mercoledì 31 dicembre 2008

Kate Summerscale - Omicidio a Road Hill House

I delitti di Cogne, Erba e Garlasco insegnano che esistono fatti di cronaca in grado di attirare la morbosa attenzione dei lettori e del pubblico televisivo: la gente vuole sapere e chiede spiegazioni, i mezzi d’informazione puntano sul sensazionalismo, vivisezionando gli ambienti e la vita privata delle persone coinvolte. Tutto questo è sempre esistito, quasi fosse nella stessa natura dell’uomo, e ce lo prova questo libro di Kate Summerscale, la quale, con un paziente lavoro di ricerca e analisi ha ricostruito un oscuro fatto di sangue accaduto nell’Inghilterra del 1860, la barbara uccisione di un bambino di tre anni nella sua stessa casa, un edificio georgiano dello Wiltshire. L’episodio apparve subito scioccante proprio perché verificatosi in casa, ovvero il luogo simbolo dell’epoca vittoriana, il tempio sacro della famiglia e del focolare domestico. Gli ingredienti del giallo ci sono tutti (i genitori che dormono nella stanza accanto, i fratelli e la servitù al piano di sopra, la bambinaia nella stessa camera del piccolo con la sorellina, il cane che abbaia) e appare chiaro che l’omicidio non può essersi consumato che fra le mura domestiche. Polizia e magistratura raccolsero e divulgarono centinaia di particolari sulla casa, che finirono in pasto alla stampa, e persino il corpo della vittima fu esposto scarnificato alla curiosità del pubblico. Per la prima volta si mandò a chiamare un investigatore vero, Jonathan Whicher, che venne da Londra da una squadra speciale appena costituitasi a Scotland Yard, e che costituirà il modello per molti eroi da libro giallo ispirati alla sua figura e alle sue indagini (Arthur Conan Doyle, Charles Dickens, Henry James e soprattutto Wilkie Collins con il suo “The Moonstone”, che al fatto di Road Hill House deve ben più di qualche suggestione). L’intera Inghilterra divenne preda di una vera e propria febbre investigativa, con gente che inondava i giornali delle più disparate teorie, compresa quella secondo cui dagli occhi della vittima si sarebbe potuti risalire al volto dell’assassino dal momento che l’immagine dell’ultimo oggetto visto primo di morire sarebbe rimasto stampato sulla retina e si sarebbe potuto sviluppare in camera oscura (la stessa teoria ripresa da Dario Argento nel film “Quattro mosche di velluto grigio”). Proprio in questi anni la figura del detective si ammantava di un alone mistico e rappresentava la voce della scienza e della ragione, la forza di chi riusciva a dare forma al caos e far parlare le prove leggendo i gesti e le espressioni del volto. Purtroppo, però, Whicher si trovò a dover fronteggiare l’ostilità della polizia locale, in possesso di una diversa teoria e accusata dal detective di una condotta disastrosa nelle indagini; inoltre, egli non fu assistito da alcun professionista nel vedere sostenuta la propria accusa. Agli occhi dell’opinione pubblica, egli finì per violare il santuario della classe media, la casa, distruggendone la privacy, svelando l’atmosfera corrotta di una famiglia sprezzante e potente che sembrava celare al suo interno molti misteri e legami malati, trasgressioni erotiche e intrighi (un padre che aveva tradito la moglie malata con la governante e poi l’aveva subito sposata), tanto che dopo il delitto di Road Hill House la figura dell’investigatore si fece più cupa e sospetta agli occhi della gente. L’autrice si avvale di verbali, investigazioni, interrogatori, articoli dell’epoca, e realizza una ricostruzione dettagliata e minuziosa del sistema poliziesco, della vita familiare e sociale del periodo, con il corredo di ben ventitré pagine di note, cartine, vignette e fotografie dell’epoca. E, pur nelle incertezze di un caso solo apparentemente risolto e che riserva anche un’insospettabile appendice australiana, dimostra come il povero Whicher (che ne ebbe la carriera distrutta) avesse capito la verità. Straordinario poi è il fatto che la colpevole, alla fine, si sia rivelata alla giustizia su suggerimento di un sacerdote in confessione, suscitando un dibattito in seno alla chiesa anglicana tra i tradizionalisti e i riformatori sull’adozione di pratiche “romanizzanti” (e quindi troppo cattolici) come la confessione.

venerdì 26 dicembre 2008

Lauren Weisberger - Un anello da Tiffany

Cambiare un po’ fa bene, pur rimanendo sé stessi. Questo il consiglio del nuovo romanzo di Lauren Weisberger, nota al mondo come ex-assistente personale della terribile Anna Wintour, direttrice di Vogue America, esperienza che ha raccontato ne Il diavolo veste Prada, bestseller internazionale da oltre un milione di copie, da cui è stato tratto l’altrettanto celebre film. Giunta al terzo libro, l’autrice opta per la prima volta per una narrazione in terza persona, e questo le permette di avere una prospettiva multipla e addirittura tre protagoniste, amiche ma molto diverse tra loro, le quali, arrivate ai trent’anni, si interrogano sul loro rapporto con gli uomini. Leigh, dalla vita apparentemente perfetta, editor in una casa editrice e fidanzata a un uomo che tutti le invidiano; Emmy, che insegue il matrimonio ed è in perenne competizione con la sorella già sposata e incinta, è appena stata scaricata dal suo fidanzato per una personal trainer giovane e soprattutto illibata; Adriana, un’ereditiera brasiliana che passa di uomo in uomo. Le tre stringono un patto destinato a cambiare le loro vite: dopo aver sopportato per anni i più beceri tradimenti nella speranza che il fedifrago si decidesse a compiere il grande passo, la timida Emmy dirà addio alla sua morigeratezza e, per un anno, dovrà divenire una divoratrice di uomini, collezionandone almeno uno per continente; Adriana, abituata da sempre a sedurre un numero imprecisato di partner, dovrà invece imparare ad avere una relazione stabile. Solo l’inquadratissima (ma agitata e insoddisfatta) Leigh resta esclusa dalla gara, ma basta uno scrittore dallo smisuratissimo ego (che pretende sia lei l’editor del suo prossimo romanzo, conquistato dalla sua franchezza) per far vacillare le sue certezze e spingerla a far chiarezza nella sua vita. Emmy finirà comunque per realizzare le sue inclinazioni matrimoniali, Adriana si ritroverà fidanzata a un regista di Hollywood e opinionista della rivista Marie Claire. In quanto a originalità siamo a zero e il catalogo di situazioni e caratteri è rintracciabile negli standard del filone rosa (in primis l’onnipresente Sex & the City, con le amiche dalla vita sentimentale burrascosa che si trovano per parlare dei loro problemi e scherzarci su), ma come al solito la Weisberger è brava nel condire il tutto con molta ironia e competenza, grazie alle sue eroine fashion victim e ai suoi uomini eternamente immaturi e stronzi. Anche se, come sempre nei suoi romanzi, permane un fastidioso moralismo di fondo (è impossibile essere felici se si è focalizzati sulla carriera e non si fa quello che si vuole veramente). Purtroppo, ancora da criticare il titolo italiano, che non coglie affatto il senso dell’originale Chasing Harry Winston (Harry Winston è la gioielleria simbolo per chi insegue l’anello matrimoniale). Interessante, infine, constatare come Facebook e MySpace siano ormai entrati nel linguaggio letterario.

mercoledì 24 dicembre 2008

AA.VV. - The Best Of Roy Of The Rovers. The 1980s

Tra tutte le cose bizzarre che potevo fare nella mia recente trasferta inglese, una delle più incredibili è stata scovare (e comprare) questo albo a fumetti di recente pubblicazione che vede protagonista un certo Roy Race, biondo campione senza età che dal 1954 al 1993 ha indossato la maglia giallorossa del Melchester Rovers, come giocatore, come player-manager e infine come allenatore. Questo volume, tutto a colori e con un’introduzione firmata addirittura dal grande attaccante Gary Lineker, prende in esame due stagioni calcistiche, dal 1980 al 1982, ma dà una precisa idea della struttura della pubblicazione: un feuilleton basato sulla vita dentro e fuori dal campo, con tutti i problemi del caso, e che descrive in modo sicuramente ingenuo, ma abbastanza credibile, la vita di questo campione immaginario, sposato con una moglie dolce e affettuosa di nome Penny (ho scoperto essere stata in passato la sua segretaria) e con due figli adorabili. Un uomo sincero, onesto e leale, tutto d’un pezzo, dal linguaggio semplice e diretto, che non contesta mai le decisioni degli arbitri, e che è disposto anche a privarsi di un giocatore se questi si è reso protagonista di un brutto gesto non sanzionato nei confronti di un avversario. La prima stagione è fallimentare: Roy si trova a dover fronteggiare un’incredibile serie di infortuni e di sfortune, litigi tra suoi stessi giocatori e incomprensioni con sua moglie, e nemmeno il suo potentissimo sinistro, soprannominato “Racey’s Rockett”, eviterà ai Rovers di subire la retrocessione in Second Division per differenza reti (il Melchester deve vincere l’ultima partita con cinque gol di scarto ma si ferma sul 4-0 perché sbaglia un rigore all’ultimo minuto). La seconda stagione vede l’introduzione dello sponsor sulla maglia ufficiale e sarebbe addirittura noiosa nella cavalcata trionfale dei Rovers verso la promozione, se non fosse per tutta una serie di nemici che la giurano a Roy per qualche strano motivo (uno scozzese convinto che Roy abbia fatto il lavaggio del cervello al figlio e che il calcio sia il male; un attore mediocre e antipatico chiamato a impersonare lo stesso Roy in una serie televisiva; un hooligan furibondo per essere stato allontanato dal campo di Melchester e umiliato pubblicamente; un compagno di squadra furibondo per il modo, a suo dire ingiusto, con cui è stato trattato e relegato in panchina; un cugino australiano che si distingue in truffe ed estorsioni). I problemi aumentano sempre di più, finché Roy non subisce due attentati: prima un misterioso motociclista cerca di investirlo con la moto, poi qualcuno gli spara negli spogliatoi. Passa mesi in coma tra la vita e la morte, mentre l’intera Inghilterra rimane con il fiato sospeso e la squadra è affidata a Sir Alf Ramsey, allenatore della nazionale inglese campione del mondo nel 1966 (un genio cui basta una partita per capire come schierare i giocatori in campo e aggiudicarsi una partita 14-0, stabilendo il record per la vittoria più larga in una divisione professionistica). Non solo Roy tornerà e condurrà nuovamente i Rovers alla vittoria, ma riuscirà anche ad aiutare la polizia identificando il colpevole degli attentati. Certo, un calcio d’altri tempi, in cui retrocedere non era un’onta ma si usciva tra gli applausi dei propri tifosi. E non mancano nemmeno sporadici ma utili riferimenti alla realtà, come le nozze tra Carlo e Diana (Roy capita nella folla festante insieme alla moglie) e l’hooliganismo (Roy dichiara pubblicamente e ripetutamente che non intende avere tifosi del genere). Insomma, Roy Race doveva essere un modello e trasmettere i veri valori di questo sport per le giovani generazioni che lo leggevano. Purtroppo, oggi questi discorsi fanno sorridere.