lunedì 31 marzo 2008

Alessandro Barbero - Federico il Grande

Nonostante la Rai (nel senso di televisione) abbia ormai definitivamente abdicato dal suo ruolo, per fortuna c’è ancora la radio che si ricorda di fare servizio pubblico come si deve: ecco quindi i cicli di Radio2, dedicati a personaggi, eventi o temi particolari, affidati a degli specialisti che in seguito si vedono pubblicato il loro contributo anche su carta. È il caso di Alessandro Barbero, che ha tenuto un ciclo su Federico il Grande di Prussia, analizzando la sua vita con taglio biografico ma accessibile a tutti: la sua giovinezza contraddistinta dai conflitti col terribile padre Federico Guglielmo I (il “re sergente”), il suo tentativo di fuga insieme a un amico alla cui decapitazione sarà costretto ad assistere, la sua politica spregiudicatamente militarista una volta divenuto re, le sue imprese che ne forgiarono la figura mitica. Barbero è costretto a perdere molto tempo nel cercare di spiegare cos’è la Prussia (mi rendo conto che non è così facile e che non tutti hanno fatto, come me, un esame di storia contemporanea), come essa era inserita nel contesto dell’impero asburgico, il perché del conflitto di Federico con Maria Teresa d’Austria (a cui soffiò la Slesia e non la cedette mai). Ne emerge il ritratto di un uomo geniale, appassionato della filosofia illuminista e della musica (fu amico di Voltaire, oltre che autore di poesie e sonate lui stesso), oltre che contraddistinto da una fibra incredibile (beveva trenta caffé al giorno allungati con lo champagne, ed era capace di mangiare per pranzo, ancora un mese prima di morire, vecchio e ormai fermo a letto, zuppa alle spezie, bue al cognac, pasticcio di anguilla e formaggio all’aglio!); ma anche umanamente impossibile, trasandato, rigido, misogino, egocentrico, sprezzante, megalomane, soggetto a depressioni. Tipico esempio di despota illuminato (era l’epoca degli assolutismi), fu a capo di uno stato piccolo che riuscì a trasformare in una potenza invincibile, rivoluzionando il modo di fare guerra e vincendo battaglie su battaglie (ne perse solo due in tutta la sua vita). Fu lui a inaugurare un cinismo aggressivo, strumento della volontà di potenza, a causare la guerra di Successione Austriaca e, in seguito, la Guerra dei Sette Anni (che molti storici considerano la prima vera guerra mondiale), e a gettare le basi per i problemi che l’Europa in seguito si sarebbe trovata ad affrontare, consegnando indirettamente una pesante eredità allo stesso nazismo (che ne riutilizzò il mito). Molti sono i punti curiosi: Federico viene normalmente ricordato per le sue imprese belliche, ma esse si collocano curiosamente tutte nella prima metà del suo regno. Inoltre, nonostante sia divenuto l’eroe di un popolo intero, mito di una nuova Germania, egli in realtà disprezzava tutto ciò che c’era di tedesco, al punto da dire che il francese lui lo parlava solo coi suoi cani e che i drammi di Shalkespeare erano così osceni da andare bene, semmai, per i pellerossa d’America. Un libro molto interessante, dunque, che magari mette in secondo piano l’aspetto militare, ma che privilegia la scorrevolezza (e non potrebbe essere altrimenti, vista la sua origine radiofonica!), il tentativo di rendere accessibile la figura di questo grande sovrano e di spiegare la sua epoca, i problemi di un mondo che oggi facciamo fatica a ricordare e soprattutto a capire.

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