mercoledì 23 gennaio 2008

J.K. Rowling - Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

Questa volta il nostro maghetto deve vedersela con Sirius Black, un pericoloso criminale evaso dalla terribile prigione di Azkaban (da cui nessuno è mai riuscito a fuggire), ma ricercato anche dai babbani per aver ucciso tredici persone. Non avendo la giustificazione firmata dai suoi tutori (gli odiosi zii Dursley), Harry non può recarsi nel villaggio magico di Hogsmeade, poco distante da Hogwarts, ma contravviene a ogni disposizione presa dai professori per salvaguardare la sua vita. Tutti pensano infatti che Sirius Black, sebbene padrino di Harry, sia al servizio di Voldemort, abbia ucciso i suoi genitori e ora voglia uccidere anche lui. Per questo Black è braccato dai Dissennatori, spiriti maligni che rubano agli uomini felicità, speranza e voglia di vivere, che ora circondano la scuola e cercano Black per comminargli la più terribile delle pene: il loro bacio, che succhia via l’anima. Facciamo la conoscenza di Sibilla Cooman, professoressa di Divinazione (materia odiata da Hermione perché basata su capacità personali e non sullo studio) e del misterioso nuovo insegnante di Difesa contro le Arti Oscure, Remus Lupin, benvoluto da tutti ma odiato dal professor Piton. Anche Hagrid è divenuto professore (Cura delle creature magiche), e mostra agli alunni come cavalcare un ippogrifo. Proprio l’ippogrifo, di nome Fierobecco, animale altero e suscettibile se provocato, ferisce alla spalla Malfoy dopo che questi lo ha offeso: per questo è accusato di essere una bestia pericolosa e viene condannato a morte dal Ministero della Magia (con ovvia disperazione di Hagrid). Ben presto però Harry scoprirà che, un tempo, suo padre, Sirius Black, il professor Lupin e un certo Peter Minus (da tutti ritenuto ucciso da Black) avevano fondato un gruppo illegale e non dichiarato di animaghi per proteggere Lupin che è un lupo mannaro (e per questo odiato da Piton, che vorrebbe la sua cattedra). Ma è Minus ad aver tradito i genitori di Harry, ad essersi finto morto e ad essersi tramutato in un topo, Crosta, l’animale personale di Ron Weasley (!). La vicenda si conclude, per forza di cose, con Harry e Hermione che tornano indietro nel tempo grazie alla giratempo (uno strumento che è servito a Hermione per frequentare tutte le lezioni scolastiche anche in contemporanea!) e fanno fuggire Sirius sull’ippogrifo appena salvato alla morte. Per il terzo romanzo della saga, i toni si fanno decisamente meno divertenti (eccezion fatta per il solito prologo a casa dei Dursley con l’episodio dell’insopportabile zia Marge, che sembra ricalcato sulle storie di Pamela Travers, la creatrice di Mary Poppins), anche se non mancano le solite cialtronate (il libro “Mostro dei mostri” che è feroce e rabbioso, il libro sull’invisibilità che non si riesce a trovare, e il ridicolo Sir Cadogan, uno spavaldo e vecchio cavaliere che monta un pony piuttosto grasso in un quadro della scuola, che passa il tempo a sfidare chiunque a duello e a inventare complicate parole d’ordine di accesso). Molto interessante e inquietante la caratterizzazione dei Dissennatori (e l’incontro di Harry con uno di loro sul treno per Hogwarts) e il rimedio previsto contro di loro (il cioccolato!), così come il fatto che il giovane maghetto cominci a confrontarsi con il profondo tema della conoscenza dei genitori e delle proprie radici. Azzeccato anche l’insegnamento del professor Lupin di combattere le proprie paure con il riso. Per fortuna manca il duello diretto con Voldemort e il discorso finale di Silente alla premiazione di fine anno con il conferimento dei punti extra ai protagonisti, ma la trama si fa davvero complicata e la zavorra è tanta: tra l’interminabile torneo di Quidditch (questa volta vinto!), l’aggiornamento delle scope (la Firebolt), i tranelli di Piton, l’odioso Draco Malfoy (per il quale renderei legale l’infanticidio), la Rowling sembra non riuscire più a uscire da un modello che si è ormai standardizzato (ma forse è proprio questo il segreto del suo successo). Comincia inoltre a sorgere il sospetto che, per tirarla in lungo, l’autrice sia in qualche modo stata costretta a inventare una storia per ogni personaggio. Come al solito, a fine anno cambia il professore di Difesa contro le Arti Oscure: neanch’io al liceo coi professori di matematica sono stato così sfortunato…

giovedì 17 gennaio 2008

J.K. Rowling - Harry Potter e la camera dei segreti

Tornato nella casa dei sempre più odiosi zii Dursley, Harry Potter viene messo nei guai dall’elfo domestico Dobby che vuole impedirgli di tornare a Hogwarts, perché sa che qualcuno attenterà alla sua vita (e per questo, lungo il romanzo, lo stesso Dobby tenterà di “salvarlo” sbarrandogli l’accesso al binario 9 e ¾ e fracassandogli un braccio durante una partita di Quidditch). Naturalmente, Harry non è disposto a rinunciare al secondo anno, e fugge dalla prigione in cui l’hanno confinato i Dursley grazie all’intervento di Ron e de suoi fratelli, a bordo di una vecchia Ford Anglia volante, la stessa macchina che i due amici decidono di usare per raggiungere Hogwarts dopo aver perso il treno. Come al solito, il più terribile incubo è la prospettiva dell’espulsione, spauracchio agitato in continuazione da professori e custodi per porre un freno all’insubordinazione degli studenti (viene ulteriormente approfondito il tema dell’assoluto divieto di utilizzare la magia nel mondo dei babbani, quasi fossero due mondi che non possono entrare in contatto). In realtà, il vero pericolo è costituito dall’apertura di una misteriosa Camera dei Segreti (il cui accesso è ignoto a tutti), nella quale sarebbe nascosto un mostro terrificante in grado di colpire gli studenti figli di babbani (cioè, gente senza poteri magici), tra cui la stessa Hermione. Harry si scopre rettilofono, viene per questo sospettato essere l’erede di Salazar Serpeverde (creatore della Camera), e crede di scoprire la verità entrando nel Diario Segretissimo di Tom Riddle, brillante studente di cinquant’anni prima. Anche questa volta la realtà è fuorviante: la colpa ricade su Hagrid, sempre prodigo di attenzione verso mostri giganteschi e strampalati (nel capitolo precedente ha tentato di allevare di nascosto un drago!), invece Harry si ritrova a dover fare i conti con lo stesso Tom Riddle, che altri non è che il malvagio Voldemort (di cui porta l’anagramma nel nome completo). Interessante che Voldemort, nel suo solito logorroico confronto finale con Harry, rivela al piccolo maghetto che loro due hanno più di qualche punto in comune (sono entrambi rettilofoni, il cappello magico voleva assegnare Harry alla casata del Serpeverde, ma è probabile che Voldemort gli abbia trasmesso molti dei suoi poteri quando ha tentato di eliminarlo da piccolo). Anche questa volta il messaggio morale e la riflessione sulla predestinazione a seconda della casata di appartenenza è assicurato (“sono le scelte, non le nostre potenzialità, a renderci ciò che siamo”, spiega Silente), così come il messaggio pro-istruzione destinato alle giovani generazioni (non serve solo l’intuito o l’illuminazione, perchè tutto nel romanzo si può scoprire, con un po’ di applicazione, consultando i libri della scuola). Purtroppo, questa volta il fattore sorpresa è quasi inesistente: la Rowling ce la mette davvero tutta, rispolvera le mandragole urlatrici, i folletti che invadono il giardino e la fenice che risorge dalle sue ceneri, aggiorna il modello della scopa da Quidditch alla versione “Nimbus 2001” (nemmeno fosse un software!), inventa un party per soli fantasmi, scatena una seconda parte ancora più oscura che nel primo capitolo (la foresta con i ragni, la Camera dei Segreti e il confronto col basilisco). Ma il risultato sa di già letto (non posso pensare che tutti i libri della saga si chiudano con il confronto con Voldemort), e l’intero libro si rivela più che altro un seguito tradizionale, con gli stessi luoghi e i medesimi personaggi (tra cui il fastidioso poltergeist Pix e il fantasma di Nick-Quasi-Senza-Testa). In aggiunta, l’antipaticissimo e lagnoso elfo Dobby, l’odioso padre dell’ancor più odioso Draco Malfoy, e il fantasma di Mirtilla Malcontenta, prima vittima del basilisco che vive dentro il bagno femminile della scuola. Presenti le solite amene scempiaggini all’inglese (Ron che sbaglia un incantesimo per colpa della sua bacchetta spezzata e si ritrova a vomitare lumache a getto continuo; Nick-Quasi-Senza-Testa che viene scartato da un concorso perché non privo del tutto della sua testa; Mirtilla che vuole uccidersi per la depressione nonostante sia già morta). Unico, vero colpo di genio, il borioso pasticcione Gilderoy Allock, nuovo professore di Difesa contro le Arti Oscure. Una domanda: ma cosa possono aver imparato questi poveri studenti di Hogwarts se il primo insegnante di Difesa contro le Arti Oscure era posseduto da Voldemort e il secondo è un incapace millantatore?

mercoledì 16 gennaio 2008

Georges Simenon - Maigret e il cliente del sabato

Un sabato sera, a casa del commissario Maigret, si presenta un uomo chiamato Planchon, titolare di un’impresa di imbiancatura, timidissimo, dal labbro leporino, che rivela di voler uccidere sua moglie (il titolo deriva proprio dal fatto che, ogni sabato, l’uomo arriva al commissariato per parlare con Maigret, ma poi se ne va prima che questi possa vederlo). Esaltato da uno stato di evidente alterazione alcolica, l’uomo gli racconta che ha conosciuto sua moglie Renée in una sala da ballo e gli spiega che è una donna molto bella, della quale lui è molto innamorato. Hanno avuto un matrimonio felice, da cui è nata anche una figlia, adorata dall’imbianchino. Poi, un giorno, Planchon è tornato a casa all’improvviso e ha scoperto il tradimento della moglie con Roger Prou,un suo operaio, che sembra pure scocciato di quanto sta succedendo. Lei, invece, è quasi sollevata, guarda dritto negli occhi il marito e gli dice “Ecco! Finalmente lo sai!”. Planchon è distrutto dal dolore, e da quel momento comincia a sprofondare nella disperazione dell’alcol, mentre i due amanti continuano a vedersi nella sua casa. Lui, addirittura, prende la precauzione di non fare rumore quando rincasa per permettere loro di ricomporsi. Finché la moglie non lo allontana e lo costringe a dormire, in casa sua, su una brandina, mentre Renée e Roger occupano la camera matrimoniale. Una situazione di uno squallore unico. Ma Planchon non intende divorziare, né scacciare di casa (e dalla ditta) l’usurpatore, né andarsene lui stesso. Ha paura di perdere la figlia, e così è arrivato alla conclusione che l’unica soluzione è l’omicidio. Maigret ascolta la confessione, quasi come un sacerdote, e prova per quel misero uomo dal labbro leporino un misto di pietà, fastidio e incredulità, col sospetto che Planchon stia cercando di coinvolgerlo in un gioco poco chiaro. Nei giorni successivi Planchon scompare misteriosamente, e Maigret (che è vittima di un raffreddore che non si decide ad esplodere, e che cerca di combatterlo bevendo grog e acquavite) decide di aprire un’inchiesta, mettendo sotto torchio la moglie e l’amante. Come al solito, la trama è secondaria rispetto all’atmosfera dell’ambiente e agli spaccati psicologici dei personaggi: una tristissima storia di miseria umana, in cui il più debole (che si sente inferiore per via della sua menomazione fisica) viene estromesso dai più forti, che a loro volta (lo si scopre nel finale) si sbranano tra loro.

lunedì 14 gennaio 2008

Bridie Clark - Quella stronza del mio capo

Debutto letterario per Bridie Clark, che ha deciso di scrivere un romanzo che è diventato anche un blog online che raccoglie storie di dipendenti bistrattati (soprattutto donne). La Clark è partita dalla sua esperienza di editor in numerose case editrici di New York e si è inventata un suo alter ego, Claire Truman, che lavora appunto in una casa editrice e sogna di divenire la scopritrice di nuovi capolavori. Improvvisamente per lei, appena scaricata dal suo ragazzo e destinata ad ammuffire fotocopiando manoscritti, tutto sembra cambiare: conosce il ragazzo dei suoi sogni dei tempi del college, l’affascinante e praticamente perfetto Randall Cox, direttore amministrativo di una banca, il quale le organizza un colloquio con la tremenda Vivian Grant, il gran capo della Grant Books (c’è chi la definisce una “sociopatica vendicativa”, chi giura che “Attila, a confronto, è un agnellino”). Allettata dalla possibilità di un guadagno triplo e dalla possibilità di divenire editor a tutti gli effetti, Claire lascia la casa editrice per la quale ha sempre lavorato e, soprattutto, il suo amato capo e mentore Jackson (uno che, per deformazione professionale, corregge anche le scritte che trova sull’autobus), ormai alle soglie della pensione. La realtà, purtroppo, si dimostra ben diversa dai sogni: Vivan è una carogna senz’anima, una schiavista sboccata che insulta i suoi dipendenti e fa seguire gli assistenti nel bagno degli uomini e fa disattivare  loro il pass aziendale, quando addirittura non li licenzia. Ma, soprattutto, Vivian disintegra ogni velleità letteraria concentrandosi esclusivamente sul lato commerciale dell’editoria, con la ferrea concezione che esclusivamente “il fango vende”, e non si fa perciò particolari problemi a pubblicare libri con consigli sull’alimentazione di una giovane anoressica, le memorie di una ragazza squillo o i retroscena dei set del cinema hard, e a organizzare party di lancio con spogliarelliste nei più malfamati strip club di New York. Claire si impone di durare un anno, ben decisa a far pubblicare il libro di Luke Mayville, il brillante scrittore con cui sta lavorando, che invece non viene preso in considerazione dalla tirannica Vivian. Proprio Luke, unitamente alle angherie di Vivian e al comportamento della madre snob di Randall, faranno vacillare le certezze di Claire proprio alla vigilia delle nozze… Un romanzo abbastanza simile a “Il diavolo veste Prada” di Lauren Weisberger: molti i punti di contatto (una ragazza alle prime esperienze lavorative, un capo terribile con cui fare i conti), ma anche molte differenze (se nella Weisberger c’era una satira pungente del mondo della moda, nella Clark tutto questo manca e l’intera vicenda si assesta più su toni da commedia). Mentre Miranda Priestley, direttrice di Runway, era amata e venerata come luminoso faro nel mondo della moda, Vivian Grant è odiata e temuta, addirittura suscita un gruppo di sostegno per i suoi ex dipendenti. Sfortunatamente il titolo italiano non corrisponde per niente a quello originale “Because she can” (“Perché lei può”), che molto di più suggerisce il tono imperativo della vita agli ordini di Vivian Clark.




Recensione pubblicata sul numero di giugno 2008 della rivista “Pianuraoggi”

venerdì 11 gennaio 2008

J.K. Rowling - Harry Potter e la pietra filosofale

Alla fine ho ceduto. Dopo anni da babbano convinto, anch’io ho voluto addentrarmi nel mondo incantato di Hogwarts, capace di catturare milioni di persone e di riportare le giovani generazioni al faticoso hobby della lettura in un mondo che ormai vive di sms. Diciamo che, di fronte alle clamorose scene di assalto che si sono verificate in occasione dell’uscita del settimo e ultimo libro della saga, ho voluto dare alla Rowling una possibilità… Ora non voglio dare ragione a chi beatifica la Rowling come la più grande scrittrice vivente, ma non intendo neppure omologarmi al giudizio di chi sostiene che il successo commerciale corrisponde alla volgarità letteraria. Harry Potter è un buon prodotto per ragazzi, capace di cambiare gli equilibri all’interno del mondo editoriale (sembra e costa come un libro per grandi, infatti è uscito in tascabile solo dopo otto anni), in grado di fare la felicità dei più piccini grazie alle sue invenzioni e di insegnare loro valori come l’amicizia e il sacrificio (niente di particolarmente profondo, per carità). Naturale l’identificazione di un bambino con questo maghetto orfano che vive come ospite indesiderato in una casa borghese di Privet Drive e sembra una reincarnazione moderna della favola del brutto anatroccolo (non a caso Harry ha gli occhiali). Lì è stato portato, da neonato, da alcuni maghi dopo essere scampato all’attacco mortale di un oscuro signore (il famigerato Voldemort) che ha trucidato i suoi genitori. Gli odiosi zii cui è stato affidato lo hanno relegato però in un sottoscala, mentre dedicano tutte le attenzioni possibili al viziatissimo figlio Dudley. Il misterioso passato inizia a rivelarsi a Harry al compimento del suo undicesimo anno, assieme al mondo misterioso cui non sa di appartenere: nonostante l’ostruzionismo (e l’inaudita crudeltà) degli zii, che odiano tutto ciò che sa di sovrannaturale, alla fine il povero ragazzino riesce a ricevere l’invito a recarsi ad Hogwarts, la scuola di magia che fu dei suoi genitori, dove arriva con la complicità di un bonario gigante, il guardiacaccia Hagrid, viaggiando sull’espresso che parte dal binario 9 e ¾. Alla scuola di magia, Harry fa amicizia con Ron e Hermione, si rivela maestro del Quidditch, una specie di sport a metà strada fra il calcio, l’hockey e il polo in cui si segna in porte a forma di anello. Fronteggia il maligno compagno Draco Malfoy, l’apparente ostilità del professor Piton, ma soprattutto sventa il piano del perfido Voldemort per impadronirsi della pietra filosofale, nascosta in un sotterraneo e vigilata da un mostruoso cane a tre teste simile a Cerbero (che Hagrid chiama, con ovvio effetto comico, Fuffi). La Rowling frulla di tutto, dalle fiabe tradizionali alla saga di Earthsea di Ursula Le Guin (la scuola di magia, il confronto fra maghetti rivali), sfodera una serie di invenzioni lessicali (la scopa Nimbus 2000, le gelatine Tuttigusti+1, le cioccorane) e immaginifiche (il Quidditich, la partita con i giganteschi scacchi viventi, i quadri e le figurine con i personaggi che si muovono e talvolta spariscono). Inventa quattro casate a cui appartengono gli aspiranti maghi (Grifondoro, Serpeverde, Tassorosso e Corvonero), e, soprattutto, non manca di indovinare trovate come l’episodio dello specchio che mostra ciò che si desidera (“non serve a niente rifugiarsi nei sogni e rinunciare a vivere”, spiega Silente) e del cappello che tenta Harry prospettandogli un radioso futuro di successo nei Serpeverde. Proprio la lotta e l’accesso alla sala della pietra filosofale costituiscono la parte migliore dell’opera, tra scacchi viventi, pozioni e demoni a due facce (Voldemort, vivente grazie al sangue di unicorno, è ridotto a vita parassitaria sul corpo dell’apparente ingenuo professor Raptor). Ogni prova deve superare un incantesimo di difesa messa in atto da un professore, ed è qui che la Rowling svela una morale: non basta essere impulsivi e ingenui come Harry, ma bisogna anche avere la costanza e l’applicazione fanatica nello studio che ha Hermione. Notevole poi anche la figura del professor Piton, che protegge Harry pur nella convinzione generale che faccia il contrario, come debito di riconoscenza. Ciò che contraddistingue la Rowling è il suo essere inglese: questo la porta a baloccarsi di amene scempiaggini, di stemmi e rituali come il the coi pasticcini o le decorazioni per Halloween e il Natale. Credo che un notevole problema sia, piuttosto, l’identificazione di un lettore che non ha la stessa età del giovane protagonista: se Draco Malfoy è davvero odioso nella sua caratterizzazione di personaggio negativo, Harry Potter non se la cava molto meglio, risultando timidino e perfettino, sempre pronto a rispondere in maniera opportuna e a fare la cosa giusta. Meglio va con gli altri personaggi, il molto più reale Ron e l’insopportabile squinzia e saputella Hermione; il migliore però è l’amichetto Neville, maldestro, pasticcione e perennemente alla ricerca della sua rana.

giovedì 10 gennaio 2008

Gianluca Vialli con Gabriele Marcotti- The Italian Job

Ho sempre apprezzato Vialli, come uomo più che come calciatore, molto colto, pacato e raffinato, distante dalle polemiche più becere. Ho accettato di buon grado l’idea di leggere questo suo tomo che, per fortuna, non è una biografia della sua vita di calciatore, ma una sorta di analisi sul mondo del calcio visto dal di dentro, prendendo spunto naturalmente da episodi della sua carriera e con molte divagazioni (molto belle le pagine che ricordano il suo rapporto con Mantovani, presidente della Sampdoria, e di un calcio che non c’è più). Devo però dire che la copertina originale, con lo stemma inglese su maglia azzurra e i tre leoni inglesi coi colori della bandiera italiana, fa ben altro effetto… Un libro che spiega molto bene, e con dovizia di particolari e riflessioni intelligenti, le diversità tra il tanto esaltato calcio italiano e il tanto vituperato calcio inglese: una realtà, quest’ultima, che magari non è la migliore dal punto di vista tecnico, ma che mantiene un’atmosfera e un ambiente davvero unici. Un calcio che non si identifica nel colpo di tacco di Totti, ma che ha il suo apice nelle rimonte esasperate, nell’idea del dare tutto quello che hai. Vialli questo mondo lo conosce molto bene, avendo militato nel Chelsea ed essendosi poi ritrovato ad allenarlo, catapultato in una nuova dimensione. Forse non tutti sanno che un manager inglese, oltre che fare l’allenatore, deve occuparsi del calciomercato, negoziare i rinnovi contrattuali, incontrare con i politici locali e i rappresentanti delle comunità. È chiaro che Vialli si è trovato per primo a contatto con tutto questo, ma anche con un mondo totalmente diverso, tatticamente e atleticamente, addirittura quasi primitivo (in fondo, l’Italia è pur sempre il top, sembra ammettere il buon Gianluca), in cui la tattica non va oltre il solito 4-4-2 e c’è meno preparazione atletica, meno lungimiranza nel crescere i giovani e una totale inadeguatezza organizzativa nella formazione degli allenatori (ma non si capisce bene, secondo questo ragionamento, quale sia la ragione per cui gli inglesi sono all’avanguardia nelle accademie…). Contemporaneamente, però, non si può non provare fascino per un mondo in cui le squadre già salve si impegnano allo spasimo per non fare un favore all’avversario, in cui il valore della sportività non si è trasformata in cinismo come invece accade quotidianamente in Italia (secondo il meccanismo dei favori, oggi a me e domani a te). Un mondo in cui i tifosi continuano a sostenere la propria squadra anche se è già retrocessa, e non scompaiono e non contestano come fanno invece dalle nostre parti (dove i tifosi sono manipolati dalle società che li usano per i loro scopi contrattuali o pubblicitari). La notazione più intelligente (e credo sia la prima volta che viene posta) è che, mentre i tifosi italiani pretendono la vittoria e accettano che la loro squadra fallisca a patto di aver vinto uno scudetto che ha mandato in bancarotta la società (come troppo spesso è successo), gli inglesi hanno una diversa esigenza, cioè che la loro società sopravviva, che abbia i bilanci in regola. Questo, con tutto quel sottostrato di interessi economici e di potere che portano il calcio italiano a essere colluso con la finanza e la politica: ecco perché in Inghilterra le società falliscono, mentre in Italia sopravvivono grazie all’intervento dei politici (il famigerato e scandaloso lodo Petrucci, che evita ai nuovi proprietari di pagare i debiti). In questo excursus, Vialli (ma non so fino a che punto sia tutta farina del suo sacco, e quanto sia da addebitare al giornalista Marcotti) si avvale della consulenza di grandi allenatori del calcio inglese, tipo sir Alex Ferguson, Arsène Wenger, José Mourinho, Sven-Goran-Eriksson (ok, questo non è proprio grandissimo…), più massicci interventi dei simpaticissimi (?) Marcello Lippi e Fabio Capello. Alla fine, grazie anche a queste preziose testimonianze, compaiono i molti punti di contatto tra le due differenti realtà, quella inglese e quella italiana, perché i problemi del calcio di oggi sono sempre quelli (la disaffezione del pubblico che se ne sta a casa a seguire le partite alla televisione, i procuratori sciacalli, i media invadenti). Vialli ce la mette davvero tutta per sviscerare tutti gli aspetti di un mondo veramente complicato, riuscendo talvolta a risultare ammirevole, e non manca di lanciare sue proposte per risolvere determinati problemi (prima fra tutte, l’introduzione dei Supporters Trust, ovvero dei gruppi di tifosi, nella gestione delle società); meno convincente invece risulta quando cerca di fare il sociologo, cita Machiavelli e propone un’interpretazione italiota di Dante che quando trova Beatrice pianta in asso Virgilio come farebbe l’italiano medio (piuttosto avvilente come prospettiva). Certo, anche per Vialli deve essere difficile giudicare un Paese come il nostro, in cui scoppia uno scandalo dietro l’altro e non c’è mai la volontà di risolvere i problemi del calcio. Forse in qualcosa dovremmo imparare dai tanto vituperati inglesi.

sabato 5 gennaio 2008

Stefano Poggi - La vera storia della Regina di Biancaneve, dalla Selva Turingia a Hollywood

Ed eccomi a parlare di un libretto di un centinaio di pagine scarso, che prende le mosse da una gita a Naumburg, in Turingia, e si tramuta in un’insolita analisi della costruzione del mito della regina cattiva di Biancaneve e i sette nani. A partire dalla sua origine, l’affascinante statua di Uta di Ballenstedt, sposa del margravio Ekkard II di Meissen, vissuta nel XII secolo, che troneggia nel duomo di Naumburg. L’autore dimostra che il suo volto, altero e aristocratico ma attraente al punto da divenire modello delle virtù estetiche femminili, era una presenza costante in tutte le pubblicazioni dedicate alla storia dell’arte medievale tedesca nei primi decenni del Novecento. Ed è questa la ragione che l’ha portata direttamente a Walt Disney, il quale ne avrebbe visto la fotografia in un fascicolo dei Blaue Bucher posseduto dal suo stretto collaboratore Wolfgang Reithermann, emigrato dalla Germania agli inizi del Novecento. Walt Disney sarebbe inoltre stato convinto a trarre spunto per il personaggio di Grimilde, la regina cattiva di Biancaneve, nientemeno che dall’attrice Marlene Dietrich, che conosceva perfettamente la storia di Uta. In pratica, Stefano Poggi tende a dimostrare che il ventesimo secolo è stato il secolo delle grandi icone pop, e che la stessa Uta è stata trasformata in regina cattiva secondo una logica che sa un po’ di beffa. E queste sarebbero state anche le ragioni per cui il film Biancaneve fu osteggiato e bloccato dal nazismo, che invece proponeva Uta, in quanto personaggio molto noto a livello popolare, come emblema della donna tedesca, bella, volitiva, fedele, degna di rispetto. Infatti Goebbels pensava che fosse tutta una provocazione ordita dagli studi Disney ai danni della Germania e del progetto estetico del Reich (nonostante a Hitler piacessero molto i cartoni animati di Walt Disney). Un libro divertente, molto poco accademico nella sua struttura (comincia come diario di viaggio e poi si trasforma improvvisamente in una specie di saggio), ma capace di riflettere sulla portata e sulla valenza dei simboli della nostra epoca.

giovedì 3 gennaio 2008

Sax Rohmer - Il diabolico complotto del dr. Fu Manchu

Pubblicato nel 1980 in occasione dell’uscita di quello che sarebbe stato l’ultimo film interpretato da Peter Sellers (e che per l’appunto porta il medesimo titolo), questo libro ormai di difficile reperibilità racchiude tre romanzi dello scrittore Sax Rohmer con protagonista il diabolico dottore cinese Fu Manchu. Un personaggio che, già dalla descrizione, è tutto un programma: “Immaginate una persona, alta, magra e felina, ben messa, con una fronte come quella di Shakespeare e un viso come quello di Satana, un cranio ben rasato e lunghi, magnetici occhi, verdi come quelli di un gatto. Investitelo di tutta l’astuzia crudele dell’intera razza orientale, accumulata in un intelletto gigantesco, con tutte le risorse della scienza passata e presente… Immaginate quest’essere terribile e voi avrete un’immagine mentale del Dott. Fu-Manchu, il pericolo giallo incarnato in un uomo”. Spettacolo. Scopo di questo diabolico personaggio è combattere la razza bianca e rovesciare i rapporti di potere esistenti a livello mondiale. Ne Il mistero del dottor Fu Manchu, il dottor Petrie, Denis Nayland Smith e l’ispettore Weymouth di Scotland Yard si trovano a fare i conti con morti misteriose, insetti sconosciuti e letali, strangolatori thug nascosti nell’ombra, nubi e funghi tossici, oltre che con la più notevole e misteriosa delle agenti di Fu Manchu, la schiava Karamaneh (di cui Petrie naturalmente si innamora), che è costretta a servirlo perché il malefico dottore tiene in suo potere, tra la vita e la morte, il fratello. Nel secondo romanzo, La figlia del dottor Fu Manchu, il dottore cinese compare solo nelle ultime pagine per aiutare i nostri eroi a sconfiggere la sua perfida figlia Fah Lo Suee, che brama di assumere la direzione del Si-Fan, la misteriosa organizzazione che tenta di intervenire nella politica mondiale finanziandosi attraverso il crimine organizzato (un’idea simile alla Spectre dei romanzi di 007). Fah Lo Suee mira infatti a costituire un unico grande Stato asiatico in grado di unire Cina e Russia e di far capitolare il Giappone. Per farlo, intende uccidere un uomo di Stato turco, e controlla nientemeno che la mitica setta degli Hashishin. Il romanzo comincia in Egitto, i personaggi sono gli stessi, ma questa volta il narratore è Shan Greville, assistente dell’archeologo Sir Lionel Barton, archeologo e orientalista britannico di chiara fama, che si trova a lavorare nella stessa tomba in cui Fah Lo Suee cerca i documenti che permettono a Fu Manchu di governare il Si-Fan. Se nel primo romanzo il dottore cinese è un modello di perfidia raffinata e gratuita (uccide una dozzina di agenti sol per provare l’efficacia di un fungo velenoso), in questa seconda storia viene in qualche modo riabilitato. Il nuovo punto di vista mette in evidenza la sottigliezza strategica e le ragioni di Fu Manchu, a cui Rohmer fa addirittura dichiarare: “speravo di dare alla Cina quel posto nel mondo a cui le danno diritto la sua intelligenza, la sua industriosità e i suoi ideali. Speravo di svegliare la Cina. I miei metodi erano malvagi, ma le motivazioni erano buone”. Può però Fu Manchi essersi addolcito? Certo che no, ed ecco infatti che nell’ultimo romanzo, La moglie del dottor Fu Manchu, il diabolico dottore è di nuovo più agguerrito che mai: mette a punto un virus letale che mescola malattia del sonno e peste bubbonica, rapisce i migliori scienziati facendoli sembrare morti e li assume per i suoi perversi scopi. Ad essere colpito è il dottor Petrie, padre di Felurette, colei che Fu Manchu ha deciso essere la sua sposa per generare un figlio in grado di portare avanti il suo glorioso operato, dopo il tradimento della figlia degenere Fah Lo Suee. Questa volta, a opporsi a questo perfido progetto è Alan Sterling, innamorato perdutamente di Fleurette. Curiosamente, si dice che Fu Manchu abbia sconfitto la morte scoprendo la fonte dell’eterna giovinezza. Non ci troviamo al cospetto di gialli tradizionali, più che altro è una serie di libri di avventure molto particolari. La frenetica azione e le scoperte sensazionali (trappole, creature straordinarie, crudeltà gratuite e inaudite) non sono granché lette al giorno d’oggi, più interessante si rivela il continuo cambio di narratore, unitamente all’attrazione fisica per una donna (Petrie per Karamaneh, Greville per Fah Lo Suee, Sterling per Fleurette). La vera nemesi di Fu Manchu è sir Danis Nayland Smith, che si oppone a lui grazie alla sua testardaggine e alla sua determinazione piuttosto che alle doti intellettuali (usate più che altro in extremis). La lotta spietata tra i due personaggi assume dunque la valenza di un confronto fra due civiltà diverse, l’orientale (antica e desiderosa di riscatto) e l’occidentale (più recente e ben decisa a salvaguardare il predominio conquistato). Lo scontro non impedisce però ai due mortali nemici di provare quasi un senso di ammirazione, con la consapevolezza che Fu Manchu (che agisce per conto della misteriosa società segreta del Si-Fan) sarebbe uno uomo straordinariamente utile se portato alle ragioni dell’occidente.

mercoledì 2 gennaio 2008

Lauren Weisberger - Il diavolo veste Prada

Da questo libro è stato tratto il celebre film con Meryl Streep nella parte di Miranda Priestley, mito assoluto del mondo della moda e tirannica direttrice della rivista “Runway”, chiaramente modellata sui tratti di Anna Wintour, mitica direttrice di Vogue di cui è stata assistente proprio l’autrice Lauren Weisberger. A finire nelle grinfie di questo mefistofelico personaggio è la protagonista Andrea Sachs, ventitré anni, appena laureata, con il sogno di diventare scrittrice e lavorare per una grande quotidiano newyorkese: a lei spetta il compito di tratteggiare un ritratto impietoso della redazione di Runway e in generale del mondo della moda. Apparentemente Andrea vive e lavora a contatto con il mondo della moda più glamour, indossa abiti firmati e frequenta le feste più in della città (dovendo per forza imparare, a sue spese, come ci si deve vestire), ma ciò che la attende è un anno di inferno, durante il quale si ritrova a dover soddisfare le richieste e i capricci della sua direttrice. Miranda, infatti, ama perseguitare le sue assistenti, svegliarle nel cuore della notte, assoggettarle a cameriere personali. La trama è per lo più quella del film, con qualche debita modifica: il fidanzato di Andy non fa il cuoco ma l’insegnante in una scuola del Bronx; non c’è il gruppo di amici ma una sola amica, Lily, che ha qualche problema con l’alcolismo; Miranda non divorzia dal marito; l’assistente Emily non è simpatica come la controparte interpretata da Emily Blunt nel film; Andy va a Parigi perché Emily si ammala di mononucleosi e non per colpa di un incidente stradale. A fare un incidente è invece la sempre più derelitta Lily, per cui Andy torna da Parigi mandando “affanculo” la tirannica Miranda, che qualche istante prima ha dimostrato, per la prima volta, un briciolo di umanità. Niente di particolarmente profondo, per carità, ma devo dire di essermi abbastanza identificato con la protagonista alle sue prime esperienze nel mondo del lavoro. Il tasso di divertimento è assicurato grazie alle descrizioni surreali di personaggi abbastanza schizzati (riuscite in particolare quelle sui gay che popolano la redazione, tipo quello che dichiara “Vabbè, ho capito. Ma non piagnucolare quando domani leggerai su Page Six che mi hanno visto ballare con Mariah o con J-Lo”). Di contro c’è il medesimo problema del film: il moralismo di fondo che contraddistingue l’intera storia (il successo nel lavoro ti rovina la vita), e che si manifesta esplicitamente nel finale: per fortuna non ci sono gli amici (come nel film) che fanno i predicozzi , ma già il fidanzato basta e avanza. Scontato il lieto fine, quando Andy diventa scrittrice di grido. Ma la Weisberger scrive molto bene, e ciò non è poco.