sabato 9 gennaio 2010

Lewis Carrol - Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie/Attraverso lo Specchio

Si tratta probabilmente di uno dei libri più conosciuti a livello planetario, grazie a incalcolabili trasposizioni di ogni tipo (fenomenale quella di Walt Disney, fedele nello spirito all’originale), anche se pochi in realtà lo hanno letto: l’opera del reverendo e matematico Lewis Carroll (pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson) resta ancor oggi un insuperato modello di ispirazione per autori, musicisti, artisti e semplici lettori come me che continuano a subirne il fascino. Quest’impeccabile edizione, corredata dalle illustrazioni originali di Josh Tenniel e un reparto di note davvero completo, comprende i due racconti che vedono protagonista la piccola Alice (spesso si trova solo il primo) ed è la più indicata per cogliere le implicazioni dello stile dell’autore, fatto di allusioni a poemetti, poesie edificanti, proverbi e avvenimenti propri dell’epoca in cui fui scritto, e il suo autore gioca con le regole logiche, linguistiche, grammaticali, fisiche e matematiche, creando giochi lessicali, assurdi scioglilingua, sciocchi nonsense, indovinelli, rompicapo, calembour, amene facezie e freddure (il tutto ovviamente intraducibile in italiano). Nel primo libro (il più famoso), Alice segue il coniglio bianco e si inoltra in un mondo abitato dalle creature più bizzarre: animali che rischiano di finire annegati dalle sue lacrime, un bruco che fuma il narghilè, una cuoca pazza, un gatto in grado di rendersi invisibile, un cappellaio matto che ha litigato col tempo ed è condannato a restare sempre alle sei del pomeriggio all’ora del the, una tartaruga lagnosa, fiori scortesi, re idioti e indolenti e regine malvagie e stolide. La bambina viene coinvolta in una partita di croquet con un mazzo di carte, fenicotteri e porcospini e trovarsi a testimoniare nel processo al Fante di Cuori che ha rubato delle torte. In Attraverso lo specchio, dal tono più mesto e malinconico, Alice entra invece in un mondo fantastico attraverso uno specchio e si ritrova coinvolta in un’assurda partita a scacchi che, curiosamente, segue le normali regole del gioco sulla scacchiera: le Regine corrono qua e là impegnatissime mentre i mariti sono relativamente fermi e impotenti, proprio come negli scacchi veri, mentre Alice, quando alla fine arriva all’ultima casella della sua colonna, diviene lei stessa regina, in ossequio alla regola secondo cui un pezzo arrivato alla fine della scacchiera può decidere di divenire il pezzo più alto a disposizione. Nel mondo di Carroll tutto funziona al contrario tanto che, per avvicinarsi a un punto, bisogna camminare al’indietro o prendere la direzione opposta (lo stesso gioco degli scacchi è funzionale alla simbologia dello specchio, perché all’inizio di una partita si vedono i due eserciti schierati l’uno davanti all’altro in modo che ciascun elemento abbia di fronte il proprio corrispondente di segno opposto). L’unica grande legge che domina questo mondo dell’assurdo (dove le contraddizioni convivono tranquillamente e il logico e l’illogico sono la stessa faccia della realtà) è quella della metamorfosi che trasforma esseri e cose (il bambino della Duchessa si trasforma in un maialino, la Regina Bianca diventa una pecora, un uovo si tramuta in Humpty Dumpty): nel primo libro, Alice cresce e rimpicciolisce a ripetizione, trovandosi addirittura a snodare il collo come un serpente tra le cime degli alberi, nel secondo libro invece tutto è subordinato alla partita di scacchi dove non si sa chi sia a muovere le pedine ma, ogni volta che ciò accade, la narrazione si interrompe di scatto e il paesaggio e i personaggi si dissolvono lasciando spazio a qualcos’altro (un treno nasce dal nulla, una bottega diventa una barca). Personaggio simbolo è proprio Humpty Dumpty, un grottesco precursore di ogni avanguardia, il quale suggerisce di crearsi una lingua personale e abolire ogni convenzione linguistica (e quindi le convenzioni sociali): l’esito è quello della ricostituzione dell’Eden originario, in cui le cose perdono il loro nome e diventano pura essenza, come quando nel secondo libro Alice e il cerbiatto si abbracciano teneramente senza più nomi né identità. Ma le metafore di Carroll non sono da prendere troppo sul serio: molti personaggi sono stati da lui scelti per favorire le illustrazioni di Tenniel a riprova del fatto che, forse, fare troppa interpretazione è fuorviante. Tanto più che lo stesso autore si permette di esibire la sua poliedricità creando un poema epico romantico, il Jabberwocky, composto per intero da parole inventate (e infatti l’unico che ne fornisce una spiegazione è Humpty Dumpty). Moltissime le curiosità sviscerate dalle note: “sorridere come un gatto del Cheshire” era un modo di dire dell’epoca, così come “matto come un cappellaio o una lepre marzolina” deriva da un’espressione che fa riferimento al fatto che i cappellai erano frequenti vittime di avvelenamento per via del mercurio adoperato nel trattamento del feltro, mentre le lepri maschi eseguono folli capriole a marzo, nella stagione degli amori; gli stessi Tweedledum e Tweedledee (in Italia noti come Pinco Panco e Panco Pinco) derivano da una nursery rhyme (filastrocca per bambini), mentre i personaggi del Leone e dell’Unicorno sono presi dallo stemma nazionale britannico (il Leone è l’Inghilterra, l’Unicorno la Scozia).

Kate Mosse - L’ottavo Arcano

Più di qualcuno potrebbe sicuramente obiettare che me le vado a cercare, avventurandomi nella lettura di un libro che reca sulla copertina l’autorevole parere di Donna Moderna «Tenetela d’occhio: il nuovo Dan Brown è lei», come già accaduto per il terribile L’enigma Vivaldi di Pedro Mendoza. Fortunatamente, anche se accomunata dal richiamo all’onnipresente Codice Da Vinci, questa Kate Mosse non arriva ai livelli dello sciaguratissimo collega, anzi, direi che nella sua sgangheratezza si è rivelata una sorpresa insperata. L’ottavo arcano (misteriosa traduzione dell’originale Sepulchre, che è anche il titolo di un pezzo musicale del XIX secolo con un certo ruolo nella vicenda) si presenta con una struttura ambiziosa e una narrazione divisa in due distinte epoche temporali: nella prima, ambientata nel 1891, Léonie Vernier, una ragazza di diciassette anni, e suo fratello Anatole fuggono da Parigi per rifugiarsi a Domaine de la Cade, una tenuta di famiglia a pochi chilometri da Carcassonne. Anatole infatti deve cercare di sfuggire a un pazzo sifilitico, tale Victor Constant, che vuole vendicarsi di lui e della sua ex fiamma, Isolde Lascombe, che abita proprio a Domaine de la Cade (il simpaticone gli organizza contro una campagna di diffamazione e gli violenta e gli ammazza pure la madre). Il terzetto è segnato fin da subito e la tragedia si realizza inesorabile (l’amore è sempre tragico), ma Léonie scopre una storia di mistero e sangue connessa alla sua famiglia e a un mazzo di tarocchi dotato di strani poteri, connesso alla chiesa di Rennes-le-Château e dell’immancabile abate Saunière, con corredo di demone Asmodeo e una misteriosa creatura dei boschi che fa strage di persone neanche fosse la Bestia del Gevaudan del film Il patto dei lupi (il marito di zia Isolde soleva evocare il demone da un antico sepolcro visigoto nascosto da qualche parte sul picco della montagna, e si sa che queste cose portano sempre a delle conseguenze). Il secondo blocco narrativo riguarda invece il presente, con una studiosa americana, Meredith Martin, che nel condurre delle ricerche per una biografia del musicista Debussy, si reca proprio a Domaine de la Cade e incappa nelle tracce del suo passato (infatti non sa chi è e, nemmeno a farlo apposta, scopre di discendere direttamente dai Vernier). Ovviamente, anche lei si imbatte nel misterioso mazzo dei tarocchi e si insinua in una faida familiare tra uno zio e un nipote che sono gli attuali gestori dell’antica casa dei Vernier (lo zio è il cattivo della situazione, ha appena ammazzato il fratello imbottendolo di tranquillanti prima che si mettesse a guidare). Cosa c’entra Debussy in tutto questo? Nulla, è solo un vicino di casa dei Vernier, che però ha lasciato indizi utili per riportare a galla la vicenda. A prescindere dagli improbabili voli pindarici di una trama raffazzonata e dal solito discorso di Rennes-le-Château (Il Codice Da Vinci è tranquillamente citato nel corso dei dialoghi) e dell’abate Saunière (il quale non c’entra niente proprio come Debussy) che funzionano solo come specchietto per le allodole per cavalcare l’onda commerciale del thriller religioso (ed è per questo che fa ancora più rabbia), la Mosse dimostra una certa qual capacità narrativa nello stendere la trama e a mantenere alta la suspense, al di là della media del genere: a suo sfavore gioca una certa qual prolissità (600 pagine non sono uno scherzo), una sproporzione tra i due blocchi narrativi (il primo è molto più lungo) e una generale piattezza nella parte ambientata nel presente.