martedì 18 marzo 2008

Alexandre Dumas - Il Conte di Montecristo

Considero Il Conte di Montecristo uno dei più grandi romanzi della civiltà occidentale. L’ho letto per la terza volta e l’ho amato visceralmente come la prima volta, se non di più, grazie alla genialità profusa nelle sue pagine, il titanismo del suo protagonista, la complessità dei temi trattati, l’acutezza di osservazione delle miserie umane, la fenomenale capacità di intreccio unitamente a una irripetibilecapacità di narrazione. Un capolavoro capace di regalare pura estasi letteria, che nessuno dovrebbe permettersi di ignorare, ma che purtroppo è stato ripetutamente maltrattato e svilito dalle innumerevoli versioni cinematografiche che da esso hanno attinto e che ne hanno tradito lo spirito se non il messaggio (terribile l’ultima versione con Jim Caviziel nella quale il conte, alla fine, si compra il castello d’If per farne mausoleo contro la violazione dei diritti umani!). La storia è arcinota, ma geniale. Nel 1815, a Marsiglia, nel giorno delle nozze con la fidanzata Mercedes, il giovane ufficiale di marina Edmond Dantès viene ingiustamente arrestato come emissario bonapartista. Il complotto ai suoi danni è stato ordito, mediante una lettera anonima, da due conoscenti, Fernando Mondego, suo rivale in amore, e Jean Danglars,, che gli invidia la promozione a capitano. Il giovane e ambizioso magistrato Villefort intuisce l’innocenza di Dantès, ma per un suo tornaconto personale (il destinatario della lettera portata da Dantès dall’Isola d’Elba è suo padre) lo condanna alla prigione, nel castello d’If. Nel castello d’If, Dantès passa il tempo in completa solitudine, sino a quando conosce l’abate Faria, memorabile creazione letteraria di vecchio prigioniero che, scavando un tunnel nel tentativo di evadere, capita per errore di calcolo nella cella del giovane. Uomo colto, l’abate funge da secondo padre per Dantès, e lo istruisce in varie materie, dalla filosofia alla matematica, dalla storia alle lingue straniere. In punto di morte, rivela all’amico il luogo in cui è nascosto un favoloso tesoro: l’isola di Montecristo, nell’arcipelago di fronte alla Toscana. Quando Faria muore, Dantès si sostituisce al corpo del vecchio nel sacco che i carcerieri buttano in mare; una volta libero, viene salvato da alcuni contrabbandieri di una nave genovese. Giunto a Montecristo, che essendo deserta pone i banditi al riparo da soldati e doganieri, Dantès segue le indicazioni di Faria, raggiunge la caverna e trova il favoloso tesoro. Impadronitosi di esso, egli si trasforma nel conte di Montecristo e incomincia a pensare alla vendetta. Torna dunque a Marsiglia per scoprire come sono andati realmente i fatti: è un abile trasformista e, grazie ad alcuni travestimenti (si presenta, infatti, come abate Busoni e lord Wildmore), ottiene preziose informazioni da Caderousse, l’ex vicino di casa, che ha partecipato, ubriaco, per invidia alla congiura contro di lui ma che per viltà ha taciuto, e ora è proprietario di una locanda di infimo ordine. Presentandosi come abate Busoni, rivela a Caderousse gli ultimi desideri di Dantès e scopre i dettagli della congiura organizzata da Fernand e Danglars. I due hanno fatto fortuna: il primo è diventato conte di Morcerf, ha sposato Mercedes e ha un figlio, Albert; Danglars è barone, ed è il più ricco banchiere di Francia. Anche Villefort ha fatto carriera ora è procuratore del re. Dantès viene a conoscenza anche della scomparsa del padre, morto in povertà e per il dolore accusato dalla tragica vicenda del figlio, e decide dunque di sostuirsi a Dio e alla Provvidenza. Lo ritroviamo a Roma, potente, ricco, introdotto in società, ma in rapporti misteriosi con banditi e tagliaborse. Egli è ora una persona diversa, è ricchissimo e vive nel lusso, ed è cambiato non solo fisicamente: da giovane idealista ingenuo, si è trasformato in un uomo maturo, cinico, spietato e calcolatore, ossessionato dal pensiero della vendetta e paziente nell’attesa del momento di fare giustizia. Per introdursi nella vita di Fernand, divenuto Pari di Francia, utilizza uno stratagemma: fa rapire suo figlio Albert, mentre è a Roma in occasione del carnevale; poi finge di essere il suo liberatore, così da conquistarne la fiducia. È infatti a Parigi che inizia il gioco delle vendette. Opera dunque in modo che uno scandalo distrugga la vita al conte di Morcerf, facendo divulgare, attraverso un articolo di giornale, una storia accaduta quindici anni prima, quando Fernand ha ignobilmente tradito il pascià di Janina, vendendolo ai turchi, per impossessarsi delle sue ricchezze. Morcerf è certo che non esistano prove a riguardo ma, con un colpo di scena, si fa avanti Haydée, la figlia del pascià, una bambina all’epoca dei fatti, e ora una splendida donna che da tempo compare al fianco di Montecristo come sua schiava (in realtà è stato Fernand a venderla come schiava). Radiato dal senato e messo alla berlina di fronte alla pubblica opinione, abbandonato anche dalla moglie e dal figlio, Fernand si suicida con un colpo di pistola. Per quanto riguarda Danglars, il conte lo colpisce nel punto debole, l’avarizia, e in ciò che gli sta più a cuore, il denaro. Prima fa in m odo che i suoi titoli in borsa abbiano un crollo improvviso, poi lo fa rapire, per fargli sborsare tutto ciò che possiede. Ma è altrettanto geniale il piano per far passare il figlio naturale di Villefort, Benedetto, come conte Cavalcanti, e farlo fidanzare con la figlia di Danglars. Quanto a Villefort, Montecristo porta alla luce il marcio dei suoi rapporti familiari. Sua moglie, infatti, sta avvelenando tutti i membri della famiglia per consegnare tutta l’eredità a suo figlio. Il conte aiuta Valentine, la figlia di Villefort, salvandola ma fingendo sia morta (e facendolo credere anche al suo innamorato Morrel, figlio del vecchio armatore di Dantès): Villefort obbligherà la moglie a suicidarsi, ma lei porterà con sé anche il figlioletto. Così, davanti a sé, Montecristo vede l’aguzzino di un tempo trasformato in una persona rovinata e impazzita per il dolore, e si accorge con rimorso che la sua vendetta si è spinta troppo oltre, ricadendo anche sugli innocenti. Placato e desideroso di perdono, decide di partire, insieme ad Haydée, verso una nuova vita. Non prima di aver però permesso a Morrel di ricongiungersi all’amata: non cede ai suoi propositi di morte, si fa promettere di rinviare il suicidio per qualche tempo, tenendolo nella disperazione per lunghe settimane, e prolungando i suoi dolori sino ala fin troppo attesa restituzione dell’amata nella fantastica grotta di Montecristo. È un procedimento sadico: Dantès non è tanto crudele verso gli avversari, che tuttavia perseguita con ferocia da segugio, quanto, inconsciamente, verso gli amici e, in genere, coloro che vorrebbe proteggere, che egli fa torturare e soffrire a lungo prima di correre in loro aiuto, rifondendoli delle prove sofferte. Anche verso l’ex fidanzata Mercedes, ormai sposata al suo rivale, c’è tutto un sottile veleno di amore e odio, di ben dosata persecuzione morale. Quando Mercedes lo riconosce, gli si prostra ai piedi e lo supplica affermando che il suo amore per lui non è mai finito e che è stata costretta a sposare Fernand per sfuggire all’indigenza e alla solitudine, Dantès le resiste, e considera l’ex fidanzata come una cosa irrimediabilmente persa, appartenente a un’altra vita (e per questo sono ridicole le versioni cinematografiche o televisive che fanno terminare la vicenda con i due di nuovo felicemente riuniti). Allo stesso modo, Montecristo si comporta col suo vecchio armatore, Morrel padre, che pure lo aveva aiutato e che era finito in disgrazia politica proprio per quel suo tenace interessarsi di un presunto agente bonapartista, e che Montecristo stesso salva sull’orlo del tracollo fianziario: in questo caso, Dantès potrebbe dargli subito del denaro attraverso una sua finta banca e invece gli fa credere che sia un prestito che dovrà restituire. Alla scadenza, il vecchio Morrel sta quasi per suicidarsi, e soltanto all’ultimo momento la figlia, ben rifornita di denaro da Montecristo (che gli ricostruisce anche la nave), lo salva e lo restituisce finalmente alla famiglia in lacrime. Da non sottovalutare, infine, la descrizione della città di Roma: Dumas è riuscito a regalarci pagine come nessun italiano è riuscito a fare.

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