lunedì 24 dicembre 2007

Charles Dickens - Ballata di Natale

Il periodo mi ha quasi imposto di rituffarmi nella lettura di questo classico di Dickens, forse il più famoso racconto natalizio mai scritto. La storia è arcinota: in una fredda vigilia di Natale, nella Londra del XIX secolo, Ebenezer Scrooge sta lavorando, come sempre, alla scrivania del suo ufficio, nella ditta che dirige da solo dopo la morte del socio Jacob Marley, avvenuta proprio la vigilia di Natale di sette anni prima. Scrooge è un anziano misantropo, avido e taccagno a tal punto da risparmiare anche sul carbone necessario a far funzionare la stufa. Anzi, lui stesso custodisce il secchio del carbone concedendone una misera parte all’impiegato Bob Cratchit, che patisce il freddo nella stanza accanto. Rifiuta l’invito per il pranzo natalizio del nipote Fred e il contributo chiesto da due gentiluomini in favore dei poveri. Dopo aver consumato un frugale e solitario pasto nella solita locanda, rientrando a casa subisce la visita del suo vecchio socio Marley, fantasma costretto a trascinare pesanti catene per l’eternità: anche a Scrooge è riservato lo stesso destino, ma le cose potranno cambiare se egli darà ascolto ai tre fantasmi che durante la notte lo andranno a trovare. Ecco dunque che durante la notte gli appaiono gli spiriti dei Natali (i passati, il presente, i futuri): Scrooge si rivede solitario e chino sui banchi di scuola, abbandonato dagli amici, quindi a casa, affascinato dalle letture dell’infanzia, ricordando gli eroi preferiti, come Alì Babà e Robinson Crusoe. E, ancora, riconosce l’amata sorella Fanny che, una vigilia di Natale, lo va a riprendere a scuola (un momento veramente toccante, soprattutto al ricordo della morte di lei dovuta al parto). Rivede come le sue feste natalizie si siano sempre più limitate per lo spazio sempre più cospicuo dato agli affari, tanto da aver perfino rinunciato perfino alla sua fidanzata. Il fantasma del Natale presente gli mostra la povera casa dell’impiegato Bob Cratchit, dove vede il suo figlio paralitico, il piccolo Tiny Tim, che a causa  della povertà non potrà mai essere curato: Scrooge si commuove e si ribella alla notizia che il piccolo non vivrà a lungo, e rimane sorpreso da Bob che, malgrado sia sempre stato trattato male, alza il bicchiere alla salute del suo principale. Anche il nipote Fred lo difende con i propri commensali e si dice dispiaciuto per la solitudine in cui è sprofondato. Il fantasma dei Natali futuri porta a Scrooge alla Borsa degli affari, dove alcuni uomini parlano di un vecchio taccagno morto all’improvviso (Dickens, profondo conoscitore dell’animo umano, dice che Scrooge aveva sempre sperato di ottenere la stima di questi due uomini); quindi gli fa vedere come tutti i suoi beni verranno rubati e smerciati da un rigattiere, quindi in una camera ardente dove apprende della morte di Tiny Tim, e in un cimitero davanti alla lapide dello stesso Scrooge. Risvegliandosi nel suo letto, il vecchio taccagno si accorge di avere un’altra possibilità, e decide di cambiare vita: elargisce mance, saluta le persone, aumenta lo stipendio a Bob Cratchit, si reca dal nipote e accetta di fare festa. Si potrebbe erroneamente pensare che questo finale in cui l’uomo avaro e scontroso si trasforma nel miglior uomo del mondo sia un po’ forzato e fuori dai tempi, ma la melassa tipica dei film natalizi è decisamente un’altra cosa: anzi, tutto il racconto potrebbe essere letto come l’allegoria di una crisi di coscienza, una versione alternativa della notte dell’Innominato di manzoniana memoria. I momenti toccanti sono parecchi, e le invenzioni narrative lasciano a bocca aperta, a partire dalla folla delle anime degli uomini d’affari dannati, per arrivare alla descrizione fisica dei fantasmi di Natale (il primo fantasma è circondato da una corona di luce e con un copricapo da pompiere che tiene sul fianco, il secondo è un grasso gigante sornione, il terzo si presenta come una figura altissima, avvolta da un nero mantello e un cappuccio da cui nulla traspare se non una mano che sporge da una manica).

mercoledì 19 dicembre 2007

Robert Louis Stevenson - Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

Non so davvero da quanto tempo non riprendevo in mano questo geniale racconto di Stevenson sul tema del “doppio”, ma devo dire di averlo potuto valutare con un occhio diverso rispetto a quando lo lessi al liceo. Ambientata in una Londra nebbiosa e solitaria, la storia è raccontata in terza persona ma secondo l’ottica dell’avvocato Utterson, preoccupato perché un suo cliente, il medico londinese Henry Jekyll, ha fatto testamento a favore di un certo signor Hyde. Attraverso i contatti dell’avvocato con varie persone (il perdigiorno Enfield, che ha visto Hyde maltrattare una bambina; il dottor Canyon, collega di Jekyll, preoccupato per la svolta che hanno preso le ricerche dell’amico; il maggiordomo Poole e una cameriera che ha visto Hyde uccidere sir Danvers Carew, un gentiluomo che si è perso e si è semplicemente fermato a chiedergli chiesto la strada) scopriamo pian piano cos’è successo: affascinato, e turbato, dall’opposizione tra bene e male, il dottor Jekyll ha creato una componente chimica in grado di separare la sua personalità da quella istintiva, tenuta a freno dall’educazione, crudele, viziosa e violenta. Per questo ha provato la scoperta su sé stesso, trasformandosi in un essere piccolo e ripugnante, che nei suoi diari chiama Edward Hyde. Ben presto però egli non riesce più a controllare questo sdoppiamento, e la trasformazione avviene sempre più spesso, anche senza bere la pozione: per tornare normale, Jekyll ha bisogno di una quantità sempre maggiore di antidoto. La storia termina quando il maggiordomo Poole e l’avvocato Utterson, forzando la porta del laboratorio, trovano il corpo di Hyde invece di quello di Jekyll e scoprono la verità. Il bello è che Hyde non è un mostro in senso tradizionale, come si vede invece in tutti i film sull’argomento, a partire dalla vecchissima ma comunque bellissima versione di Mamoulian del 1932: l’immagine che Stevenson ne fornisce è infatti totalmente svincolata dall’inconografia classica del demonio o della creatura purulenta e deforme. Il male che Hyde incarna è, piuttosto, qualcosa di indefinibile, una forte repulsione fisica che chiunque lo avvicini riesce a provare, senza che il corpo mostri alcuna apparente deformazione. E neppure Jekyll è il bene in senso tradizionale: anzi, è un miscuglio di bene e male, e per sua stessa ammissione è incline a qualche passione disdicevole (tramutarsi gli permette di frequentare posti malfamati). Il racconto è una critica spietata la perbenismo vittoriano e al mito della facciata e dell’onorabilità (nonostante le sua inclinazioni, Jekyll vuole apparire come un santo). È significativa l’assenza di donne in tutta la narrazione, e non si riporta mai di una relazione di uno dei protagonisti con una donna. Certo, c’è chi potrebbe rimanere affascinato dal solito tema dell’inventore titanico che sfida Dio contrapponendo una propria invenzione e trascendendo i limiti imposti. A me inquieta invece la riflessione sul male: il processo che il dottore mette in atto è unidirezionale, cioè ha ripercussioni solo su sé stesso, non su Hyde. Dal male non si torna indietro.

domenica 16 dicembre 2007

Diane Setterfield - La tredicesima storia

In mezzo all’accozzaglia di best seller più o meno leggibili e pubblicizzati che affollano le librerie, questo voluminoso librone si distingue dignitosamente fin dall’elegante copertina che ritrae alcuni libri schierati dinanzi ad una tappezzeria damascata, e si candida come lettura ideale davanti al caminetto. L’idea di partenza, con il pretesto dell’inchiesta, non risulta molto originale: una giovane libraia, Margaret Lea, conduce una vita quieta e colta, divisa tra la libreria antiquaria del padre, quando un giorno riceve una strana lettera che, senza troppe spiegazioni, la convoca nella residenza della scrittrice Vida Winter, somma leggenda ma ormai giunta alla fine dei suoi giorni. Margaret viene scelta come sua biografa ufficiale, per raccontare, per la prima volta, la storia della sua vita (fino ad ora ha sempre difeso strenuamente la propria privacy e inventando, nelle rare concessioni fatte alla stampa, ogni volta una nuova storia di sé). Recatasi dunque nella tenuta dell’anziana signora immersa nella brughiera dello Yorkshire, Margaret ne ascolta i lunghi e sofferti racconti sulla sua famiglia, che recano in sé tutti i topos del romanzo gotico vittoriano: l’antica residenza nella brughiera, temporali notturni, amori torbidi e disperati, una madre pazza, un fratello e una sorella selvaggi legati da un rapporto morboso, scambi di persona, l’apparizione di un fantasma. Così, quello che a prima vista appare come un lavoro ingrato e impraticabile (l’esimia scrittrice ha un caratteraccio), diventa un percorso di catarsi e guarigione di antiche ferite, sia per l’anziana scrittrice, sia per la giovane Margaret. Con un occhio di riguardo per il tema del “doppio” (sia Vida Winter che Margaret sono gemelle), dell’amore proibito (incestuoso e adulterino), del disordine mentale e della mancanza (della sorella, della madre, di una famiglia). Naturalmente, il misterioso racconto cui fa riferimento il titolo e che non è mai stato pubblicato, troverà la sua definitiva risoluzione nella storia della famiglia della scrittrice. Non sarà un capolavoro, ma l’esordio di Diane Setterfield è ben scritto, mette a frutto la predilezione dell’autrice per i romanzi di Henry James (Il giro di vite) e delle sorelle Brontë (Jane EyreCime Tempestose) ed evoca atmosfere squisitamente “english” (con particolari che a noi italiani possono apparire un po’ strani, come le lettere che giungono a destinazione in poche ore, i treni che viaggiano in orario, o gentili tassisti che trasportano i loro clienti anche in sperdute lande sotto una tormenta di neve!). Anzi, a furia di risultare fuori moda, la Setterfield infarcisce la sua storia di citazioni più o meno esplicite (addirittura una pagina di Jane Eyre nel fagotto di un neonato) e fa crollare a pezzi la casa a simboleggiare la rovina della famiglia come nella Caduta della casa Usher di Edgar Allan Poe. Molto convincente risulta l’assoluta convinzione dell’incanto e della magia delle parole, del ruolo della narrazione come arte magica, della finzione letteraria come unica vera possibilità di conoscersi a fondo.

Recensione pubblicata sul numero di aprile 2008 della rivista “Pianuraoggi”

giovedì 13 dicembre 2007

Valerio Massimo Manfredi - L’impero dei draghi

Assedio di Edessa, 260 d.C.: nel tentativo di attuare una trattativa di pace con il suo avversario Shapur di Persia, l’imperatore romano Valeriano cade in una trappola e viene preso prigioniero. Metello Aquila e dieci dei suoi uomini più valorosi e fidati, piuttosto che salvarsi da codardi, preferiscono tentare di salvare il loro imperatore ma vengono fatti prigionieri anche loro. Tra l’altro, al povero Metello gli ammazzano pure la moglie che era venuto ad avvisarlo, nella più classica delle scene copiata dal film Il gladiatore. Il destino dei prigionieri è terribile: rinchiusi in una miniera da cui nessuno è mai riuscito a fuggire, marciranno ai lavori forzati come miserabili malfattori. Valeriano è il primo a morire di stenti ma Metello e i suoi compagni riescono a fuggire attraverso segreti cunicoli sotterranei, portando con loro le ceneri dell’imperatore, aiutati dal vecchio Uxal. Rifugiatisi in un’oasi, incontrano il mercante indiano Daruma che li ingaggia come milizia privata per scortarlo fino  in India, dove condurrà con se anche un misterioso personaggio braccato dai persiani che li ingaggia come milizia privata per scortarlo nel suo paese, la misteriosa Sera Maior, il lontano regno della seta: la Cina. Da quel momento per il manipolo di romani ha inizio, neanche fosse Il Milione di Marco Polo, un viaggio attraverso le foreste dell’India, le montagne dell’Himalaya e i deserti dell’Asia centrale, fino alla Cina. Qui scoprono che il misterioso personaggio è in realtà il principe Dan Qing, in lotta per difendere il suo regno dal feroce usurpatore Wei, e vengono coinvolti nella guerra contro la setta di invincibili guerrieri che lo protegge, le sanguinarie Volpi volanti. Metello vede perire i suoi in un combattimento nell’arena, potrebbe morire anche lui ma viene salvato dall’intervento (a distanza?) della bella Yun Shan, con cui naturalmente vive una storia d’amore. Il massimo è che poi, una volta guarito, viene erudito nelle arti orientali, in pieno stile L’utimo samurai con Tom Cruise. Naturalmente il confronto con l’armata di Wei è impari, e allora Metello e Dan Qing vengono sostenuti, nello scontro finale, dagli spettri di una legione romana scomparsa ai tempi di Augusto, che riprende vita per battersi al fianco di un comandante romano (sembra un prodigio metafisico, in realtà c’è il trucco). Ma, invece che restare in Cina a godersi la vittoria e la vita con la sua bella, il duro e coscienzioso Metello decide comunque di ripartire per portare a compimento la promessa fatta al morente Valeriano (salvare l’impero dalla distruzione, ovviamente!), torna indietro e non manca di passare a raccogliere le ceneri del vecchio imperatore per dare loro degna sepoltura. Complimenti per la fantasia. Purtroppo, il mio giudizio non è cambiato: troppo pesante nello scrivere, Manfredi abbonda di particolari e termini desueti e assolutamente non funzionali alla storia (cosa dovuta alla sua professione di archeologo), senza che il suo tono di solennità riesca a diventare “stile”. Inoltre, non solo la trama è a dir poco strampalata, ma i personaggi stessi sono tagliati con la scure: ci sono solo buoni e cattivi, con i due protagonisti Metello e Dan Qing che devono necessariamente apparire come figure emblematiche di due civiltà (non per niente il romano si chiama Aquila, come lo stemma delle legioni romane, che si contrappone al drago dell’impero cinese). Ciò che però appare più grave è proprio la struttura del romanzo: chiaramente interessato a costruire un background che gli permettesse di creare una storia compiuta, Manfredi non è assolutamente riuscito a controllare i piani narrativi (e qui mi meraviglio molto che non sia intervenuto il suo editor). Inizialmente infatti presenta quattro differenti punti di vista (quello dell’Imperatore catturato e dei suoi legionari, quello di Shapur di Persia, quello del nuovo imperatore succeduto a Valeriano e quello del figlio di Metello), ma poi li perde misteriosamente per strada lasciando spazio solo alla storia di Metello e dei soldati. Il tutto si riduce quindi alla solita storia di onore e fedeltà, con i buoni e impavidi romani che rispettano la parola data pur rimanendo fedeli ai propri principi. Abbastanza scontata poi la descrizione del confronto fra le civiltà, oggi molto di moda ma francamente letta e straletta ormai non so davvero più quante volte.

lunedì 10 dicembre 2007

Kim Newman - Anno Dracula

Un romanzo che si inserisce di diritto nel genere del pastiche letterario e che si propone come continuatore del romanzo Dracula di Bram Stoker (anche nella forma, che ne recupera parzialmente anche la forma epistolare), cambiandone solo un parametro. L’autore parte infatti dall’ipotesi che Dracula abbia vinto, abbia fatto giustiziare Van Helsing, abbia sposato la regina Vittoria dopo averla trasformata in vampiro e ora governi l’Inghilterra come principe consorte (continuando a praticare il suo hobby storico preferito, l’impalamento). Nel giro di pochi anni il vampirismo è divenuto un elemento del vivere comune: antichi vampiri sono usciti allo scoperto, spesso per ricoprire ruoli importanti nel nuovo corso del governo inglese, nuovi nati appaiono continuamente e il sangue diventa nuova merce di scambio. Lord Ruthven (protagonista del racconto Il Vampiro di Polidori) è primo ministro, Varney (un altro celebre vampiro letterario) governatore dell’India. Il pastiche assume dimensioni colossali perché Newman si sforza di mettere in scena il maggior numero possibile di vampiri della letteratura, convocando a Londra nella guardia personale di Dracula anche Kostaki (a un racconto di Alexandre Dumas), il Vardalek di Stenbock (debitamente omosessuale) e Von Klatka (dall’anonimo tedesco The Mysterious Stranger). Ma in realtà personaggi della letteratura (anteriore e posteriore a Bram Stoker) e della cronaca vittoriana emergono a ogni pagina, e il gioco intellettuale di rintracciarne l’origine è fra i maggiori interessi del romanzo. Ma non mancano neppure Carmilla (dall’omonimo e famoso romanzo di LeFanu), il conte Graf Orlock (il protagonista del film Nosferatu di Murnau), Mumuwalde (protagonista del film Blacula il primo film vampirico con un protagonista di colore), e ancora il dottor Jekill (e del suo alter-ego Mr. Hyde), John Merrick (l’uomo, realmente esistito, definito uomo-elefante per le sue difformità, di cui si racconta nel film di Lynch), il dottor Moreau (il dottore della famosa isola raccontata da H.G. Wells), Fu Manchu (il folle criminale creato da Sax Rohmer), l’spettore Abberline (quello interpretato da Johnny Depp in From Hell – La vera storia di Jack lo Squartatore), Gilbert e Sullivan, Oscar Wilde e Sherlock Holmes (fuori scena, perché spedito in campo di concentramento incrociato con un gulag russo ed una fattoria da allevamento di umani da nutrimento). E non mancano neppure alcuni personaggi del romanzo Dracula, come Arthur Holmwood (ora trasfromato in vampiro), o la moglie di Bram Stoker stesso con il suo famoso cenacolo letterario. Insomma, un delirio. C’è perfino Rupert di Hentzau, il cattivo del Prigioniero di Zenda! Il vampirismo si spoglia così di buona parte delle sue componenti magiche e si mostra in tantissime sfaccettature e variabili, per stirpe, per nascita o anche solo per una combinazione di casualità, offrendoci tutto ciò che sui vampiri ci è stato detto, dai poteri alla biologia. Appaiono così vampiri che possono trasformarsi o meno, una diversa reazione alla luce del sole o alle croci, vampiri dall’aspetto degenerativo e altri dall’aspetto regale. Non pago, Newman costruisce uno scenario apocalittico di denuncia di classe, con i vampiri aristocratici contrapposti ai “caldi” socialisteggianti della zona di Whitechapel, con invasati religiosi cristiani chiamati “crociati”, fino al pirotecnico finale compreso di incendio rigenerante e sovvertimento sociale. La storia principale è affidata ad un’indagine storica: Charles Beauregard, un investigatore collegato al Diogenes Club del fratello di Sherlock Holmes, Mycroft, investiga sui delitti di “Coltello d’Argento”, che altri non è che Jack lo Squartatore che uccide e sventra prostitute-vampiro, con l’aiuto di una vampira antichissima e benevola, Geneviève Dieudonné, della stirpe di Chandagnac. Essa disprezza Dracula e il suo nuovo ordine, dove chiunque può diventare un vampiro (ma di pessima qualità) grazie a una qualunque prostituta per pochi spiccioli. La coppia Beauregard-Geneviève (i due naturalmente si innamorano, benché l’investigatore non sia un vampiro) riesce a scoprire (ma il lettore lo scopre sin dalle prime pagine) che il criminale che terrorizza è il dottor Steward, rimasto scioccato dopo la morte della sua amata Lucy, e autore dei delitti per liberare le prostitute dal morbo del vampirismo. Beauregard e Geneviève sono infine ammessi alla presenza del Conte in persona, offrendo così alla regina Vittoria la possibilità di suicidarsi e di mettere fine al sanguinoso regno di Dracula sull’Inghilterra. Dal punto di vista dello stile, Newman esagera nel suo essere gotico a tutti i costi, abbondando di particolari descrittivi il più delle volte assolutamente inutili e di cattivo gusto (“un armadillo si contorceva davanti ai suoi piedi, con le parti posteriori incrostate delle sue stesse feci”).

giovedì 6 dicembre 2007

Philip K. Dick - Blade Runner

Pubblicato con tre differenti titoli (dapprima Il cacciatore di androidi, è stato poi edito col titolo del film Blade Runner, per godere successivamente di una sorta di riscoperta filologica col titolo originale Ma gli androidi sognano pecore elettriche?), questo libro è posto fra i capisaldi della fantascienza, da parte di un autore di culto. Ma è bene dire che è molto diverso dal film che da esso ne ha tratto Ridley Scott (secondo la mia modesta opinione, uno dei più grandi film di sempre). Non solo la trama è diversa, ma lo sono anche i contenuti. Dick eccelle nella descrizione dello scenario in cui si muovono i protagonisti, buio, oscuro, triste e desolato (i condomini sono quasi tutti vuoti e i personaggi vivono soli, contemplando la loro solitudine), con una polvere radioattiva che continua a cadere dal cielo e rende le persone dei “cervelli di gallina” (come Isidore, la mente semplice che lavora in una ditta di animali elettrici nella cui casa si rifugiano i replicanti). La guerra atomica del 2019 ha infatti costretto l’umanità a colonizzare nuove lo spazio e a creare i replicanti, organismi cybernetici con sembianze umane. Il problema sono i Nexus 6, androidi di ultima generazione, che a differenza delle altre serie di modelli sono tecnologicamente più avanzati sotto ogni aspetto. Essi sono talmente perfetti da poter provare dei sentimenti e per eliminare sul nascere il problema, i loro creatori hanno assegnato ad essi una data di scadenza, cioè quattro anni di vita. Il protagonista Rick Deckard è un cacciatore di androidi di San Francisco costretto a “ritirare” alcuni non-umani fuggiti da una colonia marziana. Ha qualche problema familiare ed è spinto a eseguire il suo lavoro dal miraggio di acquistare un vero animale per sostituire la pecora elettrica in suo possesso. Gli animali vivi, uccisi dalla radioattività, sono diventati una rarità e dunque uno status symbol: ogni persona che si rispetti deve possedere un animale vero ed accudirlo amorevolmente. Avere un animale finto, elettrico, è un onta che va nascosta. Il possesso di un animale infatti diventa la principale differenza tra uomini ed androidi, i quali non sentono nessun calore per gli esseri viventi. Deckard viene sedotto da Rachel, una replicante che suscita in lui il dubbio di quale sia il confine tra ciò che è organico e ciò che non lo è (Deckard scopre che Rachel è un androide solo all’ultima domanda del test per una reazione troppo lenta), ma soprattutto sul senso dell’umano. Alla fine, gli androidi che fuggono da Marte per ritrovare una loro dignità, si dimostrano, nelle loro reazioni (basta pensare a come si comporta Rachel nel finale), molto più umani degli umani stessi (che devono invece ricorrere al modulatore di umore). E questo, nonostante i replicanti non possano provare l’empatia che li qualificherebbe come uomini. Un tema fondamentale del libro (che è stato tolto nel film) è infatti relativo alla religione del Mercerismo, che permette, tramite un apparecchio apposito, una sorta di empatia globale tra gli uomini. Il poter far parte di questa “comunione” differenzia gli uomini dai replicanti, tanto che proprio la capacità empatica è alla base del test Voigt-Kampff a cui Deckard sottopone gli androidi. Alla fine, però, si scopre che l’intero Mercerismo, creduto e condiviso da tutti gli esseri umani, è una semplice truffa, nonostante lo stesso Mercer assuma comunque, agli occhi di Deckard, un ruolo mistico-rivelatore nell’adempimento della sua missione. Non solo Deckard deve essere pronto a uccidere gli androidi, ma deve farlo sopprimendo i propri sentimenti di empatia per creature che sembrano umane. In questo modo gli umani perdono la loro umanità fino ad assomigliare agli androidi; sono infatti gli uomini che tengono pecore (anche) elettriche, e sono sempre gli uomini che, grazie ad una speciale macchina che permette a chi ci è attaccato di trasmettere e ricevere i vari stati d’animo, che possono decidere quali sentimenti provare, divenendo macchine a loro volta. Una profondissima e apocalittica riflessione sui mali della società, sul ruolo delle droghe e sulla mancanza di senso della vita (molto interessante, a tal proposito, la figura di Buster Friendly, l’androide radiotelevisivo che scredita Mercer quasi voglia prendere il suo posto in una sorta di telereligione sponsorizzata).

martedì 4 dicembre 2007

Georges Simenon - La trappola di Maigret

Sono ormai cinque, in meno di sei mesi, le donne accoltellate nel XVIII arrondissement. Tutte nella stessa zona, tutte alla stessa ora, all’incirca alle otto di sera. E tutte con lo stesso rituale: dopo averle colpite alle spalle, l’assassino straccia loro le vesti, ma non le deruba né le violenta. I giornali non parlano d’altro. Nella torrida estate, Maigret sente addosso la responsabilità di non avere ancora trovato una pista ed escogita una trappola, essendo confortato nelle sue teorie da un’interessante conversazione con un famoso psichiatra (in fondo, Maigret affronta le sue inchieste un po’ come se fosse un medico, alla ricerca di un contatto umano con i suoi sospettati): fa finta di arrestare un uomo affinché la stampa lo annunci come il colpevole e perché il vero omicida si senta colpito nell’orgoglio. Contemporaneamente, sapendo che l’assassino si farà presto risentire, chiede la collaborazione della polizia femminile. Una delle poliziotte viene aggredita dal misterioso assassino, il quale però riesce a fuggire seminando un bottone. È grazie a questo indizio che il commissario si mette sulle tracce di un arredatore, che ha una moglie e una madre, proprietaria di una macelleria. Maigret lo arresta e lo sottopone a uno stringente interrogatorio, che rivela l’anormale personalità dell’uomo, che il morboso affetto della madre e della moglie, tiranniche e protettive al tempo stesso, tengono prigioniero in un complesso d’inferiorità. Si scopre così che egli ha cercato di reagire a questo stato col delitto. Ma un delitto quasi identico ai precedenti viene commesso. Chi, delle due donne, ama di più l’uomo al punto di macchiarsi di un simile gesto? Contrariamente ai libri odierni sui serial killer, che hanno 600 pagine ma ben poca suspense, Simenon costruisce una storia ipnotica in cui il suo protagonista non deve solo tendere una trappola, ma soprattutto scavare nell’oscura psiche di un uomo apparentemente rispettabile, e smontare il tortuoso meccanismo che lo ha portato a uccidere. Lo spettro di un criminale borghese, un uomo profondamente fallito che vive solo grazie alla madre che gli ha procacciato un matrimonio e alla moglie che li procura una clientela, e due donne profondamente inquietanti, non meno malate dell’uomo che intendono proteggere come se fosse un bambino. Sembrano facilonerie, ma ancora oggi c’è di che rimanere meravigliati.

lunedì 3 dicembre 2007

Philip Pullman - La bussola d’oro

La curiosità mi ha spinto a leggere l’opera da cui è tratto il film fantasy in uscita a Natale, primo capitolo dell’acclamata trilogia Queste oscure materie, che ha fatto incetta di premi nel mondo ma si è attirata anche mole critiche per il suo spirito veementemente anticattolico. Certo è che Pullman non ha fatto nulla per risultare simpatico, giungendo a definire Tolkien “uno scrittore infantile, interessato a mappe, codici e lingue, e non ai personaggi umani”, Lewis un “misogino, razzista, moralmente deprecabile” e Le Cronache di Narnia “uno dei romanzi più terribili e dannosi che mi sia mai capitato di leggere”. Neanche Harry Potter, nella sua personale visione, si è salvato: “Il maghetto è un poveraccio, la mia trilogia parla della messa a morte di Dio”. Insomma, da che pulpito… La storia si apre a Oxford, in un periodo storico imprecisato. Qui, all’interno del Jordan College, vive Lyra Belacqua, educata e allevata da alcuni docenti dopo la sparizione dei suoi genitori. È una ragazzina un po’ scavezzacollo e saputella che vive serena in compagnia del suo daimon personale, una creatura che nel mondo di Pullman viene assegnata a ogni persona, il cui carattere e umore si manifesta in qualche modo nelle sue fattezze. Per questo il daimon dei bambini, non ancora caratterialmente formati, varia in continuazione di aspetto. Lyra passa il suo tempo a scorrazzare per la città, soprattutto insieme al suo amico Roger, che dà un aiuto nella cucina del college, ma tutto cambia quando un giorno sente che il Maestro del Jordan vuole avvelenare suo zio Lord Asriel, uno scienziato estremamente geniale e intraprendente, e, dopo averlo impedito, assiste a una serrata discussione tra questi e gli accademici del collegio in cui cerca di convincere i colleghi a finanziare una spedizione al Polo Nord dove è recentemente comparsa di una strana Polvere che sembra provenire da un mondo misteriosamente presente al di là del Polo stesso e dell’Aurora boreale. Asriel viene però attaccato dal Magisterium, l’autorità della Chiesa Cattolica che sovrintende a ogni attività scientifica e speculativa, e viene spedito nella prigione di Svalbard, dove è sorvegliato a vista dai terribili orsi corazzati. Contemporaneamente in città compare la terribile setta degli Ingoiatori, che rapiscono i bambini più poveri della zona tra i quali Roger. Lyra, che nel frattempo ha ricevuto in dono dal maestro del college l’aletiometro, una specie di bussola che serve a scoprire la verità, è stata convinta dall’aristocratica e fascinosa signora Coulter a seguirla a Londra come sua assistente personale. Quando Lyra si rende conto che la donna è il capo dell’Intendenza Generale per l’Oblazione, organismo ombra del Magisterium, dietro la quale si nascondono proprio gli Ingoiatori, fugge e si unisce a una spedizione di nomadi del popolo dei gyziani, diretta anch’essa a Nord. Dagli zingari viene a sapere che Lord Asriel e Mrs. Coulter sono i suoi genitori, e pian piano impara a usare l’aletiometro, che le permetta di conoscere la verità su ogni cosa. Ma apprende anche dalla strega lappone Serafina Pekkala di essere in qualche modo una predestinata: da lei dipenderebbe infatti il destino degli uomini (che novità!), sempre che le sia lasciata la possibilità di comportarsi liberamente, anche a costo di sbagliare. L’errore, anzi, sembra essere la garanzia della buona riuscita della sua missione. E qui Pullman mette in opera un efficace paradosso, con un’eroina che cammina con uno strumento di verità ma è destinata a commettere errori in qualche modo salvifici. La spedizione procede con destini alterni. Lyra finisce in compagnia di un orso armato, il saggio Iorek Byrnison, esule tra la sua gente e che per questo annega i dispiaceri nel whisky, e di Lee Scoresby, un aeronauta texano. In un agguato però viene catturata e venduta alla base di Bolvangar, dove si trovano tutti i bambini rapiti, Roger compreso, e vengono separati a forza dal loro daimon e condannati a una vita vegetativa. Quando sta per essere anch’essa sottoposta al trattamento (una specie di ghigliottina spirituale), Lyria viene salvata da sua madre, che sulle prima finge di assecondare per organizzare in realtà una rocambolesca fuga di tutti i bambini. Fugge con l’aiuto della strega Serafina ma finisce prigioniera degli orsi: a questo punto, approfittando delle capacità divinatorie e indovine dell’aletiometro, si finge un daimon e gioca sul desiderio di essere un uomo (in possesso di un proprio daimon) del re degli orsi Iofur Raknison, ingannandolo (cosa importante, perché un uomo non riesce mai a ingannare gli orsi, se non quando un orso è accecato dalla propria velleità). Riesce dunque a far sì che Iofur sfidi Iorek, permettendo all’amico di sconfiggere l’odiato rivale e di diventare re al suo posto. A questo punto, Lyra riesce a ricongiungersi con il padre sfuggito nel frattempo alla prigionia. Il volume si conclude con un finale tragico e pirotecnico (che il film ha eliminato per non alienarsi le simpatie del pubblico): il Magisterium sottopone i bambini al taglio del daimon perché ritiene che chi ne è privo rimanga immune dagli effetti della misteriosa polvere. Lord Asriel, che invece di quel materiale cerca la fonte, è giunto vicino ad aprirsi un varco verso gli altri mondi, e siccome ha bisogno di una grande energia, giunge a sacrificare la vita di Roger. Alla fine riuscirà a passare, seguito dalla sola Lyra, dopo essersi separato dalla moglie, che non condivide il suo impulso di sfida all’Universo. Un fantasy ideologico, che si ispira al Paradiso Perduto di Milton (da un cui verso è derivato il titolo della trilogia Queste oscure materie) e al suo titanismo ribelle. Ma un fantasy che soprattutto non ha problemi ad attaccare direttamente la Chiesa e il suo operato: Pullman connette Polvere e Peccato Originale, castrazione spirituale e governo delle anime. Invoca il libero arbitrio e la rottura delle tavole (neanche fosse Nietzsche), si fa cantore della gnosi e della forza della scienza come via per il progresso. In mezzo a tutto questo calderone, crea un’atmosfera infantile che non convince troppo e tratteggia una geografia dell’universo un po’ troppo vaga e indeterminata. Non manca però di indovinare un paio di personaggi convincenti (primi fra tutti, l’orso valoroso Iorek e il suo nemico Iofur, accecato dalla sua volontà) e di buttarla sul sentimentale di sicura presa (il capitolo del ragazzino privato del suo tenero daimon che stringe tra le mani un pesce). Funziona abbastanza bene anche la tanto decatantata invenzione dei daimon (una reminiscenza socratica?) che rappresenta la parte visibile dell’anima, una specie di voce della coscienza, che può parlare prova le stesse sensazioni del proprio padrone, e che da adulti prende una forma fissa, che rappresenta sé stessi (Lord Asriel ha una tigre delle nevi, lo scimmiotto dorato della signora Coulter rappresenta l’inganno in cui può trarre l’apparenza: bello visto da fuori, ma in realtà spietato). Peccato che di tutte queste questioni, filosofiche e religiose, alla gente che andrà al cinema non importerà affatto. Anzi, si berrà tutto senza problemi e in maniera assolutamente acritica.

Georges Simenon - Félicie

Un delitto apparentemente inspiegabile per il commissario Maigret: in un tranquillo villaggio-giocattolo di provincia qualcuno ha sparato a bruciapelo a Jules Lapie, un ex contabile di Fécamp, meticoloso, avaro e taciturno, conosciuto in tutto il paese con l’ironico soprannome di Gambadilegno a causa di una gamba persa durante un viaggio per mare in cui si era trovato del tutto casualmente. Questi era accudito da una giovane governante, Félicie, una ragazza apparentemente scorbutica, bugiarda e arrogante, quasi irritante, che va in giro con abiti ridicoli e un cappello rosso adorno di una piuma verde cangiante. Nonostante l’avversione che gli dimostra, Maigret resta affascinato dall’ingenua altezzosità della ragazza che ostenta atteggiamenti da gran dama, ma che, solo grazie al vecchio che la teneva in casa, è riuscita a una situazione di miseria e di fame. Il commissario, che a detta del suo superiore “entra in un’inchiesta come infilerebbe i piedi nelle pantofole…”, preferisce dunque condurre l’indagine accanto a lei, scrutandone benevolmente ogni gesto, convinto che Félicie, portata naturalmente a fantasticare, sia a conoscenza di buona parte della verità e menta su molte cose. La verità lo conduce così ai sordidi giri malavitosi della zona di Pigalle, sulle tracce del nipote di Gambadilegno, soprattutto quando questi viene misteriosamente ferito, e di una misteriosa refurtiva nascosta da qualche parte. Ma il bello è che la riottosa Félicie, svelate tutte le sue infantili fantasie, si ritrova sola e desiderosa di mantenere il rapporto instaurato col commissario. Simenon, che in quanto a conoscenze femminili non era secondo a nessuno, ha la peculiare capacità di costruire un personaggio che è la quintessenza del capriccio, della bizzarria, dei sentimenti tenuti segreti e dell’insicurezza. E riesce a costruire, intorno a un’esile storia, un quadro sociale preciso, a caratterizzare i suoi personaggi con tratti psicologici che scavano nel profondo delle fragilità umane, e di presentare l’investigatore, Maigret appunto, come un uomo ricco di umanità e di calore che non nasconde sentimenti di pietà e di affetto per le persone con cui si relaziona.

domenica 25 novembre 2007

Georges Simenon - Il pazzo di Bergerac

Mentre la moglie è in Alsazia dalla sorella che sta per avere un bambino, il commissario Maigret accetta l’invito di un collega che si è ritirato a vivere in campagna. Ben presto però il viaggio verso la quiete di Villefranche-en-Dordogne si trasforma in un incubo: l’uomo della cuccetta sopra la sua tutto fa tranne che dormire, si agita senza tregua, geme, forse piange. Poi, all’improvviso, si butta giù dal treno e poi, nel buio, spara al commissario che d’istinto lo ha seguito. Quindi Maigret, ferito, viene scambiato da una folla inferocita per il pazzo che sta seminando la morte a Bergerac uccidendo donne e fanciulle. Paralizzato da una grave ferita alla spalla e armato solo della sua perspicacia (ma coadiuvato dal preziosissimo aiuto della moglie che lo ha prontamente raggiunto), Maigret si ritrova ad affrontare uno dei misteri più oscuri della sua carriera, convinto che il colpevole sia da rintracciare tra il commissario locale, il giudice, il procuratore e il dottore che assiste la sua ferita. Ma per farlo deve limitarsi a osservare la vita di paese dalla finestra del suo albergo: Maigret si ritrova a Bergerac, ma si deve immaginare Bergerac ancora prima di vederla. Una città dove tutti si conoscono e tutti sanno tutto di tutti, dove Maigret è avvertito come estraneo e invasivo perchè proveniente da Parigi (soprattutto per la sua volontà di investigare nella vita privata dei vari personaggi). Proprio qui sta il bello dei romanzi di Simenon (ed è la stessa ragione per cui oggi non vengono capiti): pur nella totale assenza di azione, all’interno di uno scenario immobile e asfittico, grande spazio viene riservato alla caratterizzazione psicologica dei personaggi e all’investigazione degli animi, in una realtà generalmente molto povera dal punto di vista umano (il procuratore che guarda foto pornografiche).

venerdì 23 novembre 2007

Steve Monroe - Chicago, 1946

Il corrotto poliziotto Gus Carson viene coinvolto in una sparatoria in un bordello e uccide un misterioso assassino che ha appena ucciso due uomini. Un duplice omicidio apparentemente incomprensibile, perché si scopre che le due vittime sono un avvocato e un giardiniere. Gus viene quindi espulso dalla polizia, e ingaggiato come detective privato da Arvis Hypoole, facoltoso uomo politico con l’ambizione di diventare sindaco: suo compito sarà scoprire i responsabili del rapimento del boss delle scommesse clandestine, Ed Jones, e mettere cosi a nudo l’inefficienza dell’amministrazione democratica in carica. Per questo dovrà trovare Ed Jones prima dell’Fbi, e questo significa il tempo di una settimana (il romanzo è diviso secondo i giorni della settimana), ma ben presto l’affare si complicherà e gli scenari che si apriranno sono altri: la possibilità di mettere le mani sul denaro delle scommesse clandestine, se non addirittura di ricattare la comunità nera perché essa voti per i repubblicani. C’è pure la possibilità che Hypoole abbia messo su tutto questa pantomima per nascondere una sua azione e liberarsi dei possibili testimoni. Un ottimo noir,  scritto secondo i canoni della migliore hard boiler school, quella di Chandler, MacDonald e Spillane, e per questo forse un po’ di maniera: una scrittura secca, decisa e avvolgente, oserei dire trascinante, con qualche dose di violenza in più per stare al passo coi tempi (il protagonista lascia dietro di sè, direttamente o indirettamente, una montagna di cadaveri). La novità sta nell’inserimento del ragionamento sulla guerra, sul ricordo dei volti dei compagni caduti sotto il fuoco giapponese che tornano a tormentare il protagonista e gli fanno vedere la vita in modo diverso. Ma Gus, come Marlowe, Archer e Hammer, non è uno stinco di santo (il romanzo inizia con una fellatio in un bordello…), anzi, è piuttosto un gaglioffo che riesce a barcamenarsi tra le situazioni peggiori con una buona dose di pelo sullo stomaco, pur con un suo codice morale. Tra malavitosi neri e mafiosi italiani, tipici del contesto di Chicago in cui è ambientato il romanzo, come al solito l’ostacolo peggiore è rappresentato dall’alta società, corrotta e con molti scheletri nell’armadio. Non manca nemmeno la figura della femme fatale, dalla natura ambigua di seduttrice irresistibile e perversa ingannatrice. Insomma, un noir manierista, realizzato con tutti gli elementi del caso. Piuttosto Monroe eccelle nei dialoghi, davvero tesissimi e pieni di humour nero e tagliente, purtroppo non sempre ottimamente resi dalla traduzione, che tavolta annaspa non riuscendo a cogliere il vero senso delle battute (per non parlare poi della traduzione delle World Series di baseball con il termine “mondiali”…).

venerdì 16 novembre 2007

Jerome K. Jerome - Tre uomini in barca

Un libro nato come una guida turistica e letteraria, che non è altro che la strampalata storia di tre amici (l’autore, Harris e Gorge) che decidono, non senza difficoltà di accordo, di intraprendere, insieme al fido cane Montmorency, un viaggio in barca lungo le rive del Tamigi (dei quattro, il cane è il più avveduto: infatti, quando viene messa ai voti la decisione di partire per la gita in barca, è l’unico che vota contro). Alla gita sul Tamigi si arriverà molto tardi: il resto è preparazione attraverso l’ozio. Ne nasce un libro esilarante, in cui la trama è solo il pretesto per una serie di irresistibili saggi di puro humour britannico, con piccole sventure e comiche avventure, curiosi aneddoti di costume e digressioni su quei luoghi. Dal folgorante inizio in cui l’autore, dopo la lettura di un testo di medicina, scopre di essere il ricettacolo di tutte le malattie possibili e immaginabili, tranne il “ginocchio della lavandaia”. O le peripezie dello zio Podger che, con l’aiuto dell’intera famiglia, ivi inclusa la domestica a ore, decide di appendere un quadro in salotto (mitica la scena della ricerca della sua giacca, su cui è seduto). L’avventura dell’amico con le forme di formaggio, o quella dello zio che viaggia per nave fino a Liverpool non potendo approfittare, per colpa del mal di mare, delle due sterline al giorno pagate in anticipo per i pranzi. I celebri aforismi (“Mi piace il lavoro, mi affascina. Potrei stare per ore seduto ad osservarlo”), le considerazioni sull’attendibilità delle previsioni del tempo (“la peggiore delle frodi”!), i consigli su come preparare il the e sbucciare le patate, i giusti metodi per imparare a navigare e raccontare frottole credibili quando si pesca (l’episodio dell’enorme esemplare di trota appeso alla parete di una locanda con un numero infinito di persone che ne attestano la paternità!). Il racconto degli incontri furtivi fra Enrico VIII e Anna Bolena, così invasivi da costringere i sudditi alla pirateria, o le notazioni sulle visite ai pub Harris di cui, come per quelle della regina Elisabetta I, sarebbe più utile lasciare targhe per ricordare quelli a cui non ha fatto visita. La camicia di Gorge finita nel Tamigi, o Harris che, dopo aver fatto perdere una folla di gente nel labirinto di Hampton Court, dichiara di non riuscire a sottrarsi all’impressione di essere divenuto, entro una certa misura, impopolare. Straordinario il capitolo che mette alla berlina la deprecabile ossessione inglese per le tombe e i cimiteri, con un guardiano scocciatore che vuole convincere il protagonista a visitare la celeberrima tomba della signora Thomas, vera e propria attrazione turistica del luogo, illustrando per tipo in climax ascendente tutte le gioie del luogo (fino ai teschi!), mentre il protagonista, pur disprezzando il culto delle tombe, gli contrappone la grandiosità del mausoleo funebre della propria famiglia. Un libro a torto accusato di essere inutile e che incredibilmente, ancora oggi, non viene capito. La realtà è che noi italiani sottovalutiamo la letteratura inglese (o, semplicemente, non la capiamo) e, di conseguenza, ci priviamo del gusto di scoprire autori come Jerome K. Jerome.

Alberto Ongaro - La versione spagnola

Massimo Senise, scrittore in crisi di ispirazione (un classico, sembra che gli scrittori non temano altro!), riceve nel suo attico romano un pacco da Madrid. Sono le copie della versione spagnola del suo ultimo romanzo, “La sconfitta”. La traduzione è di grande qualità e rispetta in tutto il testo originale ma, a un certo punto, Massimo trova una certa Marta che “camminava lungo la riva triste e senza peso come un’ombra”. Il punto è che lui quella Marta non l’avrebbe mai dovuta trovare, perché lui non ce l’aveva messa. Incuriosito e perplesso, continua a leggere e scopre altri interventi arbitrari della traduttrice, che messi insieme sembrano formare un messaggio destinato a lui, riferimenti alla sua vita molto puntuali, di cui solo chi lo conoscesse davvero bene potrebbe essere al corrente; ma, soprattutto, un’accusa esplicita: “Marta muore per colpa tua”. Il problema è che Massimo questa colpa non riesce proprio a riconoscerla, ed è costretto a ripercorrere tutta la sua vita, scandagliando ogni relazione, anche la più insignificante, con ogni donna in cui cerca di scorgere Marta. Ecco quindi che egli intraprende un viaggio nei ricordi fra i quali riemerge la  figura di una misteriosa bambina, comparsa una notte a Murano nel giardino di sua zia, che gli aveva chiesto di ributtarle un pupazzo lanciato, con parole strane sulla voglia che lui aveva di morire e sulla certezza invece sua di un futuro da grande donna. Si precipita dunque nel Veneto nei posti della sua infanzia, quindi vola a Madrid e di lì a Toledo, alla ricerca della misteriosa traduttrice, Magdalena Vegas Palacio, che sempre di più appare come l’oscura tessitrice di un complesso artificio per scatenare nello scrittore il senso di colpa. Alla fine il mistero sarà svelato, collegato a un suo racconto giovanile in cui figurava una Marta fallita nella vita dopo molte speranze suscitate in gioventù; ma la vita dello scrittore non sarà più la stessa, come non lo sarà di certo la sua arte. Massimo si accorge infatti di aver sacrificato alla propria arte le vite delle persone che ha conosciuto, e di trovarsi per questo in mezzo a un incubo, capace di parlare con i fantasmi che lui ha creato. E la voce di quella bambina continuerà a visitarlo come un’ossessione, a occhi aperti o di notte nei sogni. Alberto Ongaro, classe 1925, è narratore eccentrico, poco celebrato, lontano dalle mode. Le sue storie sono dense di invenzioni letterarie, la sua capacità di affabulazione ha ben pochi eguali in Italia. Come ne “La Taverna del Doge Loredan”, uno dei suoi romanzi più famosi, Ongaro mescola finzione e realtà, convinto che la realtà non è mai quella che viviamo, ma quella che immaginiamo. Tra suggestioni autobiografiche (dalla nativa Venezia, il protagonista si è trasferito da giovane in Sudamerica, diventando poi romanziere mentre girava per il mondo come giornalista) e personaggi ridotti all’osso ma abbastanza ben delineati, la trama è decisamente ben costruita e mette in scena l’avverarsi di coincidenze dietro cui sembra esistere una regia occulta e misteriosa. Con la consapevolezza che ogni libro, in fondo, è una ricerca e un’avventura che vive dentro di noi. Certo, il rischio è sempre quello di trovarci di fronte a un libro dalle problematiche essenzialmente “colte”. Assolutamente geniale la trovata del principe romano che cerca per tutta la sua vita di eseguire un’impossibile suonata per pianoforte di Mozart apparsa durante  una seduta spiritica.

Recensione pubblicata sul numero di febbraio 2008 della rivista “Pianuraoggi”

lunedì 12 novembre 2007

Michael Moorcock – La saga di Elric di Melniboné. Primo volume

Ristampa per uno dei personaggi più innovativi e originali dell’intera storia dell’heroic fantasy, il principe albino (e dagli occhi cremisi) Elric, una creatura rivoluzionaria per l’epoca in cui fu inventato. Invece che un barbaro forzuto o un cavaliere senza macchia e senza paura, Moorcock inventò un ambiguo e tormentato filosofo, un eroe tragico dominato da eventi che lui stesso crede di poter dominare. Prima pedina del Caos, poi ribelle contro di esso, l’azione di Elric non porta altro che la morte di tutti coloro che intrecciano il loro fato con il suo. Non c’è trascendenza nell’opera di Moorcock, bene e male sono solo etichette, forze impersonali e cieche che agiscono al di sopra dei destini umani. Un’opera assolutamente consigliata, scritta con uno stile personalissimo e barocco. Nel primo romanzo, Elric di Melniboné, Elric è l’ultimo Imperatore di Melniboné, un impero che ha dominato il mondo conosciuto per più di diecimila anni ed è in via di dissoluzione, in un mondo dove le terre restanti del mondo (i cosiddetti Regni Giovani) abitate dagli umani stanno rialzando la testa. I melniboneani sono una razza superiore, capaci di governare i draghi ma degenerati e dediti ad ogni vizio, senza pietà e annoiati da tutto. Elric è l’unico della razza melniboniana a non essere completamente amorale e a mantenere una parvenza di umanità, ma è debole e malaticcio, sempre costretto ad assumere pozioni magiche e droghe nei numerosi momenti in cui le forze lo abbandonano: anzi, con la sua profonda intelligenza mette in dubbio tutte le convinzioni e i costumi che sono stati propri della sua civiltà. Il suo filosofeggiare è però osteggiato dal popolo, e soprattutto da suo cugino Yrkoon, che è l’esempio tipico di melniboneano che vive solo per i piaceri e la distruzione. Inoltre, Elric ama anche la sorella di questi, Cymoril, la quale è però desiderata anche dal fratello. Yyrkoon trama per entrare in possesso della corona e, durante un attacco pirata ad Imrryr, capitale di Melnibonè, riesce a spingere Elric in mare, dando per certo il suo annegamento a causa della pesante corazza che indossa. Elric invece, evocando Straasha, signore degli elementali dell’acqua, si salva dalla morte, quindi ricorre ad Arioch, il signore del Caos, che nessuno mai è riuscito ad evocare. Comincia così un inseguimento nei confronti del cugino che porterà Elric in un’altra dimensione: catturato e destinato all’esecuzione, Yrkoon riesce infatti a fuggire trascinando con sé un manipolo di fedelissimi e soprattutto la sorella, e si trincera dietro la protezione di uno specchio magico che ruba i pensieri di chi lo guarda. Vinta la magia dello specchio e superate le resistenze, Elric trova Cymoril addormentata, vittima di un incantesimo, e insegue Yrkoon in un’altra dimensione alla ricerca delle leggendarie Spada Nere, Tempestosa e Luttuosa. Proprio qui, su incitamento di Arioch, Elric prende in mano Tempestosa, la spada senziente che nutre il corpo del suo padrone con le anime dei nemici uccisi, e grazie ad essa ha la meglio sul cugino che gli si sottomette. Ma, a sorpresa, gli affida il trono e la sorella fino al suo ritorno, decidendo di partire per i Regni Giovani alla ricerca di sé stesso e il senso della vita. Ed è proprio di una di queste peregrinazioni che tratta il secondo romanzo, Sui mari del Fato, che vede l’imperatore albino coinvolto in un viaggio oltre il tempo e lo spazio per aiutare l’equipaggio di una nave nel combattimento contro due mostri situati in un’altra dimensione, la cui sconfitta è essenziale per mantenere l’equilibro fra Legge e Chaos. Ed è qui che viene affrontato il tema del “multiuniverso”, la coesistenza su piani superiori ma sincronici di universi in contatto fra loro, che hanno la proprietà di interagire l’uno con l’altro, spesso distruggendosi, ma mai in permanenza. In questi universi i muovono personaggi in grado di esistere in tempi e spazi differenti, mutare il destino del continuum in cui abitano e spesso ripetendo, in un ciclo apparentemente inarrestabile, le stesse azioni e gli stessi drammi un numero infinito di volte. Questi personaggi sono in realtà uno solo: il Campione Eterno, destinato a lottare per l’eternità ora a favore della Legge, ora del Caos, per mantenere l’equilibrio, almeno fino a che non viene trovata Tanelorn, città in cui forse le anime del campione eterno possono trovare la pace. A bordo della nave, Elric incontra altre sue incarnazioni, nello specifico Erekose, Corum e Falcolunare: essi sono i Quattro che sono Uno, e unendosi riescono a debellare i due mostri. Nel viaggio di ritorno, Elric incontra Smiorgan il Calvo, Conte dell’Isola delle Città Purpuree, con cui aiuta una fanciulla contro un antico negromante melniboneano che la crede la reincarnazione del suo amore perduto, quindi un nobile avventuriero alla ricerca di un tesoro in un’antica città perduta. È qui che, assediati da nefandi uomini rettili, l’albino invoca Arioch e per ottenere il suo aiuto deve uccidere, contro la sua volontà, proprio il nobile che si è fidato di lui, guidato dalla sua Spada Nera che rivendica le vittime da sacrificare al dio del Caos (notare che all’epoca lo scrittore ha avuto dei problemi con l’eroina, e nel rapporto tra Elric e Tempestosa c’è molto della sua esperienza).

Valerio Evangelisti - Il castello di Eymerich

Castiglia, 1369. L’inquisitore aragonese Nicolas Eymerich, accompagnato dal collega tedesco Gallus di Neuhaus, si reca nel castello di Montiel, convocato da Pietro il Crudele, re di Castiglia, che è lì arroccato e sottoposto all’assedio del fratellastro Enrico di Trastamara, pretendente al trono. Nonostante le poderose truppe mercenarie di cui dispone Enrico, comandate da Bertrand de Guesclin, l’assalto finale risulta però impossibile e lo scontro è in una fase di stallo; il castello, infatti, pare in grado di difendersi da solo, quasi si trattasse di una colossale creatura vivente. Nel castello accadono fatti spaventosi: vi si aggira un fantasma alato, si odono misteriosi rumori dai sotterranei, avvengono delitti. Tutto l’edificio sembra vivere di vita propria. Al centro di questi enigmi pare esservi il rabbino Ha-Levi, ministro delle finanze di re Pietro il Crudele, il quale vive nei sotterranei del castello nei quali fa scavare sempre nuove gallerie, e sua figlia Myriam, innamorata dell’inquisitore. Le emozioni che gli suscita Miriam fanno temere Eymerich riguardo alla sua funzione di sondato della Chiesa, e provocano in lui reazioni ancor più violente. Allo stesso tempo, padre Gallus si fa sempre più insidioso nei suoi confronti: proprio i suoi modi di fare scatenano le ire di Eymerich, che fin dalla prima insinuazione del confratello inizia a maturare un odio sempre più profondo nei suoi confronti. In realtà, padre Gallus si dimostra crudele e intollerante. Eymerich deve risolvere non pochi problemi: il castello di Montiel appare subito nella sua inquietante veste, un ricettacolo di magie sataniche e di idiosincrasie tanto sociali quanto religiose. Eymerich scopre che alle torri del castello corrisponde l’immagine rovesciata dei claustrofobici sotterranei, e che esso è stato edificato sul progetto di alcuni maestri della cabala: la costruzione è viva, un Golem, a cui cinque benedettini indegni, tra cui Dalmau Moner, maestro di Eymerich, al fine di bloccare la magia giudaica alla base della costruzione, hanno contrapposto l’evocazione delle legioni infernali e si sono per questo coperti, anni prima, del grave peccato di demonolatria. Uno dei cinque frati predicatori è proprio Padre Gallus, che continua infatti a sottolineare la necessità di torturare i giudei, in special modo Myriam, confermando così le voci che lo hanno accusato in passato di depravazione e compiacimento durante le sessioni di tortura. La battaglia che deve condurre Eymerich è doppia: quella contro le forze sataniche e quella contro i suoi impulsi mortali per tornare ad essere se stesso e reprimere le sue umane passioni. A Myriam si sovrappone però l’immagine di un’altra donna, Leonor Lòpez de Cordoba (o Estrella, come si fa chiamare all’inizio), amante del re Pietro di Castiglia, e del suo fratellastro e pretendente al trono, Enrico di Trastamara. Così, anche in questo caso, come è tipico per i romanzi di Evangelisti, la donna si sdoppia e prende due valenze, nel caso specifico valenze angeliche. Myriam rivelerà infatti a Eymerich il manifestarsi in lei di un angelo, Metatron, e chiamerà Leonor Sandalphon, nome di un altro angelo (colui che governa la materia). I tre, per salvarsi dalla distruzione del castello trasformato in golem dai poteri di Metatron, si uniranno per poi sorvolare la shekinah, energia che, secondo i cabalisti, rappresenta l’incontro tra maschile e femminile. Sarà durante questo volo che Eymerich avrà un rapporto sessuale (!) con le due donne. Al suo risveglio, l’inquisitore riuscirà finalmente a riprendersi dal torpore che lo ha colto, mettendo fine all’incanto con il potere della sua ragione. Il romanzo viaggia su diversi piani, con un ufficiale delle SS che conduce strani esperimenti di rianimazione di cadaveri quasi fosse un novello dottor Frankenstein: ma anche in questo caso Metatron appare per entrare in una fanciulla ebrea e salvare il suo popolo…

venerdì 12 ottobre 2007

Alda Monico - Maria della laguna

Secondo romanzo per Alda Monico, insegnante prestata alla narrativa, reduce dal discreto successo di “Delitto al casìn dei nobili”. Rispetto a quel debutto, che aveva giocato la carta vincente dello scenario della Venezia sfarzosa e raffinata del Cinquecento, abitata da cortigiane e patrizi intriganti, l’autrice vira ora verso una prospettiva più intimista e ci conduce nella silenziosa laguna di Chioggia, per raccontarci la storia di Maria Boscola da Marina, campionessa del remo dal 1740 al 1784 e talmente famosa da essere immortalata da un ritratto che si trova oggi al Museo Correr di Venezia. Nella totale assenza di riferimenti storici, il romanzo cerca di immaginare una storia in grado di giustificare le lunghissime assenze tra una regata e l’altra nell’arco di un quarantennio, e racconta con ammirazione il coraggio di una donna che deve fare fronte ai problemi delle donne del tempo, in primo luogo le numerose gravidanze e le malattie, ma anche la lontananza del marito e dei figli. Una donna coraggiosa forse proprio perché donna, capace di riprendersi da ogni fatica, come quando intraprende un lungo e faticoso viaggio fino al delta del Po alla ricerca di una strega guaritrice in grado di salvarla da un tumore al seno. Proprio da quest’avventura, Maria tornerà con Sara, una bambina ebrea tacciata di stregoneria dal popolino ignorante: quasi una nuova figlia, che le sarà però strappata dalla bramosia del figlio, subdolo approfittatore come tutti gli uomini presenti nel libro. Il tutto nel contesto di una famiglia matriarcale in cui tre generazioni convivono grazie alla fatica e al buon senso delle donne. Come al solito, un romanzo leggero e senza pretese, che in alcune parti stenta e ha cali vistosi, e che contiene troppe scene di sesso (come se fosse obbligatorio parlarne), anche se descritte senza trasporto e in modo molto crudo e disincantato. Un libro sicuramente inferiore al debutto, che però analizza in maniera efficace la vita dei contadini e dei pescatori di Chioggia, e tratteggia una realtà di vita praticamente immobile, in cui il tempo sembra non passare mai nella ripetizione dei lavori e dei riti di tutti i giorni: “Non immaginavano neppure che potesse esserci qualcosa all’infuori della realtà che conoscevano: per loro lo scorrere dei giorni, la fatica, le malattie, le burrasche, le morti in mare, tutto apparteneva alla quotidianità e non poneva interrogativi, ai quali nessuno avrebbe saputo rispondere”. In appendice, come già per “Delitto al casìn dei nobili”, sono riportate le ricette dei piatti citati nel corso delle vicende narrate, particolare che contribuisce a ricreare la vita del tempo e da cui traspare la passione per la cucina dell’autrice.




Recensione pubblicata sul numero di dicembre 2007 della rivista “Pianuraoggi”

mercoledì 10 ottobre 2007

Pupi Avati - Il nascondiglio

1957: durante una tremenda tormenta di neve, una grande casa isolata in una cittadina dell’Iowa è sconvolta da un terribile delitto. La casa è un alloggio tenuto da suore, e le imputate sono due ragazze ospiti di cui una è appena stata violentata. Cinquant’anni dopo, la stessa casa è un grande edificio isolato in cima ad un colle, disseminato ovunque di rettili decorativi; si chiama Snakes Hall, ed è rimasto chiusa per mezzo secolo. Vi giunge una donna di origini italiane appena uscita dalla clinica psichiatrica dove è stata ricoverata per quindici anni in seguito al suicidio del marito: proprio lì essa, decisa a costruirsi una nuova vita, vuole aprire un ristorante per onorare una promessa fatta al marito e realizzare un suo sogno. Naturalmente, non appena messo piede nell’edificio i fantasmi del passato tornano a tormentarla. Comincia a sentire delle voci, credendo di sprofondare nuovamente nella follia, e decide di fare luce in maniera razionale sul mistero dei fatti accaduti fra quelle mura, andando a pestare i piedi a parecchia gente che hanno tutto l’interesse perché quella storia invece resti sepolta. Troverà solo un’avvocatessa disponibile ad aiutarla, fino al solito pirotecnico finale in cui tutto viene svelato (il perché delle deposizioni false, le due ragazze sparite, la provenienza delle misteriose voci). Un libro che non è altro che una sceneggiatura per un film di prossima uscita: Pupi Avati, a trent’anni dal fenomenale “La casa dalle finestre che ridono”, rispolvera un tema a lui caro, quello della casa maledetta, stavolta in chiave gotica, e abbandona l’ambientazione dei suoi famosi “horror padani” per spostarsi in America. La trama è molto simile, così come l’ossessione per le vecchie megere che sembrano indifese e invece si rivelano demoni. Una lettura innocua, che scorre via velocemente, ma che fa avvertire la mancanza di un decisivo contributo visivo (che arriverà col film). E non è un difetto da poco per un libro.

sabato 22 settembre 2007

Rex Stout - Alta cucina

Il pachidermico e scorbutico Nero Wolfe abbandona incredibilmente la sua abitazione di New York per prendere un treno per il West Virginia, sedotto dalla duplice opportunità di assistere al convegno dei quindici migliori cuochi del mondo per una competizione che vedrà assegnare l’alloro di migliore ad uno di loro. Alle terme di Kanawha, dove si tiene la gara, Wolfe si può così dedicare interamente ad uno dei suoi hobby preferiti ed esibire la sua grande competenza gastronomica, messa alla prova da una gara di degustazione in cui manca un ingrediente: ben presto però uno dei cuochi viene assassinato con un coltello nella schiena e Nero Wolfe è costretto a riprendere il suo ruolo abituale, pur di scagionare dai sospetti un cuoco suo grande amico, il catalano Jerome Bérin. Dopo aver sguinzagliato il suo fidato Archie Goodwin (che racconta, come sempre, la vicenda in prima persona) e avergli comunicato che, al loro ritorno a New York, avrebbe dovuto premunirsi di cercare un altro lavoro, Wolfe sopravviverà ad un tentativo di omicidio e avrà la meglio dell’insipienza del giudice e dell’ottusità razzista dello sceriffo, mettendo alle corde il colpevole. Per onorario chiederà a Bérin la sua più famosa ricetta: le leggendarie “salsicce mezzanotte”. Uno dei capolavori di Stout, pieno di ironia pungente e notazioni salaci, soprattutto da parte di uno spigolosissimo Archie Goodwin, inviperito con il suo tirannico datore di lavoro, che lo schiavizza senza ritegno e si riserva anche il gusto di licenziarlo (ma ovviamente cambia idea nel finale!). Molto spassose le descrizioni dei cuochi e dei loro problemi, così come alcuni personaggi di contorno (l’addetto alla sicurezza che escogita la scusa del lancio di sassi agli ospiti dell’albergo così da avere tempo libero). Nero Wolfe è più misogino del solito, ma il finale sembra rendergli in qualche modo giustizia.

giovedì 6 settembre 2007

Agatha Christie - Un cavallo per la strega

Mark Easterbrook, scrittore con una momentanea perdita d’ispirazione, suo malgrado assiste in un bar di Chelsea (Londra) ad un battibecco tra due ragazze, causato da motivi sentimentali. Si arriva alle mani, resta sul campo anche una ciocca di capelli. L’intervento di un poliziotto placa gli animi. Mark, quasi per caso, apprende dal gestore del locale i retroscena della vicenda ed i nomi delle protagoniste. Ed uno dei due nomi, a sorpresa, lo leggerà una settimana dopo, tra gli annunci funebri del “Times”. Contemporaneamente, un reverendo cattolico, padre Gorman, viene chiamato con urgenza per impartire l’estrema unzione alla signora Davis. Prima di spirare, la donna racconta una storia. Delirio o realtà? Nel dubbio, il parroco annota, su di un foglietto, una lista di nomi. Le tasche della sua tonaca sono scucite: ripone, quindi, il biglietto in una scarpa. Ma non riuscirà mai a far ritorno alla canonica. In un vicolo della nebbiosa città viene ritrovato il suo cadavere, massacrato a randellate. Nessuno ha assistito all’omicidio, ma un farmacista fornisce all’ispettore Lejeune una precisa descrizione del tizio che seguiva il reverendo. Mark scopre che la ragazza protagonista della lite nel bar di Chelsea è morta dopo poche settimane. Le sue ricerche lo portano nel villaggio di Much Deeping, a contatto con strani personaggi: un ricco possidente dal passato misterioso, immobilizzato su una sedia a rotelle e tre signore appassionate di magia nera, riedizione delle tre streghe del Macbeth di Shakespeare, abitanti in un’antica locanda chiamata “Cavallo Pallido”. Un romanzo che sembra esulare dal classico giallo e confluire, in alcuni frangenti, nell’esoterismo e nelle arti magiche. Certo, come al solito tutti sono sospettati di omicidio, ma in misura diversa dal solito. Lo stesso Mark Easterbook non è abbastanza convincente come detective, e la sua tecnica è bizzarra e in gran parte affidata alla fortuna (tanto è vero che il nome del colpevole sarà rivelato dall’ispettore Lejeune, che appare molto poco nel romanzo). Più interessante la parte dedicata alla stregoneria, verso cui il protagonista conserva un atteggiamento scettico ma possibilista: non può credere ciecamente a tutto, ma un pizzico di verità ci deve essere. E le streghe sono abilissime a sfruttare la suggestione delle loro pratiche, anzi, furbescamente, si sono aggiornate, ricorrendo ad un strano macchinario che si unisce alle antiche tecniche, e non mancano di offrire spiegazioni di tipo psicologico alla loro capacità di muovere la parte irrazionale delle persone: ritengono infatti di essere in grado di innescare il desiderio di autodistruzione insito nell’uomo. A corredare il tutto, l’immancabile risvolto sentimentale, così come interessanti notazioni sulle difficoltà degli scrittori e curiose critiche al servizio sanitario e ai giovani ricchi e trasandati della Londra anni Sessanta.

lunedì 27 agosto 2007

Arturo Pérez-Reverte - La pelle del tamburo

Un hacker riesce a penetrare nella rete informatica del Vaticano e lascia un messaggio inquietante nel computer del papa (!): una piccola chiesa di Siviglia, Nostra Signora delle Lacrime, abbandonata dal potere ecclesiastico come da quello secolare, uccide per difendersi da chi vorrebbe distruggerla. A indagare viene mandato padre Lorenzo Quart, giovane e affascinante (ma non troppo simpatico) sacerdote nonché agente dei servizi segreti vaticani, un buon soldato tutto disciplina e codice (ma senza vocazione). L’intento dell’intruso (ribattezzato Vespro) non pare distruttivo, anzi vuole solo mettere in allerta il Vaticano circa l’intricato affare in cui è coinvolta la piccola chiesa, già teatro di due morti misteriose e ora in procinto di finire tra le grinfie di un gruppo di avidi agenti immobiliari senza scrupoli. La ricerca conduce Quart fino a don Priamo Ferro, il ruvido e zelante parroco che ha piena devozione del suo piccolo gregge; sorella Gris Marsala, una monaca originaria della California determinata a restaurare la chiesa; Pencho Gavira, il giovane e ambizioso vicepresidente del Banco Cartujano; la sua moglie infedele, Macarena Bruner, una perfetta bellezza Andalusa la cui famiglia aristocratica è strettamente connessa alla storia della chiesa (una sua ava ha vissuto una drammatica storia d’amore con un ufficiale della marina e ha donato la sua collana di perle alla statua della Madonna); la madre di Macarena, l’elegante duchessa del Nuevo Estremo; e Onorato Bonafé, un giornalista da tabloid sempre alla ricerca di scheletri nell’armadio. Padre Quart viene lentamente sedotto dallo splendore di Siviglia e, naturalmente, dalla bellezza di Macarena. Solitamente Pérez-Reverte mi piace molto, ma questo romanzo è stato davvero un brutto colpo: la trama si snoda in una sorta di intrigo senza capo né coda, passando attraverso caratterizzazioni improbabili, dialoghi assurdi e un finale pasticciato, con un tasso di anticlericalismo addirittura fastidioso. Davvero esile la figura del protagonista, padre Quart, il prete senza fede che si comporta come se l’avesse per puro orgoglio e che ha fatto della sua personale idea di coerenza la corazza che gli consente di sopravvivere in un sistema che non ama e non stima. Naturalmente l’intera vicenda lo metterà di fronte a se stesso e contribuirà a renderlo umano: da un lato cederà alla tentazione carnale, ma dall’altro riscoprirà una dimensione sacerdotale, diventando prete per la prima e forse unica volta. Come al solito, la Chiesa è dipinta come una sorta di massoneria fatta da monsignori che parlano come mafiosi o politici, sacerdoti senza fede, parroci da pre-Vaticano II e monache in fuga; scopriamo anche che l’Inquisizione esiste ancora sotto forma di un burocratico ufficio, e che il Vaticano ha intrallazzi a Panama, Sarajevo, Brasile. Questo clero debole e oppresso dall’alto clero sarebbe la “pelle del tamburo” del titolo, sacrificata per far risuonare il messaggio di Dio o della Chiesa. Davvero terribile la concezione del sesso, scoglio supremo su cui si infrangono le aspirazioni di chiunque e su cui sembra destinato a finire il potere della Chiesa (infatti la Chiesa continua a durare da duemila anni…). Più simpatici risultano i cattivi, incarnati in tre pittoreschi scagnozzi talmente perdenti e imbranati da non riuscire a combinarne una giusta (l’ex pugile rimbambito, il falso avvocato laureato a L’Avana, la zitella romantica contante nei locali tradizionali e votata al punto croce). La cosa in cui davvero l’autore eccelle è la descrizione di Siviglia, perennemente avvolta da un’estate torrida e raccontata con un trasporto davvero convincente. Da notare l’autocitazione dell’autore: nella camera di Gris Marsala, si vede il quadro La partita a scacchi di Pieter Van Huys, già alla base del romanzo La tavola fiamminga.

giovedì 16 agosto 2007

Valerio Massimo Manfredi - La torre della solitudine

Ai tempi di Cesare, un drappello di soldati in esplorazione nel Sahara viene “sbranato” da una fiera invisibile d’inaudita potenza e crudeltà rinchiusa in una torre misteriosa, il Male allo stato puro; si salva solo un aruspice grazie al suono del suo sistro. Negli anni Trenta del ventesimo secolo, un certo Desmond Garrett scompare nella stessa zona del deserto e il figlio Philip si mette sulle sue tracce. Insieme a lui, intraprendono l’impresa anche un colonnello della legione straniera che vuole vendicare la scomparsa del suo reggimento e un prete che mette alla prova la sua fede. Naturalmente il Vaticano recupera e custodisce generosamente un misterioso libro ritrovato da Desmond Garrett e da padre Antonelli, un suo collega gesuita, che si rivela essere una sorta di Bibbia nera che narra la storia alternativa dell’uomo, dalla sfida lanciata a Dio dopo la cacciata dal paradiso terrestre. Un gruppo di uomini, infatti, si stabilì nella misteriosa Torre della Solitudine, al confine con l’Eden, per cercare di sorprendere l’angelo guardiano e rientrarne in possesso. Da qui l’origine dei Blemmi, mostri mitologici senza volto di cui parla anche Plinio. Non manca nemmeno una civiltà fiorente e dimenticata di una splendida oasi, a cui appartiene la bella Arad, nelle cui vene scorre il sangue delle antichissime regine di Meroe, anch’essa alla ricerca della Torre della Solitudine per guarire sua madre resa insana dalla visione della faccia di uno dei Blemmi: inutile dire che la sua tribù combatterà a fianco degli europei nel tentativo di liberare l’umanità, e che Arad si innamora (ricambiata) di Philip Garrett. A completare la serie di personaggi, il cattivo di turno, l’infame Selznik, che si scopre perfino essere il fratello di Desmond Garrett (e lo sa solo la Chiesa, ovvio!). Senza dimenticare l’inventore Guglielmo Marconi, a cui i gesuiti commissionano una potente radio in grado di captare segnali dalla costellazione dello Scorpione. Alla fine, nel finale più breve della storia, la misteriosa torre si rivela un trasmettitore (con la divinità? Con lo spazio profondo?), ma non si sa nulla del messaggio in questione e tutto resta sospeso, sia la trama che la vita stessa dei protagonisti. È stata la prima volta che ho letto un romanzo di Valerio Massimo Manfredi, e non so se sia stata la scelta giusta per cominciare a farlo. Più che una sorta di nostrano Wilbur Smith, sembra di leggere un autore americano di Weird Tales. La trama è, per quanto delirante, piuttosto fiacca, e ricalca a più riprese i film di Indiana Jones (c’è la ricerca del padre, come pure la città di Petra), mentre l’autore cerca di stupire con un’eccessiva abbondanza di termini desueti (per lo più assolutamente inutili). È interessante la trovata del libro che narra una versione alternativa della Genesi, quasi in stile Lovecraft: l’autore avrebbe potuto approfondire di più gli effetti della sua lettura sui religiosi sconvolti.

sabato 11 agosto 2007

Rex Stout - Nero Wolf discolpati

Ai tempi di Cesare, un drappello di soldati in esplorazione nel Sahara viene “sbranato” da una fiera invisibile d’inaudita potenza e crudeltà rinchiusa in una torre misteriosa, il Male allo stato puro; si salva solo un aruspice grazie al suono del suo sistro. Negli anni Trenta del ventesimo secolo, un certo Desmond Garrett scompare nella stessa zona del deserto e il figlio Philip si mette sulle sue tracce. Insieme a lui, intraprendono l’impresa anche un colonnello della legione straniera che vuole vendicare la scomparsa del suo reggimento e un prete che mette alla prova la sua fede. Naturalmente il Vaticano recupera e custodisce generosamente un misterioso libro ritrovato da Desmond Garrett e da padre Antonelli, un suo collega gesuita, che si rivela essere una sorta di Bibbia nera che narra la storia alternativa dell’uomo, dalla sfida lanciata a Dio dopo la cacciata dal paradiso terrestre. Un gruppo di uomini, infatti, si stabilì nella misteriosa Torre della Solitudine, al confine con l’Eden, per cercare di sorprendere l’angelo guardiano e rientrarne in possesso. Da qui l’origine dei Blemmi, mostri mitologici senza volto di cui parla anche Plinio. Non manca nemmeno una civiltà fiorente e dimenticata di una splendida oasi, a cui appartiene la bella Arad, nelle cui vene scorre il sangue delle antichissime regine di Meroe, anch’essa alla ricerca della Torre della Solitudine per guarire sua madre resa insana dalla visione della faccia di uno dei Blemmi: inutile dire che la sua tribù combatterà a fianco degli europei nel tentativo di liberare l’umanità, e che Arad si innamora (ricambiata) di Philip Garrett. A completare la serie di personaggi, il cattivo di turno, l’infame Selznik, che si scopre perfino essere il fratello di Desmond Garrett (e lo sa solo la Chiesa, ovvio!). Senza dimenticare l’inventore Guglielmo Marconi, a cui i gesuiti commissionano una potente radio in grado di captare segnali dalla costellazione dello Scorpione. Alla fine, nel finale più breve della storia, la misteriosa torre si rivela un trasmettitore (con la divinità? Con lo spazio profondo?), ma non si sa nulla del messaggio in questione e tutto resta sospeso, sia la trama che la vita stessa dei protagonisti. È stata la prima volta che ho letto un romanzo di Valerio Massimo Manfredi, e non so se sia stata la scelta giusta per cominciare a farlo. Più che una sorta di nostrano Wilbur Smith, sembra di leggere un autore americano di Weird Tales. La trama è, per quanto delirante, piuttosto fiacca, e ricalca a più riprese i film di Indiana Jones (c’è la ricerca del padre, come pure la città di Petra), mentre l’autore cerca di stupire con un’eccessiva abbondanza di termini desueti (per lo più assolutamente inutili). È interessante la trovata del libro che narra una versione alternativa della Genesi, quasi in stile Lovecraft: l’autore avrebbe potuto approfondire di più gli effetti della sua lettura sui religiosi sconvolti.

giovedì 26 luglio 2007

Paulo Coelho - Il Cammino di Santiago

Ho letto questo libro stimolato dal mio prossimo viaggio verso Santiago di Compostela. Cosa c’è di meglio, mi sono detto, di un libro sull’argomento che porta la firma di uno dei più acclamati scrittori a livello planetario? Mai ragionamento fu più errato. Questo primo romanzo di Paulo Coelho è stato una cocente delusione. Il protagonista, un aspirante mago che pecca di superbia e fallisce sul filo del traguardo, si ritrova impegnato in un percorso spirituale e iniziatico all’insegna della ricerca interiore, per ritrovare la spada che gli permetterà di concludere la sua iniziazione al Cammino della Tradizione e diventare un vero Maestro dell’Ordine Ram (Rigore, Amore, Misericordia). Accompagnato da Petrus, una specie di Virgilio dantesco, che gli insegna, attraverso vari esercizi, il modo di raggiungere l’ascesa e di combattere le tentazioni, l’autore immagina un viaggio in cui ogni tappa è una prova in grado di donare nuova saggezza al pellegrino, attraverso una serie di esercizi e rituali tra il magico e il New Age. Il problema è che, alla fine, questo non è un romanzo, ma piuttosto un manuale di istruzioni e sentenze che vengono declamate anziché essere argomentate. Un misto di concetti alchemici, mistici ed esoterici (nel finale c’è perfino un rituale templare!), a uso e consumo di una massa di lettori totalmente digiuna e affamata di religioso, ben disposta ad accettare qualsiasi cosa le venga somministrata, purché venga da una firma famosa. La struttura è talmente semplice e schematica da risultare irritante (ogni capitolo termina con una nuova pratica e una riflessione del protagonista che scopre quanto poco ne sapeva al riguardo), le leggende legate al Cammino sono solamente accennate. Tanti i buoni propositi nel tentativo di fornire una via di crescita spirituale alla tormentata esistenza dell’uomo contemporaneo, la cui chiave sta nella consapevolezza delle scelte, nel prefiggersi degli scopi e una scala di priorità, combattendo i propri demoni nascosti e il proprio egoismo che causa la superficialità. E naturalmente, in mezzo a tutta questa grazia, il nostro eroe non può fallire nella ricerca della spada.

venerdì 20 luglio 2007

Nick Hornby - Come diventare buoni

Ho sempre amato Nick Hornby per l’umorismo, la leggerezza, la cultura e la profondità dei suoi libri. Trovo davvero stimolante che questo romanzo sia narrato in prima persona dal punto di vista di una donna, proprio perchè l’autore è celebre per i suoi personaggi maschili nevrotici e infantili, in cui tutti gli uomini possono più o meno identificarsi senza vergogna (e, perché no, anche con una certa dose di fierezza). Anzi, per l’occasione Hornby abbraccia temi più maturi, nel caso specifico le problematiche di una perfetta famiglia di classe media allo sfascio. Ed è proprio qui che comincia il romanzo, con la protagonista Katie, medico devoto al bene degli altri, che in un parcheggio di Leeds telefona al marito per chiedere il divorzio, insoddisfatta della sua vita matrimoniale. Il marito, David, è un uomo cattivo, cinico ed eternamente di cattivo umore, che non risparmia mai le parolacce davanti ai figli, autore di continui anatemi al veleno dalle colonne della sua rubrica “L’uomo più arrabbiato di Holloway”. Katie ha anche un amante, Stephen, più giovane di lei e molto attento alle sue necessità. Ma proprio nel momento che sembra segnare la fine del loro matrimonio, David conosce uno strano soggetto, una sorta di guaritore che si fa chiamare BuoneNuove, che guarisce con la semplice imposizione delle mani la schiena dolorante di David e gli trasmette tutte le sue buone idee su come salvare il mondo. Da questo momento David diventa un’altra persona, esageratamente comprensivo, rilassato, pieno di nauseabonda bontà, al punto di dispensare cibo ai più deboli (dona ottanta sterline a un mendicante di strada) e di iniziare la creazione di un progetto di aiuto per i senzatetto, cercando di convincere persino altre famiglie del quartiere ad accettare persone sfortunate in casa propria. Così Katie si ritroverà a vivere in casa non solo BuoneNuove, ormai confidente spirituale e collega del marito, ma anche un senzatetto chiamato Scimmia. In realtà David non si rende conto che il suo nuovo “essere buono” sta minando l’unità familiare in misura ancora peggiore: non esita infatti a donare i giocattoli dei propri figli a dei centri di assistenza, li obbliga a frequentare i bambini che non sopportano solo per farli crescere nell’amore reciproco, causando reazioni totalmente opposte: Molly, guarita anch’essa da BuoneNuove, compiace eccessivamente il padre e frequenta una bambina insopportabile e puzzolente, Tom comincia a rubare ai suoi compagni di scuola per rifarsi degli oggetti perduti e picchia un ottuso amichetto. La stessa Katie rimpiange il vecchio David, il suo umorismo abrasivo e le sue cattiverie gratuite, e si ritrova a domandarsi se essere buoni significa aiutare il prossimo a scapito quello che hai costruito fino a quel momento o se saper crescere una famiglia in maniera serena e coerente. David e BuoneNuove (che stano scrivendo anche un’opera che nelle intenzioni vorrebbe essere definitiva, intitolata appunto “Come essere buoni”) diventano sempre più patetici e ridicoli nella loro smania di aiutare il prossimo, perdendo di fatto il contatto con la realtà, fino al punto in cui si scopre che il guaritore odia sua sorella ed esplode per telefono mandandola cordialmente a quel paese. Questo fa aprire gli occhi a David. Finché, una sera, di fronte ad un forte temporale che rompe le tubature della casa, Katie si rende conto che David è pronto ad affrontare il nubifragio pur di tutelare la sua famiglia, e capisce di amarlo. Insomma, non esistono persone buone, ma esiste la responsabilità. Hornby è molto attento ai riflessi che i divorzi hanno sui figli, sulle dinamiche che gli egoismi dei genitori mettono in moto. E non credo che sia un messaggio da poco, in una società come la nostra.

mercoledì 18 luglio 2007

Barbara Zolezzi e Angelo Maresca - L’Avogador e i delitti della Vera da Pozzo

Venezia, Natale 1574. Per incarico segreto del Consiglio dei Dieci, l’Avogador Paolo Priuli, magistrato della Repubblica Serenissima, deve far luce su una serie di delitti che colpiscono i giovani rampolli dell’aristocrazia veneziana per opera di un misterioso serial killer che compie anche delle mutilazioni sui corpi ma li ripone sempre sui bordi di un pozzo. Contemporaneamente, Priuli si trova a dover fare i conti con un’ancor più misteriosa e compromettente lettera anonima, che lo accusa di essere il vero responsabile dei delitti (con la scusa della vendetta per l’impossibilità di avere figli). Verrà aiutato dal suo speziale, il giudeo Abrahim, maestro esoterico e grande mago, che partecipa alle vicende personali ed investigative del suo padrone; e si varrà del conforto della cortigiana Tiziana Orio, donna colta e intelligente, che conosce quasi tutti i segreti dei patrizi veneziani. Così, tra personaggi inventati e storici (la cortigiana Veronica Franco, i pittori Tintoretto e Veronese), e persino attraverso il resoconto di un rituale di magia ebraica, l’Avogador giungerà al disvelamento del caso. Questi gli ingredienti del giallo storico di Barbara Zolezzi e Angelo Maresca: un libro di facile lettura, istintivo e colloquiale, senza alcuna pretesa ma in fondo piacevole e divertente.

martedì 10 luglio 2007

Sarah Dunant - La cortigiana

Sacco di Roma, 1527: tra le fiamme del saccheggio, la bellissima cortigiana Fiammetta Bianchini pensa di ingraziarsi gli invasori mettendo a disposizione la sua casa, ma l’intervento di due megere luterane che la sfregiano e le rasano i capelli mette praticamente fine alla sua professione. E così, insieme al fedele servitore nano Bucino, ingoia una manciata di gioielli e fugge dalla città, riparando a Venezia, città libera e ricca e luogo ideale per chi è in cerca di favori e protezioni. La sua bellezza è però deturpata e la sua salute compromessa, e il nano Bucino, che pure è intimorito dagli edifici altissimi e dall’acqua dei canali di Venezia, si deve dare un gran da fare per ricavare denaro per la sopravvivenza. Lentamente Fiammetta recupera le forze e la bellezza, grazie all’aiuto di una guaritrice cieca dai poteri misteriosi, la Draga, che si prende cura delle sue orribili ferite, ma viene tenuta in scacco da Pietro Aretino, potentissimo cortigiano riparato anch’egli a Venezia, il quale vuole servirsi di lei alle sue condizioni utilizzando l’arte dell’ingiuria. Capita però un colpo di fortuna destinato a cambiare le loro sorti: la scoperta che il libro dei sonetti di Petrarca di cui sono entrati in possesso durante la fuga da Roma, altro non è che l’unica copia esistente delle incisioni oscene di Giulio Romano accompagnate dai sonetti lussuriosi dello stesso Aretino. Grazie ad esso, Bucino è in grado di ricattare l’Aretino e di farsi promettere di trovare un protettore per la sua padrona, assieme all’inscrizione nel registro delle cortigiane. Tutto va bene (il pittore Tiziano non si dà pace finché non prende Fiammetta a modello nientemeno che per la Vergine di Urbino), finché Fiammetta commette l’errore decisivo, innescando una catena di eventi inarrestabili: si innamora del giovane e focoso aristocratico, Vittorio Foscari. Bucino si offende mortalmente e cade ammalato di un’infezione all’orecchio, e viene guarito dalla Draga, di cui finora ha diffidato. Desideroso di ringraziarla, il nano la segue fino a Murano, dove scopre essere una donna normale e bella, non quella cieca e gobba creatura che ha conosciuto per anni. Convinto della colpevolezza della Draga nel furto dei gioielli che ha quasi rovinato lui e la sua padrona, e desideroso di vendetta per la recente sparizione del prezioso volume dei sonetti di Petrarca, Bucino le devasta lo studio, portando alla luce numerosi scheletri di neonati, segno eloquente della sua attività illecita nel provocare aborti. La Draga viene dunque imprigionata, e Bucino scopre che il volume in realtà lo aveva donato a Foscari la stessa Fiammetta. Roso dal rimorso, Bucino cerca in qualunque modo di salvare la guaritrice, di cui ormai si è innamorato (aiutato in questo da Fiametta, che mette le sue grazie a disposizione di una delle cariche più importanti della città). Ma non c’è niente da fare, se non ottenere che il supplizio venga mitigato. Melensissimo il finale in cui si scopre che la Draga avrebbe voluto far parte della vita di Fiammetta e Bucino e affida loro la figlia, chiamata lei stessa Fiammetta. Credo che la cosa migliore sia far raccontare tutta la storia in prima persona al nano, figura abbastanza originale per la sua capacità istrionica che lo rende poeta intellettuale e cialtrone sordido e volgare allo stesso tempo. Se l’errore dell’innamoramento di Fiammetta è intrigante ma non molto originale (basti pensare alla Relazioni pericolose, in cui Valmont viene sconfitto proprio perché si innamora), devo comunque dire che il romanzo non decolla mai e il ritmo latita paurosamente, non aiutando di certo la lettura. Per non parlare dello stimolo alla riflessione, non proprio la principale qualità di Sarah Dunant.

lunedì 2 luglio 2007

Arturo Pérez-Reverte - Capitano Alatriste

Primo romanzo della saga del Capitano Alatriste, taciturno veterano della guerra delle Fiandre nella Spagna imperiale del XVII secolo, che vanta un titolo che non gli è stato mai dato (ma se non altro non si vergogna di ammetterlo). Un eroe memore delle gesta di D’Artagnan (o sarebbe forse meglio dire di Athos) ma al contempo del tormento di Don Chisciotte, con il fascino del cavaliere antico e la malinconia solitudine del reduce. Lo scenario è la Madrid del 1623, nell’epoca che dà il via alla decadenza della Spagna come nazione più potente d’Europa (la sua fine verrà descritta magistralmente nel bellissimo “Il maestro di scherma”). A narrare la vicenda è Iñigo Balboa, giovincello la cui educazione è stata affidata dal padre morente ad Alatriste durante una campagna militare nelle Fiandre, utile espediente narrativo che al contempo include una componente educatrice se non addirittura iniziatica (“la vera patria di ogni uomo è la sua infanzia”). Ritroviamo Alatriste assassino mercenario, disposto ad uccidere per quattro maravedi al soldo dell’implacabile inquisitore Emilio Bocanegra e di due misteriosi uomini mascherati. Obiettivo, l’uccisione di due viaggiatori inglesi(che si rivelano ben presto essere il duca di Buckingham e il principe di Galles arrivato in incognito a Madrid per conoscere la sua promessa sposa). Ma Alatriste, fedele a un suo personale codice d’onore, risparmia loro la vita quando uno dei due chiede pietà non per sé ma per il suo compagno. Questo gesto lo porterà in un turbine di malaugurate vicende, ritrovandosi a dover affrontare le ire dell’Inquisizione e del pericoloso assassino italiano Gualtiero Malatesta. Una vicenda che si sviluppa tra viottoli bui, taverne in cui si scrivono sonetti tra scazzottate e bottiglie di vino, cortili dove le rappresentazioni delle commedie di Lope de Vega finiscono a coltellate, che condurrà Alatriste all’incontro con il conte di Olivares, favorito del giovane re Filippo IV e vero reggitore dell’impero spagnolo. Molti i calchi effettuati dall’autore su Dumas: in primis quello dell’affascinante bambina Angelica da Alquézar, figlia del diabolico segretario del re, Luis de Alquézar, bionda e crudele, ricalcata sul personaggio di Milady; ma anche Alatriste che viene mantenuto dalla locandiera come D’Artagnan in “Vent’anni dopo”; e il colloquio finale tra Alatriste e il Conte di Olivares, tra l’uomo di spada ed il ben più pericoloso diplomatico, come quello tra D’Artagnan e il cardinale Richelieu nei “Tre moschettieri”, con la similitudine tra il salvacondotto donato dal futuro re Carlo d’Inghilterra ad Alatriste e l’analogo biglietto di pugno di Richelieu che D’Artagnan esibisce allo stesso cardinale come propria garanzia. Particolari che non fanno che accrescere il valore di un romanzo che, tra rimandi e citazioni letterarie del filone cappa e spada, finisce con l’essere profondamente legato alla conoscenza delle vicende storiche spagnole. E per questo, purtroppo, non è difficile prevederne lo scarso successo in Italia.