lunedì 7 aprile 2008

Khaled Hosseini - Il cacciatore di aquiloni

Avrò una diversa concezione della letteratura, sarò superficiale e insensibile, ma mi è davvero difficile spiegare le ragioni di questo successo commerciale che solo in Italia ha venduto due milioni di copie (!), principalmente perché questo primo romanzo dello scrittore americano di origine afgana Khaled Hosseini è di una tristezza senza eguali. Una lunga serie di sofferenze, riesanime, sensi di colpa, faide etniche, drammi familiari e sociali, sullo sfondo della storia afgana (la caduta della monarchia, l’invasione sovietica, l’esodo di massa verso il Pakistan e il regime talebano). La storia è raccontata in prima persona dal protagonista Amir, pashtun, amante della scrittura e destinato a divenire scrittore, che ricorda la sua infanzia, i combattimenti con gli aquiloni grazie ai quali era riuscito a conquistarsi la fiducia del padre, e la gelosia per l’amico Hassan, di origine Hazara. Amir non interviene quando Hassan viene violentato, e da quel momento, per il rimorso, si allontana da lui, troncando ogni rapporto. Divenuto grande, vive in California, si sposa ma il destino lo riporta a confrontarsi con la sua storia personale, che è intrecciata da vicino con quella del suo paese. Attraverso un personale percorso di espiazione e di redenzione (alla fine di tutto egli avrà il labbro spaccato, simile a quello leporino che aveva Hassan) Amir riuscirà a discolparsi e a farsi carico delle proprie responsabilità, accogliendo in casa il figlio di Hassan. Tra i meriti del romanzo, indubbiamente una visione non buonista dell’infanzia, la  consapevolezza che i traumi vissuti da piccoli condizionano l’intera vita (Amir non riesce ad avere figli, perché la sua stessa vita è macchiata da una colpa che l’ha inaridito), l’indagine introspettiva nei legami coi genitori, la necessità di avere la loro stima e il giudizio che innegabilmente ci creiamo nei loro confronti per le loro scelte e le loro azioni. Forse un po’ paradigmatica, ma efficace, la figura del “cattivo” Assef, figlio di madre tedesca e neonazista  di ideologia, che si fa talebano, giustizia adultere e stupra bambini portati via all’orfanotrofio. Il racconto delle vicende afgane è totalmente realistico e l’intreccio tiene sicuramente conto di temi molto profondi, ma, come detto, è tutto davvero troppo triste.

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