In mezzo alle festanti acclamazioni in occasione dei 150 anni dell’Unità
d’Italia da parte di un’intellighenzia tutta tesa all’esaltazione del sacro
fuoco risorgimentale e del peggiore retoricume patriottardo (è di pochi giorni
fa l’invito di Beppe Severgnini sulla prima pagina del
Corriere della
Sera a fregiarci tutti di coccarde tricolori come tanti novelli Camille
Desmoulins alla vigilia della Rivoluzione Francese), è utile rispolverare questo
recente libretto di Angela Pellicciari che riunisce suoi articoli usciti anni
prima su
La Padania (uno dei pochi giornali che, per ovvie motivazioni
politiche, non ha accettato di fare da cassa di risonanza al coro
risorgimentale),
Il Foglio e
Studi Cattolici. Come dice il
titolo, l’autrice dice chiaramente che conoscere la storia dell’Unità d’Italia
non serve per combattere una battaglia nostalgica in nome di una qualche
restaurazione, ma serve per capire cosa sta accadendo oggi: come il
Risorgimento, inteso come una resurrezione da 1500 anni di Italia cattolica
(segno di schiavitù e inciviltà), così l’unità d’Europa è stata concepita in
nome di bellissime parole che negano le sue radici cristiane. Si capisce subito
che siamo nel campo della storia militante: prendere o lasciare, verrebbe da
dire, ma in realtà il contenuto del libro è molto interessante. Citando le
fonti, è possibile vedere come il Risorgimento sia stato guidato da uno Stato,
il Piemonte, che non era il più significativo della penisola italiana (e dove,
per di più, si parlava spesso francese), ma che, grazie a un’abilissima opera
propaganda, affermò sempre di essere superiore dal punto di vista morale, in
quanto fautore di una monarchia costituzionale e di uno stato liberale (gli
altri italiani erano retti da monarchie assolute e quindi erano immorali). Le
cose stavano in maniera radicalmente diverse, a cominciare dalla guerra che il
parlamento subalpino si ritrovò a combattere, nel 1855, in piena guerra contro
l’Austria, contro i gesuiti (definiti “portatori di peste”) in nome della
costituzione e della libertà, mentre lo Statuto Albertino del 1848 stabiliva,
come articolo primo, la religione cattolica come la sola religione di Stato
(quindi il Regno di Sardegna era uno stato confessionale. Da ciò si intuisce
quale fine avrebbe atteso gli altri ordini religiosi, tanto che nel 1855 il
governo Cavour-Rattazzi soppresse 35 ordini religiosi mendicanti e contemplativi
(domenicani, francescani e monache di clausura), in nome del motto “libera
Chiesa in libero Stato” (Cadorna diceva che il potere spirituale ha a che fare
con l’anima, quindi il papa ha autorità solo sulle credenze, mentre il potere
temporale ha potere sul materiale, anche sui beni degli istituti ecclesiastici
che sono e restano materiali; figuriamoci se la Chiesa, che non può possedere
delle proprietà, può possedere uno Stato). Una guerra portata avanti da un 2%
della popolazione che riteneva di essere investito da un compito morale e
intellettuale, il dovere progressista di liquidare la nazione verso la libertà e
la costituzione intese alla liberale: da un giorno all’altro, oltre 57 mila
persone furono private di tutto quello che hanno per vivere (oltre che della
vita che avevano liberamente scelto di fare). Tutti i beni degli ordini
religiosi furono oggetto di un saccheggio pubblico appoggiato dalle grandi
potenze dell’epoca, e decine di migliaia di edifici religiosi divennero stalle,
caserme, manicomi, o passarono ai privati. Inoltre, furono abolite tutte le 24
mila opere pie che provvedevano ai bisogni dei più poveri, e in un colpo solo
venne meno tutta l’organizzazione sociale, economica e religiosa: erano state
gettate le basi per l’emigrazione che avrebbe interessato l’Italia nei decenni
che seguirono l’Unità. Che l’Unità d’Italia sia stata fatta contro la Chiesa non
lo dicono solo i fatti e il magistero pontificio, ma lo dice anche (e con molta
chiarezza) quella corrente ideologia che fa capo alla massoneria e al Grande
Oriente d’Italia, secondo cui il compito del Risorgimento è stato quello di
“liberare l’Italia dal giogo di Roma cattolica”. Un’idea condivisa dallo stesso
Cavour, convinto assertore dell’idea che il 98% della popolazione, non avendo
potere di voto e non essendo quindi legalmente rappresentato, non contava niente
e non costituiva voce in capitolo. Siamo nella gnosi, quella corrente di
pensiero convinta che pochissimi costituiscano l’avanguardia morale e
intellettuale dell’umanità, e che tutti gli altri debbano seguire quei
pochissimi. Tra l’altro, dal momento che, alle elezioni del 1855, i cattolici
raddoppiarono i loro consensi passando dal 20% al 40%, il democraticissimo
Cavour ricorse tranquillamente all’annullamento delle elezioni, accusando il
clero di indebito abuso del diritto di parola. Da questi fatti occorrerebbe
dunque rivalutare anche il tanto famoso e vituperato
non expedit di Pio
IX, il quale riprese il motto
né eletti né elettori del sacerdote
Giacomo Margotti: il papa e i cattolici, non contrari a un’unificazione federale
(all’epoca si parlava di “lega”), presero atto che per loro non c’era spazio
d’azione. Il libro prende quindi in esame tutti i temi sui quali la storia
ufficiale ha sempre sorvolato o taciuto: il traffico degli schiavi di Garibaldi,
la corruzione mediante la quale il meridione fu conquistato senza opporre
resistenza, i debiti del Piemonte (al punto che, se nel 1861 l’unità non fosse
stata ultimata, il Regno di Sardegna sarebbe finito in bancarotta), l’appoggio
delle grandi potenze europee, la farsa dei plebisciti, l’avversione verso la
scuola libera (libertà di coscienza, libertà di stampa, libertà di culto, ma
nessuna libertà d’insegnamento), la proibizione di stampa e diffusione delle
encicliche papali nel Regno di Sardegna (nonostante l’articolo 28 dello Statuto
tutelasse la libertà di stampa), le continue calunnie volte a nascondere e
deformare la realtà (a dispetto di quanto affermato dalla stampa liberale e
dalla vulgata risorgimentale, in Piemonte c’era il più alto numero di carcerati
d’Europa e moltissime condanne a morte, mentre nello Stato Pontificio e nel
Regno delle Due Sicilie c’era l’uso di commutare la massima pena). Se si
considera che ai giorni nostri il cattolico Buttiglione non deve far parte del
governo della democratica Europa perché ha osato dire che l’omosessualità è
peccato, viene da pensare che le analogie sono preoccupanti: come allora, quando
la nuova Italia fu modellata sulla famosa frase di Massimo D’Azeglio “l’Italia è
fatta, dobbiamo fare gli italiani”, anche oggi i cattolici possono essere
accettati solo se non parlano.
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