sabato 31 dicembre 2011

Neil Gaiman - Sandman. Il signore dei sogni

Personaggio di una celebre e titolata serie a fumetti scritta da Neil Gaiman per la leggendaria DC Comics nella prima metà degli anni Novanta per 75 numeri complessivi (e ora 10 volumi di graphic novel) e dedicata al signore dei sogni, Sandman è un fenomeno di culto che si è avvalso del contributo di diversi disegnatori ed è stato capace di vendere oltre 12 milioni di copie in tutto il mondo, nonostante inizialmente fosse stato programmata come miniserie. È meglio precisare che questa in mia possesso è l’edizione uscita con I classici del fumetto di Repubblica, quindi una selezione antologica contenente gli episodi de Le Terre del Sogno e de La stagione delle nebbie, buon punto di partenza per chi intende addentrarsi nel complicato mondo dei fumetti senza averne grande dimestichezza (in questo caso le pagine sono a colori, non in bianco e nero come nelle edizioni Oscar Mondadori). Le Terre del Sogno è la più classica delle raccolte di quattro storie brevi, nelle quali Sogno ha un ruolo defilato, a volte di anfitrione, a volte di burattinaio che manovra dietro le quinte. Un personaggio strano e ambiguo, che fisicamente sembra il cantante del gruppo rock dei Cure e dall’abbigliamento dark, così potente che non ha neppure la necessità di apparire per far sentire la propria presenza, che scompare per introdurre un’altra storia, poi tornare e scomparire di nuovo, trasportandoci in un altrove di sogno ogni volta diverso, in situazioni che non hanno bisogno della realtà per essere vere, tra mito e realtà, tra passato e presente, tra mondo dei vivi e mondo dei morti. La prima storia ha come protagonista la musa Calliope che è tenuta prigioniera da uno scrittore per essere la sua fonte d’ispirazione personale, facendolo così diventare ricco e famoso. La seconda storia ha per protagonisti i gatti e i loro sogni riguardanti un mondo liberato degli esseri umani e della loro crudeltà. La terza storia, un assoluto colpo di genio, racconta della messa in scena della commedia Sogno di una notte di mezza estate da parte dello stesso Shakespeare per Sogno e i suoi insoliti ospiti, un pubblico composto dal vero popolo fantastico con tanto di Oberon e Titania, in un gioco di scatole cinesi che mescola teatro, scrittura, fumetto e immaginazione del lettore («Le cose – spiega il signore dei sogni – non devono essere avvenute realmente per essere vere. Le storie e i sogni sono verità rivestite d’ombra che sopravviveranno quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio»). L’ultima vicenda, molto particolare, ha come protagonista una donna i cui superpoteri metamorfici rappresentano la propria dannazione e per i quali non riesce a togliersi la vita come vorrebbe. Ne La stagione delle nebbie, invece, dopo un confronto con gli altri bizzarri membri della sua famiglia (primo tra tutti Destino, vero orchestratore della vicenda, seguito da Distruzione, Morte e Desiderio), Sogno è protagonista di una spaventosa discesa all’inferno per salvare Nada, una donna con cui ha vissuto una storia d’amore e che egli ha condannato da diecimila anni a essere relegata alla dannazione eterna. Giunto lì, scopre che l’inferno è vuoto, sia dei demoni sia delle anime dannate, e che Lucifero è stanco di essere il diavolo per dedicarsi a una vita da privato cittadino, consegnando a Sogno le chiavi dell’inferno e di conseguenza la sua proprietà. Naturalmente, tutti gli altri dei delle più svariate mitologie si dimostrano subito molto interessati a reclamare l’inferno (definito «il più ambito tra i beni immobili metafisici») e così Sogno decide di invitare nel suo reame tutti i possibili candidati, trovandosi a doversi districare in una ragnatela di minacce, promesse e menzogne da parte di un gran numero di divinità: i vichinghi Odino, Thor e Loki, gli egizi Anubi e Bast, il giapponese Susano-o-no-Mikoto, il demone Azazel, Kilkderkin in rappresentanza del principio dell’Ordine, Tremula della Brigata dei Matti in rappresentanza del principio del Caos, oltre ai due angeli Remiel e Duma inviati dal Creatore. La vicenda (che ha una sorta di intermezzo con la storia di Charles Rowland, un ragazzo il cui destino è sospeso tra la vita e la morte) è veramente pirotecnica e dimostra tutto il genio di Gaiman, tra suggestioni filosofiche e letterarie di varia natura (Dante e Milton, quest’ultimo citato anche da Lucifero), con un occhio di riguardo per la dissacrazione e l’umorismo proprio come in American Gods (il dio Thor che, ubriaco, importuna la dea Bast e le dice: «Vuoi giocare col mio martello, micetta? Si chiama Mjolnir, se lo strofini si ingrossa!»). è però bellissimo il laboratorio dell’aiutante di Sogno che custodisce una libreria di romanzi mai scritti dai loro autori se non nei loro sogni, in compagnia del corvo parlante Matthew che, oltre al classico «Mai più!» dice di fare come Peter Lorre in un film di Corman. Sicuramente, però, rischio di fare un torto a quella che appare come un’opera eccezionale, che per essere apprezzata fino in fondo andrebbe letta nella sua interezza.

giovedì 29 dicembre 2011

George R.R. Martin - Il grande inverno

«Quando si gioca al gioco del trono, o si vince o si muore». Questa è la frase emblema (pronunciata dalla perfida e degenerata regina Cersei Lannister) del secondo volume del primo capitolo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin, saga tornata prepotentemente sotto i riflettori grazie alla recente serie televisiva Game of Thrones (che ha dimostrato quanto un’operazione televisiva ben fatta può fungere da volano per la letteratura). Il grande inverno (titolo totalmente inventato dalla Mondadori, che per oscure ragioni di politica editoriale ha spezzato tutti i volumi originali in due o più parti) si propone quindi di portare a compimento la narrazione de Il trono di spade, troncato sul più bello esattamente a metà, per la precisione dopo il ferimento del valoroso Eddard Stark e il massacro dei suoi uomini a opera di Jaime Lannister, mentre la moglie Catelyn ha consegnato alla sua folle sorella il terzo fratello Lannister, il folletto Tyrion. Insomma, se nessuno ha letto il primo volume, è del tutto inutile che cominci a leggere questo. Le caratteristiche, ovviamente, sono le medesime: una saga fantasy che di fantasy ha poco o nulla se non l’ambientazione medievaleggiante (eccezion fatta per il finale con l’evocazione dei draghi e un bizzarro sistema di circolazione delle informazioni, affidato a dei corvi viaggiatori che vanno e vengono in ogni parte del reame), pochissima azione ma molti intrighi (ma questa volta il sangue inizia a scorrere), assenza di un protagonista principale ma una moltitudine di personaggi ottimamente caratterizzati, la totale assenza di distinzione tra buoni e cattivi, con i ruoli che si invertono continuamente (l’eroe si tramuta il giorno dopo in traditore e viceversa). Per di più, la stessa narrazione dal punto di vista di otto personaggi (uno per ogni capitolo) non fa che aumentare il senso di frammentazione e moltiplicare i punti di vista, con un notevole scavo psicologico. Forse un solo personaggio si distacca dal quadro di fondo: Eddard Stark, detto Ned, il tipico cavaliere onorevole e coraggioso, che non scende a compromessi e per questo condannato da subito a soccombere nella guerra per il trono, nella quale tutti cercano di ottenere il potere con qualsiasi mezzo («Ti porti addosso l’onore come se fosse un’armatura, Stark» spiega il subdolo Ditocorto. «Tu credi che ti tenga al sicuro, ma tutto quello che fa è pesarti sulla schiena e impacciarti i movimenti»). È la sua triste vicenda ad avviarsi verso l’inevitabile conclusione, dopo che il suo amico re Robert muore a caccia (incidente o macchinazione?) e il regno passa nella mani dell’odioso minorenne Joffrey e di sua madre Cersei, con una tale esasperazione dei rapporti politici che alla fine il regno si ritrova con tutti i feudatari in guerra contro il clan Lannister (mentre il figlio di Ned, Robb, si afferma come nuovo lord di Grande Inverno, temuto e rispettato). Al contempo, come nell’altro volume, assistiamo alla storia di Daenerys Targaryen, passata da inerme ragazzina a khaleesi del popolo dei Dothraki (guerrieri nomadi della steppa che vivono in una terra al di là del mare e si distinguono per la loro efferatezza, di saccheggio in saccheggio), ora tra l’altro liberata dell’invasato fratello Viserys e resasi conto di essere la vera discendente del drago. Per il resto, Martin conosce bene le regole della serialità e frustra qualsivoglia speranza di conclusione, anche parziale, quindi per sapere come evolveranno le cose si dovrà per forza andare avanti con gli altri volumi e non ci viene detto nulla sui minacciosi Estranei che vivono al di là della Barriera nelle terre del selvaggio Nord (ma l’azione si focalizza unicamente sul difficile apprendistato del figlio bastardo di Ned Stark, Jon, ora diventato Guardiano della Notte). Al prossimo capitolo…

giovedì 15 dicembre 2011

Mike Mignola - Hellboy. Un demone contro l'inferno

Non ho mai nascosto la mia assoluta venerazione per i due film di Guillermo Del Toro dedicati all’eroe di Mike Mignola, Hellboy, pubblicato in Italia da Dark Horse Comics ma in questo caso proposto in quest’edizione antologica Oscar Mondadori, che ricalca un po’ quel che è già successo con Sin City di Frank Miller (film in uscita, Oscar Mondadori antologico pronto in libreria). Certo, il volume in questione è un’operazione svolta con tutte le accortezze del caso, presentandosi come un prodotto decorosissimo, corredato addirittura di un’introduzione a firma nientemeno che di Alan Moore; purtroppo, però, la scelta del bianco e nero al posto dei normali colori delle tavole originarie non permette di godere appieno dell’opera di Mignola, riducendo tutto a un monocromatismo piuttosto ostico che, se non altro, fa particolarmente apprezzare i contrasti… Quanto ai contenuti, è presto detto: in un antefatto situato verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, il malefico e redivivo Rasputin (sopravvissuto alla morte a Palazzo Yusupov di San Pietroburgo) cerca, con l’aiuto di Hitler, di provocare l’apocalisse sulla Terra (progetto Ragna Rok) evocando un mostriciattolo cornuto, chiamato Hellboy, che, allevato come un figlio dal professor Bruttenholm, esperto statunitense in fenomeni paranormali, si è trasformato cinquant’anni dopo in un invincibile combattente per il bene alto due metri, di colore rosso, con le corna (limate), la coda e un braccio destro stranamente ipersviluppato. Nel primo racconto, Il seme della distruzione, insieme all’intelligente anfibio telepatico Abe Sapien e alla pirotecnica Liz Sherman, Hellboy forma il Bureau for Paranormal Research and Defence, prima linea di difesa contro mostri e creature dell’abisso tra cui, ovviamente, Rasputin, i suoi uomini batrace e il demone polipesco Sadu-Hem, con un confronto che ha luogo su un’antica casa sul lago che sembra la Casa Usher di Edgar Allan Poe. Ne Il risveglio del demone, la squadra si reca in Romania per affrontare nuovi mostri quali il vampiro Vladimir Giurescu e la terribile Ilsa Haupstein (entrambi al servizio del Terzo Reich durante il progetto Ragna Rok), in una folle girandola che miscela idee a non finire e rende letteralmente impossibile cercare di stare dietro all’inventiva dell’autore: laboratori di scienziati folli, l’Homunculus alchemico, vampiri agghindati da graduati cosacchi, le arpie e la strega Baba Yaga, divinità dell’oltretomba (Ecate, madre di Giurescu) e strumenti di tortura tipo la Vergine di Norimberga della contessa Bathory. A dispetto dell’aspetto minaccioso e delle risposte da duro («Me lo merito, per essermi intenerito per il tuo vecchio culo grinzoso», oppure «Sei spavaldo per uno che non ha neanche le braghe»), Hellboy è un mostro buono cresciuto tra gli umani che, combattendo per professione contro mostri cattivi, si scopre sempre più umano («Magari hai detto la verità – dice a Rasputin prendendolo a schiaffoni – magari sei stato tu a portarmi sulla Terra. Ma non te l’ho chiesto io. E non ti devo nessun favore!»). Questo permette a Mignola di unire la tematica dei supereroi con un approccio più umano (facilitato in questo da una narrazione piena di dialoghi secchi, divertenti e spiazzanti, volti ad alleggerire la tensione e a strappare una risata al lettore), ma brilla soprattutto per la (spesso spiritosa) galleria di mostri buoni o demoniaci e l’umorismo grottesco con cui svela la sua impudente miscela di storia, mitologia, teologia e occultismo, ricchissima di citazioni, riferimenti e omaggi a Lovecraft, i B-movie e ai classici del fumetto anni Cinquanta. Il resto del volume è occupato da una serie di brevi storielle di varia (ma sempre sinistra) ambientazione, dislocate nello spazio e nel tempo, anticipate da brevi ma significative spiegazioni dello stesso Mignola. Nell’irlandese Il cadavere Hellboy cerca di dare sepoltura a un cadavere per conto del “piccolo popolo” di leprecauni e fate e per recuperare un bambino rapito; in Scarpe di ferro investiga su un castello abbandonato della Scozia e abitato da un goblin cannibale, che indossa per l’appunto scarpe di ferro e scaglia lance verso di lui. Baba Yaga si rifà ancora al personaggio del folklore russo presente nella storia Il risveglio del demone (dove si accennava al fatto che Hellboy le avesse sparato in un occhio); in Un natale sottoterra il nostro si avventura alla ricerca di una ragazza che in un cimitero ha trovato delle scale che l’hanno portata a un palazzo dove ha trovato il principe invisibile di un reame di morte (spassosa la vignetta in cui Hellboy viene scambiato per Babbo Natale). La bara incatenata si rifà invece a una leggenda inglese che vede la confessione di una strega in punto di morte, di una bara incatenata, di un demone e di un cavallo ricoperto di ganci; I lupi di Saint August è un racconto di lupi mannari legata a una maledizione lanciata da un monaco per cui un gruppo di adoratori pagani si trasformano in lupi. Infine, Quasi un colosso, più lunga delle altre, ispirata a Clark Ashton Smith e debitrice al mito di Frankenstein (che viene addirittura sdoppiato), racconta cosa è successo a Liz Sherman, in stato di coma in seguito alla trasfusione di energia verso l’Homunculus della storia Il risveglio del demone, mentre questi (vero protagonista della storia) si dibatte animato da mille dubbi circa la sua “umanità” e il senso di colpa per aver quasi ucciso la donna, trovando una risposta solo imbattendosi in un esperimento simile a lui (ma mosso però da desideri di vendetta). Un ottimo inizio per chi intende avvicinarsi per la prima volta al mondo di un eroe (e un disegnatore) decisamente atipico.

giovedì 8 dicembre 2011

Howard Phillips Lovecraft - L'orrore di Dunwich

La Dunwich del titolo è un villaggio isolato e decadente del Massachusetts, stato che Lovecraft tanto amava e che ritrae come un luogo torbido ed enigmatico, sotto la cui atmosfera contenuta e tradizionalista si agita un passato di caccia alle streghe, reminiscenze della presenza dei pellerossa e indicibili sospetti di accoppiamento tra consanguinei: la famiglia Whateley ha evocato qualcosa che non si doveva evocare (un diabolico essere dalle sembianze umane, Wilbur, e il suo gemello, mostruoso e invisibile) e ciò che questo potrebbe scatenare mette in pericolo l’esistenza della stessa umanità. Ovviamente, come sempre in Lovecraft, il terrore abbraccia una dimensione cosmica, dove i mostri emergono da un tempo lontanissimo e da gorghi spaziali di profondità incalcolabile (gli episodi di sparizione del bestiame, gli strani lavori all’interno di casa Whateley, gli antichi libri di stregoneria e gli inquietanti e spaventosi rumori che raggiungono l’intera cittadina sono nulla se paragonati al ritrovamento del cadavere di Wilbur Whateley o alla visione del mostruoso essere ciclopico e informe dotato di tentacoli) e dove la lettura delle pagine proibite (il dottor Armitage della Miskatonic University legge un pezzo del Necronomicon) è portatrice di follia e, allo stesso tempo, anche il filtro attraverso cui la pazzia stessa diventa narrazione. In questo caso non c’è il dio Cthulhu, ma semplicemente il figlio di Yog-Sothot, un altro dei Grandi Antichi della mitologia lovecraftiana. Il lieto fine potrebbe far storcere la bocca ai più, ma sarebbe un errore: questo racconto è (come la maggior parte della produzione del “Solitario di Providence”) è un must per tutti gli appassionati di horror cosmico e di fantascienza.

sabato 26 novembre 2011

Pierre-A.-F. Choderlos de Laclos - Le relazioni pericolose

Famosissimo romanzo epistolare che più volte ha ispirato il cinema (ricordo il bellissimo film omonimo di Stephen Frears con uno straordinario John Malkovich e Glenn Close, il deludentissimo Valmont di Milos Forman con un inadatto Colin Firth e Annette Bening, e il terrificante Cruel Intentions, che trasferiva il romanzo nel mondo dei fighetti e annoiati figli di papà), Le relazioni pericolose è l’incredibile e affascinante caso dell’unico testo letterario scritto da un militare di carriera e studioso di balistica (pare abbia inventato la granata), Laclos, che in qualche anno si sarebbe ritrovato a partecipare attivamente alle vicende rivoluzionarie e che avrebbe finito la sua vita, stroncato dalla dissenteria e dalla malaria, a Taranto, come comandante napoleonico. Insomma, un autore non letterato di professione, ma un dilettante poco più che quarantenne capace, alla fine del Settecento, di scrivere un capolavoro immortale capace di resistere agli stili e alle mode del tempo. Protagonisti della vicenda sono il visconte di Valmont e la marchesa di Merteuil, che tessono un intrigo per screditare un ex amante di lei che sta per sposarsi con la giovane Cécile Volanges e far giungere un po’ meno pura la ragazza alle nozze. Valmont, con una carriera di libertino assai gloriosa alle spalle e, ovviamente, la fama di persona assai poco raccomandabile, è però più interessato a sedurre la bella e virtuosa presidentessa di Tourvel, ovviamente già sposata. La Merteuil, invece, gode della massima stima presso tutti e riesce a circuire le proprie vittime, anche in virtù di questa solida reputazione: è lei a guidare a distanza le avventure di Valmont, imponendogli di rispettare il codice libertino e spingendolo a porsi come intermediario tra Cécile e il suo giovane innamorato Danceny. I due libertini pianificano e attuano la loro strategia con cinica freddezza e geometrica razionalità, attraverso il raggiro e senza la minima cura per l’altrui rovina, perseguendo l’autentico possesso (fisico e morale) delle loro vittime, e sembrano allo stesso tempo irridere e invidiare (da navigati uomini di mondo) l'innocenza e la buona fede delle loro vittime. Purtroppo, però, il malefico sodalizio (che ha portato anche a un aborto per la piccola Volanges), si interrompe e si tramuta anzi in una mortale rivalità tra la marchesa e il visconte, quando quest’ultimo commette l’unico errore che può commettere un libertino: si innamora della presidentessa e cade nell’inganno della Merteuil che lo spinge a lasciarlo per semplice rivalità femminile («quando una donna colpisce il cuore di un’altra, raramente manca nel cogliere il punto più sensibile, e la ferita è incurabile»), proprio per l’amore di una donna che rappresenta l’esatto contraltare della marchesa, nel cui animo non c’è posto per la finzione e l’inganno, e che anzi non suppone possibile nemmeno negli altri (innamorata subito del visconte, cerca di tenersene lontano con dolcezza e cautela nei suoi riguardi, in virtù della sua rigida concezione morale e decidendo di non prestare ascolto alle chiacchiere che girano sul conto del libertino). All’epoca il romanzo suscitò scandalo, anche al di là della punizione finale volta a fare giustizia dei cattivi (Valmont ucciso in duello e la Merteuil colpita dal vaiolo e costretta alla fuga dalla Francia), non tanto per la perversione delle scene (qui, a differenza dei romanzi del marchese De Sade, non si dice niente), quanto per questa capacità dei due protagonisti di apparire come dei campioni di virtù all’incontrario, tesi alla realizzazione di una distorta idea di autorealizzazione. Il genere epistolare scelto dall’autore non è fine a se stesso ma si fa strumento funzionale per la realizzazione dell’architettura della trama e la spiegazione dell’intrigo, che si dipana lentamente ma con accuratezza e meticolosità. Per cinque lunghi mesi Valmont e la marchesa non hanno alcun incontro, ma entrambi sono perfettamente informati delle reciproche mosse, di cui restano vittime, volta per volta, gli altri personaggi. Tutto gira intorno a loro, logico quindi che personaggi come Cécile e Danceny siano personaggi la cui psicologia appare più debole e meno complessa, anche se maggiormente preoccupanti in quanto già vittima della corruzione (lei diviene rapidamente amante di Valmont, lui della Merteuil). Non si deve però commettere che l’intero romanzo sia noioso: la parte in cui Valmont soccorre una famiglia di indigenti a cui stanno venendo pignorati i mobili, solo per guadagnare le grazie della presidentessa di Tourvel, e viene salutato come «immagine di Dio», è veramente spassosa.

giovedì 24 novembre 2011

Alan Moore, Dave Gibbons - Watchmen

Pur non essendo esattamente memorabile, l’omonimo film di Zack Snyder ha avuto il grande pregio di ridare lustro all’intricatissima e fluviale graphic novel di Alan Moore (testi) e Dave Gibbons (disegni), considerata una delle opere spartiacque in grado di imporre il fumetto come opera d’arte a sé stante e inserita da Time nell’elenco dei cento migliori romanzi del secolo (per quanto possano contare questo tipo di classifiche). Suddivisa in dodici capitoli (ognuno chiuso da una geniale citazione che ne riassume il senso), in bilico tra realtà e finzione, è basata sull’ucronia (modifica della storia a partire da eventi immaginari) e vede un ipotetico 1985 dove gli Stati Uniti hanno vinto in Vietnam e Nixon è ancora presidente (è stato riletto per la quinta volta), mentre la Guerra Fredda continua. Un decreto ha dichiarato illegale l’attività dei vigilanti mascherati che per un trentennio hanno lottato contro il crimine (siamo arrivati ormai alla seconda generazione), obbligandoli a rinunciare all’anonimato. Quando Edward Black alias il Comico viene ucciso (sulla scena del delitto rimane lo smiley macchiato di sangue), il suo violento ex collega e fuorilegge Rorschach, sociopatico e squilibrato nella sua fenomenale lucidità, che porta una maschera cangiante con le macchie del famoso test psicologico (divertente quando lui stesso viene sottoposto al vero test), scopre che la sua morte è il primo tassello di un enorme complotto finalizzato all’eliminazione di tutti gli eroi rimasti: Jon Osterman alias Dr. Manhattan, uno scienziato atomico diventato un superessere deumanizzato e immortale grazie al quale gli Stati Uniti hanno vinto in Vietnam; la compagna di Osterman, Laurie Juspeczyk alias Spettro di Seta; David Dreiberg alias Gufo Notturno; l’industriale Adrian Veidt alias Ozymandias, l’uomo più intelligente del mondo, fissato con Alessandro Magno e i faraoni (da lì, e da una poesia di Percy Bysshe Shelley, viene il suo nome d’arte). Mentre la situazione precipita, i russi invadono l’Afghanistan e Nixon valuta l’idea di scatenare una guerra nucleare, mentre il Dr. Manhattan si trasferisce su Marte ed è sempre più indifferente alla causa degli umani. Inutile fare considerazioni snobistiche sull’inferiorità del fumetto: i molteplici andirivieni narrativi tra passato e presente (numerosissimi sono i flashback ai quali è affidata la spiegazione della storia dei protagonisti), tra vecchi vigilantes senza scrupoli (pieni di ricordi maledetti) e la loro più timida discendenza, la molteplicità dei punti di vista, il ritmo e la complessità del dialogo necessitano di un alto livello di attenzione come molta della migliore narrativa. Piena di sottintesi politici (l’utopia della pace, la necessità di una violenza “istituzionale”) ma allo stesso tempo difficile da interpretare secondo i tradizionali schemi destra/sinistra tanto cari dalle nostre parti, e caratterizzata da una visione cupa e angosciosa del mondo, dove l’equilibrio del terrore diventa metafisico (emblematico è, in tal senso, l’orologio dell’apocalisse che segna quattro minuti a mezzanotte), l’opera decostruisce genialmente gli archetipi e la mitologia dei supereroi in costume (anzi, vestiti con ridicole tutine colorate e, in questo caso, privi di poteri, fatta eccezione per il Dr. Manhattan) e riflette sulla dicotomia alla base di ogni giustiziere mascherato dalla doppia identità, dilaniato da sindromi e complessi, talora addirittura cinico e odioso (un caso per tutti, il Comico, che è però forse l'unico a esprimere i suoi reali sentimenti e la sua vera natura). Molteplici sono i riferimenti metanarrativi: oltre alla voce off di Rorschach che ci accompagna in puro stile hard boiled school, Moore e Gibbons infilano dentro alla narrazione un altro fumetto, I racconti del Vascello Nero, letto da un giovane che sta sempre seduto al fianco di un’edicola, il cui proprietario discute degli ultimi titoli dei giornali coi propri clienti (nell’edicola ovviamente passa il mondo, con i piccoli e grandi drammi della vita quotidiana): vera e propria storia nella storia (non a caso un naufragio) che funge da commento, metafora e contraltare della vicenda principale. Alla fin fine, un capolavoro.

domenica 20 novembre 2011

Madeleine Wickham (Sophie Kinsella) - La signora dei funerali

C’è stato un periodo in cui Sophie Kinsella non era Sophie Kinsella, ma semplicemente Madeleine Wickham. Proprio La signora dei funerali è uno dei romanzi scritti dall’autrice con il suo vero nome più di dieci anni fa, prima diventare famosa in tutto il mondo con la serie di I love shopping e devo dire che, a dispetto delle numerose critiche negative, non è quella delusione che tutti dipingono. La trama ricorda molto da vicino quella del film Heartbreakers – Vizio di famiglia con Sigourney Weaver e Jennifer Love Hewitt: la protagonista in questo caso è Fleur Daxeny, bella e affascinante ma soprattutto manipolatrice e priva di scrupoli che, fornita di uno straordinario guardaroba di eleganti abiti neri, consulta i necrologi sul Times e si imbuca a funerali e commemorazioni puntando a conquistare ricchi vedovi inconsolabili. Dopo averli sedotti, e soprattutto aver messo mano alle loro carte di credito, scompare senza lasciare traccia fino all’incontro con una nuova, ignara vittima. Tutto questo con la figlia adolescente Zara al seguito, molto più matura dei suoi tredici anni e riluttante di fronte al comportamento della madre in quanto desiderosa di stabilità. Un bel giorno, però, Fleur si imbatte nel noioso Richard Favour alla commemorazione dell’amata moglie Emily, e ovviamente anche lui si lascia conquistare dalla bellezza e dal fascino della nuova conoscenza: in breve, Fleur si trasferisce nella villa di Richard nel Surrey , dove entra in contatto con la sua famiglia: la servizievole cognata Gillian, che ha sacrificato la sua vita per amore della sorella Emily, che si è dimostrata con lei ingrata e gelida; la complessata figlia Philippa, sposata con l’egoista e violento Lambert (che, pieno di debiti, spera di mettere le mani sull’eredità della moglie); l’altro figlio più piccolo, Richard, condannato ad un’insicurezza cronica da una madre quasi crudele. Dal punto di vista stilistico, il romanzo non ha il tono frizzante e ironico degli altri romanzi della Kinsella (per capirci, è privo del tradizionale trademark Kinsella), ma i personaggi sono ben delineati e l’intreccio è ben sviluppato: i colpi di scena non mancano, soprattutto nel finale, senza perdere però in pacatezza ed eleganza. Ovviamente, la trama ruota intorno alla domanda “riuscirà Fleur ad appendere gli abiti neri al chiodo e a stabilizzarsi nella nuova famiglia?”, ma c’è qualcosa in più: l’arrivo di Feur, personaggio anticonvenzionale e incurante delle regole, agisce come una scheggia impazzita nella vita della famiglia Favour, tipica esponente dell’ingessata alta società inglese, oggetto di satira nelle sue idiosincrasie (non è un caso che tutti i membri della famiglia giochino a golf e frequentino la vicina club house). Ecco quindi che frizioni e rancori sopiti vengono portati alla luce: Lambert emerge per il soggetto privo di scrupoli quale lui è; Richard comincia ad accorgersi di volersi dedicare ad altre cose e a rendersi conto che la moglie non era poi quella creatura perfetta che credeva; Gillian e Philippa sono in qualche modo elettrizzate dalla possibilità di avere a che fare con una nuova amica frizzante ed esuberante; il figlio Anthony si innamora (ricambiato) di Zara e trova una nuova compagna rispetto ai suoi pseudo amici disadattati che lo hanno ignorato fino a questo momento. Bello lo slogan trovato dalla Mondadori sulla quarta di copertina: "Una spalla su cui piangere... con un occhio al portafoglio". Credo sia uno sport diffuso, più del golf.

sabato 12 novembre 2011

Charles Dickens - Grandi speranze

Riprendendo la massima di Nick Hornby (contenuta in Una vita da lettore) secondo cui «Noi in Inghilterra leggiamo i romanzi vittoriani proprio perché sono lunghi e non abbiamo nient’altro da fare», mi sono dedicato all’autore vittoriano migliore che ci sia, una vera e propria garanzia di classe, profondità e divertimento che dovrebbe costituire il modello per molti scribacchini che anche oggi hanno l’impudenza di definirsi “scrittori”: Charles Dickens. Diciamo subito una cosa: Grandi speranze non vale Oliver Twist, così come non vale David Copperfield. Però, Grandi speranze è comunque un grande romanzo. Un romanzo completo, profondo, drammatico, maturo, scritto benissimo. Insomma, un Dickens perfetto. La storia è raccontata (al solito) in prima persona dal protagonista Philip Pirrip, detto comunemente Pip. Orfanello indifeso come Oliver Twist, creatura ingenua e tiranneggiata come David Copperfield, vive con sua sorella maggiore (i genitori sono morti) manesca, i cui modi non fanno che mortificare il bambino, che ha come unico amico il marito della donna, Joe, di mestiere fabbro. La sua vita viene però presto sconvolta da due avvenimenti molto importanti: il giorno prima di Natale, quando è in cimitero davanti alle tombe dei suoi genitori (nello straordinario scenario nebbioso delle paludi), si imbatte in un forzato evaso che gli chiede con violenza e minacce del cibo e una lima; quindi, ha modo di essere introdotto (dai parenti opportunisti che sperano di ricavarci qualcosa) nella casa della nobile del suo paese, Miss Havisham, una donna molto particolare che vive in un ambiente a sua volta particolare e, oserei dire, molto “zafoniano” (e non è un caso che proprio Zafón citi Grandi speranze nel suo Il gioco dell’angelo): la sua casa è ferma a com’era il giorno delle sue nozze mai avvenute, quando è stata abbandonata dal suo promesso sposo, con l’orologio fermo alla stessa ora e la tavola imbandita con tanto di torta nuziale, mentre le finestre sono sigillate e l’unica illuminazione è fornita dalla luce delle candele. Espropriata nella propria vita affettiva, la donna usa la sua ricchezza come strumento di vendetta e di manipolazione contro gli altri: vive infatti con una bambina di nome Estella, da lei educata a essere irrispettosa e altera nei confronti degli uomini, cominciando in questo caso proprio da Pip, che da un lato, nelle intenzioni di Miss Havisham, dovrebbe essere educato all’amore senza speranza, ma che dall’altro dimostra tutte le sue differenze presentandosi come un bifolco che chiama i fanti “jack”. Successivamente, quando è divenuto apprendista fabbro nella fucina di Joe (maledicendo la sua sorte), Pip scopre di essere erede di una grossa fortuna di avere la possibilità di trasferirsi a Londra: viene educato allo studio e alle leggi dell’alta società, diventa uno snob che pensa di essere migliore delle persone hanno popolato il suo passato, anche di quelle che ama (prova vergogna nel rivedere Joe che è venuto a trovarlo e che dimostra tutta la sua rozzezza di fabbro. È sempre accompagnato dall’amore per Estella, che lo trascina in una vita sociale che lui arriva a odiare ma di cui non riesce a fare a meno, senza però riuscire a convincere la ragazza a dedicarsi a lui (anzi, lei decide addirittura di sposare l’orribile Drummle). Pip rimane però sempre all’oscuro di chi sia il vero benefattore della sua nuova ricchezza (anche se giunge a pensare che ci sia lo zampino di Miss Havisham), finché quest’ultimo non gli si rivela nella persona del galeotto Magwitch, l’evaso aiutato da Pip nel cimitero. Ripreso e deportato in Australia, questi ha accumulato una fortuna come allevatore di pecore e ha deciso di utilizzare i soldi guadagnati per fare di Pip un gentiluomo. L’ex forzato però è appena tornato in Inghilterra, mosso dal desiderio di rivedere il giovane che è divenuto il suo figlio putativo, ma con tale atto ha segnato la sua condanna a morte: le persone deportate in Australia non possono rimettere piede in patria, pena l’impiccagione. Riconosciuto e denunciato alle autorità dall’ex compare Compeyson (lo stesso corteggiatore fedifrago di Miss Havisham), vive nascosto in casa di Pip, in attesa di lasciare il paese per via clandestina (il tentativo va tuttavia a vuoto e Magwitch, rimasto gravemente ferito nella cattura, muore in prigione, poco prima di essere impiccato). Romanzo di formazione della personalità del protagonista, che solo nel finale riesce a impossessarsi autenticamente della sua vita, il libro ruota tutto intorno a queste “grandi speranze” del titolo, la ricerca della felicità offerta dalla posizione sociale e dalla ricchezza, anche se Pip è costretto a muoversi in un’atmosfera di mistero e di falso status sociale, dal momento che la sua posizione e i suoi soldi sono di origine sconosciuta (tanto più che, morto Magwitch, tutti i suoi beni vengono incamerati dallo stato). La trama (dove ovviamente alla fine tutto deve coincidere) si svolge attraverso complicazioni e coincidenze apparentemente gratuite e tipiche del feuilleton ottocentesco che mescola generi diversi (romanzo sociale, sentimentale, poliziesco), ma a ben vedere l’opera ruota intorno al concetto di famiglia (reale, supposta) e prevede personaggi che sono tutti legati da vincoli di sangue a loro stessi ignoti o ripudiati, che non possono essere riconosciuti da una società perbenista come quella vittoriana. Molte sono le scene memorabili (la fuga finale in barca, ma soprattutto la morte di Miss Havisham, che in preda al rimorso arde viva), così come certe ambientazioni (una su tutte: Satis House, la dimora congelata di Miss Havisham) e caratterizzazioni che confermano la grandezza e la maestria dell’autore (l’avvocato Jaggers e il suo aiutante Wemmick, il malvagio e rancoroso Orlick). Che poi David Copperfield sia un’altra cosa, è un altro discorso…

sabato 15 ottobre 2011

Neil Gaiman - Coraline

Continuo a convincermi sempre di più che Neil Gaiman sia uno scrittore eccezionale. Già estasiato da Stardust, non posso che riconoscere il valore di Coraline (non è un caso che entrambi i romanzi siano stati alla base di due bellissimi film), favola nera a uso familiare, cominciata dall’autore da un suggerimento della figlia maggiore e portata a termine per l’altra figlia più piccola imponendosi la ferrea disciplina di 500 parole al giorno. La cosa più sbagliata sarebbe pensare che le favole non hanno più nulla da dire, perché è vero che i modelli ci sono (e come potrebbe essere altrimenti!), ma gli esiti sono del tutto nuovi. In questo caso, la vicenda finisce per assumere i contorni morali di una specie di Alice nel paese delle meraviglie ribaltato: anche qui c’è una bambina, Coraline (errore di stampa per Caroline, che Gaiman ha però deciso di mantenere), che dopo essersi trasferita in una nuova casa e nell’attesa che ricominci l’anno scolastico, trascorre un’esistenza un po’ grigia con dei genitori che lavorano sempre (il padre compila interminabili cataloghi di giardinaggio) e degli strani vicini (due ex attrici e un vecchio pazzo dell’Est Europa che alleva topi ballerini), finché un giorno, nella sua stessa casa, scopre una porta aperta su un muro di mattoni, oltre il quale dovrebbe esserci un appartamento vuoto e invece si apre un corridoio scuro che porta a una casa identica alla sua, nella cui cucina vive una donna uguale a sua madre. Tutto è più bello e stimolante qui, tanto che le vicine di casa sono di nuovo giovani e si sbizzarriscono in spettacoli teatrali pirotecnici e perfino il padre, che solitamente in cucina è un disastro, cucina dei deliziosi manicaretti. Un piccolo particolare turba l’incanto: tutti i personaggi in questo altro mondo sono copie dei personaggi della vita reale ma con un paio di bottoni al posto degli occhi, attaccati con ago e filo. Ben presto però l’altra madre, che ama Coraline «come un avaro ama il denaro, o un drago ama l’oro», vuole impedirle di tornare nel mondo reale, tentando di sostituirle gli occhi con due bottoni e imprigionando anche i suoi veri genitori. Chiusa in uno stanzino dietro uno specchio, Coraline conosce le anime delle altre tre vittime dell’altra madre, svuotati di un nome e quindi di un’anima, e decide di intraprendere una sfida decisiva: in compagnia di un misterioso gatto (l’unico a essere privo di nome, in quanto, come lui stesso spiega: «Voi persone avete il nome. E questo perché non sapete chi siete. Noi sappiamo chi siamo, perciò il nome non ci serve») scommette con la megera che sarà in grado di ritrovare l’anima dei tre sventurati e, insieme, i suoi veri genitori. Attraverso il ribaltamento della fiaba e con un fondo di angoscia che fa riflettere, Gaiman affronta, in modo straordinariamente adulto, temi centrali come quello del doppio (gli specchi sono onnipresenti), della prova, della paura e del coraggio, ma anche e soprattutto il rapporto genitori-figli, il disprezzo per la routine della vita quotidiana e la sostituzione del reale con dei paradisi artificiali («Ogni mattina un mondo nuovo verrà creato apposta per te», viene spiegato a Coraline). Un libro da non lasciarsi scappare.

sabato 8 ottobre 2011

Victor Hugo - Notre-Dame de Paris

È proprio vero che i libri cambiano. È soprattutto il caso di “Notre-Dame de Paris”, una delle opere più famose del romanticismo francese, che indubbiamente rappresenta per me un baluardo nella mia formazione letteraria, capace di affascinare la mia immaginazione di liceale qualcosa come ben quattordici anni fa. Ecco, oggi ha destato in me molta meno impressione. Grazie a un mito che si è alimentato nel corso del tempo e ha portato a numerose riduzioni cinematografiche e teatrali (provate a recarvi nei pressi della cattedrale di Notre-Dame a Parigi e cercate di contare quali bar e caffè non hanno un’insegna direttamente ispirati alla vicenda in questione!), la trama è arcinota: sullo sfondo di una Parigi medievale, sinistra e tumultuante, la bella zingara Esmeralda è contesa tra il deforme campanaro Quasimodo, il poeta Gringoire, il capitano delle guardie Pohœbus (che dapprima appare eroico e galante, ma poi si rivela semplicemente un uomo in cerca di dolce compagnia e privo di sentimenti) e, soprattutto, l’arcidiano Claude Frollo, vera anima nera della vicenda ed erede del monaco Ambrosio nel mitico “Il monaco” di Lewis. È quest’ultimo che cerca di far rapire la zingara e che poi, scoprendola in atteggiamenti di intimità con Pohœbus, pugnala quest’ultimo facendo ricadere la colpa su di lei. Condannata all’impiccagione, la ragazza viene salvata da Quasimodo (innamorato di lei in quanto è stata l’unica a dargli da bere quando è stato condannato pubblicamente a subire la tortura della ruota), il quale invoca il diritto di asilo nella cattedrale di Notre-Dame. Dopo aver ricevuto altri rifiuti in cambio del suo aiuto, Frollo consegna Esmeralda alle autorità e, alla fine, assiste all'esecuzione da una delle torri della cattedrale provando un piacere sadico, mentre il campanaro furioso lo scaraventa giù provocandone la morte. L’opera non è affatto unitaria e presenta numerosi raccordi: romanzo storico e melodrammatico (la scena straziante di Esmeralda che, in carcere, ritrova la madre impazzita dopo averla persa), intende porsi anche come opera filosofica e, al contempo, illustrazione della cattedrale e difesa dell’arte gotica, con le medesime lunghe digressioni che troviamo anche nei “Miserabili”. L’intera vicenda completamente investita dalla fatalità, quell’anànke che l’arcidiacono scrive sul muro del suo studio, per indicare che la vita umana e il corso delle cose siano retti da una logica implacabile, contro la quale la volontà è impotente (anche al di là della lotta tra la ragione, il desiderio e la fede che si tiene nell’arcidiacono). Per il resto, il medioevo di Hugo è quello mitico della superstizione e degli errori giudiziari, insomma a suon di cliché romantici che ben poco hanno a che spartire con la realtà: lo stesso famoso capitolo “Questo ucciderà quello” non fa altro che esporre l’idea tanto cara al romanticismo dell’architettura come libro aperto a uso delle masse incolte prima dell’avvento della stampa e della circolazione delle idee. Alcuni attimi voluttuosi e scabrosi per l’epoca (Gringoire che guarda Esmeralda dal buco della serratura, Frollo che spia appassionatamente la scena d’amore tra Pohœbus e la zingara) sono tipici del romanzo gotico, mentre la struttura dei primi due libri è tipicamente teatrale dal momento che i fatti si svolgono unitariamente in un’unica giornata, il 6 gennaio 1482, dove ci vengono presentati tutti i personaggi e il poeta Gringoire, dopo il fiasco della sua rappresentazione (un vero e proprio spettacolo teatrale medievale in una struttura narrativa teatrale!), per poco non viene impiccato e si trova poi sposato con Esmeralda (che ha pietà di lui) secondo il rito degli egiziani. La ricostruzione d’epoca non funziona troppo bene, per la stessa natura bizzarra dei personaggi del romanzo (il povero sognatore e anacronistico Gringoire, il mostruoso Quasimodo o la zingara egiziana Esmeralda non possono contribuire certo a dare la sensazione del periodo, così come il povero Luigi XI, che appare giusto per recitare la parte di deus ex machina dell’intera vicenda), ma i grandi quadri dell’elezione del papa dei folli, il processo per stregoneria e l’assedio di Notre-Dame da parte dei mendicanti sono decisamente suggestivi.

domenica 2 ottobre 2011

Ian Fleming - Casinò Royal

Mi ero ripromesso da sempre di leggere un libro di Ian Fleming, un po’ per interesse personale, un po’ perché il suo nome spunta sempre fuori come capostipite di un genere, un po’ perché ho visto (più volte, e fin dalla più tenera età) tutti i film tratti dalle sue opere. Eccoci quindi al primo storico romanzo della saga della sua famosa creazione letteraria, l’agente segreto 007, quel Casinò Royal da cui sono stati ricavati ben due film, uno comico e strampalato con una serie di grossi attori (molti dei quali contemporaneamente nella parte di James Bond), l’altro con Daniel Craig che è stato campione d’incassi e ha rilanciato la serie dopo gli ultimi patetici capitoli con Pierce Brosnan. Beh, precisiamo subito che il romanzo si svolge negli anni Cinquanta, in un meraviglioso clima da inizio Guerra Fredda molto distante dall’universo ipertecnologico creato dai film (non è un caso che qui di invenzioni e diavolerie elettroniche proprio non ce ne siano): James Bond (spia del servizio segreto britannico) si ritrova inviato a Royale-les-Eaux, nella Francia meridionale, coadiuvato dall’agente Vesper Lynd, con l’obiettivo di mandare sul lastrico (ai tavoli da gioco del Casinò Royal) il banchiere del locale Partito Comunista, soprannominato Le Chiffre, gestore di bordelli sull’orlo della bancarotta e spietato giocatore d’azzardo. L’intreccio è lineare ma molto compatto e la tensione regge bene, sia nella prima parte con la lunga partita a baccarà (verosimile ed emozionante anche per me che di carte non capisco niente) sia nella seconda con l’angosciante tortura genitale operata dal crudele Le Chiffre e risolta dall’arrivo di un agente della spietatissima Smersh, sezione dei servizi segreti sovietici che dà la caccia ai suoi traditori in tutto il mondo. Elegante e buongustaio, duro e maniacale sul lavoro ma misogino e maschilista («Queste stupide donne che credono di poter fare un lavoro da uomini! Perché diavolo non rimangono tra le loro padelle, e i loro vestiti e i loro pettegolezzi, senza impicciarsi dei compiti che solo gli uomini possono portare a termine?»), il personaggio di Bond non è ancora completamente tratteggiato: vorrebbe cambiare vita dopo aver considerato che è difficile stabilire chi è buono e chi è cattivo, ma cambia repentinamente idea dopo la tormentata storia d’amore con Vesper che si rivela un agente doppiogiochista (tutta l’ultima parte è appesantita da foschi presagi che l’agente non riesce però a cogliere). Si legge in fretta, ma il finale tragico e cinico regala un senso di tristezza davvero difficile da digerire.

domenica 25 settembre 2011

Giovanni De Liso - Genesis. Once Upon A Time

Alzi la mano chi, nella sua camera, non ha in camera un libro con i testi della sua band preferita. Questa tipologia di pubblicazioni costituivano, nell’era pre-internet, forse l’unico modo di possedere qualcosa di tangibile dell’operato di un gruppo, soprattutto se si aveva la sfortuna di possedere la cassetta di un disco o, ancora peggio, il cd originale dotato di un booklet scarno privo di testi. Arcana, in particolare, era una casa editrice meritoria in questo senso, realizzando dei bellissimi volumi monografici (ricordo con piacere quelli dedicati ai Metallica e, in due parti, ai Queen) con le lyrics di tutte le canzoni album per album con traduzioni a fronte, oltre ad altri interessanti esperimenti come quello sui Dire Straits con interviste e stralci di articoli apparsi su diversi giornali in varie epoche. Insomma, una garanzia per gli appassionati. Ora ho messo le mani su questo volume dedicato ai Genesis a firma di Giovanni De Leo e il risultato è addirittura formidabile: non è il classico libro con i testi di tutte le canzoni, ma una vera e propria esegesi letteraria calata all’interno del periodo storico nel quale il gruppo si trovò ad operare e, soprattutto, alla vita personale degli artisti protagonisti. È bene chiarire che il periodo preso in esame sono solo i cinque anni dell’era Peter Gabriel, cioè fino al concept album “The Lamb Lies Down On Broadway” del 1974, quindi lasciando a un eventuale secondo volume l’epoca successiva, quando Phil Collins prese le redini del gruppo e lo traghettò su lidi estremamente più commerciali e remunerativi. Certo, l’autore predilige una visione religiosa che rischia di prendersi anche troppo sul serio (soprattutto quando insiste sulle ragioni metateatrali che avrebbero portato Gabriel ad abbandonare il gruppo, deciso a uccidere il personaggio che lui aveva contribuito a creare), ma che è comunque perfettamente verosimile per un gruppo che, in piena epoca di contestazione, rifiutava i classici testi d’amore o quelli impegnati a favore di rimandi favolistici e biblici (sintomatici sono in questo senso i primi due dischi “From Genesis To Revelation” e “Trespass”), frutto di un’educazione prettamente classica e religiosa alla Charterhouse del Surrey (di cui il cantante Peter Gabriel, il tastierista Tony Banks e il bassista Mike Rutherford erano studenti). È con l'album “Nursery Cryme” che il ventaglio di soluzioni stilistiche della band si ampliò, abbracciando il mondo delle nursery rhyme (le filastrocche britanniche utilizzate che riempiono la vita di ogni bambino), le mini-rappresentazioni teatrali con più personaggi e la mitologia, sempre con un occhio di riguardo per l’ironia e i giochi di parole, trovando la definitiva quadratura del cerchio con l’ingresso in formazione del chitarrista Steve Hackett e del batterista Phil Collins e portando a compimento quel sound progressive che avrebbe reso famoso il gruppo per gli anni a venire, anche se, curiosamente, all’epoca i cinque riscossero successo soltanto in Belgio, Olanda e Italia. Proprio con l’Italia si può dire che avessero un feeling particolare: basti pensare che “Watcher Of The Skies”, lo storico brano che apre l’album “Foxtrot”, pare sia stato ispirato da una visione dall’alto di una zona di Napoli praticamente deserta. Gli stessi leggendari travestimenti di Gabriel (che cambiano di brano in brano, talvolta anche all’interno dello stesso pezzo, in quanto funzionali a supportare la descrizione lirica del brano cantato) sarebbero originati dall’incontro con gli Osanna e del loro leader Lino Vairetti, che spesso adoperava sul palco la maschera di Pulcinella: fu questa la chiave che permise ai Genesis di destare l’interesse della stampa britannica e di riscuotere successo anche in patria. De Liso è abile nel proporre la sua visione dei testi senza forzarli, senza speculazioni intricate (e magari poco credibili) o l’esclusione di letture alternative: addirittura, dimostra come i riferimenti letterari di “Selling England By The Pound” (le saghe arturiane sul Graal, C.S. Lewis e T.S Eliot) si accompagnassero a una forte denuncia sociale (lo stesso titolo è preso da uno slogan del partito laburista di quegli anni). Ottima anche la spiegazione dettagliata del concept “The Lamb Lies Down On Broadway”, a giudizio di chi scrive l’opera più sopravvalutata del gruppo ma in qualche modo capace di consegnare i Genesis alla storia, grazie a una trama in stile musical tutta fondata sulla cultura americana ma capace di rielaborare i tradizionali temi biblici di colpa e redenzione attraverso una struttura già sperimentata nella mitica suite “Supper’s Ready” su “Foxtrot”. Un libro che consiglio non solo a tutti i seguaci dei Genesis (che, con ogni probabilità, lo avranno già letto), ma anche a quanti sono convinti che attraverso la musica sia possibile creare opere di un certo spessore.

giovedì 15 settembre 2011

Joel McIver - Black Sabbath

È difficile spiegare cosa i Black Sabbath abbiano rappresentato per me e quanto mi abbiano accompagnato nel corso della mia esistenza (direi che se la giocano con gli Iron Maiden e i Queen, da questo punto di vista): “Heaven And Hell” è stato il primo disco metal da me acquistato e che ha permesso di addentrarmi all’interno di un mondo fatto di molte (a volte troppe) sfaccettature. Eppure, i Black Sabbath originali, quelli che tutti venerano e ricordano come maestri seminali dell’heavy metal, non sono quelli con Dio alla voce (che poi hanno dato vita agli Heaven & Hell, dal nome del loro disco più famoso e acclamato), bensì quelli con il mitico e folle Ozzy Osbourne, capaci di cambiare per sempre la storia del rock con una serie impressionante di dischi intramontabili (“Black Sabbath”, “Paranoid”, “Master Of Reality”, “Volume 4” e “Sabbath Bloody Sabbath”), con una formazione fissa che presentava anche il chitarrista Tony Iommi, il bassiste Geezer Butler e il batterista Bill Ward, tutti originari di Aston, sobborgo operaio di Birmingham dove le fabbriche e il pesante lavoro manuale davano da mangiare alla stragrande maggioranza degli abitanti. A raccontare la loro storia ci pensa questa biografia (la prima tradotta in italiano) di Joel McIver, giornalista metal molto quotato che, servendosi di estratti di vecchie interviste, spiega le origini e i motivi che hanno portato alla scelta del nome del gruppo, dell’intento di terrorizzare il pubblico con una musica mai ascoltata fino ad allora e del rifiuto da parte della band di fronte all’etichetta di satanisti che i soliti ben pensanti (e la scaltra casa discografica) avevano loro affibbiato. Spesso i fatti vengono presentati con ottiche differenti a seconda dei musicisti intervistati e la storia della band viene portata avanti in modo completo, soffermandosi sugli eccessi, le cadute, i litigi, i problemi manageriali, l’apoteosi degli anni Settanta, la droga e la devastazione, l’abbandono di Ozzy, la nuova fase con il compianto (e da me venerato) Ronnie James Dio di inizio anni Ottanta, gli esperimenti con altri professionisti del calibro di Ian Gillian, Glenn Hughes, e Tony Martin, quando il cocciuto leader Iommi (unico membro che vanta una permanenza costante in tutte le innumerevoli incarnazioni del gruppo) dovette combattere i tiramolla di Butler e Ward, sempre pronti a entrare e uscire dalla band a causa di motivazioni non sempre credibili (per Ward c’è l’attenuante della dipendenza cronica dall’alcol); quindi, i tentativi di modernizzazione, una prima reunion con Dio e, infine, la reunion con Ozzy e la gloria immortale della Hall of Fame (con tanto di tributo di due marpioni come Lars Ulrich e James Hetfield dei Metallica). Ci sono tantissimi aneddoti, alcuni davvero curiosi, altri a dir poco esilaranti, come le vicende sessuali del giovane Ozzy o i ricordi di un giovane Iommi, ancora studente, intento a gonfiare di botte Ozzy per mera antipatia ogni volta che lo incontrava a scuola; altri ancora al limite dell’assurdo, come quando Ozzy tenta di dare fuoco alla sorella o di impiccarsi per vedere che cosa si prova. Insomma, cose davvero imperdibili per ogni fan dei Sabbath che si rispetti, ma anche per chi ama leggere le storie e le disavventure delle rockstar (eccezionale la vicenda dell’epoca del tour di “Born Again” quando venne commissionato un set di monoliti in stile Stonehenge in metri e non in piedi, inutilizzabile sui palchi e per nulla facile da trasportare). Purtroppo, il libro (che non copre il periodo temporale degli Heaven & Hell, essendo uscito prima di questa reunion) segue due direttrici, la storia dei Sabbath e quella di Ozzy solista, finendo per dare troppo spazio alle vicende (anche private) del Madman e sulla sua folle vita extramusicale, i figli, la moglie Sharon (vera creatrice del suo mito presso le grandi folle) e gli Osbournes, infame serie di MTV che, neanche a dirlo, ha incontrato i gusti del pubblico televisivo americano all’inizio degli anni Duemila. Anche i dischi solisti di Ozzy vengono sviscerati a dovere, cosa che forse avrebbe potuto essere tralasciata in quanto tutto ciò non accade quando si tratta dei lavori a nome degli altri membri del gruppo (men che meno per il povero Dio, che sembra capitare sempre per caso) e perfino la sezione iconografica del volume dedica quasi tutto lo spazio alle foto della prima incarnazione dei Sabbath e alla loro tardiva reunion (c'è perfino quella in cui Ozzy solista addenta una colomba in conferenza stampa), concedendo le briciole al periodo Dio, Gillan e Martin, ma su questo si tratta di scelte personali ed editoriali dal momento che il fan medio sostiene senza dubbio la tesi che i Black Sabbath sono principalmente quelli con Ozzy al microfono. Quello che lascia perplessi è l’assoluta soggettività di alcune recensioni, per nulla condivisibili: della discografia degli anni Ottanta, McIver stronca inspiegabilmente un disco ottimo come “The Eternal Idol” e parla di “Heaven And Hell” come di un lavoro accademico, quasi di routine (per non parlare del trattamento riservato a capolavori come “Headless Cross” e “Tyr” con Tony Martin al microfono).

domenica 11 settembre 2011

Brendan O'Carroll - Agnes Browne mamma


Dublino, 1967: rimasta vedova con sette figli dai 2 ai 14 anni, Agnes Browne gestisce un banco di frutta e verdura al mercato del Jarro, turbolento quartiere popolare di Dublino dove si conoscono tutti. La sua vita trascorre tra le chiacchierate con l’amica Marion (un autentico genio comico: alta poco più di un metro, ha tre nei sulla faccia dai quali spuntano i peli e, quando sorride, questi tre nei si uniscono e sembra che lei abbia la barbetta), il bingo del venerdì e qualche pinta di birra o sidro al pub. Ogni giorno trasmette ai figli la convinzione che la vita è un mestiere da fare in piedi, ma allo stesso tempo si ritrova a improvvisarsi consigliera di fronte ai loro dilemmi adolescenziali o a vestire i panni dell’angelo vendicatore (clamorosa la vicenda che la vede schiaffeggiare con un cetriolo una suora rea di aver tagliato la frangetta a sua figlia e di averla punita per essere tornata a casa a cambiarsi le mutande prima di una visita medica). A corredo del tutto, ritrovandosi di nuovo single a 34 anni dopo la sfortunata parentesi del vecchio marito Rosso Brown (uno che non disdegnava di lasciare i suoi risparmi agli allibratori e rifarsi su di lei a suon di ceffoni), viene corteggiata da un bellimbusto francese dall’inglese incerto, ma deve affrontare la malattia dell’amica Marion, la cui scomparsa lascia un vuoto insostituibile nella sua vita. Credo sia possibile accusare questo romanzo di molte cose (stereotipi irlandesi assortiti, personaggi macchiettistici, faciloneria, buoni sentimenti) ma non di essere pesante: si legge d’un fiato ed è pervaso di una poesia davvero unica. La struttura è quella di un collage di piccole storie quotidiane (spesso riguardanti i figli di Agnes), profondamente ironiche ma molto umane. Ha delle concessioni alla volgarità mai fini a se stesse, bensì funzionali al racconto e all’ambientazione proletaria: sono anzi proprio la propensione alla battuta dissacrante e i sapidi dialoghi confidenziali («Mi hai lasciata con sette orfani, e nemmeno un organismo [nel senso di orgasmo] di cui vantarmi») a rendere la poeticità del tutto (perchè, come lo stesso autore ha detto, è più importante quello che Agnes Browne dice rispetto a quello che Agnes Browne fa). Una specie di ode alle donne lavoratrici che poertano avanti le famiglie con coraggio e dedizione, con l’augurio che possano sempre conservare la capacità di credere nei loro sogni (il romanzo si conclude con le parole «Continua a sognare, Agnes Browne! Per il bene di tutti, continua a sognare!»). Geniale la presenza nel finale di Cliff Richard, di cui Agnes è grandissima fan e a Dublino per una serie di concerti natalizi, quasi deus ex machina dell'intera vicenda.

domenica 4 settembre 2011

Andrzej Sapkowski - Il guardiano degli innocenti

È sempre difficile parlare delle opere letterarie usate come base per lo sviluppo di videogiochi, nella fattispecie questa dello scrittore polacco Sapkowski dalla quale è stata sviluppata la fortunata serie The Witcher (giunta al secondo capitolo). Nonostante mi sia accostato alla lettura di questo volume (tra l’altro pessimamente servito da una copertina del tutto inadatta e più indicata a un manga) pieno di scetticismo a causa di alcune recensioni piuttosto negative (per tacere di quello che lo dipingevano come indecente e senza capo né coda), devo dare atto al povero Sapkowski di aver realizzato un’opera con molti punti a suo favore, innovativa e stimolante. A partire innanzitutto dal personaggio principale, Geralt di Rivia, uno strigo con tanto di emblema (un medaglione tondo raffigurante una testa di lupo che digrigna i denti) e due spade (una d’acciaio, forgiata con materiale meteorico, e una d’argento, studiata per essere utilizzata contro creature mutate), un assassino addestrato fin da piccolo al combattimento, alla magia e all’alchimia che dedica la propria vita alla caccia e all’uccisione dei terribili mostri che infestano il mondo e al salvataggio di vittime di incantesimi e magie. La struttura dell’opera è quella della successione di racconti, inframmezzati da una cornice che si svolge nel presente e che vede il nostro eroe aggirarsi per un monastero di sacerdotesse e fronteggiare le angherie di un prepotente nobilastro: il mondo nel quale Geralt si muove, così come la spiegazione della sua personalità e della sua storia, avviene un po’ alla volta, attraverso elementi sparsi qua e là. Veniamo così coinvolti nel suo destino di emarginato dal momento che, al di là delle sue mansioni di sicario, viene considerato poco più che un reietto, un vagabondo pericoloso e sgradito, portatore di guai e spessi accompagnato da un alone di superstizione e razzismo che lo costringe a spostarsi di continuo, di reame in reame, alla continua ricerca di incarichi che gli permettano gli sopravvivere. Tanto più che, nel vasto mondo, non tutti i mostri sono sgraditi (memorabile il caso del troll che presidia un ponte chiedendo un pedaggio per l’attraversamento: nessuno della cittadinanza intende mandarlo via per paura di doversi poi sobbarcare i costi dei manutenzione del ponte). Nel primo racconto, Lo strigo, Geralt si trova a spezzare l’incantesimo che ha tramutato in un mostro zannuto la figlia incestuosa del re di Wyzima. In Un briciolo di verità aiuta un uomo trasformato in una bestia dotata di poteri magici che vive in un castello che per molti versi ricalca la vicenda della Bella e la Bestia (solo che qui la Bestia è succube di una vampira). Il male minore vede il nostro eroe destreggiarsi nella mortale rivalità tra un mago e una principessa mutante, nell’impossibile tentativo di salvare un paese da una strage. In Una questione di prezzo, Geralt finisce nella reggia di una piacente regina che pensa di poter comprare i suoi servigi a sostengo della sua politica matrimoniale, finché nel castello (popolato di signorotti gretti e volgari) irrompe un misterioso cavaliere vittima di un sortilegio che lo costringe a celare il volto fino alla mezzanotte, il quale avanza pretese sulla mano della principessa per aver salvato la vita del padre molti anni prima. Ne Il confine del mondo, in compagnia dell’amico trovatore Ranuncolo, lo strigo viene ingaggiato per liberare la zona da un demone caprino (parecchio scorretto ma in fondo dal cuore d’oro) ma si imbatte in una strana fanciulla profetessa e, soprattutto, in una banda di elfi ben intenzionati a vendicare sulla pelle dello strigo i soprusi subiti dalla loro razza. L’ultimo desiderio, infine, vede Ranuncolo imbattersi in quello che, apparentemente, è un genio chiuso in una bottiglia ma che, in realtà, è un mostro che gli paralizza le corde vocali: Geralt si mette in contatto con una strega che accetta di aiutarlo ma poi dimostra ben altri scopi (impadronirsi della mente di Geralt per vendicarsi dei suoi nemici in città e entrare in controllo del genio). Uno degli aspetti più interessanti è che i racconti appaiono classici e originali al tempo stesso, anche se lo stile può sembrare più cinematografico che narrativo, con molti dialoghi e descrizioni minimali come in una sceneggiatura, sebbene molto spazio venga dedicato agli scontri e alle raffinate tecniche di combattimento dello strigo. La tensione è spesso smorzato dall’umorismo caustico del protagonista, da un diffuso cinismo e da una diffusa procacità del gentil sesso, mentre molteplici sono i riferimenti al mondo delle fiabe.

giovedì 4 agosto 2011

J.R.R. Tolkien - Lo Hobbit illustrato da Alan Lee

Conscio di averne già parlato (QUI per chi ne fosse interessato), ma rifacendomi alla questione che Tolkien non annoia mai e spinge a rileggere i suoi libri, torno a parlare de Lo Hobbit in quanto ho appena finito questa diversa e lussuosa edizione che, oltre a qualche accorgimento di traduzione rispetto a quella dell’Adelphi (Rivendell è tradotta “Gran Burrone” come nel Signore degli Anelli e non “Forraspaccata”, mentre i Troll restano “Uomini Neri” e il drago Smaug rimane “Smog”), presenta le meravigliose illustrazioni da Alan Lee, uno dei più grandi e affermati illustratori dell’opera tolkieniana, nonché uno dei due curatori (insieme all’altro grandissimo, John Howe) della trilogia cinematografice del Signore degli Anelli di Peter Jackson: l’opera si compone di tavole a colori a piena pagina ma anche di schizzi e bozzetti in bianco e nero all’interno del testo, veramente suggestivi e particolari (lo stile di Lee è ricco ma delicato, anche quando ritrae scene cruente o tenebrose), in grado di completare la lettura con un apparato visivo di prim’ordine e sostitutivo dell’iconografia originale del romanzo realizzata dallo stesso Tolkien. Il risultato è un libro bellissimo dal punto di vista estetico, che in qualche modo mi riporta alla prima (e ormai introvabile) edizione del romanzo in questione che ho letto da bambino, quella rilegata con le tavole di Tolkien a colori e, soprattutto, con una strepitosa copertina con il piccolo Bilbo Baggins (a dire il vero simile a uno gnomo) nell’antro di Smog, con il drago verde-oro con un rubino incastonato in pieno petto che si erge in tutta la sua fierezza sopra il tesoro (non so davvero quanto all’epoca abbia fantasticato davanti a simile splendore). Quanto al testo, devo dire di aver ripensato alla grandezza di Tolkien nell’aver imbastito una storia del genere e, soprattutto, nel non aver ceduto alle banalità: infatti, Bilbo (essere assolutamente non eroico in senso tradizionale) non uccide il drago e non si impossessa dell’Archepietra tanto cara al nano Thorin, ma, al contrario, Smog è ucciso da un personaggio secondario e il piccolo Hobbit cede la pietra accontentandosi di portare a casa solo un’infima parte del tesoro che gli spetterebbe. Inoltre, il ritrovamento del tanto famoso anello risulta abbastanza collaterale nell’intreccio: utile per scomparire, serve solo per superare le prove o le difficoltà lungo il cammino, senza nessun’altra implicazione simbolica. Inoltre, nel discorso che Thorin rivolge in punto di morte a Bilbo («In te c’è più di quanto tu non sappia, figlio dell’Occidente cortese. Coraggio e saggezza, in giusta misura mischiati. Se un maggior numero di noi stimasse cibo, allegria e canzoni al di sopra dei tesori d’oro, questo sarebbe un mondo più lieto») torna l’epica umana del Signore degli Anelli, incentrata su personaggi profondamente umani alle prese con problemi più grandi di loro. Contrariamente al suo parente più famoso, pur nella sua profonda dignità e serietà, questo romanzo è però più simpatico e scanzonato (così come Bilbo è più giocherellone e imbroglione di Frodo): memorabile l’augurio di Thorin «voglia il cielo che i peli dei suoi piedi non cadano mai! lode grandissima al suo vino e alla sua birra! » e il dialogo tra Bilbo e il nano Bombur durante la fuga nelle caverne degli orchi con il primo che si lamenta: «Ma chi, chi me l’ha fatto fare di lasciare la mia caverna!», mentre il secondo che lo porta in spalla pronto ribatte: «Ma chi, chi me l’ha fatto fare di portare questo disgraziato di un piccolo Hobbit in una caccia al tesoro!».

lunedì 1 agosto 2011

Terry Brooks - La spada di Shannara

L’avevo già affrontato una decina d’anni fa e mi aveva lasciato ampiamente deluso: rileggerlo adesso, soprattutto dopo Il signore degli anelli, non depone certo a suo favore. Sebbene sia amato da molti e sia stato baciato da un clamoroso successo di pubblico, questo primo romanzo della saga ideata da Terry Brooks resta deficitario sotto troppi punti di vista (certo, un’edizione come la mia con una copertina che porta la firma dei malefici Fratelli Hildebrandt fa subito capire che le cose non possono che volgere al peggio). Il confronto con Tolkien è impietoso, anche se inevitabile: moltissime solo le analogie (per non parlare di veri e propri plagi) con il capolavoro tolkieniano, a livello di trama, personaggi, situazioni ed espedienti letterari, ma Brooks non ha né la preparazione filologica, né la complessità, né l’afflato escatologico per tentare un’impresa simile (e i suoi personaggi non valgono la metà dei corrispettivi). Nella fattispecie, la vicenda de La spada di Shannara si incentra su un protagonista semplice, appartenente a una piccola e tranquilla comunità, il mezzelfo Shea Ohmsford (il Frodo Baggins della situazione) che si scopre involontario eroe di un’avventura in cui, spinto da un sapiente e misterioso druido, Allannon (il Gandalf della situazione), deve entrarne in possesso di un’arma mitica, la Spada di Shannara appunto, al fine di sconfiggere un lontano e potente Signore Oscuro, Brona (il Sauron della situazione), il cui desiderio è assoggettare il mondo. Accompagnato dal fratellastro Flick (il Sam Gamgee della situazione), Shea (ultimo discendente, anche se solo per metà, del mitico Jerle Shannara) fugge inseguito dai terribili Messaggeri del Teschio (i Nâzgul della situazione), emissari del Signore Oscuro, e sperimenta la potenza delle magiche pietre elfiche che gli sono state donate da Allannon; i due trovano rifugio presso le montagne dall’amico Menion Leha, che si offre di scortarli, tra mille pericoli, fino a Culhaven (la Gran Burrone della situazione), la capitale della nazione dei nani (in Tolkien, Gran Burrone è un reame elfico), dove, guarda caso, si svolge un concilio delle razze (il consiglio di Elrond della situazione) sotto la supervisione di Allanon per decidere come combattere il Signore degli Inganni. Viene deciso di inviare un piccolo gruppo rappresentante le diverse razze (la Compagnia dell’Anello della situazione) a Paranor, l’antica fortezza dei Druidi dove è conservata la Spada di Shannara; a cimentarsi in quest’impresa, oltre ai succitati personaggi, si aggiungono anche il prode uomo Balinor Buckhannah (l’Aragorn della situazione), il nano Hendel e gli elfi Durin e Dayel Elessedil (qualcuno potrebbe obiettare che Durin, in Tolkien come nella mitologia norrena, è un nome nanico, ma tant’è). Lungo la strada la compagnia perde Allannon, che cade da un ponte in uno scontro contro un avversario demoniaco (esattamente come Gandalf contro il Balrog), e soprattutto Shea, che si smarrisce e viene rapito dagli gnomi, che tra l’altro hanno invaso Paranor: uno di loro, il disertore Orl Fane, ha addirittura avuto la bella idea di rubare la Spada di Shannara, gettando nella disperazione tutti gli eroi sopravvissuti. A questo punto la trama si divide in segmenti seguendo le vicende dei vari personaggi, e devo dire che le cose migliorano sensibilmente, mostrando una maggiore ispirazione da parte dell’autore: Shea incontra il ladro monco (e dotato di uncino) Panamon Creel e il suo compagno muto, il troll Keltset, partendo insieme a loro all’inseguimento di Orl Fane nel Regno del Teschio, la desolata landa dove risiede il Signore degli Inganni. Mentre incombe la minaccia di un’invasione delle forze del male, Balinor (insieme ai due elfi e al nano) torna alla sua patria di Tyrsis (la Gondor della situazione), retta da suo fratello Palance (il Thèoden della situazione), reso folle e incapace di governare dal suo consigliere Stemnin (il Grima Vermilinguo della situazione), che già si è sbarazzato del precedente re per aprire le porte della città al Signore degli Inganni; Menion (che progressivamente acquista spessore e diventa uno dei personaggi più convincenti) salva e si innamora di una bella principessa, organizzando la fuga della popolazione della sua città e poi giungendo a Tyrsis, mentre Allannon e Flick si dedicano al salvataggio il re degli elfi Elventine rapito dagli gnomi. Ovviamente, la lunghissima battaglia per Tyrsis riecheggia fin troppo l’assalto al Fosso di Helm e l’assedio a Minas Tirith di Tolkien, però il finale in cui Shea recupera la Spada di Shannara e scopre sulla sua pelle il suo potere contro il Signore degli Inganni è abbastanza riuscito. Non me ne vogliano i fan di Brooks, ma io trovo che lo scrittore statunitense indugi eccessivamente in uno stile narrativo fin troppo fiabesco e carichi i suoi personaggi di un eccessivo turgore quasi disneyano. A differenza della Terra di Mezzo, il mondo fantasy da lui ideato corrisponde invece a un medioevo prossimo venturo dopo la catastrofe nucleare (tema tipico degli anni in cui il romanzo fu scritto, gli anni Settanta), con una generale sfiducia verso l’operato degli uomini e la convinzione della necessità di conferire il controllo del potere e della conoscenza a un gruppo di sapienti illuminati (il Consiglio dei Druidi). Bizzarra l’idea che la Spada di Shannara sia un potente talismano in quanto carica dell’aspettativa e della fede di tutte le persone che si sono convinte del suo potere; molto meglio quella che essa metta di fronte il suo portatore davanti a se stesso, alle proprie azioni e alle propria coscienza, con il rischio concreto di non accettarsi per quello che è.

sabato 23 luglio 2011

Intervista a Marina Fiorato

Chi mi segue sa che ho sempre e solo pubblicato solo recensioni, in ossequio alla mia volontà (o convinzione) che questo spazio internautico continuasse a mantenere una forte identità e un suo stile. Questa volta ho però deciso di concedermi una parentesi all’interno del mio monolitico percorso per pubblicare una mia recente intervista alla scrittrice Marina Fiorato per la “Rivista di Venezia”, periodico di cui mi ritrovo a essere redattore presso Mazzanti Editori. È inutile cercare di scervellarsi o cercare di sopperire alle proprie lacune digitando il suo nome su Google: Marina Fiorato, in Italia, è una perfetta sconosciuta. Mezza inglese e mezza veneziana, i suoi libri sono ambientati in Italia (nel Rinascimento veneziano o toscano, proprio come piace alle tranquille signore albioniche) ma non sono stati pubblicati dalle nostre parti. Di contro, hanno ottenuto (pare) un clamoroso successo in Inghilterra, negli Stati Uniti e, soprattutto, in Germania. Premetto di non aver mai letto un suo romanzo (solo a ottobre avremo tra le mani “La ladra della Primavera”, grazie all’editrice Nord) e, anzi, chiedo scusa per la banalità e la poca sostanza dell’intervista in questione, per non parlare della solita domanda su quanto la celebrità in questione ama l’Italia, che denota un incredibile provincialismo ma che resta pur sempre obbligatoria: a mia parziale discolpa, posso dire che non si sarebbe potuto fare altrimenti, vista la natura prettamente turistica della rivista e l’impossibilità di trattare approfonditamente temi letterari. Piuttosto, l’occasione è stata perfetta per toccare con mano la disponibilità, la serietà e la cordialità che sono soliti avere all’estero a livello di rapporti umani e lavorativi: entrambe le case editrici londinesi da me contattate (Beautiful Books e John Murray) hanno dimostrato una premura addirittura spropositata nei miei confronti, rispondendo alle mie e-mail con una celerità inimmaginabile (addirittura, alla Beautiful Brooks si sono preoccupati subito di avvertirmi che la signora Fiorato non pubblicava più per loro e mi hanno prontamente fornito la nuova destinazione): meglio non pensare a cosa sarebbe potuto accadere in Italia, Paese nel quale l’uso della posta elettronica si rivela ancora essere un mezzo assai sconosciuto e che è preferibile ignorare. Come sempre, ci ritroviamo a parlare di due galassie difficilmente comunicanti.

UN’EREDITÀ VENEZIANA

Autrice di bestseller a livello internazionale come “The Glassblower of Murano”, la scrittrice inglese Marina Fiorato rivendica con orgoglio le sue radici lagunari.

Marina Fiorato è una scrittrice angloveneziana. Nata a Manchester e cresciuta nello Yorkshire, si è laureata alla Oxford University e si è specializzata nello studio delle opere di Shakespeare come fonte storica all’Università di Venezia. Ha lavorato come illustratrice, attrice e recensora di film, inoltre ha creato tour visuali per band rock come gli U2 e i Rolling Stones. “The Glassblower of Murano”, il suo romanzo di debutto, ambientato a Venezia, ha suscitato una grande attenzione in Europa, tanto da raggiungere le oltre 100.000 copie vendute in Germania e da raggiungere il primo posto sulla lista degli Editori Indipendenti nel Regno Unito. Anche i lavori seguenti, “The Madonna of the Almonds” e “The Botticelli Secret”, sono ambientati nel Rinascimento italiano; per la sua ultima fatica, “The Daughter of Siena”, Marina Fiorato si è invece indirizzata alla Toscana del XVIII secolo.

Signora Fiorato, tutti i suoi romanzi sono ambientati in Italia. La sua origine veneziana ha contribuito a fornirle l’ispirazione?
“Assolutamente. Mio padre mi ha sempre raccontato storie del Veneto ed è per questa mia origine che mi sono temporaneamente trasferita all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Qualche anno più tardi sono tornata per sposarmi sul Canal Grande. Il mio primo romanzo ‘The Glassblower of Murano’ è stato ispirato da un viaggio nell’isola di Murano, quando ho visto un soffiatore del vetro che faceva un piccolo cristallo in circa dieci secondi. Mi è sembrato un miracolo”.

Pochi posti sono stati romanzati, celebrati e lodati come Venezia. Quali sono i libri o gli autori che l’hanno ispirata a scrivere di questa città?
“Ho amato ‘Morte a Venezia’ di Thomas Mann, anche se è per lo più ambientato al Lido. Sono rimasta anche molto colpita da ‘Ritorno a Brideshaw’ di Evelyn Waugh. Ho ammirato la sezione fiorentina di ‘Hannibal’ di Thomas Harris e ho sempre apprezzato le storie gialle di ambientazione veneziana di Donna Leon”.

Attraverso “The Glassblower of Murano”, lei ha collegato il vetro a Venezia: la sua bellezza nonostante l’instabilità, la sua forza nonostante la fragilità. Pensa che questa caratteristica riguardi anche il presente? Come vede il futuro di Venezia?
“Credo che Venezia in realtà sia più resistente di quello che la gente pensa. È sopravvissuta a incendi e inondazioni per centinaia d’anni e penso che resisterà per altrettanto tempo. Sicuramente su Venezia gravano minacce ambientali e naturali, ma credo che la gestione del volume di turismo in città sia una sfida ugualmente impegnativa”.

Il Rinascimento è spesso sinonimo di arte e opulenza, ma anche con mistero e intrigo: c’è una sorta di fascinazione per la storia italiana? È un argomento che piace al pubblico?
“Il Rinascimento è uno dei periodi più intriganti della storia moderna e sembra sempre costituire un motivo d’interesse per i lettori di oggi. Uno degli aspetti che penso attiri le persone è che apparentemente era un periodo di grande bellezza, dal momento che quegli anni hanno visto il fiorire dell’arte, della scultura e dell’architettura, ma allo stesso tempo c’era macchinazione politica e grande violenza, inquisizione, tortura giudiziaria e guerra brutale. Sono quasi arrivata a credere che questi due aspetti siano intrecciati, che la bellezza è nata dalla brutalità. Dopotutto, Leonardo ha dovuto dissezionare cadaveri per dipingere la forma umana con una simile grazia”.

Può dirci qualcosa sui suoi viaggi in Italia e a Venezia? Cosa le piace di questo Paese?
“Amo tutto dell’Italia. Sebbene sia una Figlia del Veneto e ami le città del Nord – Venezia, ovviamente, oltre a Verona, Vicenza e Padova – amo anche la Toscana, specialmente Firenze e Siena. Ho trascorso più tempo al Nord, ma recentemente ho avuto l’opportunità di vistare Roma e Napoli per un articolo che stavo scrivendo per il ‘Daily Mail’. Sono rimasta affascinata dalle differenze tra il Nord e il Sud, e dal fatto che l’Italia ha così tante facce”.

Com’era la sua vita a Venezia? Vorrebbe che i suoi figli venissero a vivere qui?
“Il mio sogno è comprare una casa a Venezia. Mi piacerebbe molto che i miei figli abbracciassero il loro retaggio e imparassero il dialetto. Sono stati a Venezia un paio di volte e pensano sia magnifico – non si lasciano mai sfuggire la possibilità di viaggiare ovunque in barca e adorano il cibo, proprio come me!”.

I suoi libri non sono ancora stati tradotti in italiano. Le nuove tecnologie editoriali possono aiutare a diffondere la conoscenza? Cosa pensa degli ebook?
“In realtà il mio terzo libro, ‘The Botticelli Secret’, è attualmente in traduzione e uscirà in Italia alla fine di quest’anno. Penso che gli ebook siano fantastici, specialmente perché incoraggiano i giovani a leggere: quando viaggio è bello avere dieci libri sul mio iPad invece che nella mia valigia! Non credo comunque che i libri perderanno mai fascino; nel mio cuore non c’è possibilità di sostituire la sensazione del tenere un libro in mano e del girare le pagine per vedere cosa ti aspetta”.