lunedì 16 aprile 2007

Howard Phillips Lovecraft - La maschera di Innsmouth

In questo magistrale racconto Lovecraft narra di un uomo (alter-ego di Lovecraft stesso) che decide di fare una gita a Innsmouth, cittadina (immaginaria) del New England di cui si sussurrano cose terribili. Una volta lì egli scopre non solo che la città è un porto di morte e di mostruose anormalità, in mano a una razza di ibridi tra gli umani e orribili creature marine, ma che lui stesso porta nel suo sangue i geni di quel male, la Maschera di Innsmouth, che altro non è che il marchio del dna alieno: anzi, lui stesso è un discendente diretto del responsabile dell’incrocio con le mostruose creature marine. Oltre all’incredibile maestria dell’autore nel descrivere la cittadina e la fuga del protagonista per sfuggire ai mostri, la cosa geniale sta nel far narrare la storia della cittadina a un barbone alcolizzato: tutto quello che di orrendo accade avviene dunque fuori campo, in un tempo diverso, ma non per questo incute meno orrore. La relativa brevità, la semplicità del filo narrativo e l’incisività di certe descrizioni (come quella decadente e corrotta Innsmouth, non molto diversa come l’autore percepiva il mondo attorno a sé) fanno di questo racconto uno dei più riusciti di Lovecraft.

Howard Phillip Lovecraft - Le montagne della follia

È stato bello riaccostarsi dopo molti anni all’opera di Lovecraft, una delle cose più irreali mai partorite dalla mente umana, o almeno in grado di suggerire un vero terrore cosmico. In Antartide, una spedizione degli scienziati della Miskatonic University di Arkham si trova alle prese con la scoperta di reperti vecchi milioni di anni, che si rivelano ben presto degli esseri alieni giunti sulla Terra dalla profondità degli spazi cosmici. Inoltre, i due unici scienziati sopravvissuti, scoprono, al centro del continente, una gigantesca catena di montagne altissime, dietro cui si cela una città antichissima, unico resto della civiltà dei Grandi Antichi, esseri alieni che dominarono la Terra milioni di anni fa: una città labirintica gremita di torri e ponti, un groviglio costruito “in diabolica violazione delle leggi umane”. In essa si celano una  serie di bassorilievi fatti dagli alieni stessi, che racchiudono e raccontano la loro intera epopea sulla terra: dalle successive ondate di invasioni dallo spazio subite dal nostro pianeta, alla nascita della vita sulla Terra per capriccio dei visitatori. Ma a loro volta gli Antichi non sono onnipotenti, e alcune ripugnanti forme di vita da essi create si ribellano, ricacciandoli forse per sempre nell’oblio. In questo paesaggio labirintico i due sopravvissuti segnano la strada percorsa lasciando cadere pezzi di carta, fino a quando giungono a una porta monumentale e all’orlo di un grande abisso, ai resti diroccati di un’immensa torre: trovano quindi il cadavere di un loro compagno di esplorazione disperso, ed uno dei cani da slitta, conservati con grande cura, quasi fossero esemplari di laboratorio, fino all’incontro con la prova concreta di una vita che non è umana. È l’Antartide il vero incubo del romanzo, uno scenario naturale, suggestivo e simbolico, in cui Lovecraft fa incontrare l’uomo con la mitologia dei Grandi Antichi; uno squallido regno di ghiaccio e morte perennemente attraversato da suoni spettrali dovuti all’eco del vento, per Lovecraft ha tratto ispirazione da un frammento del Gordon Pym di Edgar Allan Poe e da alcuni dipinti del pittore russo Nicholas Roerich, che ha lasciato una collezione di immagini ritraesti stranissimi castelli tibetani. Certo, lo stile di Lovecraft è particolare, è pieno di ripetizioni e lungaggini, vuole essere scientifico e meticoloso, articolato e pittorico, e può disorientare, soprattutto al giorno d’oggi. Ma questo resta il suo capolavoro più imprescindibile: dubito che qualcuno riesca scacciare dalla sua mente il sinistro suono “Tekeli-li”…

martedì 3 aprile 2007

Patricia Cornwell - Postmortem

Primo romanzo di Patricia Cornwell, che inquadra subito lo stile dell’autrice: avvincente, nonostante le molte e intricate denominazioni anatomo-patologiche, e comprensibile per la cultura media dei lettori. Ripeto, è un tipo di scrittura assolutamente canonica, che segue una narrazione lineare, con molti dialoghi e molte descrizioni visive. Nel caso specifico qui si narra di un serial killer che uccide solo nelle notti tra il venerdì e il sabato: ha già commesso due brutali omicidi, due donne violentate e legate nelle loro camere da letto con un cappio fatto dai fili delle abat-jour o del telefono, legato ai piedi e alle mani in modo tale che più la vittima si dibatte, più si soffoca. Ma quale può essere il criterio si scelta delle vittime fra le migliaia che abitano a Richmond, dal momento che le vittime sono diverse tra loro per lavoro, razza, abitudini di vita? Kay Scarpetta è l’io narrante che racconta ciò che accade e ci coinvolge attraverso i suoi occhi e le sue emozioni, ed è lei che ci guida alla scoperta del modo di pensare dell’assassino, che trova l’elemento-chiave sul corpo delle vittime, elemento fondamentale per la risoluzione del caso. Assieme a lei il losco ispettore Marino, burbero e intrattabile, antipatico quasi quanto lei. E qui veniamo al problema: i personaggi non sono simpatici, ed è molto difficile si stabilisca una sorta di identificazione. Per fortuna la trama è abbastanza interessante, perché accanto al caso principale scorre un’altra azione, quella di chi vorrebbe ostacolare la Scarpetta nel suo lavoro per screditarla agli occhi dell’opinione pubblica, compromettendo la caccia all’assassino e la validità delle prove raccolte per il processo. Che sia il procuratore con cui ha una relazione sentimentale? La situazione precipita quando sul tavolo dell’obitorio finisce anche la sorella di una famosa giornalista (che ha strani legami col procuratore), e a questo punto Kay non può più escludere alcuna ipotesi, neanche di essere lei la prossima vittima, finché non ascolta le registrazioni e trova il nesso tra i delitti, e viene aggredita dallo stesso assassino. Abbastanza strano il finale con un killer estraneo alla storia, a cui era impossibile arrivare con l’immaginazione dopo che tutti i personaggi sono sospettati. Interessante il personaggio di Lucy, nipotina di Kay, la cui madre è scrittrice di libri per l’infanzia ma totalmente incapace di stabilità familiare (continua a cambiare uomo e a ignorare la figlia): esperta di computer, aiuterà la zia a risolvere la violazione del suo computer, riuscendo a instaurare un legame affettivo basato sulla reciproca fiducia in grado di sostenerle entrambe.

Patricia Cornwell - Oggetti di reato

La dottoressa Key Scarpetta è un medico legale alle prese con un caso complicato: qualcuno, dopo aver perseguitato e minacciato per mesi Beryl Madison, una scrittrice di romanzi storici che ha sempre pubblicato i suoi libri sotto pseudonimi, l’ha brutalmente uccisa la sera del suo rientro a casa dopo un lungo periodo di assenza. Accanto al cadavere, nella casa, si trovano parecchie lettere che aveva scritto e poi fotocopiato, per tenerne una copia, tutte indirizzate ad un certo “M”, dove fa presente che ancora veniva minacciata e seguita. Pian piano Kay, aiutata dall’investigatore del dipartimento di polizia Marino, inizia a scavare nella vita di Beryl, fino a scoprire che, da giovane era stata scoperta da Cary Harper, un famoso scrittore vincitore anche di un Pulizer, un uomo molto particolare che vive nella più completa isolazione, circondato da mobili antichi e in una vecchia casa, solo con la sorella. Harper le aveva fatto firmare un contratto in cui Beryl si impegnava a non scrivere mai un autobiografia in cui parlava di lui, nella cui casa essa aveva vissuto. Berly, aveva però iniziato a scrivere un autobiografia che è sparita dopo che la polizia ha trovato il corpo della vittima. La vicenda si complica maggiormente quando entra in scena Mark James, ex fidanzato della dottoressa che dice di avere notizie importante su Beryl e di essere un avvocato di un famoso studio di Chicago, tutte notizie che Kay scopre in seguito essere false. Mark, l’ha fatta entrare nelle grinfie di Sparacino, un famoso avvocato noto nel modo dello spettacolo e nel mondo degli scandali che è lui stesso a creare. Sparacino arriva a minacciare Kay, ingiungendole di dargli il manoscritto altrimenti uscirà su tutti i giornali un articolo dove la dottoressa viene accusata di averlo rubato. Tutto si complica ancora quando viene ritrovato il corpo di Harper morto: la dottoressa Scarpetta, recatasi sul luogo per i rilevamenti del caso, si ritrova con la macchina non funzionante ed abbandonata nella casa della vittima, e così chiede ospitalità alla sorella di Harper che nella notte muore e in seguito rivela aver avuto un particolare affetto nei confronti di Beryl Madison. Salterà quindi fuori un ragazzo disturbato, Al Hunt, che lavora nel lavaggio auto dove andava spesso la Madison e che sembra avere anch’egli un attaccamento particolare nei confronti della vittima, e a lui è legata una vicenda di deviazione mentale e di abusi sessuali che è la chiave di comprensione dell’intera vicenda. Una società marcia, con bambini violentati da piccoli e omosessualità diffusa, è lo sfondo su cui si svolge tutto il giallo della Cornwell, che ha il pregio di raccontare, con una scrittura molto scorrevole e di facile assimilazione (insomma, non ci vuole una laurea per leggere un libro del genere), una buona storia dai risvolti anche molto complessi, dal punto di vista di un medico legale donna, bassa e con molte paure, che fa la dura per nascondere le molte insicurezze, prima di tutto sentimentali. La nota interessante è la descrizione di un corpo di polizia composto prevalentemente da uomini nevrotici e feroci, grassi e calvi, assolutamente lontani dallo stereotipo degli aitanti poliziotti delle serie televisive americane.

lunedì 2 aprile 2007

Valerio Evangelisti - Mater Terribilis

Mai letto un libro tanto delirante. Non lo dico in senso negativo, dietro questo Mater Terribilis c’è sicuramente del genio, malato ma pur sempre genio. Un romanzo oceanico, che si connette direttamente alla psicologia junghiana, dislocato su diverse epoche temporali: le prime due nel passato, la terza in un futuro niente affatto rassicurante, una sorta di incubo in cui la globalizzazione è rappresentata da un potente macchinario, il Vortex, in grado di manipolare gli incubi dell’intero pianeta, con un virus di natura sconosciuta il cui nick nome è Kaiser Soze (il misterioso signore del crimine del film I soliti sospetti con Kevin Spacey) e potenze mondiali che si combattono a suon di visioni terribili. Intanto nel 1362 l’inquisitore Eymerich è inviato a investigare sulla morte di confratelli dell’ordine domenicano nella zona occupata dagli inglesi, in circostanze così misteriose da far presagire l’esistenza di un’organizzazione eretica, secondo una trama identica a quella di La furia di Eymerich, sebbene con alcune varianti: scompare il priore-bambino di Les Junies, il vescovo Guillaume è il vero capo dei Luciferiani e alla fine diventa pure papa, Mathilde non è la ragazza buona ma al contrario è la complice del vescovo, Eliane è la ragazza “buona”, la misteriosa pietra lavorata nelle fucine del priorato non è radioattiva ma è capace di provocare visioni irreali. In sostanza, i Luciferiani tentano di sostituire alla Trinità cristiana del Padre, Figlio e Spirito Santo, una Quaternità in grado di sommare in un’unica valenza simbolica il Bene (Dio), il Male (Satana) e i due principi del femminile e maschile, la Mater Bona e la Magna Mater, una benigna e generatrice e l’altro distruttrice e mortifera. Sullo sfondo della vicenda c’è un misterioso libro di alchimia, l’Aurora consurgens, che contiene il segreto per penetrare e manipolare la quintessenza, la dimensione intermedia l’intelletto e la percezione. Parallelamente seguiamo l’ascesa e la caduta di Giovanna D’Arco, e parte della storia del suo inquietante compagno d’armi Gilles de Rais: la prima rappresenta la reincarnazione-proiezione di Eliane dalla sessualità quasi castrata e trasformata in odio verso gli inglesi invasori, il secondo il drago di cui parla l’Aurora consurgens che dovrebbe fecondare la Mater Bona preservando la verginità di lei. Giovanna è coinvolta in un disegno che vorrebbe farne un simbolo capace di riassumere i due tratti della femminilità: la Magna Mater, la Grande madre terribile che, a un tempo, dà e toglie la vita, e la Mater Bona: essa è continuamente preda di visioni in cui le appare l’archetipo della Mater Terribilis nelle vesti di Santa Margherita di Antiochia e Santa Caterina di Alessandria, oltre all’arcangelo Michele che difende la casa di Francia e interviene per far bruciare sul rogo Giovanna impedendo così la realizzazione del progetto dei Luciferiani. Il bello è che la morte della Pulzella assume così un senso opposto a quello storico, e alla fine lo stesso Eymerich si sovrappone e San Michele (il nome di entrambi significa “io sono aria”). Così agli eretici non resta che ripiegare su Gilles de Rais, pervertito e pedofilo, affinché realizzi l’archetipo della Mater Terribilis uccisora di bambini (tra l’altro storicamente Gilles de Rais fu giustiziato per infanticidio, dando origine alla leggenda di Barbablù). Insomma , un tour de force impressionante, circolare nella sua struttura e per certi versi accattivante, che vuole riflettere su come il femminile sia l’insieme di possibilità di sviluppo che il maschile non vuole riconoscere come proprie e proietta nella donna, con il rischio di bloccare l’evoluzione della propria personalità. Cosa alla cui lo stesso Eymerich non è immune.