giovedì 30 dicembre 2010

J.R.R. Tolkien - Il cacciatore di draghi

Forse non molti sanno che Tolkien, scrittore che per tutta al vita cercò di dare vita a una nuova epica che unisse la Bibbia, il Kalevala finnico e l’Edda norrena, era un eccellente narratore di fiabe. Il suo gusto per i personaggi gentili, umoristici ma profondamente seri, unitamente alla capacità di creare poesie e filastrocche estremamente musicali, lo rendevano perfetto per questo compito. Scrisse anche un trattato al riguardo, mentre uno dei suoi romanzi più famosi, Lo Hobbit, contiene moltissimi elementi tipici del genere. Questo bel racconto a titolo Il cacciatore di draghi (titolo originale Giles il contadino di Ham) è stato scritto da Tolkien al termine della faticosa composizione del Signore degli anelli, ma con quest’ultimo non c’entra niente (e men che meno ha qualcosa a che spartire con Il Silmarillion): piuttosto, si tratta di una deliziosa fiaba di ambientazione medievale con il corredo delle fantastiche illustrazioni di Pauline Baynes, in uno stile che ricorda l’arazzo di Bayeux. La storia è ambientata in un mitico Piccolo Regno della Valle del Tamigi in un’epoca vagamente pre-arturiana, senza però un vero criterio di verosimiglianza (i cani parlano con gli esseri umani e il protagonista tira schioppettate da un trombone assolutamente non medioevale ma molto simile a quello usato da Zio Paperone per mettere in fuga la Banda Bassotti), e narra le gesta di un tranquillo e pigro agricoltore, il Giles del titolo, abitudinario e un po’ fanfarone, il quale si ritrova, suo malgrado, a mettere in fuga un gigante che si è avventurato sulle sue terre. L’eco della sua impresa, come nella favola Sette in un colpo, giunge fino alle orecchie del re, che gli dona una sua vecchia spada magica Caudimordax o Mordicoda, l’unica in grado di combattere e vincere i draghi (per essere precisi, come tutte le spade magiche ha una volontà propria e trasforma in eroe chiunque la imbracci). Quando l’affamato drago Chrysophylax (meschino, avido e mentitore come Smaug dello Hobbit) si spinge fino al regno, al povero Giles (che può contare solo sul suo fido cane Garm e la sua giumenta grigia) viene richiesto di mostrare il coraggio alla testa di una spedizione di cavalieri del re alla ricerca non solo del drago ma soprattutto delle sue favolose ricchezze. Tolkien dà prova della sua passione filologica divertendosi a far stridere latino (spesso maccheronico) e volgare, ma soprattutto decostruisce e ribaltare le convenzioni delle storie sui draghi e sui cavalieri: i nobili sono dei fantocci interessati solo all’etichetta, il re è avido quanto il drago a cui cerca di strappare il tesoro, Giles è l’eroe che diventa tale solo man mano che la storia procede, mentre il suo status è accresciuto nel villaggio dall’opera del pievano. Si legge d’un fiato.

martedì 28 dicembre 2010

Roald Dahl – La fabbrica di cioccolato

Faccio fatica a parlare di questo libro in maniera obiettiva in quanto si tratta di un regalo e di una vecchia edizione degli Istrici Salani particolarmente affascinante grazie alle illustrazioni originali di Joseph Schindelman, ma sono davvero felice perché non solo si è rivelato perfetto dato il contesto natalizio nel quale ho compiuto la lettura, ma è soprattutto venuto a colmare una mia grave e colpevole lacuna: infatti, con mio grande biasimo, non avevo mai letto un libro di Road Dahl prima d’ora. Certo, avevo visto i due film (e la formidabile parodia di Futurama) che da quest’opera sono stati tratti, ma non poteva di certo dirsi la stessa cosa. L’espediente narrativo adottato dall’autore è tanto semplice quanto geniale: il mitico Willy Wonka (uno che ha costruito per un principe indiano un palazzo fatto interamente di cioccolato), favoloso proprietario di una prodigiosa fabbrica di cioccolato nella quale si è rintanato da anni, bandisce un concorso secondo il quale chi troverà uno dei cinque biglietti d’oro dentro le confezioni di cioccolato prodotto dalla sua azienda potranno visitare la misteriosa fabbrica e ricevere una provvista di dolciumi bastante per il resto della loro vita. Vincono la prova il grasso ghiottone Augustus Gloop, la viziatissima Veruca Salt, la detentrice del record di mesticatrice di gomme Violetta Beauregarde, il teledipendente Mike Tivù e il povero e affamato Charlie Bucket, che vive con i due genitori e i quattro nonni e ogni giorno mangia cavolo a pranzo e a cena (ricevendo una tavoletta di cioccolato in regalo soltanto per il suo compleanno). Tra caramelle giganti, alberi di zucchero e fiumi di cioccolato, i piccoli e antipatici bambini devono vedersela con la lucida follia del loro ospite, in un viaggio sempre più simile a un inconsapevole gioco al massacro ordito dalla figura inquietante di Willy Wonka, perennemente circondati dal suo esercito di Umpa-Lumpa canterini. Solo Charlie, accompagnato dal Nonno Joe, obbedisce alle regole imposte dal padrone di casa e dimostra di essere leale, scampando le tremende punizioni in cui incorrono meritatamente gli altri e venendo nominato erede di Willy Wonka, mentre i terribili Umpa-Lumpa, come una sorta di coro tragico greco, sottolineano con delle deliranti ma moraleggianti canzoncine la stupidità di bambini e genitori (veri colpevoli di un’educazione sbagliata). Un racconto fantastico pieno di magia, umorismo nero e intelligenza che riesce a insegnare qualcosa utilizzando la stessa logica incoerente dei bambini: Willy Wonka altri non è che un bambino troppo cresciuto, che dei bambini ha il modo entusiasta di affrontare le cose impossibili e di rispondere agli adulti stolidi e perbenisti. È difficile restare insensibili allo scenario descritto della montagna di cioccolato fondente piena di Umpa-Lumpa «legati in cordata per motivi di sicurezza» o alla scritta sull’ascensore in corrispondenza del piano 7  «GIUGGIOLE ALLA MENTA DA REGALARE AL BAMBINO DEI VICINI. GLI FARANNO VENIRE I DENTI VERDI PER UNA SETTIMANA». Indimenticabili poi i quattro nonni che vivono stesi su unico grande letto.

lunedì 27 dicembre 2010

J.K. Rowling - Harry Potter e il Principe Mezzosangue

A più di due anni di distanza, posso dire di non serbare un grande ricordo di Harry Potter e l’Ordine della Fenice: invece che darmi la spinta decisiva nella lettura, il quinto capitolo della saga mi ha bloccato per un lungo periodo e di certo non hanno aiutato le dichiarazioni di pessimo gusto della Rowling quali la rivelazione dell’omosessualità di Albus Silente, assolutamente ininfluente e del tutto gratuita (e utile ad accaparrarsi i favori della critica liberal). Fortunatamente, nonostante le solite ragguardevoli dimensioni, questo sesto volume si è rivelato senz’altro più adatto nel creare l’attesa per il gran finale e per questo si presenta come l’episodio più “di passaggio” dell’intero canone potteriano, funzionando come  viatico per lo scontro decisivo tra il maghetto più famoso del mondo e l’Oscuro Signore Voldemort (che per fortuna questa volta non compare mai). Ora, dopo sei anni di attesa, il sempre più oscuro e ambiguo Severus Piton riceve finalmente la cattedra di insegnamento di Difesa dalle Arti Oscure. Nel laboratorio dell’insegnante di pozioni, il vanitoso Horace Lumacorno, Harry Potter scopre un manuale appartenuto al misterioso Principe Mezzosangue, da cui trae ogni soluzione durante il corso e impara misteriosi incantesimi di magia nera. Non solo: come premio per i suoi meriti, Harry riceve in dono una pozione di Felix Felicis, una pozione che garantisce dodici ore di fortuna a chi la beve. In continuità col capitolo precedente, i nostri giovani eroi sono in piena tempesta ormonale: dopo i primi castissimi bacetti a Cho Chang del precedente capitolo, Harry si innamora di Ginny Weasley, sorella di Ron, mentre quest’ultimo si prende una serie di cotte davanti a una gelosissima Hermione. Tutto l’universo magico è però in subbuglio: Lord Voldemort si è finalmente rivelato, e con lui si sono fatti avanti i Mangiamorte, i suoi fedeli quanto crudeli servitori pronti a seminare il terrore nel mondo dei maghi e in quello dei babbani (il libro comincia con il crollo di un ponte in Inghilterra e il conseguente incontro tra il Primo Ministro inglese e il Ministro della Magia) e a preparare la vendetta del loro signore, impegnato a spezzare il sodalizio tra Harry Potter, il prescelto, e Albus Silente, il suo antico e potente mentore: Silente ha bisogno dell’aiuto di Harry, prima per convincere Lumacorno a riprendere la cattedra di pozioni a Hogwarts, quindi per recuperare un suo ricordo cancellato  in grado di svelare la nascita di Voldemort. Il libro è infatti pieno di rimandi a fatti antecedenti a quelli in corso, tutti incentrati sulla vita di Tom Riddle (Voldemort da bambino e da ragazzo), figlio anch’egli di un babbano e di una strega e studente di Hogwarts: è Silente a mostrarli a Harry attraverso i suoi ricordi, ma solo il ricordo perduto di Lumacorno svela l’esistenza degli Horcrux, sei oggetti (più uno, il suo corpo) in cui Voldemort ha frammentato la propria anima malvagia, per raggiungere l’immortalità. Per recuperare uno di questi oggetti Harry e Silente si spingono quindi fino a una caverna popolata dagli Inferi, corpi defunti stregati dai Mangiamorte, per poi cadere nella trappola messa in atto da Draco Malfoy, ormai passato definitivamente alle schiere del male: è però Piton, il quale ha giurato di proteggere il ragazzo a sua madre Narcissa e alla sorella di questa Bellatrix Lestrange, a uccidere Silente e a gettare l’intera Hogwarts nel lutto. Alla fine, Harry non solo prende coscienza di essere il predestinato, la persona che deve farsi carico dello scontro con il male, ma, vista la lunga scia di sangue che lo segue, giunge anche alla conclusione che questo cammino comporterà necessariamente la solitudine, per preservare quelli che gli vogliono bene. La Rowling cerca di affrancarsi definitivamente dalla semplice storia per bambini e dai meccanismi della serialità (nonostante le immancabili partite del torneo di Quidditch) e, se da una parte continua a puntare sull’educazione (questa volta Harry fa credere a Ron di avergli somministrato la Felix Felicis per convincerlo di essere invincibile come portiere di Quidditch e dimostrargli di avere fiducia nelle proprie capacità), dall’altro affronta argomenti “seri” e mette in bocca a Silente discorsi libertari (con il suo comportamento, spiega il saggio preside, il tiranno già contribuisce a creare coloro che gli resisteranno e lo faranno cadere, come Voldemort ha fatto con Harry) e di filosofia socio-politica (il Signore Oscuro è legato a Hogwarts per controllare l’istruzione e creare legioni di nuovi adepti). Grande è il messaggio a favore della tolleranza: il nonno di Voldemort, da buon Serpeverde, è un oltranzista nemico dei babbani (nonostante la figlia si sia innamorata di uno di loro), mentre il sedicente titolo di “Principe Mezzosangue” si rivela essere riferito nientemeno che a Piton, nato da un babbano e da una strega, proprio come Voldemort, a dispetto di ogni discorso sulla purezza del sangue magico. Questa volta Hagrid piange la morte dell’enorme ragno Aragog (apparso nel secondo capitolo, Harry Potter e la camera dei segreti), celebrando il funerale in compagnia del professor Lumacorno che in realtà è interessato al prezioso veleno che si può ricavare dal suo corpo.

martedì 7 dicembre 2010

Umberto Eco - Il cimitero di Praga

Ogni volta che esce un nuovo romanzo di Umberto Eco mi diverto a leggere le ragioni addotte dai vari giornali per spiegare perché l’ultima fatica del grande semiologo è migliore del Nome della Rosa, sperando di scovare le ragioni di un credito così incondizionato (quando in realtà ci si sarebbe dovuti accorgere che il nostro è in fase calante già da molto tempo). Ovviamente, fare meglio del Nome della Rosa è impossibile e, allo stato delle cose, lo è anche cercare di avvicinarcisi (nonostante la sontuosa veste editoriale del prodotto, con molte stampe provenienti dalla collezione privata dell’autore). Come giù nel Pendolo di Foucault, Eco affronta la costruzione del falso attraverso il verosimile e il subdolo, insieme alla necessità di costruire un nemico per costruirsi un’identità che in realtà non si ha: questa volta racconta la storia di un falsario (e pluriomicida), Simone Simonini, vissuto tra il 1830 e il 1897 e unico personaggio inventato del romanzo (mentre tutti gli altri sono storicamente accertati), che è responsabile di molti falsi storici. Educato al mestiere di falsario da un notaio che gli spiega «io non produco dei falsi, bensì nuove copie di un documento autentico che è andato perduto o che, per banale accidente, non è stato mai prodotto, ma che avrebbe potuto e dovuto esserlo», il bigotto e misogino Simonini collabora con la polizia come informatore contro i giovani carbonari piemontesi, quindi come spia del governo nel Regno delle Due Sicilie occupato da Garibaldi per trovare (e fabbricare) documenti che provino la cattiva amministrazione di quelle terre da parte dell’entourage repubblicano dell’Eroe dei Due Mondi, in modo da giustificare un intervento piemontesi; purtroppo il rapporto da lui prodotto, teso a screditare Garibaldi e i soldati garibaldini, gli ebrei e soprattutto i massoni inglesi finanziatori dell’intera operazione, irrita il governo piemontese. Quando poi, per far scomparire dei documenti compromettenti sui finanziamenti dell’impresa, fa saltare in aria il bastimento sul quale viaggia Ippolito Nievo, il governo piemontese lo allontana definitivamente con destinazione Parigi, dove Simonini sopravvive come creatore di falsi testamenti e rivenditore di ostie consacrate, aiuta la polizia a eliminare un circolo di dinamitardi anarcoidi e antinapoleonici (creando il complotto per poi denunciarlo) e vive il periodo della Comune. Tra le altre cose, grazie a un abile gioco tra vari servizi segreti, produce i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, un complotto ordito nella fantasia del suo autore in rituali appuntamenti nel cimitero di Praga (da cui il titolo del romanzo) durante i quali i rabbini decidono come organizzare il mondo; infine, partecipa direttamente all’affare Dreyfus (ufficiale ebreo alsaziano in servizio presso lo stato maggiore e arrestato per spionaggio in seguito al rinvenimento di una lettera anonima diretta all’addetto militare tedesco a Parigi e quindi condannato alla deportazione a vita nell’Isola del Diavolo) e come dinamitardo in una serie di attentati alla metropolitana, finendo per vantarsi di essere stato quasi un anticipatore del nazismo («prendi delle brigate per addestrare e indottrinare, e ogni persona col naso adunco e i capelli ricci che incontri, al muro»). Quello di Simonini (che si chiama così in memoria di San Simonino, «un bimbo martire che nel lontano Quattrocento, in quel di Trento, fu rapito dagli ebrei che lo hanno ucciso e poi fatto a pezzi, sempre per usarne il sangue nei loro riti») è un antisemitismo ideologico, dal momento che egli di ebreo non ne ha mai conosciuto uno di persona (anzi, quando incontra Sigmund Freud, ammette che non lo l’avrebbe mai detto se non l’avesse saputo): un comportamento frutto di un’educazione retriva (lo spaventoso ebreo Mordechai dei racconti di suo nonno) e di un pensiero cattolico che ha ormai abbracciato la teoria del complotto per spiegare la deriva moderna e ha unito l’antisemitismo con le idee della Rivoluzione Francese (cioè gli ebrei diventano i capri espiatori principali di una congiura giacobina che vede complottare insieme templari, framassoni e Illuminati di Baviera). Sono i cattolici a uscirci un po’ con le ossa rotte dal romanzo: non è un caso che, tra le “imprese” di Simonini, oltre ai rapporti con l’abate satanista Boullan, ci sia la creazione a tavolino del caso di Léo Taxil, massone e anticlericale fintamente convertito al cristianesimo, difensore oltranzista dell’ultracattolicità e inventore di una finta sacerdotessa pentita della massoneria, Diana Vaughan (in realtà una squilibrata americana), le cui confessioni, che descrivevano riti satanici praticati dai massoni, del tutto inventate da Taxil stesso, vennero pubblicate a puntate, riscuotendo un grandissimo successo (senza che nessuno vedesse mai sul serio Diana Vaughan) anche presso le gerarchie ecclesiastiche tanto che Taxil fu ricevuto in udienza pubblica da Leone XIII (in seguito Taxil ammise candidamente tutto facendosi beffe della credulità dei cattolici). Lungi da me l’intenzione di buttarla sul piano dei valori espressi (certo che leggere il modo in cui Teresa di Lisieux, una delle maggiori sante della Chiesa cattolica, viene sbeffeggiata per come scrisse che Diana Vaughan era la Giovanna d’Arco dei tempi moderni, fa male, così come la dichiarazione dello psichiatra Du Murier secondo il quale «una mistica è un’isterica che ha incontrato il suo confessore prima del suo medico»): Eco rivendica la bontà del suo modus operandi, basato sull’accostamento di idee contraddittorie che da sole dovrebbero far emergere l’assurdità dell’antisemitismo e in genere del complottiamo come unica spiegazione per i mali del mondo e della società. Vorrei però osservare che lo scrittore ha altresì molto elegantemente affermato, in una presentazione del libro su Corriere TV, che le sue tesi sono talmente contraddittorie che “ci voleva proprio un coglione per prenderle sul serio”, con allusione nemmeno troppo nascosta alla povera Lucetta Scaraffia, rea di aver trovato “ambiguo” il romanzo sulle colonne de "L’Osservatore Romano" (che, sempre per il democraticissimo e sghignazzante Eco, “è meglio stesse zitto rispetto a quanto scritto nei secoli scorsi”). Scaraffia che, da parte sua, ha semplicemente rivolto delle critiche legittime, giudicandolo “noioso, farraginoso, di difficilissima lettura. […] Del feuilleton non ha la trama avvincente, i personaggi appassionanti, l’intreccio abile da cui non ci si riesce a staccare”. Parole sante. Di tutte le varie apparizioni pubbliche e comparsate televisive di Eco per la promozione del libro, a destare qualche perplessità è la totale assenza di ragionamenti sulla validità letteraria del romanzo: nonostante la presenza di numerosi storici, tutti impegnatissimi a dimostrare la pericolosità dell’antisemitismo e la bravura di Eco nell’affrontare l’origine di un tema funesto come quello dei Protocolli (per non parlare dell’abbinamento del tema del Risorgimento proprio in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia), temo ci si sia dimenticati di presentare l’opera per quello che è, un’opera di narrativa. Che, in quanto tale, non funziona troppo bene, zavorrata da una costruzione tronfia e senza guizzi: della genialità della costruzione di un romanzo come Il nome della rosa, grondante erudizione ma vincente in quanto leggibile a più livelli, qui non v’è traccia. Tanto più che, trattandosi di un romanzo a tesi, è impossibile ogni meccanismo di identificazione con qualsiasi personaggio che non sia Simonini (costruito per essere odiato). La stessa tematica psicologica del doppio (l’intero romanzo è strutturato come una sorta di finto diario tenuto da due parti di una personalità schizoide, Simonini stesso e l’abate Dalla Piccola) è stiracchiata e banalizzata. Peccato, perché un’idea geniale c’è, e precisamente quella che, per avere successo, in qualsiasi epoca, tutti i dossier spionistici devono contenere materiale già conosciuto, tanto che Simonini parte dai romanzi d’appendice di Dumas e Eugène Sue e da alcuni cliché esistenti nella società («la gente divora vicende di terra e di mare o storie criminali per semplice diletto, poi dimentica facilmente quel che ha appreso e, quando le si racconta come vero qualcosa che ha letto in un romanzo, avverte solo vagamente che ne aveva già sentito parlare, e trova conferma dalle sue credenze»). Irritante, infine, l’insistenza sulla cucina e sulla sua esaltazione in tutte le sue forme: come a dire che, di fronte al relativismo imperante, l’unica cosa che conta è la pancia?