mercoledì 31 dicembre 2008

Kate Summerscale - Omicidio a Road Hill House

I delitti di Cogne, Erba e Garlasco insegnano che esistono fatti di cronaca in grado di attirare la morbosa attenzione dei lettori e del pubblico televisivo: la gente vuole sapere e chiede spiegazioni, i mezzi d’informazione puntano sul sensazionalismo, vivisezionando gli ambienti e la vita privata delle persone coinvolte. Tutto questo è sempre esistito, quasi fosse nella stessa natura dell’uomo, e ce lo prova questo libro di Kate Summerscale, la quale, con un paziente lavoro di ricerca e analisi ha ricostruito un oscuro fatto di sangue accaduto nell’Inghilterra del 1860, la barbara uccisione di un bambino di tre anni nella sua stessa casa, un edificio georgiano dello Wiltshire. L’episodio apparve subito scioccante proprio perché verificatosi in casa, ovvero il luogo simbolo dell’epoca vittoriana, il tempio sacro della famiglia e del focolare domestico. Gli ingredienti del giallo ci sono tutti (i genitori che dormono nella stanza accanto, i fratelli e la servitù al piano di sopra, la bambinaia nella stessa camera del piccolo con la sorellina, il cane che abbaia) e appare chiaro che l’omicidio non può essersi consumato che fra le mura domestiche. Polizia e magistratura raccolsero e divulgarono centinaia di particolari sulla casa, che finirono in pasto alla stampa, e persino il corpo della vittima fu esposto scarnificato alla curiosità del pubblico. Per la prima volta si mandò a chiamare un investigatore vero, Jonathan Whicher, che venne da Londra da una squadra speciale appena costituitasi a Scotland Yard, e che costituirà il modello per molti eroi da libro giallo ispirati alla sua figura e alle sue indagini (Arthur Conan Doyle, Charles Dickens, Henry James e soprattutto Wilkie Collins con il suo “The Moonstone”, che al fatto di Road Hill House deve ben più di qualche suggestione). L’intera Inghilterra divenne preda di una vera e propria febbre investigativa, con gente che inondava i giornali delle più disparate teorie, compresa quella secondo cui dagli occhi della vittima si sarebbe potuti risalire al volto dell’assassino dal momento che l’immagine dell’ultimo oggetto visto primo di morire sarebbe rimasto stampato sulla retina e si sarebbe potuto sviluppare in camera oscura (la stessa teoria ripresa da Dario Argento nel film “Quattro mosche di velluto grigio”). Proprio in questi anni la figura del detective si ammantava di un alone mistico e rappresentava la voce della scienza e della ragione, la forza di chi riusciva a dare forma al caos e far parlare le prove leggendo i gesti e le espressioni del volto. Purtroppo, però, Whicher si trovò a dover fronteggiare l’ostilità della polizia locale, in possesso di una diversa teoria e accusata dal detective di una condotta disastrosa nelle indagini; inoltre, egli non fu assistito da alcun professionista nel vedere sostenuta la propria accusa. Agli occhi dell’opinione pubblica, egli finì per violare il santuario della classe media, la casa, distruggendone la privacy, svelando l’atmosfera corrotta di una famiglia sprezzante e potente che sembrava celare al suo interno molti misteri e legami malati, trasgressioni erotiche e intrighi (un padre che aveva tradito la moglie malata con la governante e poi l’aveva subito sposata), tanto che dopo il delitto di Road Hill House la figura dell’investigatore si fece più cupa e sospetta agli occhi della gente. L’autrice si avvale di verbali, investigazioni, interrogatori, articoli dell’epoca, e realizza una ricostruzione dettagliata e minuziosa del sistema poliziesco, della vita familiare e sociale del periodo, con il corredo di ben ventitré pagine di note, cartine, vignette e fotografie dell’epoca. E, pur nelle incertezze di un caso solo apparentemente risolto e che riserva anche un’insospettabile appendice australiana, dimostra come il povero Whicher (che ne ebbe la carriera distrutta) avesse capito la verità. Straordinario poi è il fatto che la colpevole, alla fine, si sia rivelata alla giustizia su suggerimento di un sacerdote in confessione, suscitando un dibattito in seno alla chiesa anglicana tra i tradizionalisti e i riformatori sull’adozione di pratiche “romanizzanti” (e quindi troppo cattolici) come la confessione.

venerdì 26 dicembre 2008

Lauren Weisberger - Un anello da Tiffany

Cambiare un po’ fa bene, pur rimanendo sé stessi. Questo il consiglio del nuovo romanzo di Lauren Weisberger, nota al mondo come ex-assistente personale della terribile Anna Wintour, direttrice di Vogue America, esperienza che ha raccontato ne Il diavolo veste Prada, bestseller internazionale da oltre un milione di copie, da cui è stato tratto l’altrettanto celebre film. Giunta al terzo libro, l’autrice opta per la prima volta per una narrazione in terza persona, e questo le permette di avere una prospettiva multipla e addirittura tre protagoniste, amiche ma molto diverse tra loro, le quali, arrivate ai trent’anni, si interrogano sul loro rapporto con gli uomini. Leigh, dalla vita apparentemente perfetta, editor in una casa editrice e fidanzata a un uomo che tutti le invidiano; Emmy, che insegue il matrimonio ed è in perenne competizione con la sorella già sposata e incinta, è appena stata scaricata dal suo fidanzato per una personal trainer giovane e soprattutto illibata; Adriana, un’ereditiera brasiliana che passa di uomo in uomo. Le tre stringono un patto destinato a cambiare le loro vite: dopo aver sopportato per anni i più beceri tradimenti nella speranza che il fedifrago si decidesse a compiere il grande passo, la timida Emmy dirà addio alla sua morigeratezza e, per un anno, dovrà divenire una divoratrice di uomini, collezionandone almeno uno per continente; Adriana, abituata da sempre a sedurre un numero imprecisato di partner, dovrà invece imparare ad avere una relazione stabile. Solo l’inquadratissima (ma agitata e insoddisfatta) Leigh resta esclusa dalla gara, ma basta uno scrittore dallo smisuratissimo ego (che pretende sia lei l’editor del suo prossimo romanzo, conquistato dalla sua franchezza) per far vacillare le sue certezze e spingerla a far chiarezza nella sua vita. Emmy finirà comunque per realizzare le sue inclinazioni matrimoniali, Adriana si ritroverà fidanzata a un regista di Hollywood e opinionista della rivista Marie Claire. In quanto a originalità siamo a zero e il catalogo di situazioni e caratteri è rintracciabile negli standard del filone rosa (in primis l’onnipresente Sex & the City, con le amiche dalla vita sentimentale burrascosa che si trovano per parlare dei loro problemi e scherzarci su), ma come al solito la Weisberger è brava nel condire il tutto con molta ironia e competenza, grazie alle sue eroine fashion victim e ai suoi uomini eternamente immaturi e stronzi. Anche se, come sempre nei suoi romanzi, permane un fastidioso moralismo di fondo (è impossibile essere felici se si è focalizzati sulla carriera e non si fa quello che si vuole veramente). Purtroppo, ancora da criticare il titolo italiano, che non coglie affatto il senso dell’originale Chasing Harry Winston (Harry Winston è la gioielleria simbolo per chi insegue l’anello matrimoniale). Interessante, infine, constatare come Facebook e MySpace siano ormai entrati nel linguaggio letterario.

mercoledì 24 dicembre 2008

AA.VV. - The Best Of Roy Of The Rovers. The 1980s

Tra tutte le cose bizzarre che potevo fare nella mia recente trasferta inglese, una delle più incredibili è stata scovare (e comprare) questo albo a fumetti di recente pubblicazione che vede protagonista un certo Roy Race, biondo campione senza età che dal 1954 al 1993 ha indossato la maglia giallorossa del Melchester Rovers, come giocatore, come player-manager e infine come allenatore. Questo volume, tutto a colori e con un’introduzione firmata addirittura dal grande attaccante Gary Lineker, prende in esame due stagioni calcistiche, dal 1980 al 1982, ma dà una precisa idea della struttura della pubblicazione: un feuilleton basato sulla vita dentro e fuori dal campo, con tutti i problemi del caso, e che descrive in modo sicuramente ingenuo, ma abbastanza credibile, la vita di questo campione immaginario, sposato con una moglie dolce e affettuosa di nome Penny (ho scoperto essere stata in passato la sua segretaria) e con due figli adorabili. Un uomo sincero, onesto e leale, tutto d’un pezzo, dal linguaggio semplice e diretto, che non contesta mai le decisioni degli arbitri, e che è disposto anche a privarsi di un giocatore se questi si è reso protagonista di un brutto gesto non sanzionato nei confronti di un avversario. La prima stagione è fallimentare: Roy si trova a dover fronteggiare un’incredibile serie di infortuni e di sfortune, litigi tra suoi stessi giocatori e incomprensioni con sua moglie, e nemmeno il suo potentissimo sinistro, soprannominato “Racey’s Rockett”, eviterà ai Rovers di subire la retrocessione in Second Division per differenza reti (il Melchester deve vincere l’ultima partita con cinque gol di scarto ma si ferma sul 4-0 perché sbaglia un rigore all’ultimo minuto). La seconda stagione vede l’introduzione dello sponsor sulla maglia ufficiale e sarebbe addirittura noiosa nella cavalcata trionfale dei Rovers verso la promozione, se non fosse per tutta una serie di nemici che la giurano a Roy per qualche strano motivo (uno scozzese convinto che Roy abbia fatto il lavaggio del cervello al figlio e che il calcio sia il male; un attore mediocre e antipatico chiamato a impersonare lo stesso Roy in una serie televisiva; un hooligan furibondo per essere stato allontanato dal campo di Melchester e umiliato pubblicamente; un compagno di squadra furibondo per il modo, a suo dire ingiusto, con cui è stato trattato e relegato in panchina; un cugino australiano che si distingue in truffe ed estorsioni). I problemi aumentano sempre di più, finché Roy non subisce due attentati: prima un misterioso motociclista cerca di investirlo con la moto, poi qualcuno gli spara negli spogliatoi. Passa mesi in coma tra la vita e la morte, mentre l’intera Inghilterra rimane con il fiato sospeso e la squadra è affidata a Sir Alf Ramsey, allenatore della nazionale inglese campione del mondo nel 1966 (un genio cui basta una partita per capire come schierare i giocatori in campo e aggiudicarsi una partita 14-0, stabilendo il record per la vittoria più larga in una divisione professionistica). Non solo Roy tornerà e condurrà nuovamente i Rovers alla vittoria, ma riuscirà anche ad aiutare la polizia identificando il colpevole degli attentati. Certo, un calcio d’altri tempi, in cui retrocedere non era un’onta ma si usciva tra gli applausi dei propri tifosi. E non mancano nemmeno sporadici ma utili riferimenti alla realtà, come le nozze tra Carlo e Diana (Roy capita nella folla festante insieme alla moglie) e l’hooliganismo (Roy dichiara pubblicamente e ripetutamente che non intende avere tifosi del genere). Insomma, Roy Race doveva essere un modello e trasmettere i veri valori di questo sport per le giovani generazioni che lo leggevano. Purtroppo, oggi questi discorsi fanno sorridere.

giovedì 4 settembre 2008

Lauren Weisberger - Al diavolo piace dolce

Nata in una comune hippy da due genitori fricchettoni, vegetariani e pacifisti, contrari alla depilazione e alle giacche col collo di pelliccia, sostenitori di Greenpeace e capaci di spingerla a scrivere, da piccola, lunghe lettere al congresso, al senato, alle lobby e alle organizzazioni ambientali, la ventisettenne Bette Robinson vive a New York con il suo cane Millington (lei, allergica ai cani, possiede un cane allergico a tutto), è laureata, impiegata in banca e single. Va in crisi quando l’amica di sempre e collega Penelope le annuncia le sue prossime nozze con il fidanzato Avery, rampollo di buona famiglia, laureato ed insegnante universitario, con uno spiccato amore per le uscite mondane e gli eccessi. Si licenzia dal frustrante lavoro in banca e, grazie alle raccomandazioni di suo zio Will, editorialista, gay e repubblicano, entra nel mondo delle pubbliche relazioni, finendo in una società che organizza eventi (dall’uscita di Shreck 3 all’ultimo libro di Candace Bushnell, dalla presentazione del BlackBerry alla festa di Playboy). Party con donne in carriera, arrampicatrici sociali, seducenti uomini di successo, alcool e fiumi di cocaina: Bette si trova inserita nella vita newyorkese che conta, ma anche a fronteggiare situazioni insolite come le telefonate di gente famosa nel cuore della notte. Le basta un’uscita notturna per ritrovarsi un mattino nel letto di Philip Weston, il playboy più ambito della città, e diventare, senza fare nulla, la sua fidanzata mediatica. Iniziano a uscire sui giornali i titoli più imbarazzanti, ma per l’agenzia è un trionfo (è tutta pubblicità gratis), così che Bette si trova invischiata in una storia che accelera il suo inserimento nel lavoro e la obbliga a continuare su quella strada (anche se comincia a sospettare che il bel Philip sia tutt’altro che etero e che utilizzi la storia  come copertura per nascondere le sue vere inclinazioni). Naturalmente arriva anche l’amore vero, il dolce Sammy, un buttafuori che studia da chef, uno che sa abbinare il suo fisico atletico e l’abilità nel vestirsi con l’intelligenza e la sensibilità d’animo (legge a lavoro L’amante di Lady Chatterley… insomma, è una cosa abbastanza improbabile). È chiaro che il titolo italiano del secondo libro di Lauren Weisberger, che non ha molto a che vedere né con la trama né con il titolo originale (che è Everyone worth knowing), cerca di ricordare solo il più famoso Il diavolo veste Prada, primo romanzo dell’autrice da cui è stato tratto anche il film, e quindi aumentare la sua visibilità. Scontato come al solito (la morale è sempre quella: il mondo scintillante e patinato della moda e dello show business può esaudire ogni tuo desiderio ma in cambio si prende l’identità, il tempo e gli affetti), è ironico al punto giusto e azzecca il complesso e ambiguo rapporto che si crea con i giornalisti, disposti a elargire favori in cambio di scoop, oltre alla descrizione dell’infamante passione per i romanzi rosa della Harmony (che qui vengono chiamati con il loro nome americano Harlequin), scontati e banali ma fantasiosi e rassicuranti, tanto che l’incontro con le amiche del circolo di lettura è per Bette un momento imprescindibile. Spassosa la descrizione dello stato di disoccupazione della protagonista, beata e felice di starsene a casa a guardarsi reality show alla televisione («Perché perdere tempo a preoccuparmi quando potevo guardare il programma di Dr. Hil e imparare delle lezioni di vita di rara profondità?»).

mercoledì 3 settembre 2008

Georges Simenon - La pazza di Itteville

Questo breve racconto, che doveva essere il primo a inaugurare una nuova collana di testi accompagnati da una serie di fotografie (e rimase l’unico per lo scarso successo dell’iniziativa), è l’unico di Simenon a essere rimasto testimonianza del personaggio dell’ispettore G7, timido e ben educato, ma chiamato così dai colleghi per via dei capelli rossi che fanno pensare al colore dei taxi della compagnia G7. A narrare in prima persona è un suo amico scrittore di romanzi polizieschi che lo accompagna nell’indagine. Teatro della vicenda è Itteville, paese che si trova a una cinquantina di chilometri da Parigi, sempre sotto una pioggia torrenziale. È avvenuto uno strano omicidio con scambio di cadavere. Il direttore dell’ufficio postale sta tornando in bicicletta, sente gridare, si avvicina e una ragazza bionda, sporca di fango ed evidentemente molto agitata, gli urla di andare a chiamare i gendarmi: per strada c’è un uomo morto. Il direttore nota che a terra c’è il dottor Canut, medico noto a tutti in paese, e si precipita ad avvisare la polizia, ma quando i gendarmi arrivano, trovano accanto alla giovane donna un cadavere diverso, di uno sconosciuto, colpito al cuore da una coltellata mortale. Il racconto è molto breve ma molto ben congegnato, perché il lettore non capisce niente fino alla fine, ricalcando di fatto gli smarrimenti dell’io narrante, cieco davanti alle intuizioni di G7, naturalmente in possesso della soluzione del caso. Già possiamo vedere le caratteristiche dell’autore, la profondità della sua scrittura, l’importanza conferita ai dialoghi e alla psicologia dei personaggi. In più, osservazioni calzanti come il fatto che le persone innocenti spesso non hanno un alibi convincente, o che le persone intelligenti mostrano intelligenza e logica anche nel crimine. Molto originale la scena degli spari agli spaventapasseri.

giovedì 28 agosto 2008

Carolly Erickson - Il grande Enrico

Stimolato dalla visione della serie televisiva The Tudors, mi sono lanciato nella lettura di questa biografia del grande sovrano Enrico VIII, che regnò sull’Inghilterra tra il 1509 e il 1547. Fortunatamente l’autrice intende dare un’immagine diversa dagli stereotipi classici (tanto cari al cinema) del satiro tronfio e triviale con cosciotto di pollo in mano, che decapitava le mogli che non gli andavano più a genio (in realtà ne fece decapitare solo due). Piuttosto, Enrico era dotato di un finissimo intelletto e di una profonda erudizione scolastica che ne fecero ardente e vigoroso polemista, tanto da occuparsi personalmente di teologia (polemizzò personalmente con Lutero arrivando a insultarlo). Incredibile compagnone, era capace di fare a palle di neve con gli altri nobili; amante della musica e della poesia, autore lui stesosi di poesie e ballate, era un provetto ballerino tanto da danzare appassionatamente per ore; instancabile atleta e cacciatore, era cavaliere e duellatore ai tornei. Enrico VIII racchiudeva in sé il paradosso di essere portato istintivamente alla moda e alle arti rinascimentali e contemporaneamente ai valori medievali della cavalleria che gli umanisti invece aborrivano. Questo lo portò a inseguire per tutta la vita il sogno di dare battaglia agli odiati francesi: una fissazione anche al di là della realtà storica, perché ormai il centro dell’agone politico e bellico era l’Italia, terra di confronto tra Impero e Francia. Imparò dalla nonna a essere diffidente delle donne forti e dal padre a confondere l’uso e l’abuso del potere (il padre era spesso affetto da manie e malumori, se non da ire improvvise), oltre che l’amore per i divertimenti stravaganti, i buffoni e le creature circensi. Evento fondamentale della sua vita, la rottura con la Chiesa di Roma per la volontà di annullare il suo matrimonio con Caterina d’Aragona e sposare Anna Bolena. È probabile che Enrico credesse alle voci secondo cui il suo matrimonio con Caterina era maledetto perché in qualche modo incestuoso (Caterina aveva sposato in prime nozze il fratello di lui, Arturo, morto poco dopo), anzi, che ne fosse addirittura ossessionato. Non per niente continuò a stufarsi delle sue mogli (eccezion fatta per Jane Seymour, che morì di malattia) per la loro difficoltà di assicurargli una discendenza maschile. Egli negò dunque l’autorità del papa con un atto del parlamento (l’Atto di supremazia) che fece di lui, in quanto sovrano, il capo supremo della Chiesa inglese. Questa decisione, che portò alle condanne a morte del vescovo Fisher e dell’umanista Tommaso Moro (che pure era amico personale di Enrico), fu accettata con sorprendente condiscendenza dai Comuni, che poterono depredare le ricchezze ecclesiastiche e non pagare più le decime a Roma. Non bisogna dimenticare che il re, sobillato dal suo guardasigilli protestante Thomas Cromwell, comminò la tortura e l’impiccagione di moltissimi monaci, e la distruzione di monasteri e conventi. Anche nella violenza e nelle sanguinose repressioni si rivela un temperamento terribilmente competitivo che rendeva Enrico impegnato continuamente a misurarsi con gli altri sovrani, dal canto loro impegnati a sopprimere luterani e protestanti. Costretto ad affrontare la ribellione nel nord del paese, sobillata dai nobili che erano contrari al suo crescente potere autoritario, gradualmente il re si trasformò da figura luminosa e affascinante in un tiranno sempre più eccentrico e incupito, malfidente e timoroso: per il popolo divenne “il Talpone”, l’oscuro antieroe il cui avvento era stato predetto da Merlino secoli prima, colui che, rovinato dal peccato e dall’orgoglio, avrebbe trascinato nella rovina il suo regno. La Erickson è abile a descrivere le lotte politiche della corte inglese ma ha il pregio di risultare sempre leggera e comprensibile, raccontando curiosi particolari sulla vita del tempo, come quando parla delle pulci che affliggevano gli uomini dell’epoca (la gente teneva fascine di rami di gelso sotto il letto per tenerle lontane durante la notte, mentre il re Enrico VII girava di giorno con un ritaglio di pelliccia sotto la veste per attirare i parassiti tutti in un unico punto) o di malattie terribili come il sudore anglico (una malattia polmonare che colpiva senza preavviso e degenerava in maniera fulminante). Un mondo duro e difficile nel quale le conoscenze scientifiche lasciavano molto a desiderare (la regina Elisabetta, madre di Enrico, fu mandata a partorire negli appartamenti freddi e angusti della Torre di Londra, col risultato che ci rimise le penne). Molto bizzarra la descrizione della vita di corte, con banchetti da mille/millecinquecento persone, perfino fannulloni e vagabondi, cani e animali che si azzuffavano, oltre nobili che invitavano i loro amici e parenti e approfittavano in maniera oltraggiosa dell’ospitalità del re, portando con sé nei propri alloggi falconi e furetti, svuotando cucine e cantine, portando via tavole, panche e persino le serrature delle porte. Impagabile poi l’episodio dei sei gentiluomini che, educati alle abitudini acquisite in Francia, dove ogni giorno si erano divertiti a scorrazzare in compagnia del re Francesco I per le vie di Parigi tirando uova, sassi e quant’altro capitava addosso ai sudditi (!), rivolgendosi troppo cordialmente al re furono accusati di eccessiva esuberanza e di aver dimenticato quel deferente distacco che si doveva nei confronti del sovrano inglese.

mercoledì 27 agosto 2008

Jeanne Kalogridis - Alla corte dei Borgia

Quando la storia diventa un pretesto. Così si potrebbe riassumere il romanzo della Kalogridis, drammone storico a fosche tinte che rispolvera un tema intrigante e maledetto come la sanguinosa saga dei Borgia ma, prendendo per vere tutte le voci e dicerie sui suoi protagonisti, sfiora ripetutamente il ridicolo e finisce per risultare superficiale e facilone, senza una visione alle spalle (la famigerata Lucrezia Borgia è tratteggiata la contempo come strega e vittima, seduttrice e insicura). Basta l’inizio (la processione per il miracolo del  sangue di San Gennaro) per capire dove siamo capitati. Protagonista di tanto ben di Dio è Sancia d’Aragona, eroina abbastanza canonica e stereotipata, figlia di Alfonso II re di Napoli e nipote di Ferrante I: il primo un pazzo rancoroso e violento che non lesina occasione per punire e umiliare la figlia, il secondo un tipetto che suole tenere una camera con appesi i cadaveri dei suoi nemici. Naturalmente, con questo dna, anche Sancia non può dirsi del tutto normale (nonostante il morboso attaccamento al fratello Alfonso), e dichiara sin dalle prime pagine di essere fatta della stessa “pasta” della sua famiglia. Viene promessa in sposa, adolescente, al nobile Onorato Caetani, che la inizia alle gioie del sesso, quindi viene costretta a sposare Goffredo Borgia, ultimo e smidollato figlio di Rodrigo Borgia, al secolo papa Alessandro VI (in realtà, Goffredo non è figlio suo, ma della sua amante Vannozza Catanei), con lo scopo di migliorare le relazioni tra Napoli e Roma. Sull’intera vicenda grava il monito di una strega che Sancia consulta in quel di Napoli a proposito del suo futuro (“senza usare il male condannerai a morte quelli che ami di più”). Incredibile la scena della prima notte di nozze, con l’atto coniugale fatto oggetto di scommesse da parte di Alfonso (il padre di Sancia) e il legato papale, anch’egli un Borgia, che dimostra ben presto la sua natura perversa violentando un bambino nell’orgia che segue i festeggiamenti. Il papa intanto, nonostante la profusione di sentimenti, tradisce il regno di Napoli consegnandolo ai francesi di Carlo VIII, mentre Alfonso II impazzisce e fugge dalla città portando con sé il tesoro della corona. Durante l’assedio, Sancia uccide con uno stiletto una guardia e prova a sé stessa di essere malvagia perché capisce che uccidere è molto facile. Il padre è sempre più sprofondato nella pazzia e si impicca, Sancia viene chiamata a Roma insieme al marito alla corte papale (il lussurioso Alessandro ha infatti udito che è molto bella e spera di farsela amante). A questo punto scopriamo tutta la depravazione della famiglia Borgia: sua santità fornica pubblicamente con le cortigiane e si ubriaca sena ritegno, sua figlia Lucrezia non esita a offrigli le grazie del suo corpo durante una laida orgia e in seguito si concede a lui anche carnalmente. E non può mancare il mitico Cesare Borgia, il Valentino, amante perfetto e quindi completamente diverso dal debosciato Goffredo: Sancia non prova nemmeno a resistergli, e i dettagli dell’accoppiamento sono descritti minuziosamente in stile softcore. Purtroppo c’è anche un altro fratello, Giovanni, che in seguito a un rifiuto la violenta su due piedi, ed è capace a far impiccare un nobile reo di aver risposto con ironia a una sua provocazione. La povera Sancia scopre che Lucrezia è incita: pensa del padre, ma poi scopre di Cesare (gli incesti non si contano neanche più). Giovanni viene barbaramente pugnalato e gettato nel Tevere (non è un mistero che il colpevole sia Cesare, desideroso di vendicarsi dell’affronto fatto a Sancia ma anche desideroso della sua carica di capitano generale; non pago, Cesare incolpa della gravidanza della sorella un povero domestico, che non esita a sgozzare sul trono papale e a gettare anch’esso nel Tevere (assieme a una domestica di Lucrezia che, ovviamente, sapeva troppo per essere lasciata tranquilla). Lucrezia, che intanto ha perso il bambino, viene fatta sposare con Alfonso, mentre Sancia rifiuta le profferte di matrimonio di Cesare perché scandalizzata di lui, tra l’altro colpito dalla sifilide; questi, sposata una principessa francese e con l’aiuto del padre e l’appoggio del re di Francia, comincia a crearsi un suo potentato autonomo nel Centro Italia ricorrendo alle armi e al veleno, e decide di vendicarsi di Sancia, di Napoli e degli Aragonesi, facendo uccidere Alfonso con la complicità della stessa Lucrezia. A questo punto Sancia, sull’orlo della pazzia, prende la risoluzione di fare giustizia, avvelena il papa e lo stesso Cesare: il primo muore, il secondo sopravvive ma senza la protezione del padre non ha più potere. Un finale tragicomico da melodramma di cartapesta che gronda sangue e perversione, non senza averci regalato l’allucinante descrizione di Machiavelli che scrive istericamente sotto la tavola tutto quello che sente dire da Cesare Borgia, o perle del tipo: “Mentre tenevo la mano sulla sua guancia calda giurai che non avrei mai permesso che proprio suo padre lo facesse becco”.

giovedì 21 agosto 2008

Clive Staples Lewis - Il principe Caspian

In occasione dell’uscita del secondo film della saga delle Cronache di Narnia, mi sono riaccostato all’opera fantasy di Lewis, di cui avevo avuto modo di apprezzare i primi due episodi. Questo capitolo si pone direttamente in continuità con Il leone, la strega e l’armadio, anzi, comincia là dove quello si era fermato: è passato un anno da quando i quattro fratelli Pevensie (Peter, Edmund, Susan e Lucy) sono entrati, attraverso il famoso armadio, nel mondo di Narnia. Sta per ricominciare la scuola, e i ragazzi sono in una stazione ferroviaria di campagna ad attendere i treni che li porteranno a destinazione: i maschi in una scuola, le femmine in un’altra, secondo gli usi del tempo. ma improvvisamente Lucy (la prima a entrare attraverso l’armadio nel libro precedente) si sente trascinare via da una forza invisibile, e grida. È Edmund a comprendere che sta per accadere qualcosa di magico, e invita gli altri a restare tutti uniti. In pochi istanti il binario, i bagagli, la stazione stessa si volatilizzano e i ragazzi, impauriti, si ritrovano nel mezzo di una foresta. Cominciano a muoversi per Narnia, e giungono nientemeno che alle rovine di Cair Paravel, il castello nel quale avevano regnato nell’età dell’oro di quella terra. Salvano poi dalle grinfie di due guardie uno gnomo, Trumpkin, che racconta loro come le cose sono molto cambiate, e che molta della vecchia magia è scomparsa. Innanzitutto sono passati ben mille anni (nel tempo narniano) dalla loro precedente venuta, e che Narnia è stata conquistata dai Telmarin, malvagi esseri umani provenienti dall’altra parte del mare, i quali hanno sterminato gli animali parlanti e le creature magiche, costringendo i pochi rimasti a vivere nascosti. Gli stessi quattro re (i fratelli Pevensie) sono ormai un ricordo per gli abitanti di Narnia, quasi una leggenda raccontata dai poeti. Ma proprio dai Telmarin sorge un eroe tredicenne, Caspian, nipote del perfido re Miraz, usurpatore del potere, che ascoltando da una sua tutrice dei racconti sulla vecchia Narnia, prova un sentimento di nostalgia e di rimpianto per quel mondo antico. Viene quindi affidato a un istitutore, il dottor Cornelius, una buffa figura metà uomo e metà gnomo, che progressivamente si affeziona al ragazzo e, stimolato dalle sue domande e dalla sua passione per la storia, comincia a raccontargli le antiche vicende di Narnia, dei suoi valorosi antenati, e dei quattro ragazzi predestinati che giunsero un giorno a sconfiggere la Strega Bianca. Gli parla anche del mitico leone Aslan, cosa che nessuno aveva fatto in precedenza, e mettendo a rischio la sua stessa vita, rivela che Miraz è un usurpatore, che ha ucciso anni prima il padre di Caspian, e che governa Narnia come un despota, progettando di eliminare anche lui prima che possa raggiungere la maggiore età e rappresentare un pericolo. Cornelius, che vede nel cuore di Caspian e ha compreso quanta virtù vi sia in lui, lo fa fuggire dal castello consegnandogli una preziosa reliquia: il corno appartenuto, secoli prima, alla regina Susan. Caspian cerca quindi di ritrovare, nei boschi, le poche creature rimaste dall’età dell’oro, e di unirsi a esse per tentare di riportare quella terra al suo antico splendore, e suona il corno, che riporta a Narnia i fratelli Pevensie, richiamati da una misteriosa forza per aiutare Caspian a cacciare dal trono re Miraz. Naturalmente, i nostri eroi potranno contare sull’aiuto di Aslan, che all’inizio sembra essere sparito e non parlare più agli abitanti di Narnia, tanto che molti credono sia solo una leggenda (interessante questo particolare sul silenzio di Dio nella storia): è Lucy a non smettere mai di credere in lui e a ritrovarlo. Ancora una volta, come nel Signore degli Anelli, a opporsi contro il male è la follia secondo il mondo: quattro ragazzi, un principe appena adolescente, degli gnomi e un topo moschettiere di nome Ricipì, un concentrato di coraggio e determinazione. Spassoso l’episodio in cui quest’ultimo rivolge una supplica ad Aslan perché gli procuri una nuova coda dopo aver perso la sua in battaglia: il grande leone è perplesso, perché pensa si tratti di un piccolo peccato d’orgoglio, ma quanto tutti i topi suoi compagni si dicono pronti a tagliare le proprie code per evitare che il loro capo si senta umiliato nei loro confronti, Aslan rimane colpito da tanta lealtà e solidarietà da convincersi a ridonare la coda a Ricipì. Con Caspian, Lewis realizza un personaggio che riassume gran parte delle caratteristiche dell’eroe antico, del cavaliere, del predestinato, di colui che è chiamato a riportare l’ordine e la giustizia, a combattere per il bene contro il male, disposto a mettere a repentaglio la sua vita pur di fare del bene. Un ideale forse criticabile, ma profondamente inserito nell’etica cavalleresca cristiana. A dire la verità, il film è riuscito a fare anche meglio, inserendo nella sceneggiatura temi molto profondi e maturi che nel libro sono addirittura assenti, quali l’orgoglio di Peter che, accecato dalla sua missione, attacca il castello di Miraz e a riporta una desolante sconfitta, e la violenta competizione tra Peter e Caspian, con quest’ultimo che è disposto a evocare la Strega Bianca pur di avere la meglio sul rivale. Ancora una volta, mi sento di consigliare obbligatoriamente l’edizione con le splendide illustrazioni realizzate da Pauline Baynes, recentemente scomparsa.

domenica 27 luglio 2008

J.K. Rowling - Harry Potter e l’Ordine delle fenice

Nel quinto romanzo della saga, le cui dimensioni si sono ormai fatte ciclopiche, Harry Potter è innanzitutto costretto a difendersi dall’accusa di aver usato impropriamente la magia fuori dalla scuola e davanti a un babbano, suo cugino Dudley (sempre più odioso, che ora fa pugilato e malmena i bambini più piccoli). In realtà, il povero Harry è solamente intervenuto per salvare l’orrido cugino da un attacco dei terribili Dissennatori di Azkaban, e l’intervento in tribunale di Silente lo reintegra nella scuola e lo introduce alla conoscenza dell’Ordine della Fenice (la cui sede è nella casa del suo padrino Sirius Black), un gruppo di nobili cavalieri magici avversari di Voldemort. E così scopriamo che è in atto uno scontro fra Silente e il Ministero della Magia nella persona di Cornelius Caramel, pavido ministro che è deciso a reprimere con ogni mezzo coloro che osano affermare che l’Oscuro Signore è tornato, e per questo invia una sua emissaria, la terribile Dolores Unbridge, come inquisitrice per mettere sotto inchiesta i vari insegnanti e chiude tutte le associazioni studentesche. È lei il personaggio negativo della vicenda, che non solo sostituisce al classico castigo dello scrivere alla lavagna una terrificante punizione corporale che resta incisa sulla mano, ma soprattutto applica un modello di magia legalista e per questo inaridita, diversa dall’insegnamento di Silente, sempre saggio e in possesso della soluzione giusta, pronto a farsi carico delle colpe imputate ai suoi studenti, purché essi siano lasciati liberi di agire e vivere l’esperienza magica, andando contro il conformismo. Lo stesso Harry, che ha problemi a scuola, si mette a insegnare ai suoi compagni per creare un fantomatico “esercito di Silente”, ma ha il problema che durante il sonno diventa Voldemort (o vede dalla prospettiva di Voldemort) e per questo crede di essere la causa dell’attentato al signor Weasley, e deve per questo sottoporsi a lezioni di occlumanzia con il professor Piton per riuscire a chiudere la sua mente a queste visioni. Così come aveva fatto con Silente nel precedente capitolo, Harry entra questa volta nei ricordi di Piton, e scopre che suo padre non era propriamente un alunno modello (denigrava Piton senza motivo). Non manca il solito finale di confronto fra buoni e cattivi nel Ministero della Magia, dove ricompare Silente insieme ai suoi fedelissimi per sconfiggere i Mangiamorte, ma che si chiude nella tristezza per la morte di Sirius. La Rowling introduce nuovi temi come la separazione interna alla famiglia Weasley (dove Percy litiga col padre in seguito alla decisione di passare dalla parte di Caramel contro Silente), indovina la creazione dei Testri (cavalli alati visibili solo a chi ha avuto esperienze di morte) e riesce a cogliere le inquietudini dei suoi giovani protagonisti giunti a un’età di cambiamento (per di più si avvicinano gli esami del G.U.F.O., una specie di esame di esame di maturità per gli studenti del quinto anno). Harry è chiamato a una trasformazione, come mago e come persona, per entrare nell’età adulta (non è un caso che ci sia anche il suo primo bacio e le prime schermaglie amorose con una compagna, Cho Chang), ma nel farlo molte sono le sue nevrosi e le sue reazioni non sono più quelle del bambino bravo ed educato dei primi episodi. Le stesse pagine sembrano riflettere lo strazio di essere quattordicenne del povero Harry, perennemente incompreso e perseguitato da ogni tipo di angheria, e il tono si fa generalmente più cupo e angosciante, quasi ossessivo, mentre sono definitivamente svaniti il tono fanciullesco e le cialtronerie dei primi episodi. Per il resto, tornano molti personaggi dei romanzi precedenti (i vecchi professori Lupin e Malocchio Moody, che sono appartenenti all’Ordine della Fenice, il cialtrone vanesio Gilderoy Allock è ricoverato in ospedale in seguito alla perdita della memoria, la giornalista Rita Skeeter, che ora ha perso il lavoro). Hagrid compare solo a metà libro, perché impegnato a combattere i giganti per conto di Silente: litiga con i Centauri della Foresta e porta a vivere vicino a casa il suo mostruoso fratello (per l’appunto un gigante), mentre Draco Malfoy è sempre più insopportabile e ormai ridotto a fare battute squallide e a ridersela in compagnia dei suoi sgherri. Piuttosto in secondo piano Ron, che comunque diviene prefetto e portiere della squadra di quidditch, trascinando il Grifondoro alla vittoria. Spiccano invece le figure di Fred e Gorge Weasley, fratelli gemelli di Ron, che intendono aprire un negozio di scherzi e per promuovere il loro prodotti usano gli studenti di Hogwarts come cavie, trascinandosi addosso un mare di guai, e invece scatenano un pandemonio per vendicarsi delle ingustizie perpetrate dalla Umbridge, fuggendo a cavallo delle loro scope per aprire a Diagon Alley il loro nuovo negozio.

martedì 15 luglio 2008

Kazuo Ishiguro - Non lasciarmi

Straordinario quest’ultimo romanzo di Kazuo Ishiguro, scrittore giapponese da sempre vissuto in Inghilterra e famoso autore di Quel che resta del giorno. Si comincia a leggerlo ma non si capisce nulla: la narrazione si sviluppa su un classico percorso di memoria dell’io narrante, Kathy H., trentuno anni, che rivela attraverso i suoi ricordi la sua storia di studente dell’esclusivo collegio di Hailsham (la scuola, gli amici, i primi amori, i bisticci, i tradimenti), con le tipiche dinamiche di un ambiente chiuso in cui tutto è pettegolezzo e gelosia, e una semplice occhiata può scatenare tragedie emotive. Al centro dei ricordi di Kathy vi è la splendida relazione di amicizia e amore tra Kathy stessa, la sua amica Ruth, e Tommy, il ragazzo collerico, sportivo e imbranato che entrambe amano. Non hanno genitori, ma non sono nemmeno orfani (da notare che sono tutti in possesso di cognomi amputati). Non si capisce bene che mondo è questo college inglese in cui ci sono dei ragazzi allevati con molta cura alla formazione artistica ed estetica, con insegnanti chiamati “tutori” che continuano a ripetere loro che sono speciali. Una delle responsabili della scuola, che i bambini chiamano Madame, si comporta in modo strano con i piccoli, sembra quasi averne paura, raccoglie poesie e disegni per riporli in un luogo misterioso, chiamato la “Galleria”. Progressivamente, si notano dei particolari inquietanti: la parola “donazioni”, che salta continuamente fuori, le rigorose visite mediche settimanali, il tabù del fumo al punto tale che le fotografie di persone con le sigarette sono tagliate via dai libri. Inoltre, si scopre che i ragazzi sono sterili, quindi possono accoppiarsi tranquillamente senza complicazioni. La grandezza di Ishiguro sta proprio in questo: non spiegare ma accennare e introdurre i punti un po’ alla volta, come in un mosaico. A Hailsham segue il periodo nei Cottages, l’adolescenza, le prime esperienze sessuali, i veterani che poi se ne vanno e non tornano più, prima di diventare quello che la società ha riservato per loro. Ed è solo dopo la metà del libro che scopriamo l’orrenda realtà, che non siamo nemmeno stati in grado di immaginare unendo i vari indizi: i ragazzi sono cloni di altri individui, destinati a essere “donatori” di organi o “assistenti” di sostegno ai donatori (come nel caso di Kathy, che si trova ad assistere prima Ruth e poi Tommy). Un romanzo opaco ed enigmatico, a metà tra la fantascienza e il racconto gotico, dal ritmo lento e praticamente senza azione, permeato di triste romanticismo ma dominato da un vago senso di rassegnazione (stupisce che manchi un momento in cui i cloni prendano atto della propria condizione, anzi, sembra che lo sappiano da sempre e non sentano mai la necessità di ribellarsi o di fuggire). Attraverso un espediente narrativo diretto e di indubbia efficacia, Ishiguro fa parlare direttamente i suoi cloni (ognuno dotato di personalità a tutto tondo, veri e propri esseri umani) e così affronta un grande tema come quello della bioetica e tenta di rispondere alla naturale esigenza di scoprire le proprie origini (qui i “possibili”, le vere persone da cui si è stati creati), e nel farlo non rinuncia al senso di colpa che ogni ragazzo ha nella crescita (Ruth pensa che tutti loro siano originati dalla feccia della società, Kathy invece sfoglia le riviste pornografiche perché crede di essere stata presa da una delle modelle che vi sono fotografate, a causa delle sue pulsioni relative al sesso). Non solo: è molto profonda l’analisi sulla sessualità disordinata e sterile di questi giovani che vivono questa dimensione come un mistero, e addirittura commovente la contrapposizione tra il mondo dei cloni, pieno di ideali come l’amicizia e l’amore, e il mondo degli essere umani, egoista, ipocrita e senza scrupoli. La scienza non si può fermare e non si può invertire la rotta, ora che si sono sconfitte malattie incurabili come il cancro e l’infarto, e per questo i cloni sono stati dimenticati, non venendo riconosciuti come persone vere e proprie dotate di un’anima (è addirittura agghiacciante il fatto che la vita e la morte non siano mai esplicitamente menzionate, ma si parli solo di “ciclo”). Il titolo originale Never Let Me Go si riferisce alla canzone che Kathy ascolta quando è bambina e che poi, una volta persa, diviene l’occasione dell’innamoramento con Tommy e, dopo molti anni, ragione di chiarimento con Madame, in un dialogo che svela il vero senso degli eventi: i docenti “progressisti” di Hailsham hanno cresciuto questi bambini perché diventassero adulti intelligenti e beneducati, ha concesso loro il tempo di farsi delle amicizie, addirittura di innamorarsi (notevole, a questo proposito, il ragionamento sull’arte, utilizzata per dimostrare al mondo che i cloni hanno un’anima). Senza volerlo, hanno però generato nei cloni l’idea di  poter ottenere un rinvio del momento stabilito per divenire donatori (è l’immaginazione dei ragazzi che li convince della possibilità di ottenere un rinvio dimostrando di essere innamorati, e fa credere loro che l’esposizione di opere raccolte da Madame serva per verificare che i sentimenti siano veritieri). Qual era lo scopo, chiede Kathy, vista l’impossibilità di cambiare ciò che la società ha stabilito per loro? Forse Ishiguro vuole dirci che la vita, anche in minima parte, merita di essere vissuta. E che non può esistere cosa peggiore di una vita elaborata dalla mente umana…

Arturo Pérez-Reverte - L’ussaro

Primo romanzo di Pérez-Reverte, scritto ancora quando faceva il reporter di guerra e per questo fortemente legato alla sua esperienza personale. Il protagonista della vicenda è il non ancora ventenne Frederic Glüntz, figlio di un ricco mercante, che pieno di belle speranze si arruola nell’esercito e finisce sottotenente di un reggimento degli ussaro, un onore insperato per un giovane ufficiale privo di origini aristocratiche. Il gran giorno della sua prima battaglia lo attende, e il giovane sottotenente immagina il battesimo di fuoco e sangue da cui lo separa una sola interminabile notte di veglia, passata a condividere speranze, ricordi e paure con l’amico e compagno d’armi De Bourmont. Il povero Glüntz è sinceramente convinto che la guerra sia una cosa nobile e bella, come l’amicizia sotto una tenda da campo, con tutto il suo splendore classico da parata, con la carica sotto il sole e le lame scintillanti. L’amico De Bourmont riassume così il momento dell’attacco della cavalleria: «l’istante supremo in cui non hai altri amici che il tuo cavallo, la tua sciabola e Dio, in quest’ordine». Purtroppo, la guerra in questione è quella spagnola ai tempi di Napoleone e il mattino stesso della battaglia riserva una prima sorpresa è grigio e piovoso, lasciando intuire il peggio. Ciò che attende Glüntz non è una guerra di quelle studiate sui manuali, condotta in campo aperto con manovre impeccabili, ma un incubo pieno di orrore e paura. Gli stessi nemici sono invisibili, con una guerriglia di bande irregolari di contadini armati di falci e schioppi che infieriscono sugli invasori francesi e l’armata napoleonica che commina fucilazioni e impiccagioni (in questo le scene narrate sono fortemente debitrici delle incisioni di Goya). È una guerra combattuta nel fango, senza regole, senza pietà neppure per i cadaveri che vengono costantemente sfigurati e oltraggiati. È in questi frangenti che si rivela l’odio francese per gli spagnoli incivili, retrogradi e ottusi che non hanno senso dell’onore e uccidono alle spalle i soldati che sono rimasti indietro (e hanno il proprio simbolo nel prete basso e sporco che sputa in faccia all’ufficiale francese prima di farsi impiccare a un albero), tanto che talvolta nella lettura si è portati a dare anche un po’ ragione a Napoleone che intende trasportare nella penisola iberica i valori dell’Illuminismo. Molto bello, a questo proposito, il confronto fra Glüntz e De Bourmont da una parte e Don Alvaro de Vigal dall’altra, con quest’ultimo che cerca di spiegare perché la Spagna è così diversa. Certo, il romanzo è scritto benissimo e ha una precisione maniacale nella ricostruzione delle battaglie, e da esso si può capire molto delle eccezionali qualità di narratore che l’autore avrebbe in seguito dimostrato, ma secondo me è ancora immaturo e, forse, un po’ troppo didascalico (la caduta di Glüntz da cavallo come San Paolo sulla via di Damasco, o il climax ascendente per arrivare a capire che la guerra non è Gloria, Patria, Dio e Amore, ma sangue, fango e merda), risultando di minor forza e impatto rispetto a L’Ombra dell’aquila, che pur trattando lo stesso argomento è invece capace di raccontare la guerra con fare scanzonato e ironico e con uno suo preciso linguaggio. Forse solo il tragico finale, con Glüntz ormai reso pazzo dalle circostanze, anticipa quello stile isterico e immediato.

sabato 5 luglio 2008

Diablo Cody - Candy Girl

Questo libro (sottotitolo Memorie di una ragazzaccia per bene) è il racconto dell’esperienza autobiografica come spogliarellista di Diablo Cody, geniale sceneggiatrice (ormai di culto) premiata a Hollywood con l’Oscar per la sceneggiatura del film Juno. A 24 anni, laureata, trasferitasi da Chicago a Minneapolis per seguire il suo ragazzo musicista Jonny (padre separato di una bambina), lavora in un’agenzia pubblicitaria con buoni risultati ma decide, di punto in bianco, di partecipare a una serata in un locale di striptease come spogliarellista dilettante. Di fronte a tutti quegli uomini che la divorano con gli occhi, prova un’emozione indimenticabile, una sorta di fascinazione da potere, e butta tutto all’aria per dedicarsi interamente alla sua nuova attività. Con vari pseudonimi (Bonbon, Cherish e Roxanne) cambia vari locali passando attraverso diverse esperienze, quindi finisce a fare la bambolina del sesso dietro una vetrina per maschi vogliosi, torna in uno strip club ma alla fine scoppia per esaurimento nervoso (e guardandosi allo specchio quasi non si riconosce più). Ma qual è la ragione di questa scelta? È difficile comprenderlo, l’autrice stessa dice alla fine che non c’è una morale per i lettori, ma è illuminante che lei dica, quando esce dal locale dove ha comprato l’attrezzatura, «mi sentii come una puttana qualsiasi. Fu il giorno più bello della mia vita». Nelle interviste Diablo ha sostenuto con fierezza che l’essere diventata spogliarellista le ha permesso di fuggire dalla dimensione del lavoro retribuito e da una vita strangolata dalla normalità e dal perbenismo. Il bello, infatti, è che il suo racconto è del tutto privo di moralismo e di tutte quelle costruzioni sociologiche che piacciono tanto agli scrittori/registi intellettuali (tipo l’ottica sindacalista a favore delle spogliarelliste sfruttate e mal pagate, spesso costrette a fare i conti con maternità difficili e problemi insostenibili). Anzi, è molto più illuminante una testimonianza del genere per capire il terrificante meccanismo di questi locali, che chiedono alle ragazze una percentuale mostruosa sui loro guadagni e pretendono pure che queste vendano bibite o oggetti di merchandising (tanto che le spogliarelliste alla fine quasi ci perdono e si indebitano col locale!), con proprietari non fanno niente e intascano 7 dollari su 20 per una lap dance e 21 su 60 per una bed dance (interessante poi la notazione lessicale che nessuno nel ramo dice “spogliarellista” ma “entertainer”, ovvero “intrattenitrice”). La sua scrittura è vivace e impertinente, quasi irriverente ma irresistibile (come i dialoghi di Juno), e non rinuncia alle scurrilità esplicite e ai particolari disgustosi o surreali, con un agghiacciante campionario di perversioni maschili che dovrebbero far vergognare chiunque per il grado di abiezione che può toccare l’essere umano. Molti i personaggi memorabili, come l’inserviente dark addetto alle pulizie che indossa una maglietta con la scritta “fumo crack e amo Satana”, la collega con il vibratore rumoroso come un tagliaerba a motore, o la ragazzina che se la tira da ninfetta e invece ha «l’aria di essersi frustata ripetutamente con una catena da neve in preda a un’allucinazione di origine tifoide». Particolarmente divertente la parte in cui la nostra protagonista si ritrova a  fare la centralinista di un servizio telefonico erotico, alle prese con delle istruzioni di lavoro involontariamente comiche (e si chiede se non farebbe meglio a fare la copywriter). Scorrendo le pagine di questo libro, si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a un personaggio unico, per cultura e personalità: l’autrice ha una conoscenza cinematografica e musicale spaventosa, e spesso si avvicina al Nick Hornby di Alta fedeltà e 31 canzoni per quanto riguarda le considerazioni sulle hit e i gruppi musicali che hanno a che fare con il mondo dello spogliarello (le dieci canzoni migliori per spogliarsi, oppure le dieci da evitare con cura). Assolutamente consigliato, a patto di non scandalizzarsi.

Candace Bushnell - Sex and the City

Non sono mai stato né un fan spassionato dell’omonima serie né un suo particolare detrattore, e non ho quindi alcuna preclusione nel trattare questo libro, recentemente tornato alla ribalta in seguito all’uscita del film. È bene precisare fin d’ora, però, che esso, basato sulla rubrica tenuta dall’autrice sul New York Observer, c’entra davvero poco (per non dire che non c’entra nulla) con la famosa e pluricelebrata serie televisiva che ne è stata tratta. Le stesse protagoniste sono infatti citate solo sporadicamente, a eccezione di Carrie e la sua storia con Mr Big (che fa da collante alle varie storie), ed è evidente che in televisione le molte sfaccettature dei personaggi sono state addolcite e semplificate per rendere le quattro amiche dei tipi in cui potersi rispecchiare e divertire. Piuttosto, i vari capitoli del libro raccontano le squallide nottate di sballo e sesso facile (oltre a alcol e droga) a New York, di donne prive di scrupoli a caccia di affaristi individualisti, economisti egoisti e scrittori o editori alla moda. Il panorama è quanto più deprimente e squallido si possa immaginare, e ritrae la doppia faccia del sogno americano, delle ragazze che arrivano a New York con un sogno e finiscono a gambe aperte in qualche salotto raffinato o oggetto di strampalate perversioni (club per scambisti e sesso di gruppo, sveltine ingloriose, fino a chi sogna di fare sesso a tre). Un mondo in cui il romanticismo è stato ucciso dal rampantismo e la responsabilità dal preservativo: donne che non sopportano l’idea di legarsi per sempre a qualcuno e che non sono pronte per la vita familiare, oppure innamorate di un’idea di uomo ma non di un uomo reale, e che quindi riversano sui figli quelle ansie d’impegno che gli uomini non possono soddisfare. Non manca neppure chi pensa che un’avventura lesbica sia il modo migliore per dimenticare i propri problemi con gli uomini. Proprio gli uomini non fanno una gran bella figura, e magari i migliori sono gay e i peggiori sono gay ma non sanno di esserlo (forse l’unico che si salva, o almeno che possiede delle qualità, è Mr Big). Ho apprezzato le citazioni di film terribili che credevo di aver visto solo io (RivelazioniL’ultima seduzione e Amici per gioco, amici per sesso), ma in definitiva penso che questo libro sia più valido come documento sociologico sulla vita sessuale delle donne in carriera degli anni Novanta, piuttosto che come opera letteraria completamente riuscita. Non che sia scritto male, anzi; ritengo sia un bell’esempio di vuoto pneumatico.

mercoledì 2 luglio 2008

Jonathan Carroll - Mele bianche

Vincent Ettrich è un pubblicitario con un debole per le donne. È a cena con una nuova conquista, Coco. Un uomo si avvicina al suo tavolo e lo saluta: è Bruno Mann, un collega che non vedeva da tempo e che gli chiede di parlare. Se non che sua moglie lo avverte per telefono della morte dello stesso Bruno Mann. Quindi Vincent si sveglia di soprassalto: è nel suo letto, e vede addormentata accanto a sé la ragazza del sogno, Coco, che non aveva mai visto prima. Scopre anche un tatuaggio sul collo di lei: il nome Bruno Mann. È solo l’inizio (anche intrigante, non lo metto in dubbio) di un libro completamente allucinato in cui il nostro protagonista scopre di essere morto, che Coco è il suo angelo custode, che l’amore della sua vita Isabelle sta per avere un figlio da lui, e che lui è tornato in vita per salvare suo figlio Anjo, ancora un feto ma destinato a salvare l’ordine dell’universo dal Caos, un omone grasso e malvagio che gira per le strade in smoking. Non solo. Il Purgatorio è una dimensione che serve per comprendere il senso della morte (maestra di vita), Dio è un mosaico e noi siamo i tasselli di questo mosaico in continua trasformazione. Avrò un’altra idea della letteratura, ma questo tanto decantato romanzo di Jonathan Carroll mi ha parecchio deluso: eccessivo, esibito, ambiziosissimo nelle intenzioni ma assolutamente inoffensivo negli esiti, presenta una profonda contraddizione tra il minimalismo con cui affronta certi temi dell’intimità e la sua struttura sempre a metà fra la realtà e l’onirico, che sfida qualsiasi coerenza logica in una vorticosa spirale di eventi senza senso. Carroll vorrebbe essere visionario (e, a giudicare dai commenti della gente, sembrerebbe essere riuscito a farlo credere), ma i suoi spunti non decollano mai, i personaggi sono piatti e i dialoghi banali: la sua è pseudo-fantascienza con pretese di filosofia spicciola (chi può prendere sul serio il messaggio new age del mosaico?), con il contorno di un romanticismo per niente entusiasmante e di riflessioni da Baci Perugina («Per tutta la vita non si fa altro che muovere le tessere del proprio mosaico di qua e di là, cercando ogni volta di creare un mosaico perfetto»). Non pago, l’autore piazza anche l’assalto degli animali allo zoo come nel film “The Omen”. In definitiva, un romanzo secondo me molto deludente proprio per il suo status di culto. Capisco però che di questi tempi di assoluta povertà intellettuale possa piacere. Ah, complimenti alla Fazi per l’orribile copertina…

venerdì 27 giugno 2008

Tony DiTerlizzi, Holly Black - Spiderwick. Le cronache

Affascinante opera fantasy scritta a quattro mani dalla narratrice Holly Black e dall’illustratore Tony DiTerlizzi, che sarà in fin dei conti un libro per bambini ma che è scritta benissimo e sa costruire, grazie all’integrazione di parole e disegni, un’atmosfera davvero magica (in quest’edizione sono riuniti tutti e cinque i volumetti usciti separatamente). Le situazioni affrontate sono poi molto adulte e serie, quindi può risultare una lettura adatta anche a un pubblico adulto. La trama vede infatti una famiglia spaccata al suo interno per una difficile separazione matrimoniale che ha portato con sé un trasloco e una serie di incomprensioni tra madre e figli. Abbiamo due gemelli, Simon e Jared, oltre una sorella più grande, e per questo tendenzialmente autoritaria, Mallory, e una madre che ha deciso di dare una svolta alla propria vita, senza il vecchio marito. Tutti e quattro si ritrovano catapultati in una vecchia e misteriosa casa, appartenuta a una lontana zia e abitata da strani e inquietanti creature. Ne Il Libro dei Segreti, Jared (il più turbolento dei tre, o almeno quello che ha problemi a scuola e che la madre crede ribelle) scopre la stanza segreta dello zio Arthur Spiderwick e un misterioso libro da lui scritto sulle strane creature che abitano i dintorni, e fa la conoscenza del folletto domestico Giangoccetto, che del libro e della casa è il custode. Ne La pietra magica, Jared e Mallory devono andare a liberare Simon dalle grinfie dei goblin, che li attaccano per impossessarsi del libro. Si addentrano nella foresta, si imbattono in un troll e liberano un grifone (che portano nella rimessa della vecchia casa per curarlo), ma soprattutto fanno la conoscenza di Maiastrillo, uno strano goblin non malvagio dai tratti suini, prigioniero insieme a Simon. È lui che, sputando loro sugli occhi, regala ai tre fratelli la vista su questo strano mondo fatato invisibile a tutti. Ne Il segreto di Lucinda, i tre fratelli vano a trovare in ospizio la zia Lucinda, padrona della casa, ma Jared scopre che qualcuno gli ha sottratto il Libro di Arthur Spiderwick e si rivolge agli elfi per avere un aiuto. Nel L’albero d’argento Jared scopre che qualcuno ha preso le sembianze di Simon e Mallory è stata rapita dai nani, esseri malvagi e nemici della vita che hanno il loro reame in una miniera abbandonata: essi aspirano a sostituire il mondo della natura con copie meccaniche e per questo cercano di ingraziarsi le simpatie del perfido orco Mulgarath, che però approfitta di loro e li elimina perché interessato a soggiogare il mondo intero per invidia verso gli umani. Proprio alla lotta contro Mulgarath è dedicato l’ultimo libro,  L’ira di Mulgarath, in cui i nostri eroi devono dare il meglio di sé per entrare nel reale dell’orco (in una discarica!) e salvare la loro mamma che è stata rapita. Anche qui, come in Harry Potter, c’è una forte carica educativa: i tre ragazzi riescono ad avere successo solo quando ragionano con scaltrezza e mettono in pratica le nozioni apprese a scuola. Non solo, perché il ragionamento è più profondo. Ognuno dei tre ragazzi ha trovato una via per esorcizzare i propri problemi: Mallory pratica con successo la scherma, Simon alleva animali, Jared si diletta a disegnare, ma purtroppo questa sua passione è per lui fonte di incomprensioni e guai a scuola (e qui si vede lo zampino del disegnatore DiTerlizzi, evidentemente interessato a mettere in buona luce l’arte). La cosa molto bella è che nel continuo evolversi della storia, ogni abilità è fondamentale per la salvezza dei tre fratelli e il buon esito delle loro avventure: il fioretto di Mallory permette di combattere le creature malvagie, l’allevamento degli animali consente a Simon di prendersi cura del grifone e di ammansire i terribili cani meccanici dei nani, la capacità di disegnare fa sì che Jared aggiunga lui stesso capitoli al libro magico e lo rende capace di riscriverlo. Molte sono le citazioni: l’armadio che fa accedere alla stanza fatata è simile a quello delle Cronache di Narnia (ricordate anche nel titolo dell’opera), il Phooka (animale mezzo scimmia e mezzo coniglio) che da consigli strampalati in cima a un albero sembra lo Stregatto di Alice nel paese delle meraviglie, mentre l’indovinello da risolvere per entrare nel reame dei nani è preso dal Signore degli Anelli. Insolito è invece il modo di trattare i vari personaggi fantastici:  nessuno (neppure gli elfi, neanche troppo simpatici) è buono fino in fondo, ma tutti sono una miscela di buono e cattivo (a parte il terribile Mulgarath, cattivo per antonomasia), di simpatia e antipatia. Un bel passo avanti per liberarci del solito manicheismo che ci invade ogni giorno.

mercoledì 25 giugno 2008

Edward Morgan Forster - Camera con vista

Ambientato agli inizi del Novecento, questo romanzo ritrae un gruppetto di inglesi che porta in Italia, alla pensione Bertolini di Firenze, un insieme di regole e comportamenti sociali repressivi e formali, oltre ai loro pregiudizi (le prese in giro in cockney). Protagonista è la timorata Lucy Heneychurch, la quale, nonostante gli scrupoli della solerte cugina Charlotte, viene travolta dalla bellezza e dalla vitalità del paese. Non solo: l’incontro con il giovane George Emerson, di abitudini più libere, incontrollato e un po’ stravagante (la bacia infatti a tradimento dall’impulsivo durante una gita sulle colline di Fiesole), scombina la vita borghese imposta a Lucy dalle rigide usanze vittoriane di famiglia, e le offre un parametro di confronto nelle riservatissime vicende sentimentali che seguiranno al rientro in Inghilterra, quando, fidanzata per iniziativa dei suoi all’impeccabile e noioso Cecil Vyse, sta per spegnere la sua vivace spontaneità nella convenzione che le è imposta. Man mano i sentimenti si prendono il loro spazio in questa visione del mondo perbenista e puritana (e criticata dal’autore), e si assiste a uno scontro tra le ragioni del cuore contro quelle dell’intelletto, la natura contro la civiltà, l’autenticità contro la convenzione. L’Italia viene vista come uno stato d’animo, un’atmosfera, uno specchio che mostra ciò che in realtà si è (anche gli italiani non ci fanno fino in fondo una bella figura, come nel caso dell’accoltellamento in Piazza della Signoria dettato da vili questioni di denaro), antitesi di un’Inghilterra asfittica dominata da personaggi compassati e stereotipati, convinti della propria superiorità (basti pensare all’atteggiamento di Miss Levish, romanziera d’appendice eternamente a caccia del pittoresco, o al fatto che tutti girino col Baedeker, l’inseparabile guida degli inglesi all’estero piena zeppa di indicazioni convenzionali). Anche il modo di interpretare l’arte e la letteratura è rivelatore: fin da subito ci si accorge che gli Emerson, padre e figlio, sono portatori di una visione più libera e corretta di quella rappresentata dall’insopportabile Cecil. Tutto il romanzo è una sorta di iniziazione che porta Lucy a uscire dal conformismo e a tenere da sola i fili della propria esistenza. Pur ammettendo di non essere un estimatore del genere, devo riconoscere l’innegabile abilità di Forster nell’alternare intreccio sentimentale e critica sociale, sproloqui artistici e situazioni melodrammatiche, oltre a rimandi culturali abbastanza ironici (il vetturino italiano che accompagna gli inglesi nella gita a Fiesole e bacia la ragazza che è con lui è paragonato a Fetonte, il personaggio che si inabissa in marre mentre guida senza capacità il carro del sole di suo padre Apollo).

martedì 17 giugno 2008

Arturo Pérez-Reverte - L’ombra dell’aquila

Durante la campagna di Russia del 1812, a Sbodonovo, il Secondo battaglione del 326º reggimento di Fanteria di Linea, formato da soldati spagnoli presi prigionieri in Danimarca e arruolati a forza nell’esercito napoleonico, decide di disertare nel bel mezzo di uno scontro con i russi che sembra volgere al peggio per i francesi. Ma Napoleone e il suo stato maggiore interpretano questa azione come un gesto di straordinario coraggio e di eroismo indomito, tanto da ordinare subito una carica di cavalleria, comandata da un ignorante quanto impavido Gioacchino Murat. È un’ottica diversa quella adottata dall’autore in questi piccolo capolavoro, che utilizza un “noi” collettivo, dalla parte dei commilitoni e contro la logica spietata e antieroica della guerra, con una totale mancanza di stima verso le gerarchie dell’esercito, incapaci di leggere quello che sta succedendo sul campo di battaglia. Lettura che si fa ancor più vera nella seconda parte, con la drammatica ritirata tra i ghiacci dell’inverno russo e nemici invisibili e insensibili (che uccidono anche chi si arrende),  quando il suicidio diventa l’unico modo per uscire dall’incubo. Protagonista assoluto, un Napoleone (sempre chiamato “Il Nano Maledetto” o “Le Petit Cabròn”) megalomane e isterico, grottesco e disprezzabile, che conia massime storiche ed è attorniato da arrivisti e adulatori, ma in definitiva straordinariamente umano (memorabile il confronto con il capitano Garcìa al Cremlino, durante il quale l’imperatore capisce al volo, da vero soldato, le vere risposte che il suo interlocutore teme a rivelare). Tra una citazione di Guerra e pace («Mi tornava in mente quella serata a San Pietroburgo, a casa di Anna Pavlovna, insieme alla principessa Bolkonskaja») e un affondo alla cultura ostentata dal fanfarone Murat («È stato osmerico. Osmero. Quel generale guercio che conquistò Troia. Quello degli elefanti»), lo stile di Pérez-Reverte suona irridente se non caustico, amaro ma assolutamente antiretorico, e mette a frutto l’esperienza di reporter di guerra dell’autore per raccontare l’illogico con spietato realismo. Alla fine, sembra naturale che uno sparuto gruppetto di cenciosi soldati riesca a ritornare in Spagna tra l’indifferenza generale: sono sopravvissuti per raccontare la loro esperienza al mondo e alla storia.

lunedì 16 giugno 2008

Valerio Pignatelli - Il dragone di Buonaparte

È bene precisare che questo libro è ormai fuori catalogo da più di quarant’anni, facendo parte di quella fantastica serie di romanzi avventurosi pubblicati dalla Sonzogno negli anni Sessanta. L’autore è il principe Valerio Pignatelli, personaggio dalla vita quanto mai avventurosa e burrascosa, militante fascista e romanziere all’occorrenza. Egli racconta le vicende di un suo avo, Andrea Pignatelli, dragone durante la campagna d’Italia di Napoleone e la Francia del Direttorio (siamo nel 1796), personaggio cavalleresco e galante, furbo e signorile, che prima si inimica gli alti gradi dell’esercito per le sue famose “passeggiate” con nemici della guarnigione che poi sfida a duello, e poi si redime andando a recuperare un dispaccio da un corriere assalito dagli austriaci. Aiutato unicamente da due amici americani, Pignatelli tiene testa a uno squadrone di austriaci da una casupola, quindi compie un’appassionante galoppata di centinaia di miglia per consegnare il dispaccio a Napoleone (da lui chiamato “Buonaparte” invece che “Bonaparte”, per sottolineare orgogliosamente le sue origini italiane), riconquistandone la fiducia. A questo punto finisce la prima parte ambientata sul campo di battaglia e dominata dalla rivalità tra dragoni e ussari, e comincia la seconda parte dominata dagli intrighi politici e ambientata a Parigi, dove Pignatelli finisce come accompagnatore di Murat per conferire con il Direttorio (compito gradito, dal momento che il nostro è devoto di Florise Sorel, la pupilla di Giuseppina Bonaparte). A Parigi, l’astuto politico Fouché (interessato a liberarsi di un pericoloso rivale) svela l’ubicazione della casa del generale Danican, con cui Pignatelli ha una vecchia rivalità (da qui si capisce che questo non è che uno dei capitoli di una vera e propria saga con protagonista Andrea Pignatelli, perché le ragioni di questa rivalità sono solo accennate se non taciute). Scopriamo che Danican sta ordendo un complotto volto a restaurare la monarchia, con la complicità del principale leader del Direttorio, Barras (ecco il motivo dell’interesse di Fouché), le cui prove sono contenute in documenti compromettenti: proprio questi deve rubare Pignatelli, che ha modo di esibire tutta la sua astuzia e abilità anche come ladro. Non solo: Danican vuole anche portare con sé all’estero Florise Sorel. Ovvio il confronto tra i due in casa dello stesso Danican, che si conclude in modo piuttosto bizzarro (Pignatelli conquista la congiurata Theresia Tallien, amante di Barras). Appassionata e retorica la difesa di Napoleone, con cui Pignatelli non solo condivide vicinanza di sentimenti (la casa di Giuseppina): nella visione di Pignatelli, l’Italia non può che lottare insieme a un conterraneo (Napoleone è corso) che combatte perché il Paese sia, dalle Alpi alla Sicilia, un’unica repubblica libera e indipendente. Una logica forse un po’ ingenua, che però va ricondotta all’ideologia dell’autore, che come scrittore non è affatto male, anzi, brilla per capacità narrativa e una prosa raffinata e ricercata. Niente di clamoroso, ma tutto abbastanza godibile.

Nick Hornby - Tutto per una ragazza

Se già film come Molto incinta e Juno ci avevano suggerito che qualcosa stia ormai cambiando a proposito di certe tematiche, è ora il turno di Nick Hornby, autore dei mitici Alta fedeltà e Febbre a 90°, che con questo Tutto per una ragazza (pessima e inspiegabile traduzione dell’originale Slam) realizza uno straordinario manifesto (pur assolutamente laico) a favore della vita e della famiglia. Protagonista ne è Sam Jones, sedicenne con la passione per lo skateboard che vive a Londra con la giovane madre single (che continua a ripetergli che averlo avuto a sedici anni è stata la più grande cazzata della sua vita). Il suo idolo è Tony Hawk, o “TH”, campione mondiale di skate, e dialoga con lui utilizzando il suo poster e, per farsi rispondere, le parole della biografia Hawk – Occupation: Skateboarder, letta più volte ed ormai imparata a memoria. La vicenda della madre (incinta a sedici anni) sembra ripetersi quando Sam conosce Alicia, se ne innamora e ci finisce a letto (anche se lui non vorrebbe, dal momento che «fare sesso a quindici anni è una cosa grossa, se tua mamma ne ha trentuno»). Proprio quando Sam sembra allontanarsi da lei perché il loro rapporto sta diventando troppo soffocante, Alicia decide di portare avanti con caparbietà la gravidanza, nonostante le opinioni contrarie delle rispettive famiglie (soprattutto quella radical chic di lei, con la madre colta che le domanda «Ci odi? È questo il problema?»). Naturalmente, per il ragazzo l’assunzione delle proprie responsabilità è molto difficoltosa (il poster di Tony Hawks sembra non avere più risposte) e passa anche per una fuga nella località balneare di Hastings dove Sam cerca invano di sfuggire al suo destino con la ricerca di un lavoro occasionale. Degli inattesi salti temporali mostrano a Sam dei flash di alcune giornate del suo futuro, che forse potrebbero prepararlo a ciò che lo aspetta, e ad un nuovo rapporto da instaurare con Alicia e con la sua famiglia per il bene del figlio che nascerà, e mostrano in definitiva che il futuro visto da dentro è molto meglio del futuro immaginato. Non solo, perché alla fine arriveranno anche le risposte che si cercavano: dormire vicino a un bimbo che rumoreggia nel sonno rende più quieta la stanza, e cambiare i pannolini e far addormentare due bambini insieme non è poi così complicato. Ovviamente, il ritratto delle paure di un adolescente di fronte alla paternità inattesa non è che lo spunto per mettere in scena le nevrosi di ogni maschio verso un evento destinato a cambiare la propria vita, specie se si considera che i personaggi di Hornby sono sempre degli adulti nevrotici e molto infantili. Laburista deluso da Tony Blair, l’autore ritrae una società incapace di parlare e quasi in preda alla pazzia («a scuola era stata appena introdotta una strategia per le gravidanze precoci, che consisteva nel dirmi che volendo potevo continuare ad andare a scuola e chiedermi se avevamo soldi a sufficienza. E poi darmi un modulo da compilare per fargli sapere se ero soddisfatto della loro strategia»), dove gli adulti hanno abdicato al loro ruolo di guide e risultano del tutto inadeguati nel fornire un supporto morale (la madre di Sam spaventata di essere nonna a trentadue anni e madre di un figlio più giovane del nipote, il padre che spiega a Sam l’impossibilità di due genitori di vivere insieme, la madre snob di Alicia che cerca di spiegare alla figlia l’errore di voler condividere la vita con il padre del proprio figlio con la chimera del tenere tutti uniti). Forse qualcuno avrà da ridire, ma nell’episodio dei cd pre-parto da ascoltare in macchina, quando Alicia si rifiuta di ascoltare Sexy Back di Justin Timberlake, si rileggono i graffi dell’autore di Alta fedeltà e 31 canzoni («nessuno vuole sentire parlare di sesso mentre sta partorendo, esattamente come nessuno vuole vedere la pubblicità di McDonald’s quando sta vomitando»).

Recensione pubblicata sul numero di dicembre 2008 della rivista “Pianuraoggi”

sabato 7 giugno 2008

Arthur Bernède - Belfagor

Prima edizione italiana per il romanzo francese degli anni Venti da cui è stato tratto uno dei più famosi sceneggiati della storia della televisione, che pure ne ha modificato pesantemente personaggi e trama (con l’aggiunta della setta dei Rosa Croce, qui assente). L’idea è buona: un misterioso fantasma con mantello e maschera si aggira nottetempo per le sale del Louvre nel reparto delle “divinità barbariche”. Ci scappa anche il morto (un custode), tanto per scatenare l’attenzione della polizia (con il commissario Mènardier che brancola nel buio) e di un giornalista, Jacques Bellegarde, che ha problemi con la sua fidanzata, la depressa e drogata Simone. Si aggiunge poi il prode Chantecoq, il re dei detective, che aiuta Bellegarde a fugare i sospetti che ogni indizio sembra ricondurre a lui, e contemporaneamente ne favorisce l’unione con la figlia Colette. Purtroppo, il valore di una simile operazione è puramente storico/simbolico, dal momento che, dal punto di vista letterario, il romanzo non è per nulla memorabile. Comparso a puntate sul giornale Le Petit Parisien, esso presenta infatti tutte le caratteristiche del peggior romanzo popolare d’appendice (genere che pur io amo profondamente), pieno di lungaggini e inutilità tirate pedissequamente per le lunghe, probabilmente con lo scopo di aumentare il numero delle righe (gli scrittori di romanzi a puntate venivano pagati a riga). Mancano l’atmosfera e i personaggi vincenti o per lo meno simpatici, e si resta sempre in una mediocrità generale e nei canoni del giallo ambientato in pochissimi ambienti (c’è anche la banda di malefici cattivi, con l’immancabile gobbo). Anche l’idea del tesoro dei Valois, nascosto nella statua di Belfagor, poteva essere utilizzata meglio all’interno della storia. È però consolante il fatto che, alla fine, il fantasma non sia l’effetto di una possessione ipnotica come accadeva nella serie televisiva (e nello sciagurato film di qualche anno fa con Sophie Marceau), con qualche accenno al genere noir. Una lettura comunque scorrevole e priva di asperità, sino all’immancabile lieto fine. Più interesse suscita l’autore, Arthur Bernède, autore di più di duecento libri e collaboratore alla stesura del dizionario Larousse: uno di quei personaggi che sembrano usciti dalla leggenda e che sono decisamente da riscoprire.

martedì 3 giugno 2008

Pelham Grenville Wodehouse - Lampi d’estate

Primo romanzo del cosiddetto “ciclo di Blandings”, ambientato in una tenuta (il castello di Blandigs) della tranquilla campagna inglese. Signore della tenuta, Lord Clarence, nono conte di Emsworth, un placido sessantenne affetto da sordità psicosomatica e con la passione per le rose e l’allevamento della sua scrofa nera da esposizione, nota come l’Imperatrice di Blandings, messa all’ingrasso per imporsi, per il secondo anno consecutivo, nella Fiera Agricola dello Shropshire. Ad affiancarlo, suo fratello Galahad Threepwood, chiamato affettuosamente “Gally”, ex libertino impenitente, impegnato ora nella stesura di un libro di memorie in grado di raccontare episodi bizzarri e avventure strambe dei membri dell’aristocrazia. Insieme a loro, vive la sorella Lady Constance, impegnata costantemente a osteggiare tutto quello che può portare in cattiva luce il buon nome degli Emsford (e in particolare, quindi, il libro di memorie di Galahad). Vi è poi il segretario personale del conte, Hugo Carmody, che ha una relazione con la nipote di Clarence, Millicent; che deve rimanere  segreta in quanti fortemente osteggiata (soprattutto da Lady Constance) a causa del differente lignaggio; nella stessa situazione si trova anche Ronnie Fish, nipote anche lui del conte e grande amico di Hugo, innamorato di una corista ballerina nera, Sue Brown, e costantemente impaurito dal veto che sua madre, Lady Julia (altra sorella di Clarence), e sua zia Constance potrebbero porre se venissero a conoscenza di tale relazione (e per questo Sue arriva al castello sotto lo pseudonimo di Myra Schoonmaker, che gli Emsworth vorrebbero sposa di Ronnie. A completare il quadro, il maggiordomo Beach, che viene coinvolto da Ronnie nel furto del maiale; l’ex segretario di Lord Clarence, Rupert Baxter, appoggiato da Lady Constance e intenzionato a riprendersi il suo vecchio incarico, nonostante Lord Clarence lo reputi completamente pazzo; Percy Pilbeam, ex giornalista e ora investigatore, che viene contattato da Hugo per il recupero del maiale, ma in realtà innamorato di Sue; il vicino Sir Gregory Parsloe-Parsloe aspirante politico e concorrente di Lord Clarence nell’allevamento di suini, sospettato da quest’ultimo del furto del suo maiale ma in realtà interessato a mettere le mani sul compromettente libro di memorie Galahad (e per questo egli assume Percy Pilbeam). Una commedia degli equivoci bizzarra e surreale, dove le coppie di innamorati sono addirittura due e in cui esse si trovano a dover superare una serie di varie complicazioni che ne mettono a repentaglio il felice esito. Wodehouse (folgorante già dalla prefazione in cui dice che un suo critico «è stato probabilmente divorato dagli orsi, come i bambini che si facevano beffe del profeta Elia») si diverte nel giocare con l’inconfondibile flemma britannico («Sir Gregory riuscì a trattenere gli occhi nelle orbite un secondo prima che gli sporgessero fuori dalla testa al di là di ogni possibile recupero») ma lo fa con garbo, saggezza e misura, e conquista con uno stile piacevole e scorrevole, pieno di arguzie, facezie, nonsense e amene scempiaggini all’inglese («La prossima volta che ti porto una notizia sensazionale fa il piacere di scomporti un po’ di più»; «Lei sa cos’è un maiale, vero? Se no, temo che ci attendano lunghissime e noiose spiegazioni»), non disdegnando la creazione di proverbi («Non serve il cappello per accusare un uomo di abigeato») o citazioni letterarie più o meno esplicite («disse piantando gli occhi in quelli del fratello come un Vecchio Marinaio di Coleridge»; «Sembrava un personaggio di Ibsen, venutogli in mente in un momento di speciale malumore»; oppure la parodia di Sherlock Holmes qualche l’usciere dell’agenzia investigativa ha «la tentazione di rispondere che, a parte le banali deduzioni che il visitatore era massone, mancino, vegetariano e di ritorno da un viaggio in oriente, dal suo aspetto non si poteva inferir molto»). Memorabili le scene di Ronnie che fa rimbalzare la palla da tennis sul dorso dell’Imperatrice di Blandings, dello sproloquio di Hugo sulla danza, dello scontro di Ronnie in stato di esaltazione guerresca contro i camerieri, dell’incontro tra Hugo e Millicent nella casetta con lei che scambia i grugniti del maiale per un pericoloso tedesco. Tutto ciò fa di Wodehouse un genio assoluto e trasforma la lettura in un’esperienza memorabile, in cui ogni riga è fonte inesauribile di risate.

venerdì 30 maggio 2008

Georges Simenon - Tre camere a Manhattan

Profondamente autobiografico, scritto a caldo da Simenon dopo essersi trasferito negli Stati Uniti, oltre a riflettere le passioni dell’autore per il bere e le donne, questo libro racconta la storia di Francois Combe, un attore francese piuttosto famoso, che viene lasciato dalla moglie per un uomo molto più giovane (un ventenne) e così decide di abbandonare il proprio Paese e tentare una nuova vita negli Stati Uniti. Dopo qualche settimana di quotidianità indistinta, incontra Kay, una donna di origine austriaca, non più giovanissima ma molto avvenente. Soprattutto anch’essa, come lui, in fuga da una vita precedente. Si incontrano di notte davanti a un whisky, si trascinano da un bar all’altro fino all’alba, quindi fino alla camera di un albergo squallido. Sono due individui di mezza età che sono stati travolti dalle correnti della vita e che ora si trovano spinti alla deriva fino alla popolosa e scintillante isola di Manhattan, vero e proprio ricettacolo di umanità. Si ritrovano al mattino quasi come marito e moglie, a osservare insieme dalla finestra un vecchio sarto ebreo che chino cuce i vestiti, e pian piano si accorgono di conoscersi sempre meno. Francois prova per Kay prima un’attrazione, poi un rifiuto. Ci sono violenza, tenerezza, fedeltà, tradimento, e, naturalmente, gelosia (Francois sente la necessità di scoprire il passato della donna, e ne è geloso), con un passato che sembra perennemente avere la meglio (la figlia di Kay che sta male e per cui lei deve partire improvvisamente). In più, è onnipresente il sentimento dell’estraneità: i due sono stranieri in terra straniera, in fuga dalla loro patria, immersi in una cultura che non li appartiene, non condividendone gesti, vestiti e rituali. Fluttuano i sentimenti, le aspettative, la brama di fuggire dal quotidiano, la paura della solitudine (non a caso solitudine è la parola più frequente nel romanzo). È presente una struttura triangolare, come lo stesso titolo suggerisce, che rispecchia il rapporto tra i due personaggi principali costantemente mediato da una terza figura che ne impedisce la piena realizzazione e li fa oscillare (una volta il marito di Kay, l’ambasciatore austriaco che la strappa a Francois prima emotivamente e poi fisicamente costringendola a partire; un’altra volta sono i successi parigini della moglie attrice di Francois, che irrompe nelle discussioni notturne). Questa triangolazione vale anche per i ruoli comprimari: prima di conoscere Francois, Kay convive con un’amica, anch’essa scissa tra il marito e l’amante, oppure Francois che mentre aspetta spasmodicamente la telefonata di Kay dal Sudamerica inserisce la terza figura di un’amante occasionale. Alla fine Francois e Kay decidono di costruire un futuro insieme, al riparo da quell’angoscia di solitudine che li ha attanagliati per tutto il racconto, e finalmente lo smarrimento si trasforma in fiducia. Non la solita storia d’amore, ma un racconto profondo, drammatico, scritto da un autore permeato di problematiche vere.

martedì 27 maggio 2008

John King - Fedeli alla tribù

«La natura umana non cambia. Gli uomini dovranno sempre rompersi il culo a calci e dopo andarsi a chiavare qualche passera. Questa è la vita». Queste le battute di apertura del primo capitolo della cosiddetta “trilogia del calcio” di John King, che racconta in prima persona, per bocca del magazziniere Tom Johnson, le vicende di un gruppo di hooligan del Chelsea al seguito della loro squadra. Un libro spesso preso a riferimento dal movimento ultrà per alcune sue affermazioni anche condivisibili («Nessuna televisione sembra interessata a noi tifosi, ma senza l’urlo e il movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero assoluto. È una storia d’amore. Sarà sempre così. Senza la passione il football è morto») e che fotografa il disagio degli hooligan tradizionali, ormai emarginati dagli stadi destinati alle famiglie e lontani anche dalle loro immediate vicinanze sempre più controllate da telecamere e polizia. Ecco quindi che i territori per i nuovi scontri di fine millennio divengono le stazioni della metropolitana, pub e altri luoghi, lontano dagli stadi, con gigantesche risse in cui ci si affida alla logica del branco e della violenza («C’è un ruggito che fa andare via la testa la sentiamo la carica e il sibilo dentro alle orecchie di combattere spalla a spalla per il nostro nome e la tribù»). Enfatico, violentissimo, scurrile e sboccato, il libro di King è un’impietosa critica dell’Inghilterra di oggi e fotografa ciò che è rimasto della cultura della working class britannica ai tempi della globalizzazione e del mercato unico (aspetto che viene sviluppato ancor più nel terzo capitolo della saga, Fuori casa). Organizzata in una serie di capitoli che narrano le nefande prodezze dei nostri eroi, tra sbornie, risse e fugaci relazioni sessuali, la vicenda ci conduce fino al punto in cui Tom viene arrestato e costretto a presentarsi in tribunale, fino allo scontro con gli arcinemici del Milwall, in cui il nostro eroe rimane solo e viene malmenato senza pietà dai tifosi avversari (ma nemmeno questo gli farà cambiare idea, in un misto di fierezza virile e di lealtà alla causa: si va avanti, anzi, gli altri ti guarderanno con maggior rispetto). La narrazione è però continuamente infarcita di capitoli in cui l’autore, con indiscutibile abilità, cambia registro e stile per raccontare piccoli spaccati di vita londinese tra miserie umane e speranze tradite, sogni impossibili e frustrazioni che non trovano altro sfogo che l’aggressività, quasi a dimostrare che la violenza del calcio è solo uno degli esiti di una società orribile che genera mostri. C’è il caso del programmatore che spera di ottenere successo e affermazione economica grazie a un delirante videogioco bellico di sua creazione, o l’episodio del direttore del giornale che inventa Liquidator, l’eroe proletario tifoso del Chelsea che si fa vendicatore di torti e soprusi contro Margaret Tatcher; quello del proletario inglese che, mentre lavora, si aliena e sogna a occhi aperti di segnare Wembley, essere premiato da Lady Diana e di comprare il Queens Park Rangers; quello del veterano della seconda guerra mondiale che dopo la sua morte di un suo amico d’infanzia comincia a sentirsi emarginato e a prendere in considerazione l’idea di trasferirsi dal nipote in Australia. Episodi che suggeriscono come tutti, dai media ai politici, per opportunità e arrivismo, sono responsabili del “prodotto calcio”, anche se sempre pronti a sbattere gli hooligans in prima pagina e tutti pronti all’autoassoluzione (e da qui deriva il titolo originale, The Football Factory). Ne emerge un’umanità schizzata, che segue la propria squadra come unica ancora di salvezza («Ce ne sono tante di partite casalinghe del cazzo, ma ci vai ugualmente, perché se no cosa fai?»), perché, in fin dei conti, picchiare è «meglio che chiavare una passera. Meglio delle pasticche». C’è il riconoscimento che la violenza crea dipendenza, quasi come e più della droga: «Credo che in qualche maniera siamo come dei drogati. Drogati fatti e finiti che cerchiamo lo sballo del cartone. Solo che noi non facciamo la scelta comodina, di starcene seduti belli tranquilli mentre la roba ci dà nella testa, fuori dai  ciglioni, a fargli impressione ai vicini di casa. No, noi veniamo qua e ci piazziamo sulla linea del fuoco. È sballo naturale. Adrenalina-dipendenza». Il tutto, ovviamente, permeato dall’esibita consapevolezza che la vita fa schifo, da un machismo da operetta e da una retorica bellica basata su un’intransigente identità etnico-razziale (bianchi, inglesi e anglicani) che vede cockney contro scousers contro geordies contro brummies, e un odio efferato per qualsiasi minoranza, dagli ebrei agli arabi, dagli indiani ai pakistani (per non parlare dei francesi, dei tedeschi o degli italiani). Una specie di semiotica del tifo, non si sa però fino a che punto sincera.

venerdì 23 maggio 2008

Claude Izner - Il mistero di rue des Saints-Pères

Ambientato nella Parigi del 1889, un giallo storico che ha come scenario i padiglioni dell’Esposizione Universale e l’inaugurazione della Torre Eiffel. Protagonista è il giovane libraio Victor Legris, proprietario di una libreria in rue des Saints-Pères (da cui il titolo) che si trova alle prese con una serie di morti misteriose causate, apparentemente, dalla puntura di un’ape (che in realtà si tratti di curaro è chiaro a chiunque abbia una minima infarinatura di letteratura gialla). Per qualche oscuro motivo, comincia a sospettare giapponese Kenji Mori, suo socio e suo secondo padre, e di una pittrice/caricaturista che gli ha fatto recentemente perdere la testa. Claude Izner è in realtà lo pseudonimo delle sorelle Liliane Korb e Laurence Lefèvre, che hanno pensato bene di far fruttare delle ricerche fatte sulla Parigi di fine Ottocento per un saggio storico. L’idea non sarebbe neanche malvagia, purtroppo il gioco dura poco e le due autrici commettono l’errore di accumulare citazioni culturali e personalità famose (Anatole France, Georges Eiffel, Père Tanguy) senza alcuna reale motivazione se non quella di “gonfiare” la storia e riportare l’attenzione del lettore sulla ricostruzione d’epoca. Scontata e superficiale, la trama scorre infatti lineare e inconcludente (chi può prendere sul serio la provocazione lanciata sul limite che è disposta a raggiungere la stampa pur di vendere?), sino al logico finale che ha luogo sulla Torre Eiffel, simbolo della  grande esposizione. Forse l’unica cosa intrigante è il tentativo delle autrici di inventare un protagonista esperto di letteratura popolare del periodo (Legris è infatti nemico di Victor Hugo) e cucirgli addosso una storia da genere popolare sul modello di quelle pubblicate sui giornali. Per quanto riguarda invece il ragionamento sul rapporto/scontro tra fotografia e pittura, è meglio soprassedere.