lunedì 28 aprile 2008

Sophie Kinsella - I love shopping

Rebecca (Becky) Bloomwood è una giornalista finanziaria che da consigli su risparmio e investimenti sicuri, anche se è totalmente negata per il suo lavoro. Ha una irrefrenabile passione: le shopping (infatti il titolo originale è “Confessioni di una shopping-dipendente”). Per lei quest’attività è una specie di malattia, che la spinge a comprare abiti, accessori, cosmetici, ma anche dolci, biancheria e articoli per la casa assolutamente inutili. Ogni volta lei trova la grande occasione, l’oggetto irresistibile di cui non può fare assolutamente a meno, tanto da aver spesso problemi finanziari con le varie banche che le fanno credito. Tutto il libro è attraversato da tutte le lettere che Becky riceve dalle varie banche e che puntualmente ignora, gettandole da qualche parte con la speranza di poter dire di non averle mai ricevute. Naturalmente, quando cominciano i problemi, la nostra ha delle grandi pensate: vincere la lotteria (naturalmente non ci riesce), sposare un miliardario (ma è impossibile accettare fino in fondo le attenzioni del ricchissimo cugino di un’amica), avere un secondo lavoro. Ecco quindi che Becky tenta di lavorare il sabato in un negozio di abbigliamento, per avere più soldi e, al contempo, sconti sui vestiti, ma il risultato è terribile: già il primo giorno cerca di impedire che una cliente compri un paio di pantaloni zebrati che vuole lei, e viene per questo licenziata. Anche peggio va col secondo tentativo, quando cerca di fare la consulente finanziaria e si inventa di parlare correntemente il finlandese, ritrovandosi a dover parlare con un vero finlandese (il quale poi continua, per il resto del libro, a mandarle lettere in finlandese!). Alla fine, la svogliatissima Becky, che pensa solo a come risolvere i suoi problemi economici e a potersi dedicare allo shopping, prende a cuore il caso di due vicini di casa dei genitori, truffati dalla loro compagnia di assicurazione, andando anche contro gli interessi dell’uomo con cui ha una specie di attrazione vicendevole: scrive un pezzo, ha un enorme successo e finisce perfino in televisione, dove scopre una nuova carriera in grado di valorizzare le sue attitudini. Scontato il lieto fine con la scoperta del vero amore, anche se traspare la volontà dell’autrice di ritrarre una donna determinata, che si sottovaluta e invece mostra di valere qualcosa, a sé stessa oltre che agli altri. Romanzo ironico e divertente che si legge in un lampo, pieno di situazioni ridicole, molto attento alle manie femminili e, credo, apprezzabile molto più dalle donne che dagli uomini. Ma devo dire di aver molto apprezzato, per esperienza personale, la protagonista che fa il suo lavoro giornalistico in modo abulico e svogliato, passando il tempo (anche durante le conferenze stampa!) a pensare a ciò che più le piace. Così come non ci si può non riconoscere in lei che continua a comprare capi di abbigliamento o assolute stupidaggini per accumulare punti sulle tessere fedeltà per clienti. Alzi la mano chi non lo fa!

mercoledì 23 aprile 2008

Sophie Kinsella - Ti ricordi di me?

Cosa succederebbe se ci svegliassimo e scoprissimo magicamente che la nostra vita è perfetta? A questa situazione cerca di rispondere l’ultimo romanzo di Sophie Kinsella, la regina del chick lit, genere rivolto prevalentemente a un pubblico di donne giovani, single e in carriera. La sua protagonista, Lexi Smart, una bruttina con tanto di denti storti e chili di troppo, lavora in una ditta di pavimentazioni dove non riceve nemmeno le gratifiche, e ha appena ricevuto una buca dal suo ragazzo Dave lo Sfigato (nomen omen). Il giorno dopo c’è il funerale del padre, praticamente mai conosciuto, e Lexi decide quindi di uscire per sbronzarsi di cocktail alla banana e fare il karaoke con le amiche. Colmo della disgrazia, fuori dal locale piove e lei scivola, risvegliandosi in ospedale: scopre di essere bellissima, capo del suo reparto e sposata a un miliardario di nome Eric, bellissimo e premuroso. Il problema è che lei non ricorda niente di niente degli ultimi tre anni, ha un’amnesia dovuta a un incidente in macchina e non si capacità del perché di tutti quei cambiamenti. Lexi deve quindi ricominciare tutto da capo e ricostruire i tasselli mancanti, partendo, naturalmente dal rapporto con suo marito, che le appare un perfetto sconosciuto ma è gentile e pieno di premure tanto che le prepara addirittura un “manuale matrimoniale” perché possa ricostruire i fili della loro vita e della sua. Lexi scopre quindi di aver partecipato a un programma televisivo, di possedere un’auto fiammante, una personal trainer, una cuoca e un’addetta la guardaroba: tutto sembra un sogno, ma ben presto si accorge di essere diventata una gigantesca stronza al lavoro e di essersi per questo alienata le simpatie di tutte le sue amiche. Non solo, scopre anche di aver avuto un amante, un tenebroso architetto di nome John, e che in realtà suo marito non è poi così perfetto come sembra (anzi, è proprio soffocante e maniacale, e coltiva strane perversioni come usare fruste e farsi ricoprire di panna montata…). Anche la sua vita familiare cela qualche segreto: sua sorella è diventata una ladruncola disadattata, mentre sua madre, che si dedica esclusivamente ai suoi cani, le  nasconde qualcosa. Spaesata dalla vita in cui si ritrova a vivere e non riconoscendo sé stessa in questo nuovo personaggio, Lexi getta tutto al vento per portare avanti le sue convinzioni e per recuperare i veri valori e le vecchie amicizie. Ambientato a Londra e permeato dalle fantozziane peripezie della protagonista nella nuova casa in stile loft, unitamente a qualche spiegazione di psicologia spicciola (Lexi è diventata una donna bionica per fuggire a un trauma), “Ti ricordi di me?” è in definitiva un libro spiritoso e ben scritto, indicato per chi cerca una lettura non impegnativa, che scorre piacevolmente fino all’inevitabile happy ending. Puro intrattenimento di classe, con molta attenzione alla moda e alle griffe. Attenzione, però: alla fine resta ben poco.

Recensione pubblicata sul numero di settembre 2008 della rivista “Pianuraoggi”

lunedì 14 aprile 2008

Arthur Conan Doyle - Le avventure di Sherlock Holmes

La prima delle raccolte sul leggendario Sherlock Holmes, l’investigatore più famoso della storia, fedele a una vera e propria scienza dell’investigazione, basata sulla raccolta e l’interpretazione dei dati secondo una logica perfetta. Esempio classico di positivismo ottocentesco di cui la società vittoriana era impreganta, è comunque illuminante per offrire uno spaccato sociale dalle numerose sfaccettature, e che si apre tavolta a problemi quali l’emancipazione delle donne, il degrado delle aree urbane, il perbenismo delle classi altolocate. Caratteristica di tutte queste storie (perché di storie brevi si tratta) è il pochissimo sangue che scorre: niente violenza, niente cadaveri, ma solo mistero, enigmi e ragionamento. Ovviamente, tutti i resoconti sono scritti in prima persona da Watson, biografo di Holmes, dopo che lui si è sposato (con la protagonista del romanzo Il segno dei quattro) e nelle occasioni in cui egli è tornato a trovare l’ex coinquilino: a lui spetta la parte del confidente affezionato e perennemente attonito di fronte alle acutissime deduzioni del famoso collega. Una serie di piccoli capolavori, da gustare uno dopo l’altro. La prima avventura, Uno scandalo in Boemia, è molto simile alla Lettera Rubata di Edgar Allan Poe: il futuro re di Boemia teme che una fotografia che lo ritrae in compagnia della nota cantante Irene Adler (donna di dubbia e discutibile fama) possa essere da lei usata a scopo ricattatorio per impedire l’imminente matrimonio del sovrano. Dopo aver fallito diverse volte nei suoi intenti, questi si rivolge a Holmes, il quale tenta in ogni modo di impossessarsi della foto ma trova nella Adler un degno avversario molto difficile da battere, tanto da rimanere nella memoria dell’investigatore (che non ha un’altissima concezione del genere femminile) come “La donna” con la elle maiuscola e a suscitare in lui sentimenti di vicinanza spirituale. Memorabili i travestimenti di Holmes nelle vesti di un nullafacente ubriacone e poi in quelle di un anziano parroco, così come gli episodi dell’aggressione davanti alla casa della Adler e la “buonanotte” della donna davanti al 221 B di Baker Street. Il secondo racconto, La Lega dei Capelli Rossi, è ancor più straordinario: è l’esilarante storia di un uomo (proprietario di un banco dei pegni) che crede alla fandonia di un miliardario che ha lasciato tutta la sua fortuna ai membri di un’ipotetica Lega che vengono stipendiati a patto di passare il proprio tempo a ricopiare diligentemente l’Enciclopedia Britannica e di avere, naturalmente, i capelli di un bel rosso fiammante. Improvvisamente la Lega è chiusa e l’uomo si ritrova senza vitalizio, ma la cosa più incredibile è che non si è mai posto problemi a proposito della strampalata vicenda che lo ha visto involontario protagonista. Naturalmente, la storia si rivela il capo di un filo che porta Sherlock Holmes a sventare uno dei più grandi crimini del secolo, e mette in luce importanti dettagli sulla sua passione per il violino e sulla musica (che il detective usa per astrarsi dai problemi e rinvigorire il cervello), la sua predilezione per i dettagli e per azioni apparentemente senza senso (battere il bastone con aria euforica, gironzolare senza costrutto in un quartiere). Infine, è proprio in questo racconto che appare una delle battute più celebri dell’investigatore: “È un problema da tre pipe”, cioè un problema difficile, che richiede concentrazione, studio e, soprattutto, l’utilizzo di tre pipe di tabacco. Oltre alla famosa dichiarazione “La mia vita è un lungo sforzo per sfuggire alla banalità dell’esistenza”, che inquadra perfettamente il personaggio. In Un caso di identità, a chiedere aiuto a Holmes è una dattilografa che si è fatta ingenuamente turlupinare da un uomo misterioso che è scomparso al momento delle nozze. Naturalmente, il nostro smaschera il responsabile dell’inganno, questa volta in base all’esame dei caratteri della macchina da scrivere! Ne Il Mistero di Boscombe Valley, un uomo viene accusato di aver ucciso il vecchio padre con un colpo alla testa, al culmine di un diverbio, e tutto sembra incastrarlo (dal testimone al coroner). L’unica che continua a credere nella sua innocenza, ma senza alcuna prova in mano, è la sua giovane innamorata, e Holmes decide di dimostrare che le cose non sono così chiare come sembrano. Memorabile l’episodio in cui lo troviamo sdraiato in mezzo all’erba che setaccia il terreno come un segugio, e quello in cui dà sfoggio delle sue straordinarie capacità elencando, a uno stupefatto ispettore, un’infinita serie di minuti particolari dell’assassino, risultato di millimetriche deduzioni. Particolare importante: il dottor Watson, solitamente dipinto come un idiota grossolano in gran parte delle riduzioni cinematografiche, è invece un compagno estremamente valido, che in questa circostanza dà prova della sua bravura dimostrando che il colpo è stato inferto  alle spalle della vittima. Insomma, un ottimo medico e un buon amico, nel quale Holmes ripone la più totale fiducia. In Cinque semi d’arancio, troviamo in azione nientemeno che il Ku Klux Klan, che semina una scia di morte ammantando i suoi delitti sotto l’apparenza della sventura accidentale (un annegamento in uno stagno, una caduta nel Tamigi). Holmes capisce tutto, ma non riesce ad agire in tempo: è però la sorte a mettere la parola fine alla vicenda, giustiziando, fatalmente, i colpevoli. L’uomo dal labbro spaccato prende in esame il caso della scomparsa di un uomo per bene che viene visto al piano superiore di una casa in un quartiere malfamato dalla stessa moglie (anche se non si capisce bene cosa ci facesse la donna da quelle parti!). Arrivata al piano superiore grazie all’aiuto della polizia, dopo la resistenza della feccia umana che occupa il locale (che si trova a ridosso di una fumeria d’oppio), la donna scopre tracce della presenza del marito ma vede solo l’inquilino della stanza, un sordido barbone che si guadagna da vivere mendicando nella City. Proprio la sua presenza (che si scoprirà essere appunto al confine tra due mondi opposti) rivela l’altra faccia dell’Inghilterra vittoriana, una Londra insana e purulenta, simbolicamente rappresentata dalla misteriosa fumeria d’oppio nella quale Watson e Holmes si incontrano per motivi diversi (il primo è andato a recuperarvi un conoscente della moglie schiavo della droga, il secondo è lì per scoprire il mistero della sparizione del distinto signore). Proprio per amore della moglie, la cui indole caritatevole fa sì che molte persone in difficoltà ricorrano a lei, Watson esce di casa nel cuore della notte dimostrando tra l’altro la sua grande dedizione al suo lavoro e la sua generosità: alla faccia di chi l’ha sempre dipinto come uno stolido incapace! L’avventura del carbonchio azzurro è un altro capolavoro, per la complessità dell’intreccio, la fine ironia e la sua atmosfera squisitamente british. Ambientata durante le festività natalizie, tratta del furto di un magnifico e unico gioiello (il carbonchio azzurro) a danno di una contessa. Holmes viene coinvolto nella storia in modo curioso: un commissario di polizia interviene infatti nel sedare una rissa e l’uomo che ha cercato di assistere fugge dimenticando per strada il proprio cappello e una grassa oca da fare arrosto. Nello stomaco dell’animale viene ritrovato nientemeno che il famoso carbonchio azzurro, il diamante rubato, per il cui furto è stato prontamente arrestato da Scotland Yard un povero idraulico il cui unico torto è stato quello di essersi trovato negli appartamenti privati della contessa. Memorabile la lettura del cappello grazie a cui Holmes decifra le caratteristiche del suo proprietario, così come l’astuzia dimostrata nello scucire informazioni al pollivendolo del mercato. Alla fine, il detective deciderà di non consegnare il vero responsabile del crimine nelle mani della giustizia, dichiarando di non essere tenuto a supplire alle manchevolezze di Scotland Yard, ma anche perché ritiene che la lezione impartita sia sufficiente a ricondurlo sulla retta via. Ne L’avventura della fascia maculata, Holmes ha a che fare con un clamoroso mascalzone che non solo cerca di eliminare le proprie figlie grazie all’utilizzo di un velenosissimo serpente allo scopo di sottrarre loro l’eredità lasciata dalla defunta moglie, ma fa addirittura girare per il giardino della sua tenuta un giaguaro e un babbuino. È la seconda figliastra a rivolgersi al detective, cominciando a nutrire dei sospetti (essa è sul punto di sposarsi come la sorella al momento della sua morte, e per di più è stata costretta a trasferirsi nella camera da letto in cui la sorella è morta). Straordinario l’episodio in cui il burbero personaggio, dopo aver pedinato la figlia, finisce nello studio di Holmes e, tra le minacce, piega in due l’attizzatoio del caminetto (al che il grande detective dà un’esemplare prova della proverbiale flemma britannica rispondendo con amabili osservazioni sul tempo atmosferico!). Minimo invece il contributo del grande investigatore ne L’avventura del pollice dell’ingegnere, in cui tutta l’attenzione è invece focalizzata sulla triste storia di un povero ingegnere che si rivolge all’ambulatorio del dottor Watson dopo che gli è stato tranciato di netto un pollice. Senza lavoro, egli è stato infatti contattato da un malefico falsario che gli ha fatto credere di aver bisogno della sua consulenza per riparare una pressa metallica per i suoi giacimenti di argilla smettica. Resosi conto del raggiro, il pover’uomo si è ritrovato chiuso dentro una stanza dal soffitto che si è abbassato per schiacciarlo e, riuscito in qualche modo a fuggire, è stato privato di un pollice. Ne L’avventura del nobile scapolo un lord chiede aiuto a Holmes per la sparizione  della sua nuova moglie durante il banchetto nuziale. Attraverso una serie di abili deduzioni, il celebre investigatore scopre che non c’è stato alcun delitto, rapimento o crimine: semplicemente, la donna se ne è andata con un altro, il suo vecchio amore, che credeva morto e che invece le è apparso di fronte in chiesa. Sarà lo stesso Holmes a invitare Watson a concedere benevolenza a un uomo decisamente antipatico e supponente come il lord in questione, che comunque ha la scusante di aver ricevuto un duro colpo; il racconto si conclude con una memorabile cena a cui sono invitati proprio la signorina e il suo nuovo sposo. Anche L’avventura del diadema di berilli presenta una storia apparentemente scontata che in realtà è ben più complessa: a presentarsi all’appartamento di Baker Street questa volta è un banchiere che ha avuto un custodia un meraviglioso diadema di berilli dal valore incalcolabile, e ha sorpreso il figlio pieno di debiti a rubarlo di notte. Sinistra e inquietante è invece L’avventura dei Faggi Rossi, che vede una ragazza indifesa accettare un lavoro da governante in una villa isolata fuori città (i Faggi Rossi, appunto). In realtà, la poverina finisce alla mercé di infidi personaggi che celano dietro una facciata irreprensibile la loro malvagità e avidità (come al solito, c’è la brama di denaro dietro le azioni crudeli degli uomini). Ancora una volta, come in altri casi, Sherlock Holmes non accetta che a una donna vengano inferti violenza e inganni. Memorabile il mastino di nome Carlo che viene liberato nel giardino della tenuta per impedire l’accesso agli estranei.

giovedì 10 aprile 2008

Karen Joy Fowler - Jane Austen Book Club

Chi ha detto che la letteratura è una cosa noiosa? Ormai risalente a qualche anno fa, ma tornato recentemente alla ribalta grazie all’omonimo adattamento cinematografico, questo romanzo parte proprio dal presupposto che l’opera di una scrittrice come Jane Austen possa essere una buona terapia per superare i problemi della vita (come dice la citazione di Kipling «non c’è niente di meglio di Jane quando sei nei pasticci»). La Fowler immagina un gruppo di cinque donne e un solo uomo che fondano un club letterario per ritrovarsi e discutere dei romanzi della scrittrice inglese. L’iniziativa di costituire il gruppo è di Jocelyn, una single di mezza età con la mania del controllo che vuole consolare e distrarre Sylvia, la sua migliore amica, appena lasciata dal marito dopo trentadue anni di matrimonio. Si uniscono al gruppo Allegra, la figlia lesbica di Sylvia, Bernadette, una stramba settantenne dai molti mariti, Prudie, una ventottenne professoressa di francese piena di dubbi e con qualche problema coniugale, e infine Grigg, l’unico uomo, a dire il vero appassionato di fantascienza ma attratto da Jocelyn. Non si capisce mai chi sia l’io narrante, perché si usa un generico plurale e poi la terza persona, e la struttura è caratterizzata dal fatto che ogni capitolo è dedicato a un incontro in cui si discute di un libro della Austen, e ogni libro si incarna nella storia personale di uno dei personaggi (Jocelyn in Emma, Sylvia in Persuasione, Allegra in Ragione e sentimento, Prudie in Mansfield Park, Grigg in L’abbazia di Northanger, Bernadette in Orgoglio e pregiudizio). Il modello è forse sempre quello di un gruppo di donne sull’orlo di una crisi di nervi o di casalinghe disperate (oltre al fatto che il personaggio di Allegra è piuttosto inutile), ma l’idea geniale della Fowler è quella di legare la ricostruzione delle psicologie al rapporto con la Austen, permettendo ai suoi personaggi di mettere in ordine nelle loro vite e riuscire a leggere nei propri sentimenti. Soprattutto, il romanzo esprime la consapevolezza che ognuno ha un rapporto diverso con i libri che legge, vale a dire una visione soggettiva del suo universo letterario che rispecchia poi la visione che ciascuno ha della vita e del mondo («Ciascuno di noi ha la sua Austen privata», si dice all’inizio). Qualcuno si lamenterà dell’immancabile lieto fine, ma è molto bella l’idea della letteratura come condivisione di sentimenti (Grigg cerca sempre di far leggere a Jocelyn due romanzi di Ursula Le Guin, nonostante il pregiudizio di quest’ultima verso il genere della fantascienza, in quanto privo, a suo dire, di tematiche reali). In appendice, una serie di risposte sulla Austen, sulla sua opera e sulla vita, oltre che una serie di commenti sui suoi libri in più di due secoli. Chissà che non sia una buona occasione per riscoprirli.

lunedì 7 aprile 2008

Khaled Hosseini - Il cacciatore di aquiloni

Avrò una diversa concezione della letteratura, sarò superficiale e insensibile, ma mi è davvero difficile spiegare le ragioni di questo successo commerciale che solo in Italia ha venduto due milioni di copie (!), principalmente perché questo primo romanzo dello scrittore americano di origine afgana Khaled Hosseini è di una tristezza senza eguali. Una lunga serie di sofferenze, riesanime, sensi di colpa, faide etniche, drammi familiari e sociali, sullo sfondo della storia afgana (la caduta della monarchia, l’invasione sovietica, l’esodo di massa verso il Pakistan e il regime talebano). La storia è raccontata in prima persona dal protagonista Amir, pashtun, amante della scrittura e destinato a divenire scrittore, che ricorda la sua infanzia, i combattimenti con gli aquiloni grazie ai quali era riuscito a conquistarsi la fiducia del padre, e la gelosia per l’amico Hassan, di origine Hazara. Amir non interviene quando Hassan viene violentato, e da quel momento, per il rimorso, si allontana da lui, troncando ogni rapporto. Divenuto grande, vive in California, si sposa ma il destino lo riporta a confrontarsi con la sua storia personale, che è intrecciata da vicino con quella del suo paese. Attraverso un personale percorso di espiazione e di redenzione (alla fine di tutto egli avrà il labbro spaccato, simile a quello leporino che aveva Hassan) Amir riuscirà a discolparsi e a farsi carico delle proprie responsabilità, accogliendo in casa il figlio di Hassan. Tra i meriti del romanzo, indubbiamente una visione non buonista dell’infanzia, la  consapevolezza che i traumi vissuti da piccoli condizionano l’intera vita (Amir non riesce ad avere figli, perché la sua stessa vita è macchiata da una colpa che l’ha inaridito), l’indagine introspettiva nei legami coi genitori, la necessità di avere la loro stima e il giudizio che innegabilmente ci creiamo nei loro confronti per le loro scelte e le loro azioni. Forse un po’ paradigmatica, ma efficace, la figura del “cattivo” Assef, figlio di madre tedesca e neonazista  di ideologia, che si fa talebano, giustizia adultere e stupra bambini portati via all’orfanotrofio. Il racconto delle vicende afgane è totalmente realistico e l’intreccio tiene sicuramente conto di temi molto profondi, ma, come detto, è tutto davvero troppo triste.

sabato 5 aprile 2008

Arthur Conan Doyle - Il cane dei Baskerville

È la terza volta che leggo quello che forse è il romanzo più famoso di Sir Arthur Conan Doyle, o almeno quello che ha dato fama alla sua più possente creazione (letteraria e non solo), fonte inesauribile di rifacimenti cinematografici e metro di paragone per altri scrittori di gialli. Innanzitutto, i romanzi di Sherlock Holmes non sono romanzi polizieschi, al contrario, sono romanzi gotici di ambientazione vittoriana, davvero insuperabili per l’abilità del loro autore di creare un’atmosfera misteriosa e inquietante (Conan Doyle era un convinto spiritista, abile narratore del soprannaturale). La trama è arcinota: una terribile leggenda atterrisce da generazioni i membri della famiglia Baskerville, che vuole un enorme cane infernale aggirarsi per la brughiera di Dartmoor sin dai tempi in cui un loro antenato, lo scellerato Ugo, perseguitò e inseguì una giovane contadina del luogo. A distanza di secoli, il  terribile ululato si risente echeggiare nei pressi di Baskerville Hall e causa la morte, in circostanze misteriose, di Sir Charles Baskerville (nei pressi del suo cadavere vengono trovate le impronte di un cane gigantesco). Per far luce sul mistero e proteggere la vita dell’ultimo erede, Sir Henry Baskerville, viene chiesto l’aiuto del celebre detective Sherlock Holmes, il quale, impossibilitato a lasciare Londra, manda in avanscoperta il fidato dottor Watson. Giunto a Dartmoor, questi si imbatte in una fitta ed intricata serie di misteri: il maggiordomo Barrymore viene sorpreso nottetempo a fare strani segnali di luce da una finestra del maniero mentre per la brughiera si aggira un pericoloso criminale omicida evaso dalla vicina prigione di Princetown, mentre la nebbia copre la vicina palude di Grimpen e gli ululati continuano nella notte. Tramite i precisi e dettagliati rapporti che il dottor Watson invia regolarmente a Holmes, facciamo la conoscenza degli abitanti del luogo: l’entomologo Stapleton, appassionato di rare farfalle, e sua sorella Beryl, della quale si innamora ben presto lo stesso Sir Henry; il dottor Mortimer, appassionato di ossa e teschi, e il signor Frankland di Lafter Hall, un eccentrico gentiluomo di campagna col pallino per le questioni di diritto e per le osservazioni al telescopio, e la sua sfortunata figlia, che ha la prerogativa di farsi usare dagli uomini (un destino proprio sventurato, dal quale sembra incapace di sottrarsi). Pur fingendosi lontano e apparentemente in scacco, Sherlock Holmes sfodera tutte le sue capacità deduttive e inchioda il colpevole con un colpo di scena al limite delle sue responsabilità, evitando per un soffio un altro delitto. Straordinaria la capacità dell’autore di alternare diversi espedienti narrativi (il racconto di Holmes, poi i suoi vari telegrammi al collega per rendergli noti i recenti sviluppi delle indagini, quindi nuovamente il racconto), davvero mirabili se si pensa al piattume a cui ci abituano gli scrittori contemporanei. Impareggiabile l’atmosfera di inquietante orrore soprannaturale di cui è circonfusa la brughiera, la presenza maligna dell’uomo che sfrutta le caratteristiche della natura, la pesante eredità familiare in grado di condizionare le azioni personali. Personalmente, trovo mirabile il finale in cui l’imperturbabile Holmes raccomanda a Watson di far presto a prepararsi per andare alla rappresentazioni degli Ugnotti e avere tempo di fare prima un salto da Marcini per la cena. A rendere ulteriormente esaltante l’esperienza della lettura, la vecchia edizione della Bur in mio possesso contiene anche i disegni creati dall’illustratore Sindey Paget per la prima edizione uscita a puntate sul giornale “The Strand” nel 1901, davvero fondamentali per calarsi ancora di più nella storia.