sabato 31 gennaio 2009

Gianrico Carofiglio - Ragionevoli dubbi

Terzo romanzo della serie dell’avvocato Guido Guerrieri, ancora alle prese con un caso che sembra essere perso in partenza: Fabio Paolicelli (un tempo soprannominato “Raybàn” per la sua usanza di portare sempre gli occhiali da sole) è stato fermato al ritorno dalle vacanze in Montenegro con 40 chili di cocaina in macchina. Dapprima si è dichiarato innocente, poi si è riconosciuto colpevole perché almeno la moglie venisse rilasciata, e si è beccato sedici anni di carcere. Sembrerebbe il classico caso scontato, e invece l’avvocato conosce l’imputato, perché Paolicelli è stato un picchiatore fascista che era nel gruppo che lo aveva pestato da giovane quando militava nella sinistra extraparlamentare (anche se ci tiene a sottolineare “sporadicamente”). L’uomo però non mostra di riconoscerlo, anzi, è ben deciso ad affidargli la propria sorte, avendo sentito che Guerrieri gode fama di professionista affidabile. Guerrieri, che da vent’anni sogna di restituirgli le botte, invece accetta il caso. Soprattutto perché conosce la moglie italo-giapponese di Paolicelli, e se ne innamora, visto che questa ha anche una figlia e lui ha un insospettabile desiderio di paternità (che all’inizio della vicenda è rimasto deluso quando la notizia che la fidanzata deve dargli è semplicemente quella di un allontanamento per motivi di lavoro negli Stati Uniti e non l’arrivo di un bambino). Progressivamente, Guerrieri scopre che il picchiatore fascista è ben diverso da come lo credeva, che è un buon uomo e un buon padre, che ama leggere e la musica jazz, e che soprattutto è stato incastrato da un avvocato di nome Macrì che ha promesso di aiutarlo e invece lo ha fatto condannare al massimo della pena. Da parte sua, il  protagonista non risulta mai troppo simpatico, con il suo eterno pensare una cosa e risponderne un’altra, e i “ragionevoli dubbi” del titolo non sono solo quelli del caso che vengono esposti in tribunale, ma riguardano anche la vita privata e la deontologia professionale (Guerrieri con la moglie di Paolicelli ci finisce pure a letto). Rispetto al primo scontato “Testimone inconsapevole” (e non ho letto il secondo), questo romanzo appare superiore in tutto e, se pure non si possa dire un capolavoro, è meglio congegnato e sviluppato, proprio perché riesce maggiormente a dosare l’equilibrio tra lo spazio dato la personaggio e quello riservato alla trama. Molti sono tuttavia i difetti e le banalità (in primis la boxe, che l’avvocato Guerrieri pratica e viene usata come metafora dello scontro in aula), così come le parti inutili e tirate per le lunghe. Ovviamente, sono ancora presenti le canzoni di sottofondo: a questo proposito, trovo preoccupante che una donna dica che la sua la canzone preferita dell’album “Shangri-La” di Mark Knopfler sia “Postcards from Paraguay”…

venerdì 30 gennaio 2009

Carlos Ruiz Zafón - Il gioco dell’angelo

Dopo il successo planetario del bellissimo “L’ombra del vento” (un milione e mezzo di copie vendute solo in Italia), Carlos Ruiz Zafón torna con il secondo romanzo di un progetto che si estende a quattro libri interconnessi, con dei personaggi in comune e contraddistinti dalla presenza del Cimitero dei libri dimenticati (un’enorme biblioteca-labirinto nel cuore di Barcellona), ma da leggere in qualsiasi ordine si voglia, ognuno di tono e personalità differenti. Siamo ancora a Barcellona, negli anni Venti, dove David Martìn, giovane scrittore dall’infanzia infelice (allevato, dopo la fuga della madre, da un padre avvelenato dalla guerra e dall’abbandono coniugale, che quando muore gli lascia in eredità solo una pistola), si vede affidare dal burbero caporedattore del giornale in cui lavora l’agognatissimo racconto domenicale. Supera la prova e avvia una brillante carriera di scrittore di feuilleton (dove mescola, «senza pudore, Dumas e Bram Stoker, passando per Sue e Féval»), con una serie intitolata “I misteri di Barcellona” in cui protagonista è una vampira. Purtroppo però i meschini colleghi di redazione, divorati dall’invidia, tramano alle sue spalle fino a ottenerne il licenziamento. Di qui, il nostro eroe comincia a consumarsi la salute firmando con uno pseudonimo storie grandguignolesche di successo per una coppia di editori sotto il titolo de “La città dei maledetti”: purtroppo, non gli viene mai riconosciuto il talento, e il mondo autoreferenziale della letteratura lo esclude (è significativo che, sin dall’infanzia, il romanzo preferito di David sia “Grandi speranze” di Dickens ma gli venga sempre ricordato che per lui non c’è speranza). Il suo alter ego è Pedro Vidal, nato nel privilegio ma privo di genio: David cerca di aiutarlo scrivendogli il romanzo che l’altro non è in grado di fare, ma è Vidal a  raccogliere le lodi e gli onori. Non solo: Vidal gli ruba anche la donna da lui amata, Cristina. Tradito dal mondo, e divorato da un tumore al cervello che gli lascia poco tempo da vivere, David entra in contatto con un misterioso editore parigino, Andreas Corelli, che gli commissiona la scrittura di una nuova Bibbia per fondare una nuova religione (in fondo, spiega, la religione non è che un racconto), un’opera sublime e blasfema, pagata a peso d’oro. David, che accetta il lavoro e finisce per stipulare una specie di patto faustiano con l’editore, guarisce tanto improvvisamente quanto miracolosamente (mentre i suoi vecchi editori che lo tengono legato a un legato a lunga scadenza muoiono di morte violenta); ma progressivamente comincia a nutrire dei dubbi quando scopre che Corelli risulta essere morto da almeno quindici anni e che la stessa storia che egli sta vivendo sembra essere già capitata al precedente abitante della sua casa, che tra l’altro è l’autore del libro di cui egli è venuto in possesso nel Cimitero dei libri dimenticati e che pare sia stato ucciso in circostanze misteriose. Una lunga scia di morti, soprattutto mentre ci si avvicina alla conclusione del libro, suggerisce che non solo la vita di David sia in pericolo, ma anche quella dell’amata Cristina e della bizzarra e dolce assistente/apprendista Isabella. Nonostante le critiche dei saccenti, anche questa volta le critiche stanno a zero: Zafón si conferma indiscusso maestro nell’arte di escogitare marchingegni narrativi, mescolando generi e archetipi, e irretisce con la sua ragnatela di storie dentro altre storie, soprattutto grazie alla ferma convinzione nella letteratura come valore e principio vitale (ogni libro possiede un’anima, e non di rado le creazioni letterarie di David prendono vita). Rispetto al suo predecessore, il romanzo condivide la stessa propensione alle massime memorabili, ai personaggi tormentati, al decadente, al macabro, al satanico, in definitiva al letterario, con tutti gli elementi del caso (la vecchia casa maledetta che cattura i suoi abitanti, il libro che condanna chi lo legge alla pazzia, la stregoneria, i patti col demonio che richiedono sacrifici di sangue, ma anche l’incredibile scontro finale sulla funivia), anche se risulta forse più malinconico e onirico, meno legato alla realtà. Ancora presente, come personaggio fondamentale, una gotica Barcellona, piena di architetture e simboli, assolutamente distante da ogni stereotipo turistico.

lunedì 26 gennaio 2009

Claude Izner - La donna del Père-Lachaise

Parigi, 1890. Una signora dell’alta borghesia, Odette de Valois, si reca insieme alla domestica Denise, nel cimitero di Père Lachaise. Qui entra nella cappella di famiglia per rendere omaggio al defunto marito, morto in Colombia di febbre gialla, e misteriosamente scompare. Giunta sul posto, Denise non trova altro che un foulard di seta. Siccome non è nemmeno a casa, la povera domestica è disperata e si rivolge al bibliotecario Victor Legris, ex amante di Odette. Si scopre che Madame de Valois ultimamente si era appassionata di spiritismo (pratica che si sta diffondendo rapidamente nella capitale francese) e frequentava misteriosi sensitivi, ma Victor non ci sta e vuole vederci più chiaro, scoprendo che tutto ruota intorno a un misterioso quadro che Denise ha portato con sé su indicazione della padrona (mentre tutti cominciano a essere costantemente spiati da un misterioso ragazzino vestito da liceale). Secondo romanzo scritto a quattro mani dalle sorelle Liliane Korb e Laurence Lefèvre, che riprende personaggi e ambientazione del precedente “Il mistero di rue Saints-Pères” riproponendone pregi (pochi) e difetti (molti). L’inizio è promettente ma ben presto la narrazione si perde nei dettagli della vita privata di Victor e della sua amante Taŝa, pittrice bohemienne russa, e dei problemi di questa con il collega di Victor, il giapponese Kenji Mori. Lo stesso finale, con la tanto agognata spiegazione e il disvelamento del colpevole (perché intanto anche la povera Denise è stata fatta fuori), è improvvisato e lasciato scorrere in fretta. Inoltre le due autrici, chiaramente interessate a ritrarre l’epoca di cui parlano, esagerano con i particolari storici e infarciscono il testo di citazioni e riferimenti a personaggi della letteratura, della musica, della pittura, della politica e del crimine di quegli anni (per non parlare della toponomastica), con l’ovvio risultato di annoiare il lettore e senza che la loro ricostruzione diventi davvero funzionale. Di buono c’è comunque che, a differenza del precedente capitolo, questa volta non mancano i personaggi indovinati e simpatici, come Père Moscou, vecchio bizzarro e un po’ tocco che parla da solo credendo di prestare ancora servizio sotto Napoleone e che vive nell’edificio abbandonato della vecchia Corte dei Conti, o il dipendente di Victor, Joseph, appassionato di criminologia che passa a letto malato metà del tempo subendo i suffumigi e i cataplasmi della sua apprensiva madre.

sabato 24 gennaio 2009

Candace Bushnell - Lipstick Jungle

New York è una giungla di rossetti, «uno dei posti dove una donna può non solo sopravvivere, ma dominare». Questo il teorema del libro di Candace Bushnell (famosa autrice di Sex & The City e ritenuta, chissà perché, una scrittrice di talento), da cui è stata pure tratta l’omonima serie televisiva che avrebbe dovuto rilanciare Brooke Shields ma che si è rivelata un flop. Ora, i perché dell’insuccesso sono presenti già tutti nel romanzo, che vorrebbe essere lo stesso Sex & The City (che già come romanzo non funzionava) in salsa più matura, con più drammi esistenziali da sgallettate over quaranta piene di responsabilità lavorative-casalingo-familiari, con un miliardo di cose da fare ma ancora bellissime, dinamiche, giovanili e attraenti. Ovviamente, sono ricche e potentissime ma in fondo (ebbene sì) persone normali e semplici coi problemi delle persone normali e semplici. C’è Wendy Healy, presidente della Parador Pictures, che sta lavorando alla produzione del film più importante della sua carriera, quello che alla fine dovrebbe valerle il tanto agognato Oscar, ma che è posta di fronte alla scelta famiglia o carriera, col marito fighetto che si sente umiliato perché lui non fa niente ed è mantenuto dalla moglie; la situazione peggiore sempre di più, finché il marito non chiede il divorzio e fugge coi figli per continuare a fare il padre (e poi si parla di fuga dalle responsabilità…). C’è Nico O’Neilly, direttrice della patinatissima rivista Bonfire, che ha un marito con cui non fa più sesso da una vita e pure una figlia, ma comincia una torrida relazione con un modello di biancheria intima (si sa, la routine uccide la passione); si liscia il suo mefistofelico capo megagalattico per far fuori un suo superiore e soffiargli il posto, poi ha una crisi di coscienza e si pente, quindi lascia l’amante per il bene della famiglia. Infine, Victory Ford fa la fashion designer, ha una storia con un miliardario eccentrico ma rischia di mandare tutto all’aria per la sua smania di non venire aiutata da nessuno (lei non ne ha bisogno, e non vuole ringraziare nessuno). La morale è tutta qui: le donne di successo fanno fatica a venire accettate dagli uomini, ma fanno fatica anche loro ad accettare uomini più vincenti, e non possono che avere i problemi che tutti gli uomini hanno con le moglie se accettano diventare loro “uomini” all’interno del loro rapporto. Troppa grazia. Almeno la Kinsella e la Weisberger sono divertenti, la Bushnell mantiene sempre un tono serioso e melodrammatico che fa affogare il tutto nel grigiore e nella noia. Per di più, se anche la bolsissima serie ha sentito la necessità di cambiare trama dopo il primo episodio, forse ci sarà un perché.

venerdì 16 gennaio 2009

Gianrico Carofiglio - Testimone inconsapevole

Siccome in Italia copiamo tutto ciò che viene dall’estero, sia in televisione sia per quanto riguarda la narrativa, e soprattutto non lo facciamo mai veramente bene, il magistrato Gianrico Carofiglio ha pensato bene di importare il legal thriller alla Grisham in quel di Bari, dove l’avvocato Guido Guerrieri, appena piantato dalla moglie e ridotto ormai ai margini della vita sociale e civile, accetta di difendere un povero vucumprà senegalese accusato dello stupro e dell’omicidio di un bambino. Scegliendo il corso più facile del giudizio abbreviato sarebbe sicuramente condannato, quindi si decide per la corte d’assise, con tutta la trafila del processo, interrogatori e controinterrogatori, colpi di scena e colpi di sonno. Fino al colpo di scena finale del “testimone inconsapevole”, che si convince di aver visto qualcosa per la sua sete di giustizia. Magistratura e polizia non ci fanno una gran figura (tra l’altro le prove raccolte non sembrano così decisive nemmeno a me che non sono avvocato…), ma il lieto fine riconduce tutto alla normalità e siamo tutti contenti (anche se non ci viene più detto chi ha ucciso il bambino). È indubbio che l’autore conosca molto bene il piano giuridico dibattimentale, ma è altrettanto chiaro che il piano letterario è ben poco convincente: la storia non riesce mai a prendere quota, anzi, è davvero sempre troppo prevedibile, e tutti gli elementi che ne hanno decretato il successo presso il grande pubblico (la crisi post-divorzio accompagnata da attacchi di panico e sindrome depressiva, il povero nero accusato ingiustamente, una giustizia ingiusta) risultano davvero troppo scontati. Se tutti i personaggi appaiono più o meno impalpabili, è soprattutto l’avvocato Guerrieri a non offrire particolari punti d’interesse: se all’inizio è dipinto in cattiva luce (è un marito superficiale e infedele, fa assolvere un medico che ha fatto morire una giovane perché ha scambiato una peritonite per dei semplici dolori mestruali), egli subisce poi uno strano processo di redenzione che va di pari passo al processo penale, fino a vedere nell’imputato un po’ di se stesso dopo che questi ha tentato il suicidio in carcere. Lo vediamo impegnato in un concerto metal (di tali fantomatici Acid Steel) insieme a una studentessa di nome Melissa unicamente per finire a letto con lei, quindi impegnato in una storia d’amore con la vicina di casa Margherita, ex alcolista. È uno scontroso e un musone, parla pochissimo, vorrebbe dire delle cose ma ne dice altre. È come se fossimo continuamente costretti a doverci rendere conto della sua disarmante “normalità”, del suo essere un grigio testimone della normalità, eroe suo malgrado. Fanno sorridere l’episodio della catena di messaggi che se non rispettata porta sfortuna o pazzia, o quello delle controindicazioni delle medicine comprendenti la stipsi e la secchezza delle fauci; banali le descrizioni dell’avvocato dall’alito  mefitico, del consigliere Cervellati che fa parte di “quelli con la conottiera” sotto la camicia, dal gergo scontato e giovanilista, o dell’amico sboccato che un tempo faceva ridere tutti ma che ora non fa più ridere nessuno; inutile la dichiarazione d’odio nei confronti di chi fuma la pipa in spiaggia. Non del tutto riuscito, infine, il continuo ricorso alla musica (Bruce Springsteen, Dire Straits, Rod Stewart, eccetera), quasi a voler “suggerire” una colonna sonora.

mercoledì 14 gennaio 2009

Léo Malet - Febbre nel Marais

L’investigatore Nestor Burma, titolare dell’agenzia investigativa Fiat Lux (la cui situazione economica si sta facendo imbarazzante), si reca da un usuraio del Marais per recuperare del denaro, ma lo trova morto con la faccia sporca di rossetto e un tagliacarte piantato nel petto. Collegati al fatto, un’avvenente biondina incontrata (e urtata) contro le scale del palazzo che lascia a Bourma le sue mutandine nere di nylon, la madre di questa proprietaria di una fonderia che cerca il marito scappato con una trapezista, un evaso gay e uno studente scioperato che sta cercando il tesoro di Isabella di Baviera nella torre di un antico edificio del quartiere per far colpo sul padre imprenditore. Naturalmente, il nostro eroe dovrà impegnarsi al meglio per far luce sulla faccenda ed eviitare la polizia nella persona del commissario Florimond Faroux. Malet non è Simenon, e Burma non è Maigret: semmai, questo detective solitario e dai modi spicci, duro e cinico, perennemente a corto di denaro e la lingua pronta per le donne, assomiglia molto agli investigatori americani dell’hard boiled school. Da cui l’ironia tagliente (eccezionale quella dei due arabi apostrofati come «figli di cammello»), non capita purtroppo da una certa critica. Certo, anche Burma ha una sua morale e un suo rigore (lotta contro pulsioni vendicative ma non prova pietà per l’usuraio che ha accettato in pegno l’orsacchiotto di peluche di un bambino), ma i personaggi non sono quelli umani di Simenon: piuttosto, sono quelli stereotipati del noir americano, con cattivi senza scrupoli dal grilletto facile e donne fatali da film anni Quaranta e Cinquanta. Anche la trama (complicatissima) e le situazioni (la classica botta in testa, il trovarsi in situazioni compromettenti prima che la polizia le venga a sapere) rispettano i dettami dell’hard boiled. Ma il divertimento è assicurato e la scrittura di Malet conquista, senza cadere mai nell’artefatto o nel volgare. E tocca picchi di saggezza poetica, come nel caso della nota sul Marais («un quartiere dove la memoria storica ci rammenta che, un tempo, gli uomini che camminavano per queste vie portavano sotto il farsetto panciotti di acciaio. Ragazzi prudenti»).

sabato 10 gennaio 2009

Pedro Mendoza - L’enigma Vivaldi

Ormai non ci si salva più. Non bastavano Dan Brown e tutta la schiera di autori clone che da anni affollano le librerie, ora nella congiura dei templari è stato coinvolto anche Vivaldi. Dopo essermi imbarcato nella lettura di questo delirio sono giunto alla conclusione che il presente libro è stato una sorta di punizione per la mia dabbenaggine nel farmi coinvolgere in questo sottogenere letterario dal quale bisognerebbe davvero liberarsi. Raramente mi è capitato di imbattermi in un prodotto così scadente, dal punto di vista della scrittura del ritmo e della trama. Eppure l’inizio è abbastanza intrigante: due emissari della Serenissima si introducono in casa di Vivaldi a Vienna travestiti da gesuiti carpendo una confessione e una misteriosa rivelazione che poi consegnano al doge in persona; naturalmente, i due fallitoni vengono premiati con una veloce e discreta morte perché non possano divulgare il segreto… Ed eccoci all’oggi: Lucio Torres è un giovane e promettente violinista spagnolo che approda a Venezia per partecipare alle giornate musicali e visitare la città natale di Antonio Vivaldi, del quale è un devoto ammiratore. Maria, la giovane italiana della quale il violinista si è innamorato e figlia della padrona dell’albergo che lo ospita, gli svela l’esistenza di una fantomatica Fraternitas Charitatis, di cui Vivaldi sarebbe stato membro, creata con lo scopo di controllare misteri come la formula del fuoco greco, le piramidi, la biblioteca di Alessandria, il tesoro dei templari e l’immancabile Rennes-le-Château, insomma ogni possibile luogo comune della paccottiglia fantaculturale che va di moda oggi. E qui comincia il delirio. Subito dopo, infatti, nel condurre alcune ricerche nell’archivio del vecchio Ospedale della Pietà, Lucio si imbatte in una partitura che sembra appartenere al famoso “Prete Rosso” e contiene nientemeno che un tritono, un intervallo di quarta aumentata, insomma un’eresia musicale condannata dalla Chiesa come “Diabolus in musica”. Naturalmente, l’esperto Lucio non ci mette molto a capire che la partitura è in realtà un codice lasciato appositamente dal grande compositore per dire qualcosa. I due giovani, intanto divenuti amanti a tempo pieno (il romanticismo non esiste più, anzi, Maria si chiede perché Lucio non gli abbia ancora chiesto di andare a letto), si lanciano in un’investigazione al di là del bene e del male, che li porta a coinvolgere un esperto di antiche partiture e un professore universitario esperto di codici (ex collaboratore della NATO!) circondato da eccentrici milionari. Ovviamente, fanno tutti parte della Fraternitas Charitatis: l’antiquario del ramo più religioso e filo-cattolico (ancora sostenitore dello Stato Pontificio), gli altri al ramo materialista (filo-savoiardo e sostenitore dell’Unità d’Italia). Lucio e Maria vengono pure accusati di furto, e vengono salvati dal pronto intervento del commissario a cui è assegnata l’indagine, che tra l’altro è l’amante della madre di Maria (ma si può?). A concludere degnamente questa specie di barzelletta, uno scontro a fuoco sull’isola di Torcello con le opposte fazioni rivali che vogliono uccidere i giovani e appropriarsi della misteriosa partitura. Ed ecco svelarsi l’arcano: Vivaldi aveva scoperto il segreto che Gesù non è mai risorto ma che è stato sepolto a Rennes-le-Château, quindi tutto quello che ha ripetuto la Chiesa in duemila anni è una menzogna. Ed ecco il colpo di genio: siccome «la mano di Santa Madre Chiesa è molto lunga», il parroco della chiesa di San Giovanni e Paolo (dove Lucio e Maria sono stati accusati di furto) avvisa addirittura un cardinale dell’Archivio Vaticano dell’accaduto, e il porporato arriva prontamente a Venezia e compra il silenzio dei due giovani con regali stratosferici (un collier di diamanti e un violino Stradivari!), con i due pseudo Indiana Jones felici perché si sposeranno. Atroce. Mi sfuggono i motivi che hanno portato questa porcheria di tal Pedro Mendoza a diventare un best seller, se non semplicemente l’essersi buttato nel filone inaugurato dal “Codice da Vinci” (l’idea di base è esattamente la stessa). Da parte sua, lo scrittore si accontenta di ritrarre una Venezia da cartolina (chi non si concede ogni sera un cappuccino al Caffè Florian di Piazza San Marco?) e di mettere in scena dialoghi da corso di lingua e personaggi stereotipati e melensi. Tra i picchi di demenza raggiunti, il far uscire di galera degli arrestati tramite cauzione, neanche fossimo negli Stati Uniti.

giovedì 8 gennaio 2009

Alberto Ongaro - La partita

È bene precisare che io amo Alberto Ongaro e che questo romanzo, che è a tutti gli effetti un capolavoro, ha vinto il Campiello del 1986. Protagonista della storia è Francesco Sacredo, un giovane nobiluomo veneziano che torna da Corfù (dove è stato esiliato dall’Inquisizione) via mare nella sua città attraverso la laguna trasformata dal freddo in una trappola di ghiaccio. Non scorge più la città libertina dei suoi ricordi, ma un lugubre bacino polare triste e depresso. Si trova perfino ad avere a che fare con una piattola, termine con cui si indicavano «quegli esseri viscidi, senza arte né parte, che per quattro soldi si assumevano l’incarico di segnalare in pubblico i cittadini debitori e di additarli al dileggio della gente». Ben presto il giovane scopre infatti con raccapriccio che il vecchio padre si è giocato tutti i suoi averi, vinti da una Contessa tedesca eccezionalmente fortunata, Matilde von Wallenstein. Nella speranza di riprendersi il patrimonio, Francesco accetta la sfida della donna: se anche il figlio perderà ai dadi, lei avrà il diritto di averlo come sua proprietà, facendo di lui ciò che vuole (in parole povere, portarselo a letto). Il nostro eroe potrebbe rifiutare, ma non sa opporre resistenza, ed esce sconfitto dalla prova: ovviamente, non intende finire proprietà della sgradevolissima contessa, non rispetta il contratto e scappa, inseguito dai due fratelli Podestà, sicari a tempo pieno assoldati dalla donna ben decisa ad averlo, e passa una serie di peripezie durante le quali, come vuole la regola, rischia più volte la vita. Straordinario l’episodio della fuga da Venezia, nell’oscurità della notte, su una laguna completamente ghiacciata (l’ambientazione deve essere quella del 1788-89, quando la laguna effettivamente ghiacciò per alcuni mesi compromettendo i collegamenti con la terraferma), dal quale traspare la potenza visionaria dello scrittore. Naturalmente, come sempre nell’autore, non mancano gli episodi licenziosi (il protagonista finisce a letto con molte belle figliole, tra cui la moglie del fratello e la sorella di questa), e molto spassosa è la vendetta che Francesco mette in moto per punire il padre e la contessa, facendoli contagiare di una malattia sessuale. Il tutto però è connotato da un’atmosfera tragica, da fine di un’epoca (la Serenissima sarebbe caduta di lì a qualche anno), magistralmente ritratta nel Ridotto di Venezia, in cui si affollano le più alte cariche dello Stato dietro ambigue maschere. Tutto il libro è costruito come un romanzo del Settecento inglese e si concentra sulla storia della fuga del protagonista, inseguito da due sicari senza volto (un classico nei romanzi di Ongaro) attraverso Padova e Parma, la pianura padana sotto la morsa del ghiaccio su fino alla Francia e poi per tutta l’Europa. Una vicenda dal valore fortemente metaforico, la drammatica sfida della Morte e personificata dalla Contessa, con la quale Francesco Sacredo è impegnato in una partita senza fine: egli si ritrova infatti a dover pensare a ogni possibile mossa dei suoi avversari, e a doverli prevenire. Logicamente, come vuole il contratto sottoscritto, i trucchi non sono ammessi, e quindi va male il tentativo di far braccare i nemici dagli scherani di un principe ottantenne che in odio ai propri figli sposa una bambina per lasciarla unica erede. E, alla fine, davanti alla possibilità di fuggire definitivamente, Francesco rifiuta di rifugiarsi in un carrozzone di comici (tra cui compare Metamoro, citazione da Capitan Fracassa) a cui affida il racconto della sua vicenda, e anche di diventare giocatore professionista al soldo di tre mercanti nani simili a «gnomi venuti da antiche foreste», perché verrebbe meno al suo ruolo di giocatore di una partita interminabile, di cui egli ha ormai accettato tutte le regole.

Sandro Veronesi - Caos calmo

Caos calmo è quello che Pietro Paladini ha nel cuore da quando ha perso sua moglie Lara, morta all’improvviso, proprio mentre lui è in mare insieme al fratello a salvare la vita di un’altra donna, una sconosciuta. La figlia Claudia ha dieci anni e frequenta la quinta elementare: Pietro la accompagna il primo giorno di scuola e decide di aspettarla in macchina fino alla fine delle lezioni, e comincia a farlo anche il giorno seguente e quello dopo ancora, tralasciando il lavoro (o meglio dicendo di lavorare dalla propria auto). Da quel momento tutti lo vanno a trovare, dalla cognata instabile (e fuori come un balcone) ai colleghi più o meno rampanti, per non parlare degli artefici della disgraziatissima fusione societaria che Paladini vuole impedire (o fomentare, o implodere, non si sa), che corrono tutti per consolarlo aspettandosi che lasci trasparire la colpa di non sentire tutto quel dolore che il mondo si aspetta da lui. Ma tutti finiscono per raccontare a Pietro il loro dolore, fino ad  arrendersi davanti alla sua incomprensibile calma. Interessante l’inizio con il salvataggio della donna che diventa uno stimolo erotico e un interesse verso la donna che diviene reale solo quando sorge nel protagonista il suo desiderio egoistico, spinto dai suoi istinti animaleschi. Purtroppo, il problema del romanzo è la sua incredibile discontinuità (e sorge a questo punto una semplice domanda: non bastava accorciarlo?): essendo la narrazione in prima persona e al presente, per seguire i pensieri del protagonista, si passa infatti da profonde meditazioni sulla vita (la riflessione sulla crescita della figlia in un periodo della vita determinante, il bambino down che attende che ogni mattina l’antifurto della macchina lo “saluti”) a deliri sulle multinazionali e all’economia che ci domina (ovviamente, Pietro rifiuta la promozione lavorativa, perché è un puro), con intermezzi da fiction televisiva e volgarità esibite e mai funzionali. Il tutto, ambientato in una Milano che l’autore non sente sua, con i soliti stereotipi (terribile quello del romano che si affaccia e offre un piatto di spaghetti al pomodoro). Da un lato è ammirabile che Veronesi senta la necessità di mostrare come la società di oggi sia del tutto incapace di rapportarsi alla morte e come il modello a cui ispirarsi dovrebbe essere quello offerto dai bambini, ma dall’altro è disturbante constatare l’atteggiamento di superiorità nei confronti degli altri, ritenuti ottusi (se non ipocriti) e incapaci di comprendere (e infatti tutti i personaggi, o quasi, risultano finti e ideologici): non manca neppure la tirata contro i cattolici, rappresentati nel personaggio di Enoch, integralista e cretino (e pure puzza!), che comunque viene rivalutato (senza senso) nel finale, quando si rifugia in missione. E ci sono anche i Radiohead che lanciano messaggi subliminali. Per quel che riguarda la torrida scena di sesso (naturalmente disperata e angosciosa) con la donna salvata dai flutti, oltre a essere volgare, è del tutto gratuita, e non si sa assolutamente a cosa serva nell’economia della storia. In più, Veronesi inserisce incomprensibili intermezzi di enumerazione delle compagnie aeree utilizzate, delle donne baciate o che non l’hanno voluto fare la prima volta, delle comete viste, dei traslochi fatti, neanche fosse Nick Hornby; e, se mai ce ne fosse stato bisogno, gioca a fare il nuovo Salvatores con il siparietto di Pietro che fuma oppio con lo scapestrato fratello stilista, episodio che vorrebbe unire l’uso di droghe con i ricordi dell’infanzia (nella sostanza, ci si droga per ricreare le sensazioni di felicità dell’infanzia). Credo fosse lecito aspettarsi ben altro.

mercoledì 7 gennaio 2009

Joseph Thornborn - L’ultima rivelazione

Lo straripante successo di un libro, pur mediocre, come “Il Codice Da Vinci” di Dan Brown, con le sue settanta milioni di copie vendute in tutto il mondo, dimostra come i thriller religiosi vadano molto di moda, soprattutto se parlano male della Chiesa cattolica. Molti hanno anzi sostenuto che questo è possibile solamente grazie grazie all’appoggio di forze oscure nemiche della Chiesa come la massoneria, che ne “pompa” il successo presso i media mondiali. Ora, che ci si creda o no (e, visto il valore letterario e ideologico di Dan Brown, bisognerebbe crederci), a dar voce letteraria alla teoria del complotto anticattolico ci ha pensato questo thriller di Joseph Thornborn, che parte proprio dal presupposto che, dietro il successo di un libro (“Il Codice Da Vinci”, appunto) che afferma la discendenza di Gesù e il sacerdozio «femminino» della Maddalena, stia un gruppo di potere (che ha la sua sede occulta e sotterranea proprio sotto la più grande Loggia massonica americana) che controlla gran parte dei media mondiali. Non solo: i membri di questa sinistra associazione non fanno che enfatizzare i casi di pedofilia a carico del clero cattolico, con vere e proprie truffe e sostegno legale. Ciò allo scopo di screditare i prelati “papabili” e far convergere i voti nel conclave su un preciso candidato, complice del complotto. Il papa regnante, grazie a un infiltrato debitamente ricattato, viene lentamente avvelenato in un Vaticano zeppo di microspie che tengono il Santo Padre costantemente spiato. Nel frattempo, in Giordania viene scoperto un papiro redatto dall’evangelista Luca, nel quale la Madonna stessa profetizza che un giorno suo Figlio sarà infangato e si dirà che ha avuto figli con la Maddalena. Ma gli scopritori vengono uccisi e la setta massonica fa sparire il papiro incriminato annunciando il ritrovamento di coevi dei vangeli apocrifi in grado di dimostrare che il cristianesimo era ben diverso da quello professato per due millenni dalla Chiesa cattolica. Il tutto, orchestrato da un diabolico “Maestro”, che disprezza la Chiesa e intende operare un’integrazione tra le fedi e un’unificazione religiosa. Protagonisti della storia un giornalista a dieta e sua moglie archeologa, entrambi alle prese con problemi più grandi di loro e fatti oggetto di trappole che risulterebbero letali se non fosse per il tempestivo aiuto dell’amorevole intelligence della Santa Sede (che almeno qui funziona, pur essendosi lasciata sfuggire le microspie in Vaticano). Bisogna dire che il romanzo non si eleva particolarmente dal livello medio dei thriller di oggi, ma risulta interessante proprio per quest’ottica cattolica militante e per la precisissima aderenza all’attualità (solo il papa in carica è messicano e si chiama Gregorio XVII), c’è pure Dan Brown che si chiama Murphy Darrow e viene definito come un professorino giovanilista americano innamorato solo di sé stesso. Addirittura, Thornborn si diverte a mettere in scena una farneticante conferenza stampa in cui viene presentata una principessa discendente dei Plantageneti e erede di Gesù e Maria Maddalena (con tutti i media che, per amor di notizia, abboccano creduloni). Da sottolineare, infine, alcune considerazioni sulla situazione del nostro Paese: la sporcizia dei treni, i perenni ritardi di Alitalia, gli scioperi dei tassisti romani, la volgarità e la sguaiataggine dei turisti italiani all’estero. Prima che al Graal, bisognerebbe pensare a risolvere problemi come questi…




Recensione pubblicata sul numero di febbraio 2009 della rivista “Pianuraoggi”

domenica 4 gennaio 2009

Hugo Pratt - Corto Maltese. Favola di Venezia

È sempre un piacere leggere i fumetti del maestro Hugo Pratt e lasciarsene trascinare, soprattutto per un titolo come questo che, come dice il titolo, è interamente ambientato nella città che non solo è la mia ma è anche, e soprattutto, la città dell’autore. La storia ci presenta il nostro eroe sulle tracce di un misterioso tesoro, la “Clavicola di Salomone”, un prezioso smeraldo che viene dall’Oriente la cui storia è legata all’apostolo Simon Pietro e a San Marco Evangelista. Secondo la leggenda, infatti, due mercanti avrebbero portato da Alessandria d’Egitto il corpo di San Marco nascondendolo, per sfuggire ai controlli dei musulmani, sotto un carico di carne di maiale. Occultata, a sua volta, sotto al corpo dell’evangelista, ci sarebbe stata la Clavicola di Salomone, lo smeraldo magico che recava incisi dei misteriosi caratteri che celavano le indicazioni per ritrovare il tesoro di Salomone e della regina di Saba (in realtà per cabalisti e alchimisti era l’arte di impiegare i 72 nomi esplicativi di Jeova e di trovarvi le chiavi della scienza universale). Corto Maltese è a conoscenza di un indovinello, inviatogli da Baron Corvo insieme ad una lettera, la cui soluzione svelerà il nascondiglio del prezioso smeraldo. Ma la ricerca del talismano diventa anche un viaggio iniziatico nella Venezia di inizio Novecento, tra logge massoniche, sette religiose e confraternite filosofiche (la giovane e bella Hipazia crede di essere la reincarnazione della filosofia neoplatonica). Il tema della magia è dunque centrale all’interno della vicenda: lo confermano il titolo (Sirat al Bunduqiyyah, ovvero Favola di Venezia) e il finale in cui riappaiono, presentati da Corto, tutti i personaggi della vicenda, mentre il nostro eroe si ritrova in tasca il tanto agognato tesoro (“sarà meglio non indagare. Potrei scoprire che sei fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni”). È una Venezia magica e arcana, che recupera una perduta eredità sefardita e cabalistica, completamente deserta fatta eccezione per i personaggi della storia, che viene attraversata in alcuni punti chiave: Campo Santa Maria Mater Domini, teatro della misteriosa sparatoria notturna che fa piombare dal soffitto Corto Maltese all’interno della Loggia Massonica; Campo Sant’Agnese, dove Corto incontra il manipolo di fascisti (chiamati “i giovanotti della Serenissima”) guidati da Stevani e Gabriele D’Annunzio (chiamato “Il Poeta”); San Pietro di Castello, al cui interno si trova la cosiddetta Cattedra di San Pietro, un trono in pietra che si dice sia stato usato dal santo ad Antiochia; l’Arsenale con i suoi leoni in pietra, il più grande dei quali proviene dal Pireo e reca ancora tracce delle antiche iscrizioni runiche che ricordano l’aiuto dei mercenari Vareghi (scandinavi) all’imperatore di Bisanzio contro una ribellione del popolo greco nel 1040; il ghetto ebraico, dove il dottor Melchisedec disvela al nostro eroe molti misteri. La struttura è del tutto onirica, come dimostra benissimo il sogno in cui Corto ha un dialogo con un misterioso genio, che viene preso per Rasputin perché pare averne le sembianze (mentre il vero Rasputin, compagno d’avventura in molte altre vicende, è qui del tutto assente; oppure il finale in cui, improvvisamente, un comune pozzo di marmo si trasforma in “Arlechin Batocio”, celeberrima maschera bergamasca ma considerata ormai veneziana a tutti gli effetti. Alla fine, volenti o nolenti, si resta davvero conquistati dalla cultura di Pratt, vista la facilità con cui egli riesce a collegare mondi a noi lontani, storie così diverse, per riunire il tutto in una nuova avvincente avventura. E ci troviamo a ripetere, come Corto Maltese, “io credo nelle favole”.

sabato 3 gennaio 2009

Carlos Ruiz Zafón - L’ombra del vento

Dovevo proprio colmare una mia lacuna e leggere questo best seller da più di 10 milioni di copie (ottenute in gran parte grazie al passaparola dei lettori) che si vede sempre nelle mani di qualcuno quando si sale su un treno, una metropolitana o un aereo. Fortunatamente, non sono rimasto deluso, anzi, l’ho divorato in tre giorni, amandone ogni singola pagina come non mi accadeva da tempo. La storia prende il via nella Barcellona del 1945. Il giovane Daniel Sempere (narratore in prima persona) vive con il padre libraio antiquario a Barcellona, nell’assenza e nel ricordo della madre prematuramente scomparsa. Il padre lo porta nel Cimitero dei Libri Dimenticati, una labirintica e gigantesca biblioteca, nella quale vengono conservati migliaia di volumi sottratti all’oblio, e lo invita, secondo tradizione, ad adottare uno dei libri e a promettere di averne cura per tutta la vita. La scelta ricade proprio su L’ombra del vento dello sconosciuto autore Julian Carax, ucciso in duello come Pushkin. Daniel ne è rapito; legge il libro tutto d’un fiato. Il suo entusiasmo lo porta a cercare altri libri dello stesso autore, ma scopre che quella in suo possesso potrebbe essere l’unica copia sopravvissuta di tutte le opere di Carax. C’è di più: un uomo misterioso, dalle fattezze macabre, che si fa chiamare Laìn Coubert (come il diavolo nei libri dello scrittore), da anni ne cerca gli scritti per darli alle fiamme. Da qui, grazie alla complicità dello strepitoso Fermìn Romero de Torres (senzatetto alcolista salvato dalla vita di strada proprio dal ragazzino che lo fa assumere come cerca libri per la libreria del padre), Daniel inizia una ricerca che dura un decennio e lo accompagna nella sua crescita e nella sua educazione sentimentale (a partire dall’amore non corrisposto per la cieca Clara Barceló), fino a quando diventa un uomo, svelando un’intricata vicenda (che definire “dai contorni forti” sarebbe un eufemismo) e una successione di eventi e circostanze simili (o addirittura parallele) a quelli della vita di Carax, quasi da divenirne un alter ego (simbolo di questa sovrapposizione è la penna stilografica di Victor Hugo, regalata a Daniel da suo padre ma prima appartenuta a Julián Carax). Ecco quindi che l’amore di Daniel per Beatriz, la sorella del suo migliore amico, sembra ricalcare il tormentato rapporto di Julián con Penelope che è all’origine di tutto il mistero. Com’è tradizione, non manca nemmeno il cattivo spietato, l’odioso e corrotto ispettore Fumero, ovviamente coinvolto in primissimo piano nella vicenda e ossessionato dall’idea di uccidere Julián e di distruggere Fermín. Il tutto ambientato in una Barcellona decadente e ferita dalla guerra civile, raffigurata spesso con toni foschi e sotto una battente pioggia, un vero e proprio personaggio aggiunto come la Londra di Dickens o la Los Angeles di Blade Runner. Un capolavoro assoluto che mescola con sapienza diverse storie (sul modello delle scatole cinesi) e diversi generi letterari, dal romanzo d’appendice al noir, dal racconto gotico al melodramma, e moltissimi infatti sono i riferimenti ai canoni dei diversi generi (gli amori non corrisposti o disperati, le invidie e le gelosie, le follie omicide e l’incesto, la maledizione di una casa portatrice di sventura, le bare dell’amante e del figlio nato morto nelle segrete). Ma, soprattutto, il romanzo trasuda un’incrollabile (e insospettata, al giorno d’oggi) convinzione nella letteratura intesa come puro piacere e, per questo, riesce a risultare miracolosamente convincente, recuperando il gusto per la narrazione e i personaggi, senza snobismi intellettuali o accademici (e per questo non può assolutamente piacere agli esteti e ai minimalisti, che contestano in primis la propensione per le frasi memorabili e la lunghissima lettera indirizzata a Daniel dalla donna che ha amato lo scrittore maledetto per tutta la vita e che ritrae un Julián ridotto a un pezzo di carbone che si alimenta solo di odio e volontà di distruzione). La stessa invenzione del “Cimitero dei libri dimenticati”, ovvero il luogo dove inizia tutta la storia, è una dichiarazione d’amore assoluta verso i libri: ogni libro, anche quelli obsoleti e sfigati, di scrittori magari poco conosciuti, hanno dentro di sé un’anima che vive attraverso i personaggi della realtà (e ci fa capire che ogni realtà individuale è a suo modo un romanzo). Alla fine Daniel, con il suo amore autentico per il libro di Julián Carax, dona nuova vita all’opera e al suo autore che, quando si rende conto che l’ultimo esemplare esistente delle sue opere appartiene un ragazzino che nutre per lui e per la sua opera un interesse puro, cessa di distruggere i propri romanzi e se stesso.