lunedì 25 maggio 2009

David Peace - Il maledetto United

Ex giocatore di Middlesbrough e Sunderland, con 274 gol in 251 partite all’attivo, ma con due sole presenze in nazionale, l’eccentrico ma ruspante Brian Clough si è riciclato come allenatore dopo che un brutto infortunio lo ha costretto a lasciare il calcio giocato (un ripiego, dunque, e non un un’alternativa). Raccontata in prima persona, da parte dello stesso Clough, la narrazione procede attraverso una serrata alternanza tra il passato (gli inizi sulla panchina dell’Hartlepools, la consacrazione su quella del Derby County, con cui ha vinto un campionato ed è arrivato in semifinale di Coppa dei Campioni), la sfortunata parentesi come allenatore del Brighton & Hove Albion) e il presente, i quarantaquattro, maledetti giorni come manager dei campioni in carica del Leeds United («Lo sporco, sporco Leeds»). La stessa divisione in capitoli segue quei terribili quarantaquattro giorni. Arrivato per sostituire Don Revie (approdato alla nazionale), Clough sa che non sarà semplice far funzionare le cose, eppure non rifiuta l’incarico: spinto da un orgoglio infinito, accetta nella convinzione di poter trasformare il Leeds in una squadra che vince onestamente. Una squadra di cui Clough odia la storia, lo stile (fatto di piagnistei, accuse e gioco sporco), lo staff, il pubblico, e soprattutto l’ex allenatore, che sembra non aver mai abbandonato lo stadio di Ellan Road (fin dall’inizio gli è tristemente chiaro che il Leeds United rimarrà sempre la squadra di Don Revie, mai la sua), tanto da intestardirsi nel fare l’esatto contrario di quello che faceva lui e nel continuare a dire, anche come allenatore del Leeds, di voler battere Don Revie e il Leeds United (addirittura, si veste di verde quando score che il verde era il colore sfortunato di Don Revie). In possesso di una lingua tagliente e di una personalità fuori dal comune, e capace di conferenze stampa al limite dell’ingiuria («Maledetti bastardi truffatori italiani» è l’epiteto con cui apostrofa la Juventus dopo la semifinale di Coppa dei Campioni persa conto i bianconeri dal suo Derby County), a Leeds Clough riesce a inimicarsi tutti, tifosi, giocatori e società, e deve fare anche a meno dell’aiuto di Peter Taylor, suo braccio destro che lo ha sempre seguito in passato: non compreso dal mondo, messo sotto accusa da tutti (ma questo è già successo al Derby), continua nella sua romantica testardaggine, in bilico tra l’esaltazione e l’insicurezza, tra il successo e il fallimento, mentre l’esonero appare sempre di più inevitabile (il suo misero bilancio parla di una vittoria, un pareggio e tre sconfitte nelle prime cinque partite di campionato). Basandosi praticamente su qualsiasi documento (ho riconosciuto un pezzo preso in blocco dal capitolo di Don Watson dell’antologia Il mio anno preferito) ma dando un taglio molto personale alla ricostruzione storica («Non credo in Dio. Ma credo nel dubbio. Credo nella paura»), David Peace non solo scrive di calcio, ma lo fa anche molto bene e con competenza, e riesce a tratteggiare in maniera mirabile lo spaccato di un mondo molto simile all’attuale, dominato dall’isterismo, dall’affarismo e dall’ingratitudine, pronto a non riconoscere il ruolo fondamentale dell’allenatore (che nelle divisioni inferiori deve provvedere in prima persona a svuotare i secchi dell’acqua piovana, prendere la patente per i mezzi pubblici e poter così guidare l’autobus della squadra, fare il giro dei circoli dei minatori e dei cantieri navali per raccogliere il denaro con cui pagare gli stipendi dei giocatori). Particolarmente interessante il capitolo della sconfitta del Leeds contro il Liverpool a Wembley in Charity Shield (la Supercoppa inglese), quando Billy Bremner venne espulso per una zuffa con Kevin Keegan, e i due vennero pesantemente squalificati per aver dato poco lustro al calcio levandosi la maglia all’uscita dal campo e rimettendosi poi a litigare. Altri tempi, forse, e altro calcio. Ma anche altra educazione. Soprattutto mettendolo in relazione cosa succede di questi tempi dalle nostre parti.

sabato 9 maggio 2009

Arturo Pérez-Reverte - Il sole di Breda

Fiandre, 1625: Diego Alatriste si ritrova a combattere, insieme al suo protetto Iñigo Balboa, nel lungo ed estenuante assedio alla città di Breda. I personaggi della saga (qui giunta al terzo capitolo), sono assenti (o restano distanti, e presenti solo in via epistolare), e tutto ruota attorno a commoventi soldatacci di un’epoca perduta, «spagnoli odiati, crudeli, arroganti, disciplinati solo sotto il fuoco, che potevano sopportare qualsiasi cosa in uno scontro, ma non tolleravano mai manco un affronto». La descrizione della guerra offre a Pérez-Reverte l’opportunità di mettere a frutto la sua esperienza di cronista di guerra e di applicarla alla storia (come fatto nell’Ussaro e nell’Ombra dell’aquila), seguendo il capitano sul campo di battaglia o in pericolose ed eroiche sortite nelle gallerie sotto le trincee o nei pressi di una diga. Tra fango, pioggia, fame e pidocchi (e senza il becco di un quattrino a causa di sei mesi di ritardo della paga), il giovane Iñigo (voce narrante) scoprirà il senso della guerra, della fratellanza d’armi, della vittoria e della sconfitta, insomma si renderà conto di come la guerra è un rito d’iniziazione e un’esperienza di formazione (emblematico l’episodio del giovane fiammingo ferito che chiede di morire in fretta e viene esaudito dagli spagnoli in nome di una muta compassione). L’autore insiste sempre sul tramonto dell’impero spagnolo (anche se il “sole” del titolo indica che la gloria c’è ancora, almeno dal punto di vista miliare e dell’orgoglio) e ricorda la grandezza d’animo di un popolo capace di ammutinarsi solo dopo aver vinto in battaglia (e mai prima) e di correre in aiuto di un gruppetto di connazionali preda del nemico giurando «che quella sera avrebbero cenato con Cristo in paradiso o ad Anversa». Assolutamente non ecumenico (in particolare nei confronti dell’«eretico Calvino, possa colpirlo un fulmine all’inferno o dove diavolo si è cacciato, quel gran figlio di puttana») e parecchio monarchico («Il tuo re rimane sempre il tuo re» dice semplicemente Alatriste a Iñigo che vorrebbe unirsi ai camerati ribelli), Pérez-Reverte sembra alludere alla guerra come dimensione a sé stante, in cui i ruoli sociali non esistono, e a una nobiltà dello spirito che accomuna tutti i soldati spagnoli, anche i più beceri e bifolchi, facendo di loro dei veri e propri hidalgos. Lo stile è, come al solito, assolutamente unico nel suo genere, denso, grondante erudizione (si sprecano le citazioni di Quevedo, Tirso de Molina e Calderón de la Barca), ma allo stesso quasi un contraltare della coscienza dolente dei protagonisti, senza mai per questo diventare puro esercizio di stile: cosa questa che lo rende degno di ammirazione se non di invidia. Assolutamente geniale la fantomatica “nota dell’editore” sulla presenza del capitano Alatriste nel dipinto La resa di Breda di Diego Velásquez, una dotta disquisizione inventata di sana pianta (ma assolutamente verosimile) dallo stesso Pérez-Reverte, non nuovo a questi espedienti e capace di giocare con i suoi stessi personaggi, citando dei fantomatici documenti in possesso di tal Macarena Bruner de Lebrija, duchessa del Nuevo Extremo, tra i personaggi principali del romanzo La pelle del tamburo.

mercoledì 6 maggio 2009

Agatha Christie - Tre topolini ciechi

Che Agatha Christie fosse un genio non occorre dirlo. Questo suo breve racconto prende il titolo da una canzoncina popolare inglese che parla di tre topini ciechi e della moglie del fattore che tagliò loro la coda con un coltellaccio. Ed è proprio il motivetto di questa canzoncina ad accompagnare i delitti del misterioso assassino, che uccide per vendicare tre poveri “topolini”, ossia tre bambini gravemente maltrattati. L’ambientazione è quella di Monkswell Manor, una grande casa vittoriana trasformata in pensione da una giovane coppia di sposi, dove regna una soffocante atmosfera di sospetto (tutti sospettano di tutti, e perfino i due sposini giungono a dubitare l’uno dell’altra), mentre nessuno può fuggire perché impazza una tormenta di neve ed è caduta la linea telefonica. Oltre ai proprietari, nella casa sono ospiti una signora arcigna e petulante, un giovane studente di architettura dagli incredibili sbalzi d’umore, un maggiore dell’esercito in pensione, e un misterioso avventore che ha appena fatto un incidente con la macchina. Tra questi personaggi si nasconde l’assassino di una donna uccisa poco distante, e su di essi indaga un giovane funzionario di polizia: naturalmente, più persone nascondono i loro legami con l’oscura storia del passato a cui è legato l’assassino, e chiunque potrebbe essere il colpevole. La struttura del racconto (sette personaggi intrappolati in una casa con uno psicopatico) ricorda per certi versi quella di Dieci piccoli indiani, ma il tono è sempre quello faceto e tipicamente inglese dell’autrice, capace di sdrammatizzare con divertenti situazioni domestiche e caratterizzazioni macchiettistiche. Un mix talmente vincente da dare origine a un testo teatrale intitolato Trappola per topi che ebbe un successo straordinario e fu replicato per oltre trent’anni all’Ambassadors’ Theatre di Londra.

domenica 3 maggio 2009

John Dickson Carr - Il cappellaio matto

È la prima volta che mi avvicino a uno scrittore molto quotato come John Dickson Carr, autore di gialli e considerato uno specialista dei misteri della camera chiusa, ma devo dire di esserne rimasto parecchio deluso. L’idea è decisamente accattivante: i giornali d’Inghilterra sono tutti occupati a parlare di quelli che sembrano gli innocui scherzi di un burlone, soprannominato il Cappellaio Matto, che si diverte a tirare bizzarri scherzi alla cittadinanza (sottrae la parrucca a un giudice e la mette a un cavallo da piazza, e ruba il cappello di un noto uomo d’affari per sistemarlo sulla testa di uno dei leoni di Trafalgar Square), facendo divertire tutta Londra. Ma quando un cadavere (quello del giornalista che si occupava della cronaca del caso) viene trovato alla Torre di Londra trafitto da un dardo di balestra (che poi si scopre essere un gadget turistico acquistato in Francia), lo scherzo sembra essere andato oltre il lecito, e la vicenda viene complicata ulteriormente dal furto di un misterioso manoscritto di Edgar Allan Poe valutato diecimila sterline e conteso tra un collezionista e un lord che ha un fratello con qualche problema coniugale (il giornalista ucciso è nipote del primo e amante della moglie del secondo). Protagonisti dell’indagine un gruppetto di ufficiali giudiziari tra cui spicca il dottor Gideon Fell, strano e bonario soggetto dal fisico di tricheco, amante del fumo e del bere, che svela ogni mistero tra sbuffi e sospiri a suon di citazioni (stiamo parlando di composti signori dall’aria decisamente rispettabile, che pronosticano un’imminente crisi del regno britannico per l’invasione dei cocktail americani nei pub e che addirittura si vantano di avere una moglie che come scusa del loro mancato coinvolgimento a un party di lavoro adduce il delirius tremens!). Speravo che il personaggio del Cappellaio Matto (derivato dichiaratamente da Alice nel paese delle meraviglie) fosse utilizzato meglio e più a lungo, invece dopo le prime pagine esce subito di scena e il giallo si rivela la solita pedante indagine di omicidio con tutti gli ingredienti del caso e, soprattutto, priva di qualsiasi guizzo, con un tasso di lentezza esagerato anche per il genere in questione. Interessante però la location della Torre di Londra.