domenica 20 dicembre 2009

Arthur Conan Doyle - Uno studio in rosso

Un nuovo film sull’argomento è in uscita e da appassionato cultore affezionato quale mi reputo di essere (ho visitato per ben due volte il museo nello storico appartamento di Baker Street in quel di Londra) ho seri dubbi che uno Sherlock Holmes stile James Bond sia una buona medicina per ridare lustro a una delle creature più fulgide dell’intera storia letteraria. Bisognerebbe andare a recuperare questo primo romanzo delle sue avventure per capire che, al di là di qualche sporadico caso e, soprattutto, dell’immortale serie (l’unica autenticamente rigorosa e scrupolosa) interpretata dal grandissimo Jeremy Brett, le attualizzazioni per il cinema ipervitaminizzato (per non dire ipertrofico) di oggi sono del tutto fuorvianti. La struttura è quella che verrà replicata per i successivi Il segno di quattro e La valle della paura, ovvero una prima sezione che racconta del delitto (apparentemente incomprensibile e senza movente) e delle indagini di Sherlock Holmes, e una seconda parte dedicata completamente al lungo racconto della vicenda che ha portato all’omicidio: uno schema che offre all’autore la possibilità di inventarsi una storia nella storia e di tenere alta la tensione fino alla fine. In questo caso, protagonista del racconto è un sopravvissuto al deserto che è stato salvato insieme a una bambina (da lui adottata come figlia) da una carovana di mormoni diretti nello Utah: integratosi e diventato prospero, l’uomo si rifiuta di cedere la figlia ai mormoni poligami e per questo si attira la terribile ira punitiva dei Santi degli Ultimi Giorni, equiparati da Conan Doyle a dei pazzi assassini che non hanno niente da invidiare all’Inquisizione spagnola. Il romanzo non ha la grandezza del Segno dei quattro (a giudizio di chi scrive, il miglior Sherlock Holmes di sempre) o il fascino del Mastino dei Baskerville, ma è senz’altro meglio della Valle della paura e il personaggio di Sherlock Holmes c’è già tutto: un individuo stravagante, eccentrico, misogino, lunatico, dotato di un immenso bagaglio di conoscenze disparate (chimica, anatomia e letteratura criminale), dedito a un incessante lavoro cerebrale, capace di scrivere un trattato scientifico sul tabacco e di destare l’impressione che assuma qualche droga (anche se per il momento non si dice di più). Poco generoso con i professionisti del mestiere suoi predecessori (il Lecoq di Gaborieau e il Dupin di Edgar Allan Poe sono definiti, rispettivamente, “un cialtrone” e “un mediocre”), Holmes elabora una vera e propria teoria scientifica dell’investigazione basata sulla deduzione (osservazione, raccolta, classificazione e interpretazione dei dati): d’altronde, era l’era vittoriana e la filosofia positivista permeava la società (anzi, la stessa figura dell’investigatore ne è stata un prodotto, come dimostra l’accellente Omicidio a Road Hill House di Kate Summerscale). Narratore delle imprese del mitico detective, ovviamente, il fido dottor Watson, coinquilino per caso al celeberrimo 221B di Baker Street e memorabile protagonista della scena in cui Holmes, grazie a una semplice deduzione, gli spiega di aver capito che ha prestato servizio nell’esercito durante la guerra afghana: è proprio grazie a Watson che Conan Doyle riesce a portare noi spettatori al centro della storia e a raccontare l’altrimenti indecifrabile metodo holmesiano.

domenica 13 dicembre 2009

Alberto Ongaro - La maschera di Antenore

A due anni da “La versione spagnola”, Alberto Ongaro torna con un nuovo romanzo che, sebbene non si possa mettere al livello di capolavori quali “La partita” e “Il segreto dei Ségonzac”, raccoglie buona parte delle esperienze raccolte nei reportage condotti nella sua vita di giornalista e scrittore e ribadisce la sua vocazione a una letteratura colta e avventurosa, venata di esoterismo ma assolutamente distante dalle mode imperanti sul mercato. Questa volta l’alter ego dello scrittore (perché di questo si tratta) è Stefano Pietra, un giovane pittore veneziano che non è ancora riuscito ad affermare il proprio talento e, tra Venezia e Parigi, si barcamena in attesa della classica grande occasione. A offrirgliela è l’amica Hélène de Surgérès (con cui ha condiviso una travagliata storia d’amore, prima di lasciarlo senza motivo apparente, come rapita da un rivale silenzioso), la quale lo presenta a Emmanuel Cordier, noto mercante d’arte, che sembra mol­to interessato alla possibilità di allestire una mostra e, a sua volta, presenta all’arti­sta veneziano un misterioso critico d’arte,  Francois Ronan. L’uomo, che per l’aspetto ricorda a Stefano un ufficiale nazista, si rivela un enigma indecifrabile: gli chiede di effettuare delle ricerche sulla possibilità che i britanni chiamati “Veneti” da Cesare siano gli stessi abitanti del Veneto deportati in Britannia dopo un’invasione, e di informarsi sulle condizioni di salute di un certo professor Costa. Inoltre, gli  mostra il pezzo più prezioso della sua collezione privata: un’antica maschera funebre di origine micenea, da lui attribuita all’eroe troiano Antenore. La ricerca di Stefano serve solo a scoprire che il professor Costa è vittima di un’oscura maledizione che lo sta portando alla tomba, legata all’indole egoista e vendicativa del critico d’arte (un tipetto che ha preso sotto con la macchina, uccidendolo, il suo stesso padre al posto del maggiordomo reo di avergli mancato di rispetto, e quindi ha ironicamente chiamato “papà” il proprio cane). Non solo: la misteriosa malattia di Costa sembra legata all’antico santuario bretone di Notre-Dame de l’Haine, Nostra Signora dell’Odio, dove le persone nell’antichità pregavano per la morte dei loro nemici. Lo stesso Stefano sembra travolto dall’istinto di prevaricazione di Ronan, trovandosi colpito da una serie di disgrazie a catena (perde la mostra di Cordier, viene buttato fuori di casa, suo fratello viene fracassato di legnate al suo posto). A questo punto ecco la vendetta: Stefano si rivolge allo zio ladro per fargli svaligiare la casa e fargli sedurre la moglie, ma finisce per scoprire le ragioni altrui e le colpe proprie (e che le ragioni dell’odio e della vendetta covano spesso nel mondo dell’arte e dell’accademia). I colpevoli sembrano innocenti e gli innocenti colpevoli: una conclusione che può deludere gli amanti del giallo tradizionale, ma non poteva essere altrimenti: l’Antenore del titolo, contraddittorio personaggio della mitologia greca, compare ora come saggio troiano ora come traditore a vantaggio degli Achei (tanto che, nella sua Commedia, Dante chiama Antenora il girone dell’inferno dedicato ai rinnegati), specchio di una realtà tutt’altro che scontata. Degli altri romanzi dell’autore, questo condivide il soggetto di un antagonista tanto misterioso quanto affascinante, dal quale il protagonista si sente attratto in maniera insolubile e misteriosa al punto da legare ad esso il proprio destino. Anche in questo caso c’è l’ossessione per i vaticini (la profezia di un vecchio indovino con pappagallo in un locale di Parigi e lo zio ladro al quale è stato annunciato che vivrà un ultimo grande amore prima della vecchiaia) e la propensione per i personaggi fittizi e immaginari (Stefano Pietra ha lo pseudonimo di Serge Passani col quale firma le illustrazioni dell’Eneide di Virgilio e giunge a dialogare).

Recensione pubblicata sul numero di marzo 2010 della rivista “Pianuraoggi”

domenica 22 novembre 2009

Arturo Pérez-Reverte - L’oro del re

1626: dopo aver partecipato all’assedio e alla resa di Breda, l’impavido Diego Alatriste torna in patria insieme al suo giovane protetto Iñigo Balboa, sbarcando nella variopinta e caotica Siviglia (che Pérez-Reverte ha già scelto come scenario de La pelle del tamburo). Ben presto li attende una lettera del poeta di Corte Francisco de Quevedo (buon amico del Capitano) che intende affidare ad Alatriste un incarico delicato, assistere il contabile Olmedilla, un ometto calvo e pallido dalla faccia di topo, in una faccenda tutt’altro che agevole: impadronirsi di un galeone proveniente dalle Americhe, ufficialmente carico di merci destinate ai mercati di Siviglia e Cadice ma in realtà gravato da un carico clandestino d’oro di circa duecentomila scudi. Il proprietario della nave, il duca di Medina Sidonia, sta in pratica cercando di sottrarre una simile fortuna all’erario, finanziando, tra le altre cose, alcune province ribelli alla corona. Un potente personaggio (il duca di Olivares? Il re in persona?) trama nell’ombra per far fallire l’impresa, dirottando il nuovo tesoro nelle casse reali. Alatriste riceve perciò generosi finanziamenti, carta bianca per agire a sua discrezione, assieme a promesse di ulteriori ricompense (con velate minacce in caso di fallimento). La prima cosa da fare è reclutare un gruppo di mercenari abili, se non proprio fidati (c’è sempre qualche fidato pronto a uccidere per qualche scudo, figuriamoci per un simile tesoro). Sfuggiti all’ennesima trappola tesa da Angélica de Alquézar (con imboscata dello spadaccino siciliano Gualtiero Malatesta), Alatriste e Iñigo trovano i loro bravi nel famigerato Corral de los Naranjos, all’ombra della Cattedrale, crogiolo di furfanti e ruffiani, prostitute ed ex galeotti sfuggiti alla giustizia, e intraprendono l’assalto alla nave fiamminga Niklaasbergen, scoprendo che è una trappola e che a bordo dell’imbarcazione si trova lo stesso Gualtiero Malatesta. Il quarto romanzo della saga di Alatriste mantiene le sue caratteristiche di romanzo d’appendice storico e picaresco, ad alto tasso di intrigo politico, con uno stile straripante e denso, senza dimenticare la propensione alla massima memorabile, alla citazione colta, alla riflessione e alla poesia. La parte più bella è senza ombra di dubbio la singolare e affascinante veglia funebre (nella quale si disquisisce di tutto, soprattutto di filosofia, come se si trattasse della scena della morte di Socrate) organizzata nelle prigioni della città per salutare l’imminente esecuzione del criminale Nicasio Ganzùa, a cui partecipano personaggi da corte dei miracoli che offrono a Pérez-Reverte il pretesto di riversare tutto il suo amore per ciò che è letterario (come nel caso di tale Saramago il Portoghese, dedito all’omicidio e al risparmio per potersi permettere la pubblicazione di un interminabile poema epico a cui lavora da una ventina d’anni e dove racconta come la pensisola iberica si stacchi dall’Europa e vada alla deriva galleggiando come una zattera nell’oceano, con a bordo un equipaggio di ciechi). Ma anche la seguente scena dell’esecuzione è incredibile, capace com’è di raccontare un mondo perduto in cui i criminali sono capaci di salutare il presunto luogo dove sono posti i reali prima di andarsene con indifferenza, lisciandosi i mustacchi. La componente educativa è sempre ben presente (Iñigo impara quanto «è facile battersi quando si hanno a fianco i compagni, o quando si è sotto gli occhi della donna amata, che ti infonde forza e coraggio», e quanto invece «difficile  è combattere da soli nel buio, senza altri testimoni che il proprio onore e la propria coscienza. Senza ricompensa né speranza») e, sempre di più, il tormentato Alatriste diviene lo specchio della Spagna decadente del Siglo de Oro, avendo ancora una volta modo di verificare sulla propria pelle e sulle propria coscienza la miseria della vita («perché solo gli stupidi, i fanatici e le canaglie vivono senza fantasmi, o senza rimorsi») e il costo della fedeltà ideale a un sovrano che scarsamente la merita (come si vede molto bene dall’epilogo, dove Alatriste incontra faccia e faccia il sovrano e rivela con il portamento una visione del mondo).

sabato 21 novembre 2009

Giorgio Scerbanenco - I milanesi ammazzano al sabato

Per la prima volta ho letto un libro di Scerbanenco, cantore di una Milano nerissima, violenta e spietata, per quello che è il quarto dei romanzi del suo personaggio più celebre, il medico-investigatore Duca Lamberti. La storia stessa è deprimente (nel senso che fa piangere dalla tristezza): Amanzio Berzaghi, ex camionista impiegato alla Gondrand, è un vecchio milanese attaccato al suo lavoro ma soprattutto alla sua bambina, Donatella, di eccezionale bellezza ma affetta da elefantiasi (è alta un metro e novantacinque e pesa novantacinque chili). La ragazza ha 28 anni e il cervello di una di 9, gioca con le bambole e soffre di un certo trasporto verso gli uomini (è una specie di ninfomane). Il Berzaghi ne è letteralmente ossessionato ed esce continuamente dal lavoro per controllarla, con metodicità. Un giorno, nonostante la chiusura a doppia mandata, Donatella scompare, rapita da tre balordi diversamente assortiti che la avviano alla prostituzione offrendola a clienti disposti a spendere grosse cifre per soddisfare i propri gusti particolari. Il duro Lamberti, affiancato dal  fedele Mascaranti e dalla giovane compagna Livia, si getta in questa indagine tra case d’appuntamento, magnaccia, atrocità e squallore, che rivela tutto il marcio della “capitale morale d’Italia”: è sulla pista giusta, ma arriva troppo tardi per fare giustizia, quando il vecchio Berzaghi ha già compiuto la sua vendetta (e spiega che i milanesi ammazzano al sabato perché negli altri giorni devono lavorare!). Un noir teso e cupo (incredibile la violentissima scena della vendetta del vecchio nell’appartamento, con annegamento nella vista incluso), dalla lingua essenziale ma dallo stile personalissimo (la psicologia dei personaggi traspare dai dialoghi, scarni ed essenziali ma assolutamente privi di retorica o ideologia), capace di raccontare l’indifferenza, la disillusione e il cinismo di un ambiente che spesso sembra addirittura lunare per il grado di aridità umana che lo contraddistingue. Lo stesso ideatore del rapimento, il gestore del bar dove il vecchio lavoratore si reca tutti i giorni per bere un grappino e condividere con qualcuno le proprie sventure (che nessuno vuole ascoltare), sembra suggerire che non c’è spazio né per il dialogo né per i sentimenti. Tutto questo fa di Scerbanenco uno dei più eccezionali scrittori italiani (ma in realtà era di Kiev) nei quali mi sono imbattuto.

Giovanni Ballarini, Paolo Petroni - Il falso in tavola

Lungi da me il voler dissertare su questioni culinarie, argomento per me ignoto e di ben scarso interesse, ma la lettura (imposta) di questo libro ha cominciato a instillare in me un minimo di curiosità. Chiuque dia una rapida occhiata ai menu che affollano i locali italiani negli Stati Uniti si può infatti accorgere con facilità della continua presenza e sistematica riproposizione di una serie di falsi gastronomici tanto celebri quanto bizzarri, come il tristemente celebre “pollo Scarpariello” e gli “spaghetti with meatballs”, che di italiano non hanno nulla se non un nome stereotipato (e di sicuro richiamo per i turisti boccaloni), parte di una mitologia alimentare che fa sorridere. Neppure i piatti tradizionali della cucina regionale italiana si salvano, oggetto di ogni tipo di falsificazione tesa a snaturarne gli ingredienti e i metodi di preparazione (oltre alle schifezze passate per italiane preparate dagli inglesi che affollano i ripiani dei supermercati, bisogna annoverare i vari e strampalati tipi di parmigiano e pecorino, oltre a pizze dai nomi più improbabili). Oggi le sofisticazioni si sono estese lungo tutta la filiera produttiva, dal campo alla tavola, e i prodotti di qualità (rigorosamente registrati a livello europeo) vengono sostituiti con alimenti generici e di qualità inferiore (la cosiddetta agropirateria), tanto da portare a un giro d’affari pari alla metà di quello dei prodotti “reali”. Ecco dunque che occorre smascherare il falso gastronomico in tutte le sue forme e preservare il patrimonio enogastronomico italiano, come fa questo volume realizzato dall’Accademia italiana della cucina in collaborazione con il Comando carabinieri per la tutela della salute – Nucleo anti sofisticazioni. Non nego che ciò rappresenti un nobile proposito, ragion per cui le istituzioni sono impegnate in una dura battaglia per salvare un settore importante della nostra economia che rischia di perdere credibilità (ed è bene precisare che le suddette istituzioni si prodigano nel cercare di convincere tutti, critici gastronomici compresi, dalla nobilità della loro crociata), e devo ammettere che la parte più riuscita dell’opera è l’excursus storico che spiega, attraverso casi divertenti (ma in realtà agghiaccianti, vista la quantità di materiali tossici e cancerogeni utilizzati), come l’adulterazione e la frode nel commercio abbiano contraddistinto l’Europa sin dal Medioevo. Di sicuro interesse (e divertimento) anche il capitolo sui falsi gastronomici più comuni, dalla muffa del salame creata artificiosamente con polvere di riso alla trota “salmonata” che in realtà non esiste (in quanto le trote sono tutte “salmonidi”) ed è tale solo per effetto di un’alimentazione a base di crostacei. Altre dissertazioni, tipicamente istituzionali e condotte con taglio insopportabilmente accademico (è abbastanza ridicolo affermare che il primo caso di falso alimentare coincida con la mela che il diavolo ha offerto ad Adamo ed Eva nell’Eden), risultano davvero micidiali e del tutto fuori luogo, annoiando profani come me.

venerdì 6 novembre 2009

Ellery Queen - Uno studio in nero

Sherlock Holmes che incontra Jack lo Squartatore? Niente di più facile, visti il fascino esercitato dai due personaggi e l’impossibilità di fare luce su uno dei casi più inspiegabili della storia del crimine. Sull’argomento sono stati prodotti due film (“Notti di terrore” con Johyn Neville e il convincente “Assassinio su commissione” con Christopher Plummer, che stranamente anticipa di oltre vent’anni il bellissimo “From Hell” con Johnny Depp, curiosamente basato sulla stessa trama), e recentemente un bel videgioco (chiamato semplicemente “Sherlock Holmes contro Jack lo Squartatore”). Il citato “Notti di terrore” non è altro che la trasposizione cinematografica di questo romanzo che vede uniti due miti della letteratura poliziesca (anche se è bene precisare che nel film questo particolare è stato del tutto eliminato): Sherlock Holmes ed Ellery Queen. La vicenda prende il via quando quest’ultimo, celebre scrittore-detective (protagonista di una fortunata serie di romanzi gialli firmati con lo stesso pseudonimo dai cugini Frederic Dannay e Manfred Bennington Lee), riceve un anonimo pacchetto contenente un manoscritto autentico redatto dallo stesso dottor Watson, che narra le peripezie del celebre detective di Baker Street nel tentativo di acciuffare Jack lo Squartatore. Ellery è assillato da un contratto editoriale che lo obbliga a consegnare il suo nuovo romanzo il più in fretta possibile, ma la curiosità è più forte degli impegni lavorativi e, facendo i salti mortali, riesce a dedicare un po’ di tempo al manoscritto (un originale inedito di Watson, chi non lo farebbe?), fino a giungere alla conclusione dell’indagine iniziata dal suo illustre predecessore e a smascherare una volta per tutte il criminale più famoso della storia. Il romanzo da un lato è degno di ammirazione perché gioca con il lettore al punto da considerare Sherlock Holmes e il dottor Watson personaggi del tutto reali e non solo come semplici creature letterarie, dall’altro si colloca nel novero degli apocrifi holmesiani, recuperando tutte quelle invenzioni che hanno fatto grande la saga di Arthur Conan Doyle: lo stesso titolo è una citazione del celebre “Uno studio in rosso” e c’è veramente tutto, dagli irregolari di Baker Street al Diogene’s Club del fratello di Sherlock Holmes, Mycroft (però si tace della dipendenza dalle droghe e si abusa della tanto celebre quanto fasulla frase “Elementare Watson”, mai pronunciata nell’opera letteraria di Conan Doyle!), per non parlare del tipico esempio di deduzione a partire da un oggetto (in questo caso l’astuccio di strumenti chirurgici) chiaramente desunta dal celebre passo dell’analisi del  cappello nell’inimitabile caso del “Carbonchio azzurro”. È interessante una sorta di parallelismo tra la storia di Holmes che riceve l’astuccio di strumenti chirurgici da una misteriosa donna e Ellery che invece riceve il manoscritto da un’altrettanto misteriosa figura femminile, ma al di là di questo la trama è fiacca e l’ambientazione (decisiva per un simile soggetto) non convince affatto. Per di più, l’intera vicenda di Jack lo Squartatore è totalmente agiografica e sconnessa da collegamenti reali o verosimili, risultando pretestuosa. Forse ha ragione Ed Glinert quando, nella sua guida letteraria della città di Londra, definisce questo libro come semplicemente “ridicolo”.

giovedì 29 ottobre 2009

Cass Pennant – Congratulazioni. Hai appena incontrato la I.C.F. (West Ham United)

Tra gli anni Settanta e Ottanta il calcio inglese visse una stagione di violenza estrema e senza controllo e l’Inter City Firm (ICF), il gruppo allargato costituito dai tifosi del West Ham (squadra dell’East End londinese), ne fu l’espressione più brutale: assalti all’arma bianca, risse, sbronze, vandalismo gratuito, tutto secondo un’etica ed un cerimoniale ben definito, che aveva il suo culmine nella presa della curva avversaria, ovviamente a prezzo di feroci scazzottate con i legittimi proprietari e frutto di vere e proprie strategie paramilitari. Cass Pennant, enorme nero londinese prestato alla letteratura (su di lui hanno anche recentemente girato un film), membro fondatore dell’ICF, ha raccolto i ricordi dei membri storici dell’armata claret and blue (all’epoca rissosi giovinastri imbevuti di sottocultura skinhead), intitolandolo con la frase del biglietto da visita che lasciavano ai doloranti e feriti tifosi avversari dopo le loro colossali risse attorno agli stadi di mezza Inghilterra. Per non sopperire agli attacchi dei nemici, le varie bande di hooligan cominciarono a stringere alleanze e a ingrossarsi, dandosi una struttura gerarchica, e quindi anche più visibili e intercettabili dagli “Old Bill” (la polizia). In risposta alla repressione delle forze armate nasce la moda casual, caratterizzata da un look anonimo (perché volutamente privo di simboli della squadra), talvolta con elegantissimi abiti firmati, ma estremamente scientifici nel pianificare gli scontri. Anche il connubio con la musica era molto forte: erano gli anni d’oro del punk, che esplose a Londra nel ’77, e i cori delle canzoni e quelli da stadio cominciarono a influenzarsi a vicenda (anzi, come si spiega molto bene il West Ham fu fonte di ispirazione  musicale e iconografica di tutto il movimento, anche al di là dell’oceano). I gruppi più noti della scena Oi! avevano in comune la passione per il calcio, soprattutto i Cockeny Rejects, i quali fecero della loro appartenenza al West Side (il settore caldo dello stadio) un segno distintivo e fecero del loro attaccamento alla squadra una ricorrenza delle loro canzoni: la loro versione di “I’m forever blowing bubbles” (il celeberrimo inno del West Ham) scalò le classifiche di vendita, mentre altre canzoni (“West Side Boys”, “We Are The Firm” e “War On The Terraces”) furono segnali altrettanto chiari. A livello locale, la rivalità più forte dell’ICF era coi tifosi del Milwall e con quelli del Chelsea, ma non è che con gli altri andasse meglio: Tottenham e Arsenal a Londra avevano un seguito ampio e quindi minaccioso, per non parlare delle due squadre di Manchester e di Newcastle, Leeds, Leicester e Birmingham. In breve, l’ICF divenne ben più famosa della squadra che sosteneva, fino alla colossale guerriglia scoppiata a bordo di un traghetto che attraversava la Manica verso l’Olanda, nell’estate del 1986, contro i tifosi del Manchester United, fatto sanguinario che segnò l’epilogo di una stagione destinata a essere stroncata dalle misure del governo Tatcher (che pretese la costruzione di stadi nuovi, con posti tutti a sedere, in modo tale da facilitare il controllo e spezzare gli assembramenti e i movimenti tipici della guerra sulle terrace). Il libro può scioccare e allo stesso tempo sembrare un’esagerazione, forse pecca di un’eccessiva autoindulgenza, ma racconta una realtà dall’identità molto ben definita e coerente, e finisce per lasciar trasparire una sorta di “morale” della violenza («Non mi va che la gente usi parole come hooligan o delinquenti solo per il fatto che ci piaceva combattere. In effetti, dal mio punto di vista eravamo gladiatori», ricorda uno degli intervistati). La cosa che però senza dubbio stupisce, soprattutto agli occhi di un italiano, è l’assoluta distanza di questa realtà dal mondo politico: questa gente che si è nutrita di violenza e guerriglia urbana ha sempre agito per proprio conto, senza legami d’interesse con determinati gruppi, anzi: quando una frangia degli skinhead virò politicamente verso destra e il British National Party cercò di sfruttarla per infiltrarsi nelle curve in cerca di adepti da reclutare, i tifosi Hammers non si fecero sedurre, perché molti dei capi (tra cui lo stesso Pennant) erano immigrati di prima o seconda generazione.

mercoledì 30 settembre 2009

Sophie Kinsella - La regina della casa

Samantha Sweeting è un affermato avvocato di Londra, che sta per diventare socio anziano del suo studio legale (la Carter Spink): una brillante carriera che la porta a non concedersi mai un minuto di pausa, nemmeno dall’estetista, stressata com’è da contratti, appuntamenti, riunioni e telefonate. La sua vita lavorativa è scandita in segmenti di 6 minuti, durante i quali non può permettersi il lusso di essere improduttiva per non fare perdere milioni di sterline alla sua azienda. Proprio il giorno della sua nomina si accorge di aver commesso un errore, la mancata spedizione di una pratica riguardante un prestito per una società in bancarotta e la conseguente perdita di cinquanta milioni di sterline. Sconvolta, fugge dall’ufficio diretta chissà dove: in preda al panico e al mal di testa comincia a camminare e arriva nei pressi di una villa. Suona per chiedere un’aspirina e i padroni di casa (due bizzarri yuppy che praticano il “sesso alla turca” e hanno una nipote stronza che studia legge) la scambiano per la governante mandata da un’agenzia. Sempre sotto mentite spoglie (non rivela mai cosa le è successo), Samantha accetta il posto, convinta di sapersela cavare, anche se non ha la minima idea di come si cucini o di come si debba pulire una casa (è costretta subito a pagare mille sterline per procurarsi i sandwich che non sa preparare e per ricomprare i vestiti che ha bruciato stirando). Ovviamente l’amore non può mancare, e infatti si innamora del giardiniere di famiglia, Nathaniel (che possiede anche un pub ma odia gli avvocati), il quale decide di darle una mano nella sua patetica situazione mandandola a lezione di cucina e pulizie dalla madre. Pian piano, Samantha comincia a entrare in sintonia con il suo nuovo stile di vita e a rendersi conto di come la vita non è solo lavoro; improvvisamente, quasi per caso, scopre però che il suo licenziamento è stato solo la parte di una truffa messa in atto da un suo collega ai danni dello studio legale. Non solo: le viene riofferta la possibilità di diventare socia della Carter Spink. Il passato torna quindi a bussare alla porta e mette Samantha di fronte all’interrogativo di cosa vuole veramente nella vita. Come al solito, un romanzo leggero e brillante, che la Kinsella conduce con la consueta carrellata di situazioni buffe e in totale identificazione con la sua protagonista, simbolo di uno stereotipato ideale di donna super efficiente e affermata che, per errore, ritrova se stessa e la vita che falsi miti le avevano strappato (quando viene rilevata la truffa ai suoi danni e lei vuole continuare a fare la governante, i giornali eleggono Samantha simbolo positivo o negativo proprio in riferimento a questo modello di donna). È comunque una tematica in linea con il genere proposto, prevalentemente indirizzato a un pubblico di donne giovani, single e in carriera. Curioso che anche in questo caso, come negli altri romanzi dell’autrice, la protagonista abbia problemi con i genitori (il padre se ne è andato quando era ancora piccola, mentre la madre vive per la carriera). Spassosi i due padroni di casa che, intravedendo le qualità nascoste di Samantha, pensano bene di incoraggiarle a considerare la sua istruzione regalandole un libro di esercizi per bambini.

domenica 20 settembre 2009

Anne Gracie - I Tudors. Scandali a corte

Non so a chi sia venuto in mente di fare un libro del genere, ma gliene sono grato. Pubblicare quella che in pratica è la sceneggiatura di una serie televisiva (nella fattispecie la prima) non è un’idea precisamente vincente in un paese come il nostro, visto soprattutto lo scarso successo della suddetta fiction dalle nostre parti, ma costituisce pur sempre un esperimento interessante e un buon incentivo all’acquisto. I fatti sono noti: Enrico VIII, sovrano giovane e affascinante, è sposato con Caterina d’Aragona, vedova di suo fratello, ma soddisfa i suoi veraci appetiti carnali con qualsiasi donna incroci il suo sguardo. È inoltre talmente tormentato dal passo del Levitico che condanna alla sterilità l’uomo che ha sposato la moglie di suo fratello, da non toccare più sua moglie: in questo viene confermato (e incoraggiato) dalla nascita di un figlio bastardo da una sua amante, Bessie Blount. Emerge poi la figura di Anna Bolena, di cui il re si innamora perdutamente al punto da osare lo scisma dal papato (notare che il sovrano prima se la spassa con la sorella di questa, Mary, allevata alle depravazioni della lasciva corte di Francia). Principale protagonista di questo periodo è il cardinale Wolsey, cancelliere e statista sempre pronto a eseguire ogni volere del re: lavora alacremente per raggiungere un’alleanza con il re di Francia, poi con l’imperatore spagnolo e, quindi, ancora con i francesi, ma per conseguire i suoi obiettivi deve abbandonare ogni velleità di successo personale (deve rinunciare a diventare papa). È proprio il caso Bolena a mandarlo in rovina, non riuscendo a ottenere l’approvazione papale  per il divorzio. Per il resto c’è tutto: i tornei cavallereschi, le feste a palazzo, le congiure ordite e sventate, il luteranesimo e la corruzione della Chiesa, le invidie e le ambizioni, la febbre miliare (o sudore anglico) che miete vittime. La scrittura è totalmente impersonale e la veridicità storica dei fatti narrati è pressoché inesistente, ma a convincere sono il modo in cui è congegnata la trama e l’attenzione nell’attenzione della costruzione della psicologia dei personaggi; Enrico VIII è un pazzo squilibrato, sempre più assoluto ed estremo nel tradurre in realtà ogni suo desiderio; Caterina d’Aragona ne esce in maniera molto forte come eroina dal carattere indomito; Tommaso Moro è ben tratteggiato nel suo rigore cattolico, anche se finisce per risultare un integralista esaltato che ricorre al silicio e brucia gli eretici luterani; Anna Bolena non è mai stata così insopportabile, sfrontata e invadente (e pure protestante), anche se a sua discolpa bisogna dire che era uno strumento nelle mani dei suoi parenti assetati di potere, il padre e lo zio duca di Norfolk. Su tutti, titaneggia Wolsey, il vero eroe tragico di questa storia, religioso senza fede al servizio di un re che poi lo scarica al primo fallimento. Moltissime sono le inesattezze storiche e le invenzioni:, a partire dalla morte del cardinale che si suicida tagliandosi la gola in carcere e arrivando alla storia di Margaret, la sorella del re che viene data in sposa all’anziano re del Portogallo (!?) e lo uccide nottetempo per sposare Cahalres Brandon, migliore amico di Enrico, per passare una vita di tradimenti e morire tristemente di tisi. Insomma, l’intera vicenda è una esagerata e rutilante saga dalle tinte molto forti e dal sapore molto kitsch che, se presa nel modo giusto, avvince e convince. Una curiosità: la trama è la trascrizione più o meno fedele della serie televisiva, ma ci è fortunatamente risparmiata la relazione gay tra Thomas Tallis e l’amico del re Willliam Compton. Censura o buon senso?

domenica 6 settembre 2009

Carolly Erickson - L’ultima moglie di Enrico VIII

Nuovo lavoro per la storica Carolly Erickson, esperta del periodo Tudor e autrice in passato di corposi volumi sulle figure della corte di Enrico VIII. Il suo tratto caratteristico è sempre stato quello di realizzare narrazioni storiche rigorose con un taglio leggero e con’attenzione particolare per la ricostruzione dell’ambiente dell’epoca, risultando molto accattivante e fruibile anche da un pubblico di non esperti. Questa volta la Erickson racconta la storia di una donna bella e intelligente, di grande rettitudine morale e devozione, che visse in un tempo in cui le donne non erano affatto padrone del proprio destino (anzi, merce di scambio economico e politico delle varie famiglie): ma lo fa in modo diverso dal solito, optando per un racconto biografico in prima persona che mescola fatti reali e parti romanzate: il risultato è un libro leggero e di veloce lettura, molto divulgativo, ma per questo per niente superficiale, che mantiene i tratti caratteristici dell’autrice. Figlia di una dama di corte al seguito della prima moglie di Enrico VIII, Catherine Parr conobbe il re all’età di 7 anni (durante il suo incontro con il re di Francia nella Valle Dorata) e da allora, in un modo o nell’altro, fu sempre legata alla corte dei Tudor. Fu testimone del passaggio di Enrico di moglie in moglie, dei matrimoni annullati, delle moglie decapitate (Anna Bolena e Catherine Howard), della ricerca spasmodica da parte del re di un figlio maschio, prima con un figlio illegittimo e poi di un erede vero (figlio di Jane Seymour) ma cagionevole di salute. Ebbe una vita piuttosto infelice: venduta dalla famiglia come sposa di un vecchio, chiese al re di intercedere le facesse sposare il nipote, ma questi morì dopo poco (nel tentativo affannoso di preparare l’accoglienza di tutta la corte nella propria dimora di campagna). Si sposò poi con un uomo anziano, il cui figlio coinvolse tutta la famiglia nella rivolta del nord dell’Inghilterra contro il re, dove villici e pii fedeli volevano rovesciare quello che a loro giudizio era il Mauldwarp, un mostruoso essere leggendario destinato a portare alla rovina il paese dopo essersi messo contro la vera fede (sotto la guida di un geniale priore che rubava i soldi delle offerte e ingannava tutti utilizzando vittime fresche per inscenare il miracolo del corpo incorruttibile di Sant’Agata). Dopo queste due storie, Catherine si innamorò di Thomas Seymour, cognato del re, ma inaspettatamente venne richiesta in sposa proprio da Enrico, da sempre suo ammiratore: divenne quindi la sua sesta e ultima moglie. Divenuta regina, cercò di far riconciliare il re con le figlie Maria ed Elisabetta, che erano state dichiarate illegittime, operò per migliorare la cultura dei figliastri, contribuendovi significativamente, e dimostrò abilità e forza di carattere in un periodo di assenza del re (impegnato a fare la guerra in Francia). Purtroppo, per le sue inclinazioni protestanti (leggeva le Sacre Scritture tradotte), la Parr ebbe come nemico l’implacabile arcivescovo Cranmer e si scontrò con il re, mancando di poco la fine delle moglie che la precedettero (bisogna considerare che a quell’epoca «i rei di alto tradimento venivano impiccati, poi staccati dalla forca e, ancora vivi, sbudellati, e qualche volta gli venivano cacciate le viscere in bocca per soffocarli», e nelle esecuzioni il boia poteva sbagliare e occorrevano anche tre colpi per staccare una testa dal corpo!). Senza eredi, alla morte di Enrico, Catherine si ritrovò regina vedova e coronò il suo sogno d’amore sposando Thomas Seymour, che però, falso e ambizioso (e zio del nuovo giovane re Edoardo VI), nel frattempo aveva cominciato a flirtare con la più giovane principessa Elisabetta. In una corte che, anche senza Enrico manteneva tutti i suoi intrighi e inganni, Catherine fu coinvolta suo malgrado nella guerra di Thomas Seymour contro il fratello lord protettore, e si affaticò nel momento della gravidanza al punto di rimanerne indebolita e di morire di parto, a soli 35 anni. La Erickson riesce a cogliere efficacemente alcuni tratti della personalità dei suoi personaggi, a cominciare da Enrico VIII, con il suo fascino sensuale di giovane e la sua orrida presenza di vecchio ormai corroso dalle proprie malefatte; ma anche Anna Bolena ne esce sotto nuova luce, insolente e sprezzante agli occhi della corte ma in realtà burattino nelle mani della sua famiglia calcolatrice.

Recensione pubblicata sul numero di dicembre 2009 della rivista “Pianuraoggi”

domenica 30 agosto 2009

Alberto Ongaro - Il segreto di Caspar Jacobi

Cipriano Parodi è un giovane scrittore veneziano di famiglia abbiente il cui il cui primo libro, Il fondaco dei Turchi, ha riscosso un discreto successo. Un giorno, gli arriva da New York una lettera di Caspar Jacobi, un famoso romanziere che lui ammira da sempre e che ora lo invita a New York a sue spese. La ragione dell’incontro è presto svelata: nel momento in cui lo accoglie nello sterminato appartamento al trentasettesimo piano di un palazzo di Park Avenue, Jacobi gli propone di entrare a far parte della squadra di ghostwriter che collaborano alla stesura dei suoi romanzi. Cipriano, attratto dalla personalità dell’uomo, firma un regolare contratto di due anni a quattromila dollari al mese e entra nella bottega di scrittura dell’autore (chiaramente ispirata a quella di Alexandre Dumas), «con il compito di produrre trame, intrighi, orditi romanzeschi, cose furtive e feline, passioni e tradimenti da sottoporre all’attenzione del maestro cui spetta il diritto di decidere quando e come utilizzarle» (e qui Ongaro si scatena grazie alla sua celebre capacità affabulatoria intrisa di rimandi celebri e di fantasia). L’impegno è assoluto e il tempo che gli rimane per portare avanti progetti suoi è poco: Jacobi, la cui vita è avvolta nel mistero, si fa sempre più esigente ed esclusivo, e si appropria con una voracità animalesca di tutto ciò che Cipriano gli propone. C’è una cosa che però Cipriano gli nasconde: il Baron Samedi, il signore dell’oltretomba vudù, qui un marinaio della Guadalupa che dopo lunga navigazione sbarca a New York senza sapere cosa gli riserva il futuro, e che sente un misterioso legame con il numero civico 110 della 57a strada. Ben presto Cipriano si accorge che la stessa storia viene ripresa e raccontata, sotto mentite spoglie, nell’ultimo romanzo di Jacobi, Tiretta’s Bazaar, così che il suo personaggio, quello a cui a lungo ha lavorato, è ormai irrimediabilmente perduto. L’ammirazione iniziale verso lo scrittore si trasforma in odio, e tutti i suoi sospetti vengono confermati (pare che un precedente collaboratore sia morto in seguito agli stessi problemi). L’unica vendetta è quella di narrare la propria storia di giovane scrittore della bottega di Caspar Jacobi, del grande romanziere che si nutre delle parole degli altri, e scoprire il segreto legato alla fotografia di una bellissima giovane mulatta dagli occhi azzurri che sembra essere ricoverata in un ospedale psichiatrico. Ma siccome nessuna verità emerge dal passato o dal presente, la soluzione è trasformare lo scrittore in un personaggio letterario, rivelandone la verità sotto forma di romanzo: Caspar Jacobi diventa una creatura dell’immaginario, l’unico strumento di conoscenza a cui Cipriano decide di affidarsi. La stessa narrazione cambia, e dalla prima persona si passa alla terza, aspetto che potrebbe disorientare gli amanti dei thriller tradizionali ma che è illuminante per capire la fiducia riposta dall’autore nella letteratura come unica verità (Caspar Jacobi dichiara che preferirebbe che il mondo fosse popolato di personaggi letterari, e Cipriano crea la storia di un uomo che ricostruisce le proprie origini inventando il proprio albero genealogico). Molti gli aspetti ricorrenti delle altre opere di Ongaro, come l’oscura minaccia scritta nel destino del protagonista (cui viene predetta con la lettura della mano) e un tratto spregevole dell’antagonista (Caspar Jacobi è afflitto da una fastidiosa tosse canina, come il cattivo persecutore della Taverna del Doge Loredan era portatore di fetore). Incredibili i personaggi di contorno, tutti in qualche modo funzionali allo svolgimento della storia, a cominciare dall’esperto di araldica Andreas Paleologo e il detective con un passato nel cinema Austerus Chapman, per arrivare a Torascio, fenomeno da baraccone emigrato in America che va in giro distruggendo elenchi telefonici e il cui obiettivo è fracassare di botte il   campione del mondo di pugilato.

martedì 25 agosto 2009

Muriel Barbery - L’eleganza del riccio

Nonostante si sia rivelato una delle sorprese editoriali degli ultimi anni, in grado di vendere centinaia di migliaia di copie, questo romanzo costituisce per me un mistero. La scena dell’azione è il numero 7 di rue Grenelle, un condominio parigino abitato da famiglie facoltose: Reneé Michel, la portinaia, nasconde dietro a un’apparente sciatteria e trascuratezza la propria profondissima cultura (conosce l’idealismo tedesco e ama Anna Karenina di Tolstoj). È questa l’«eleganza del riccio», una scorza che nasconde un’eleganza interiore di cui il mondo sembra non accorgersi, popolato com’è di personaggi assurdi. A cominciare dai familiari della dodicenne Paloma Josse, figlia di un Ministro della Repubblica (la madre chic, la sorella universitaria e progressista): la bambina (che ama i manga e il the) non riesce a sopportare la mediocrità e la falsità di questa vita, e per questo ha pianificato di suicidarsi il giorno del suo compleanno e di dare fuoco all’appartamento in cui vive con la sua famiglia. Devo ammettere che l’autrice, Muriel Barbery, di scrittura se ne intende: prova ne è il fatto che le due parti del libro, diverse anche graficamente con differenti caratteri per differenziare le riflessioni delle due protagoniste, sono state tradotte da due persone diverse, e che quindi le due parti presentano toni e stili diversi (cosa del tutto non banale, direi). Piuttosto, il problema è che tutto questo esercizio di stile resta del tutto sterile, in assenza di una trama che lo faccia decollare: la situazione sembra cambiare quando Reneé e Paloma si incontrano e si riconoscono come anime simili grazie all’arrivo di un terzo personaggio, un giapponese di nome Kakuro (vero e proprio deus ex machina della vicenda), che è l’unico a capire profondamente la portinaia, liberarla dal suo peso durato quindici anni e far capire a Paloma il vero senso della vita. Così, tra una morte professata in apertura (i propositi di suicidio della bambina) e una morte reale alla fine (quella della portinaia), le due protagoniste passano il tempo a dissertare e sproloquiare su qualsiasi argomento, dalle abitudini alla politica, dalla musica ai film, dalla filosofia alla letteratura (per non parlare dei “pensieri profondi” di Paloma), con un fastidioso tono assolutizzante da intellettualoidi sputasentenze (la peggiore è: «il servizio che la carta igienica rende al posteriore della gente scava l’abisso tra le classi molto più a fondo di molti segni esteriori»). Non manca qualche riflessione riuscita, come quella sulla malattia (Reneé è vedova e ha assistito il marito morente), o la messa in scena di alcune sclerotizzazioni della vita borghese, ma tutta l’operazione puzza di classismo lontano un miglio. In ultima analisi, un romanzo in grado di deliziare i palati degli intellettuali, ma deludente per tutti gli altri.

Matthew Pearl - Il ladro di libri incompiuti

Ritorno per Matthew Pearl, autore del celebre “Il Circolo Dante” e da sempre interessato ai thriller letterari in cui può mettere a frutto la sua esperienza di docente e studioso. Questa volta la storia comincia nel 1870 a Boston: James Osgood è un piccolo e rispettato editore che ha l’esclusiva per l’America dei romanzi di Charles Dickens, ed ora attende con ansia l’arrivo (via nave) delle puntate conclusive dell’ultimo capolavoro dello scrittore inglese, “Il mistero di Edwin Drood”. Improvvisamente, scopre che Daniel Sand, il giovane impiegato incaricato di recuperare l’atteso manoscritto, è stato ucciso al porto e che il testo è stato rubato (da un avvocato che viene a sua volta ucciso di lì a poco). Nel frattempo arriva la notizia che Dickens è morto nella sua casa di Rochester e con lui se n’è andato per sempre il finale dell’unico romanzo giallo mai uscito dalla sua penna. A Osgood non resta che partire lui stesso per l’Inghilterra in cerca di una pista da seguire (e salvare così la propria casa editrice), portando al suo fianco la collaboratrice Rebecca Sand, sorella del defunto Daniel: la loro spedizione oltreoceano si trasforma in un’indagine serrata e rischiosa dentro e fuori le pagine del romanzo di Dickens, che porta i nostri eroi a scoprire che dietro un’opera letteraria si cela molta più verità di quanto la finzione lascia sospettare (nella fattispecie, un omicidio irrisolto). Inutile dire che sboccerà anche l’amore (ma qualcuno ne dubitava?). Anche se il vero mistero sta nel capire le ragioni che portano le case editrici italiane a storpiare puntualmente i titoli originali con improbabili perifrasi a effetto (in questo caso era il nemmeno troppo difficile “The Last Dickens”), Pearl è abile nel fondere i meccanismi del giallo e della ricostruzione storica, tra colpi di scena, spacciatori d’oppio, assassini spietati con bastoni mortali e strani soggetti dal nome di personaggi dickensiani, e riesce a tirare i fili della vicenda nonostante una certa macchinosità e gli innumerevoli piani della narrazione (resta un mistero la vicenda che vede protagonista uno dei figli di Dickens, sovrintendente in India e alle prese con un furto d’oppio e un agente inglese corrotto, del tutto scollegata dal resto del romanzo). L’autore sostiene di essersi attenuto il più fedelmente possibile al linguaggio, al comportamento e alla personalità di Dickens, ispirandosi a episodi e conversazioni realmente accaduti (scopriamo addirittura che lo scrittore inglese era studioso e sostenitore del mesmerismo), ma purtroppo tutto questo si perde irrimediabilmente nella traduzione italiana, assolutamente non in grado di rendere lo stile del tempo. Quello che veramente conquista è la descrizione del funzionamento del mercato librario, in un’epoca in cui gli editori cercavano di stringere accordi riservati con gli scrittori ma, in assenza di una legge internazionale sul diritto d’autore, dovevano combattere con chi pubblicava i libri in edizione economica, tagliati e aggiustati sulle proprie necessità, e con plagiari senza scrupoli (i famigerati “bookaners”) che battevano i moli per cercare di intercettare i manoscritti in arrivo dall’Inghilterra prima che venissero ritirati dall’editore autorizzato. Il personaggio di Rebecca vuole essere un omaggio alla dura condizione delle donne divorziate, che per motivi legali avevano ancora difficoltà a trovare un alloggio e un lavoro, e non potevano impegnarsi in una nuova relazione sentimentale per non vedersi revocato il divorzio. Interessante la divisione in sei macrocapitoli, sul modello dell’originale “Edwin Drood” dickensiano.




Recensione pubblicata sul numero di ottobre 2009 della rivista “Pianuraoggi”

sabato 18 luglio 2009

R.A. Salvatore - Le lande di ghiaccio

È bene precisare subito una cosa: questo romanzo si basa sull’universo del celeberrimo e fondamerntale gioco di ruolo Dungeons & Dragons, negli ultimi tempi fonte di ispirazione per canzoni e videogiochi. Anzi, è addirittura il primo capitolo della “Trilogia delle Terre Perdute” di R.A. Salvatore, giocatore di ruolo prestato alla letteratura, creatore del tormentato personaggio di Drizzt Do’Urden, drow (cioè elfo oscuro) rinnegato e fuggito dal suo regno sotterraneo, la città di Menzoberranzan: infatti Drizzt è onesto e capace di provare fraterni sentimenti di amicizia, e ha in spregio la negromanzia e la propensione alle stragi del suo popolo. Ovviamente, per un drow vivere in superficie non è una cosa facile, quindi il nostro si è rifugiato sulle montagne della Spina Dorsale del Mondo, nella Valle del Vento Ghiacciato (la Icewind Dale), dove svolge una funzione simile a quella di una vedetta, sfruttando la sua abilità nel combattimento (è invincibile nell’uso delle due scimitarre) e l’evocazione di un suo magico amico, la pantera Guenhwyvar, di cui conserva un’effige fatta di onice che serve per evocarla da una differente dimensione. Drizzt si accompagna a un suo amico nano, il possente Bruenor Martello di Guerra, alla perenne ricerca della sua patria perduta, Mithril Hall: questi ha allevato una ragazza umana, Cattie-Brie, e per giunta adotta un giovane barbaro della tundra preso prigioniero, Wulfgar, al quale insegna a lavorare il metallo e lo affida alle cure belliche dell’amico Drizzt. Gli dona anche un magico artefatto, Aegis-Fang, un martello da guerra invincibile. C’è poi Regis, un pigro e agiato halfling (razza assimilabile agli hobbit con un nome diverso per problemi di copyright, che qui viene orribilmente tradotto con il termine “nanerottolo”) in possesso di una pietra magica capace di persuadere colui che la fissa. I nostri eroi si ritrovano a combattere contro uno stregone sfigatissimo e incapace, Akar Kessell, che ha ritrovato la potente reliquia senziente Crenshinibon, abbandonata per errore fra le nevi delle montagne del nord, e rivendicata anche dal demone Errtu (che a un certo punto finisce addirittura reclutato nell’esercito dello stregone come generale di orchi e folletti). Naturalmente, l’impresa verrà resa più complicata dall’ottusità dei leader delle Ten Towns, baluardo della civilizzazione in queste terre inospitali. La narrazione segue i percorsi separati e paralleli di ciascun componente della compagnia (da sottolineare l’uccisione di un drago da parte di Wulfgar e Drizzt, e il combattimento fra Drizzt ed Errtu) e non risparmia certo l’azione, peccato che lo stile appaia parecchio ingenuo, immaturo e del tutto privo di originalità. La mitica Mithril Hall si colloca a metà strada tra la Moria di Tolkien e la Tanelorn di Moorcock, Bruenor assomiglia molto al nano Gimli del Signore degli Anelli, la stessa torre del perfido mago viene chiamata “Crishal Tirith”, una specie di ibrido tra “Crystal” (cristallo) e la parola usata da Tolkien per definire le torri. Pare che Salvatore intendesse fare di Wulfgar l’eroe della saga, ma il barbaro non ne ha né la caratura né lo spessore, e finisce per assomigliare a una pallida imitazione di Conan il cimmero: di gran lunga meglio Drizzt. Bella comunque l’imprecazione «che i pidocchi di mille renne possano annidarsi nei tuoi genitali».

Sophie Kinsella - Sai tenere un segreto?

Emma Corrigan lavora come assistente marketing in un’importante multinazionale (la Panther Cola), ma la sua carriera è mediocre così come la situazione sentimentale (sta con un tipo che lavora nel suo stesso ufficio). Perennemente a contatto con colleghi stronzi, sogna una vita diversa e, soprattutto, è esasperata da genitori insopportabili che la considerano una fallita e le preferiscono la rampante e odiosa cugina che non manca occasione per farla a pezzi. Tutto cambia quando, spedita in missione in Scozia per conto della sua azienda, si trova ad affrontare un volo turbolento, il panico si impadronisce di lei e, in preda a un incontrollabile nervosismo, racconta tutto, ma proprio tutto di sé (anche i segreti più intimi) al suo vicino di posto. Il mattino dopo si reca in ufficio per l’accoglienza del venerato fondatore della società per la quale lavora, il leggendario Jack Harper, in visita alla filiale inglese: naturalmente, scopre che l’uomo in questione è proprio il suo vicino di posto in aereo. Il personaggio in questione è un po’ strano: è americano, è leggermente brusco, dimostra di ricordarsi ogni parola detta da Emma sull’aereo e fa di tutto per uscire con lei. Poi, però, pretende di poterla controllare al primo appuntamento e la pianta nel bel mezzo della notte al secondo. Nonostante tutto l’amore scoppia impetuoso, complice uno di quei terrificanti picnic aziendali in costume, fino al giorno in cui, in una sciagurata intervista televisiva, Jack spiattella pubblicamente tutti i segreti di Emma, facendone lo zimbello dell’azienda. Soprattutto, sembrerebbe che lui l’abbia usata solo per testare una nuova linea moda femminile per ragazze qualunque. Naturalmente nasconde anche lui dei segreti, ci mancherebbe. Gli ingredienti della Kinsella sono sempre i soliti: lo stile immediato della narrazione in prima persona, una protagonista nevrotica ma spontanea (eccezionale la battuta «è un fondamentale diritto umano prendere in prestito degli abiti dalle proprie compagne di appartamento. Rientra praticamente nella costituzione britannica non scritta»),  una trama scontata fin che si vuole ma ricca di situazioni esilaranti e ai limiti dell’assurdo, l’esaltazione di quei difetti tanto negati quanto evidenti (per non dire consapevolmente amati) dell’universo femminile. È inutile parlarne male o farci sopra della sociologia: certe invenzioni, come quella la coinquilina Jemimina (paranoica e vendicativa, griffata da capo a piedi, con una madre che ha vissuto storie con uomini di successo che si sono rovinati dopo  averla lasciata), o dell’amica del cuore Lissy che partecipa a un recital di danza per avvocati e finge di andare a letto con un collega piuttosto che ammettere di stare provando i passi con lui, sono assolutamente geniali e irripetibili. La classica lettura da affrontare senza pregiudizi: si corre pure il rischio di divertirsi.

lunedì 29 giugno 2009

Giorgio Galli - Hitler e il nazismo magico

Un libro bellissimo e fondamentale per il rigore storico e documentale con cui affronta un simile argomento, dopo che per lungo tempo il discorso sulle origini occulte ed esoteriche del nazismo è stato negato o considerato tabù dalla critica ufficiale, tutta presa dal tentativo di dipingere Hitler come un povero pazzo farneticante circondato da una manica di bifolchi da osteria. Giorgio Galli, politologo serio e affermato, parte dal presupposto che Hitler e il nazismo avessero una logica propria, figlia di una cultura che non è la nostra (perfino Goebbels, l’anima razionale del partito, si appassionò agli oroscopi e a Nostradamus) ma presente sulla scena tedesca sin dalla fine dell’Ottocento e che trovò una concretizzazione nella società Thule (che prese come simbolo la svastica, modificata in senso destrogiro dallo stesso Hitler, forse come segno della contro-iniziazione): la magia e l’astrologia, il razzismo e la geopolitica, le antiche Atlantide e Lemuria, gli iperborei e Sham bha lah, il Vril e la terra cava, Agharti e il re del mondo, la teosofia di madame Blavatskij e Rudolf Steiner. Un gruppo segreto e illuminato che non era militare come normalmente si crede, ma che invece prevedeva l’esercito solo come strumento di conquista: Hitler fu scelto come leader di questo gruppo e questo spiega l’apparente incongruenza di un uomo fuori dalla politica e sconosciuto sino a trent’anni (e giudicato privo di qualsiasi qualità già al tempo dell’esercito) che in pochi mesi assunse un ruolo di primo piano sulla scena politica bavarese (prima) e nazionale (poi). L’autore cerca di spiegare come Hitler abbia scatenato la guerra con la ferma convinzione che l’Inghilterra non sarebbe intervenuta per ragioni in buona parte desunte da quella stessa cultura dalla presenza di essa in ambienti al vertice della società inglese sin dai tempi della regina Vittoria (la setta esoterica Golden Dawn, lo stregone Aleister Crowley), e che per questo abbia provato a inviare Rudolph Hess in missione in Inghilterra per trovare un accordo con gli interlocutori: alla base, l’idea di un predominio anglo-germanico sull’Europa, nella convinzione che inglesi e tedeschi fossero comunque fratelli e che si sarebbe dovuta scongiurare una guerra tra bianchi ariani per dirigere le proprie forze contro l’Unione Sovietica e il dilagare del bolscevismo. Caduta questa convinzione e fallita la guerra lampo all’Est, qualcuno del gruppo cercò di sostituire il Führer per una pace di compromesso, che salvasse una parte della base territoriale, in Germania, della dottrina segreta (qualche elemento “occulto” faceva per esempio parte del complotto capeggiato da von Stauffenberg). Certo, pur avvalendosi del contributo di sostenitori del pensiero magico-tradizionale come Evola, Guénon e Ossendowski, Galli non è un esperto di esoterismo e quando parla di “magia sessuale” potrebbe essere criticato da molte personalità del settore, ma è abile nel connettere certi fatti (come il caso di Jack lo squartatore) con alcune correnti magiche presenti nel mondo anglosassone, e dà il meglio di sé quando analizza, da storico, le ragioni dietro alla missione di Hess in Inghilterra (le montature propagandistiche, le reazioni di Goebbels, l’incredulità di Stalin, gli intrecci legati alla pubblicazione negli anni Ottanta dei Diari di Hitler, dichiarati poi un falso).

martedì 9 giugno 2009

Jean Teulé - Il marchese di Montespan

Una famosa storia di corna al centro di questo libro capace (sorprendentemente) di vendere 300.000 copie. Questo il successo in Francia del celebre caso di Louis-Henri marchese di Montespan, che ebbe la sventura di avere una moglie richiesta da Luigi XIV per il proprio letto ma che ebbe anche il coraggio di ribellarsi all’assolutismo monarchico. L’autore racconta l’iniziale idillio tra il marchese e Françoise detta Athénaïs (talmente bella da scatenare i più bassi istinti degli apprendisti del parrucchiere): giovani, nobili ma senza risorse, i due si sposano e vivono una passione sfrenata, fino a quando egli, di ritorno da una campagna militare, non scopre che la l’amata moglie (nel frattempo divenuta dama d’onore della regina) è rimasta “ferita sul campo” (cioè, incinta). Addirittura, per godere delle sue grazie, il Re Sole ha scacciato dal suo letto la pur avvenente Louise de La Vallière (quella del Visconte di Bragelonne di Dumas). Cupo e permaloso, da buon guascone, Montespan non accetta di essere stato fatto becco (perfino Molière gli ha dedicato una commedia), rifiuta ogni favore reale di compensazione e si presenta anzi dinanzi al monarca vestito a lutto, dopo aver fatto ridipingere la sua carriera di nero e aver sostituito i quattro pennacchi sugli angoli del tetto con delle gigantesche corna di cervo; inoltre, al disegno del suo stemma dipinto sulle portiere, ha fatto poi aggiungere delle corna. Dato che l’etichetta impone di scoprirsi il capo al cospetto di Sua Maestà, il marchese si mette in testa un cappello grigio (colore che il re li detesta) e risponde che porta il lutto per il suo amore «ucciso da una canaglia». L’affronto è impossibile da sopportare per il presuntuoso sovrano, che lo fa arrestare. Montespan viene quindi esiliato, e attraversa mezza Francia per raggiungere il suo castello di Bonnefont: arrivato a destinazione, organizza un falso funerale della moglie con tanto di feretro vuoto. Continua poi a trascorrere una vita da gentiluomo di campagna, rifiutandosi di vedere di nuovo la moglie fino alla fine della sua vita, quando improvvisamente la nomina esecutrice testamentaria (qui per andare contro il figlio cortigiano che invece non vorrebbe rispettare il testamento paterno). Detto questo, il libro si rivela molto più interessante per l’argomento trattato che per il modo in cui è scritto: Jean Teulé non è certamente uno storico e tace quindi particolari interessanti come la vicinanza del marchese ai giansenisti (cosa che spiegherebbe le ragioni del suo rigore morale), e aggredisce la materia con uno stile e un linguaggio estremamente contemporanei, quasi pulp nella loro brutalità, permettendosi molte arditezze e volgarità gratuite (con perle del tipo «andare a Napoli facendosi tutti i ponti piegato» per alludere alla sodomia). Si fa fatica ad accettare parti grottesche come quelle dei rapporti con l’odioso figlio snob che all’età di cinque anni si professa già monarchico e nemico dei pezzenti, o dell’incontro con i figli mostruosi di Athénaïs e del re o con l’imbelle sovrano spagnolo Carlo II che gli offre le albicocche e gli fa sempre le stesse domande; per non parlare di quando il marchese frequenta per un mese tutti i postriboli di Parigi per prendersi una malattia venerea e trasferirla così al re attraverso la moglie; o del suo tentativo di violentare la moglie del re nella sua camera. Semplicemente agghiacciante il finale con i cani che divorano le interiora della povera marchesa. Certo, forse il tentativo dell’autore è quello di dimostrare quanto sporco era il Seicento, sotto tutti i punti di vista, ma il risultato non fa per niente gridare al miracolo. È invece convincente il ritratto del Re Sole, rappresentato in tutta la sua ridicola boria (è piccolo di statura e goffo, ha il viso deturpato dal vaiolo ed è circondato da dei dignitari che non osano nemmeno sorridere se prima non l’ha fatto lui), tanto potente e venerato che basta che lui si presenti sul campo di battaglia per porre fine alle ostilità e ottenere la resa degli assediati (togliendo così al povero marchese ogni possibilità di bottino).

lunedì 8 giugno 2009

Agatha Christie - È troppo facile

Luke Fitzwilliam, funzionario di polizia in pensione, rientra in Inghilterra dopo anni di assenza in Oriente. Durante il viaggio di ritorno a Londra, incontra in treno un’anziana signorina, Lavinia Pinkerton, diretta a Scotland Yard per denunciare una serie di omicidi commessi nella graziosa e tranquilla cittadina (dove lei vive) di Wychwood-under-Ashe. Logicamente, Fitzwilliam non la prende sul serio. Il giorno dopo legge sul Times che la signorina Pinkerton è stata investita da un’auto pirata. L’omicidio riaccende l’animo dell’ex poliziotto, che incomincia a pensare che forse non erano tutte sciocchezze quelle che aveva detto in treno. Parte così per Wynchwood ed inizia ad investigare sotto le mentite spoglie di uno scrittore a caccia di materiale per la stesura di un libro sul folklore. Questo pretesto offre all’autrice di sbizzarrirsi in quello che sa fare meglio, ovvero descrivere la vita di provincia inglese in un piccolo paesino in cui si conoscono tutto e i pettegolezzi fanno parte integrante della vita di ogni giorno. Un po’ per volta, si scoprono dettagli sulle vittime (la moglie di un colonnello avvelenata, un ubriaco annegato perché caduto da un ponte, un bambino vivace spinto giù da una finestra, un medico morto di setticemia e una donna delle pulizie che per sbaglio ha ingerito un colorante per cappelli invece di una normale medicina) e si fa la conoscenza di alcuni bizzarri personaggi (un munifico signorotto locale pieno di sé, una domestica che parla solo di botanica, un antiquario affettato ed effeminato dedito all’occultismo), così come non manca una storia d’amore che vede coinvolto il protagonista e la bella fanciulla che lo ospita e di cui lui si finge cugino (sempre per non destare sospetti). Fitzwilliam non è né Poirot né Miss Marple, ma un ex poliziotto umano e assolutamente normale, addirittura un po’ ottuso: per un verso potrebbe essere un problema, per un altro potrebbe invece rivelarsi una gradita sorpresa. Quello che non cambia è la regola del genere: la verità è ben lontana dalle normali supposizioni e il colpevole non è mai quello a cui apparentemente conducono tutti gli indizi. Purtroppo, anche in questo caso l’assassino è colpito dalla “sindrome di Macchia Nera” (nel senso del nemico acerrimo di Topolino, quello vestito di nero) comune a parecchi cattivi della letteratura, e che consiste nel dilungarsi in un’esibizione logorroica e trionfalistica in cui il cattivo di turno spiega per filo e per segno tutto il suo diabolico piano prima di uccidere la vittima designata che, ovviamente, trae vantaggio dalla situazione e finisce per trionfare. Notevoli invece le considerazioni sul machismo vittoriano e le virtù classicamente britanniche (per non parlare del passatempo preferito degli inglesi, le corse dei cavalli, e soprattutto le scommesse).

mercoledì 3 giugno 2009

Neil Gaiman - American Gods

A dispetto del suo successo come autore di fumetti, scrittore e sceneggiatore, ammetto la mia colpevole ignoranza riguardo a Neil Gaiman. Questo American Gods (che è il suo primo libro che leggo) racconta la storia di un certo Shadow, vero e proprio “uomo-ombra” addirittura privo di presenza spaziale nonostante il fisico massiccio, di passato, di pensieri e di psicologia; è appena uscito di prigione, dove ha scontato tre anni a causa di una rapina alla quale sua moglie Laura l’ha convinto a partecipare. Appena tornato libero scopre che la moglie è morta in un incidente d’auto insieme al suo migliore amico, con cui aveva una relazione (è inutile dire cosa stavano combinando i due in macchina). A Shadow non rimane nessun motivo per stare al mondo, ma è proprio a questo punto che si ritrova assunto come aiutante e guardia del corpo dell’enigmatico Mr. Wednesday, sotto le cui mentite spoglie si cela nientemeno che il dio Odino, emigrato in America come tutti gli altri dèi pagani e dedito ora all’alcol, alle truffe e alla seduzione di ragazzine. Tutto il romanzo narra il loro bizzarro viaggio nel Midwest americano più squallido e dimenticato, alla ricerca di giostre di paese, agenzie di pompe funebri, motel diroccati, riserve indiane impoverite e lindi paesini che nascondono infami segreti. È in questi luoghi che Wednesday intende reclutare gli antichi dèi e convincerli a partecipare alla battaglia finale contro i nuovi dèi contemporanei, rappresentati dalla televisione, le carte di credito, i mass media, internet. Shadow (che comincia a essere inseguito da misteriosi agenti dell’FBI al soldo delle nuove divinità, e a essere visitato dal cadavere della moglie morta e, in sogno, da un uomo-bufalo), dopo la morte di Wednesday, decide di venire lui stesso appeso all’albero del mondo per nove giorni e nove notti, per venire poi sottoposto al giudizio egizio dei morti e a tornare in tempo per scoprire che è stato tutto un trucco ordito dallo stesso Odino (che aveva bisogno di adoratori disposti a dare la vita in guerra per poter tornare a vivere) con l’aiuto del perfido tessitore di inganni Loki (altro dio della mitologia scandinava). Gaiman ha l’indubbia capacità di prendere elementi eterogenei, e saperli mescolare insieme, dando forma a qualcosa di completamente nuovo, e le citazioni sono innumerevoli (non solo mitologiche, ma anche provenienti dalle Avventure del Barone di Münchausen e dal Mago di Oz!). I suoi dèi se ne stanno spesso ai margini della società, facendo i lavori più umili e vivendo delle briciole di memoria di quei pochi che ancora si ricordano di loro, proprio perché nel mondo non c’è più posto per loro (lo slavo Chernobog ridotto a vivere con la pensione maturata nei lunghi anni di lavoro al macello di Chicago, gli dèi egizi Toth e Anubi che conducono autopsie, la mediterranea Bilquis che batte i marciapiedi di Hollywood, e c’è perfino un laprecauno irlandese alcolizzato e rissoso). Battute e spiritosaggini si sprecano con un’ironia colta che sarebbe piaciuta ai Monty Python (Odino che dice di non sopportare la gente morta, Shadow che dice a un corvo di Odino di dire “Mai più” e questo gli risponde “Vaffanculo!”, Anubi che racconta come in America Gesù se la passi piuttosto bene mentre in Afghanistan sia costretto a fare l’autostop senza che nessuno lo riconosca o si fermi ad aiutarlo), e le scene grottesche spesso colgono nel segno (Shadow che si ritrova a parlare e a confrontarsi con la televisione durante una soap-opera, o l’uccisione di Odino in diretta televisiva), ma non tutto fila per il meglio: a una prima parte estremamente godibile, ne segue una seconda che comincia a mostrare la corda anche a causa di un’eccessiva lunghezza (quando Shadow arriva nella città di Lakeside non ho veramente capito dove volesse andare a parare). La bonaria e semiseria narrazione poi è spesso inframmezzata da seriosi intermezzi che raccontano come gli dèi sono arrivati in America, portati dai vichinghi esploratori o dai neri della tratta degli schiavi: buoni per capire l’eterogeneità della società americana, ma il contrasto di tono è davvero stridente.

lunedì 25 maggio 2009

David Peace - Il maledetto United

Ex giocatore di Middlesbrough e Sunderland, con 274 gol in 251 partite all’attivo, ma con due sole presenze in nazionale, l’eccentrico ma ruspante Brian Clough si è riciclato come allenatore dopo che un brutto infortunio lo ha costretto a lasciare il calcio giocato (un ripiego, dunque, e non un un’alternativa). Raccontata in prima persona, da parte dello stesso Clough, la narrazione procede attraverso una serrata alternanza tra il passato (gli inizi sulla panchina dell’Hartlepools, la consacrazione su quella del Derby County, con cui ha vinto un campionato ed è arrivato in semifinale di Coppa dei Campioni), la sfortunata parentesi come allenatore del Brighton & Hove Albion) e il presente, i quarantaquattro, maledetti giorni come manager dei campioni in carica del Leeds United («Lo sporco, sporco Leeds»). La stessa divisione in capitoli segue quei terribili quarantaquattro giorni. Arrivato per sostituire Don Revie (approdato alla nazionale), Clough sa che non sarà semplice far funzionare le cose, eppure non rifiuta l’incarico: spinto da un orgoglio infinito, accetta nella convinzione di poter trasformare il Leeds in una squadra che vince onestamente. Una squadra di cui Clough odia la storia, lo stile (fatto di piagnistei, accuse e gioco sporco), lo staff, il pubblico, e soprattutto l’ex allenatore, che sembra non aver mai abbandonato lo stadio di Ellan Road (fin dall’inizio gli è tristemente chiaro che il Leeds United rimarrà sempre la squadra di Don Revie, mai la sua), tanto da intestardirsi nel fare l’esatto contrario di quello che faceva lui e nel continuare a dire, anche come allenatore del Leeds, di voler battere Don Revie e il Leeds United (addirittura, si veste di verde quando score che il verde era il colore sfortunato di Don Revie). In possesso di una lingua tagliente e di una personalità fuori dal comune, e capace di conferenze stampa al limite dell’ingiuria («Maledetti bastardi truffatori italiani» è l’epiteto con cui apostrofa la Juventus dopo la semifinale di Coppa dei Campioni persa conto i bianconeri dal suo Derby County), a Leeds Clough riesce a inimicarsi tutti, tifosi, giocatori e società, e deve fare anche a meno dell’aiuto di Peter Taylor, suo braccio destro che lo ha sempre seguito in passato: non compreso dal mondo, messo sotto accusa da tutti (ma questo è già successo al Derby), continua nella sua romantica testardaggine, in bilico tra l’esaltazione e l’insicurezza, tra il successo e il fallimento, mentre l’esonero appare sempre di più inevitabile (il suo misero bilancio parla di una vittoria, un pareggio e tre sconfitte nelle prime cinque partite di campionato). Basandosi praticamente su qualsiasi documento (ho riconosciuto un pezzo preso in blocco dal capitolo di Don Watson dell’antologia Il mio anno preferito) ma dando un taglio molto personale alla ricostruzione storica («Non credo in Dio. Ma credo nel dubbio. Credo nella paura»), David Peace non solo scrive di calcio, ma lo fa anche molto bene e con competenza, e riesce a tratteggiare in maniera mirabile lo spaccato di un mondo molto simile all’attuale, dominato dall’isterismo, dall’affarismo e dall’ingratitudine, pronto a non riconoscere il ruolo fondamentale dell’allenatore (che nelle divisioni inferiori deve provvedere in prima persona a svuotare i secchi dell’acqua piovana, prendere la patente per i mezzi pubblici e poter così guidare l’autobus della squadra, fare il giro dei circoli dei minatori e dei cantieri navali per raccogliere il denaro con cui pagare gli stipendi dei giocatori). Particolarmente interessante il capitolo della sconfitta del Leeds contro il Liverpool a Wembley in Charity Shield (la Supercoppa inglese), quando Billy Bremner venne espulso per una zuffa con Kevin Keegan, e i due vennero pesantemente squalificati per aver dato poco lustro al calcio levandosi la maglia all’uscita dal campo e rimettendosi poi a litigare. Altri tempi, forse, e altro calcio. Ma anche altra educazione. Soprattutto mettendolo in relazione cosa succede di questi tempi dalle nostre parti.

sabato 9 maggio 2009

Arturo Pérez-Reverte - Il sole di Breda

Fiandre, 1625: Diego Alatriste si ritrova a combattere, insieme al suo protetto Iñigo Balboa, nel lungo ed estenuante assedio alla città di Breda. I personaggi della saga (qui giunta al terzo capitolo), sono assenti (o restano distanti, e presenti solo in via epistolare), e tutto ruota attorno a commoventi soldatacci di un’epoca perduta, «spagnoli odiati, crudeli, arroganti, disciplinati solo sotto il fuoco, che potevano sopportare qualsiasi cosa in uno scontro, ma non tolleravano mai manco un affronto». La descrizione della guerra offre a Pérez-Reverte l’opportunità di mettere a frutto la sua esperienza di cronista di guerra e di applicarla alla storia (come fatto nell’Ussaro e nell’Ombra dell’aquila), seguendo il capitano sul campo di battaglia o in pericolose ed eroiche sortite nelle gallerie sotto le trincee o nei pressi di una diga. Tra fango, pioggia, fame e pidocchi (e senza il becco di un quattrino a causa di sei mesi di ritardo della paga), il giovane Iñigo (voce narrante) scoprirà il senso della guerra, della fratellanza d’armi, della vittoria e della sconfitta, insomma si renderà conto di come la guerra è un rito d’iniziazione e un’esperienza di formazione (emblematico l’episodio del giovane fiammingo ferito che chiede di morire in fretta e viene esaudito dagli spagnoli in nome di una muta compassione). L’autore insiste sempre sul tramonto dell’impero spagnolo (anche se il “sole” del titolo indica che la gloria c’è ancora, almeno dal punto di vista miliare e dell’orgoglio) e ricorda la grandezza d’animo di un popolo capace di ammutinarsi solo dopo aver vinto in battaglia (e mai prima) e di correre in aiuto di un gruppetto di connazionali preda del nemico giurando «che quella sera avrebbero cenato con Cristo in paradiso o ad Anversa». Assolutamente non ecumenico (in particolare nei confronti dell’«eretico Calvino, possa colpirlo un fulmine all’inferno o dove diavolo si è cacciato, quel gran figlio di puttana») e parecchio monarchico («Il tuo re rimane sempre il tuo re» dice semplicemente Alatriste a Iñigo che vorrebbe unirsi ai camerati ribelli), Pérez-Reverte sembra alludere alla guerra come dimensione a sé stante, in cui i ruoli sociali non esistono, e a una nobiltà dello spirito che accomuna tutti i soldati spagnoli, anche i più beceri e bifolchi, facendo di loro dei veri e propri hidalgos. Lo stile è, come al solito, assolutamente unico nel suo genere, denso, grondante erudizione (si sprecano le citazioni di Quevedo, Tirso de Molina e Calderón de la Barca), ma allo stesso quasi un contraltare della coscienza dolente dei protagonisti, senza mai per questo diventare puro esercizio di stile: cosa questa che lo rende degno di ammirazione se non di invidia. Assolutamente geniale la fantomatica “nota dell’editore” sulla presenza del capitano Alatriste nel dipinto La resa di Breda di Diego Velásquez, una dotta disquisizione inventata di sana pianta (ma assolutamente verosimile) dallo stesso Pérez-Reverte, non nuovo a questi espedienti e capace di giocare con i suoi stessi personaggi, citando dei fantomatici documenti in possesso di tal Macarena Bruner de Lebrija, duchessa del Nuevo Extremo, tra i personaggi principali del romanzo La pelle del tamburo.

mercoledì 6 maggio 2009

Agatha Christie - Tre topolini ciechi

Che Agatha Christie fosse un genio non occorre dirlo. Questo suo breve racconto prende il titolo da una canzoncina popolare inglese che parla di tre topini ciechi e della moglie del fattore che tagliò loro la coda con un coltellaccio. Ed è proprio il motivetto di questa canzoncina ad accompagnare i delitti del misterioso assassino, che uccide per vendicare tre poveri “topolini”, ossia tre bambini gravemente maltrattati. L’ambientazione è quella di Monkswell Manor, una grande casa vittoriana trasformata in pensione da una giovane coppia di sposi, dove regna una soffocante atmosfera di sospetto (tutti sospettano di tutti, e perfino i due sposini giungono a dubitare l’uno dell’altra), mentre nessuno può fuggire perché impazza una tormenta di neve ed è caduta la linea telefonica. Oltre ai proprietari, nella casa sono ospiti una signora arcigna e petulante, un giovane studente di architettura dagli incredibili sbalzi d’umore, un maggiore dell’esercito in pensione, e un misterioso avventore che ha appena fatto un incidente con la macchina. Tra questi personaggi si nasconde l’assassino di una donna uccisa poco distante, e su di essi indaga un giovane funzionario di polizia: naturalmente, più persone nascondono i loro legami con l’oscura storia del passato a cui è legato l’assassino, e chiunque potrebbe essere il colpevole. La struttura del racconto (sette personaggi intrappolati in una casa con uno psicopatico) ricorda per certi versi quella di Dieci piccoli indiani, ma il tono è sempre quello faceto e tipicamente inglese dell’autrice, capace di sdrammatizzare con divertenti situazioni domestiche e caratterizzazioni macchiettistiche. Un mix talmente vincente da dare origine a un testo teatrale intitolato Trappola per topi che ebbe un successo straordinario e fu replicato per oltre trent’anni all’Ambassadors’ Theatre di Londra.

domenica 3 maggio 2009

John Dickson Carr - Il cappellaio matto

È la prima volta che mi avvicino a uno scrittore molto quotato come John Dickson Carr, autore di gialli e considerato uno specialista dei misteri della camera chiusa, ma devo dire di esserne rimasto parecchio deluso. L’idea è decisamente accattivante: i giornali d’Inghilterra sono tutti occupati a parlare di quelli che sembrano gli innocui scherzi di un burlone, soprannominato il Cappellaio Matto, che si diverte a tirare bizzarri scherzi alla cittadinanza (sottrae la parrucca a un giudice e la mette a un cavallo da piazza, e ruba il cappello di un noto uomo d’affari per sistemarlo sulla testa di uno dei leoni di Trafalgar Square), facendo divertire tutta Londra. Ma quando un cadavere (quello del giornalista che si occupava della cronaca del caso) viene trovato alla Torre di Londra trafitto da un dardo di balestra (che poi si scopre essere un gadget turistico acquistato in Francia), lo scherzo sembra essere andato oltre il lecito, e la vicenda viene complicata ulteriormente dal furto di un misterioso manoscritto di Edgar Allan Poe valutato diecimila sterline e conteso tra un collezionista e un lord che ha un fratello con qualche problema coniugale (il giornalista ucciso è nipote del primo e amante della moglie del secondo). Protagonisti dell’indagine un gruppetto di ufficiali giudiziari tra cui spicca il dottor Gideon Fell, strano e bonario soggetto dal fisico di tricheco, amante del fumo e del bere, che svela ogni mistero tra sbuffi e sospiri a suon di citazioni (stiamo parlando di composti signori dall’aria decisamente rispettabile, che pronosticano un’imminente crisi del regno britannico per l’invasione dei cocktail americani nei pub e che addirittura si vantano di avere una moglie che come scusa del loro mancato coinvolgimento a un party di lavoro adduce il delirius tremens!). Speravo che il personaggio del Cappellaio Matto (derivato dichiaratamente da Alice nel paese delle meraviglie) fosse utilizzato meglio e più a lungo, invece dopo le prime pagine esce subito di scena e il giallo si rivela la solita pedante indagine di omicidio con tutti gli ingredienti del caso e, soprattutto, priva di qualsiasi guizzo, con un tasso di lentezza esagerato anche per il genere in questione. Interessante però la location della Torre di Londra.

giovedì 30 aprile 2009

Matthew Gregory Lewis - Il monaco

Un capostipite della letteratura gotica, pieno di morbosità, passioni proibite, sentimenti traboccanti, orrori (più o meno) indicibili, leggende folkloriche e nomi tanto suggestivi quanto inverosimili, nei nerissimi meandri della controriforma spagnola. Che volere di più? Ricordo che undici anni fa Il monaco mi esaltò parecchio, lasciando in me un vivo ricordo e una mai sopita devozione, ma ora, con più esperienza (letteraria o di vita, fate voi) alle spalle, il mio giudizio ne è uscito in parte ridimensionato. Il romanzo narra la caduta di Ambrosio, un monaco spagnolo dotato di una orgogliosa e fiera virtù, e per questo considerato da tutti santo. Egli viene trascinato da un vortice di malignità e perdizione da un diavolo incarnato nella vergine Matilda: alla fine, catturato dalla Santa Inquisizione e condannato al rogo, si risolve ad acquistarsi la salvezza vendendo l’anima al diavolo, convinto che ormai corpo e spirito siano irrimediabilmente perduti. Immediatamente il beffardo Maligno lo trascina in un luogo solitario e gli dice che il patto da lui firmato col sangue è vano, dal momento che sia il perdono sia la possibilità di salvezza gli erano assai vicini nel momento del suo orribile scambio, e completa il suo discorso pregno di sarcasmo rinfacciandogli i suoi crimini contro natura (la donne che lui ha ucciso e insidiato erano, a sua insaputa, sua madre e sua sorella) e gettando il suo corpo in un burrone. Alcune descrizioni sono effettivamente terrificanti e archetipiche del genere (i riti magici nei sotterranei del cimitero, l’incendio del convento, lo smembramento della corrotta badessa da parte del popolo inferocito, la tenera disgraziata lasciata a marcire nelle segrete che dà alla luce un figlio morto), ma la parte migliore è senza dubbio quella dell’intreccio secondario in cui il Marchese de la Cisternas sfugge dai masnadieri nel bosco e incontra quindi lo spettro della sua antenata maledetta, la Monaca Sanguinante (che gli si presenta ogni notte davanti al letto), e il seguente rituale cabalistico durante il quale l’Ebreo Errante lo aiuta a catturare e scacciare il cadavere che lo tormenta. Alcune cose sono molto profonde (Ambrosio è superbo e quindi non è misericordioso, per di più la sua relazione sessuale con Matilda cessa ben presto di appagarlo e lo costringe a cambiare l’oggetto del suo desiderio passando attraverso la stregoneria e l’omicidio), e Lewis si dimostra abile nello sdoppiare l’eroina perseguitata, trasformandola da una parte in vittima (il personaggio di Antonia), dall’altra in salvata (Agnes), con un raddoppiamento di storie con conclusioni divergenti. Purtroppo, la narrazione affonda ripetutamente in lungaggini e ripetizioni che ne compromettono il ritmo: critiche, le mie, dettate dall’errore di voler giudicare con parametri odierni un’opera del 1796, che all’epoca della sua uscita fu un vero pugno nello stomaco dei benpensanti.

venerdì 24 aprile 2009

Rafael Sabatini - Scaramouche

Non ci credevo davvero più. Ho passato anni aspettando di trovare Scaramouche, pubblicato a suo tempo dalla mitica Romantica Sonzogno ma ormai fuori catalogo da tempo immemorabile, ed ecco che ora a sorpresa me lo ritrovo a disposizione grazie alla Donzelli (cui non sarò mai abbastanza grato), cosa sorprendente se si considera che un romanzo del genere oggi non ha mercato né appeal commerciale (ed è scandaloso che in Italia nessuno si sia mai preoccupato di non dico celebrare ma semplicemente ricordare Rafael Sabatini che tra l’altro è nato a Jesi da padre italiano!). È bene premettere che io sono uno spassionato fan dell’omonimo film del 1952 con Stewart Granger, che mi ha stregato fin dalla più tenera infanzia e ha infuso in me, assieme a I tre moschettieri di Dumas, l’amore per il genere cappa e spada e il romanzo storico in generale. A ben vedere, però, pur rispettandone le linee guida, il film è piuttosto diverso dal romanzo (e manca anche la mitica massima del film «La spada è come una rondine, se la stringi con forza la soffochi, se allenti la presa, vola via»), che comincia in Bretagna negli ultimi anni dell’Ancient Régime: il protagonista si chiama André-Louis Moreau e, diversamente da Stewart Granger, non è bello, anzi, è piccolo e magro, cinico ed esibizionista. Ha studiato da avvocato a Parigi ed è un ottimo retore; ha un amico, Philippe de Valmorin, che studia da prete ed è un convinto idealista, e disputa con lui e i suoi amici sulla necessità di una rivoluzione, dimostrando di non crederci troppo per la sfiducia che nutre nei confronti dell’animo umano. Quando l’amico viene ucciso a causa delle sue idee dal malvagio marchese de La Tour d’Azyr, convinto assertore del privilegio per nascita e che per questo, infastidito dalle sue pericolose idee e la sua eloquenza, lo provoca a sfidarlo a duello. Da bravo avvocato, André cerca di far valere i principi del diritto, ma nulla può contro la cieca omertà dei difensori del privilegio, e si trova per questo coinvolto, suo malgrado, nel meccanismo di rivolta a Rennes e a Nantes: finisce per farsi tribuno e diventare un rivoluzionario, e si attira addosso la giustizia e che lui ha cercato di far trionfare e la legge che ha osato sfidare. Reietto e abbondato da tutti (e soprattutto dal suo padrino/protettore), trova rifugio in una compagnia di guitti che si dicono attori della commedia dell’arte italiana (che si chiamano tra loro con il nome del personaggio interpretato), e ben presto finisce per indossare i panni di Scaramouche, maschera del soldato fanfarone, astuto e subdolo. Non solo: di fronte alla sciatteria dei copioni della sgangherata compagnia, André diventa autore e portavoce di un teatro più colto e maturo, che fonde il canovaccio della commedia dell’arte con le trame di Molière, Beaumarchais e Plauto, e strizza l’occhio ai nuovi ideali del Terzo Stato (reinventa spettacoli dai titoli “Le furberie di Scaramouche”, “Figaro-Scaramouche”, “Il terribile capitano”). Purtroppo, anche in questo caso, il nostro eroe continua a trovarsi di fronte La Tour d’Azyr, invaghito della figlia del capocomico Binet che André dovrebbe sposare (diciamo che padre e figlia non ci fanno esattamente una gran figura e mettono in campo ogni possibile bassezza dettata dall’arrivismo e dalla cupidigia). Dopo aver scatenato una rissa per vendicarsi allo stesso tempo del marchese e del volgare Binet, André arriva nella Parigi prerivoluzionaria e diviene inserviente e allievo di una scuola di scherma: grazie alla sua innata abilità, e soprattutto grazie al suo talento di studioso e di erudito nell’apprendere i tomi del sapere, riesce a impossessarsi dei segreti dell’arte della spada, e supera il suo maestro, sostituendolo. Diventa talmente bravo da essere coinvolto nel giro politico che conta, conosce Marat e viene inserito nell’Assemblea costituente come spada pronta a difendere il Terzo Stato dagli assalti e dalle provocazioni dei ceti privilegiati, di cui fa parte La Tour d’Azyr, anch’egli membro dell’Assemblea, che infatti André sfida e ferisce in combattimento. La storia non è finita: bisognerà prima vedere l’esito della storia d’amore con la bella e pura Aline, promessa sposa a La Tour d’Azyr, e scoprire i veri natali del nostro  eroe. La grandezza di Sabatini sta non solo nel ritmo infuso alla narrazione, ai colpi di scena e all’assoluta convinzione nelle regole del genere, ma soprattutto nella costruzione del romanzo, che è diviso in tre parti – La togaIl coturnoLa spada – assolutamente funzionali allo sviluppo dell’opera: il protagonista passa attraverso varie carriere (da avvocato ad attore, da attore a spadaccino, quindi a politico) facendo tesoro delle esperienze precedenti, e a ogni stadio corrispondono delle (amare) riflessioni sull’animo umano e sulla società (Sabatini non sembra credere nella sacralità della Rivoluzione, anzi, sembra dirci che tutti hanno le loro ragioni). Per questo la parte centrale, quella del teatro, è la più importante: sta in mezzo e rappresenta, a livello metaforico, quel cambiamento reale nella politica che riuscirà nella terza parte e che sovvertirà l’ordine precostituito (e non è un caso che André riconosca che, sulla scena politica, egli recita ancora il ruolo di Scaramouche). Il protagonista recita sempre, e anche i nomi che egli prende a seconda delle circostanze ne sono prova: si ribattezza «Omnes Omnibus» parlando al popolo di Rennes, «Parvissimus» e quindi «Scaramouche» nel mondo teatrale, e solo in politica egli ridiventa André-Louis Moreau, per scoprire poi il suo vero lignaggio. La vita è un palcoscenico e noi ne siamo gli attori: una morale che ben si azzecca a questo romanzo ben poco Rivoluzionario e che si esplica benissimo sin dal formidabile incipit «Era nato con il dono della risata e la sensazione che il mondo fosse pazzo», e che arriva con straordinaria coerenza fino al finale in cui la madre ritrovata dice ad André che ci sono cose che lui non capirà mai, e lui risponde laconicamente che non capirà mai «la vita, tanto per cominciare».