lunedì 24 dicembre 2007

Charles Dickens - Ballata di Natale

Il periodo mi ha quasi imposto di rituffarmi nella lettura di questo classico di Dickens, forse il più famoso racconto natalizio mai scritto. La storia è arcinota: in una fredda vigilia di Natale, nella Londra del XIX secolo, Ebenezer Scrooge sta lavorando, come sempre, alla scrivania del suo ufficio, nella ditta che dirige da solo dopo la morte del socio Jacob Marley, avvenuta proprio la vigilia di Natale di sette anni prima. Scrooge è un anziano misantropo, avido e taccagno a tal punto da risparmiare anche sul carbone necessario a far funzionare la stufa. Anzi, lui stesso custodisce il secchio del carbone concedendone una misera parte all’impiegato Bob Cratchit, che patisce il freddo nella stanza accanto. Rifiuta l’invito per il pranzo natalizio del nipote Fred e il contributo chiesto da due gentiluomini in favore dei poveri. Dopo aver consumato un frugale e solitario pasto nella solita locanda, rientrando a casa subisce la visita del suo vecchio socio Marley, fantasma costretto a trascinare pesanti catene per l’eternità: anche a Scrooge è riservato lo stesso destino, ma le cose potranno cambiare se egli darà ascolto ai tre fantasmi che durante la notte lo andranno a trovare. Ecco dunque che durante la notte gli appaiono gli spiriti dei Natali (i passati, il presente, i futuri): Scrooge si rivede solitario e chino sui banchi di scuola, abbandonato dagli amici, quindi a casa, affascinato dalle letture dell’infanzia, ricordando gli eroi preferiti, come Alì Babà e Robinson Crusoe. E, ancora, riconosce l’amata sorella Fanny che, una vigilia di Natale, lo va a riprendere a scuola (un momento veramente toccante, soprattutto al ricordo della morte di lei dovuta al parto). Rivede come le sue feste natalizie si siano sempre più limitate per lo spazio sempre più cospicuo dato agli affari, tanto da aver perfino rinunciato perfino alla sua fidanzata. Il fantasma del Natale presente gli mostra la povera casa dell’impiegato Bob Cratchit, dove vede il suo figlio paralitico, il piccolo Tiny Tim, che a causa  della povertà non potrà mai essere curato: Scrooge si commuove e si ribella alla notizia che il piccolo non vivrà a lungo, e rimane sorpreso da Bob che, malgrado sia sempre stato trattato male, alza il bicchiere alla salute del suo principale. Anche il nipote Fred lo difende con i propri commensali e si dice dispiaciuto per la solitudine in cui è sprofondato. Il fantasma dei Natali futuri porta a Scrooge alla Borsa degli affari, dove alcuni uomini parlano di un vecchio taccagno morto all’improvviso (Dickens, profondo conoscitore dell’animo umano, dice che Scrooge aveva sempre sperato di ottenere la stima di questi due uomini); quindi gli fa vedere come tutti i suoi beni verranno rubati e smerciati da un rigattiere, quindi in una camera ardente dove apprende della morte di Tiny Tim, e in un cimitero davanti alla lapide dello stesso Scrooge. Risvegliandosi nel suo letto, il vecchio taccagno si accorge di avere un’altra possibilità, e decide di cambiare vita: elargisce mance, saluta le persone, aumenta lo stipendio a Bob Cratchit, si reca dal nipote e accetta di fare festa. Si potrebbe erroneamente pensare che questo finale in cui l’uomo avaro e scontroso si trasforma nel miglior uomo del mondo sia un po’ forzato e fuori dai tempi, ma la melassa tipica dei film natalizi è decisamente un’altra cosa: anzi, tutto il racconto potrebbe essere letto come l’allegoria di una crisi di coscienza, una versione alternativa della notte dell’Innominato di manzoniana memoria. I momenti toccanti sono parecchi, e le invenzioni narrative lasciano a bocca aperta, a partire dalla folla delle anime degli uomini d’affari dannati, per arrivare alla descrizione fisica dei fantasmi di Natale (il primo fantasma è circondato da una corona di luce e con un copricapo da pompiere che tiene sul fianco, il secondo è un grasso gigante sornione, il terzo si presenta come una figura altissima, avvolta da un nero mantello e un cappuccio da cui nulla traspare se non una mano che sporge da una manica).

mercoledì 19 dicembre 2007

Robert Louis Stevenson - Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

Non so davvero da quanto tempo non riprendevo in mano questo geniale racconto di Stevenson sul tema del “doppio”, ma devo dire di averlo potuto valutare con un occhio diverso rispetto a quando lo lessi al liceo. Ambientata in una Londra nebbiosa e solitaria, la storia è raccontata in terza persona ma secondo l’ottica dell’avvocato Utterson, preoccupato perché un suo cliente, il medico londinese Henry Jekyll, ha fatto testamento a favore di un certo signor Hyde. Attraverso i contatti dell’avvocato con varie persone (il perdigiorno Enfield, che ha visto Hyde maltrattare una bambina; il dottor Canyon, collega di Jekyll, preoccupato per la svolta che hanno preso le ricerche dell’amico; il maggiordomo Poole e una cameriera che ha visto Hyde uccidere sir Danvers Carew, un gentiluomo che si è perso e si è semplicemente fermato a chiedergli chiesto la strada) scopriamo pian piano cos’è successo: affascinato, e turbato, dall’opposizione tra bene e male, il dottor Jekyll ha creato una componente chimica in grado di separare la sua personalità da quella istintiva, tenuta a freno dall’educazione, crudele, viziosa e violenta. Per questo ha provato la scoperta su sé stesso, trasformandosi in un essere piccolo e ripugnante, che nei suoi diari chiama Edward Hyde. Ben presto però egli non riesce più a controllare questo sdoppiamento, e la trasformazione avviene sempre più spesso, anche senza bere la pozione: per tornare normale, Jekyll ha bisogno di una quantità sempre maggiore di antidoto. La storia termina quando il maggiordomo Poole e l’avvocato Utterson, forzando la porta del laboratorio, trovano il corpo di Hyde invece di quello di Jekyll e scoprono la verità. Il bello è che Hyde non è un mostro in senso tradizionale, come si vede invece in tutti i film sull’argomento, a partire dalla vecchissima ma comunque bellissima versione di Mamoulian del 1932: l’immagine che Stevenson ne fornisce è infatti totalmente svincolata dall’inconografia classica del demonio o della creatura purulenta e deforme. Il male che Hyde incarna è, piuttosto, qualcosa di indefinibile, una forte repulsione fisica che chiunque lo avvicini riesce a provare, senza che il corpo mostri alcuna apparente deformazione. E neppure Jekyll è il bene in senso tradizionale: anzi, è un miscuglio di bene e male, e per sua stessa ammissione è incline a qualche passione disdicevole (tramutarsi gli permette di frequentare posti malfamati). Il racconto è una critica spietata la perbenismo vittoriano e al mito della facciata e dell’onorabilità (nonostante le sua inclinazioni, Jekyll vuole apparire come un santo). È significativa l’assenza di donne in tutta la narrazione, e non si riporta mai di una relazione di uno dei protagonisti con una donna. Certo, c’è chi potrebbe rimanere affascinato dal solito tema dell’inventore titanico che sfida Dio contrapponendo una propria invenzione e trascendendo i limiti imposti. A me inquieta invece la riflessione sul male: il processo che il dottore mette in atto è unidirezionale, cioè ha ripercussioni solo su sé stesso, non su Hyde. Dal male non si torna indietro.

domenica 16 dicembre 2007

Diane Setterfield - La tredicesima storia

In mezzo all’accozzaglia di best seller più o meno leggibili e pubblicizzati che affollano le librerie, questo voluminoso librone si distingue dignitosamente fin dall’elegante copertina che ritrae alcuni libri schierati dinanzi ad una tappezzeria damascata, e si candida come lettura ideale davanti al caminetto. L’idea di partenza, con il pretesto dell’inchiesta, non risulta molto originale: una giovane libraia, Margaret Lea, conduce una vita quieta e colta, divisa tra la libreria antiquaria del padre, quando un giorno riceve una strana lettera che, senza troppe spiegazioni, la convoca nella residenza della scrittrice Vida Winter, somma leggenda ma ormai giunta alla fine dei suoi giorni. Margaret viene scelta come sua biografa ufficiale, per raccontare, per la prima volta, la storia della sua vita (fino ad ora ha sempre difeso strenuamente la propria privacy e inventando, nelle rare concessioni fatte alla stampa, ogni volta una nuova storia di sé). Recatasi dunque nella tenuta dell’anziana signora immersa nella brughiera dello Yorkshire, Margaret ne ascolta i lunghi e sofferti racconti sulla sua famiglia, che recano in sé tutti i topos del romanzo gotico vittoriano: l’antica residenza nella brughiera, temporali notturni, amori torbidi e disperati, una madre pazza, un fratello e una sorella selvaggi legati da un rapporto morboso, scambi di persona, l’apparizione di un fantasma. Così, quello che a prima vista appare come un lavoro ingrato e impraticabile (l’esimia scrittrice ha un caratteraccio), diventa un percorso di catarsi e guarigione di antiche ferite, sia per l’anziana scrittrice, sia per la giovane Margaret. Con un occhio di riguardo per il tema del “doppio” (sia Vida Winter che Margaret sono gemelle), dell’amore proibito (incestuoso e adulterino), del disordine mentale e della mancanza (della sorella, della madre, di una famiglia). Naturalmente, il misterioso racconto cui fa riferimento il titolo e che non è mai stato pubblicato, troverà la sua definitiva risoluzione nella storia della famiglia della scrittrice. Non sarà un capolavoro, ma l’esordio di Diane Setterfield è ben scritto, mette a frutto la predilezione dell’autrice per i romanzi di Henry James (Il giro di vite) e delle sorelle Brontë (Jane EyreCime Tempestose) ed evoca atmosfere squisitamente “english” (con particolari che a noi italiani possono apparire un po’ strani, come le lettere che giungono a destinazione in poche ore, i treni che viaggiano in orario, o gentili tassisti che trasportano i loro clienti anche in sperdute lande sotto una tormenta di neve!). Anzi, a furia di risultare fuori moda, la Setterfield infarcisce la sua storia di citazioni più o meno esplicite (addirittura una pagina di Jane Eyre nel fagotto di un neonato) e fa crollare a pezzi la casa a simboleggiare la rovina della famiglia come nella Caduta della casa Usher di Edgar Allan Poe. Molto convincente risulta l’assoluta convinzione dell’incanto e della magia delle parole, del ruolo della narrazione come arte magica, della finzione letteraria come unica vera possibilità di conoscersi a fondo.

Recensione pubblicata sul numero di aprile 2008 della rivista “Pianuraoggi”

giovedì 13 dicembre 2007

Valerio Massimo Manfredi - L’impero dei draghi

Assedio di Edessa, 260 d.C.: nel tentativo di attuare una trattativa di pace con il suo avversario Shapur di Persia, l’imperatore romano Valeriano cade in una trappola e viene preso prigioniero. Metello Aquila e dieci dei suoi uomini più valorosi e fidati, piuttosto che salvarsi da codardi, preferiscono tentare di salvare il loro imperatore ma vengono fatti prigionieri anche loro. Tra l’altro, al povero Metello gli ammazzano pure la moglie che era venuto ad avvisarlo, nella più classica delle scene copiata dal film Il gladiatore. Il destino dei prigionieri è terribile: rinchiusi in una miniera da cui nessuno è mai riuscito a fuggire, marciranno ai lavori forzati come miserabili malfattori. Valeriano è il primo a morire di stenti ma Metello e i suoi compagni riescono a fuggire attraverso segreti cunicoli sotterranei, portando con loro le ceneri dell’imperatore, aiutati dal vecchio Uxal. Rifugiatisi in un’oasi, incontrano il mercante indiano Daruma che li ingaggia come milizia privata per scortarlo fino  in India, dove condurrà con se anche un misterioso personaggio braccato dai persiani che li ingaggia come milizia privata per scortarlo nel suo paese, la misteriosa Sera Maior, il lontano regno della seta: la Cina. Da quel momento per il manipolo di romani ha inizio, neanche fosse Il Milione di Marco Polo, un viaggio attraverso le foreste dell’India, le montagne dell’Himalaya e i deserti dell’Asia centrale, fino alla Cina. Qui scoprono che il misterioso personaggio è in realtà il principe Dan Qing, in lotta per difendere il suo regno dal feroce usurpatore Wei, e vengono coinvolti nella guerra contro la setta di invincibili guerrieri che lo protegge, le sanguinarie Volpi volanti. Metello vede perire i suoi in un combattimento nell’arena, potrebbe morire anche lui ma viene salvato dall’intervento (a distanza?) della bella Yun Shan, con cui naturalmente vive una storia d’amore. Il massimo è che poi, una volta guarito, viene erudito nelle arti orientali, in pieno stile L’utimo samurai con Tom Cruise. Naturalmente il confronto con l’armata di Wei è impari, e allora Metello e Dan Qing vengono sostenuti, nello scontro finale, dagli spettri di una legione romana scomparsa ai tempi di Augusto, che riprende vita per battersi al fianco di un comandante romano (sembra un prodigio metafisico, in realtà c’è il trucco). Ma, invece che restare in Cina a godersi la vittoria e la vita con la sua bella, il duro e coscienzioso Metello decide comunque di ripartire per portare a compimento la promessa fatta al morente Valeriano (salvare l’impero dalla distruzione, ovviamente!), torna indietro e non manca di passare a raccogliere le ceneri del vecchio imperatore per dare loro degna sepoltura. Complimenti per la fantasia. Purtroppo, il mio giudizio non è cambiato: troppo pesante nello scrivere, Manfredi abbonda di particolari e termini desueti e assolutamente non funzionali alla storia (cosa dovuta alla sua professione di archeologo), senza che il suo tono di solennità riesca a diventare “stile”. Inoltre, non solo la trama è a dir poco strampalata, ma i personaggi stessi sono tagliati con la scure: ci sono solo buoni e cattivi, con i due protagonisti Metello e Dan Qing che devono necessariamente apparire come figure emblematiche di due civiltà (non per niente il romano si chiama Aquila, come lo stemma delle legioni romane, che si contrappone al drago dell’impero cinese). Ciò che però appare più grave è proprio la struttura del romanzo: chiaramente interessato a costruire un background che gli permettesse di creare una storia compiuta, Manfredi non è assolutamente riuscito a controllare i piani narrativi (e qui mi meraviglio molto che non sia intervenuto il suo editor). Inizialmente infatti presenta quattro differenti punti di vista (quello dell’Imperatore catturato e dei suoi legionari, quello di Shapur di Persia, quello del nuovo imperatore succeduto a Valeriano e quello del figlio di Metello), ma poi li perde misteriosamente per strada lasciando spazio solo alla storia di Metello e dei soldati. Il tutto si riduce quindi alla solita storia di onore e fedeltà, con i buoni e impavidi romani che rispettano la parola data pur rimanendo fedeli ai propri principi. Abbastanza scontata poi la descrizione del confronto fra le civiltà, oggi molto di moda ma francamente letta e straletta ormai non so davvero più quante volte.

lunedì 10 dicembre 2007

Kim Newman - Anno Dracula

Un romanzo che si inserisce di diritto nel genere del pastiche letterario e che si propone come continuatore del romanzo Dracula di Bram Stoker (anche nella forma, che ne recupera parzialmente anche la forma epistolare), cambiandone solo un parametro. L’autore parte infatti dall’ipotesi che Dracula abbia vinto, abbia fatto giustiziare Van Helsing, abbia sposato la regina Vittoria dopo averla trasformata in vampiro e ora governi l’Inghilterra come principe consorte (continuando a praticare il suo hobby storico preferito, l’impalamento). Nel giro di pochi anni il vampirismo è divenuto un elemento del vivere comune: antichi vampiri sono usciti allo scoperto, spesso per ricoprire ruoli importanti nel nuovo corso del governo inglese, nuovi nati appaiono continuamente e il sangue diventa nuova merce di scambio. Lord Ruthven (protagonista del racconto Il Vampiro di Polidori) è primo ministro, Varney (un altro celebre vampiro letterario) governatore dell’India. Il pastiche assume dimensioni colossali perché Newman si sforza di mettere in scena il maggior numero possibile di vampiri della letteratura, convocando a Londra nella guardia personale di Dracula anche Kostaki (a un racconto di Alexandre Dumas), il Vardalek di Stenbock (debitamente omosessuale) e Von Klatka (dall’anonimo tedesco The Mysterious Stranger). Ma in realtà personaggi della letteratura (anteriore e posteriore a Bram Stoker) e della cronaca vittoriana emergono a ogni pagina, e il gioco intellettuale di rintracciarne l’origine è fra i maggiori interessi del romanzo. Ma non mancano neppure Carmilla (dall’omonimo e famoso romanzo di LeFanu), il conte Graf Orlock (il protagonista del film Nosferatu di Murnau), Mumuwalde (protagonista del film Blacula il primo film vampirico con un protagonista di colore), e ancora il dottor Jekill (e del suo alter-ego Mr. Hyde), John Merrick (l’uomo, realmente esistito, definito uomo-elefante per le sue difformità, di cui si racconta nel film di Lynch), il dottor Moreau (il dottore della famosa isola raccontata da H.G. Wells), Fu Manchu (il folle criminale creato da Sax Rohmer), l’spettore Abberline (quello interpretato da Johnny Depp in From Hell – La vera storia di Jack lo Squartatore), Gilbert e Sullivan, Oscar Wilde e Sherlock Holmes (fuori scena, perché spedito in campo di concentramento incrociato con un gulag russo ed una fattoria da allevamento di umani da nutrimento). E non mancano neppure alcuni personaggi del romanzo Dracula, come Arthur Holmwood (ora trasfromato in vampiro), o la moglie di Bram Stoker stesso con il suo famoso cenacolo letterario. Insomma, un delirio. C’è perfino Rupert di Hentzau, il cattivo del Prigioniero di Zenda! Il vampirismo si spoglia così di buona parte delle sue componenti magiche e si mostra in tantissime sfaccettature e variabili, per stirpe, per nascita o anche solo per una combinazione di casualità, offrendoci tutto ciò che sui vampiri ci è stato detto, dai poteri alla biologia. Appaiono così vampiri che possono trasformarsi o meno, una diversa reazione alla luce del sole o alle croci, vampiri dall’aspetto degenerativo e altri dall’aspetto regale. Non pago, Newman costruisce uno scenario apocalittico di denuncia di classe, con i vampiri aristocratici contrapposti ai “caldi” socialisteggianti della zona di Whitechapel, con invasati religiosi cristiani chiamati “crociati”, fino al pirotecnico finale compreso di incendio rigenerante e sovvertimento sociale. La storia principale è affidata ad un’indagine storica: Charles Beauregard, un investigatore collegato al Diogenes Club del fratello di Sherlock Holmes, Mycroft, investiga sui delitti di “Coltello d’Argento”, che altri non è che Jack lo Squartatore che uccide e sventra prostitute-vampiro, con l’aiuto di una vampira antichissima e benevola, Geneviève Dieudonné, della stirpe di Chandagnac. Essa disprezza Dracula e il suo nuovo ordine, dove chiunque può diventare un vampiro (ma di pessima qualità) grazie a una qualunque prostituta per pochi spiccioli. La coppia Beauregard-Geneviève (i due naturalmente si innamorano, benché l’investigatore non sia un vampiro) riesce a scoprire (ma il lettore lo scopre sin dalle prime pagine) che il criminale che terrorizza è il dottor Steward, rimasto scioccato dopo la morte della sua amata Lucy, e autore dei delitti per liberare le prostitute dal morbo del vampirismo. Beauregard e Geneviève sono infine ammessi alla presenza del Conte in persona, offrendo così alla regina Vittoria la possibilità di suicidarsi e di mettere fine al sanguinoso regno di Dracula sull’Inghilterra. Dal punto di vista dello stile, Newman esagera nel suo essere gotico a tutti i costi, abbondando di particolari descrittivi il più delle volte assolutamente inutili e di cattivo gusto (“un armadillo si contorceva davanti ai suoi piedi, con le parti posteriori incrostate delle sue stesse feci”).

giovedì 6 dicembre 2007

Philip K. Dick - Blade Runner

Pubblicato con tre differenti titoli (dapprima Il cacciatore di androidi, è stato poi edito col titolo del film Blade Runner, per godere successivamente di una sorta di riscoperta filologica col titolo originale Ma gli androidi sognano pecore elettriche?), questo libro è posto fra i capisaldi della fantascienza, da parte di un autore di culto. Ma è bene dire che è molto diverso dal film che da esso ne ha tratto Ridley Scott (secondo la mia modesta opinione, uno dei più grandi film di sempre). Non solo la trama è diversa, ma lo sono anche i contenuti. Dick eccelle nella descrizione dello scenario in cui si muovono i protagonisti, buio, oscuro, triste e desolato (i condomini sono quasi tutti vuoti e i personaggi vivono soli, contemplando la loro solitudine), con una polvere radioattiva che continua a cadere dal cielo e rende le persone dei “cervelli di gallina” (come Isidore, la mente semplice che lavora in una ditta di animali elettrici nella cui casa si rifugiano i replicanti). La guerra atomica del 2019 ha infatti costretto l’umanità a colonizzare nuove lo spazio e a creare i replicanti, organismi cybernetici con sembianze umane. Il problema sono i Nexus 6, androidi di ultima generazione, che a differenza delle altre serie di modelli sono tecnologicamente più avanzati sotto ogni aspetto. Essi sono talmente perfetti da poter provare dei sentimenti e per eliminare sul nascere il problema, i loro creatori hanno assegnato ad essi una data di scadenza, cioè quattro anni di vita. Il protagonista Rick Deckard è un cacciatore di androidi di San Francisco costretto a “ritirare” alcuni non-umani fuggiti da una colonia marziana. Ha qualche problema familiare ed è spinto a eseguire il suo lavoro dal miraggio di acquistare un vero animale per sostituire la pecora elettrica in suo possesso. Gli animali vivi, uccisi dalla radioattività, sono diventati una rarità e dunque uno status symbol: ogni persona che si rispetti deve possedere un animale vero ed accudirlo amorevolmente. Avere un animale finto, elettrico, è un onta che va nascosta. Il possesso di un animale infatti diventa la principale differenza tra uomini ed androidi, i quali non sentono nessun calore per gli esseri viventi. Deckard viene sedotto da Rachel, una replicante che suscita in lui il dubbio di quale sia il confine tra ciò che è organico e ciò che non lo è (Deckard scopre che Rachel è un androide solo all’ultima domanda del test per una reazione troppo lenta), ma soprattutto sul senso dell’umano. Alla fine, gli androidi che fuggono da Marte per ritrovare una loro dignità, si dimostrano, nelle loro reazioni (basta pensare a come si comporta Rachel nel finale), molto più umani degli umani stessi (che devono invece ricorrere al modulatore di umore). E questo, nonostante i replicanti non possano provare l’empatia che li qualificherebbe come uomini. Un tema fondamentale del libro (che è stato tolto nel film) è infatti relativo alla religione del Mercerismo, che permette, tramite un apparecchio apposito, una sorta di empatia globale tra gli uomini. Il poter far parte di questa “comunione” differenzia gli uomini dai replicanti, tanto che proprio la capacità empatica è alla base del test Voigt-Kampff a cui Deckard sottopone gli androidi. Alla fine, però, si scopre che l’intero Mercerismo, creduto e condiviso da tutti gli esseri umani, è una semplice truffa, nonostante lo stesso Mercer assuma comunque, agli occhi di Deckard, un ruolo mistico-rivelatore nell’adempimento della sua missione. Non solo Deckard deve essere pronto a uccidere gli androidi, ma deve farlo sopprimendo i propri sentimenti di empatia per creature che sembrano umane. In questo modo gli umani perdono la loro umanità fino ad assomigliare agli androidi; sono infatti gli uomini che tengono pecore (anche) elettriche, e sono sempre gli uomini che, grazie ad una speciale macchina che permette a chi ci è attaccato di trasmettere e ricevere i vari stati d’animo, che possono decidere quali sentimenti provare, divenendo macchine a loro volta. Una profondissima e apocalittica riflessione sui mali della società, sul ruolo delle droghe e sulla mancanza di senso della vita (molto interessante, a tal proposito, la figura di Buster Friendly, l’androide radiotelevisivo che scredita Mercer quasi voglia prendere il suo posto in una sorta di telereligione sponsorizzata).

martedì 4 dicembre 2007

Georges Simenon - La trappola di Maigret

Sono ormai cinque, in meno di sei mesi, le donne accoltellate nel XVIII arrondissement. Tutte nella stessa zona, tutte alla stessa ora, all’incirca alle otto di sera. E tutte con lo stesso rituale: dopo averle colpite alle spalle, l’assassino straccia loro le vesti, ma non le deruba né le violenta. I giornali non parlano d’altro. Nella torrida estate, Maigret sente addosso la responsabilità di non avere ancora trovato una pista ed escogita una trappola, essendo confortato nelle sue teorie da un’interessante conversazione con un famoso psichiatra (in fondo, Maigret affronta le sue inchieste un po’ come se fosse un medico, alla ricerca di un contatto umano con i suoi sospettati): fa finta di arrestare un uomo affinché la stampa lo annunci come il colpevole e perché il vero omicida si senta colpito nell’orgoglio. Contemporaneamente, sapendo che l’assassino si farà presto risentire, chiede la collaborazione della polizia femminile. Una delle poliziotte viene aggredita dal misterioso assassino, il quale però riesce a fuggire seminando un bottone. È grazie a questo indizio che il commissario si mette sulle tracce di un arredatore, che ha una moglie e una madre, proprietaria di una macelleria. Maigret lo arresta e lo sottopone a uno stringente interrogatorio, che rivela l’anormale personalità dell’uomo, che il morboso affetto della madre e della moglie, tiranniche e protettive al tempo stesso, tengono prigioniero in un complesso d’inferiorità. Si scopre così che egli ha cercato di reagire a questo stato col delitto. Ma un delitto quasi identico ai precedenti viene commesso. Chi, delle due donne, ama di più l’uomo al punto di macchiarsi di un simile gesto? Contrariamente ai libri odierni sui serial killer, che hanno 600 pagine ma ben poca suspense, Simenon costruisce una storia ipnotica in cui il suo protagonista non deve solo tendere una trappola, ma soprattutto scavare nell’oscura psiche di un uomo apparentemente rispettabile, e smontare il tortuoso meccanismo che lo ha portato a uccidere. Lo spettro di un criminale borghese, un uomo profondamente fallito che vive solo grazie alla madre che gli ha procacciato un matrimonio e alla moglie che li procura una clientela, e due donne profondamente inquietanti, non meno malate dell’uomo che intendono proteggere come se fosse un bambino. Sembrano facilonerie, ma ancora oggi c’è di che rimanere meravigliati.

lunedì 3 dicembre 2007

Philip Pullman - La bussola d’oro

La curiosità mi ha spinto a leggere l’opera da cui è tratto il film fantasy in uscita a Natale, primo capitolo dell’acclamata trilogia Queste oscure materie, che ha fatto incetta di premi nel mondo ma si è attirata anche mole critiche per il suo spirito veementemente anticattolico. Certo è che Pullman non ha fatto nulla per risultare simpatico, giungendo a definire Tolkien “uno scrittore infantile, interessato a mappe, codici e lingue, e non ai personaggi umani”, Lewis un “misogino, razzista, moralmente deprecabile” e Le Cronache di Narnia “uno dei romanzi più terribili e dannosi che mi sia mai capitato di leggere”. Neanche Harry Potter, nella sua personale visione, si è salvato: “Il maghetto è un poveraccio, la mia trilogia parla della messa a morte di Dio”. Insomma, da che pulpito… La storia si apre a Oxford, in un periodo storico imprecisato. Qui, all’interno del Jordan College, vive Lyra Belacqua, educata e allevata da alcuni docenti dopo la sparizione dei suoi genitori. È una ragazzina un po’ scavezzacollo e saputella che vive serena in compagnia del suo daimon personale, una creatura che nel mondo di Pullman viene assegnata a ogni persona, il cui carattere e umore si manifesta in qualche modo nelle sue fattezze. Per questo il daimon dei bambini, non ancora caratterialmente formati, varia in continuazione di aspetto. Lyra passa il suo tempo a scorrazzare per la città, soprattutto insieme al suo amico Roger, che dà un aiuto nella cucina del college, ma tutto cambia quando un giorno sente che il Maestro del Jordan vuole avvelenare suo zio Lord Asriel, uno scienziato estremamente geniale e intraprendente, e, dopo averlo impedito, assiste a una serrata discussione tra questi e gli accademici del collegio in cui cerca di convincere i colleghi a finanziare una spedizione al Polo Nord dove è recentemente comparsa di una strana Polvere che sembra provenire da un mondo misteriosamente presente al di là del Polo stesso e dell’Aurora boreale. Asriel viene però attaccato dal Magisterium, l’autorità della Chiesa Cattolica che sovrintende a ogni attività scientifica e speculativa, e viene spedito nella prigione di Svalbard, dove è sorvegliato a vista dai terribili orsi corazzati. Contemporaneamente in città compare la terribile setta degli Ingoiatori, che rapiscono i bambini più poveri della zona tra i quali Roger. Lyra, che nel frattempo ha ricevuto in dono dal maestro del college l’aletiometro, una specie di bussola che serve a scoprire la verità, è stata convinta dall’aristocratica e fascinosa signora Coulter a seguirla a Londra come sua assistente personale. Quando Lyra si rende conto che la donna è il capo dell’Intendenza Generale per l’Oblazione, organismo ombra del Magisterium, dietro la quale si nascondono proprio gli Ingoiatori, fugge e si unisce a una spedizione di nomadi del popolo dei gyziani, diretta anch’essa a Nord. Dagli zingari viene a sapere che Lord Asriel e Mrs. Coulter sono i suoi genitori, e pian piano impara a usare l’aletiometro, che le permetta di conoscere la verità su ogni cosa. Ma apprende anche dalla strega lappone Serafina Pekkala di essere in qualche modo una predestinata: da lei dipenderebbe infatti il destino degli uomini (che novità!), sempre che le sia lasciata la possibilità di comportarsi liberamente, anche a costo di sbagliare. L’errore, anzi, sembra essere la garanzia della buona riuscita della sua missione. E qui Pullman mette in opera un efficace paradosso, con un’eroina che cammina con uno strumento di verità ma è destinata a commettere errori in qualche modo salvifici. La spedizione procede con destini alterni. Lyra finisce in compagnia di un orso armato, il saggio Iorek Byrnison, esule tra la sua gente e che per questo annega i dispiaceri nel whisky, e di Lee Scoresby, un aeronauta texano. In un agguato però viene catturata e venduta alla base di Bolvangar, dove si trovano tutti i bambini rapiti, Roger compreso, e vengono separati a forza dal loro daimon e condannati a una vita vegetativa. Quando sta per essere anch’essa sottoposta al trattamento (una specie di ghigliottina spirituale), Lyria viene salvata da sua madre, che sulle prima finge di assecondare per organizzare in realtà una rocambolesca fuga di tutti i bambini. Fugge con l’aiuto della strega Serafina ma finisce prigioniera degli orsi: a questo punto, approfittando delle capacità divinatorie e indovine dell’aletiometro, si finge un daimon e gioca sul desiderio di essere un uomo (in possesso di un proprio daimon) del re degli orsi Iofur Raknison, ingannandolo (cosa importante, perché un uomo non riesce mai a ingannare gli orsi, se non quando un orso è accecato dalla propria velleità). Riesce dunque a far sì che Iofur sfidi Iorek, permettendo all’amico di sconfiggere l’odiato rivale e di diventare re al suo posto. A questo punto, Lyra riesce a ricongiungersi con il padre sfuggito nel frattempo alla prigionia. Il volume si conclude con un finale tragico e pirotecnico (che il film ha eliminato per non alienarsi le simpatie del pubblico): il Magisterium sottopone i bambini al taglio del daimon perché ritiene che chi ne è privo rimanga immune dagli effetti della misteriosa polvere. Lord Asriel, che invece di quel materiale cerca la fonte, è giunto vicino ad aprirsi un varco verso gli altri mondi, e siccome ha bisogno di una grande energia, giunge a sacrificare la vita di Roger. Alla fine riuscirà a passare, seguito dalla sola Lyra, dopo essersi separato dalla moglie, che non condivide il suo impulso di sfida all’Universo. Un fantasy ideologico, che si ispira al Paradiso Perduto di Milton (da un cui verso è derivato il titolo della trilogia Queste oscure materie) e al suo titanismo ribelle. Ma un fantasy che soprattutto non ha problemi ad attaccare direttamente la Chiesa e il suo operato: Pullman connette Polvere e Peccato Originale, castrazione spirituale e governo delle anime. Invoca il libero arbitrio e la rottura delle tavole (neanche fosse Nietzsche), si fa cantore della gnosi e della forza della scienza come via per il progresso. In mezzo a tutto questo calderone, crea un’atmosfera infantile che non convince troppo e tratteggia una geografia dell’universo un po’ troppo vaga e indeterminata. Non manca però di indovinare un paio di personaggi convincenti (primi fra tutti, l’orso valoroso Iorek e il suo nemico Iofur, accecato dalla sua volontà) e di buttarla sul sentimentale di sicura presa (il capitolo del ragazzino privato del suo tenero daimon che stringe tra le mani un pesce). Funziona abbastanza bene anche la tanto decatantata invenzione dei daimon (una reminiscenza socratica?) che rappresenta la parte visibile dell’anima, una specie di voce della coscienza, che può parlare prova le stesse sensazioni del proprio padrone, e che da adulti prende una forma fissa, che rappresenta sé stessi (Lord Asriel ha una tigre delle nevi, lo scimmiotto dorato della signora Coulter rappresenta l’inganno in cui può trarre l’apparenza: bello visto da fuori, ma in realtà spietato). Peccato che di tutte queste questioni, filosofiche e religiose, alla gente che andrà al cinema non importerà affatto. Anzi, si berrà tutto senza problemi e in maniera assolutamente acritica.

Georges Simenon - Félicie

Un delitto apparentemente inspiegabile per il commissario Maigret: in un tranquillo villaggio-giocattolo di provincia qualcuno ha sparato a bruciapelo a Jules Lapie, un ex contabile di Fécamp, meticoloso, avaro e taciturno, conosciuto in tutto il paese con l’ironico soprannome di Gambadilegno a causa di una gamba persa durante un viaggio per mare in cui si era trovato del tutto casualmente. Questi era accudito da una giovane governante, Félicie, una ragazza apparentemente scorbutica, bugiarda e arrogante, quasi irritante, che va in giro con abiti ridicoli e un cappello rosso adorno di una piuma verde cangiante. Nonostante l’avversione che gli dimostra, Maigret resta affascinato dall’ingenua altezzosità della ragazza che ostenta atteggiamenti da gran dama, ma che, solo grazie al vecchio che la teneva in casa, è riuscita a una situazione di miseria e di fame. Il commissario, che a detta del suo superiore “entra in un’inchiesta come infilerebbe i piedi nelle pantofole…”, preferisce dunque condurre l’indagine accanto a lei, scrutandone benevolmente ogni gesto, convinto che Félicie, portata naturalmente a fantasticare, sia a conoscenza di buona parte della verità e menta su molte cose. La verità lo conduce così ai sordidi giri malavitosi della zona di Pigalle, sulle tracce del nipote di Gambadilegno, soprattutto quando questi viene misteriosamente ferito, e di una misteriosa refurtiva nascosta da qualche parte. Ma il bello è che la riottosa Félicie, svelate tutte le sue infantili fantasie, si ritrova sola e desiderosa di mantenere il rapporto instaurato col commissario. Simenon, che in quanto a conoscenze femminili non era secondo a nessuno, ha la peculiare capacità di costruire un personaggio che è la quintessenza del capriccio, della bizzarria, dei sentimenti tenuti segreti e dell’insicurezza. E riesce a costruire, intorno a un’esile storia, un quadro sociale preciso, a caratterizzare i suoi personaggi con tratti psicologici che scavano nel profondo delle fragilità umane, e di presentare l’investigatore, Maigret appunto, come un uomo ricco di umanità e di calore che non nasconde sentimenti di pietà e di affetto per le persone con cui si relaziona.