venerdì 30 maggio 2008

Georges Simenon - Tre camere a Manhattan

Profondamente autobiografico, scritto a caldo da Simenon dopo essersi trasferito negli Stati Uniti, oltre a riflettere le passioni dell’autore per il bere e le donne, questo libro racconta la storia di Francois Combe, un attore francese piuttosto famoso, che viene lasciato dalla moglie per un uomo molto più giovane (un ventenne) e così decide di abbandonare il proprio Paese e tentare una nuova vita negli Stati Uniti. Dopo qualche settimana di quotidianità indistinta, incontra Kay, una donna di origine austriaca, non più giovanissima ma molto avvenente. Soprattutto anch’essa, come lui, in fuga da una vita precedente. Si incontrano di notte davanti a un whisky, si trascinano da un bar all’altro fino all’alba, quindi fino alla camera di un albergo squallido. Sono due individui di mezza età che sono stati travolti dalle correnti della vita e che ora si trovano spinti alla deriva fino alla popolosa e scintillante isola di Manhattan, vero e proprio ricettacolo di umanità. Si ritrovano al mattino quasi come marito e moglie, a osservare insieme dalla finestra un vecchio sarto ebreo che chino cuce i vestiti, e pian piano si accorgono di conoscersi sempre meno. Francois prova per Kay prima un’attrazione, poi un rifiuto. Ci sono violenza, tenerezza, fedeltà, tradimento, e, naturalmente, gelosia (Francois sente la necessità di scoprire il passato della donna, e ne è geloso), con un passato che sembra perennemente avere la meglio (la figlia di Kay che sta male e per cui lei deve partire improvvisamente). In più, è onnipresente il sentimento dell’estraneità: i due sono stranieri in terra straniera, in fuga dalla loro patria, immersi in una cultura che non li appartiene, non condividendone gesti, vestiti e rituali. Fluttuano i sentimenti, le aspettative, la brama di fuggire dal quotidiano, la paura della solitudine (non a caso solitudine è la parola più frequente nel romanzo). È presente una struttura triangolare, come lo stesso titolo suggerisce, che rispecchia il rapporto tra i due personaggi principali costantemente mediato da una terza figura che ne impedisce la piena realizzazione e li fa oscillare (una volta il marito di Kay, l’ambasciatore austriaco che la strappa a Francois prima emotivamente e poi fisicamente costringendola a partire; un’altra volta sono i successi parigini della moglie attrice di Francois, che irrompe nelle discussioni notturne). Questa triangolazione vale anche per i ruoli comprimari: prima di conoscere Francois, Kay convive con un’amica, anch’essa scissa tra il marito e l’amante, oppure Francois che mentre aspetta spasmodicamente la telefonata di Kay dal Sudamerica inserisce la terza figura di un’amante occasionale. Alla fine Francois e Kay decidono di costruire un futuro insieme, al riparo da quell’angoscia di solitudine che li ha attanagliati per tutto il racconto, e finalmente lo smarrimento si trasforma in fiducia. Non la solita storia d’amore, ma un racconto profondo, drammatico, scritto da un autore permeato di problematiche vere.

martedì 27 maggio 2008

John King - Fedeli alla tribù

«La natura umana non cambia. Gli uomini dovranno sempre rompersi il culo a calci e dopo andarsi a chiavare qualche passera. Questa è la vita». Queste le battute di apertura del primo capitolo della cosiddetta “trilogia del calcio” di John King, che racconta in prima persona, per bocca del magazziniere Tom Johnson, le vicende di un gruppo di hooligan del Chelsea al seguito della loro squadra. Un libro spesso preso a riferimento dal movimento ultrà per alcune sue affermazioni anche condivisibili («Nessuna televisione sembra interessata a noi tifosi, ma senza l’urlo e il movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero assoluto. È una storia d’amore. Sarà sempre così. Senza la passione il football è morto») e che fotografa il disagio degli hooligan tradizionali, ormai emarginati dagli stadi destinati alle famiglie e lontani anche dalle loro immediate vicinanze sempre più controllate da telecamere e polizia. Ecco quindi che i territori per i nuovi scontri di fine millennio divengono le stazioni della metropolitana, pub e altri luoghi, lontano dagli stadi, con gigantesche risse in cui ci si affida alla logica del branco e della violenza («C’è un ruggito che fa andare via la testa la sentiamo la carica e il sibilo dentro alle orecchie di combattere spalla a spalla per il nostro nome e la tribù»). Enfatico, violentissimo, scurrile e sboccato, il libro di King è un’impietosa critica dell’Inghilterra di oggi e fotografa ciò che è rimasto della cultura della working class britannica ai tempi della globalizzazione e del mercato unico (aspetto che viene sviluppato ancor più nel terzo capitolo della saga, Fuori casa). Organizzata in una serie di capitoli che narrano le nefande prodezze dei nostri eroi, tra sbornie, risse e fugaci relazioni sessuali, la vicenda ci conduce fino al punto in cui Tom viene arrestato e costretto a presentarsi in tribunale, fino allo scontro con gli arcinemici del Milwall, in cui il nostro eroe rimane solo e viene malmenato senza pietà dai tifosi avversari (ma nemmeno questo gli farà cambiare idea, in un misto di fierezza virile e di lealtà alla causa: si va avanti, anzi, gli altri ti guarderanno con maggior rispetto). La narrazione è però continuamente infarcita di capitoli in cui l’autore, con indiscutibile abilità, cambia registro e stile per raccontare piccoli spaccati di vita londinese tra miserie umane e speranze tradite, sogni impossibili e frustrazioni che non trovano altro sfogo che l’aggressività, quasi a dimostrare che la violenza del calcio è solo uno degli esiti di una società orribile che genera mostri. C’è il caso del programmatore che spera di ottenere successo e affermazione economica grazie a un delirante videogioco bellico di sua creazione, o l’episodio del direttore del giornale che inventa Liquidator, l’eroe proletario tifoso del Chelsea che si fa vendicatore di torti e soprusi contro Margaret Tatcher; quello del proletario inglese che, mentre lavora, si aliena e sogna a occhi aperti di segnare Wembley, essere premiato da Lady Diana e di comprare il Queens Park Rangers; quello del veterano della seconda guerra mondiale che dopo la sua morte di un suo amico d’infanzia comincia a sentirsi emarginato e a prendere in considerazione l’idea di trasferirsi dal nipote in Australia. Episodi che suggeriscono come tutti, dai media ai politici, per opportunità e arrivismo, sono responsabili del “prodotto calcio”, anche se sempre pronti a sbattere gli hooligans in prima pagina e tutti pronti all’autoassoluzione (e da qui deriva il titolo originale, The Football Factory). Ne emerge un’umanità schizzata, che segue la propria squadra come unica ancora di salvezza («Ce ne sono tante di partite casalinghe del cazzo, ma ci vai ugualmente, perché se no cosa fai?»), perché, in fin dei conti, picchiare è «meglio che chiavare una passera. Meglio delle pasticche». C’è il riconoscimento che la violenza crea dipendenza, quasi come e più della droga: «Credo che in qualche maniera siamo come dei drogati. Drogati fatti e finiti che cerchiamo lo sballo del cartone. Solo che noi non facciamo la scelta comodina, di starcene seduti belli tranquilli mentre la roba ci dà nella testa, fuori dai  ciglioni, a fargli impressione ai vicini di casa. No, noi veniamo qua e ci piazziamo sulla linea del fuoco. È sballo naturale. Adrenalina-dipendenza». Il tutto, ovviamente, permeato dall’esibita consapevolezza che la vita fa schifo, da un machismo da operetta e da una retorica bellica basata su un’intransigente identità etnico-razziale (bianchi, inglesi e anglicani) che vede cockney contro scousers contro geordies contro brummies, e un odio efferato per qualsiasi minoranza, dagli ebrei agli arabi, dagli indiani ai pakistani (per non parlare dei francesi, dei tedeschi o degli italiani). Una specie di semiotica del tifo, non si sa però fino a che punto sincera.

venerdì 23 maggio 2008

Claude Izner - Il mistero di rue des Saints-Pères

Ambientato nella Parigi del 1889, un giallo storico che ha come scenario i padiglioni dell’Esposizione Universale e l’inaugurazione della Torre Eiffel. Protagonista è il giovane libraio Victor Legris, proprietario di una libreria in rue des Saints-Pères (da cui il titolo) che si trova alle prese con una serie di morti misteriose causate, apparentemente, dalla puntura di un’ape (che in realtà si tratti di curaro è chiaro a chiunque abbia una minima infarinatura di letteratura gialla). Per qualche oscuro motivo, comincia a sospettare giapponese Kenji Mori, suo socio e suo secondo padre, e di una pittrice/caricaturista che gli ha fatto recentemente perdere la testa. Claude Izner è in realtà lo pseudonimo delle sorelle Liliane Korb e Laurence Lefèvre, che hanno pensato bene di far fruttare delle ricerche fatte sulla Parigi di fine Ottocento per un saggio storico. L’idea non sarebbe neanche malvagia, purtroppo il gioco dura poco e le due autrici commettono l’errore di accumulare citazioni culturali e personalità famose (Anatole France, Georges Eiffel, Père Tanguy) senza alcuna reale motivazione se non quella di “gonfiare” la storia e riportare l’attenzione del lettore sulla ricostruzione d’epoca. Scontata e superficiale, la trama scorre infatti lineare e inconcludente (chi può prendere sul serio la provocazione lanciata sul limite che è disposta a raggiungere la stampa pur di vendere?), sino al logico finale che ha luogo sulla Torre Eiffel, simbolo della  grande esposizione. Forse l’unica cosa intrigante è il tentativo delle autrici di inventare un protagonista esperto di letteratura popolare del periodo (Legris è infatti nemico di Victor Hugo) e cucirgli addosso una storia da genere popolare sul modello di quelle pubblicate sui giornali. Per quanto riguarda invece il ragionamento sul rapporto/scontro tra fotografia e pittura, è meglio soprassedere.

Vamba - Il giornalino di Gian Burrasca

Anche se in gran parte in parte tratto da un testo americano tradotto da Ester Modigliani (forse The Story of a Bad Boy di Thomas Baily Aldrich, forse un anonimo A bad boy’s diary), del quale pare siano stati utilizzati per intero i primi capitoli, Il giornalino di Gian Burrasca, uscito a puntate sul “Giornalino della domenica” ad inizio Novecento, è un capolavoro stupefacente per la sua carica corrosiva e anticonformista, assolutamente lontano dallo stile lacrimoso, edificante e traboccante di retorica dell’epoca (basti pensare al libro Cuore, manifesto culturale dell’Italia di Umberto I). Accusato di interventismo, irredentismo, antisocialismo o anche “qualunquismo con sfumature prefasciste”, Vamba (al secolo Luigi Bertelli) intende dare voce ai ragazzi attraverso il racconto delle peripezie di un devastante monello, Giannino Stoppani detto dai familiari “Gian Burrasca”, e, al contempo, sbeffeggiare senza pietà l’Italia giolittiana, prendere di mira (con la satira) il suo perbenismo e le sue falsità, mettendo in luce la doppia morale della classe politica del tempo e della borghesia che l’aveva espressa. Per questo utilizza un punto di vista diverso, quello del bambino, che scrive il suo diario in prima persona utilizzando una lingua ricalcata su quella parlata, con molti termini astrusi e paroloni come solo i bambini sanno fare, e con il corredo di una serie di disegni e vignette umoristiche (solo apparentemente ispirati ai disegni infantili) che da sole meritano la lettura. In definitiva, quello di Vamba è un libro profondamente italiano, capace di parlare dell’Italia molto più di altre opere e di mostrare tutte le miserie che contraddistinguono il nostro Paese (basti pensare alla triste constatazione finale – quanto mai attuale – di come «tutto, nella giustizia italiana, sia regolarmente faticoso e costoso»). Giannino è un monello suo malgrado, in lui non c’è ombra di malignità e neppure autentica voglia di rivolta: è piuttosto un’anima candida piena di buone intenzioni che prende alla lettera gli insegnamenti dei grandi, primo fra tutti quello di dire sempre la verità. Proprio questo scatena le sue disgrazie, perché lui, bambino, non è in grado di capire quanto grande e grottesco sia il divario tra i comportamenti della vita ufficiale e la pantomima delle convenienze, tra l’apparenza e la sostanza, insomma la differenza tra ciò che gli adulti dicono e quello che invece fanno: la zia bigotta che coltiva la piantina legata a un vecchio e clandestino amore, le sorelle che praticano la maldicenza su vasta scala e fanno buon viso a persone detestate, il cognato medico Collalto che tace sulle menzogne se redditizie, i due orribili coniugi che governano il collegio Pierpaoli e speculano sul vitto dei giovani reclusi (la famosa e tanto desiderata “minestra di magro” fatta con i resti dei piatti lavati della settimana). Ma il personaggio più memorabile è l’altro cognato, l’avvocato Maralli, vera e propria figura tragica: socialista e libero pensatore, si sposa segretamente in chiesa e fa di tutto per ottenere l’eredità del ricco zio nonostante dica a tutti di essere per la libera proprietà e contro il diritto ereditario. Giannino gli spara per errore in un occhio, gli smarrisce la nipote nel bosco, gli rovina la carriera di avvocato coi contadini, gli fa perdere l’eredità e lo rovina politicamente rivelando a tutti che si è sposato in chiesa, ma tutto ciò è solo la logica conseguenza della sua falsità e della sua ipocrisia. Il fatto, poi, che Giannino parli costantemente di politica, in maniera del tutto esplicita, e si ispiri a strampalati esempi di gloria patriottica (quante generazioni sono cresciute con l’imposizione di miti risorgimentali?), la dice lunga su quanto diverso sia l’approccio di Vamba rispetto all’ideologia del tempo che badava piuttosto a somministrare massicce dosi di ideologia opportunamente mascherata. Molte le pagine indimenticabili: la scena iniziale in cui Giannino copia il diario di una sorella e fa scappare il signor Capitani, ricco proprietario terriero; la creazione dello zoo dipingendo gli animali da fattoria della zia Bettina; il fantoccio messo sotto il letto della sorella; l’esperimento di magia con il ferimento del Maralli; l’isterismo del professor Muscolo; Giannino che pesca con la canna l’unico dente rimasto nella bocca del signor Venanzio, zio del Maralli; l’incontro con il contadino Gosto grullo; l’associazione segreta “Tutti per uno” dei congiurati del collegio e la sala del tabacco; la seduta spiritica dei signori Pierpaoli e del cuoco dell’istituto davanti al quadro dello zio fondatore; la descrizione del direttore del giornale, sozzo e sporco di tuorlo d’uovo. E altrettanto indimenticabile è il soprannome “Calpurnio” affibiato al signor Pierpaoli.

sabato 17 maggio 2008

Alexandre Dumas - I tre moschettieri

Romanzo d’appendice o d’avventura, feuilleton… Quante ne sono state dette per svilire questo straordinario romanzo che è, a mio avviso, uno dei maggiori esempi di letteratura intesa come puro godimento estatico? Erroneamente e tragicamente (dalle nostre parti) considerato come un “libro per ragazzi”, è in realtà l’emblema di tutto ciò che un romanzo dovrebbe essere, e che, mai come in questo caso, dimostra la capacità di unire l’inventiva alla narrazione, lo stile alla passione, l’ironia alla tragedia. Ambientato fra il 1625 e il 1628, nella Francia di Luigi XIII e di Richelieu, prende le mosse dall’arrivo a Parigi, con una lettera di presentazione per il signor di Tréville, capo dei moschettieri del re, del diciottenne d’Artagnan, deciso a cercare fortuna fuori dalla natia Guascogna, nelle file del prestigioso corpo militare. Nel giro di pochi minuti, il baldanzoso, maldestro e donchisciottesco giovanotto si trova coinvolto in un triplice duello con gli inseparabili Athos, Porthos e Aramis.  Prima ancora che lo scontro abbia inizio nello spiazzo antistante la chiesa di Saint-Germain-des-Prés, giungono improvvisamente le guardie del cardinale, acerrime nemiche dei moschettieri, decise a far rispettare l’editto che vieta i duelli e ad arrestare i trasgressori. In un attimo, D’Artagnan opera la scelta fra il sovrano e il cardinale, e decide schierarsi con i moschettieri. Da quest’episodio nasce un’amicizia che è il filo conduttore del romanzo. L’eco del duello fa scalpore, e non passa molto tempo che Tréville e i quattro uomini siano convocati a corte dal re, il quale finge di rimproverarli e invece gode del trionfo delle sue guardie sul cardinale (che, a suo dire, è il suo “più grande amico”). L’amore di D’Artagnan per una cameriera della regina Anna d’Austria, la signora Costanza Bonacieux, è all’origine di uno degli episodi centrali del romanzo: la sovrana ha imprudentemente regalato al duca di Buckingham, come pegno del suo amore, dodici puntali di diamanti avuti in dono da suo marito. Richelieu, al corrente della faccenda, nemico politico dell’Inghilterra e geloso per il suo non corrisposto amore nei confronti della regina, architetta un piano diabolico per mettere in difficoltà la sovrana e ridimensionarne così l’ascendente sul re: suggerisce all’ignaro Luigi XIII di chiedere alla moglie di indossare i puntali di diamanti al prossimo ballo di corte. La signora Bonacieux avverte d’Artagnan del pericolo che incombe sulla regina, e questi, insieme con gli inseparabili amici, è subito pronto a sventare il tranello teso dal cardinale, informato nel frattempo grazie alla delazione del merciaio Bonacieux, marito di Costanza, uomo servile e infido ormai acquistato alle ragioni del cardinale. I quattro moschettieri si recano in Inghilterra per recuperare i puntali di diamante: l’impresa riesce, pur tra mille peripezie, e D’Artagnan porta a termine l’incarico mentre i suoi amici rimangono feriti nel corso della missione, che è contrastata dagli emissari del cardinale. Nella seconda parte del romanzo, i nostri eroi sono impegnati a combattere a La Rochelle, ultima roccaforte calvinista in Francia, che combatte aiutata dagli inglesi. Per vincere la guerra, Richelieu fa assassinare il duca di Buckingham, grazie a Milady, altro personaggio chiave del romanzo, dal passato tenebroso e infamante (è infatti marchiata col giglio dell’infamia), emblematica rappresentazione del male allo stato puro. In cambio essa ottiene l’autorizzazione a eliminare per vendetta D’Artagnan, cui si è concessa ma dal quale è stata giocata. Dopo aver convinto un puritano fanatico, John Felton, ad assassinare il duca, Milady torna in Francia e si ritira nel convento delle carmelitane di Béthune in attesa degli ordini del cardinale; qui, per caso, incontra la signora Bonacieux e la uccide avverandola. Athos riconosce in Milady la proprie moglie, che nel frattempo ha sposato Lord Winter e l’ha poi avvelenato. Il romanzo si conclude con l’esecuzione di Milady, processata sommariamente dai quattro moschettieri e condannata per le sue nefandezze e i delitti che ha ispirato. Ad eseguire l’esecuzione, il boia di Lille, il cui fratello è stato corrotto e spinto al suicidio dalla diabolica donna. Interrogato dal cardinale in merito alle sue azioni, D’Artagnan risponde con il documento liberatorio che lo stesso Richelieu aveva firmato a Milady, e per questo Sua Eminenza concede al guascone la nomina di luogotenente. Permeato da un’incredibile gioia di vivere, da una sete di avventura che ipnotizza e imprigiona, da una certa qual cialtroneria picaresca, il romanzo presenta infiniti episodi memorabili: il motto «uno per tutti, tutti per uno», il combattimento dei moschettieri contro le guardie del cardinale, la loro conquista di un intero bastione per recarsi a pranzare sotto il fuoco dei rocellesi, la disquisizione teologica di Aramis con un gesuita e un curato, il pranzo di Porthos a casa del tirchissimo procuratore Coquenard (il quale, dopo aver offerto al convitato tre croste, esclama «Un vero festino, epuloe epularum; Lucullo pranza da Lucullo»), il soggiorno di Athos nella cantina della locanda tra vini e prosciutti, l’interrogatorio di Richelieu al merciaio Bonacieux, la seduzione di Felton a opera di Milady (nel quale si vede il disprezzo e la compassione dell’autore verso gli integralisti religiosi). Dumas, di cui si racconta avesse la capacità di stare seduto alla scrivania a scrivere per quindici ore di fila, aveva il dono di saper ricreare e far respirare il clima di un’epoca, grazie a personaggi affascinanti e animati da tutta la gamma delle passioni. Il nobile Athos, ormai disincantato e reso saggio dall’età e dai fatti della vita; il vanesio e irruento Porthos; il discreto, timido e furbo Aramis. Degli incredibili gaglioffi dai mille difetti e alla continua ricerca di espedienti, in possesso però di un cuore d’oro, di un lato umano e di un codice cavalleresco, come si vede nell’episodio in cui D’Artagnan vuole curare prima del duello l’avversario Athos con l’unguento miracoloso che gli ha dato la madre, e Athos risponde: «Perbacco, signore, ecco una proposta che mi piace, non che io l’accetti, ma essa annuncia il gentiluomo lontano da una lega. Così parlavano e agivano gli eroi del tempo di Carlomagno, sui quali ogni cavaliere dovrebbe modellarsi». Personaggi generosi e positivi che si contrappongono ai malefici Milady (in pratica, un’antesignana della femme fatale del genere noir) e Rochefort, l’anima dannata del cardinale. E, alla faccia della sua presunta superficialità, Dumas ha un’incredibile capacità di formulare in pochissime righe delle riflessioni molto profonde, come quando il duca di Buckingham pone l’embargo a tutti i bastimenti nei porti inglesi per battere sul tempo il cardinale e restituire i puntali alla sua amata regina Anna, e D’Artagnan lo guarda sbalordito e pensa «a quali fragili e sconosciute fila sono alle volte sospesi i destini degli uomini e dei popoli», interrogandosi quindi sul caso, sulla necessità, sulla bellezza e sull’infinito dolore portato da essa nel mondo, sul valore e sull’ingiustizia presenti in un solo uomo. Certo, il solo fatto di aver creato una figura come Milady sarebbe stato sufficiente a far entrare quest’autore nella leggenda…

Alberto Ongaro - Il segreto dei Ségonzac

Seconda metà del Settecento. Un venerdì tredici (nonostante una maga lo abbia sconsigliato dal momento che su quel giorno grava una maledizione), Philippe Ségonzac, giovane medico, parte a cavallo in un giorno da lupi, tra tuoni, fulmini e grandine, lasciando Parigi per andare a trovare il padre (celebre maestro di scherma) che vive nella regione della Marna, con l’idea di imbarcarsi su una nave come medico di bordo per dar sfogo alla sua sete di avventura. Ma il destino (è o non è un venerdì tredici?) ha deciso diversamente. Philippe non lo sa ma qualcuno, e per la precisione Ossi e Gambetta, due ex pirati corsi che  hanno deciso di tentare una carriera criminal-mondana in terraferma con la speranza di essere introdotti in società (!), lo sta pedinando per tendergli un agguato. Proprio nei pressi della Marna in piena Philippe viene colpito di striscio da una pallottola alla tempia, cade in acqua ma miracolosamente si salva. Dopo che gli ammazzano anche il padre ed essere stato accusato dell’omicidio dell’autore del delitto, comincia a investigare per scoprire chi gli ha teso una trappola così astutamente congegnata: lungo il percorso, salva da un brigante la bella Rose du Lac, promessa al perfido e depravato Martin D’Èpinal, esecutore degli ordini di sua sorella Fabienne, bella e nobile strega e vera anima nera della congiura. Non manca nemmeno Giacomo Casanova, qui fatto recitare la parte dell’avventuriero e dell’amante in carica di quest’ultima, costretta a usufruire delle sue mostruose prestazioni per assecondare la sua ninfomania. Tra misteri, duelli, taverne, bettole e viottoli, un romanzo di cappa e spada godibile e brillante, in cui ritornano i temi cari all’autore (una minaccia incombente e sconosciuta, l’arte che ispira la vita e la modifica, la potenza dell’attrazione femminile e il sesso come liberazione), con tutti quei particolari tipici del genere (un oscuro segreto familiare proveniente dal passato, l’eroe inseguito che si rifugia presso una compagnia di comici, il colpo segreto in grado di trionfare nei duelli) che lo rimandano a capolavori quali Scaramouche di Sabatini, Capitan Fracassa di Gautier, Il Cavaliere di Lagardère di Féval. Per non parlare dell’onnipresente Dumas, citato addirittura nell’episodio in cui i due mentecatti Ossi e Gambetta tornano nella loro casa di rue de Fossoyeurs, di proprietà dei merciai Bonacieux di cui si dice siano parenti dei Bonacieux di cui si parla ne I tre moschettieri. Non manca nemmeno un accenno di analisi storico/sociale, con una nobiltà presa da un odio viscerale nei confronti della nuova emergente classe borghese che di lì a poco avrebbe fatto scoppiare la Rivoluzione. Ongaro, da grande affabulatore, si sbizzarrisce con un particolare gusto per la narrazione e le regole di genere, abusandone con assoluta perfezione, e sfodera invenzioni pirotecniche come quella del mercato girovago dei criminali sotto la guida del nano spagnolo Prospero. E si diverte con alcuni espedienti metaletterari, come quello di far dichiarare a una fanciulla, la cui unica funzione era quella di salvare Philippe e di farlo fuggire, di rendersi conto che «il destino dei personaggi minori è uscire di scena prima degli altri». Particolarmente insistito il continuo ricorso all’accumulo di particolari (spesso tre, ma anche quattro) senza virgola all’interno di frasi complesse e intricate, quasi a voler suggerire nella scrittura stessa la complicatezza dell’intreccio e il fascino che da ciò ne deriva. La stessa storia, alla fine, non è altro che una creazione realizzata ad arte dall’io narrante davanti a un quadro che reca impressi dei personaggi a cui lui vuole dare una storia secondo le regole del romanzo popolare del diciottesimo secolo (infatti egli si immagina che nella vicenda sia incluso anche il pittore): il finale è infatti lasciato in sospeso, per la consapevolezza che «non soltanto gli uomini in carne e ossa ma anche i personaggi dei romanzi sono in gran parte responsabili dei loro destini». Una bella dichiarazione d’amore nei confronti della letteratura.

lunedì 12 maggio 2008

Angela Pellicciari - Family Day Roma-Madrid e dopo?

Perché i cattolici scendono in piazza per la difesa della famiglia dopo decenni di sudditanza culturale? A questa domanda cerca di rispondere questo interessante libretto edito da Fede & Cultura e scritto da Angela Pellicciari, storica del Risorgimento e dei rapporti fra papato e massoneria, che cerca di smascherare le ipocrisie e i controsensi di una società in cui non si parla più di due sessi ma di cinque generi diversi, che propone l’abolizione della famiglia e della responsabilità a favore dell’affermazione dei desideri e dei desideri di ognuno. L’autrice traccia un sintetico racconto di come si è arrivati al rifiuto del senso comune, attraverso la complicità dei media e degli intellettuali, intenzionati a dirigere le azioni del popolo superstizioso e ignorante. Comportamenti che hanno interessato anche l’Italia, dove i governi guidati dalla sinistra hanno reiteratamente teso a presentare disegni di legge volti a perseguitare, in nome dell’affermazione del principio di uguaglianza, tutti coloro che affermano che l’omosessualità è peccato (compreso il governo Prodi che ha inteso vietare per legge, pena la galera, la critica di qualsivoglia comportamento sessuale). Per non parlare del tentativo di approvazione dei Dico, per cui si è mobilitata tutta l’intellighenzia democratica nel gridare all’oscurantismo cattolico, all’ingerenza della CEI, a papa Pio IX e al suo Sillabo. O della finanziaria 2007 che ha previsto uno stanziamento di 55 mila euro per la manifestazione “Rome gay & lesbian games” del 2009. Ma l’Italia è ancora poca cosa nello scenario generale, in un’Unione Europea che si proclama paladina dell’uguaglianza ma che ha ripudiato le sue radici cristiane, che stanzia fondi per il controllo delle nascite (il che significa anche aborto eugenetico) e sollecita gli stati membri a dare via libera alle adozioni omosessuali (si ricordi il caso Buttiglione) mentre obbliga alla concessione dell’adozione a coppie eterosessuali non sposate (coppie che non offrono quindi alcuna garanzia giuridica ai figli), e un’Inghilterra in cui il governo laburista impedisce di chiamare i genitori con il proprio nome, vietando a scuola l’uso di termini imbarazzanti e da bandire come “papà” e mamma”. Esemplare il caso della Spagna di Zapatero, convinto assertore dell’assoluta laicità e del principio secondo cui “quando una forte maggioranza di cittadini afferma qualcosa, quella maggioranza ha ragione”. Legalizzato il matrimonio omosessuale, approvato il divorzio express, ammesse le pratiche più fantasiose per la procreazione assistita, favorito l’aborto libero, eliminate le parole “padre” e “madre” e sostituite con “progenitore A” e “progenitore B”, ora pretende che in tutte le scuole spagnole si insegni la nuova materia obbligatoria dell’Educazione alla Cittadinanza, che insegna ai bambini, a partire dai sei anni, che fra coppie omosessuali ed eterosessuali non ci sono differenze, che la morale in campo sessuale non esiste, che anzi la morale è creata dalle scelte di ciascuno. Dalle pagine di questo piccolo saggio traspare l’allarmante considerazione che l’Europa, volte le spalle alla Rivelazione, abbia del tutto perduto una sua antropologia. Colpe dalle quali non è esente neppure una certa Chiesa, che spesso ha spostato l’attenzione a favore del desiderio di venire incontro alle difficoltà sentimentali, economiche e sociali dei fedeli, in ossequio all’imperante relativismo. Per questo, il successo delle manifestazioni di Roma e Madrid, a cui hanno partecipato numerosi movimenti ecclesiali, fa emergere la forza con cui oggi la Chiesa sia l’unica istituzione che combatte contro la fine del diritto naturale e a svolgere un ruolo profetico in difesa dei più piccoli e dei più deboli. A completare il volume, una corposa sezione di appendici, con i discorsi dei responsabili dei movimenti che hanno sfilato al Family Day spagnolo, una catechesi sulla famiglia di Giovani Paolo II e un’intervista realizzata da Padre Livio, direttore di Radio Maria, a Kiko Arguello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale.

giovedì 8 maggio 2008

Arthur Conan Doyle - Le memorie di Sherlock Holmes

Seconda raccolta di racconti per la creatura di Conan Doyle, anche qui alle prese con una molteplicità di casi molto vari. Il primo è il capolavoro Silver Blaze, in cui il nostro è contattato per risolvere il caso del furto di un imbattibile purosangue avvenuta proprio alla vigilia della più importante gara di ippica d’Inghilterra, la Wessex Cup. Ovviamente, Holmes scopre dove è il cavallo e lo fa correre sotto falso nome, stupendo il proprietario solo dopo la fine della gara. Memorabili la descrizione dell’atmosfera della brughiera, la folgorante deduzione di Holmes sulla reale velocità del treno durante il viaggio che lo porta nel Devon, e il ragionamento sul ritrovamento del fiammifero nel fango e sull’importanza dell’abbaiare del cane nella notte (con la famosa battuta: “Ma… Mr Holmes, il cane non ha abbaiato” – “Ciò è esattamente quel che lo rende così importante”). Il grande investigatore invece non comprende interamente la soluzione ne La faccia gialla, il caso di un marito che sospetta la moglie perché questa gli ha chiesto cento sterline senza addurre alcuna spiegazione e si reca spesso nella casa vicina. Holmes infatti sospetta si tratti di un ricatto messo a punto dall’ex marito della donna, creduto morto, ma non sa che dietro c’è qualcosa di inaspettato, che la donna va nella casa a prendersi cura della figlia di colore, avuta dal suo primo matrimonio con un nero. Notevole che tutto il racconto, basato sulle menzogne e il silenzio, alluda a un tema come quello del razzismo. Ne L’impiegato dell’agenzia di cambio un uomo è stato contattato da una strana ditta di Birmingham che gli ha offerto un lavoro pagato molto più del normale, rispetto a un ingaggio appena avuto presso un’altra ditta. Naturalmente Holmes scopre il vero obiettivo di quella che è una truffa in piena regola: la sostituzione dell’impiegato presso il vero datore di lavoro per organizzare un furto di un milione di sterline in obbligazioni. I successivi due casi sono due racconti risalenti alla sua giovinezza del grande investigatore, che Holmes fa a Watson approfittando del pretesto di far ordine tra le sue carte : nel primo, Il Mistero della «Gloria Scott», egli racconta di quando fu invitato dall’unico amico che aveva, nella sua villa in campagna, proprietà del padre benestante. L’acutissimo Holmes, già in possesso di qualità eccezionali, da prova di un eccellente spirito d’osservazione: lo stesso uomo è in realtà in estremo pericolo, venendo ricattato da un marinaio che sa che lui è uno dei membri dell’equipaggio della nave Gloria Scott, che a suo tempo si era ammutinato e aveva affondato la nave, disperdendosi e facendo fortuna. Il secondo racconto, anch’esso risalente alla giovinezza del detective, è Il Rituale dei Musgrave, in cui Holmes è ancora ospite da un suo vecchio compagno di università, Reginald Musgrave: egli lamenta problemi col proprio maggiordomo, sorpreso nottetempo a frugare tra le carte private di famiglia, tra cui vi è anche la minuziosa descrizione dell’apparentemente inutile Rituale dei Musgrave, un vecchio rompicapo tramandato di generazione in generazione ai discendenti maschi della famiglia. A infittire il mistero, il maggiordomo scompare, e con lui anche una giovane cameriera da lui sedotta senza alcuno scrupolo. Inutile cercare nel lago che si trova nella vasta tenuta, dato che una ricerca ha restituito solo una strana serie di oggetti senza valore. L’attenzione di Holmes si concentra sul Rituale, capendo che solo risolvendone l’enigma si può giungere a capire l’intera vicenda, e ci riesce grazie all’applicazione pratica delle regole trigonometriche, facendo luce sulla reale portata degli oggetti ripescati dal lago. Troviamo Holmes ancora a casa di un amico ne L’enigma dei Reigate, dove però il nostro eroe si sta riposando in seguito a un brutto esaurimento nervoso causato dal troppo lavoro; la tranquillità è naturalmente una chimera, dal momento che egli si trova ad avere a che fare con alcuni furti che si stanno verificando nelle ville adiacenti e addirittura un morto. Scoprirà ovviamente tutto, a partire da uno stupefacente esame calligrafico e dai segni dell’impatto del proiettile: molto divertente quello che sembra un errore del grande investigatore, che in realtà sta bluffando perché il colpevole si tradisca. Ne Il caso dell’uomo deforme, Holmes si precipita di notte a casa del suo amico Watson e, dopo una serie di mirabolanti deduzioni, lo trascina ad Aldershot per la conclusione di un caso a suo parere molto intrigante: un colonnello è stato infatti ritrovato col cranio fracassato dopo un alterco con sua moglie che, da quel momento, è in stato di shock. Naturalmente, è lei ad essere messa sotto accusa, ma una serie di elementi non tornano (la coppia non ha mai litigato prima, la stanza è chiusa dal di dentro), e sono inoltre presenti una serie di piccoli indizi, tra cui le tracce di un piccolo animale, e la testimonianza di un’amica che dice di aver visto la donna parlare con un uomo deforme, che fanno ritenere a Holmes che le cose sono andate in ben altro modo. Infatti, sulla storia gravano ombre di vicende passate, dovute alla gelosia e risalenti all’India. La citazione finale del re Davide, giustiziere di Uria l’Ittita per impossessarsi della sua sposa  Betsabea, pone un sigillo morale e religioso all’intera vicenda, e sottolinea la concezione rigorosa di Holmes. Il paziente interno vede un giovane medico che si presenta a Baker Street raccontando lo strano caso di un mecenate che è stato trovato impiccato e che, tempo prima, lo ha aiutato allestendogli uno splendido ambulatorio, a patto di poter vivere da lui come paziente fisso. Indizi che apparentemente non dicono niente (della polvere, qualche fibra, un po’ di cenere), per Holmes sono decisivi, tanto da permettergli di ricostruire ciò che è esattamente accaduto e a svelare gli antefatti della vicenda: purtroppo, però, i colpevoli (una banda di ladri di cui faceva parte lo stesso uomo fintosi poi mecenate per sfuggire alla loro vendetta) riescono a sfuggire alla giustizia umana, prima di finire dispersi in mare. L’Interprete greco è un’avventura resa straordinaria dalla comparsa, per la prima volta, del fratello maggiore di Sherlock Holmes, Mycroft, Dotato di capacità logico-deduttive pari, se non addirittura superiori, a quelle del fratello. È un personaggio singolare, che trascorre le sue giornate al Diogene’s Club, un eccentrico ritrovo di misantropi, al cui interno è persino proibito parlare. Straordinaria è l’iperbolica serie di deduzioni a catena in cui si lanciano i due fratelli durante il loro incontro alla semplice osservazione di un uomo dalla finestra, lasciando a bocca aperta il dottor Watson, e insieme a lui il lettore. Abitudinario, flemmatico e inglese fin nel midollo, Mycroft ha per le mani un sordido caso molto stimolante ma è troppo pigro per affrontarlo direttamente, e per questo coinvolge il fratello Sherlock: un noto interprete greco di Londra è stato assoldato con l’inganno e la forza da due delinquenti per tradurre le parole di un uomo che viene costantemente torturato, per estorcergli una confessione. Gli sforzi dei fratelli Holmes non bastano purtroppo a salvare lo sventurato, ma almeno servono a strappare il disgraziato interprete dal tentativo di omicidio di cui è vittima. Anche questa storia si chiude con la fuga dei criminali in Europa e la notizia della loro morte a Budapest: è l’ennesimo caso in cui la giustizia divina interviene per punire i colpevoli. Il trattato navale riguarda il trafugamento (a spese di un amico di Watson) di un importante trattato segreto tra la Gran Bretagna e l’Italia (!) e la possibilità di una crisi navale nel Mediterraneo in funzione antifrancese. La cosa che lascia stupefatti è l’assoluta leggerezza con cui si comportano i funzionari governativi, che lasciano documenti segreti assolutamente incustoditi (pazzesco poi che chiunque riesca a entrare nel cuore di un ministero inglese e andarsene del tutto indisturbato). Celeberrimo l’episodio di Holmes che si interrompe osservando una rosa e si lascia andare a una serie di pensieri sulla sua bellezza e sulla meraviglia che lo prende di fronte alla generosità degli aspetti più belli della vita. Altrettanto singolare il finale, in cui emerge l’umorismo eccessivo e la passione per la messinscena del grande investigatore, che fa ritrovare il trattato in un piatto durante la colazione. Si arriva così a L’avventura finale, episodio in cui Conan Doyle, convinto che le avventure di Holmes identificassero il suo lavoro di scrittore solo per il personaggio da lui inventato, si convinse a uccidere il suo eroe contrapponendogli un personaggio di eguale spessore: il professor Moriarty, il Napoleone del Crimine, capo della malavita e autore di tutti i delitti impuniti di Londra. Lo stesso Holmes ripete più volte che è disposto a morire, se ciò deve rappresentare l’unica maniera per dar fine alle diaboliche iniziative di Moriarty. Lo stesso Moriarty si reca un giorno a Baker Street, in un confronto memorabile in cui i due antagonisti si scambiano il loro rispetto reciproco (anche se Holmes ammette di essere stato felice di aver avuto il revolver tra le mani). Da parte loro, gli sgherri del professore non perdono tempo, attentando ripetutamente alla vita dell’investigatore, il quale rischia di essere travolto da una carrozza guidata da due cavalli ed è poi attaccato da un manigoldo che lo lascia a terra ferito. Holmes decide così di affrontare un viaggio nel cuore dell’Europa, in compagnia del fido Watson, per non intralciare le operazioni di polizia. Ma il perfido e tenace professore arriva al punto di noleggiare un treno speciale per inseguire i due, i quali riescono temporaneamente a far perdere le loro tracce e a riparare nelle valli svizzere, fino alle cascate di Reichenbach. Purtroppo, arrivati a questo punto, Watson viene distratto da un diversivo e si allontana, salvo poi rendersi conto del raggiro e tornare sul luogo, ritrovando un biglietto (scritto dallo stesso Holmes) che gli narra come i due antagonisti sono stati finalmente faccia a faccia per lo scontro finale: tutto lascia pensare che siano caduti nelle cascati trovando la morte. Holmes si distingue ancora per i suoi travestimenti (questa volta, il ruolo da lui interpretato in quest’ultimo caso è quello di un  anziano prete italiano, con naso finto e parrucca), e la storia in sé è molto suggestiva, rivelando come Moriarty poteva essere un grande personaggio come nemesi malvagia di Holmes: purtroppo Conan Doyle si limitò a utilizzarlo per liberarsi di Holmes e avere maggior successo come autore di altre opere (finendo però costretto, dopo alcuni anni, a “resuscitare” la sua creatura più famosa, obbligato dal suo editore e dalle richieste degli appassionati lettori, i quali in seguito alla sua presunta morte si erano presentati al lavoro con il lutto al braccio).

lunedì 5 maggio 2008

Arturo Pérez-Reverte - Purezza di sangue

Nella Spagna «ipocrita e perennemente schiava delle apparenze e dell’opinione altrui» del Seicento, durante il regno di Filippo IV, muove i suoi passi il capitano Alatriste, veterano di guerra e soldato di ventura, il quale «poteva mostrare rispetto per un Dio che gli era indifferente, battersi per una causa in cui non credeva, ubriacarsi con un nemico, o morire per un maestro di campo o per un re che disprezzava». Il titolo di questo secondo capitolo dedicato alle sue avventure, la purezza di sangue, allude all’accusa di presunte origini ebraiche grazie a cui l’Inquisizione detiene il suo potere andando contro la politica del duca di Olivares, potente ministro di Filippo IV, di alleanza con i banchieri ebrei portoghesi. Di questo complesso e perverso meccanismo di intrighi fa le spese il narratore della vicenda, Iñigo Balboa, il ragazzo affidato da un compagno d’armi del capitano alla custodia di Alatriste, che si ritrova in guai più che seri dopo avere preso parte al tentativo di liberare una  giovane novizia dal convento dell’Adoración. Arrestato dall’Inquisizione e portato a Toledo, viene torturato per rivelare informazioni su Alatriste (inseguito da fra Emilio Bocanegra dal primo romanzo) e verrebbe giustiziato pubblicamente se il capitano e il suo amico poeta Francisco de Quevedo non intervenissero direttamente presso il conte di Olivares e la diabolica mente organizzatrice del complotto, il consigliere Luis de Alquézar (utilizzando proprio il concetto di “purezza di sangue”). Ancora una volta, è presente Angelica de Alquézar, la bellissima e demoniaca bambina della quale è invaghito Iñigo che, nonostante l’amore che prova nei suoi confronti il ragazzo, contribuisce non poco al complotto tramite cui questi viene trascinato nelle prigioni toledane dell’Inquisizione. E non manca neppure il terribile Gualterio Malatesta, spadaccino palermitano nemico di Alatriste: nel dolente epilogo, il capitano si reca a casa sua per ucciderlo, ma trovandolo ferito e sofferente rivede in lui e nella sua abitazioni la stessa tristezza di vita. È il miglior Pérez-Reverte possibile, quello che diverte e imprigiona in un racconto di cappa e spada profondamente influenzato da Dumas, con linguaggio arcaicizzante che mescola intrigo, azione e poesia, capace di riflettere sulla storia e di creare personaggi memorabili.

giovedì 1 maggio 2008

Patrick Süskind - Il profumo

La storia del reietto Jean-Baptiste Grenouille, assolutamente privo di odori corporei e per questo ritenuto un demonio o un uomo assolutamente insignificante, privo di anima. Dotato però di un finissimo olfatto, è in grado di riconoscere tutti gli odori possibili con estrema facilità e per questo riesce a lasciare la conceria presso cui è impiegato per andare a fare il garzone per il grande profumiere Baldini, per il quale crea essenze di eccezionale successo. Purtroppo però scoprirà che il metodo della distillazione praticato da Baldini non è in grado di estrarre l’odore proprio di ogni cosa, e abbandona Parigi per la Provenza, dove medita il grande progetto di fabbricarsi un proprio odore personale, che faccia innamorare gli altri di lui. Dopo aver appreso i segreti dell’enfleurage, dunque, Grenouille si trasforma in uno spietato serial killer di giovani donne (anche se in gioventù ha già ucciso una ragazza, che gli ha fatto nascere il desiderio di possedere gli odori in modo tale da non doversi più privare della bellezza). Dopo averne ammazzate venticinque, viene catturato, processato e condannato, ma il suo profumo fa effettivamente innamorare gli altri di lui, causando tra le altre cose un’orgia sfrenata sotto il patibolo in cui ognuno perde le proprie inibizioni: purtroppo però a Grenouille il profumo non fa effetto e non lo rende capace di amare, ed egli continua a trovare gli altri esseri umani ripugnanti. Perciò, sconfitto dalla sua riuscita, il giovane senza fama né rispetto decide di concludere la sua vita con un gesto estremo, finendo divorato da un gruppo di zingari. Nonostante abbia apprezzato il tentativo di spiegare l’olfatto a parole e il perché della scomparsa di un individuo singolare che è un genio nel suo campo ma che è destinato a non lasciare traccia perché confinato al fugace regno degli odori, ho trovato questo romanzo molto sopravvalutato (visto il successo ottenuto a livello globale) e non privo di cadute di tono e volgarità gratuite (con capolavori del calibro “l’odore di pesce del sesso”). Magmatico e ossessivo, criptico e cerebrale, è in definitiva esagerato e abbastanza noioso. Capisco però che molti, leggendolo, possano pensare di trovarsi davanti a un capolavoro assoluto. Interessante il fatto che, ogni volta che Grenouille abbandona qualcuno, questi muore subito dopo.

Jean Claude Carrière e Milos Forman - La passione di Goya

Bisogna premettere subito che questo libro non è altro che la sceneggiatura del film di Milos Forman L’ultimo inquisitore (in originale I fantasmi di Goya), scritto insieme allo sceneggiatore dell’ultimo Bunuel, Jean-Claude Carrière. Nella versione cartacea, il titolo cambia ancora (cosa che contribuisce a creare ulteriore smarrimento nel pubblico), ma si può apprezzare fino in fondo quello che il film voleva dire e che, a mio avviso, è riuscito a fare solo in parte. Non solo il libro è molto bello, ma è anche una lettura perfetta dal momento che esso è ambientato nella Spagna a cavallo tra Settecento e Ottocento, e ricorda l’insurrezione di Madrid contro i francesi del 2 maggio 1808, ricorrenza di cui cade il bicentenario proprio in questi giorni. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, protagonista della vicenda non è Goya, ma il frate domenicano Lorenzo Casamares, integerrimo propugnatore dell’infallibile dottrina dell’Inquisizione, istituzione ormai in crisi durante i nuovi tempi influenzati dalle idee illuministe. Dapprima fornica con una inerme Ines Bilbatua (musa di Goya, imprigionata e torturata dai frati per sospetto giudaismo), poi subisce sulla sua pelle l’ingiustizia della tortura e l’allontanamento dall’ordine domenicano, per poi tornare in Spagna una volta divenuto influente esponente politico della nuova leva burocratica napoleonica, sino a finire coraggiosamente alla garrota di fronte alla restaurazione del 1815. Il romanzo ha una struttura speculare in due parti, che vedono ognuna il trionfo dell’estremismo (della fede nella prima, della ragione nella seconda), naturalmente sempre attraverso frate Lorenzo, assolutamente privo di metro e desideroso, alla fin fine, di essere qualcuno (significativo che nella prima parte egli incontri il papa e riceva il suo apprezzamento, così come nella seconda incontra Napoleone). Forse un po’ didascalico, ma efficace: non a caso entrambe le parti si chiudono con un’esecuzione di Lorenzo, la prima solo in immagine con il rogo del suo ritratto, la seconda anche fisica. In mezzo a tutto questo trambusto da feuilleton, il pittore Goya si limita a ritrarre le sue ossessioni e le vede materializzarsi: è chiaro che i due autori si sono basati per lo più sul Goya dei Capricci, delle stampe ironiche e grottesche, con un grande senso dell’illustrazione, e chi conosce l’opera di questo grande pittore potrà apprezzare enormemente la gamma di situazioni che gli si parano davanti (il corteo degli eretici, le devastazioni della guerra, l’asilo dei folli). Inevitabile qualche concessione al melodramma (una Ines sconvolta e resa folle dalla perdita dell’uomo della sua vita e della sua bambina), ma non è banale il ragionamento sulla follia della guerra, sulla libertà espressiva e sulla prostituzione dell’arte e del sapere (Goya ritrae i regnanti e poi quelli che gli succedono per puro senso del denaro, tenendosi per sé le altre grandi opere che tutti conosciamo). Peccato che il film non se lo sia filato proprio nessuno…

Arthur Conan Doyle - La valle della paura

Come Uno studio in rosso, primo romanzo di Conan Doyle con protagonista Sherlock Holmes, La valle della paura è diviso in due parti: la prima racconta un delitto e la soluzione dello stesso, la seconda illustra il passato di un personaggio, con una vicenda ambientata ancora una volta negli Stati Uniti (in Uno studio in rosso il protagonista cercava di vendicarsi dei mormoni dello Utah). Sherlock Holmes è infatti chiamato a risolvere un delitto inspiegabile avvenuto nel castello della famiglia Douglas e, grazie alla sua abilità investigativa, scopre che il presunto assassinato (tal signor Douglas) non è chi tutti credevano, ma un nemico di esso: la messa in scena è stata realizzata per far credere agli inseguitori del signor Douglas che egli sia morto. Questi infatti, avendo visto uno dei suoi inseguitori in una cittadina vicina al castello, si è sentito immediatamente minacciato, e l’ha poi affrontato nel suo studio, uccidendolo. Il morto che è stato ritrovato è proprio il misterioso assalitore, reso irriconoscibile da un colpo di fucile in faccia. Nella seconda parte del libro, dunque, scopriamo la storia di Douglas, o meglio McMurdo, in America sotto falso nome per entrare nella loggia deviata del luogo, una banda di assassini guidati dal grande maestro McGinty; riesce a truffarli e a farli arrestare, ma viene inseguito e braccato da alcuni di essi dopo la loro scarcerazione. Douglas e la moglie, una volta fallita la messa in scena della sua morte, decidono quindi di partire per l’Africa, ma è proprio in questo viaggio che Douglas viene assassinato. Holmes è certo che sia opera del professor Moriarty, il Napoleone del crimine, di cui lo stesso Holmes racconta all’inizio a un ben poco convinto (e coinvolto) ispettore di Scotland Yard: capo di un’associazione a ragnatela, egli è autore di tutti i delitti irrisolti negli archivi della polizia. A parte l’interessantissima seconda parte, però, La valle della paura è forse il romanzo meno riuscito che ha come protagonista il grande detective: interessante però la meccanica delle indagini, con i tre indizi decisivi del manubrio mancante, la presenza di un simbolo massonico sul braccio della vittima, e la mancanza della vera matrimoniale.