domenica 10 ottobre 2010

Robert Harris - Imperium

Pur conoscendolo come cognato di Nick Hornby (quanto mi piace quando gli scrittori si imparentano tra di loro!), la mia frequentazione di Robert Harris si era fino a ora limitata alla lettura del mediocre “Fatherland”, da cui è stato tratto un film televisivo se possibile anche peggiore. Devo dire però che questo “Imperium” mi ha stupito: si tratta della prima parte di una trilogia progettata dallo scrittore su Cicerone, figura emblematica e fascinosa (ma molti studenti direbbero noiosa) dell’Antica Roma nell’epoca di transizione dalla repubblica al principato. Harris fa raccontare la vicenda allo schiavo Tirone, aiutante di Cicerone realmente esistito e inventore della stenografia, artificio che rende possibile registrare integralmente e fedelmente le parole degli oratori pubblici (ma anche annotarsi conversazioni alle quali si è assistito senza essere stati invitati…). In pieno ossequio all’ossessione protestante del mondo anglosassone riguardo alla fascinazione del potere, il Cicerone di Harris è deciso a raggiungere con ogni mezzo il conseguimento dell’imperium, il sommo potere di vita e di morte che lo Stato attribuisce a un individuo. Contrariamente alla norma del genere, però, non è presente alcuna parabola didascalica (e noiosissima) sul classico giovane puro e ingenuo che parte impegnato ma che poi viene corrotto dal potere e si fa cinico in vista di una redenzione finale: è bene chiarire fin da subito che Cicerone è un individuo ambizioso e deciso, padrone delle leggi che regolano un mondo, quello della politica, infido e violento, fatto di intrighi e corruzioni (ai familiari che pensano che la politica sia come una lotta per il trionfo della giustizia, lui risponde che è solo una professione e che «in politica come nelle arti la gloria abbia bisogna di celare tutte le astuzie sulle quali poggia»). Uomo nuovo, ovvero proveniente da una famiglia nella quale nessuno ha mai rivestito alcuna carica pubblica, Cicerone accede alle varie cariche del cursus honorum(questore, edile, pretore) districandosi nello scenario di rivalità tra il condottiero Pompeo e il ricco Crasso, in fondo rimanendo estraneo a individui volgari e disonesti, ma disposto a tutto pur di avere successo (nella sua attività di avvocato difende anche palesi colpevoli e, a un certo punto, accetta anche di difendere l’odiato Catilina). La vicenda, che si conclude in questo primo atto con la nomina a console e il conseguimento dell’imperium, è posta tra i due momenti forti del processo a Verre e la sfida a Catilina per il consolato, con la scoperta di un complotto ordito da Crasso e dall’ambizioso Cesare (che quando appare nel romanzo non fa mai una gran figura) ai danni dell’oligarchia senatoria: con il successo, così, arriva anche la condanna a legarsi agli interessi di una parte politica. Chiara l’allusione al mondo d’oggi, ma con la convinzione che le logiche del potere sono sempre le stesse in ogni epoca.

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