venerdì 30 aprile 2010

Oliver Bowden - Assassin’s Creed. Rinascimento

È innegabile che Assassin’s Creed II, sviluppato dalla canadese Ubisoft, sia stato uno dei più grandi fenomeni videoludici degli ultimi anni, capace di catturare un grande bacino di utenza grazie a una grafica mozzafiato, una ricostruzione architettonica d’epoca rigorosissima e una trama storica intrigante che utilizza e mescola eventi e personaggi del Rinascimento italiano in maniera davvero funzionale alla storia. Ora, questo libro non è altro che la versione narrativa della sceneggiatura di questo videogioco (ma senza la parte fantascientifica ambientata ai giorni nostri): non so davvero chi si possa celare dietro lo pseudonimo di Oliver Bowden, secondo la terza di copertina “affermato scrittore ed esperto di storia del Rinascimento italiano”, ma il sospetto di trovarci di fronte a un’opera scritta a più mani è veramente forte. La storia prende inizio nella Firenze del 1476, dove il diciassettenne Ezio Auditore, figlio di un ricco banchiere alleato dei Medici, è costretto a rinunciare ai suoi sogni di vita mondana e spensierata dal coinvolgimento della sua famiglia in un’accusa di cospirazione ai danni del governo: suo padre e i suoi fratelli vengono giustiziati dopo che Uberto Alberti, magistrato corrotto alleato della famiglia dei Pazzi, approfitta dell’assenza di Lorenzo de’ Medici da Firenze e distrugge le prove che inchiodano i veri responsabili. Solo Ezio riesce miracolosamente a fuggire, ma ha la necessità di nascondersi e proteggere sua sorella e sua madre. Si rifugia dallo zio a Monteriggioni, borgo fortificato in alta Toscana, e scopre che il padre era in realtà un membro della setta degli Assassini, che da secoli si contrappongono ai Templari (i “cattivi” della vicenda), nelle cui fila militano i Pazzi e il potente Rodrigo Borgia. Da questo momento, Ezio comincia ad aggirarsi in giro per l’Italia, silenzioso e invisibile, per abbattere i templari: riesce a sventare in prima persona la congiura ordita dai Pazzi a Firenze contro la famiglia Medici, quindi il tentativo (riuscito) di avvelenare il doge di Venezia Carlo Grimani per sostituirlo con il templare Marco Barbarigo. Nella città lagunare, si unisce alla locale Gilda dei ladri e a Bartolomeo d’Alviano (al quale salva la vita liberandolo da un rapimento all’Arsenale) per combattere contro l’altro Barbarigo, l’inquisitore Silvio, ma un po’ per volta Ezio si rende conto che i vari nemici che gli parano davanti non sono altro che burattini nelle mani di Rodrigo Borgia, divenuto papa con il nome di Alessandro VI e in possesso di due mitici artefatti come la Mela dell’Eden e lo scettro papale (in grado di fare prodigi e soggiogare la mente delle persone). La storia ovviamente non finisce qui, perché prima della resa dei conti finale (che arriva all’anno 1503) contro il Borgia nientemeno che dentro la Cappella Sistina (non ancora affrescata da Michelangelo), c’è tempo per fare la conoscenza di una suora dalle larghe vedute che gestisce un bordello (convinta della necessità di saper amare per ottenere la salvezza dell’anima) e scoprire che anche Niccolò Machiavelli e Caterina Sforza fanno parte degli Assassini. Ovviamente, non può mancare Girolamo Savonarola, avversato dal papa perché ha sottratto la Mela dell’Eden e l’ha utilizzata per estendere il suo potere su Firenze. Insomma, se la trama è da prendere con il beneficio del dubbio (il finale con la dea Minerva nei cunicoli sotto il Vaticano è ancora più farneticante), bisogna comunque ricordare che si tratta pur sempre di un videogioco e ammettere che, a conti fatti, l’operazione si può considerare assai più riuscita (e scritta meglio) di molti bestseller storici che pretendono di passare per reali. È lampante che ci troviamo di fronte a una di quelle operazioni trasversali fatte per catturare quanti più lettori possibili (il volume, tra l’altro, regala un codice personalizzato che consente di accedere a contenuti esclusivi del videogioco), ma l’interesse del romanzo sta proprio nella sua commistione di linguaggi artistici diversi. A questo proposito è interessante osservare la struttura narrativa del romanzo: diviso in due macroparti, Firenze e Venezia, con qualche piccolo excursus nella campagna Toscana (San Gimignano e Monteriggioni) e una breve sosta a Forlì, non manca di affrontare il mondo interiore del protagonista, i suoi sentimenti e le motivazioni che lo spingono, anche se è chiaramente orientato all’azione (in alcuni casi addirittura frenetica). Si procede per blocchi, nella fattispecie per missioni da portare a termine, proprio come nel videogioco, e della controparte elettronica vengono ripresi tutti gli elementi caratteristici, dalle corse sui tetti al volo ad angelo dalla cima di un pinnacolo fino a un covone di fieno, mentre gli intermezzi dedicati all’apprendimento di nuove abilità fisiche, mimetiche o belliche. Un grande ruolo lo riveste in questo senso il personaggio di Leonardo da Vinci, che si offre volontario per decifrare a Ezio le pagine del Codice degli Assassini recuperate (in maniera un po’ misteriosa e confusa) nel corso delle missioni: alcune di esse contengono infatti schemi per la realizzazione di armi tipiche della setta, dalle due lame nascoste nelle maniche, si passa a una versione avanzata della stessa contenente del veleno, sino ad arrivare a una piccola pistola a colpo singolo. Per non parlare della macchina volante ideata dall’inventore, che in alcuni casi qui serve a Ezio per sorvolare la città dall’alto e riuscire nelle sue missioni.

sabato 24 aprile 2010

Michael Crichton - Timeline. Ai confini del tempo

Credo che siano veramente in pochi a non conoscere questo romanzo d’avventura uscito ormai da una decina d’anni (all’epoca anche con allegato cd-rom del videogioco) e all’origine dell’omonimo film di Richard Donner. Il libro conteneva già tutti quegli elementi che ne presagivano un rapido passaggio al grande schermo (cosa puntualmente avvenuta, anche se con qualche modifica) e, anche oggi, fa capire il perché di tale successo. L’abilità di Crichton è quella di mescolare molte cose, il viaggio nel tempo, innanzitutto, con il Basso Medioevo (per il mondo anglosassone è l’Alto), i duelli cavallereschi, banchetti, i monasteri, la Guerra dei Cent’anni, ma anche la fisica quantistica e il progresso tecnologico. Viaggio nel tempo, si diceva, anche se sarebbe più corretto dire negli universi paralleli, dal momento che viaggiare nel tempo è impossibile: Crichton crea uno scenario nel quale la ITC, azienda di meccanica quantistica, ha inventato delle macchine che permettono di viaggiare da un multiverso all’altro: questi universi paralleli sono apparentemente uguali, ma possono appartenere ad epoche diverse dalla nostra, sia passate che future. Naturalmente non è tutto oro quello che luccica: il viaggio non è mai “pulito” ma porta con sé degli errori di trascrizione, ovvero problemi nel caricamento delle informazione relative a un oggetto o a un essere vivente scomposto e ricomposto a livello molecolare (e la ITC, come ogni buona multinazionale bastarda che si rispetti, tace a lungo su questo punto e persegue un folle progetto di lunapark storici a uso e consumo dei turisti). Inoltre, il capo-equipe della spedizione archeologica finanziato dalla ITC per studiare la zona del fiume Dordogna, dove un tempo sorgevano i castelli di Castelgard, La Roque ed il monastero della Sainte-Mére, è scomparso dopo essere tornato nel Medioevo. Suoi studenti Chris, Kate e André accettano di andare a prenderlo con una missione di salvataggio, accompagnati da due marines che, ironia della sorte, vengono accoppati subito dopo aver messo piede nel 1357, in piena Guerra dei Cent’anni. I viaggiatori sono letteralmente invasi dall’atmosfera violenta del tempo, fatta di fughe, inseguimenti, fitte boscaglie, dirupi, soldati bellicosi, castelli e duelli (si fa fatica a scegliere il peggiore tra l’inglese Sir Oliver e il francese Arnaut). La vicenda dei tre amici, disposti a tutto pur di trovare il loro professore (cose che possono succedere solo negli Stati Uniti!), lascia trasparire l’idea di Crichton che una cosa è studiare un periodo, un’altra trovarcisi a che fare: per quanto uno sia archeologo o storico, sia erudito in materia o conosca le lingue del tempo (qui tutti sono comunque dotati di uno speciale traduttore auricolare), una cultura che non deriva dall’esperienza diretta è del tutto inadeguata (e porta a commettere errori anche piuttosto grossolani, come quello di raccogliere il guanto della sfida). Varie avventure rutilanti permettono di ritrovare il professore e di riportarlo al presente (qualcuno ne dubitava?), anche grazie a un terzo amico, David Stern, che resta negli uffici ITC a combattere per il rientro (anche qui, la bieca multinazionale vorrebbe abbandonare la spedizione nel 1357, lavandosene le mani); solo André, troppo appassionato di storia medievale al punto di rasentarne il fanatismo (conosce perfettamente usi e costumi, parla l’occitanico e il provenzale, pratica la scherma medievale e tira con l’arco), decide di restare nel passato, motivando la sua scelta con un discorso assolutamente commovente e condivisibile («In altri secoli, gli esseri umani aspiravano alla redenzione o a un miglioramento, alla libertà o all’istruzione. Nel nostro secolo, invece, ci si vuole soltanto divertire. Non abbiamo tanto paura della malattia o della morte, quanto della noia, della sensazione di non saper cosa fare del nostro tempo, della sensazione di non divertirci»). La scrittura è nella media dei best seller, scorre cioè via liscia e non fa certo gridare al miracolo, ma la ricostruzione d’epoca è buona e accurata (con qualche intuizione interessante, come l’assenza di riproduzioni della mobilia del XIV secolo e sul tramonto della cavalleria, ormai anacronistica per i tempi ma tenuta in piedi per ragioni sociali); la narrazione è intramezzata da sporadiche illustrazioni e disegni architettonici mentre i capitoli sono sempre aperti dal conto alla rovescia stabilito per il rientro, come a scandire una vera e propria lotta contro il tempo, ed è interessante a questo proposito notare come nel finale il tempo subisca una drastica riduzione (come a dire che bisogna fare in fretta).

giovedì 15 aprile 2010

Massimo Introvigne - Il simbolo ritrovato

Forse per affinità elettiva e fede condivisa, o forse per brillantezza di ragionamento e vis polemica, ho trovato davvero interessante e riuscito questo pamphlet di Massimo Introvigne che, da inveterato polemista cattolico, affronta a viso aperto l’ultimo romanzo di Dan Brown Il simbolo perduto, che non solo riprende temi dal precedente Angeli e demoni ma ha al suo centro il concetto che la massoneria (quella vera, quella buona) custodisca i misteri più profondi della storia del mondo (la Bibbia sosterrebbe che, alla fin fine, l’uomo è il vero Dio e il creatore di tutto), gli stessi che faticosamente riscoprono gli scienziato moderni e che le oscure forze del fondamentalismo religioso (cioè la Chiesa Cattolica) vorrebbero tenere nascosti all’umanità (che, per vocazione, dovrebbe per Dan Brown essere pagana). Insomma, un segreto gnostico, scientista e New Age, nemmeno troppo nuovo e originale. Così facendo, spiega Introvigne, Brown rovescia il concetto di libertà religiosa americana (quella che ha dato origine, come estrema conseguenza, al mito dell’uomo che da solo costruisce il suo destino) e non tiene conto del fatto che la separazione tra Stato e Chiesa che sta all’origine della Rivoluzione americana è dovuta a un voler proteggere la religione dall’intervento dello Stato (cosa caratteristica di un popolo di rifugiati scappati dalle persecuzioni religiose) e dunque un concetto ben diverso dalla separazione che invece fece la Rivoluzione francese, interessata a proteggere lo Stato dall’intervento della Chiesa. Il presentare le origini degli Stati Uniti come soltanto massoniche (perché ovviamente, per Dan Brown, i padri fondatori erano tutti massoni) serve solamente per legittimare un’emarginazione del cristianesimo dalla vita politica di oggi. A quanti si staranno chiedendo perché criticare uno scrittore che fa solo il suo mestiere (scrivere libri con una trama accattivante per venderli), Introvigne risponde che non ci sarebbe nulla di male se l’opera in questione fosse solo un artificio letterario o una finzione narrativa: il problema è che Dan Brown ha sempre dichiarato (anche nero su bianco) che tutto quello che scrive è vero e certificato da documenti storici autentici. Anzi, noncurante di tutto, lo scrittore americano continua a citare la Chiesa Cattolica a sproposito (attribuendole giudizi che nemmeno le appartengono), ad attribuire appartenenze particolari a personaggi del tutto inconsapevoli (Cartesio un Rosacroce?) e a spacciare la storia mitica delle società segrete come se fosse la storia autentica; cosa, questa, caratteristica di tutte le organizzazioni esoteriche fondate dal XVIII secolo in poi, dotandosi di genealogie mitiche che risalgono ai Templari, a Noè, a San Giovanni o a Salomone, passando per personaggi famosi della storia, della letteratura e dell’arte. Introvigne esplora quindi la storia della massoneria, le sue origini storiche, le sue pretese (e artefatte) origini mitiche, i diversi riti, i conflitti tra le diverse correnti (una esoterica e una razionalistica), e contribuisce a sfatare qualche mito (la pianta della città di Washington non ritrae il compasso, l’occhio che sovrasta la piramide tronca sul retro del dollaro non è un simbolo massonico ma è anzi il segno della Provvidenza che protegge l’America in crescita), ricordando che molti simboli utilizzati dalla massoneria sono stati corporativi e cattolici ben prima di diventare massonici. Piuttosto, dà atto a Dan Brown di riportare una verità: i massoni rivendicano la molteplicità delle vedute e sostengono che i testi sacri delle diverse religioni dicano tutti la stessa cosa (mentre è bene precisare che questo non è affatto vero). È il “metodo” massonico, che non impedisce a nessuno di avere delle opinioni definite ma impone a ciascuno di metterle in discussione e di superarle in una sintesi superiore (la Chiesa Cattolica ricorda invece che ci sono delle questioni di fondo non negoziabili e che permane ancora l’esclusione papale dai sacramenti a quanti fanno parte della massoneria). Viene poi affrontato il tema degli Illuminati, che tanto spazio hanno nei romanzi di Dan Brown ma che in realtà non sono affatto un potente ordine che risale al Rinascimento e che annovera tra le sue fila i maggiori geni della scienza e dell’arte: in realtà, sono piuttosto un mito nato intorno alla cialtronesca storia degli Illuminati di Baviera, nati come una società segreta inizialmente staccata dalla massoneria e venata di tendenze repubblicane e anti-capitalistiche, ma ben presto assestata su posizioni più rassicuranti e raffinate. Introvigne ricorda che è stato smentito un loro ruolo nella Rivoluzione francese, e che anzi erano composti da dei rivoluzionari dilettanti che si fecero rapidamente scoprire anche dalla lenta (e piuttosto lassista) giustizia bavarese: è molto strano che questi oscuri e fantasiosi personaggi si siano guadagnati la fama di combattenti per la libertà di coscienza contro l’oscurantismo e abbiano continuato a stimolare teorie da parte di estremisti, fondamentalisti e fanatici, per non parlare dei tentativi di resuscitarli nel corso del XX secolo per opera di movimenti legati a rituali gnostici, alla teosofia, allo spiritismo e alla magia sessuale. Interessante, nell’ambito del mito secondo il quale le società segrete dominerebbero gli Stati Uniti e la politica mondiale, la realtà della fraternity universitaria Skull and Bones (della quale ha fatto parte l’ex presidente american George W. Bush), accusata fin dalle origini di collegamenti con riti massonici o persino satanici: Introvigne ricorda piuttosto come una buona laurea a Yale rappresenti già di per sé un eccellente biglietto da visita per una carriera importante, senza bisogno di immaginare trame oscure per una società che in realtà si limita a organizzare cene-dibattito e a gestire un centro per incontri di alunni ed ex alunni. Da non perdere, infine, la spassosa appendice nella quale Introvigne risponde punto per punto a tutte le provocazioni sostenute dal Codice da Vinci.

sabato 10 aprile 2010

Franco Cardini - Napoleone III

Bel libretto questo di Franco Cardini che analizza la vita di Luigi Bonaparte, meglio noto alla storia come Napoleone III o “Napoleone il piccolo” (per ricordare la famosa espressione di Victor Hugo) che, nel bene o nel male, caratterizzò la storia dell’Europa nel corso del’Ottocento e pose le basi per molti dei problemi destinati a deflagrare in seguito e che troveranno una soluzione (se vogliamo chiamarla così) nel Primo Conflitto Mondiale. Individuo contraddittorio, astutissimo, prima giacobino e rivoluzionario, poi conservatore e sostenitore dei cattolici, fu presidente della Repubblica Francese (1848-1852) e quindi Imperatore “per grazia di Dio e volontà della Nazione” (perse infatti le elezioni ma ratificò il suo colpo di stato con un plebiscito). Luigi Bonaparte si pose sempre come erede e successore diretto del famoso zio (del quale condivideva l’aspetto, la stessa puntigliosità e la medesima taccagneria): fu un buono storico (scrisse una biografia su Giulio Cesare giudicata ottima da Luciano Canfora) e fu il primo a fare un uso moderno dei media, dalla fotografia alla stampa (egli stesso era autore di libri politici). Il suo regime fu per certi aspetti anticipatore dei totalitarismi, specialmente del fascismo, con un’economia improntata al liberalismo più sfrenato e alla crescita della finanza (la Francia era un paese rurale e profondamente povero), e una politica estera tesa a sostenere le spinte indipendentiste delle varie popolazioni e, al contempo, a rivedere tutti i trattati che avevano penalizzato la Francia nel 1815. Napoleone III aveva infatti un’idea romantica della nazionalità e questo lo portò a sostenere la causa indipendentista italiana contro gli austriaci, ma sempre e comunque con un occhio di riguardo per il calcolo politico e il rendiconto personale (la guerra d’indipendenza italiana cominciò a costare troppo in termini di perdite e si scontrò con la necessità di preservare lo Stato Pontificio). In questo senso si spiega anche la sua decisione di partecipare alla guerra di Crimea a sostegno dell’Impero Ottomano contro le pretese russe, per impedire alla Russia di avere uno sbocco sul mar Mediterraneo e, al contempo, di allungare le mani sul moribondo Impero Ottomano. Cardini ne analizza approfonditamente anche la politica coloniale in Africa e in Oriente, la pretesa (mutuata dai sovrani di Francia) di ergersi a baluardo dei cristiani di Terrasanta, il tentativo (miseramente fallito) di conquistare il Messico attraverso il sostegno a Massimiliano d’Asburgo (che venne anche giustiziato dai rivoltosi). Forse influenzato dalla moglie spagnola, cattolica e un po’ bigotta (Eugenia de Montijo), Napoleone tentò inoltre di creare una grande alleanza fra i paesi cattolici d’Europa, Francia e Austria in primis, ma anche Italia, Spagna e Polonia, soprattutto in ottica antiprussiana (è la Prussia di Bismarck, infatti, il grande nemico che si sta affermando in questi anni): non a caso, sostenne l’Austria nella guerra austro-prussiana del 1866, terminata con la vittoria dei prussiani e la nascita del Reich tedesco, e volle il muro contro muro che portò alla battaglia di Sedan (1870), alla sconfitta e alla fine del Secondo Impero. Sul fronte interno, quello di Napoleone III fu un regime autoritario ma non per questo privo di certe aperture liberali e di innovazioni avveniristiche per il tempo, come il decreto che diede a tutti i giornali la possibilità di riprodurre liberamente i dibattiti del parlamento; fu sempre attento ai ceti subalterni, non ebbe mai un rapporto di successo con il mondo operaio (era contrario al diritto di sciopero e alle associazioni operaie) perché la sua politica in parte repressiva e in parte paternalista era fondata su una vecchia forma di assistenzialismo, più a livello di pubblica carità che non a livello di diritto riconosciuto (una specie di assolutismo illuminato, e per questo datato e anacronistico per i tempi). Piuttosto, a passare alla storia fu l’impressionante serie di lavori pubblici destinati a cambiare il volto di Parigi, tesi a rendere la capitale molto più bella e in grado di attirare visitatori da tutto il mondo, ma anche rendere più difficili eventuali future azioni rivoluzionarie: ampie zone della città vennero rase al suolo e le stradine medievali dei Miserabili (titolo del più famoso romanzo di Victor Hugo, non a caso ambientato proprio in nella Parigi pre-napoleonica) lasciarono il posto, sotto la supervisione del Barone Haussmann, ai grandi boulevards, con l’intento di creare ampi spazi d’azione per le cariche della cavalleria ed evitare le barricate che si erano verificate durante la rivoluzione del 1830 e durante i moti del 1848. Se ne parla poco, ma, come nota Cardini, perché non ce ne accorgiamo: la Parigi di oggi è proprio quella di Napoleone III.