lunedì 31 marzo 2008

Alessandro Barbero - Federico il Grande

Nonostante la Rai (nel senso di televisione) abbia ormai definitivamente abdicato dal suo ruolo, per fortuna c’è ancora la radio che si ricorda di fare servizio pubblico come si deve: ecco quindi i cicli di Radio2, dedicati a personaggi, eventi o temi particolari, affidati a degli specialisti che in seguito si vedono pubblicato il loro contributo anche su carta. È il caso di Alessandro Barbero, che ha tenuto un ciclo su Federico il Grande di Prussia, analizzando la sua vita con taglio biografico ma accessibile a tutti: la sua giovinezza contraddistinta dai conflitti col terribile padre Federico Guglielmo I (il “re sergente”), il suo tentativo di fuga insieme a un amico alla cui decapitazione sarà costretto ad assistere, la sua politica spregiudicatamente militarista una volta divenuto re, le sue imprese che ne forgiarono la figura mitica. Barbero è costretto a perdere molto tempo nel cercare di spiegare cos’è la Prussia (mi rendo conto che non è così facile e che non tutti hanno fatto, come me, un esame di storia contemporanea), come essa era inserita nel contesto dell’impero asburgico, il perché del conflitto di Federico con Maria Teresa d’Austria (a cui soffiò la Slesia e non la cedette mai). Ne emerge il ritratto di un uomo geniale, appassionato della filosofia illuminista e della musica (fu amico di Voltaire, oltre che autore di poesie e sonate lui stesso), oltre che contraddistinto da una fibra incredibile (beveva trenta caffé al giorno allungati con lo champagne, ed era capace di mangiare per pranzo, ancora un mese prima di morire, vecchio e ormai fermo a letto, zuppa alle spezie, bue al cognac, pasticcio di anguilla e formaggio all’aglio!); ma anche umanamente impossibile, trasandato, rigido, misogino, egocentrico, sprezzante, megalomane, soggetto a depressioni. Tipico esempio di despota illuminato (era l’epoca degli assolutismi), fu a capo di uno stato piccolo che riuscì a trasformare in una potenza invincibile, rivoluzionando il modo di fare guerra e vincendo battaglie su battaglie (ne perse solo due in tutta la sua vita). Fu lui a inaugurare un cinismo aggressivo, strumento della volontà di potenza, a causare la guerra di Successione Austriaca e, in seguito, la Guerra dei Sette Anni (che molti storici considerano la prima vera guerra mondiale), e a gettare le basi per i problemi che l’Europa in seguito si sarebbe trovata ad affrontare, consegnando indirettamente una pesante eredità allo stesso nazismo (che ne riutilizzò il mito). Molti sono i punti curiosi: Federico viene normalmente ricordato per le sue imprese belliche, ma esse si collocano curiosamente tutte nella prima metà del suo regno. Inoltre, nonostante sia divenuto l’eroe di un popolo intero, mito di una nuova Germania, egli in realtà disprezzava tutto ciò che c’era di tedesco, al punto da dire che il francese lui lo parlava solo coi suoi cani e che i drammi di Shalkespeare erano così osceni da andare bene, semmai, per i pellerossa d’America. Un libro molto interessante, dunque, che magari mette in secondo piano l’aspetto militare, ma che privilegia la scorrevolezza (e non potrebbe essere altrimenti, vista la sua origine radiofonica!), il tentativo di rendere accessibile la figura di questo grande sovrano e di spiegare la sua epoca, i problemi di un mondo che oggi facciamo fatica a ricordare e soprattutto a capire.

domenica 30 marzo 2008

Henryk Sienkiewicz - Quo vadis?

Come potevo esimermi dal leggere il capolavoro del polacco Sienkiewicz, dal momento che conosco a memoria il film di Mervyn LeRoy che ne è stato tratto con Robert Taylor, Deborah Kerr e l’indimenticabile Peter Ustinov nei pani di Nerone? È bene precisare fin da subito che l’intero romanzo (colossale nelle dimensioni, un vero kolossal a prescindere dalle sue versioni cinematografiche) è un trionfo del cristianesimo, come solo un autore polacco poteva concepire (il finale con la basilica di San Pietro che domina ancora il mondo grazie al sangue dei martiri). Il titolo stesso deriva dall’apparizione che l’apostolo Pietro ha di Gesù nella sua fuga da Roma durante la persecuzione di Nerone (“Quo vadis Domine?”). Protagonisti della vicenda, il nobile patrizio Marco Vinicio e la schiava cristiana Licia. Il primo si innamora pazzamente della seconda, e dapprima cerca di prenderla con la forza, quindi progetta di rapirla. In seguito però, seguendo la ragazza, Vinicio entra in contatto con la comunità cristiana guidata dall’apostolo Pietro, che si riunisce nelle catacombe, e colpito dalla loro capacità di perdonare i malvagi e di non rispondere al male con il male, finisce per convertirsi a sua volta al cristianesimo. Nel frattempo scoppia il grande incendio di Roma, del quale Nerone incolpa i cristiani ordinandone la persecuzione. Essi sono allora catturati e massacrati nei più vari modi nel circo (contro fiere e gladiatori, crocifissi o bruciati), per il divertimento e il sollazzo del popolo. Licia viene spinta nell’arena legata sul dorso di un toro inferocito, ma viene salvata dal fortissimo schiavo Ursus, che ingaggia una furibonda lotta con l’animale e lo abbatte spezzandogli le corna a mani nude. Il pubblico, entusiasmato dallo spettacolo, chiede e ottiene la grazia per Ursus e per Licia, che con Vinicio lascia Roma e si mette in salvo. Non è da sottovalutare il fatto che Licia è la figlia del re dei Lici, popolazione da cui Sienkiewicz fa discendere i polacchi: Licia è il personaggio positivo, da prendere a modello, pura nel suo candore virginale e nella sua devozione spontanea, capace di trascinare alla fede l’uomo che ama, ma non aliena ai desideri della carne (che lei per prima prova durante il banchetto alla corte di Nerone). Protagonista oscuro dell’intera vicenda, colui che si erge maleficamente sopra tutto e a cui è dedicata la conclusione, lo sciagurato Nerone (e di riflesso il suo braccio destro, lo sciagurato Tigellino, prefetto del pretorio), matricida, uxoricida, pervaso di ogni possibile vizio, cialtronesco nella sua ostentazione delle virtù poetiche e teatrali, quasi ridotto al rango di buffone. Suo contraltare un personaggio enigmatico, Petronio, l’arbiter elegantiarum che la tradizione vuole autore del Satyricon: un filosofo gaudente, dedito al piacere e alla dissimulazione dei vizi, pigro ma integro, che paga di persona la sua indolenza pavida ma in grado però di mantenere tutto il rigore della classe aristocratica romana contro lo sfacelo provocato da un tiranno decadente. Quello che stupisce di questo romanzo è comunque la straordinaria descrizione della Roma dei Cesari, con la sua nomenclatura, la sua toponomastica e i suoi riti, l’atmosfera di cui l’autore riesce a pervadere la sua narrazione, rendendo il tutto vivo e accattivante al tempo stesso. È lampante che Sienkiewicz si sia basato sulla storiografia romana per la costruzione dei personaggi e sul Nuovo Testamento per la predicazione apostolica, ma lo scrittore ha una grande intuizione: che la società romana, eminentemente pagana, fosse basata sul concetto spietato del “mors tua, vita mea”, e che i romani fossero profondamente superstiziosi. Un baratro rispetto all’iconografia da santino che più di qualcuno vorrebbe affibbiare a quel periodo storico…

venerdì 28 marzo 2008

Marguerite Yourcenar - Memorie di Adriano

È bene fare una premessa: con questo libro di Marguerite Yourcenar, ci troviamo di fronte a un Capolavoro con la C maiuscola, tra l’altro baciato da un incredibile successo commerciale (sfido chiunque a non averlo mai ricevuto in regalo e di possederne in casa meno di tre copie!), scritto tra l’altro in maniera magistrale. Lungi da me non riconoscerlo. Per certi versi, anzi, è un’opera addirittura geniale: un ibrido in forma di romanzo che fa raccontare a un imperatore morente, Adriano, eventi e pensieri raccontati al suo successore  Marco Aurelio, le tappe della sua vita, in un continuo fluire di fatti: la gioventù in Spagna, gli studi ad Atene, la lunga ascesa al potere come successore di Traiano, gli anni del potere e della gloria, l’amore per il giovane bitinio Antinoo, il dolore per la sua prematura scomparsa, la campagna in Giudea. Ne emerge la figura di un imperatore filosofo, impregnato di cultura greca, che ricorda quanto di bene ha fatto al mondo e all’impero, al tempo stesso però in possesso di molte facce, anche di collere improvvise: ormai giunto al limite della vita, Adriano si prodiga in analisi profonde, che solo la vecchiaia e la sofferenza sono in grado di generare, capaci di riflettere sul senso della vita, sulle delusioni, sulla caducità delle proprie proiezioni, sulla felicità svanita, su uno stato di malattia che riduce anche un imperatore alle dipendenze di altri. Ottima e meticolosa la ricostruzione storica e d’ambiente (a parte qualche svisata moderna come l’utilizzo del moderno termine “laico”), interessanti le numerose digressioni che trattano di filosofia, di religione o di qualunque altro argomento (l’insonnia, per esempio). Detto questo, e non volendo affatto sminuire il lavoro della Yourcenar (che ha fatto confluire nel romanzo, forma moderna per eccellenza, vari generi e un’ispirazione magmatica), devo però ammettere di aver avuto qualche problema nella lettura, e di aver provato una certa noia.

Donatien Alphonse François de Sade - Justine

Devo ammettere che questo è forse l’unico libro davvero degno di nota del celeberrimo marchese De Sade, l’unico in cui l’autore mantiene un certo livello di decenza stilistica e non si è ancora lasciato andare alle sue ossessioni pornografiche… Protagonista della vicenda, la Justine del titolo, una fanciulla virtuosa che si imbatte, di disgrazia in disgrazia, in ogni specie di individui degenerati e perversi (libertini, finanzieri e ladri, profittatori e falsari, medici e criminali, nobili e religiosi), i quali non solo la rendono giocattolo di ogni loro scelleratezza, ma cercano addirittura di persuaderla, con argomenti filosofici, dell’inutilità della virtù. La virtù di Justine non cede mai, anzi, resiste intrepida e causa tutte le sue disavventure, in una spirale senza fine. Ogni volta che essa reagisce con la virtù a una situazione avversa o a una proposta di furto o delitto, le capita una sventura maggiore e viene continuamente seviziata e stuprata (anche da chi lei ha aiutato). È la stessa Justine a raccontare la sua storia alla sorella Juliette (le due sono state separate dopo il fallimento della loro famiglia), che invece si è lasciata andare al vizio sin da giovincella e per questo ha trionfato nella vita, passando di vizio in vizio e di omicidio in omicidio, fino al punto di divenire contessa di Lorsange. L’intero romanzo è pervaso da un cinismo grottesco e ghignante volto a sovvertire il canone classico secondo cui alla fine il bene e la virtù trionfano sempre sul male e sul vizio. Più debole la seconda parte, più orientata a denigrare le abitudini di vita dei religiosi secondando la nota e arcidiffusa polemica anticlericale di parte libertina, con l’insistita (ed esibita) descrizione delle orge dei monaci del convento di Sainte-Marie, dediti ovviamente a pratiche contro natura nei confronti di giovani adepte e recluse (l’unica cosa interessante è che Justine, vedendo protratta la sua permanenza nel convento, diventa “decana” ed esperta di questi turpi vizi). Agghiacciante il finale, in cui la povera Justine, ormai al riparo da ogni pericolo proveniente dagli uomini, viene incenerita da un fulmine, quasi come se fosse la provvidenza a pareggiare i conti.

giovedì 20 marzo 2008

James Lloyd Carr - Come gli S.S. Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra

Forse non tutti sanno che la F.A. Cup, o meglio, la Coppa d’Inghilterra, è il trofeo calcistico più antico del mondo, e che a essa partecipano tutte le squadre affiliate alla federazione, anche quelle dilettantistiche. Questo libro, scritto negli anni Settanta (ma edito in Italia solo ora) da un ex ufficiale della RAF, è l’immaginaria storia, redatta dal segretario tuttofare del fan club e scandita delle cronache pubblicate sul giornale locale, di come gli Steeple Sinderby Wanderers, una squadretta di dilettanti (nel senso di «molto professionali, molto poco pagati», come dice lo Yorkshire Evening Post) di un piccolo villaggio dell’entroterra inglese che riesce, partita dopo partita, ad aggiudicarsi, appunto, la Coppa d’Inghilterra (ne fanno le spese squadroni del calibro di Leeds, Manchester United e Aston Villa). Protagonisti di questa incredibile vicenda, un insieme di uomini particolari: Mr. Kossuth, un professore profugo dall’Ungheria che, avendo fatto uno studio scientifico del calcio, è convinto di aver trovato i “sette postulati” indispensabili per il successo; Alexander Slingsby, esperto capitano che deve badare alla sorella paraplegica per colpa di un incidente; Mr. Fangfoss, magnate locale e politico conservatore, presidente della squadra come di tutte le associazioni della zona, bigamo e in possesso di un odio viscerale per tutti gli aspetti della vita moderna; Sid Swift, la Meteora, ex giocatore dell’Aston Villa scomparso dai campi per colpa di un’improvvisa depressione, ora rinvigorito dalla predicazione apocalittica della sorella del reverendo del paesino che riesce a farlo uscire dal suo stato catalettico. Intorno a loro, un’intera comunità che si mobilita in una gara di solidarietà che dal campo si proietta nella vita di tutti i giorni (a partire da un gruppo di terribili donne urlanti e sferruzzanti), come nel caso delle campane fatte suonare per la prima volta dopo il giubileo della regina Vittoria. La cosa meravigliosa è che, improvvisamente, questo piccolo paese sconosciuto viene dotata di tutti i comfort che prima non conosceva, oltre che il nuovo oggetto di studio delle televisioni e meta di pellegrinaggio. La finale, poi, che mette di fronte i Wanderers contro i Rangers di Glasgow, in una coppa che per la prima volta si è allargata anche alle squadre scozzesi (cosa inventata), assume poi i connotati di uno scontro epico che si trascina fin in parlamento. Una favola, certo, ma ben lontana da tutti gli stereotipi del genere sportivo: piuttosto, una vicenda ambientata nell’Inghilterra rurale, e permeata di abitudini e di un humour tipicamente british, piena di episodi spassosi come la scelta del campo da gioco su un terreno in pendenza con un albero nel mezzo, o la necessità di disputare due partite lo stesso sabato. Notevole la ricostruzione degli articoli dei giornali locali che, nell’enfasi poetica del racconto di incontri di infima categoria, parlano dei giocatori ricordando che sono i testimoni di nozze di un matrimonio locale di cui si parla in un’altra pagina del giornale. Ma è straordinaria la descrizione delle rivalità tra villaggi e del pubblico campestre alle partite, come quella del distinto signore che, privato del cappello da un tifoso facinoroso, gli tira un manrovescio che lo fa volare due file più in là trascinando con sé altri tre spettatori, i quali, secondo il tipico atteggiamento inglese, riprendono i loro posti senza lamentarsi. Memorabile l’intervista televisiva in cui Mr. Fangfoss, il presidente, si scatena in una performance antimodernista e forcaiola (che finisce per essere citata addirittura dal giornale sovietico “Pravda” come prova dellatteggiamento reazionario dell’establishment occidentale). Un romanzo capace di riflettere sul senso di appartenenza e su una stagione della vita che non torna più, e che suona anche come duro atto d’accusa contro il calcio business dei nostri giorni e contro un mondo globale che sta cancellando le piccole realtà di provincia. Un plauso alla Fazi che ce lo ha fatto conoscere: peccato solo per la copertina, che nonostante ritragga una meravigliosa squadra britannica del tempo che fu, ignora il particolare più importante, ovvero la gloriosa maglia color giallo ranuncolo degli Steeple Sinderby Wanderers.

martedì 18 marzo 2008

Alexandre Dumas - Il Conte di Montecristo

Considero Il Conte di Montecristo uno dei più grandi romanzi della civiltà occidentale. L’ho letto per la terza volta e l’ho amato visceralmente come la prima volta, se non di più, grazie alla genialità profusa nelle sue pagine, il titanismo del suo protagonista, la complessità dei temi trattati, l’acutezza di osservazione delle miserie umane, la fenomenale capacità di intreccio unitamente a una irripetibilecapacità di narrazione. Un capolavoro capace di regalare pura estasi letteria, che nessuno dovrebbe permettersi di ignorare, ma che purtroppo è stato ripetutamente maltrattato e svilito dalle innumerevoli versioni cinematografiche che da esso hanno attinto e che ne hanno tradito lo spirito se non il messaggio (terribile l’ultima versione con Jim Caviziel nella quale il conte, alla fine, si compra il castello d’If per farne mausoleo contro la violazione dei diritti umani!). La storia è arcinota, ma geniale. Nel 1815, a Marsiglia, nel giorno delle nozze con la fidanzata Mercedes, il giovane ufficiale di marina Edmond Dantès viene ingiustamente arrestato come emissario bonapartista. Il complotto ai suoi danni è stato ordito, mediante una lettera anonima, da due conoscenti, Fernando Mondego, suo rivale in amore, e Jean Danglars, che gli invidia la promozione a capitano. Il giovane e ambizioso magistrato Villefort intuisce l’innocenza di Dantès, ma per un suo tornaconto personale (il destinatario della lettera portata da Dantès dall’Isola d’Elba è suo padre) lo condanna alla prigione, nel castello d’If. Nel castello d’If, Dantès passa il tempo in completa solitudine, sino a quando conosce l’abate Faria, memorabile creazione letteraria di vecchio prigioniero che, scavando un tunnel nel tentativo di evadere, capita per errore di calcolo nella cella del giovane. Uomo colto, l’abate funge da secondo padre per Dantès, e lo istruisce in varie materie, dalla filosofia alla matematica, dalla storia alle lingue straniere. In punto di morte, rivela all’amico il luogo in cui è nascosto un favoloso tesoro: l’isola di Montecristo, nell’arcipelago di fronte alla Toscana. Quando Faria muore, Dantès si sostituisce al corpo del vecchio nel sacco che i carcerieri buttano in mare; una volta libero, viene salvato da alcuni contrabbandieri di una nave genovese. Giunto a Montecristo, che essendo deserta pone i banditi al riparo da soldati e doganieri, Dantès segue le indicazioni di Faria, raggiunge la caverna e trova il favoloso tesoro. Impadronitosi di esso, egli si trasforma nel conte di Montecristo e incomincia a pensare alla vendetta. Torna dunque a Marsiglia per scoprire come sono andati realmente i fatti: è un abile trasformista e, grazie ad alcuni travestimenti (si presenta, infatti, come abate Busoni e lord Wildmore), ottiene preziose informazioni da Caderousse, l’ex vicino di casa, che ha partecipato, ubriaco, per invidia alla congiura contro di lui ma che per viltà ha taciuto, e ora è proprietario di una locanda di infimo ordine. Presentandosi come abate Busoni, rivela a Caderousse gli ultimi desideri di Dantès e scopre i dettagli della congiura organizzata da Fernand e Danglars. I due hanno fatto fortuna: il primo è diventato conte di Morcerf, ha sposato Mercedes e ha un figlio, Albert; Danglars è barone, ed è il più ricco banchiere di Francia. Anche Villefort ha fatto carriera ora è procuratore del re. Dantès viene a conoscenza anche della scomparsa del padre, morto in povertà e per il dolore accusato dalla tragica vicenda del figlio, e decide dunque di sostuirsi a Dio e alla Provvidenza. Lo ritroviamo a Roma, potente, ricco, introdotto in società, ma in rapporti misteriosi con banditi e tagliaborse. Egli è ora una persona diversa, è ricchissimo e vive nel lusso, ed è cambiato non solo fisicamente: da giovane idealista ingenuo, si è trasformato in un uomo maturo, cinico, spietato e calcolatore, ossessionato dal pensiero della vendetta e paziente nell’attesa del momento di fare giustizia. Per introdursi nella vita di Fernand, divenuto Pari di Francia, utilizza uno stratagemma: fa rapire suo figlio Albert, mentre è a Roma in occasione del carnevale; poi finge di essere il suo liberatore, così da conquistarne la fiducia. È infatti a Parigi che inizia il gioco delle vendette. Opera dunque in modo che uno scandalo distrugga la vita al conte di Morcerf, facendo divulgare, attraverso un articolo di giornale, una storia accaduta quindici anni prima, quando Fernand ha ignobilmente tradito il pascià di Janina, vendendolo ai turchi, per impossessarsi delle sue ricchezze. Morcerf è certo che non esistano prove a riguardo ma, con un colpo di scena, si fa avanti Haydée, la figlia del pascià, una bambina all’epoca dei fatti, e ora una splendida donna che da tempo compare al fianco di Montecristo come sua schiava (in realtà è stato Fernand a venderla come schiava). Radiato dal senato e messo alla berlina di fronte alla pubblica opinione, abbandonato anche dalla moglie e dal figlio, Fernand si suicida con un colpo di pistola. Per quanto riguarda Danglars, il conte lo colpisce nel punto debole, l’avarizia, e in ciò che gli sta più a cuore, il denaro. Prima fa in m odo che i suoi titoli in borsa abbiano un crollo improvviso, poi lo fa rapire, per fargli sborsare tutto ciò che possiede. Ma è altrettanto geniale il piano per far passare il figlio naturale di Villefort, Benedetto, come conte Cavalcanti, e farlo fidanzare con la figlia di Danglars. Quanto a Villefort, Montecristo porta alla luce il marcio dei suoi rapporti familiari. Sua moglie, infatti, sta avvelenando tutti i membri della famiglia per consegnare tutta l’eredità a suo figlio. Il conte aiuta Valentine, la figlia di Villefort, salvandola ma fingendo sia morta (e facendolo credere anche al suo innamorato Morrel, figlio del vecchio armatore di Dantès): Villefort obbligherà la moglie a suicidarsi, ma lei porterà con sé anche il figlioletto. Così, davanti a sé, Montecristo vede l’aguzzino di un tempo trasformato in una persona rovinata e impazzita per il dolore, e si accorge con rimorso che la sua vendetta si è spinta troppo oltre, ricadendo anche sugli innocenti. Placato e desideroso di perdono, decide di partire, insieme ad Haydée, verso una nuova vita. Non prima di aver però permesso a Morrel di ricongiungersi all’amata: non cede ai suoi propositi di morte, si fa promettere di rinviare il suicidio per qualche tempo, tenendolo nella disperazione per lunghe settimane, e prolungando i suoi dolori sino ala fin troppo attesa restituzione dell’amata nella fantastica grotta di Montecristo. È un procedimento sadico: Dantès non è tanto crudele verso gli avversari, che tuttavia perseguita con ferocia da segugio, quanto, inconsciamente, verso gli amici e, in genere, coloro che vorrebbe proteggere, che egli fa torturare e soffrire a lungo prima di correre in loro aiuto, rifondendoli delle prove sofferte. Anche verso l’ex fidanzata Mercedes, ormai sposata al suo rivale, c’è tutto un sottile veleno di amore e odio, di ben dosata persecuzione morale. Quando Mercedes lo riconosce, gli si prostra ai piedi e lo supplica affermando che il suo amore per lui non è mai finito e che è stata costretta a sposare Fernand per sfuggire all’indigenza e alla solitudine, Dantès le resiste, e considera l’ex fidanzata come una cosa irrimediabilmente persa, appartenente a un’altra vita (e per questo sono ridicole le versioni cinematografiche o televisive che fanno terminare la vicenda con i due di nuovo felicemente riuniti). Allo stesso modo, Montecristo si comporta col suo vecchio armatore, Morrel padre, che pure lo aveva aiutato e che era finito in disgrazia politica proprio per quel suo tenace interessarsi di un presunto agente bonapartista, e che Montecristo stesso salva sull’orlo del tracollo fianziario: in questo caso, Dantès potrebbe dargli subito del denaro attraverso una sua finta banca e invece gli fa credere che sia un prestito che dovrà restituire. Alla scadenza, il vecchio Morrel sta quasi per suicidarsi, e soltanto all’ultimo momento la figlia, ben rifornita di denaro da Montecristo (che gli ricostruisce anche la nave), lo salva e lo restituisce finalmente alla famiglia in lacrime. Da non sottovalutare, infine, la descrizione della città di Roma: Dumas è riuscito a regalarci pagine come nessun italiano è riuscito a fare.

domenica 16 marzo 2008

Matilde Asensi - L’ultimo Catone

Suor Ottavia Salina, massima autorità dell’Archivio Segreto del Vaticano in fatto di paleografia (e con un fratello frate francescano che è nientemeno che il Custode della Terra Santa), viene convocata urgentemente dalle più alte gerarchie pontificie che le affidano un compito di estrema segretezza, da cui dipende, come al solito, la salvezza della Chiesa. Naturalmente la zelante suora è l’unica persona al mondo in grado di decifrare uno strano tatuaggio – sette croci e sette lettere in greco antico che formano la parola stauros, cioè croce – inciso sul cadavere di un etiope ritrovato sui monti della Grecia. Come se non bastasse, accanto al corpo sono stati rinvenuti tre pezzetti di legno che probabilmente sono schegge della croce di Cristo (!). Affiancata dall’inflessibile Guardia Svizzera Kaspar Glauser-Röist, sgherro pronto a tutto pur di insabbiare gli scandali del Vaticano, e dall’archeologo copto Farag Boswell, la nostra paleografa finisce per indagare su una setta tanto misteriosa quanto dimenticata: gli Staurophylakes, ovvero i guardiani della Vera Croce (di cui il fantomatico Catone del titolo è il capo), incaricati nel IV secolo di vegliare sul Sacro Legno e ora fermamente intenzionati a trafugarne tutti i frammenti dalle principali chiese del mondo. Se l’idea può a questo punto essere anche divertente, lo svolgimento si fa però sempre più assurdo, e i riferimenti danteschi risultano incomprensibili, la trama si fa sempre più fantascientifica. Una sorta di caccia al tesoro delirante, saccente e strampalata, che attraversa sette città della tradizione cristiana (Roma, Ravenna, Gerusalemme, Atene, Costantinopoli, Alessandria e Antiochia) che dovrebbero rappresentare ognuna sette peccati capitali da cui purificarsi. Ecco a questo punto il colpo di genio: inserendosi nel filone oggi tanto in voga del Codice da Vinci, la Asensi ci prova con l’interpretazione esoterica della Divina Commedia, e fa del Purgatorio la chiave per superare tutte le prove che i protagonisti devono affrontare. Come Dante, a ogni prova superata, si vede eliminare dalla fronte una P, i nostri eroi si ritrovano abbelliti nel corpo da un nuovo simbolo e purgati dai peccati attraverso un cammino di purificazione alchemica. Il problema è che simili teorie possono risultare affascinanti per neofiti e sprovveduti ma sono, in realtà, vecchie come il cucco (l’idea che Dante facesse parte della setta dei Fedeli d’Amore era già di Evola), e le prove da superare ricordano molto le avventure grafiche del tipo di Monkey Island e Broken Sword: i cunicoli e le classiche catacombe (chi ormai non va nelle segrete più segrete, e che tanto segrete non sono?), rebus degni della Settimana Enigmistica, sensi di soffocamento, morti evitate chissà quante volte per un soffio. Manca anche l’inventiva, perché, nonostante il ritrovamento della romba dell’imperatore Costantino (!), il meccanismo è sempre lo stesso: a ogni prova, i nostri si ritrovano in tasca un biglietto con un indizio sulla prossima prova. Così, nella noia più totale, si giunge a un finale scadentissimo e decisamente hippy con il terzetto che raggiunge la valle felice dove i guardiani della croce hanno trovato il modo di diventare sapientissimi e intelligentissimi, oltre che di vivere per sempre contenti. La nostra Ottavia impara a guardare il mondo con occhi diversi e, non più suora e ormai libera dai voti, scopre quanto è bello l’amore carnale (può forse mancare l’immancabile storia d’amore con l’archeologo che gronda fascino da tutti i pori?). Troppa grazia. Come tutti i thriller religiosi che si rispettino, il romanzo contiene la solita dose di rivelazioni sorprendenti, in grado di cambiare la storia del mondo, e naturalmente rivelate con la stessa profondità che si usa scartando un cioccolatino; ma anche la solita concezione moralistica della Chiesa e una religiosità preconciliare, con la denuncia della condotta di vita di vescovi che predicano bene e razzolano male (del tutto inverosimile il capitano Glauser-Röist che cambia bandiera in quanto schifato dalle trame del Vaticano). Non paga, l’autrice si avventura in valutazioni pseudo sociologiche (e molto stereotipate) sulla mafia, e alla fine, giusto per completare l’opera, fa scoprire alla sua protagonista che suo padre, morto tragicamente in un incidente insieme a uno dei fratelli, era un mafioso e che la mandante è nientemeno che la madre, donna piissima e religiosissima. Esasperante la lunghezza dei capitoli (solo sette su un totale di 479 pagine), e decisamente risibile la rivelazione segreta che gli Staurophylakes commissionarono a Dante la Commedia per celare i misteri per accedere alla Vera Croce e permetterne l’accesso solo agli illuminati. In definitiva, un libro da evitare come la peste!

domenica 2 marzo 2008

John Grisham - Il professionista

Rick Dockery, ex promessa del football americano, è un quarterback fallito che ha appena fatto perdere alla sua squadra la possibilità di giocare il Superbowl grazie a tre passaggi sbagliati in pochi minuti. Con tre commozioni cerebrali, ma soprattutto tutti i media che definiscono la sua recente prestazione come la peggiore nella storia del football professionistico, viene evitato da qualsiasi squadra ed è costretto ad emigrare in Italia, nei Panthers di Parma (senza che lui sappia nemmeno dove sia). Naturalmente, Rick viene accolto come un fenomeno, ha qualche perplessità e si presenta ubriaco in partita, ma poi scopre il vero amore e mette la testa a posto, guidando la sua squadra alla vittoria del campionato. Come può un acclamato autore di legal trhiller ridursi a scrivere un insulso romanzetto sportivo di formazione? È davvero difficile rispondere a questa domanda, specie se l’autore in questione è John Grisham, che ha dalla sua una dose infinita di bestseller internazionali da cui sono stati tratti numerosi film di successo (uno per tutti, “Rainmaker – L’uomo della pioggia” di Francis Ford Coppola). La vicenda è piatta e unidimensionale, la personalità del protagonista viene ridotta a zero e tutto si riduce alla solita parabola educativa sui valori veri dello sport che sono stati inquinati da anni di professionismo ad alti livelli. Dockery impara cosa significa spirito di squadra, sbattersi per un’ideale che non sia il conto in banca o una notte con una cheerleader, e capisce che la felicità può venire anche dal giocare per una semplice pizza al ristorante coi compagni (da cui il terrificante titolo originale “Playing for pizza”). Addirittura, rigenerato nello spirito, arriva a rifiutare una prestigiosa offerta dei Saskatchewan Roughriders, della lega canadese, pur di concludere la stagione con i Tigers e regalare il successo ai compagni. Grisham si limita a descrivere l’Italia secondo stereotipi ben diffusi (ragazze serie, uomini mammoni che si sposano solo dopo i trent’anni, gente che passa la giornata a bere e a leggere i giornali nei bar della piazza): una serie di cartoline turistiche (tra cui l’immancabile Venezia) che fotografano un Paese che è la solita grande provincia felice e placida, in cui tutti amano cucinare e andare all’opera. Con due meriti: riuscire a rendere l’idea di quanto sia complicato il football americano, forse lo sport più difficile al mondo, e dare dignità a un movimento come quello italiano che, pur affogando nel semiprofessionismo, proprio grazie a Grisham ha avuto la sua meritata dose di notorietà. Per la cronaca, i Panthers, come tutte le altre squadre nominate nel libro, esistono sul serio, e il loro stemma è quello riportato sulla copertina dell’edizione italiana.