martedì 27 marzo 2007

Alda Monico - Delitto al casìn dei nobili

Venezia, seconda metà del Cinquecento: negli anni più floridi e sfarzosi della Serenissima, il duca di Ferrandina giunge in città per partecipare ad un rinomato torneo che si svolge in campo Santo Stefano, all’epoca erboso, sull’unica striscia di selciato (il “listòn”), e gira per la città accompagnato da Pietro Aretino e Maffio Venier, quest’ultimo reo di aver accusato pubblicamente, con un celebre sonetto, la cortigiana Veronica Franco di essere la peggiore tra le prostitute. Vincitore acclamato del torneo e ammirato da uomini e dame, il duca di Ferrandina si reca al gran ballo organizzato in suo onore al casìn dei nobili di Murano, con il chiaro intento di conquistare la stessa Veronica Franco, ovunque rinomata per la straordinaria bellezza e la fine sensibilità letteraria. Una zingara appollaiata sulla riva dell’Isola di San Michele predice un omicidio, e durante il ballo, essendo già ubriaco, il duca manca di rispetto a Veronica e alla gentildonna Modesta Veniero. I due giovani che accompagnano le due signore, i nobili Marco Giustinian e Zorzi Contarini, ne prendono le difese e sguainano le spade ma un improvviso colpo di vento spegne le candele e, quando torna la luce, il duca giace morto, e ferito è anche l’amico Fantino Diedo, colpito dallo stesso duca. Giustinian e Contarini si proclamano innocenti ma vengono prontamente arrestati. La vicenda, tuttavia, è assai più complicata di quanto non appaia: i due principali sospetti, un giovane di Mantova desideroso di vendicarsi del duca che gli ha insidiato la sorella, e il fratello del duca stesso, hanno entrambi un alibi credibile, mentre emerge un altro colpevole, che ha agito per ragioni psicologiche. Saranno Veronica Franco e l’ostessa Luisa, che dirige la taverna della Cerva, l’una innamorata di Marco, l’altra di Zorzi, a indagare fino a scoprire il vero colpevole (grazie ai rispettivi servi, che si innamoreranno): loro sono le protagoniste della storia, due donne piuttosto peculiari, completamente al di fuori dei canoni femminili del loro tempo. Una nota femminista, che delinea due donne forti e indipendenti, appartenenti per lo più alla classe popolana e, per questo, più libere nel movimento, nelle esperienze e nei rapporti con la variegata società veneziana, due donne che in un mondo maschile hanno saputo trovare un proprio spazio d’azione, scegliendo uno stile di vita magari più esecrabile di facciata, ma sicuramente più interessante del destino delle ricche nobildonne, costrette dalle famiglie a un esilio dorato all’intero dei sontuosi palazzi veneziani (fatta eccezione per la nobile e inconsueta Modesta Michiel, che infatti paga con la reclusione in casa da parte del marito per la libertà che si è presa rovinando il nome della famiglia). La prima prova di Alda Monico, naturalmente veneziana, unisce storia, giallo e fantastico: nel suo romanzo, molto attento alla vita quotidiana del Cinquecento veneziano (si vedano le ricette tipiche della cucina locale, a cui è dedicata l’appendice del libro, i termini dialettali in riferimento ad abiti, pettinature e al sistema giudiziario veneziano), si vedono muoversi, tra osterie e palazzi nobili, personaggi del calibro di Tiziano, Pietro Aretino e, il meno noto, Maffio Venier. Per esempio è molto riuscita la figura della zingara malefica che viene ‘sconfitta’ da un ritratto fattole da Tiziano che, a suo giudizio, l’aveva colta nella sua anima. Ne esce un romanzo piacevole, leggero e senza troppe pretese, che riesce a inserire la passione veneziana per le ciacòle (le chiacchiere), in un contesto colloquiale, popolare, con le voci dei personaggi felicemente vicine alla cadenza veneziana.

lunedì 19 marzo 2007

Valerio Evangelisti e Francesco Mattioli - La furia di Eymerich

Bizzarro sconfinamento di Valerio Evangelisti nel campo del fumetto: l’autore fantastico si avvale dei disegni di Francesco Mattioli per una storia interessante, che è diventata anche uno sceneggiato su RadioDue e offre qualche spunto di riflessione. Come al solito, l’inflessibile inquisitore domenicano Nicholas Eymerich, intelligentissimo e crudele, agisce con totale spietatezza al servizio dell’Inquisizione, che egli ritiene il massimo bene cui tutto è permesso, in un Medioevo più immaginato che reale e contraddistinto dagli innumerevoli roghi di streghe ed eretici che si levano a centinaia e scontri religiosi in ogni angolo d’Europa. Questa volta Eymerich riceve l’incarico papale di indagare sulla misteriosa morte di due padri inquisitori nel Quercy: viene a conoscenza di un’eresia che proclama che la mente è tutto e che quindi del corpo si possa fare quel che si vuole, fronteggia un monastero di domenicani deviati e mostruosi che si nascondono sotto un cappuccio per non rivelare le loro fattezze di vecchi con la faccia di bambini, ed entra in contatto con dei misteriosi mostri che vivono nei boschi limitrofi che altro non sono che ex mercenari ridotti in quegli stati per oscuri motivi. In realtà i domenicani del monastero non sono altro che appartenenti alla setta dei Luciferiani, i quali sono riusciti nell’impresa di raggiungere una specie di “elisir di lunga vita” alla maniera degli alchimisti grazie ad una misteriosa pietra di Sassonia (di origine radioattiva?) che dà la morte se toccata ma una nuova innaturale lunga  vita se accompagnata dall’utilizzo di acqua distillata più volte. Essi predicano l’esistenza di due entità superiori, Dio e Satana, e delle loro due emanazioni, Cristo e Lucifero, a testimonianza del fatto che nella natura umana sono mescolati in maniera inscindibile bene e male. Eymerich riesce a sventare un attentato alla vita del pontefice, in visita i quella regione per incontrarsi con il Principe Nero, figlio del re d’Inghilterra, e, grazie all’aiuto degli uomini dei boschi, a sgominare i mostruosi appartenenti alla setta. Come sempre, oltre alle eresie, Eymerich deve fronteggiare donne di scarsa virtù che sono irrimediabilmente attratte da lui, sebbene lui sia nell’obbligo di doverle punire (particolare già presente nel Castello): in questo caso le donne sono la prostituta Mathilde, che si sacrifica per dare all’inquisitore la possibilità di realizzare i suoi progetti, e Elian, che prima sembra essere vittima del convento e poi si rivela come una delle quattro incarnazioni delle figure divine. E sono proprio queste due a far vacillare maggiormente Eymerich, non solo con la seduzione: Mathilde con il suo eroismo, Eliane con la sua storia che riempie di rimorsi l’inquisitore (che ricorda di essere stato presente all’uccisione dei genitori nell’eccidio dei Catari qualche decennio prima). E alla fine risulta che nell’umanità Eymerich è ancora più terribile che nella  furia disumana. Un po’ di Umberto Eco, un po’ di horror, un po’ di storia, in uno scenario da romanzo gotico, con il nostro Eymerich impegnato in una lotta senza tregua contro le potenze demoniache che si rivelano nelle eresie, una posizione questa che onestamente faccio fatica a capire: perché parlare di una Chiesa che tortura e brucia tonnellate di persone e poi contrapporle eresie che sono emanazioni del demonio? A parte questi dettagli, comunque, la trama (per quanto delirante) è costruita in maniera davvero convincente e, sebbene si possa capire fin da subito la natura doppia di alcuni personaggi che poi si riveleranno essere diversi da ciò che dicono di essere, la suspense è davvero alta, con continui colpi di scena.

mercoledì 14 marzo 2007

Alberto Ongaro - La Taverna del Doge Loredan

Un romanzo strano e particolare questo di Alberto Ongaro, che prosegue su diversi piani narrativi, non scevro di volgarità (anche gratuita) e difficilmente definibile un capolavoro, ma comunque in possesso di tratti ammirabili e di invenzioni affascinanti. La storia verte sul protagonista Schulz, editore e tipografo di discreta fama locale, il quale vive in un’antica palazzina in campo San Felice a Venezia, insieme al suo aiutante Paso Doble, che passa il tempo a nascondergli dispettosamente tutti gli oggetti. Uno di questi oggetti è un manoscritto che se ne sta in cima all’armadio e, quando Schulz comincia a leggerlo, scopre un certo Jacob Flint che per sfuggire a una donna straripante grasso, si rifugia lì (sull’armadio). Accingendosi alla lettura dall’inizio, si trova davanti alla Londra quasi due secoli addietro, in una storia che ha per protagonista proprio Jacob Flint, un giovane gentiluomo inglese con la passione per le mogli altrui. Quando questi uccide in duello perché scoperto da un marito cornuto, fugge, e nella Taverna del Doge Loredan, picaresco ritrovo di furfanti, ladri, pirati e libertini, incontra Nina, una veneziana dalla pigmentazione brunodorata (la stessa colorazione che Schulz dà al manichino dal cappotto di cammello che tiene in casa e che fa rivivere nei suoi viaggi). L’intera vicenda di Jacob è una sorprendente analogia con le vicende reali della vita presente di Schulz, e lo stesso eroe del manoscritto si rivela, poco per volta, la proiezione dello stesso Schultz su uno sfondo lontano sia nel tempo che nello spazio, ma gli incontri e gli avvenimenti hanno tali somiglianze da sovrapporsi tassello dopo tassello, suscitando non solo curiosità ma anche una certa ansia di ritrovare nella storia già conclusa le spiegazioni e i presagi di quella reale e ancora insoluta. Tutto il romanzo narra l’inseguimento avventuroso di Nina, una donna sfuggente, simbolo e sintesi opulenta della sensualità e della volubilità femminile. La Nina che turba il cuore e il letto dei suoi amanti è la stessa donna dal cappotto di cammello che ha attraversato fulmineamente la vita di Schultz ai giorni nostri senza lasciargli un nome, un indirizzo, il modo di ritrovarla e stavolta non perderla più. Un inseguimento per l’Europa ostacolato dalla presenza di un personaggio sinistro e potente, il potente pirata Fielding, che sembra racchiudere in sé il Male, e che, perseguitato da due corvi parlanti a causa del fetore immondo che egli genera, si muove accompagnato dai suoi bravi e da uno stuolo di animali fantastici, striscianti e aggressivi come incubi, ai quali viene attribuita l’inquietante definizione di “metafore” (in realtà delle pantegane). La storia in sè non ha un epilogo positivo, dal momento che il suo protagonista Jacob finisce in prigione nella disperazione di non poter rivedere Nina, ma è a questo punto che si rivela la tesi di fondo del romanzo: una volta uscita dalla penna del suo autore, la storia può sfuggire al suo controllo e animarsi di vita propria, divenendo oggetto di interazione con la fantasia del lettore stesso, che saprà riscriverla, completarla, arricchirla con i suoi interventi durante e dopo la lettura. Sarà quindi Schulz che dovrà risolvere la situazione, creare sé stesso come personaggio letterario, divenire l’eroe letterario del romanzo che è la sua vita.

Arturo Pérez-Reverte - Il maestro di scherma

Indubbiamente un bel romanzo storico, che dimostra per l’ennesima volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, che Pérez-Reverte ha assimilato bene la lezione dei romanzi d’appendice, rivelando la sua predilezione per gli eroi tristi e solitari, profondamente etici e per questo esclusi dal mondo che li circonda. A Madrid, nella Spagna di Isabella II, durante l’afosa estate del 1868, Jaime Astarloa è un maestro di scherma che fa della sua disciplina la regola morale e spirituale dell’uomo d’onore: noncurante del turbinio sociale che fa da sfondo all’intera vicenda, egli conduce in solitudine un’esistenza basata su di una temperanza e un onore che appartengono ad altri tempi, insegnando un’arte antica e in declino (in un tempo dominato ormai dalle armi da fuoco) ai rampolli della buona società. Perciò grande è il suo sconcerto, quando una giovane e bella sconosciuta, Adela de Otero, bussa alla sua porta per pregarlo di accettarla come allieva, infrangendo il buon senso ed il costume comune, affinché egli le insegni “la stoccata perfetta” per la quale è famoso. In realtà la sua stoccata è piuttosto facile da parare se si conosce, e don Jaime infatti è alla ricerca perenne della vera stoccata perfetta. Affascinato, il maestro di scherma accetta di allenarla, anche se intuisce che dietro una richiesta tanto peculiare si nasconde un intento segreto, forse pericoloso. Ma l’inquietudine che agita l’animo di Jaime Astarloa è solo il riflesso di quella che turba l’intera Spagna. Siamo nella Madrid del 1868, e c’è nell’aria un complotto. Corre voce che il generale Prim, esiliato dalla regina Isabella II di Spagna, stia organizzando i fuoriusciti che hanno trovato rifugio nelle maggiori città europee per fomentare una rivoluzione e portare una ventata di novità nell’angolo più conservatore d’Europa. La trama è quella di un giallo appassionante che porta il malinconico Astarloa al centro di un oscuro intrigo politico, giocato da un sentimento che credeva sopito, salvato in extremis da un’arte cui ha dedicato la vita: ma più che l’intreccio, colpisce proprio la figura del protagonista, personaggio che icasticamente incarna la fine di un’epoca e di tutti i suoi valori. Nel coro di voci che lo circondano, Jaime Astarloa è l’ultimo dei “puri”, un romantico che ingaggia con i suoi avversari un duello interiore, a volte una mera lotta contro i mulini a vento di una società destinata a mutare senza il suo consenso e certo senza la sua collaborazione: lo stesso radicale che egli conosce con il quale si confida nel momento del bisogno, si dimostra un avido ricattatore attento più alle ragioni del denaro che a quelle dell’ideologia. Ma proprio colei che maggiormente delude il maestro, gli permetterà con il suo tradimento di ottenere il premio di una vita trascorsa fedele sempre nella sua solitudine, la stoccata perfetta.