lunedì 29 giugno 2009

Giorgio Galli - Hitler e il nazismo magico

Un libro bellissimo e fondamentale per il rigore storico e documentale con cui affronta un simile argomento, dopo che per lungo tempo il discorso sulle origini occulte ed esoteriche del nazismo è stato negato o considerato tabù dalla critica ufficiale, tutta presa dal tentativo di dipingere Hitler come un povero pazzo farneticante circondato da una manica di bifolchi da osteria. Giorgio Galli, politologo serio e affermato, parte dal presupposto che Hitler e il nazismo avessero una logica propria, figlia di una cultura che non è la nostra (perfino Goebbels, l’anima razionale del partito, si appassionò agli oroscopi e a Nostradamus) ma presente sulla scena tedesca sin dalla fine dell’Ottocento e che trovò una concretizzazione nella società Thule (che prese come simbolo la svastica, modificata in senso destrogiro dallo stesso Hitler, forse come segno della contro-iniziazione): la magia e l’astrologia, il razzismo e la geopolitica, le antiche Atlantide e Lemuria, gli iperborei e Sham bha lah, il Vril e la terra cava, Agharti e il re del mondo, la teosofia di madame Blavatskij e Rudolf Steiner. Un gruppo segreto e illuminato che non era militare come normalmente si crede, ma che invece prevedeva l’esercito solo come strumento di conquista: Hitler fu scelto come leader di questo gruppo e questo spiega l’apparente incongruenza di un uomo fuori dalla politica e sconosciuto sino a trent’anni (e giudicato privo di qualsiasi qualità già al tempo dell’esercito) che in pochi mesi assunse un ruolo di primo piano sulla scena politica bavarese (prima) e nazionale (poi). L’autore cerca di spiegare come Hitler abbia scatenato la guerra con la ferma convinzione che l’Inghilterra non sarebbe intervenuta per ragioni in buona parte desunte da quella stessa cultura dalla presenza di essa in ambienti al vertice della società inglese sin dai tempi della regina Vittoria (la setta esoterica Golden Dawn, lo stregone Aleister Crowley), e che per questo abbia provato a inviare Rudolph Hess in missione in Inghilterra per trovare un accordo con gli interlocutori: alla base, l’idea di un predominio anglo-germanico sull’Europa, nella convinzione che inglesi e tedeschi fossero comunque fratelli e che si sarebbe dovuta scongiurare una guerra tra bianchi ariani per dirigere le proprie forze contro l’Unione Sovietica e il dilagare del bolscevismo. Caduta questa convinzione e fallita la guerra lampo all’Est, qualcuno del gruppo cercò di sostituire il Führer per una pace di compromesso, che salvasse una parte della base territoriale, in Germania, della dottrina segreta (qualche elemento “occulto” faceva per esempio parte del complotto capeggiato da von Stauffenberg). Certo, pur avvalendosi del contributo di sostenitori del pensiero magico-tradizionale come Evola, Guénon e Ossendowski, Galli non è un esperto di esoterismo e quando parla di “magia sessuale” potrebbe essere criticato da molte personalità del settore, ma è abile nel connettere certi fatti (come il caso di Jack lo squartatore) con alcune correnti magiche presenti nel mondo anglosassone, e dà il meglio di sé quando analizza, da storico, le ragioni dietro alla missione di Hess in Inghilterra (le montature propagandistiche, le reazioni di Goebbels, l’incredulità di Stalin, gli intrecci legati alla pubblicazione negli anni Ottanta dei Diari di Hitler, dichiarati poi un falso).

martedì 9 giugno 2009

Jean Teulé - Il marchese di Montespan

Una famosa storia di corna al centro di questo libro capace (sorprendentemente) di vendere 300.000 copie. Questo il successo in Francia del celebre caso di Louis-Henri marchese di Montespan, che ebbe la sventura di avere una moglie richiesta da Luigi XIV per il proprio letto ma che ebbe anche il coraggio di ribellarsi all’assolutismo monarchico. L’autore racconta l’iniziale idillio tra il marchese e Françoise detta Athénaïs (talmente bella da scatenare i più bassi istinti degli apprendisti del parrucchiere): giovani, nobili ma senza risorse, i due si sposano e vivono una passione sfrenata, fino a quando egli, di ritorno da una campagna militare, non scopre che la l’amata moglie (nel frattempo divenuta dama d’onore della regina) è rimasta “ferita sul campo” (cioè, incinta). Addirittura, per godere delle sue grazie, il Re Sole ha scacciato dal suo letto la pur avvenente Louise de La Vallière (quella del Visconte di Bragelonne di Dumas). Cupo e permaloso, da buon guascone, Montespan non accetta di essere stato fatto becco (perfino Molière gli ha dedicato una commedia), rifiuta ogni favore reale di compensazione e si presenta anzi dinanzi al monarca vestito a lutto, dopo aver fatto ridipingere la sua carriera di nero e aver sostituito i quattro pennacchi sugli angoli del tetto con delle gigantesche corna di cervo; inoltre, al disegno del suo stemma dipinto sulle portiere, ha fatto poi aggiungere delle corna. Dato che l’etichetta impone di scoprirsi il capo al cospetto di Sua Maestà, il marchese si mette in testa un cappello grigio (colore che il re li detesta) e risponde che porta il lutto per il suo amore «ucciso da una canaglia». L’affronto è impossibile da sopportare per il presuntuoso sovrano, che lo fa arrestare. Montespan viene quindi esiliato, e attraversa mezza Francia per raggiungere il suo castello di Bonnefont: arrivato a destinazione, organizza un falso funerale della moglie con tanto di feretro vuoto. Continua poi a trascorrere una vita da gentiluomo di campagna, rifiutandosi di vedere di nuovo la moglie fino alla fine della sua vita, quando improvvisamente la nomina esecutrice testamentaria (qui per andare contro il figlio cortigiano che invece non vorrebbe rispettare il testamento paterno). Detto questo, il libro si rivela molto più interessante per l’argomento trattato che per il modo in cui è scritto: Jean Teulé non è certamente uno storico e tace quindi particolari interessanti come la vicinanza del marchese ai giansenisti (cosa che spiegherebbe le ragioni del suo rigore morale), e aggredisce la materia con uno stile e un linguaggio estremamente contemporanei, quasi pulp nella loro brutalità, permettendosi molte arditezze e volgarità gratuite (con perle del tipo «andare a Napoli facendosi tutti i ponti piegato» per alludere alla sodomia). Si fa fatica ad accettare parti grottesche come quelle dei rapporti con l’odioso figlio snob che all’età di cinque anni si professa già monarchico e nemico dei pezzenti, o dell’incontro con i figli mostruosi di Athénaïs e del re o con l’imbelle sovrano spagnolo Carlo II che gli offre le albicocche e gli fa sempre le stesse domande; per non parlare di quando il marchese frequenta per un mese tutti i postriboli di Parigi per prendersi una malattia venerea e trasferirla così al re attraverso la moglie; o del suo tentativo di violentare la moglie del re nella sua camera. Semplicemente agghiacciante il finale con i cani che divorano le interiora della povera marchesa. Certo, forse il tentativo dell’autore è quello di dimostrare quanto sporco era il Seicento, sotto tutti i punti di vista, ma il risultato non fa per niente gridare al miracolo. È invece convincente il ritratto del Re Sole, rappresentato in tutta la sua ridicola boria (è piccolo di statura e goffo, ha il viso deturpato dal vaiolo ed è circondato da dei dignitari che non osano nemmeno sorridere se prima non l’ha fatto lui), tanto potente e venerato che basta che lui si presenti sul campo di battaglia per porre fine alle ostilità e ottenere la resa degli assediati (togliendo così al povero marchese ogni possibilità di bottino).

lunedì 8 giugno 2009

Agatha Christie - È troppo facile

Luke Fitzwilliam, funzionario di polizia in pensione, rientra in Inghilterra dopo anni di assenza in Oriente. Durante il viaggio di ritorno a Londra, incontra in treno un’anziana signorina, Lavinia Pinkerton, diretta a Scotland Yard per denunciare una serie di omicidi commessi nella graziosa e tranquilla cittadina (dove lei vive) di Wychwood-under-Ashe. Logicamente, Fitzwilliam non la prende sul serio. Il giorno dopo legge sul Times che la signorina Pinkerton è stata investita da un’auto pirata. L’omicidio riaccende l’animo dell’ex poliziotto, che incomincia a pensare che forse non erano tutte sciocchezze quelle che aveva detto in treno. Parte così per Wynchwood ed inizia ad investigare sotto le mentite spoglie di uno scrittore a caccia di materiale per la stesura di un libro sul folklore. Questo pretesto offre all’autrice di sbizzarrirsi in quello che sa fare meglio, ovvero descrivere la vita di provincia inglese in un piccolo paesino in cui si conoscono tutto e i pettegolezzi fanno parte integrante della vita di ogni giorno. Un po’ per volta, si scoprono dettagli sulle vittime (la moglie di un colonnello avvelenata, un ubriaco annegato perché caduto da un ponte, un bambino vivace spinto giù da una finestra, un medico morto di setticemia e una donna delle pulizie che per sbaglio ha ingerito un colorante per cappelli invece di una normale medicina) e si fa la conoscenza di alcuni bizzarri personaggi (un munifico signorotto locale pieno di sé, una domestica che parla solo di botanica, un antiquario affettato ed effeminato dedito all’occultismo), così come non manca una storia d’amore che vede coinvolto il protagonista e la bella fanciulla che lo ospita e di cui lui si finge cugino (sempre per non destare sospetti). Fitzwilliam non è né Poirot né Miss Marple, ma un ex poliziotto umano e assolutamente normale, addirittura un po’ ottuso: per un verso potrebbe essere un problema, per un altro potrebbe invece rivelarsi una gradita sorpresa. Quello che non cambia è la regola del genere: la verità è ben lontana dalle normali supposizioni e il colpevole non è mai quello a cui apparentemente conducono tutti gli indizi. Purtroppo, anche in questo caso l’assassino è colpito dalla “sindrome di Macchia Nera” (nel senso del nemico acerrimo di Topolino, quello vestito di nero) comune a parecchi cattivi della letteratura, e che consiste nel dilungarsi in un’esibizione logorroica e trionfalistica in cui il cattivo di turno spiega per filo e per segno tutto il suo diabolico piano prima di uccidere la vittima designata che, ovviamente, trae vantaggio dalla situazione e finisce per trionfare. Notevoli invece le considerazioni sul machismo vittoriano e le virtù classicamente britanniche (per non parlare del passatempo preferito degli inglesi, le corse dei cavalli, e soprattutto le scommesse).

mercoledì 3 giugno 2009

Neil Gaiman - American Gods

A dispetto del suo successo come autore di fumetti, scrittore e sceneggiatore, ammetto la mia colpevole ignoranza riguardo a Neil Gaiman. Questo American Gods (che è il suo primo libro che leggo) racconta la storia di un certo Shadow, vero e proprio “uomo-ombra” addirittura privo di presenza spaziale nonostante il fisico massiccio, di passato, di pensieri e di psicologia; è appena uscito di prigione, dove ha scontato tre anni a causa di una rapina alla quale sua moglie Laura l’ha convinto a partecipare. Appena tornato libero scopre che la moglie è morta in un incidente d’auto insieme al suo migliore amico, con cui aveva una relazione (è inutile dire cosa stavano combinando i due in macchina). A Shadow non rimane nessun motivo per stare al mondo, ma è proprio a questo punto che si ritrova assunto come aiutante e guardia del corpo dell’enigmatico Mr. Wednesday, sotto le cui mentite spoglie si cela nientemeno che il dio Odino, emigrato in America come tutti gli altri dèi pagani e dedito ora all’alcol, alle truffe e alla seduzione di ragazzine. Tutto il romanzo narra il loro bizzarro viaggio nel Midwest americano più squallido e dimenticato, alla ricerca di giostre di paese, agenzie di pompe funebri, motel diroccati, riserve indiane impoverite e lindi paesini che nascondono infami segreti. È in questi luoghi che Wednesday intende reclutare gli antichi dèi e convincerli a partecipare alla battaglia finale contro i nuovi dèi contemporanei, rappresentati dalla televisione, le carte di credito, i mass media, internet. Shadow (che comincia a essere inseguito da misteriosi agenti dell’FBI al soldo delle nuove divinità, e a essere visitato dal cadavere della moglie morta e, in sogno, da un uomo-bufalo), dopo la morte di Wednesday, decide di venire lui stesso appeso all’albero del mondo per nove giorni e nove notti, per venire poi sottoposto al giudizio egizio dei morti e a tornare in tempo per scoprire che è stato tutto un trucco ordito dallo stesso Odino (che aveva bisogno di adoratori disposti a dare la vita in guerra per poter tornare a vivere) con l’aiuto del perfido tessitore di inganni Loki (altro dio della mitologia scandinava). Gaiman ha l’indubbia capacità di prendere elementi eterogenei, e saperli mescolare insieme, dando forma a qualcosa di completamente nuovo, e le citazioni sono innumerevoli (non solo mitologiche, ma anche provenienti dalle Avventure del Barone di Münchausen e dal Mago di Oz!). I suoi dèi se ne stanno spesso ai margini della società, facendo i lavori più umili e vivendo delle briciole di memoria di quei pochi che ancora si ricordano di loro, proprio perché nel mondo non c’è più posto per loro (lo slavo Chernobog ridotto a vivere con la pensione maturata nei lunghi anni di lavoro al macello di Chicago, gli dèi egizi Toth e Anubi che conducono autopsie, la mediterranea Bilquis che batte i marciapiedi di Hollywood, e c’è perfino un laprecauno irlandese alcolizzato e rissoso). Battute e spiritosaggini si sprecano con un’ironia colta che sarebbe piaciuta ai Monty Python (Odino che dice di non sopportare la gente morta, Shadow che dice a un corvo di Odino di dire “Mai più” e questo gli risponde “Vaffanculo!”, Anubi che racconta come in America Gesù se la passi piuttosto bene mentre in Afghanistan sia costretto a fare l’autostop senza che nessuno lo riconosca o si fermi ad aiutarlo), e le scene grottesche spesso colgono nel segno (Shadow che si ritrova a parlare e a confrontarsi con la televisione durante una soap-opera, o l’uccisione di Odino in diretta televisiva), ma non tutto fila per il meglio: a una prima parte estremamente godibile, ne segue una seconda che comincia a mostrare la corda anche a causa di un’eccessiva lunghezza (quando Shadow arriva nella città di Lakeside non ho veramente capito dove volesse andare a parare). La bonaria e semiseria narrazione poi è spesso inframmezzata da seriosi intermezzi che raccontano come gli dèi sono arrivati in America, portati dai vichinghi esploratori o dai neri della tratta degli schiavi: buoni per capire l’eterogeneità della società americana, ma il contrasto di tono è davvero stridente.