giovedì 30 dicembre 2010

J.R.R. Tolkien - Il cacciatore di draghi

Forse non molti sanno che Tolkien, scrittore che per tutta al vita cercò di dare vita a una nuova epica che unisse la Bibbia, il Kalevala finnico e l’Edda norrena, era un eccellente narratore di fiabe. Il suo gusto per i personaggi gentili, umoristici ma profondamente seri, unitamente alla capacità di creare poesie e filastrocche estremamente musicali, lo rendevano perfetto per questo compito. Scrisse anche un trattato al riguardo, mentre uno dei suoi romanzi più famosi, Lo Hobbit, contiene moltissimi elementi tipici del genere. Questo bel racconto a titolo Il cacciatore di draghi (titolo originale Giles il contadino di Ham) è stato scritto da Tolkien al termine della faticosa composizione del Signore degli anelli, ma con quest’ultimo non c’entra niente (e men che meno ha qualcosa a che spartire con Il Silmarillion): piuttosto, si tratta di una deliziosa fiaba di ambientazione medievale con il corredo delle fantastiche illustrazioni di Pauline Baynes, in uno stile che ricorda l’arazzo di Bayeux. La storia è ambientata in un mitico Piccolo Regno della Valle del Tamigi in un’epoca vagamente pre-arturiana, senza però un vero criterio di verosimiglianza (i cani parlano con gli esseri umani e il protagonista tira schioppettate da un trombone assolutamente non medioevale ma molto simile a quello usato da Zio Paperone per mettere in fuga la Banda Bassotti), e narra le gesta di un tranquillo e pigro agricoltore, il Giles del titolo, abitudinario e un po’ fanfarone, il quale si ritrova, suo malgrado, a mettere in fuga un gigante che si è avventurato sulle sue terre. L’eco della sua impresa, come nella favola Sette in un colpo, giunge fino alle orecchie del re, che gli dona una sua vecchia spada magica Caudimordax o Mordicoda, l’unica in grado di combattere e vincere i draghi (per essere precisi, come tutte le spade magiche ha una volontà propria e trasforma in eroe chiunque la imbracci). Quando l’affamato drago Chrysophylax (meschino, avido e mentitore come Smaug dello Hobbit) si spinge fino al regno, al povero Giles (che può contare solo sul suo fido cane Garm e la sua giumenta grigia) viene richiesto di mostrare il coraggio alla testa di una spedizione di cavalieri del re alla ricerca non solo del drago ma soprattutto delle sue favolose ricchezze. Tolkien dà prova della sua passione filologica divertendosi a far stridere latino (spesso maccheronico) e volgare, ma soprattutto decostruisce e ribaltare le convenzioni delle storie sui draghi e sui cavalieri: i nobili sono dei fantocci interessati solo all’etichetta, il re è avido quanto il drago a cui cerca di strappare il tesoro, Giles è l’eroe che diventa tale solo man mano che la storia procede, mentre il suo status è accresciuto nel villaggio dall’opera del pievano. Si legge d’un fiato.

martedì 28 dicembre 2010

Roald Dahl – La fabbrica di cioccolato

Faccio fatica a parlare di questo libro in maniera obiettiva in quanto si tratta di un regalo e di una vecchia edizione degli Istrici Salani particolarmente affascinante grazie alle illustrazioni originali di Joseph Schindelman, ma sono davvero felice perché non solo si è rivelato perfetto dato il contesto natalizio nel quale ho compiuto la lettura, ma è soprattutto venuto a colmare una mia grave e colpevole lacuna: infatti, con mio grande biasimo, non avevo mai letto un libro di Road Dahl prima d’ora. Certo, avevo visto i due film (e la formidabile parodia di Futurama) che da quest’opera sono stati tratti, ma non poteva di certo dirsi la stessa cosa. L’espediente narrativo adottato dall’autore è tanto semplice quanto geniale: il mitico Willy Wonka (uno che ha costruito per un principe indiano un palazzo fatto interamente di cioccolato), favoloso proprietario di una prodigiosa fabbrica di cioccolato nella quale si è rintanato da anni, bandisce un concorso secondo il quale chi troverà uno dei cinque biglietti d’oro dentro le confezioni di cioccolato prodotto dalla sua azienda potranno visitare la misteriosa fabbrica e ricevere una provvista di dolciumi bastante per il resto della loro vita. Vincono la prova il grasso ghiottone Augustus Gloop, la viziatissima Veruca Salt, la detentrice del record di mesticatrice di gomme Violetta Beauregarde, il teledipendente Mike Tivù e il povero e affamato Charlie Bucket, che vive con i due genitori e i quattro nonni e ogni giorno mangia cavolo a pranzo e a cena (ricevendo una tavoletta di cioccolato in regalo soltanto per il suo compleanno). Tra caramelle giganti, alberi di zucchero e fiumi di cioccolato, i piccoli e antipatici bambini devono vedersela con la lucida follia del loro ospite, in un viaggio sempre più simile a un inconsapevole gioco al massacro ordito dalla figura inquietante di Willy Wonka, perennemente circondati dal suo esercito di Umpa-Lumpa canterini. Solo Charlie, accompagnato dal Nonno Joe, obbedisce alle regole imposte dal padrone di casa e dimostra di essere leale, scampando le tremende punizioni in cui incorrono meritatamente gli altri e venendo nominato erede di Willy Wonka, mentre i terribili Umpa-Lumpa, come una sorta di coro tragico greco, sottolineano con delle deliranti ma moraleggianti canzoncine la stupidità di bambini e genitori (veri colpevoli di un’educazione sbagliata). Un racconto fantastico pieno di magia, umorismo nero e intelligenza che riesce a insegnare qualcosa utilizzando la stessa logica incoerente dei bambini: Willy Wonka altri non è che un bambino troppo cresciuto, che dei bambini ha il modo entusiasta di affrontare le cose impossibili e di rispondere agli adulti stolidi e perbenisti. È difficile restare insensibili allo scenario descritto della montagna di cioccolato fondente piena di Umpa-Lumpa «legati in cordata per motivi di sicurezza» o alla scritta sull’ascensore in corrispondenza del piano 7  «GIUGGIOLE ALLA MENTA DA REGALARE AL BAMBINO DEI VICINI. GLI FARANNO VENIRE I DENTI VERDI PER UNA SETTIMANA». Indimenticabili poi i quattro nonni che vivono stesi su unico grande letto.

lunedì 27 dicembre 2010

J.K. Rowling - Harry Potter e il Principe Mezzosangue

A più di due anni di distanza, posso dire di non serbare un grande ricordo di Harry Potter e l’Ordine della Fenice: invece che darmi la spinta decisiva nella lettura, il quinto capitolo della saga mi ha bloccato per un lungo periodo e di certo non hanno aiutato le dichiarazioni di pessimo gusto della Rowling quali la rivelazione dell’omosessualità di Albus Silente, assolutamente ininfluente e del tutto gratuita (e utile ad accaparrarsi i favori della critica liberal). Fortunatamente, nonostante le solite ragguardevoli dimensioni, questo sesto volume si è rivelato senz’altro più adatto nel creare l’attesa per il gran finale e per questo si presenta come l’episodio più “di passaggio” dell’intero canone potteriano, funzionando come  viatico per lo scontro decisivo tra il maghetto più famoso del mondo e l’Oscuro Signore Voldemort (che per fortuna questa volta non compare mai). Ora, dopo sei anni di attesa, il sempre più oscuro e ambiguo Severus Piton riceve finalmente la cattedra di insegnamento di Difesa dalle Arti Oscure. Nel laboratorio dell’insegnante di pozioni, il vanitoso Horace Lumacorno, Harry Potter scopre un manuale appartenuto al misterioso Principe Mezzosangue, da cui trae ogni soluzione durante il corso e impara misteriosi incantesimi di magia nera. Non solo: come premio per i suoi meriti, Harry riceve in dono una pozione di Felix Felicis, una pozione che garantisce dodici ore di fortuna a chi la beve. In continuità col capitolo precedente, i nostri giovani eroi sono in piena tempesta ormonale: dopo i primi castissimi bacetti a Cho Chang del precedente capitolo, Harry si innamora di Ginny Weasley, sorella di Ron, mentre quest’ultimo si prende una serie di cotte davanti a una gelosissima Hermione. Tutto l’universo magico è però in subbuglio: Lord Voldemort si è finalmente rivelato, e con lui si sono fatti avanti i Mangiamorte, i suoi fedeli quanto crudeli servitori pronti a seminare il terrore nel mondo dei maghi e in quello dei babbani (il libro comincia con il crollo di un ponte in Inghilterra e il conseguente incontro tra il Primo Ministro inglese e il Ministro della Magia) e a preparare la vendetta del loro signore, impegnato a spezzare il sodalizio tra Harry Potter, il prescelto, e Albus Silente, il suo antico e potente mentore: Silente ha bisogno dell’aiuto di Harry, prima per convincere Lumacorno a riprendere la cattedra di pozioni a Hogwarts, quindi per recuperare un suo ricordo cancellato  in grado di svelare la nascita di Voldemort. Il libro è infatti pieno di rimandi a fatti antecedenti a quelli in corso, tutti incentrati sulla vita di Tom Riddle (Voldemort da bambino e da ragazzo), figlio anch’egli di un babbano e di una strega e studente di Hogwarts: è Silente a mostrarli a Harry attraverso i suoi ricordi, ma solo il ricordo perduto di Lumacorno svela l’esistenza degli Horcrux, sei oggetti (più uno, il suo corpo) in cui Voldemort ha frammentato la propria anima malvagia, per raggiungere l’immortalità. Per recuperare uno di questi oggetti Harry e Silente si spingono quindi fino a una caverna popolata dagli Inferi, corpi defunti stregati dai Mangiamorte, per poi cadere nella trappola messa in atto da Draco Malfoy, ormai passato definitivamente alle schiere del male: è però Piton, il quale ha giurato di proteggere il ragazzo a sua madre Narcissa e alla sorella di questa Bellatrix Lestrange, a uccidere Silente e a gettare l’intera Hogwarts nel lutto. Alla fine, Harry non solo prende coscienza di essere il predestinato, la persona che deve farsi carico dello scontro con il male, ma, vista la lunga scia di sangue che lo segue, giunge anche alla conclusione che questo cammino comporterà necessariamente la solitudine, per preservare quelli che gli vogliono bene. La Rowling cerca di affrancarsi definitivamente dalla semplice storia per bambini e dai meccanismi della serialità (nonostante le immancabili partite del torneo di Quidditch) e, se da una parte continua a puntare sull’educazione (questa volta Harry fa credere a Ron di avergli somministrato la Felix Felicis per convincerlo di essere invincibile come portiere di Quidditch e dimostrargli di avere fiducia nelle proprie capacità), dall’altro affronta argomenti “seri” e mette in bocca a Silente discorsi libertari (con il suo comportamento, spiega il saggio preside, il tiranno già contribuisce a creare coloro che gli resisteranno e lo faranno cadere, come Voldemort ha fatto con Harry) e di filosofia socio-politica (il Signore Oscuro è legato a Hogwarts per controllare l’istruzione e creare legioni di nuovi adepti). Grande è il messaggio a favore della tolleranza: il nonno di Voldemort, da buon Serpeverde, è un oltranzista nemico dei babbani (nonostante la figlia si sia innamorata di uno di loro), mentre il sedicente titolo di “Principe Mezzosangue” si rivela essere riferito nientemeno che a Piton, nato da un babbano e da una strega, proprio come Voldemort, a dispetto di ogni discorso sulla purezza del sangue magico. Questa volta Hagrid piange la morte dell’enorme ragno Aragog (apparso nel secondo capitolo, Harry Potter e la camera dei segreti), celebrando il funerale in compagnia del professor Lumacorno che in realtà è interessato al prezioso veleno che si può ricavare dal suo corpo.

martedì 7 dicembre 2010

Umberto Eco - Il cimitero di Praga

Ogni volta che esce un nuovo romanzo di Umberto Eco mi diverto a leggere le ragioni addotte dai vari giornali per spiegare perché l’ultima fatica del grande semiologo è migliore del Nome della Rosa, sperando di scovare le ragioni di un credito così incondizionato (quando in realtà ci si sarebbe dovuti accorgere che il nostro è in fase calante già da molto tempo). Ovviamente, fare meglio del Nome della Rosa è impossibile e, allo stato delle cose, lo è anche cercare di avvicinarcisi (nonostante la sontuosa veste editoriale del prodotto, con molte stampe provenienti dalla collezione privata dell’autore). Come giù nel Pendolo di Foucault, Eco affronta la costruzione del falso attraverso il verosimile e il subdolo, insieme alla necessità di costruire un nemico per costruirsi un’identità che in realtà non si ha: questa volta racconta la storia di un falsario (e pluriomicida), Simone Simonini, vissuto tra il 1830 e il 1897 e unico personaggio inventato del romanzo (mentre tutti gli altri sono storicamente accertati), che è responsabile di molti falsi storici. Educato al mestiere di falsario da un notaio che gli spiega «io non produco dei falsi, bensì nuove copie di un documento autentico che è andato perduto o che, per banale accidente, non è stato mai prodotto, ma che avrebbe potuto e dovuto esserlo», il bigotto e misogino Simonini collabora con la polizia come informatore contro i giovani carbonari piemontesi, quindi come spia del governo nel Regno delle Due Sicilie occupato da Garibaldi per trovare (e fabbricare) documenti che provino la cattiva amministrazione di quelle terre da parte dell’entourage repubblicano dell’Eroe dei Due Mondi, in modo da giustificare un intervento piemontesi; purtroppo il rapporto da lui prodotto, teso a screditare Garibaldi e i soldati garibaldini, gli ebrei e soprattutto i massoni inglesi finanziatori dell’intera operazione, irrita il governo piemontese. Quando poi, per far scomparire dei documenti compromettenti sui finanziamenti dell’impresa, fa saltare in aria il bastimento sul quale viaggia Ippolito Nievo, il governo piemontese lo allontana definitivamente con destinazione Parigi, dove Simonini sopravvive come creatore di falsi testamenti e rivenditore di ostie consacrate, aiuta la polizia a eliminare un circolo di dinamitardi anarcoidi e antinapoleonici (creando il complotto per poi denunciarlo) e vive il periodo della Comune. Tra le altre cose, grazie a un abile gioco tra vari servizi segreti, produce i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, un complotto ordito nella fantasia del suo autore in rituali appuntamenti nel cimitero di Praga (da cui il titolo del romanzo) durante i quali i rabbini decidono come organizzare il mondo; infine, partecipa direttamente all’affare Dreyfus (ufficiale ebreo alsaziano in servizio presso lo stato maggiore e arrestato per spionaggio in seguito al rinvenimento di una lettera anonima diretta all’addetto militare tedesco a Parigi e quindi condannato alla deportazione a vita nell’Isola del Diavolo) e come dinamitardo in una serie di attentati alla metropolitana, finendo per vantarsi di essere stato quasi un anticipatore del nazismo («prendi delle brigate per addestrare e indottrinare, e ogni persona col naso adunco e i capelli ricci che incontri, al muro»). Quello di Simonini (che si chiama così in memoria di San Simonino, «un bimbo martire che nel lontano Quattrocento, in quel di Trento, fu rapito dagli ebrei che lo hanno ucciso e poi fatto a pezzi, sempre per usarne il sangue nei loro riti») è un antisemitismo ideologico, dal momento che egli di ebreo non ne ha mai conosciuto uno di persona (anzi, quando incontra Sigmund Freud, ammette che non lo l’avrebbe mai detto se non l’avesse saputo): un comportamento frutto di un’educazione retriva (lo spaventoso ebreo Mordechai dei racconti di suo nonno) e di un pensiero cattolico che ha ormai abbracciato la teoria del complotto per spiegare la deriva moderna e ha unito l’antisemitismo con le idee della Rivoluzione Francese (cioè gli ebrei diventano i capri espiatori principali di una congiura giacobina che vede complottare insieme templari, framassoni e Illuminati di Baviera). Sono i cattolici a uscirci un po’ con le ossa rotte dal romanzo: non è un caso che, tra le “imprese” di Simonini, oltre ai rapporti con l’abate satanista Boullan, ci sia la creazione a tavolino del caso di Léo Taxil, massone e anticlericale fintamente convertito al cristianesimo, difensore oltranzista dell’ultracattolicità e inventore di una finta sacerdotessa pentita della massoneria, Diana Vaughan (in realtà una squilibrata americana), le cui confessioni, che descrivevano riti satanici praticati dai massoni, del tutto inventate da Taxil stesso, vennero pubblicate a puntate, riscuotendo un grandissimo successo (senza che nessuno vedesse mai sul serio Diana Vaughan) anche presso le gerarchie ecclesiastiche tanto che Taxil fu ricevuto in udienza pubblica da Leone XIII (in seguito Taxil ammise candidamente tutto facendosi beffe della credulità dei cattolici). Lungi da me l’intenzione di buttarla sul piano dei valori espressi (certo che leggere il modo in cui Teresa di Lisieux, una delle maggiori sante della Chiesa cattolica, viene sbeffeggiata per come scrisse che Diana Vaughan era la Giovanna d’Arco dei tempi moderni, fa male, così come la dichiarazione dello psichiatra Du Murier secondo il quale «una mistica è un’isterica che ha incontrato il suo confessore prima del suo medico»): Eco rivendica la bontà del suo modus operandi, basato sull’accostamento di idee contraddittorie che da sole dovrebbero far emergere l’assurdità dell’antisemitismo e in genere del complottiamo come unica spiegazione per i mali del mondo e della società. Vorrei però osservare che lo scrittore ha altresì molto elegantemente affermato, in una presentazione del libro su Corriere TV, che le sue tesi sono talmente contraddittorie che “ci voleva proprio un coglione per prenderle sul serio”, con allusione nemmeno troppo nascosta alla povera Lucetta Scaraffia, rea di aver trovato “ambiguo” il romanzo sulle colonne de "L’Osservatore Romano" (che, sempre per il democraticissimo e sghignazzante Eco, “è meglio stesse zitto rispetto a quanto scritto nei secoli scorsi”). Scaraffia che, da parte sua, ha semplicemente rivolto delle critiche legittime, giudicandolo “noioso, farraginoso, di difficilissima lettura. […] Del feuilleton non ha la trama avvincente, i personaggi appassionanti, l’intreccio abile da cui non ci si riesce a staccare”. Parole sante. Di tutte le varie apparizioni pubbliche e comparsate televisive di Eco per la promozione del libro, a destare qualche perplessità è la totale assenza di ragionamenti sulla validità letteraria del romanzo: nonostante la presenza di numerosi storici, tutti impegnatissimi a dimostrare la pericolosità dell’antisemitismo e la bravura di Eco nell’affrontare l’origine di un tema funesto come quello dei Protocolli (per non parlare dell’abbinamento del tema del Risorgimento proprio in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia), temo ci si sia dimenticati di presentare l’opera per quello che è, un’opera di narrativa. Che, in quanto tale, non funziona troppo bene, zavorrata da una costruzione tronfia e senza guizzi: della genialità della costruzione di un romanzo come Il nome della rosa, grondante erudizione ma vincente in quanto leggibile a più livelli, qui non v’è traccia. Tanto più che, trattandosi di un romanzo a tesi, è impossibile ogni meccanismo di identificazione con qualsiasi personaggio che non sia Simonini (costruito per essere odiato). La stessa tematica psicologica del doppio (l’intero romanzo è strutturato come una sorta di finto diario tenuto da due parti di una personalità schizoide, Simonini stesso e l’abate Dalla Piccola) è stiracchiata e banalizzata. Peccato, perché un’idea geniale c’è, e precisamente quella che, per avere successo, in qualsiasi epoca, tutti i dossier spionistici devono contenere materiale già conosciuto, tanto che Simonini parte dai romanzi d’appendice di Dumas e Eugène Sue e da alcuni cliché esistenti nella società («la gente divora vicende di terra e di mare o storie criminali per semplice diletto, poi dimentica facilmente quel che ha appreso e, quando le si racconta come vero qualcosa che ha letto in un romanzo, avverte solo vagamente che ne aveva già sentito parlare, e trova conferma dalle sue credenze»). Irritante, infine, l’insistenza sulla cucina e sulla sua esaltazione in tutte le sue forme: come a dire che, di fronte al relativismo imperante, l’unica cosa che conta è la pancia?

sabato 27 novembre 2010

Wolfgang Hohlbein - Il rogo dell’inquisitore

Non avevo mai sentito parlare del tedesco Wolfgang Hohlbein fino all’annuncio di una sua collaborazione con il gruppo metal dei Manowar che ha portato a un EP dal titolo “Thunder In The Sky” e a una sua interessante intervista (rigorosamente in idioma germanico e sottotitolata in inglese) nel DVD “Hell On Earth V” in una sala d’arme medievale. Ho altresì scoperto che questo lungocrinito metallaro ha venduto 35 milioni di copie dei suoi libri ed è letteralmente venerato in Germania come autore di culto: niente di meglio quindi che accaparrarsi una copia di questo “Il rogo dell’inquisitore”, che pare essere il terzo capitolo della saga “Le cronache degli immortali” e incentrato sulle gesta di Andrej Delãny, vampiro immortale che vaga nell’Europa tenebrosa del XV secolo. Accompagnato dal nubiano Abu Dun, un tempo pirata e mercante di schiavi, è alla ricerca dell’origine della maledizione che lo ha colpito (le sue ferite guariscono e nessuna arma sembra in grado di ucciderlo). Dopo anni di peregrinazioni e ricerche, incontra una giovane zingara morente che gli rivela che, in un villaggio della Baviera, vive la Puuri Dan, un’anziana donna cieca che conosce il segreto degli immortali. Giunti però all’inquietante paesino di Trentklamm, si imbattono in abitanti particolarmente ostili e diffidenti che cercano di utilizzarli con l’inganno come testa d’ariete per penetrare nel vicino monastero: a loro volta, i religiosi reputano il villaggio un luogo di presenza demoniaca a causa di un’infestazione di creature spaventose simili a uomini lupo deformi. I nostri eroi troveranno quindi pane per i loro denti, con la minaccia dell’imminente arrivo dell’inquisitore pronto a mettere a ferro e fuoco il villaggio e i suoi abitanti (inutile dire che saranno proprio i religiosi a costituire i maggiori problemi, in un gioco di inganni e falsità). Purtroppo non ho letto i due capitoli precedenti, ma devo dire che l’idea di partenza è buona (soprattutto il particolare che Andrej, in quanto vampiro, può entrare in contatto con l’anima dei suoi avversari prendendone possesso) così come l’ambientazione risulta suggestiva, ma l’intera vicenda delle creature demoniache sembra sfuggire di mano all’autore (a un certo punto sembra che siano tutti immortali come il protagonista). Per di più, lo scambio di battute degne di un film d’azione hollywoodiano tra i due protagonisti («Stregone». «Pirata». «Non chiamarmi così». «Solo se la smetti di chiamarmi stregone») smorza la carica di scene che in teoria dovrebbero essere cupe e gotiche.

domenica 21 novembre 2010

Michael Ende - La storia infinita

Ci sono dei libri che ho amato fin dalla più giovane età e che talvolta riprendo, emozionandomi sempre come la prima volta (se non di più), davanti ai quali mi colloco sempre in maniera problematica e che mi pongono seri limiti nel metro di giudizio per l’incondizionato amore che provo nei loro confronti. La Storia Infinita di Michael Ende è uno di questi. Già oggetto di una mia incomprensione con un famoso scrittore italiano per l’infanzia ed editor per E/o e Adelphi (il quale non solo non aveva mai sentito parlare del libro in questione, ma si è permesso anche di rimanere sorpreso sentendo che era stampato in due colori, a suo dire espediente “antieconomico” per una casa editrice), è un libro letteralmente fantastico in ogni suo aspetto (e quindi non solo per il suo genere di appartenenza). L’edizione in mio possesso è quella vecchissima Longanesi, con la sovracoperta verde su di una copertina in raso rosso con l’Auryn impresso sopra, i due colori verde (per il mondo fantastico) e rosso (per il mondo reale) e i capolettera di apertura di ogni capitolo raffiguranti delle architetture a metà tra il classico e l’industriale (anticipazione dello steampunk?). Dal punto di vista dei contenuti, si tratta di uno dei pochi romanzi capaci di far identificare il lettore reale con il lettore protagonista della storia, che è portato a dubitare e a interrogarsi di continuo sul senso di ciò che sta leggendo e, in ultima analisi, a entrare direttamente lui all’interno di un mondo fantastico. Mai come in questo caso, e assolutamente in controtendenza con gli standard odierni, la lettura è un’esperienza che, da evasione e incanto, diventa atto di consapevolezza, maturazione e interpretazione. La storia è arcinota, complice anche il famigerato film degli anni Ottanta con la colonna sonora di Limahl e Giorgio Moroder che fece gridare Ende al tradimento: Bastiano Baldassarre Bucci è un bambino solo e afflitto da mille frustrazioni, vittima prediletta degli scherzi dei compagni, sovrappeso, orfano di madre e con un padre abulico e assente. In una libreria dove finisce per caso viene in contatto con un libro molto particolare, La storia infinita, che stimola il suo intuito fantastico al punto da indurlo a rubarlo e a rifugiarsi nella soffitta della scuola per immergersi in tutta tranquillità nelle sue pagine. Qui conosce il giovane guerriero Atreiu, suo coetaneo, chiamato dall’Infanta Imperatrice, sovrana di Fantàsia, a fronteggiare l’avanzare del Nulla, una sorte di buco nero del mondo fantastico che rende ciechi e mette a repentaglio la vita di tutti suoi abitanti. Atreiu, forte del medaglione Auryn, ha il compito di trovare un salvatore che forse si nasconde da qualche parte nello sconfinato reame; così, in una serie vorticosa di incontri e avventure, egli passa in rassegna tutto il portentoso bestiario di Fantàsia: la tartaruga Morla (vecchia e senza speranza, che parla con se stessa), il mostruoso ragno Ygramul (composto di migliaia di minuscole creature ronzanti), il nano scienziato e taumaturgo Enghivuc con la petulante moglie Ursula, il Drago della Fortuna Fùcur (che diviene suo compagno inseparabile), le Sfingi di pietra, l’orribile lupo Mork (servitore del Nulla), e infine l’oracolo Uyulala, dal quale riceve il responso secondo il quale solo un “figlio dell’uomo” può salvare Fantàsia, dando un nuovo nome all’Imperatrice malata. Atreju, distrutto e sfiduciato, torna a mani vuote dall’Imperatrice, la quale però sorprendente lo consola e gli svela che il suo vagabondare non è stato affatto vano perché ha attratto l’attenzione di un umano che, leggendo quelle pagine, ha solidarizzato con tutta Fantàsia ed è ormai sul punto di entrarci in carne e ossa (Atreju stesso l’ha sentito urlare mentre era sull’orlo di un abisso e ne ha visto l’immagine riflessa nello specchio della seconda prova dell’oracolo di Uyulala). L’Imperatrice si vede così costretta ad andare in cerca del Vecchio della Montagna Vagante, una delle più colossali invenzioni di Ende in quanto colui che registra scrivendo tutto ciò che accade: in questo modo vengono in contatto la facoltà creatrice e riepilogativa della fantasia, la capacità di dare un nuovo inizio a una memoria che in caso contrario è condannata a uno sterile e ineluttabile eterno ritorno. Di fronte all’incubo della ripetizione infinita, Bastiano rompe gli ultimi indugi e si lancia dentro la storia battezzando l’Imperatrice con il nuovo nome di Fiodiluna: quest’ultima gli consegna un granello di sabbia, dal quale ripartire con la sua immaginazione. D’ora in poi Bastiano, da salvatore, diventa creatore di un nuovo mondo secondo i propri desideri (il bosco notturno di Perlun, o il deserto colorato di Goab), anche se poi scopre che i personaggi, una volta ideati, è come se esistessero automaticamente da sempre (il leone Graogramàn, che di notte diventa una gigantesca statua di pietra in quanto legato alla vita e alla morte del deserto multicolore); inoltre, le storie che Bastiano racconta diventano fatti, spesso da portare a termine, spesso invece contenuto di testi contenuti nella biblioteca della città d’argento di Amarganta. Purtroppo, insieme alla creazione, ci sono le conseguenze dell’arbitrio, influendo sul destino di ogni creatura. In agguato c’è dunque l’orgoglio, che porta Bastiano a sospettare di Atreju e a battersi con lui, oltre che a desiderare di diventare imperatore di Fantàsia mettendo a ferro e fuoco la dimora dell’Infanta Imperatrice. Inoltre, a ogni desiderio attuato corrisponde la perdita di una parte di memoria del proprio mondo reale, finché Bastiano non si trova accudito da una misteriosa donna-pianta, Donna Aiuola, che gli insegna la vera saggezza: il “fa’ ciò che vuoi” che sta scritto sull’Auryn non significa “fa’ quel che ti pare”, ma esorta a seguire la volontà più profonda per trovare se stessi, tornare bambini privi di ogni pretesa sul mondo ma disposti ad accettare ciò che viene in dono, passando attraverso la totale perdita di sé e le Acqua della Vita (simbolo del battesimo?). Bastiano deve quindi ricorrere all’aiuto di Yor, il minatore cieco, per scendere nelle miniere di Minroud, dove sono sepolti tutti i sogni dell’umanità che non vengono conservati, codificati in immagini bizzarre e grottesche impresse su lastre. Ne serve una soltanto: Bastiano la trova nell’immagine del padre ma ha bisogno dell’aiuto di Atreiu, il quale, di fronte al Portale della Acque della Vita, prende su di sé il compito di portare a termine tutte le avventure avviate da Bastiano in Fantàsia. Come il lettore si era reso necessario per salvare Fantàsia, questa volta per tornare al mondo reale c’è bisogno dell’intervento di un abitande della stessa Fantàsia: solo così Bastiano può tornare nel mondo reale per verificare la sua capacità di dare e di amare, come persona che sa di avere nel cuore un bagaglio di storie da raccontare e da condividere. Un rapporto positivo e costruttivo tra fantasia realtà, come d’altra parte spiega l’Infanta Imperatrice ad Atreiu: quando le creature di Fantàsia si buttano nel Nulla entrano nel mondo degli uomini come bugie, manie e disperazione, ma se invece è un umano a entrare a Fantàsia allora egli può tornare trasformato e più saggio nel mondo reale. Ende utilizza richiami di ogni genere, dalla storia dell’arte (era figlio di un pittore metafisico-surrealista) alla mitologia, dai poemi cavallereschi ai romanzi d’avventura: i suoi personaggi sono quelli della fantasia più pura e gioiosa, ma allo stesso tempo sono molto concreti e personali, portatori di forti significati morali (la moltitudine in lui è sempre apparenza, superficialità o negatività). Ognuno è naturalmente libero di scoprire altri particolari: le vie che portano a Fantàsia, dopotutto, sono infinite…

lunedì 1 novembre 2010

Giovanni Fasanella e Antonella Grippo - 1861

A fronte di starnazzanti festeggiamenti imposti e privi di qualsiavoglia contenuto, come sempre accade quando si commemora un evento mitologico ormai circonfuso di leggenda, che l’Italia si appresta a celebrare nel 2011 in occasione dei 150 della sua unificazione, arriva questo interessante libro del giornalista e saggista Giovanni Fasanella e della professoressa Antonella Grippo, sodalizio collaudato e già autore di altri due libri. È una fortuna che, dopo decadi di gretta retorica nazionale piena zeppa di nobili intenti, eroi senza macchia e senza paura, politici nobili e lungimiranti, comincino ad arrivare libri come questo 1861, dichiaratamente polemico e revisionista nei confronti della storiografia ufficiale e fieramente deciso a scoperchiare quel vaso di Pandora che ancora molti, oggigiorno, sono intenzionati a tenere ben chiuso. I due autori vanno a ripescare un sottobosco fatto di intrighi, malavita e malaffare, trasformismo e corruzione, cioè tutte quelle malattie endemiche con cui noi italiani siamo costretti a fare i conti tutti i giorni e che trovano le loro cause più profonde proprio nel Risorgimento (occultate dalla storiografia istituzionale per esigenze politico-ideologiche). I capitoli del libro gettano una sinistra ombra sui protagonisti di quella funesta vicenda, a partire dallo spregiudicato Cavour, uno talmente italiano che la lingua italiana la parlò sempre male e non imparò mai a scriverla: massone, amico di banchieri e speculatori, interessato da sempre ad annettere il Sud Italia (progettò l’invasione per anni) e a creare un nuovo Stato Unitario sbilanciato a sud verso l’Africa, come centro dei traffici mediterranei, e per questo intenzionato a guadagnarsi in ogni modo il sostegno di Francia e Inghilterra (per queste ragioni fu protagonista di una guerra all’ultimo quartiere contro la Chiesa Cattolica che si tradusse in un sostegno appassionato a evangelici, valdesi e qualsivoglia chiesa riformata). Non manca il grezzissimo re Vittorio Emanuele II, il famoso “re galantuomo” che era talmente galantuomo da non porsi problemi nel chiedere a una contessa: «Sotto quella gonna a mongolfiera portate anche le mutande?»; ma la parte del leone spetta senz’altro al pluriosannato Garibaldi, passato in breve da pirata e avventuriero al ruolo di Padre della Patria, eroe dei Due Mondi grazie ai finanziamenti della massoneria (della quale fu Gran Maestro) e l’appoggio degli inglesi, intenzionati a garantirsi il pieno controllo dei mercati sudamericani e per questo a sostenere l’indipendenza di quei paesi. Una fama di eroe pronto a battersi per la causa della libertà e della giustizia (mito al cui servizio si pose anche Alexandre Dumas) quanto mai fasulla e posticcia, messa in atto da Mazzini e dalla stampa anglosassone (inglese e americana) in quanto esempio di anticlericalismo e antipapismo (Garibaldi poteva contare sull’indubbio vanto di aver definito Pio IX «un metro cubo di letame» e aveva battezzato il suo asino con il nome del pontefice). Oltre a un quasi certo coinvolgimento nella tratta degli schiavi, su questo “eroe” pesa addirittura il sospetto di aver strangolato (o fatto strangolare) la moglie per non essere appesantito durante una fuga, episodio all’origine di un’inchiesta mai portata a termine per sottrazione di documenti e corruzione dei giudici. Quello che drammaticamente emerge è che l’ invasione del Regno delle Due Sicilie fu tutto e per tutto un’operazione coperta dal governo inglese, intenzionato a spazzare via il filorusso Ferdinando II (gli inglesi miravano a eliminare la Russia dal Mediterraneo, come accadde per la guerra di Crimea) e a tutelare le loro proprietà immobiliari ed economiche in Sicilia, soprattutto le imprese di estrazione dello zolfo, a quel tempo uniche al mondo e indispensabili per le loro acciaierie (già nel 1840 Ferdinando II, attraverso un atto di politica economica liberista, aveva provato a mettere le miniere sul mercato e a venderle a una società francese). Gli inglesi inoltre speravano che un nuovo e forte Stato italiano potesse riequilibrare i rapporti di forza nel Mediterraneo, a danno della Francia napoleonica: per questo applicarono il modello da loro sperimentato in altre guerre coloniali, appoggiando con la loro intelligence agenti cavouriani, fratelli massoni e delinquenza locale, insomma una guerra sporca e non convenzionale contro uno Stato sovrano verso cui, formalmente, non vi era stata alcuna dichiarazione di belligeranza. Non è un mistero che tra i Mille ci fossero anche algerini e indiani messi a disposizione direttamente dalla Gran Bretagna, così come che durante il loro viaggio e lo sbarco le navi inglesi abbiano dato copertura e supporto agli eroici invasori. Per non parlare del supporto dato direttamente in loco, grazie all’oro dato agli ufficiali e ai funzionari borbonici (tre milioni di franchi francesi in piastre d’oro turche, sommati al credito di un altro milione di ducati fatto aprire da Cavour a Napoli presso il banchiere De Gas) e al coinvolgimento della mafia, la quale appoggiò l’impresa fin dall’inizio, convinta che il nuovo Regno avrebbe saputo mostrare la dovuta riconoscenza (in questo modo Garibaldi poté contare su altri 3.500 “picciotti” raccolti nella delinquenza siciliana). Dopo la guerra sporca, iniziò subito il tentativo di normalizzazione da parte di Cavour, strappando le nuove terre a Garibaldi attraverso dei plebisciti (ovviamente truccati e condotti tra illegalità e intimidazione) che ne ratificassero l’annessione. Cavour si affidò al ministro dell’Interno borbonico Liborio Romano, che per preparare l’arrivo di Garibaldi a Napoli ebbe la geniale idea di far travestire da forze dell’ordine i peggiori fautori del disordine, i veri controllori del territorio, ovvero i camorristi: questi ultimi approfittarono ovviamente della situazione per impadronirsi di Napoli e spartirsi le tangenti sul contrabbando di mare e di terra. Da parte sua, con decreto dittatoriale, Garibaldi si appropriò dei depositi pubblici delle banche delle Due Sicilie facendo sparire 90 milioni di ducati (una cifra pari a 2 miliardi e mezzo di odierni euro) nel giro di due mesi: ovviamente, una simile corruzione venne portata alla luce già nel periodo immediatamente successivo). Dei capitoli del libro cercano di evidenziare l’utilizzo di agenti segreti per scopi non istituzionali (il misterioso agente di Cavour “A.J.”), il servirsi della criminalità (la banda della Cocca) e il tentativo di sfruttare per ragioni di Stato l’opera di terroristi e rivoluzionari (la setta degli accoltellatori di Ravenna); parte preponderante però gioca lo spazio dedicato al post Unificazione nel Meridione, quando lo Stato Unitario fu difeso con le baionette a costo di una sanguinosa repressione contro i cosiddetti “briganti” che cominciarono a opporsi ai grandi possidenti latifondisti sostenitori dei piemontesi e venuti in possesso di quelle terre demaniali sulle quali, sotto i Borbone, si potevano almeno esercitare gli usi civici, fare legna e prendere acqua. Le punizioni furono compiute da un esercito regolare e riguardarono anche sindaci, preti, civili e donne inermi, con fucilazioni, incendi e stupri sommari (secondo le ultime stime, si calcolano tra le 20 mila e le 60 mila vittime fucilate, una cifra di gran lunga superiore alla somma dei caduti in tutte le guerre e i moti risorgimentali). Si applicò uno stadio d’assedio che fece sì che il potere militare riempisse il vuoto politico e l’incapacità del governo nel formare una nuova classe dirigente militare che avesse a cuore gli interessi del Sud: per di più, la laicizzazione e la successiva privatizzazione dei beni ecclesiastici portarono le classi più povere, già provate da un sistema fiscale oppressivo, a perdere quella mutualità garantita dalla beneficienza esercitata dalla Chiesa. Questa guerra civile e sociale distrusse l’economia meridionale, scavò un solco profondo tra Nord e Sud e lasciò aperta solo la via dell’emigrazione. Questa è l’eredità del Risorgimento italiano: negare il passato, dicono i due autori, equivale a non capire il presente e a non essere capaci di progettare il proprio futuro.

domenica 24 ottobre 2010

Loren D. Estleman - Sherlock Holmes contro Dracula

Mi sono accostato pieno di speranze alla lettura di questo pastiche che riunisce due dei personaggi più longevi della storia della narrativa mondiale, capaci di dare vita a interi filoni di epigoni e continuatori e di ispirare nuove interpretazioni scrittori e registi (tanto più che non ho problemi a dichiararmi un seguace di entrambi). D’altra parte, l’occasione era troppo ghiotta per non venire colta: Dracula e Sherlock Holmes sono coevi e non potevano non incrociare i loro destini come già successo per Jack lo Squartatore, più volte nemico di Sherlock Holmes e protagonista, giusto per citare un’opera di cui ho già parlato, di Uno studio in nero di Ellery Queen. A questo proposito, ricordo che nell’oltremodo bizzarro Anno Dracula di Kim Newman il celeberrimo detective non si era potuto opporre alla conquista dell’Inghilterra da parte di Dracula per il suo volontario esilio in Belgio a causa di divergenze  col governo. Bisogna però dire che Estleman non brilla per originalità né per fantasia (come si evince dal terrificante titolo, pare imposto dall’editore, che non fa altro che peggiorare le cose): fa raccontare al dottor Watson esattamente la stessa storia di Bram Stoker (il vero autore di Dracula) accusando però quest’ultimo di avere volutamente taciuto il ruolo cruciale svolto da Sherlock Holmes nella sconfitta del conte transilvano, oltre che facendo passare Watson come il vero autore del manoscritto, che sarebbe stato poi curato dallo stesso Estleman secondo l’artificio letterario più vecchio e innocuo del mondo. Ecco quindi che la trama è rigidamente e obbligatoriamente stretta entro paletti conosciuti da ogni lettore di Dracula: la nave Demeter che naufraga sulla costa inglese, il capitano assassinato trovato legato alla ruota del timone, l’enorme cane nero che scompare per le vie di Whitby, Lucy Westenra che da morta rapisce i bambini, il dottor Van Helsing e la storia della prigionia di Jonathan Harker a castello Dracula… In aggiunta a ciò, Estleman si dimostra un buon conoscitore del canone holmesiano, un epigono degno della stima dei seguaci più inveterati e fanatici: cita racconti e accadimenti conosciuti, riprende personaggi amati (il cane Toby, un classico!) e situazioni (l’inseguimento acquatico, tolto di peso dal Segno dei quattro), particolari e idiosincrasie dei protagonisti. Il problema è che, come tutti gli apocrifi derivativi, non riesce mai a sorprendere e non aggiunge nulla a quanto creato da Conan Doyle, evitando così quei possibili guizzi che invece io speravo di trovare come nel caso del rapimento della moglie di Watson da parte di Dracula. Forse Estleman se la può giocare sullo stile, ma la traduzione italiana lo rende enfatico e decisamente troppo pesante. La cosa che veramente suscita maggior perplessità è la reazione del detective alla scoperta di trovarsi alla presenza del re dei vampiri: abituato da sempre a escludere razionalmente ogni  spiegazione metafisica o soprannaturale nelle sue indagini, Holmes non può accettare così a cuor leggero un simile stato di fatto e, per di più, mettersi a cercare volumi sul vampirismo nella prima libreria trovata per la strada. Insomma, non sta proprio in piedi. Inoltre, il metodo deduttivo del celeberrimo detective mal si addice a un simile caso in cui tutto è già conosciuto con qualche ora di anticipo (per ovvie ragioni). In questo modo, a poco servono anche quei momenti “forti” di confronto/scontro tra Holmes e Van Helsing e tra Holmes e Dracula. Da dimenticare.

domenica 10 ottobre 2010

Robert Harris - Imperium

Pur conoscendolo come cognato di Nick Hornby (quanto mi piace quando gli scrittori si imparentano tra di loro!), la mia frequentazione di Robert Harris si era fino a ora limitata alla lettura del mediocre “Fatherland”, da cui è stato tratto un film televisivo se possibile anche peggiore. Devo dire però che questo “Imperium” mi ha stupito: si tratta della prima parte di una trilogia progettata dallo scrittore su Cicerone, figura emblematica e fascinosa (ma molti studenti direbbero noiosa) dell’Antica Roma nell’epoca di transizione dalla repubblica al principato. Harris fa raccontare la vicenda allo schiavo Tirone, aiutante di Cicerone realmente esistito e inventore della stenografia, artificio che rende possibile registrare integralmente e fedelmente le parole degli oratori pubblici (ma anche annotarsi conversazioni alle quali si è assistito senza essere stati invitati…). In pieno ossequio all’ossessione protestante del mondo anglosassone riguardo alla fascinazione del potere, il Cicerone di Harris è deciso a raggiungere con ogni mezzo il conseguimento dell’imperium, il sommo potere di vita e di morte che lo Stato attribuisce a un individuo. Contrariamente alla norma del genere, però, non è presente alcuna parabola didascalica (e noiosissima) sul classico giovane puro e ingenuo che parte impegnato ma che poi viene corrotto dal potere e si fa cinico in vista di una redenzione finale: è bene chiarire fin da subito che Cicerone è un individuo ambizioso e deciso, padrone delle leggi che regolano un mondo, quello della politica, infido e violento, fatto di intrighi e corruzioni (ai familiari che pensano che la politica sia come una lotta per il trionfo della giustizia, lui risponde che è solo una professione e che «in politica come nelle arti la gloria abbia bisogna di celare tutte le astuzie sulle quali poggia»). Uomo nuovo, ovvero proveniente da una famiglia nella quale nessuno ha mai rivestito alcuna carica pubblica, Cicerone accede alle varie cariche del cursus honorum(questore, edile, pretore) districandosi nello scenario di rivalità tra il condottiero Pompeo e il ricco Crasso, in fondo rimanendo estraneo a individui volgari e disonesti, ma disposto a tutto pur di avere successo (nella sua attività di avvocato difende anche palesi colpevoli e, a un certo punto, accetta anche di difendere l’odiato Catilina). La vicenda, che si conclude in questo primo atto con la nomina a console e il conseguimento dell’imperium, è posta tra i due momenti forti del processo a Verre e la sfida a Catilina per il consolato, con la scoperta di un complotto ordito da Crasso e dall’ambizioso Cesare (che quando appare nel romanzo non fa mai una gran figura) ai danni dell’oligarchia senatoria: con il successo, così, arriva anche la condanna a legarsi agli interessi di una parte politica. Chiara l’allusione al mondo d’oggi, ma con la convinzione che le logiche del potere sono sempre le stesse in ogni epoca.

venerdì 1 ottobre 2010

Dan Simmons - Drood

Il romanzo incompiuto “Il mistero di Edwin Drood” di Charles Dickens deve possedere un fascino misterioso per i romanzieri, soprattutto anglosassoni, dal momento che risale ad appena un anno fa “Il ladro di libri incompiuti” di Matthew Pearl, per altro già affrontato in questo spazio e incentrato sullo stesso argomento (si contano oltre 200 ipotesi, quasi quante quelle avanzate sulla localizzazione del Santo Graal). Dan Simmons cambia però l’ambientazione (non più americana ma londinese) e la prospettiva (Dickens diviene qui protagonista assoluto), partendo dall’evento che cambiò per sempre la vita del grande scrittore inglese, l’incidente ferroviario nel quale rimase coinvolto in compagnia della sua giovane amante: è in questa occasione che incontra un misterioso e sinistro personaggio di nome Drood (forse una storpiatura di “Dread, “terrore”), destinato a cambiare per sempre la sua vita. Simmons fa narrare la storia a Wilkie Collins, autore de “La donna in bianco” e de “La pietra di luna”, amico-rivale di Dickens (da lui sempre chiamato con il soprannome beffardo di «Inimitabile») che si rivolge a un non precisato lettore della posterità (insomma, a uno di noi) attraverso un espediente funzionale ma piuttosto farraginoso. Trascinato da Dickens, è coinvolto in un’ avventura notturna nei sotterranei più spaventosi di Londra che li conduce in una fumeria d’oppio e quindi attraverso le catacombe fino al punto d’accesso di una spaventosa città sotterranea (Sotterra), tratteggiata secondo i canoni della migliore tradizione dantesca. Ne emerge un Drood musulmano ed egiziano, esperto in quelle arti mesmeriche che tanto interessano allo stesso Dickens: quest’ultimo decide addirittura di intraprendere una nuove tournée di letture pubbliche dei suoi romanzi in grado di unire teatralità e ipnotizzazione mesmerica dell’audience. Per la sua condotta morale non proprio immacolata (convive con una donna senza essere sposato e le figlia di lei, oltretutto si concede il lusso di qualche amante), Collins inizia a venire ricattato da un ex investigatore che ha delle tanto oscure quanto personali ragioni per voler rintracciare Drood (padrone di un regno delle tenebre nonché responsabile secondo lui di oltre trecento omicidi): sospetta che Dickens stesso sia divenuto un assassino ma scopre che ha iniziato a lavorare per Drood per cercare di contrastarne il furore (Drood è una specie di capo degli emarginati della società), divenendo suo biografo. Qui il romanzo comincia a deragliare, come se l’autore non riuscisse a controllare le metafore e le suggestioni che abilmente evoca nella prima parte: basti dire che, in un delirio senza fine, Wilkie Collins progetta di assassinare Dickens (e pure ci riesce, anche se solo in sogno) e seppellirlo nella cattedrale di Rochester, non prima di essere sottoposto a un rituale egizio da parte di Drood e rendersi conto di essere in grado di leggere i geroglifici. Il livello di gradimento del volume è legato al credito che si intende concedere al suo strano protagonista: strafatto di laudano come rimedio lenitivo per la gotta e per questo ossessionato dalle visioni di un suo doppio (più abile di lui) e di una donna verde dai denti a sciabola, Wilkie Collins non ha niente per piacere e per risultare minimamente simpatico (favorisce la relazione della compagna con un idraulico pur di non doverla sposare, ha la tentazione di soffocare nel sonno la sua amante incinta, uccide un innocente cagnetto per fare le prove generali dell’omicidio di Dickens e pure una servetta che ha ascoltato occasionalmente i suoi piani). Più convincente risulta l’evocazione del personaggio di Dickens, eccelso lettore e straordinario attore, capace di dare vita ai personaggi da lui creati (e presi in prestito da occasionali conoscenze) e di credere alle cose semplicemente perché così se le è inventate, ma in realtà individuo sfuggente e glaciale che tiranneggia amici e parenti senza mai perdere la sua proverbiale bonomia. Grande spazio viene dedicato alla sua complicata vita familiare (lo stesso Collins è imparentato con Dickens, visto che suo fratello Charles ne ha sposato la figlia Kate), alle passeggiate e ai pranzi offerti ad amici e letterati dell’epoca nella sua casa di Gad’s Hill Place. L’onirico Simmons mescola soprannaturale e psicanalisi ed è abile a descrivere il rapporto di amore-odio che sottende invidie e incomprensioni tra i due scrittori e anche una diversa teoria romanzesca (il metodico e pianificatore Collins mal sopporta il ricorso sconsiderato e causale ai personaggi che fa Dickens, a suo dire solo per ingraziarsi i favori del pubblico), ma eccede con lungaggini e ripetizioni di ogni tipo, cosa non da poco se si considera che il romanzo conta 800 pagine. Di sicuro impatto comunque l’ambientazione vittoriana e la scoperta che nel 1832 un atto del Parlamento mise fine alla pratica del seppellimento dei suicidi lungo la pubblica strada con un picchetto attraverso il cuore.




Recensione pubblicata sul numero di dicembre 2010 della rivista “Pianuraoggi”

martedì 14 settembre 2010

Guy de Maupassant - Bel-Ami

Contrariamente a quanto comunemente si pensa (cioè che i romanzi naturalisti francesi siano dei mattoni noiosissimi), Bel-Ami di Maupassant ha veramente tutto: un mix letale di sangue, sesso e denaro, corredato da un’atmosfera veramente lugubre e sinistra. È la storia di un arrampicatore sociale, Georges Duroy, mezzo contadino e mezzo soldato, provinciale e ignorante, «tasche vuote e sangue ardente». Impiegatuccio delle Ferrovie, solo, squattrinato e roso dall’invidia per i ricchi che vede passeggiare, una sera incontra per strada un suo vecchio commilitone, che dopo il congedo è diventato giornalista ed è ora caporedattore politico de La Vie Française. Questi gli propone di intraprendere la carriera del giornalismo e alla sua obiezione di non aver mai scritto una riga in vita sua, risponde, come ogni buon giornalista che si rispetti, «Bah! Si può sempre tentare, cominciare. […] Non è mica difficile farsi passare per uno che sa, ti dico: si tratta solo di non farsi cogliere in flagrante delitto d’ignoranza». Lo introduce quindi nel suo giornale, lo sfrutta, lo maltratta e lo disprezza, e Georges comincia a prendere le misure di un mondo miserabile, fatto di intrigo, maldicenza, corruzione e menzogna (memorabile il cronista che, mandato a fare un’intervista, spiega come riciclare vecchi pezzi sapendo semplicemente cosa far dire ai diretti interessati). Uomo brutale e ipocrita, Georges ruba la moglie all’amico morente e diventa in breve una star del giornalismo, soprattutto grazie alla sua influenza sulle donne, escluse dalla vita politica ma operanti nell’ombra, come consigliere ed educatrici di uomini potenti. Anzi, il romanzo è un vero catalogo di donne: la sensuale e appassionata Clotilde de Marelle, amante ideale, quindi l’astuta Madelaine Forestier, poi moglie ripudiata, infine la ricchissima madame Valtere, la quale si inoltra nella follia per lasciar posto alla figlia Suzanne Walter, un’ereditiera adolescente che è l’ultimo trofeo di Georges e dunque il suggello della sua ascesa sociale (lo stesso titolo Bel-Ami fa riferimento al soprannome che la figlia di Clotilde dà a Georges all’inizio del romanzo e che viene poi utilizzato anche dalle altre donne che diventano sue amanti). Passando sul corpo di tutte le donne che seduce, di volta in volta egli le trasforma, dopo averle annientate, in altrettante rampe di lancio. Intenzionato a ritrarre dal vero la società della borghesia affarista della Terza Repubblica francese, in maniera spietata e crudele, quasi augurandosene la fine, Maupassant descrive le gesta di un eroe totalmente negativo (decorato tra l’altro con la Legion d’onore), che applica la legge della giungla per realizzare il suo grande scopo, una lotta per la sopravvivenza nell’ottica del successo: in tempi come i nostri, un tema quanto mai attuale e quindi senza tempo. A nulla gli servono gli avvisi o i richiami alla riflessione, come dimostrano le scene della morte di tubercolosi dell’ex compagno d’armi (e ora odiato caporedattore) e la conversazione con un vecchio poeta all’uscita di casa dopo una cena, con questo che gli svela la vita gli mostra l’inevitabile esito della morte. L’obiettivo di Georges è arrivare, farcela, soggiogare tutto e tutti, avere potere e denaro: completamente venduto ai meccanismi della società in cui vive, ambisce addirittura alla perfezione aristocratica, tanto da cambiarsi il cognome in “du Roy”. In questo senso, la scena del suo matrimonio trionfale, benedetto da un vescovo e considerato da tutti i partecipanti un atto lodevole e del tutto naturale, è agghiacciante: Georges, un parvenu che usa donne e contatti per le sue speculazioni finanziarie e che riesce a incastrare perfino il ministro degli esteri incastrandolo per adulterio, giunge alla completa apoteosi restando del tutto impunito. Una conclusione ancor più efficace di una normale (e moraleggiante) caduta in disgrazia.

Stephenie Meyer - Twilight

Non sono un twihard o un twilighter (nome con cui si identificano i fan di Twilight), anzi, ho sempre guardato con un mix di scetticismo e disgusto all’esorbitante successo della saga scritta da Stephenie Meyer incentrata sull’amore tra il vampiro Edward e la mortale Bella (per la cronaca, per chi non ne fosse sazio è appena uscita anche la graphic novel) e capostipite di tutto un nuovo filone vampiresco che inonda di voluminosi romanzi-fotocopia le librerie di tutto il mondo. Alla fine, però, mi sono deciso ad affrontare il primo capitolo della succitata saga e di dire la mia, ben conscio del fatto che le mie riflessioni non nuoceranno in alcun modo all’autrice, che anzi starà ridendo di me e della mia ingenuità dall’alto dei suo tre ettari cubici di denaro come Paperon de’ Paperoni. La storia è ormai stranota: l’adolescente Bella (io narrante della vicenda) si è appena trasferita da Phoenix (Arizona) a Forks, una cittadina nello stato di Washington che è la più piovosa d’America (ovviamente i vampiri devono stare in un posto del genere, mica si può scherzare con i raggi del sole). Comincia a frequentare la nuova scuola e, fin da subito, si imbatte nel bellissimo Edward Cullen, una specie di dandy decadente e new romantic, pelle diafana, capelli di bronzo, denti luccicanti, occhi color del miele, sguardo languido ed enigmatico: Bella all’inizio crede che lui la detesti e la voglia evitare, ma cambia rapidamente idea dopo che lui la salva da un incidente stradale, da uno svenimento e da un’aggressione. Ne nasce un amore travolgente che però è impedito da un piccolo particolare: lui è un vampiro, e lo è dal 1918. Non un vampiro cattivo, anzi: vive in una specie di “comune” vampiresca assieme ad altri fratelli acquisiti, con un capofamiglia (Carlisle Cullen) che viene dall’Inghilterra del Seicento che ha insegnato a tutti i suoi figli adottivi a nutrirsi di sangue animale e a lasciar stare gli umani (insomma, si potrebbe dire dei vampiri “vegetariani”). L’autrice dipinge un’umanità scialba e superficiale (per non parlare dei rapporti familiari inesistenti di Bella con i suoi genitori), in contrasto con il gruppo dei vampiri che sono invece interessanti e fascinosi (e dalla piena vita familiare). È proprio qui che sorgono gli interrogativi: nella letteratura tradizionale, il vampiro è sempre stato dipinto come un mostro da esorcizzare e abbattere in quanto nemico della società, a prescindere dalle sue ragioni. Il vampiro della Meyer è piuttosto figlio del vampiro postmoderno di Anne Rice, una creatura bellissima e irresistibile, sofferente per la sua condizione e capace di provare sentimenti di vergogna (in Intervista col vampiro, Louis si nutriva di sangue di topo per non uccidere gli umani). Nessuno lo caccia più, anzi, è lui che cerca di normalizzarsi e di integrarsi, in nome del politicamente corretto: i membri della famiglia Cullen, divenuti vampiri non per scelta ma per carità (Carlisle li ha salvati in punto di morte), cercano di superare i confini di un destino che non si sono scelti e di avvicinarsi il più possibile all’essenza dell’umanità (ascoltano musica e giocano a baseball, sport americano per eccellenza). In loro tutte le qualità umane sono moltiplicate all’ennesima potenza: Edward sente l’odore delle persone e sa leggere la mente (tranne che quella di Bella) nello spazio di un chilometro, mentre la sorellastra Alice vede il futuro (o i vari futuri che si prospettano). Ovviamente a Forks esistono anche dei vampiri cattivi, che assaltano gli uomini e li uccidono, e che mettono gli occhi anche su Bella, donando qualche sussurro pretestuoso a una seconda parte che sembra messa lì solo per dare brio a una vicenda altrimenti completamente piatta. Un romanzo rosa venuto male perché ha la pretesa di rivolgersi a tutti e che ha il coraggio di definirsi horror in virtù della tematica affrontata, con personaggi piatti e banali (solo Alice è un po’ interessante) condito da dialoghi scontati e banali che fanno venire l’acidità e che spesso sembrano del tutto fuori luogo. Quanto alla lettura erotica del vampirismo (affondare i denti nel collo di una bella fanciulla è da sempre una chiara allusione sessuale) la mormona Stephenie Meyer rivela il suo vero punto di vista: è lampante che Bella voglia sin da subito concedersi a Edward per poter stare con lui per tutta l’eternità, ma lui resiste per bontà e per sapienza, perché sa cosa significa essere un vampiro e i tormenti di una simile esistenza. Ecco quindi il tema della castità, che sta tornando prepotentemente in America proprio grazie ai gruppi religiosi: il romanzo a mio avviso si può leggere come una gigantesca metafora della voglia di lei di concedersi a lui e della volontà di lui di resistere. Non per niente il finale si compie nello scontatissimo e fondamentale ballo scolastico, confortevole rito di iniziazione per ogni studente americano che si rispetti, come si conviene ad adolescenti per bene.

domenica 29 agosto 2010

Alexandre Dumas - Vent’anni dopo

Per me Dumas è una religione. Non esistono autori come lui, con la sua inventiva, il suo umorismo sottile e caustico, la sua capacità di infondere vita a personaggi storici, di divertire il lettore, prenderlo nel laccio nel laccio dei colpi di scena e di trascinarselo dietro a un ritmo infernale. Questo secondo romanzo del ciclo dei moschettieri è un ottimo esempio della sua arte, un’altra pietra miliare da parte di questo scrittore spesso negletto e considerato adatto a un pubblico infantile e fanciullesco. La vicenda si svolge tra il 1648 e il 1649, in uno scenario politico completamente diverso da quello che faceva da sfondo ai “Tre moschettieri”. Sono morti sia il cardinale Richelieu sia Luigi XIII, e la scena è ora dominata dalla figura del cardinale Mazzarino e dalla reggente Anna d’Austria. Genio politico e maestro dell’intrigo, avido e taccagno, continuatore della politica di Richelieu a favore della monarchia assoluta, odiato per le sue origini italiane, Mazzarino domina sin dalle prime pagine la scena e si trova ad affrontare la difficile opposizione della Fronda parlamentare, quel movimento promosso dalla nobiltà e dal Parlamento di Parigi che, sfruttando l’ipopolarità del cardinale e l’irritazione popolare per la pesante tassazione e la crisi economica, mira a ristabilire vecchie prerogative minate dalla politica di rafforzamento del potere centrale. Quanto ai nostri eroi (d’Artagnan, Athos, Porthos e Aramis), le loro strade si sono separate: solo d’Artagnan continua a prestare servizio come moschettiere agli ordini della corona, o meglio, continua a vivacchiare con la carica di luogotenente, convinto che i suoi servigi non siano stati ricompensati come avrebbero dovuto. È alloggiato in rue Tiquetonne, all’albergo della capriola, dove intrattiene una relazione con una bella locandiera fiamminga. Athos è stato il primo ad abbandonarlo, ritirandosi nella sua terra dove, con il nome di conte de la Fère, trascorre una tranquilla esistenza da ricco gentiluomo  di campagna e si dedica all’educazione del figlio Raoul (frutto di un casuale incontro d’amore fra Athos e la disinvolta e intrigante duchessa di Chevreuse, in fuga e travestita da cavaliere). Porthos, sposatosi e rimasto vedovo, si è arricchito e vive, con il pomposo nome di Porthos du Vallon de Bracieux de Pierrefonds, in un bel castello del principio del regno di Enrico IV, con il cruccio però di non appartenere alla nobiltà storica e l’aspirazione di essere  fatto barone. Aramis, infine, ha preso gli ordini e il nome di abate d’Herblay, ma non ha perso il gusto per l’intrigo né quello per la galanteria. In missione per conto di Mazzarino, d’Artagnan cerca di ricostituire il quartetto di un tempo, ma si scontra con la più dura delle realtà: la divisione politica. A seguirlo, infatti, c’è solo Porthos, motivato dalla speranza di guadagnarsi il titolo di barone, mentre Athos e Aramis, dopo le prime schermaglie, non fanno mistero di appoggiare la Fronda. È la rivoluzione inglese, guidata da Cromwell, a riunire ancora una volta i quattro amici, che si ritrovano in Inghilterra per motivi diversi: mentre d’Artagnan, in compagnia di Porthos, raggiunge l’isola per portare una missiva di Mazzarino a Cromwell, Athos e Aramis si recano oltremanica per incarico di Enrichetta Maria di Francia, sfortunata figlia di Enrico IV e di Maria de Medici e moglie del re Carlo I d’Inghilterra. In esilio dalla sua patria d’origine, malvista dal sempre guardingo e calcolatore Mazzarino, che l’ha abbandonata indigente in un convento, ella ha ricevuto dal marito un disperato messaggio d’aiuto e si è rivelata ai due moschettieri per cercare di organizzare il disperato salvataggio del sovrano inglese. La missione dei quattro sono però intralciate in ogni modo da Mordaunt, figlio della perfida Milady conosciuta nei “Tre Moschettieri” e ben deciso a vendicare la madre. Egli, inglese, parteggia per i fanatici puritani di Cromwell e fa sventare il tentativo di salvataggio del re, prestandosi personalmente a svolgere le mansioni di suo boia: quindi, il desiderio di vendetta lo spinge a minare la nave che riporta in patria i protagonisti, i quali si accorgono però del tranello poco prima dell’esplosione e a riescono a porsi in salvo su una barca. Mordaunt è raccolto semimorente, ma il suo odio è così forte che cerca di trascinare sott’acqua Athos, il quale, abbandonato ogni scrupolo e vinta ogni esitazione, lo uccide. Sbarcati finalmente in Francia, i quattro amici sono costretti ad affrontare l’ira di Mazzarino, ma si impadroniscono del cardinale e lo costringono a sottoscrivere il trattato che pone fine alla Fronda, ottemperando inoltre alle loro richieste personali. Una volta che la Francia è pacificata e la famiglia reale rientra a Parigi, gli amici si separano di nuovo: Athos torna a fare il gentiluomo di campagna, Aramis accetta un invito della sua amante, la duchessa di Longueville (al cui figlio ha garantito come padrino di battesimo nientemeno che il re), a trascorrere qualche tempo in Normandia, Porthos si gode la tanto agognata e finalmente ottenuta baronia, d’Artagnan si prepara a partire per l’imminente guerra nelle Fiandre. Tutta la vicenda (che nelle ultime pagine vede anche la morte del conte di Rochefort e del vecchio sarto Bonaciuex, ammazzati rispettivamente e in diversi contesti da d’Artagnan e Porthos), è dominata dunque dal contrasto tra il Parlamento di Parigi e la monarchia assoluta, tra la Fronda e la Corte, che per il borghese Dumas corrisponde allo scontro secolare tra borghesia e aristocrazia (non è un caso che il prode Planchet, ex servo di d’Artagnan e ora messosi in proprio, figuri tra i commercianti insorti contro Mazzarino). Che il romanzo si chiuda con i rallegramenti del giovane Luigi XIV e l’invito a pranzo di d’Artagnan è un dettaglio che la dice lunghissima. Nei quattro amici moschettieri c’è tutta la società francese: Athos simboleggia l’antica nobiltà, Porthos incarna la nobiltà più recente, d’Artagnan la borghesia nobilitata e Aramis il clero. In questo senso si coglie l’esempio del nobile Athos, che in una delle scene più suggestive del romanzo porta il figlio Raoul a visitare i sepolcri dei re francesi a Saint-Denis e in quel luogo sacrale gli tiene una lezione di teoria monarchica dell’Ancient Régime. Lo stesso atteggiamento, che si ripete nell’atteggiamento tenuto dai moschettieri nei confronti di Carlo I Staurt (presentato come una figura dolente e piena di dignità regale), non ha, come ho letto da qualche parte, la mera funzione di ricreare, attraverso l’identificazione di credenze e convinzioni dell’epoca, un’atmosfera storicamente attendibile: piuttosto, è l’aspirazione a una nobiltà dello spirito, all’appartenenza a una dimensione mitica ed eroica che un autore come Pérez-Reverte sembra aver compreso benissimo mettendo in bocca al Capitano Alatriste lo stesso elogio della monarchia ne “La presa di Breda”. I personaggi di Dumas sono scolpiti nella leggenda, la loro parola equivale alla loro azione, il loro ideale non conosce compromesso: forse questa volta sono più riflessivi e smaliziati, percorsi spesso da una vena di melanconia per il tempo passato e le delusioni della vita, ma mantengono tutta la loro dignità (e sopra di loro, come gigante, titaneggia Mazzarino). Da antologia il racconto della detenzione e della fuga del duca di Beaufort, così come il drammatico incontro dei quattro moschettieri, separati da rivalità politica, in Place Royale (l’odierna Place des Vosges). È ora di finirla con i pregiudizi: Dumas è lì che ci aspetta e “Vent’anni dopo” è una delle sue prove più alte e scintillanti.

Benedetta Craveri - Maria Antonietta e lo scandalo della collana

Davvero formidabile questo libretto dalla scarsa foliazione e dal piccolo formato che analizza con piglio critico (ma molto brio) la storia dello scandalo e del processo più celebre della Francia dell’Ancient Régime, collocato a metà degli anni Ottanta del Settecento e passato alla storia come “affaire du collier”. La regina venne pubblicamente accusata di avere in un primo tempo accettato l’acquisto di una costosa collana per il tramite del cardinale di Rohan e di aver poi negato il fatto, incolpando il cardinale, una volta che la notizia era divenuta pubblica; la regina apparve così una dilapidatrice delle casse dello Stato e una mentitrice. Ovviamente, si trattò di una grandissima truffa ordita dalla fervida mente di un’avventuriera senza scrupoli, la contessa Jeanne de la Motte, presunta discendente dei Valois e disposta a tutto pur di recuperare un titolo che le apparteneva, a sua detta, di diritto: fu lei, dopo molteplici tentativi di farsi restituire i possessi ereditari presso la corte (con tanto di finto svenimento alla presenza della regia), a irretire il cardinale di Rohan, mondano primate di Francia dal tenore di vita piuttosto sostenuto intenzionato a fare qualsiasi cosa per diventare ministro e recuperare il favore di Maria Antonietta, sua nemica sin da quando egli era ambasciatore a Vienna (uomo di mondo molto scaltro, aveva messo in cattiva luce l’imperatrice Maria Teresa agli occhi della favorita di Luigi XV, Madame Du Barry). Protettore di Cagliostro, che lo iniziò alla scienza alchemica, ai misteri egizi e alla ricerca della pietra filosofale, fu talmente sciocco e superficiale da credere che Jeanne de la Motte fosse una confidente intima della regina, da non accorgersi di un carteggio falsificato e da accettare un finto incontro con una sosia della regina di notte nel boschetto di Versailles. Benedetta Craveri analizza la vicenda attraverso le varie fasi (l’arresto, la truffa, il processo e la sentenza) e i suoi protagonisti (la regina Maria Antonietta, il cardinale di Rohan, la contessa de La Motte), giungendo a dimostrare come sarebbe bastato far requisire i diamanti in Inghilterra, richiudere coloro che avevano ordito la truffa ed esiliare il cardinale nella più modesta delle sue abbazie, per risolvere la cosa senza troppe conseguenze; invece il re, per difendere l’onore della regina e darle soddisfazione nel punire un uomo che ella detestava, fece rinchiudere Rohan alla Bastiglia e istruire un processo investendo del caso il Parlamento. Ovviamente, questo arresto fu visto dalle classi privilegiate (aristocrazia e clero) come uno scandaloso esempio di abuso di autorità da parte della corona, e questo portò alla sorprendente sentenza di assoluzione. Errori di giudizio e di intelligenza politica che contribuirono a trasformare un banale caso di truffa in uno scandalo senza precedenti, destinato a trascinare nel fango la reputazione della regina e, con essa, il prestigio della corona. Il processo (all’epoca a porte chiuse) si rivelò uno spettacolo esilarante durante il quale la contessa de la Motte diede fondo a tutte le sue risorse di attrice e profittatrice, mentre Cagliostro si presentò vestito di taffettà verde a ricami d’oro, con innumerevoli treccine che gli cadevano sulle spalle, definendo sé stesso un nobile viaggiatore capace di risalire il corso dei tempi e divenire qualunque persona volesse essere, tanto che alla fine della sua esibizione i giudici si trattennero a stento dall’applaudirlo. Particolari che non sfuggirono ai giornali del tempo, che seguivano appassionatamente la vicenda e che per la prima volta ebbero una tale diffusione da attirare abbonati in tutta Europa, soprattutto grazie alle testimonianze degli avvocati, legati al mondo parlamentare e in seguito impegnati a favore della Rivoluzione. Una campagna mediatica su larga scala realizzata anche attraverso i canali della stampa clandestina e il linguaggio egualitario della pornografia, priva di qualsiasi scrupolo nel gettare fango su persone e istituzioni; oltre che, naturalmente, il finanziamento di gruppi di potere schierati contro l’assolutismo regio. Su tutta la vicenda permangono ancor oggi fosche nubi, soprattutto a proposito delle strategie utilizzate dalla corona e del grado di coinvolgimento di Maria Antonietta (sembra che l’incontro tra il cardinale e la finta regina nel boschetto sia avvenuto con la complicità della vera regina, intenzionata a mettere in ridicolo Rohan), tanto più che Jeanne de la Motte in carcere venne trattata come un personaggio di alto rango e ricevette la visita della contessa di Polignac, amica intima della regina, prima di potersene fuggire indisturbata dopo un solo anno di detenzione.

giovedì 26 agosto 2010

Madame Campan - La vita segreta di Maria Antonietta

Cosa meglio della mia recente visita alla reggia di Versailles poteva spingere a dedicarmi a letture sull’argomento in grado di farmi rivivere l’atmosfera di un luogo così affascinante e di soddisfare le mai sopite passioni legate all’Ancient Régime? Ottime per lo scopo si sono rivelate queste “Mémoires de Madame Campan”, scritte dalla prima cameriera della Regina di Francia Maria Antonietta già lettrice per le figlie di Luigi XV, pubblicate con indubbio merito (ma con molti refusi in ogni pagina) da Newton Compton con l’orrido e indiscreto “La vita segreta di Maria Antonietta”, titolo che riflette chiaramente la volontà di trovare un titolo accattivante in grado di far presa da subito su un pubblico poco competente (inoltre, bisognerebbe chiedersi fino a che punto è possibile parlare di “vita privata”, dal momento che la vita dei sovrani a Versailles era tutto fuorché privata, codificata da rigorosi cerimoniali pubblici ed esposta a numerosissime persone, anche del popolo, ma tant’è…). L’opera è una cronaca leggera e spesso ironica di un mondo incredibile e irripetibile, quasi incurante della piega che stavano prendendo gli eventi (piuttosto emblematico il caso di un nobile che per la rabbia spezza una stecca da biliardo d’avorio fatta con un solo dente di elefante e dall’impugnatura d’oro), ma è anche un tentativo di difesa della regina che Madame Campan aveva servito e amato. Ne emerge il ritratto di una donna, Maria Antonietta, buona e generosa, riservata e fragile, i cui difetti, gli sperperi e le ingenti somme elargite a nobili e nobilastri senza scrupoli sono imputati a questa sua gentilezza d’animo e alla sua volontà di circondarsi di persone allegre e capaci di farla ridere e sopravvivere alla prigione dorata nella quale era finita suo malgrado. Usata come pedina di scambio per l’alleanza austro-francese, ma sin da subito vista come un corpo estraneo alla corte per la caduta in disgrazia del partito sostenitore di quest’alleanza, Maria Antonietta fu così soggetta a illazioni e calunnie di ogni tipo in ottica antiaustriaca o direttamente antimonarchica (Parigi subiva l’influenza del duca d’Orléans, cugino del re e nemmeno troppo segretamente mirante al trono (si deve infatti a lui il voto che condannò Luigi XVI alla decapitazione). Piuttosto, la regina si dimostrò sempre insofferente all’etichetta assurda e soffocante di Versailles, cercando di sbarazzarsi o di semplificarla (incoraggiata in questo dall’abate di Vermond): valga per tutti l’esempio della cerimonia di vestizione, capace di irritarla quotidianamente fino al punto di farle decidere per l’abolizione e per questo motivo di grande riprovazione da parte dei nobili che vedevano in questo comportamento un aperto disprezzo per i diritti della gerarchia. Un capitolo è dedicato a uno dei più famosi scandali che travolsero Maria Antonietta, quello della collana, che alimentò la sua fama di dissipatrice e di donna vanitosa oltre ogni immaginazione e la consegnò in pasto alla pubblica opinione: una truffatrice senza scrupoli, un cardinale vanitoso e falsari compiacenti trascinarono la regina in una truffa milionaria che aveva al centro un collier di diamanti che lei stessa aveva rifiutato più volte. Non si può sperare che la povera Madame Campan condividesse la Rivoluzione e men che meno gli eccessi del Terrore (cui incredibilmente sopravvisse); anzi, dalle sue memorie traspare una totale devozione per la famiglia reale e una decisa avversione per le nuove idee (prova ne è l’ostilità per Beaumarchais e i principi evocati dal suo Figaro), specie se si considerano scene alle quali l’autrice fu costretta ad assistere, come quella del trasferimento della famiglia reale da Versailles a Parigi quando la folla che recava le teste dei due guardie del corpo massacrate ebbe «l’atroce idea di voler costringere un parrucchiere di Sèvres a pettinare le due teste e a incipriare i capelli insanguinati». Non mancano delle riflessioni personali sulla Rivoluzione, imputabile a suo giudizio ai principi della moderna filosofia, l’entusiasmo per la libertà sul modello della Rivoluzione Americana, la debolezza di un monarca inadatto a fronteggiare un movimento di popolo di simile portata, la costante corruzione dell’oro inglese (figuriamoci se francesi e inglesi non si accusano vicendevolmente di qualunque malefatta) e i progetti di vendetta e di ambizione del duca di Orléans. A complemento dell’opera, un’interessante serie di ricordi, ritratti e aneddoti legati ai regni di Luigi XIV, XV e XVI, al delfino Luigi Ferdinando, alle figlie di Luigi XV e alla regina Maria Leczinska.

lunedì 2 agosto 2010

Arthur Schnitzler - Il ritorno di Casanova

Giunto ormai alla (forse per l’epoca) veneranda età di 53 anni, squattrinato avventuriero abituato a vivere di espedienti e a tentare la fortuna al gioco, Giacomo Casanova è stanco di peregrinare e spera di rientrare finalmente nella sua natia Venezia, abbandonata tanti anni prima con la rocambolesca fuga dai Piombi. Proprio sulla strada del ritorno, in attesa di notizie dal Consiglio dei Dieci a favore della sua causa, nei pressi di Mantova viene ospitato dalla famiglia di una sua ex amante, della quale aveva favorito il matrimonio godendo per giunta anche delle grazie della madre (mentre il marito, Olivo, lo ritiene un benefattore). Nella casa l’attempato ma ancora affascinante avventuriero si invaghisce di una giovane studentessa, Marcolina, non ancora ventenne ma già colta illuminista dedita alla matematica, e mette in atto ogni possibile espediente per farla sua, con risultati agghiaccianti. La ragazza infatti lo trova ripugnante e noioso e lo umilia costantemente smascherando la sua boria filosofica di nemico di Voltaire (contro cui sta scrivendo un pamphlet critico) e di narratore inesauribile di storie per lo più inventate. Un’attrazione che parte da una fantasia capricciosa (Casanova desidera Marcolina ancor prima di averla vista, solo per averne sentito parlare) diventa dunque, per effetto di questo rifiuto manifesto, una sfida senza quartiere contro la realtà della vecchiaia e della decadenza (e quindi della solitudine), un obiettivo da perseguire attraverso ogni mezzo, anche le minacce, il ricatto e, alla fine, l’inganno (Casanova si finge l’innamorato della giovane, l’ufficiale Lorenzi, grazie all’ausilio delle tenebre). Intanto, le autorità della Serenissima gli concedono il ritorno in patria (economicamente foraggiato) in cambio della richiesta di mettersi al loro servizio per individuare i giovani sovversivi che minacciano la sicurezza delle istituzioni. Casanova, che sognava un ritorno tranquillo e in pompa magna, ha un moto di disgusto, giungendo a odiare anche il suo vecchio padrino Bragadin, ma alla fine accetta. Il cinico seduttore non è comunque l’unico personaggio negativo della vicenda, anzi, la sua presenza smaschera l’ipocrisia di un’intera società: la famiglia che lo ospita non è tanto meglio, a partire dai due coniugi dei quali si è già accennato, per proseguire con l’abate che li frequenta e regala alle figlie carezze lubriche, con una coppia di marchesi ospiti di cui la moglie tradisce il marito con Lorenzi e lo mantiene, e addirittura con l’intraprendenza di una delle due figlie suscita in Casanova una tentazione di pedofilia. Il duello all’alba tra Casanova e Lorenzi ignudi è un confronto che rivela l’attenzione di Schnitzler per il tema del Doppio (l’altro suo romanzo famoso, “Doppio sogno”, è stato utilizzato da Stanley Kubrick per il film “Eyes Wide Shut”), tanto che alla fine Casanova bacia sulla fronte il giovane morto riconoscendo un altro se stesso da giovane, lo specchio della sua esistenza, invidiando la sua sorte. Da questo punto in poi Casanova è come morto, nel suo funereo ritorno in una lugubre Venezia, ma paradossalmente questo distrugge in un sol colpo il suo cinismo nei confronti della vita e dell’amore, e finalmente gli regala il riposo, senza che gli incubi lo assillino. Un romanzo amaro, crepuscolare, macabro e cupissimo, che, alla luce del classico binomio amore/morte, rispetta e mescola memorie e accadimenti reali della vita di Casanova in una sorta di monologo interiore in terza persona. Veramente degno di stima.

Elmore Leonard - Road Dogs

Famoso per l’ormai corposa lista di film tratti dai suoi romanzi per mezzo di registi del calibro di Quentin Tarantino e Steven Soderbergh (giusto per citare i più importanti), l’ultra ottuagenario Elmore Leonard (classe 1925) continua a sfornare libri a raffica con l’inventiva e la verve di un trentenne. Non fa sconti questo “Road Dogs” (titolo che si riferisce a un’espressione del gergo carcerario usata per indicare due detenuti che, dietro le sbarre, si proteggono a vicenda), recentemente uscito per Einaudi (che sta perseguendo il progetto di proporre o anche riproporre tutta l’opera dello scrittore americano) e incentrato sull’amicizia di due criminali che si incontrano in prigione e stringono amicizia: il bandito gentiluomo e rubacuori Jack Foley protagonista di “Out Of Sight” (“Fuori dal gioco” per Baldini Castoldi) e interpretato da George Clooney nell’omonima trasposizione cinematografica, e lo stallone cubano Cundo Rey, presente nel romanzo “La Brava” (“Dissolvenza in nero” per Sperling & Kupfer) e sopravvissuto a tre colpi di pistola al petto. Cundo non esita a pagare profumatamente un legale per ricorrere a cavilli legali e fargli ridurre la pena del suo amico da trent’anni a trenta mesi, con il meraviglioso progetto di ospitarlo a casa sua e fargli fare quello che sa fare meglio: rapinare altre banche. In attesa di uscire di prigione anche lui, dunque, lo spedisce a Venice, in California, dove vive la moglie Dawn Navarro, avvenente medium specializzata in truffe soprannaturali, anch’essa presa da un altro romanzo di Leonard, “Riding the Rap” (“A caro prezzo” per Baldini Castoldi): nonostante il geloso e possessivo Cundo le telefoni tutti i giorni per chiederle se viva casta come una santa nell’attesa del suo ritorno, la donna vive in una casa piena zeppa di sue foto e quadri che la ritraggono come mamma l’ha fatta, ha una passione sfrenata per gli uomini che la portano a concedersi a tutti i rappresentanti del sesso forte che la circondano e, cosa più importante, è fermamente intenzionata a mettere le mani sul patrimonio del marito. «Puoi chiamarmi reverendo Dawn, se ti fa piacere. Sono un regolare ministro del culto presso la Spiritualist Assembly di Waco, Texas, anche se ho iniziato come manicure»: così si presenta questa femme fatale da genere noir (ma molto particolare) a Jack Foley prima di finirci a letto e di trasformarlo in un sensitivo nonché cacciatore professionista di fantasmi, per truffare una ricca e credulona attrice perseguitata dallo spirito del marito morto. Da una parte lo scaltro Jack è controllato a vista dagli scalcinati scagnozzi di Cundo (un cubano dall’identità sessuale alquanto ambigua, un bullo costaricense e un naziskin tatuato), dall’altra dall’agente dell’Fbi Lou Adams, il quale non solo è pronto a tutto pur di rimandarlo in galera (è convinto della necessità assoluta che il mondo si ricordi non solo dei banditi, ma anche dei buoni che li prendono), ma addirittura sta scrivendo un libro di oltre 500 pagine su di lui e del quale gli manca solo il finale. Il fatto che i tre protagonisti derivino da altrettanti precedenti romanzi non implica affatto la necessità di aver letto prima gli altri: la trama (fondata sul principio ”chiunque cerca di fregare chiunque”) è perfettamente autosufficiente, i personaggi sono delineati in maniera fantastica, lo stile è di quelli che ti tengono inchiodato alla pagina e, a completare il tutto, i dialoghi sono da antologia e sembrano quelli di un film di Tarantino (da sempre fan di Leonard per sua stessa ammissione). La scena di Little Jimmy che va a confessarsi prima della cena decisiva e dichiara bastano dieci Padre Nostro e dieci Ave Maria per farsi perdonare da Dio tutte le incazzature che gli ha fatto prendere è veramente memorabile per tempi comici e narrativi. Ovviamente, però, dietro a tanti sorrisi c’è anche la violenza, perché questo è pur sempre un libro di gangster, e soprattutto di ganster balordi, molto a mal partito nel saper mantenere calma e autocontrollo, spesso incapaci nel fare il loro stesso mestiere (si veda il confronto finale sul tetto tra Foley e Tico). I personaggi di Leonard vivono nel sottobosco della delinquenza, cercano di fare la cresta su tutto, sono spacconi e fanfaroni, ingenui e arroganti, e l’autore ha gioco facile nel giocare sullo stereotipo del macho latino che va su tutte le furie per un nonnulla e non si accorge di come la sua donna lo stia fregando.




Recensione pubblicata sul numero di ottobre 2010 della rivista “Pianuraoggi”

domenica 25 luglio 2010

Nick Hornby - È nata una star?

L’inesauribile Nick Hornby non si ferma mai, e così, dopo “Tutta un’altra musica” e la sceneggiatura del bel film “An Education”, Guanda pubblica questo nuovo “È nata una star?” (solita terrificante traduzione dell’originale “Not a Star”, ma la copertina è anche peggio), scritto nel 2006 per Open Door, una collana che pubblica racconti e storie brevi, accessibili a fasce di lettori meno istruiti e meno abituati alla lettura (quindi si astengano i noiosi e i criticoni, già pronti – me l’immagino – a contestare quest’ultima pubblicazione dello scrittore inglese). Non ci si deve pertanto aspettare un romanzo, ma un racconto che si legge in venti minuti, scritto di getto e senza troppe complicazioni: una tragicommedia familiare che prende il via quando Lyn, una tipica madre, viene a sapere dalla vicina di casa pettegola (che piazza anche un favoloso «Ha preso dal padre? Se è così, che tomba sei stata!”») che suo figlio Mark ha girato un film porno, finendo pure in copertina. Il film si intitola “La leggenda del re trombatore” (quale sia l’originale inglese purtroppo non ci è dato saperlo) e svela a Lyn la ragione della presenza del figlio in quella pellicola: pare infatti che Mark sia dotato in maniera spropositata (a questo si riferiva la vicina di casa pettegola) e che per questo sia stato contattato dal fidanzato di un’amica della sua ragazza che opera nel settore. Ovviamente, la scoperta manda in panico la povera Lyn e il marito Dave, che affrontano Mark in una conversazione frammentata e spezzata dall’imbarazzo perbenista: ancor peggio è quando la povera donna scopre che la “caratteristica” del figlio è ereditaria e che probabilmente è derivata dal nonno (il padre di lei). Non tutte le disgrazie vengono per nuocere, però, dal momento che l’occasione coincide per Lyn con una riconciliazione (anche sessuale) con il marito e un dialogo con la sorella e la madre, permettendole di superare anche ricordi dolorosi come la perdita di un figlio neonato e la morte del padre. Insomma, forse un po’ tutto troppo didascalico e buonista («Mica sapevo che le cose bisogna prenderle per il verso giusto e non per quello sbagliato»), ma questo racconto minimalista ha il pregio di affrontare i problemi della vita e delle dinamiche familiari da un’ottica insolita. Solo per i fanatici di Hornby. Tra i quali mi metto volentieri.

domenica 18 luglio 2010

Gaston Leroux - Il Fantasma dell’Opera

Rileggere questo romanzo dopo undici anni mi riporta all’uscita dell’omonimo e terrificante film di Dario Argento, da me aspettato pieno di belle speranze e rivelatosi invece una delle più cocenti delusioni cinematografiche della storia (non che il musical diretto da Joel Schumacher si sia rivelato migliore, intendiamoci). La copia in mio possesso del celeberrimo romanzo di Gaston Leroux risale appunto al periodo di uscita del film di Argento e infatti contiene un inserto con alcune foto tratte dal film e un’interessante intervista in appendice allo stesso regista che, letta oggi, risulta molo interessante dal punto di vista dei contenuti ma, alla prova dei fatti, totalmente fuorviante in quanto si riferisce a un film pessimo, scritto malamente e diretto, se possibile, anche peggio. Tutta questa delusione deriva dal fatto che questo feuilleton è davvero bello e, per l’epoca in cui fu scritto, molto originale: Erik, la creazione di Leroux (che si chiama Fantasma dell’Opera ma non è un fantasma vero e proprio, in quanto fatto di carne e ossa) è un interessante mix di componenti negative di altri “mostri” del genere (la bruttezza del mostro di Frankenstein, la solitudine di Dracula, il bisogno d’amore della Bestia in cerca della sua Bella). Nato con il volto sfigurato e condannato dalla sua stessa madre all’emarginazione più totale, dopo una vita errabonda in Oriente (Nijni-Novgorod, la Persia, Costantinopoli) dove si è contraddistinto come assassino abile utilizzatore del laccio del Punjab e macabro maestro di  cerimonie, ha scelto di vivere nei sotterranei dell’Opéra di Parigi, quel teatro che l’avrebbe consacrato alla gloria della lirica se solo avesse avuto un aspetto migliore e che lui stesso ha contribuito a costruire, come padrone dei suoi labirintici cunicoli e “signore delle botole” (come viene più volte definito). Personaggio dalle mille abilità è anche il più grande ventriloquo del mondo e un formidabile costruttore, a quanto pare protagonista nella costruzione dell’Opera e dei vari passaggi segreti, ora divenuti la sua dimora dalla quale può vedere e sentire tutto. Il suo genio musicale è prolifico (scrive un “Don Giovanni trionfante”, al quale lavora incessantemente lasciando passare molti giorni senza toccare cibo o dormire) e le sue doti canore non hanno eguali. Proprio grazie alla propria voce, senza mai farsi vedere, riesce ad affascinare Christin Daaé, una giovane soprano di cui è innamorato e alla quale dà segrete lezioni di canto da dietro i muri del suo camerino per farle ottenere il successo che a lui è stato negato. Inoltre, cerca di assicurarle il successo prima con delle lettere minatorie, poi con un incidente (il crollo di un lampadario in platea) il ritiro definitivo della cantante principale del “Faust” di Gounod affinché la parte principale di Margherita venga affidata a Christine. La vicenda, si dipana quindi, dopo il cambio nella direzione del teatro, tra i ricatti di Erik ai direttori, i quali si oppongono fermamente al Fantasma e ne ricevono solo fastidi (la morte di un inserviente, la brutta figura di una cantante, la morte di uno spettatore), e il desiderio del Fantasma di portare Christine alle più alte vette del canto, per poi tenerla con sé, sua sposa per sempre, a cantare la grande opera che sta componendo da una vita, ormai prossima alla conclusione: la ragazza accetta di raggiungere il misterioso maestro nei sotterranei del teatro attraverso uno specchio che dà su un passaggio segreto. Qui avviene la spaventosa scoperta: Christine strappa a Erik la maschera e il Fantasma si rivela in tutta la sua bruttezza. Lei lo supplica di lasciarla libera, lui acconsente a patto che la giovane rinunci al fidanzato Raoul de Chagny. Questi però non si dà per vinto e, con un agente della polizia segreta persiana si addentra nei sotterranei del teatro: i due finiscono in una delle stanze di tortura create da Erik, in grado di evocare diversi climi e stordire con illusioni ottiche (e qui Leroux si sbizzarrisce in una serie di trovate  veramente immaginifiche). In questo modo il Fantasma può nuovamente ricattare Christine, chiedendo la sua mano in cambio della vita dei due uomini, ma nulla può contro il coraggio dell’amore che si oppone al male ed è capace di stimolare un finale di redenzione (tanto che Erik cede e lascia i due giovani liberi di vivere il proprio amore). In definitiva, Erik è un personaggio molto romantico, drammaticamente convinto di essere l’incarnazione del male (i cui segni porta anche sulla faccia) e per questo degno di pietà agli occhi di Christine; ma è  altrettanto interessante la polemica sociale del romanzo, che racconta di una società che condanna il Fantasma ma allo stesso tempo si oppone anche all’unione di Raoul e Christine, in base al principio secondo il quale è disdicevole che un nobile sposi una cantante. Al pari del Fantasma, ruolo di protagonista viene conferito all’Opéra di Parigi, tempio della lirica che si sviluppa in altezza e in profondità, trasfigurato in un edificio fascinoso che si articola in un dedalo sotterraneo di cunicoli, anfratti, botole e passaggi segreti, con al centro un lago quasi infernale. Leroux miscela elementi gotici e orrorifici con una forte componente melodrammatica e sentimentale, con un piglio quasi giornalistico, che introduce il lettore nella vicenda come un fatto reale che deve essere ricostruito, ma inframmezza la narrazione con siparietti umoristici come quelli che vedono protagonisti i due nuovi direttori che si ostinano nel negare l’esistenza del Fantasma, le ballerine e mamma Giry, maschera del palco numero 5, quello riservato al Fantasma. Il vero Fantasma dell’Opera è stato raramente seguito dalle riduzioni cinematografiche (senza scomodare l’originale di Lon Chaney), e già questo potrebbe essere una spiegazione sufficiente…