake news vengono costruite proprio per condizionare i nostri comportamenti (condizionando l’esito delle elezioni americane che hanno portato alla vittoria di Trump o il referendum sulla Brexit). Un’accusa molto circostanziata alla logica del web come libertà, della democrazia diretta, dell’uno vale uno (insomma, il programma politico del Movimento 5 Stelle), l’illusione di bypassare le pastoie e i controlli della democrazia parlamentare, con il conseguente declino della stessa politica che del web si nutre riducendosi a social.


Il ragionamento dell’autore si estende quindi al mercato editoriale, da una parte stigmatizzando l’aumento esponenziale dei libri autopubblicati su Amazon, segno di una progressiva degenerazione delle opinioni che sfuggono al controllo dell’editoria tradizionale, dall’altra scagliandosi contro le librerie digitali presenti sulle varie piattaforme che consentono l’accesso immediato a troppi libri, troppi film e troppi dischi di scarso valore, in una bulimia digitale che corrisponde a una proliferazione e a una degenerazione del mercato delle idee. Addirittura Ainis se la prende con i libri che parlano di altri libri come Una vita da lettore del povero Nick Hornby, simbolo di una «produzione torrenziale [che] non ha niente a che fare con la letteratura», come se Il nome della rosa e la sua lezione («Spesso i libri parlano di altri libri. Spesso un libro innocuo è come un seme, che fiorirà in un libro pericoloso, o all’inverso, è il frutto dolce di una radice amara») non fosse mai stato scritto.