venerdì 12 ottobre 2007

Alda Monico - Maria della laguna

Secondo romanzo per Alda Monico, insegnante prestata alla narrativa, reduce dal discreto successo di “Delitto al casìn dei nobili”. Rispetto a quel debutto, che aveva giocato la carta vincente dello scenario della Venezia sfarzosa e raffinata del Cinquecento, abitata da cortigiane e patrizi intriganti, l’autrice vira ora verso una prospettiva più intimista e ci conduce nella silenziosa laguna di Chioggia, per raccontarci la storia di Maria Boscola da Marina, campionessa del remo dal 1740 al 1784 e talmente famosa da essere immortalata da un ritratto che si trova oggi al Museo Correr di Venezia. Nella totale assenza di riferimenti storici, il romanzo cerca di immaginare una storia in grado di giustificare le lunghissime assenze tra una regata e l’altra nell’arco di un quarantennio, e racconta con ammirazione il coraggio di una donna che deve fare fronte ai problemi delle donne del tempo, in primo luogo le numerose gravidanze e le malattie, ma anche la lontananza del marito e dei figli. Una donna coraggiosa forse proprio perché donna, capace di riprendersi da ogni fatica, come quando intraprende un lungo e faticoso viaggio fino al delta del Po alla ricerca di una strega guaritrice in grado di salvarla da un tumore al seno. Proprio da quest’avventura, Maria tornerà con Sara, una bambina ebrea tacciata di stregoneria dal popolino ignorante: quasi una nuova figlia, che le sarà però strappata dalla bramosia del figlio, subdolo approfittatore come tutti gli uomini presenti nel libro. Il tutto nel contesto di una famiglia matriarcale in cui tre generazioni convivono grazie alla fatica e al buon senso delle donne. Come al solito, un romanzo leggero e senza pretese, che in alcune parti stenta e ha cali vistosi, e che contiene troppe scene di sesso (come se fosse obbligatorio parlarne), anche se descritte senza trasporto e in modo molto crudo e disincantato. Un libro sicuramente inferiore al debutto, che però analizza in maniera efficace la vita dei contadini e dei pescatori di Chioggia, e tratteggia una realtà di vita praticamente immobile, in cui il tempo sembra non passare mai nella ripetizione dei lavori e dei riti di tutti i giorni: “Non immaginavano neppure che potesse esserci qualcosa all’infuori della realtà che conoscevano: per loro lo scorrere dei giorni, la fatica, le malattie, le burrasche, le morti in mare, tutto apparteneva alla quotidianità e non poneva interrogativi, ai quali nessuno avrebbe saputo rispondere”. In appendice, come già per “Delitto al casìn dei nobili”, sono riportate le ricette dei piatti citati nel corso delle vicende narrate, particolare che contribuisce a ricreare la vita del tempo e da cui traspare la passione per la cucina dell’autrice.




Recensione pubblicata sul numero di dicembre 2007 della rivista “Pianuraoggi”

mercoledì 10 ottobre 2007

Pupi Avati - Il nascondiglio

1957: durante una tremenda tormenta di neve, una grande casa isolata in una cittadina dell’Iowa è sconvolta da un terribile delitto. La casa è un alloggio tenuto da suore, e le imputate sono due ragazze ospiti di cui una è appena stata violentata. Cinquant’anni dopo, la stessa casa è un grande edificio isolato in cima ad un colle, disseminato ovunque di rettili decorativi; si chiama Snakes Hall, ed è rimasto chiusa per mezzo secolo. Vi giunge una donna di origini italiane appena uscita dalla clinica psichiatrica dove è stata ricoverata per quindici anni in seguito al suicidio del marito: proprio lì essa, decisa a costruirsi una nuova vita, vuole aprire un ristorante per onorare una promessa fatta al marito e realizzare un suo sogno. Naturalmente, non appena messo piede nell’edificio i fantasmi del passato tornano a tormentarla. Comincia a sentire delle voci, credendo di sprofondare nuovamente nella follia, e decide di fare luce in maniera razionale sul mistero dei fatti accaduti fra quelle mura, andando a pestare i piedi a parecchia gente che hanno tutto l’interesse perché quella storia invece resti sepolta. Troverà solo un’avvocatessa disponibile ad aiutarla, fino al solito pirotecnico finale in cui tutto viene svelato (il perché delle deposizioni false, le due ragazze sparite, la provenienza delle misteriose voci). Un libro che non è altro che una sceneggiatura per un film di prossima uscita: Pupi Avati, a trent’anni dal fenomenale “La casa dalle finestre che ridono”, rispolvera un tema a lui caro, quello della casa maledetta, stavolta in chiave gotica, e abbandona l’ambientazione dei suoi famosi “horror padani” per spostarsi in America. La trama è molto simile, così come l’ossessione per le vecchie megere che sembrano indifese e invece si rivelano demoni. Una lettura innocua, che scorre via velocemente, ma che fa avvertire la mancanza di un decisivo contributo visivo (che arriverà col film). E non è un difetto da poco per un libro.