sabato 5 aprile 2008

Arthur Conan Doyle - Il cane dei Baskerville

È la terza volta che leggo quello che forse è il romanzo più famoso di Sir Arthur Conan Doyle, o almeno quello che ha dato fama alla sua più possente creazione (letteraria e non solo), fonte inesauribile di rifacimenti cinematografici e metro di paragone per altri scrittori di gialli. Innanzitutto, i romanzi di Sherlock Holmes non sono romanzi polizieschi, al contrario, sono romanzi gotici di ambientazione vittoriana, davvero insuperabili per l’abilità del loro autore di creare un’atmosfera misteriosa e inquietante (Conan Doyle era un convinto spiritista, abile narratore del soprannaturale). La trama è arcinota: una terribile leggenda atterrisce da generazioni i membri della famiglia Baskerville, che vuole un enorme cane infernale aggirarsi per la brughiera di Dartmoor sin dai tempi in cui un loro antenato, lo scellerato Ugo, perseguitò e inseguì una giovane contadina del luogo. A distanza di secoli, il  terribile ululato si risente echeggiare nei pressi di Baskerville Hall e causa la morte, in circostanze misteriose, di Sir Charles Baskerville (nei pressi del suo cadavere vengono trovate le impronte di un cane gigantesco). Per far luce sul mistero e proteggere la vita dell’ultimo erede, Sir Henry Baskerville, viene chiesto l’aiuto del celebre detective Sherlock Holmes, il quale, impossibilitato a lasciare Londra, manda in avanscoperta il fidato dottor Watson. Giunto a Dartmoor, questi si imbatte in una fitta ed intricata serie di misteri: il maggiordomo Barrymore viene sorpreso nottetempo a fare strani segnali di luce da una finestra del maniero mentre per la brughiera si aggira un pericoloso criminale omicida evaso dalla vicina prigione di Princetown, mentre la nebbia copre la vicina palude di Grimpen e gli ululati continuano nella notte. Tramite i precisi e dettagliati rapporti che il dottor Watson invia regolarmente a Holmes, facciamo la conoscenza degli abitanti del luogo: l’entomologo Stapleton, appassionato di rare farfalle, e sua sorella Beryl, della quale si innamora ben presto lo stesso Sir Henry; il dottor Mortimer, appassionato di ossa e teschi, e il signor Frankland di Lafter Hall, un eccentrico gentiluomo di campagna col pallino per le questioni di diritto e per le osservazioni al telescopio, e la sua sfortunata figlia, che ha la prerogativa di farsi usare dagli uomini (un destino proprio sventurato, dal quale sembra incapace di sottrarsi). Pur fingendosi lontano e apparentemente in scacco, Sherlock Holmes sfodera tutte le sue capacità deduttive e inchioda il colpevole con un colpo di scena al limite delle sue responsabilità, evitando per un soffio un altro delitto. Straordinaria la capacità dell’autore di alternare diversi espedienti narrativi (il racconto di Holmes, poi i suoi vari telegrammi al collega per rendergli noti i recenti sviluppi delle indagini, quindi nuovamente il racconto), davvero mirabili se si pensa al piattume a cui ci abituano gli scrittori contemporanei. Impareggiabile l’atmosfera di inquietante orrore soprannaturale di cui è circonfusa la brughiera, la presenza maligna dell’uomo che sfrutta le caratteristiche della natura, la pesante eredità familiare in grado di condizionare le azioni personali. Personalmente, trovo mirabile il finale in cui l’imperturbabile Holmes raccomanda a Watson di far presto a prepararsi per andare alla rappresentazioni degli Ugnotti e avere tempo di fare prima un salto da Marcini per la cena. A rendere ulteriormente esaltante l’esperienza della lettura, la vecchia edizione della Bur in mio possesso contiene anche i disegni creati dall’illustratore Sindey Paget per la prima edizione uscita a puntate sul giornale “The Strand” nel 1901, davvero fondamentali per calarsi ancora di più nella storia.

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