domenica 27 luglio 2008

J.K. Rowling - Harry Potter e l’Ordine delle fenice

Nel quinto romanzo della saga, le cui dimensioni si sono ormai fatte ciclopiche, Harry Potter è innanzitutto costretto a difendersi dall’accusa di aver usato impropriamente la magia fuori dalla scuola e davanti a un babbano, suo cugino Dudley (sempre più odioso, che ora fa pugilato e malmena i bambini più piccoli). In realtà, il povero Harry è solamente intervenuto per salvare l’orrido cugino da un attacco dei terribili Dissennatori di Azkaban, e l’intervento in tribunale di Silente lo reintegra nella scuola e lo introduce alla conoscenza dell’Ordine della Fenice (la cui sede è nella casa del suo padrino Sirius Black), un gruppo di nobili cavalieri magici avversari di Voldemort. E così scopriamo che è in atto uno scontro fra Silente e il Ministero della Magia nella persona di Cornelius Caramel, pavido ministro che è deciso a reprimere con ogni mezzo coloro che osano affermare che l’Oscuro Signore è tornato, e per questo invia una sua emissaria, la terribile Dolores Unbridge, come inquisitrice per mettere sotto inchiesta i vari insegnanti e chiude tutte le associazioni studentesche. È lei il personaggio negativo della vicenda, che non solo sostituisce al classico castigo dello scrivere alla lavagna una terrificante punizione corporale che resta incisa sulla mano, ma soprattutto applica un modello di magia legalista e per questo inaridita, diversa dall’insegnamento di Silente, sempre saggio e in possesso della soluzione giusta, pronto a farsi carico delle colpe imputate ai suoi studenti, purché essi siano lasciati liberi di agire e vivere l’esperienza magica, andando contro il conformismo. Lo stesso Harry, che ha problemi a scuola, si mette a insegnare ai suoi compagni per creare un fantomatico “esercito di Silente”, ma ha il problema che durante il sonno diventa Voldemort (o vede dalla prospettiva di Voldemort) e per questo crede di essere la causa dell’attentato al signor Weasley, e deve per questo sottoporsi a lezioni di occlumanzia con il professor Piton per riuscire a chiudere la sua mente a queste visioni. Così come aveva fatto con Silente nel precedente capitolo, Harry entra questa volta nei ricordi di Piton, e scopre che suo padre non era propriamente un alunno modello (denigrava Piton senza motivo). Non manca il solito finale di confronto fra buoni e cattivi nel Ministero della Magia, dove ricompare Silente insieme ai suoi fedelissimi per sconfiggere i Mangiamorte, ma che si chiude nella tristezza per la morte di Sirius. La Rowling introduce nuovi temi come la separazione interna alla famiglia Weasley (dove Percy litiga col padre in seguito alla decisione di passare dalla parte di Caramel contro Silente), indovina la creazione dei Testri (cavalli alati visibili solo a chi ha avuto esperienze di morte) e riesce a cogliere le inquietudini dei suoi giovani protagonisti giunti a un’età di cambiamento (per di più si avvicinano gli esami del G.U.F.O., una specie di esame di esame di maturità per gli studenti del quinto anno). Harry è chiamato a una trasformazione, come mago e come persona, per entrare nell’età adulta (non è un caso che ci sia anche il suo primo bacio e le prime schermaglie amorose con una compagna, Cho Chang), ma nel farlo molte sono le sue nevrosi e le sue reazioni non sono più quelle del bambino bravo ed educato dei primi episodi. Le stesse pagine sembrano riflettere lo strazio di essere quattordicenne del povero Harry, perennemente incompreso e perseguitato da ogni tipo di angheria, e il tono si fa generalmente più cupo e angosciante, quasi ossessivo, mentre sono definitivamente svaniti il tono fanciullesco e le cialtronerie dei primi episodi. Per il resto, tornano molti personaggi dei romanzi precedenti (i vecchi professori Lupin e Malocchio Moody, che sono appartenenti all’Ordine della Fenice, il cialtrone vanesio Gilderoy Allock è ricoverato in ospedale in seguito alla perdita della memoria, la giornalista Rita Skeeter, che ora ha perso il lavoro). Hagrid compare solo a metà libro, perché impegnato a combattere i giganti per conto di Silente: litiga con i Centauri della Foresta e porta a vivere vicino a casa il suo mostruoso fratello (per l’appunto un gigante), mentre Draco Malfoy è sempre più insopportabile e ormai ridotto a fare battute squallide e a ridersela in compagnia dei suoi sgherri. Piuttosto in secondo piano Ron, che comunque diviene prefetto e portiere della squadra di quidditch, trascinando il Grifondoro alla vittoria. Spiccano invece le figure di Fred e Gorge Weasley, fratelli gemelli di Ron, che intendono aprire un negozio di scherzi e per promuovere il loro prodotti usano gli studenti di Hogwarts come cavie, trascinandosi addosso un mare di guai, e invece scatenano un pandemonio per vendicarsi delle ingustizie perpetrate dalla Umbridge, fuggendo a cavallo delle loro scope per aprire a Diagon Alley il loro nuovo negozio.

martedì 15 luglio 2008

Kazuo Ishiguro - Non lasciarmi

Straordinario quest’ultimo romanzo di Kazuo Ishiguro, scrittore giapponese da sempre vissuto in Inghilterra e famoso autore di Quel che resta del giorno. Si comincia a leggerlo ma non si capisce nulla: la narrazione si sviluppa su un classico percorso di memoria dell’io narrante, Kathy H., trentuno anni, che rivela attraverso i suoi ricordi la sua storia di studente dell’esclusivo collegio di Hailsham (la scuola, gli amici, i primi amori, i bisticci, i tradimenti), con le tipiche dinamiche di un ambiente chiuso in cui tutto è pettegolezzo e gelosia, e una semplice occhiata può scatenare tragedie emotive. Al centro dei ricordi di Kathy vi è la splendida relazione di amicizia e amore tra Kathy stessa, la sua amica Ruth, e Tommy, il ragazzo collerico, sportivo e imbranato che entrambe amano. Non hanno genitori, ma non sono nemmeno orfani (da notare che sono tutti in possesso di cognomi amputati). Non si capisce bene che mondo è questo college inglese in cui ci sono dei ragazzi allevati con molta cura alla formazione artistica ed estetica, con insegnanti chiamati “tutori” che continuano a ripetere loro che sono speciali. Una delle responsabili della scuola, che i bambini chiamano Madame, si comporta in modo strano con i piccoli, sembra quasi averne paura, raccoglie poesie e disegni per riporli in un luogo misterioso, chiamato la “Galleria”. Progressivamente, si notano dei particolari inquietanti: la parola “donazioni”, che salta continuamente fuori, le rigorose visite mediche settimanali, il tabù del fumo al punto tale che le fotografie di persone con le sigarette sono tagliate via dai libri. Inoltre, si scopre che i ragazzi sono sterili, quindi possono accoppiarsi tranquillamente senza complicazioni. La grandezza di Ishiguro sta proprio in questo: non spiegare ma accennare e introdurre i punti un po’ alla volta, come in un mosaico. A Hailsham segue il periodo nei Cottages, l’adolescenza, le prime esperienze sessuali, i veterani che poi se ne vanno e non tornano più, prima di diventare quello che la società ha riservato per loro. Ed è solo dopo la metà del libro che scopriamo l’orrenda realtà, che non siamo nemmeno stati in grado di immaginare unendo i vari indizi: i ragazzi sono cloni di altri individui, destinati a essere “donatori” di organi o “assistenti” di sostegno ai donatori (come nel caso di Kathy, che si trova ad assistere prima Ruth e poi Tommy). Un romanzo opaco ed enigmatico, a metà tra la fantascienza e il racconto gotico, dal ritmo lento e praticamente senza azione, permeato di triste romanticismo ma dominato da un vago senso di rassegnazione (stupisce che manchi un momento in cui i cloni prendano atto della propria condizione, anzi, sembra che lo sappiano da sempre e non sentano mai la necessità di ribellarsi o di fuggire). Attraverso un espediente narrativo diretto e di indubbia efficacia, Ishiguro fa parlare direttamente i suoi cloni (ognuno dotato di personalità a tutto tondo, veri e propri esseri umani) e così affronta un grande tema come quello della bioetica e tenta di rispondere alla naturale esigenza di scoprire le proprie origini (qui i “possibili”, le vere persone da cui si è stati creati), e nel farlo non rinuncia al senso di colpa che ogni ragazzo ha nella crescita (Ruth pensa che tutti loro siano originati dalla feccia della società, Kathy invece sfoglia le riviste pornografiche perché crede di essere stata presa da una delle modelle che vi sono fotografate, a causa delle sue pulsioni relative al sesso). Non solo: è molto profonda l’analisi sulla sessualità disordinata e sterile di questi giovani che vivono questa dimensione come un mistero, e addirittura commovente la contrapposizione tra il mondo dei cloni, pieno di ideali come l’amicizia e l’amore, e il mondo degli essere umani, egoista, ipocrita e senza scrupoli. La scienza non si può fermare e non si può invertire la rotta, ora che si sono sconfitte malattie incurabili come il cancro e l’infarto, e per questo i cloni sono stati dimenticati, non venendo riconosciuti come persone vere e proprie dotate di un’anima (è addirittura agghiacciante il fatto che la vita e la morte non siano mai esplicitamente menzionate, ma si parli solo di “ciclo”). Il titolo originale Never Let Me Go si riferisce alla canzone che Kathy ascolta quando è bambina e che poi, una volta persa, diviene l’occasione dell’innamoramento con Tommy e, dopo molti anni, ragione di chiarimento con Madame, in un dialogo che svela il vero senso degli eventi: i docenti “progressisti” di Hailsham hanno cresciuto questi bambini perché diventassero adulti intelligenti e beneducati, ha concesso loro il tempo di farsi delle amicizie, addirittura di innamorarsi (notevole, a questo proposito, il ragionamento sull’arte, utilizzata per dimostrare al mondo che i cloni hanno un’anima). Senza volerlo, hanno però generato nei cloni l’idea di  poter ottenere un rinvio del momento stabilito per divenire donatori (è l’immaginazione dei ragazzi che li convince della possibilità di ottenere un rinvio dimostrando di essere innamorati, e fa credere loro che l’esposizione di opere raccolte da Madame serva per verificare che i sentimenti siano veritieri). Qual era lo scopo, chiede Kathy, vista l’impossibilità di cambiare ciò che la società ha stabilito per loro? Forse Ishiguro vuole dirci che la vita, anche in minima parte, merita di essere vissuta. E che non può esistere cosa peggiore di una vita elaborata dalla mente umana…

Arturo Pérez-Reverte - L’ussaro

Primo romanzo di Pérez-Reverte, scritto ancora quando faceva il reporter di guerra e per questo fortemente legato alla sua esperienza personale. Il protagonista della vicenda è il non ancora ventenne Frederic Glüntz, figlio di un ricco mercante, che pieno di belle speranze si arruola nell’esercito e finisce sottotenente di un reggimento degli ussaro, un onore insperato per un giovane ufficiale privo di origini aristocratiche. Il gran giorno della sua prima battaglia lo attende, e il giovane sottotenente immagina il battesimo di fuoco e sangue da cui lo separa una sola interminabile notte di veglia, passata a condividere speranze, ricordi e paure con l’amico e compagno d’armi De Bourmont. Il povero Glüntz è sinceramente convinto che la guerra sia una cosa nobile e bella, come l’amicizia sotto una tenda da campo, con tutto il suo splendore classico da parata, con la carica sotto il sole e le lame scintillanti. L’amico De Bourmont riassume così il momento dell’attacco della cavalleria: «l’istante supremo in cui non hai altri amici che il tuo cavallo, la tua sciabola e Dio, in quest’ordine». Purtroppo, la guerra in questione è quella spagnola ai tempi di Napoleone e il mattino stesso della battaglia riserva una prima sorpresa è grigio e piovoso, lasciando intuire il peggio. Ciò che attende Glüntz non è una guerra di quelle studiate sui manuali, condotta in campo aperto con manovre impeccabili, ma un incubo pieno di orrore e paura. Gli stessi nemici sono invisibili, con una guerriglia di bande irregolari di contadini armati di falci e schioppi che infieriscono sugli invasori francesi e l’armata napoleonica che commina fucilazioni e impiccagioni (in questo le scene narrate sono fortemente debitrici delle incisioni di Goya). È una guerra combattuta nel fango, senza regole, senza pietà neppure per i cadaveri che vengono costantemente sfigurati e oltraggiati. È in questi frangenti che si rivela l’odio francese per gli spagnoli incivili, retrogradi e ottusi che non hanno senso dell’onore e uccidono alle spalle i soldati che sono rimasti indietro (e hanno il proprio simbolo nel prete basso e sporco che sputa in faccia all’ufficiale francese prima di farsi impiccare a un albero), tanto che talvolta nella lettura si è portati a dare anche un po’ ragione a Napoleone che intende trasportare nella penisola iberica i valori dell’Illuminismo. Molto bello, a questo proposito, il confronto fra Glüntz e De Bourmont da una parte e Don Alvaro de Vigal dall’altra, con quest’ultimo che cerca di spiegare perché la Spagna è così diversa. Certo, il romanzo è scritto benissimo e ha una precisione maniacale nella ricostruzione delle battaglie, e da esso si può capire molto delle eccezionali qualità di narratore che l’autore avrebbe in seguito dimostrato, ma secondo me è ancora immaturo e, forse, un po’ troppo didascalico (la caduta di Glüntz da cavallo come San Paolo sulla via di Damasco, o il climax ascendente per arrivare a capire che la guerra non è Gloria, Patria, Dio e Amore, ma sangue, fango e merda), risultando di minor forza e impatto rispetto a L’Ombra dell’aquila, che pur trattando lo stesso argomento è invece capace di raccontare la guerra con fare scanzonato e ironico e con uno suo preciso linguaggio. Forse solo il tragico finale, con Glüntz ormai reso pazzo dalle circostanze, anticipa quello stile isterico e immediato.

sabato 5 luglio 2008

Diablo Cody - Candy Girl

Questo libro (sottotitolo Memorie di una ragazzaccia per bene) è il racconto dell’esperienza autobiografica come spogliarellista di Diablo Cody, geniale sceneggiatrice (ormai di culto) premiata a Hollywood con l’Oscar per la sceneggiatura del film Juno. A 24 anni, laureata, trasferitasi da Chicago a Minneapolis per seguire il suo ragazzo musicista Jonny (padre separato di una bambina), lavora in un’agenzia pubblicitaria con buoni risultati ma decide, di punto in bianco, di partecipare a una serata in un locale di striptease come spogliarellista dilettante. Di fronte a tutti quegli uomini che la divorano con gli occhi, prova un’emozione indimenticabile, una sorta di fascinazione da potere, e butta tutto all’aria per dedicarsi interamente alla sua nuova attività. Con vari pseudonimi (Bonbon, Cherish e Roxanne) cambia vari locali passando attraverso diverse esperienze, quindi finisce a fare la bambolina del sesso dietro una vetrina per maschi vogliosi, torna in uno strip club ma alla fine scoppia per esaurimento nervoso (e guardandosi allo specchio quasi non si riconosce più). Ma qual è la ragione di questa scelta? È difficile comprenderlo, l’autrice stessa dice alla fine che non c’è una morale per i lettori, ma è illuminante che lei dica, quando esce dal locale dove ha comprato l’attrezzatura, «mi sentii come una puttana qualsiasi. Fu il giorno più bello della mia vita». Nelle interviste Diablo ha sostenuto con fierezza che l’essere diventata spogliarellista le ha permesso di fuggire dalla dimensione del lavoro retribuito e da una vita strangolata dalla normalità e dal perbenismo. Il bello, infatti, è che il suo racconto è del tutto privo di moralismo e di tutte quelle costruzioni sociologiche che piacciono tanto agli scrittori/registi intellettuali (tipo l’ottica sindacalista a favore delle spogliarelliste sfruttate e mal pagate, spesso costrette a fare i conti con maternità difficili e problemi insostenibili). Anzi, è molto più illuminante una testimonianza del genere per capire il terrificante meccanismo di questi locali, che chiedono alle ragazze una percentuale mostruosa sui loro guadagni e pretendono pure che queste vendano bibite o oggetti di merchandising (tanto che le spogliarelliste alla fine quasi ci perdono e si indebitano col locale!), con proprietari non fanno niente e intascano 7 dollari su 20 per una lap dance e 21 su 60 per una bed dance (interessante poi la notazione lessicale che nessuno nel ramo dice “spogliarellista” ma “entertainer”, ovvero “intrattenitrice”). La sua scrittura è vivace e impertinente, quasi irriverente ma irresistibile (come i dialoghi di Juno), e non rinuncia alle scurrilità esplicite e ai particolari disgustosi o surreali, con un agghiacciante campionario di perversioni maschili che dovrebbero far vergognare chiunque per il grado di abiezione che può toccare l’essere umano. Molti i personaggi memorabili, come l’inserviente dark addetto alle pulizie che indossa una maglietta con la scritta “fumo crack e amo Satana”, la collega con il vibratore rumoroso come un tagliaerba a motore, o la ragazzina che se la tira da ninfetta e invece ha «l’aria di essersi frustata ripetutamente con una catena da neve in preda a un’allucinazione di origine tifoide». Particolarmente divertente la parte in cui la nostra protagonista si ritrova a  fare la centralinista di un servizio telefonico erotico, alle prese con delle istruzioni di lavoro involontariamente comiche (e si chiede se non farebbe meglio a fare la copywriter). Scorrendo le pagine di questo libro, si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a un personaggio unico, per cultura e personalità: l’autrice ha una conoscenza cinematografica e musicale spaventosa, e spesso si avvicina al Nick Hornby di Alta fedeltà e 31 canzoni per quanto riguarda le considerazioni sulle hit e i gruppi musicali che hanno a che fare con il mondo dello spogliarello (le dieci canzoni migliori per spogliarsi, oppure le dieci da evitare con cura). Assolutamente consigliato, a patto di non scandalizzarsi.

Candace Bushnell - Sex and the City

Non sono mai stato né un fan spassionato dell’omonima serie né un suo particolare detrattore, e non ho quindi alcuna preclusione nel trattare questo libro, recentemente tornato alla ribalta in seguito all’uscita del film. È bene precisare fin d’ora, però, che esso, basato sulla rubrica tenuta dall’autrice sul New York Observer, c’entra davvero poco (per non dire che non c’entra nulla) con la famosa e pluricelebrata serie televisiva che ne è stata tratta. Le stesse protagoniste sono infatti citate solo sporadicamente, a eccezione di Carrie e la sua storia con Mr Big (che fa da collante alle varie storie), ed è evidente che in televisione le molte sfaccettature dei personaggi sono state addolcite e semplificate per rendere le quattro amiche dei tipi in cui potersi rispecchiare e divertire. Piuttosto, i vari capitoli del libro raccontano le squallide nottate di sballo e sesso facile (oltre a alcol e droga) a New York, di donne prive di scrupoli a caccia di affaristi individualisti, economisti egoisti e scrittori o editori alla moda. Il panorama è quanto più deprimente e squallido si possa immaginare, e ritrae la doppia faccia del sogno americano, delle ragazze che arrivano a New York con un sogno e finiscono a gambe aperte in qualche salotto raffinato o oggetto di strampalate perversioni (club per scambisti e sesso di gruppo, sveltine ingloriose, fino a chi sogna di fare sesso a tre). Un mondo in cui il romanticismo è stato ucciso dal rampantismo e la responsabilità dal preservativo: donne che non sopportano l’idea di legarsi per sempre a qualcuno e che non sono pronte per la vita familiare, oppure innamorate di un’idea di uomo ma non di un uomo reale, e che quindi riversano sui figli quelle ansie d’impegno che gli uomini non possono soddisfare. Non manca neppure chi pensa che un’avventura lesbica sia il modo migliore per dimenticare i propri problemi con gli uomini. Proprio gli uomini non fanno una gran bella figura, e magari i migliori sono gay e i peggiori sono gay ma non sanno di esserlo (forse l’unico che si salva, o almeno che possiede delle qualità, è Mr Big). Ho apprezzato le citazioni di film terribili che credevo di aver visto solo io (RivelazioniL’ultima seduzione e Amici per gioco, amici per sesso), ma in definitiva penso che questo libro sia più valido come documento sociologico sulla vita sessuale delle donne in carriera degli anni Novanta, piuttosto che come opera letteraria completamente riuscita. Non che sia scritto male, anzi; ritengo sia un bell’esempio di vuoto pneumatico.

mercoledì 2 luglio 2008

Jonathan Carroll - Mele bianche

Vincent Ettrich è un pubblicitario con un debole per le donne. È a cena con una nuova conquista, Coco. Un uomo si avvicina al suo tavolo e lo saluta: è Bruno Mann, un collega che non vedeva da tempo e che gli chiede di parlare. Se non che sua moglie lo avverte per telefono della morte dello stesso Bruno Mann. Quindi Vincent si sveglia di soprassalto: è nel suo letto, e vede addormentata accanto a sé la ragazza del sogno, Coco, che non aveva mai visto prima. Scopre anche un tatuaggio sul collo di lei: il nome Bruno Mann. È solo l’inizio (anche intrigante, non lo metto in dubbio) di un libro completamente allucinato in cui il nostro protagonista scopre di essere morto, che Coco è il suo angelo custode, che l’amore della sua vita Isabelle sta per avere un figlio da lui, e che lui è tornato in vita per salvare suo figlio Anjo, ancora un feto ma destinato a salvare l’ordine dell’universo dal Caos, un omone grasso e malvagio che gira per le strade in smoking. Non solo. Il Purgatorio è una dimensione che serve per comprendere il senso della morte (maestra di vita), Dio è un mosaico e noi siamo i tasselli di questo mosaico in continua trasformazione. Avrò un’altra idea della letteratura, ma questo tanto decantato romanzo di Jonathan Carroll mi ha parecchio deluso: eccessivo, esibito, ambiziosissimo nelle intenzioni ma assolutamente inoffensivo negli esiti, presenta una profonda contraddizione tra il minimalismo con cui affronta certi temi dell’intimità e la sua struttura sempre a metà fra la realtà e l’onirico, che sfida qualsiasi coerenza logica in una vorticosa spirale di eventi senza senso. Carroll vorrebbe essere visionario (e, a giudicare dai commenti della gente, sembrerebbe essere riuscito a farlo credere), ma i suoi spunti non decollano mai, i personaggi sono piatti e i dialoghi banali: la sua è pseudo-fantascienza con pretese di filosofia spicciola (chi può prendere sul serio il messaggio new age del mosaico?), con il contorno di un romanticismo per niente entusiasmante e di riflessioni da Baci Perugina («Per tutta la vita non si fa altro che muovere le tessere del proprio mosaico di qua e di là, cercando ogni volta di creare un mosaico perfetto»). Non pago, l’autore piazza anche l’assalto degli animali allo zoo come nel film “The Omen”. In definitiva, un romanzo secondo me molto deludente proprio per il suo status di culto. Capisco però che di questi tempi di assoluta povertà intellettuale possa piacere. Ah, complimenti alla Fazi per l’orribile copertina…