lunedì 30 maggio 2011

Carlos Ruiz Zafón - Le luci di settembre

Le storie con gli automi meccanici mi hanno sempre affascinato sin dai tempi di Syberia (avventura grafica della Microids a firma di Benoit Sokal di parecchi anni fa), figuriamoci se poi ci si mette anche Zafón. Sì, perché Le luci di settembre non è solo l’ultimo ultimo capitolo della Trilogia della nebbia che ha già visto la pubblicazione de Il principe della nebbia e Il treno della mezzanotte, ma anche l’ultimo inedito dello scrittore spagnolo ancora inedito in Italia relativo alla sua produzione precedente all’Ombra del vento e al Gioco dell’angelo. Quindi prego chiunque di smetterla con le solite critiche precotte che puntualmente accompagnano ogni sua uscita e che vogliono ogni romanzo “inferiore” all’Ombra del vento contestando una logica editoriale che intende lucrare sul fenomeno di turno, senza alcuna discriminazione in base alla qualità delle opere. Le luci di settembre non è il nuovo romanzo di Zafón, così come non lo era Marina e non lo erano gli altri (succitati) due capitoli della trilogia: soprattutto, risale a un bel po’ di anni fa ed è stato concepito e scritto per un pubblico giovanile, anche se presenta molte delle caratteristiche che hanno fatto la fortuna dell’autore presso il grande pubblico (il mistero, il soprannaturale, il romanticismo, la tristezza che permea ogni pagina). In questo caso, la vicenda è ambientata nel 1937 e vede protagonista Simone Sauvelle, una donna che rimane vedova e che, non potendo più permettersi lo stesso tenore di vita a causa del suo semplice stipendio di insegnante, decide di scappare da Parigi assieme ai figli Irene e Dorian con destinazione un piccolo paese sulla costa della Normandia, dove trova impiego come governante presso Lazarus Jahn, celebre fabbricatore di giocattoli che vive nella faraonica residenza Cravenmoore con la moglie malata (che non si vede mai). Irene fa amicizia con la ciarliera cuoca Hannah, sua coetanea, che le presenta il cugino Ismael, bello, marinaio e tormentato quanto basta per farla innamorare. Lazarus si dimostra premuroso e gentile con Simone e i suoi figli ma l’improvvisa uccisione di consegna l’intera casa nelle mani di una terribile ombra che scatena una battaglia contro Simone da un lato e contro Irene e Ismael dall’altro, mentre Lazarus appare sempre più ambiguo. La prima parte gioca d’atmosfera, con la descrizione della magione di Cravenmoore e del lugubre bosco che la circonda (resi ancor più lugubri dagli automi costruiti dal padrone di casa), la seconda diventa un’avventurosa partita a scacchi con il male (così come negli altri due capitoli della trilogia). Non tutto funziona a livello di personaggi (Dorian è incompiuto e serve solo per esprimere il tormento interiore di un figlio geloso della madre), ma questa volta il cattivo della situazione, Lazarus, non è quel demonio in stile Cain e Corelli, bensì un personaggio misterioso e complesso che paga in prima persona le conseguenze delle sue scelte passate e delle sue paure. Zafón gioca con le sue classiche tematiche gotiche che i suoi fan conoscono bene (la casa labirinto, il patto con le tenebre disatteso e quindi punito come nel Gioco dell’angelo, gli automi senzienti e l’inventore che cerca di dare vita attraverso la meccanica, tema ripreso anche dal successivo Marina) e carica la vicenda con il ricorso al Doppelgänger (la copia spettrale di una persona vivente) e la leggenda sulle luci che verso il mese di settembre avvolgono l’isolotto del faro che si trova davanti alla casa di Simone e dei suoi figli e che riguarda una donna che ha tragicamente perso la vita per raggiungere il suo amato che si trovava proprio nel faro. L’invito, come sempre, è quello di lasciarsi spaventare e conquistare dal potere di questa narrazione immersiva e trascinante.

sabato 21 maggio 2011

George R.R. Martin - Il trono di spade

La recente serie televisiva Game of Thrones, uno degli eventi della stagione negli Stati Uniti, ha dimostrato una volta di più, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto valide possano essere le trasposizioni cinematografiche o televisive fatte con professionalità e serietà e, soprattutto, ha rilanciato l’opera di George R.R. Martin (apprezzata addirittura dai Blind Guardian, che vi hanno dedicato due canzoni dell’ultimo album) anche presso il pubblico italiano e, di conseguenza, presso il sottoscritto (tra l’altro, fan dei Blind Guardian, quindi estremamente suggestionabile). A essere sinceri, sono sempre rimasto dubbioso di fronte a queste saghe interminabili che si sviluppano in dozzine di volumi dai finali perennemente aperti e danno l’impressione di essere ampiamente disoneste nei confronti dei lettori. Potrei però sbagliare, dal momento che il mondo è pieno di seguaci pronti a giurare che, così facendo, l’autore può sviluppare meglio le varie idee disseminate nei vari tomi a livello di trama, personaggi e mondo, allungando il piacere della narrazione e dando ai lettori ciò che vogliono. C’è comunque da dire che la Mondadori non è venuta incontro a queste problematiche inventandosi bene, per oscure ragioni di politica editoriale, il primo volume di questa saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco in due parti (la seconda si intitola Il grande inverno, e già so che dovrò leggerla), causando così scompensi narrativi e di ritmo a un’opera nata come unica. Premettiamo subito che la saga è ambientata nei Sette  Regni di Westeros, uno dei continenti del mondo fantastico creato dall’autore. Non manca la solita mappa in stile nordico che non può mancare in ogni opera fantasy degna di questa nome, piena di alberelli e simboletti a indicare le foreste, gli arcipelaghi, le dorsali rocciose, i fiumi e le città dai nomi immaginifici, insomma la classica cosa che lascia un bel sorriso di soddisfazione stampato sul volto di ogni appassionato. In questo continente le stagioni durano per anni, senza cadenze precise, ma attenzione: di fantasy in Martin c’è davvero pochissimo. Quello da lui immaginato è uno scenario profondamente influenzato dal Medioevo europeo e dominato dal rapporto feudale e dalla rivalità tra famiglie. Non ci sono maghi, elfi o troll, ma solo personaggi complessi e problematici che si rapportano alla lotta per il potere: un mondo cupo, crudo e realistico, capace di staccarsi dagli stereotipi tolkieniani o, nel peggiore dei casi, alla Dungeons & Dragons. Non ci si sofferma su un singolo eroe ma ogni capitolo si incentra sulla prospettiva di un diverso personaggio tra tutti quelli che si avvicendano all’interno della storia, così come non ci sono buoni contro cattivi, ma solo personaggi che perseguono i loro interessi e mettono in atto le loro losche trame, con molti punti di contatto con la tragedia greca. Lo scontro riguarda inizialmente due grandi casate, gli Stark e i Lannister, ma anche le altre principali casate sono antiche contendenti, con un re, Robert Baratheon, dal passato di gloria e onore ma attualmente dedito alle crapule e al sesso. Insomma, una situazione politica davvero molto complessa, dove le persone preposte alla gestione del bene comune sono influenzate e cambiate dal potere, perdendo progressivamente di vista il quadro generale e la minaccia comune che incombe e nessuno sembra vedere. Al di fuori dei Sette Regni, infatti, si profilano due grandi minacce: una al di là del mare, con gli esiliati fratelli Targaryen, l’altra nel profondo Nord, oltre la Barriera, che rappresenta il confine dei Sette Regni ed è protetta da un gruppo di guerrieri (i Guardiani della Notte) la loro intera esistenza, in una terra di ghiaccio e freddo perenni, dove si sta risvegliando una minaccia soprannaturale (gli “estranei”). Il protagonista può essere definito Eddard Stark, detto Ned, signore di Grande Inverno, un personaggio molto realistico e pragmatico, pieno di valori etici e cavallereschi e, soprattutto, leale: è il signore di Grande Inverno e a lui il re Robert Baratheon chiede di diventare Primo Cavaliere del Regno dopo l’assassinio del suo vecchio braccio destro (che aveva scoperto qualcosa sui figli bastardi del re). Ed è sempre lui che, costretto a lasciare la moglie e a portarsi due figlie al seguito, si scontra con gli intrighi di una corte subdola, nella quale tutti controllano tutti. I Lannister sono la famiglia della regina Cersei, astuta, vendicativa e disposta a tutto; Jaime, il suo fratello gemello con cui ha pure una relazione incestuosa, è uno dei membri della Guardia Reale ed è altrettanto privo di scrupoli (non si fa problemi a buttare giù dalla torre, rendendolo infermo a vita, il figlio piccolo di Ned che ha sorpreso lui e la sorella in atteggiamenti inequivocabili), mentre il terzo fratello, Tyrion, è un nano molto furbo e colto soprannominato “il Folletto” ma assolutamente indifeso dal punto di vista fisico, che quindi può difendersi solo con l’arguzia e il suo carisma (cosa che in molte circostanze lo porta a essere molto spiacevole e indisponente). Un altro personaggio importante è Jon Snow, figlio illegittimo di Ned Stark, che vive un grande conflitto interiore, diviso tra la propria ambizione personale e i suoi ideali di perfezione che lo spingono a entrare nei Guardiani della Notte, corpo di guerrieri molto simili ai Templari che hanno obbligo di castità e un duro addestramento: paradossalmente, sono mitizzati come confraternita sacra, ma in realtà sono fatti di reclute prese dai peggiori relitti della società (violentatori, ladri, bari) e da persone scomode, senza altro futuro. Per quanto riguarda invece i fratelli Targaryen che vivono al di là del Mare Stretto, troviamo il viscido e presuntuoso Viserys, ossessionato a riconquistare la propria corona usurpata dall’attuale re, e la sua dolce sorella Daenerys, che  viene data dal fratello (ovviamente senza alcuno scrupolo, ma poteva essere altrimenti?) in sposa a un signore della guerra a capo di un’orda di feroci combattenti che dovrebbero aiutarlo a invadere il suo legittimo regno: è proprio lei a costituire parte dell’interesse in quanto, conscia della sua nuova statura di moglie del capo, comincia a rispondere per le rime al fratello e a mettere in discussione la sua presunta autorità. Purtroppo, la vicenda si tronca sul più bello, proprio quando, dopo quasi 400 pagine di macchinazioni e intrighi, Ned subisce un’imboscata da parte di Jaime Lannister e non sappiamo come evolve la vicenda di sua moglie, lady Catelyn Stark, che ha preso prigioniero il nano Tyrion e si è recata da sua sorella Lysa, vedova dell’ex Primo Cavaliere del Regno e ormai quasi impazzita e intenta ad allattare un figlio ormai grande. Come detto, mi toccherà sul serio leggere il seguito, anche perché ne voglio sapere decisamente di più a proposito di questi “estranei” che abitano il Grande Nord…

venerdì 20 maggio 2011

Luther Blissett - Q

Solitamente, almeno da quando ho questo spazio letterario, non parlo due volte di libri che ho già letto e dei quali ho già detto la mia. Sbagliando, forse, dal momento che alcuni romanzi sono talmente ricchi di spunti di riflessione da richiedere un’attenzione particolare (e qualche lettura supplementare, magari più avanti nel tempo) come è doveroso per questo Q, da me già affrontato l’anno scorso (tra l’altro nello stesso periodo) e amato incondizionatamente fin da subito, e non solo per la sua ambientazione veneziana. Oltre 600 pagine di rivolte, fughe, intrighi e stermini. Un romanzo totale, scritto a otto mani da un collettivo di scrittori che intende porsi come terrorista mediatico, geniale frullato di generi (giallo, noir, avventura, e chi più ne ha più ne metta) e violentemente anti-minimalista nonostante sia costellato di protagonisti comprimari sul palcoscenico della Storia, ambientato in un’epoca (il Cinquecento) che gli autori hanno indicato come fondativa del Moderno, con la nascita dell’Europa, della comunicazione di massa, degli apparati di polizia e, soprattutto, del capitale finanziario (onnipresente e decisivo in tutte le vicende narrate). Insomma, un libro che per sua stessa natura è talmente complesso da obbligare a una rilettura e che fa venire voglia di riprenderlo in mano. Senza tornare su quanto già scritto QUI (tutte cose che riconfermo), aggiungo una cosa che l’altra volta ho omesso: la struttura a due voci, quella dei due protagonisti senza nome (il rivoluzionario anabattista e la spia cattolica Q.), è talmente perfetta che per tutta la prima parte del romanzo si ha il sospetto che i due potrebbero essere la stessa persona che fa il doppio gioco, mentre nella seconda si ha l’irrefrenabile voglia di scoprire sotto quali spoglie si nasconda il nemico, per poi scoprire l’assoluta necessità dei nemici nel processo di memoria e identificazione da parte di persone senza identità (un po’ quello che ha cercato di fare anche Umberto Eco nell’ultimo Il cimitero di Praga). Inoltre, un’intuizione geniale del libro sta nell’aver unito non solo l’introduzione della stampa e il commercio di libri alla Riforma protestante (cosa nota alla storiografia), ma soprattutto nell’aver connesso il traffico di libri eretici e conciliatori ai disegni degli “zelanti” contro gli “spirituali”, in conformità con i disegni politici dell’imperatore Carlo V e gli interessi delle casse dei banchieri Fugger. E, in tutto questo, l’ingegno del singolo, perché, come dice il logorroico Pietro Perna: «Io sono un libraio, vado in giro, vedo un sacco di gente, vendo i libri, scopro talenti nascosti sotto montagne di carta… Io propago idee. Il mio è il mestiere piú rischioso del mondo, capito?, sono responsabile della diffusione dei pensieri».

domenica 1 maggio 2011

Carlos Ruiz Zafón - Marina

Non ho mai nascosto il mio debole per Zafón, autore da me scoperto con il meraviglioso “L’ombra del vento” e, in seguito, con “Il gioco dell’angelo” e tutti quei romanzi antecedenti ripubblicati dopo il grande successo registrato in termini di vendite. È bene precisare che anche questo “Marina” (pubblicato da Mondadori con una copertina letteralmente fantastica) è stato scritto prima di raggiungere il grande successo internazionale, quando l’autore scriveva ancora storie per ragazzi, anche se, come dice lo stesso Zafón nell’introduzione, è forse «il più indefinibile e il più difficile da classificare» dei suoi romanzi. Il protagonista della vicenda è il quindicenne Óscar Drai, che trascorre gli anni della sua adolescenza in un cupo collegio della Barcellona della fine degli anni Settanta; è privo di una famiglia e di amici, quindi girovaga per le strade cercando di trovare un senso al suo senso di solitudine, perdendosi nel dedalo di vie, ville e palazzi di quartieri che, ad ogni angolo, suggeriscono storia mistero (la Barcellona di Zafón è, come sempre, una città tetra e maledetta, gotica e senza tempo, molto diversa dall’irritante cartolina turistica che ci viene propinata ogni giorno). In occasione di una di queste fughe il giovane si lascia rapire da una musica celestiale emessa da un grammofono che lo porta fino alle finestre di una casa apparentemente abbandonata. Entra così in contatto con due persone destinate a cambiare la sua vita, la giovane Marina e il suo enigmatico padre, il pittore Germán Blau: dal momento che lui è malato, lei (una figura luminosa quasi come un angelo) passa le sue giornate a prendersene cura. Un giorno, Marina porta Óscar al cimitero di Sarria per mostrargli come una misteriosa figura femminile ammantata di nero si rechi tutti i mesi, lo stesso giorno, a lasciare un fiore su una tomba priva di nome il cui unico simbolo è una farfalla nera con le ali spiegate: i due decidono di seguirla, ma la perdono di vista imbattendosi in un edificio fatiscente e disabitato con una serra e una sorta di laboratorio pieno di marionette dall’aspetto orribile, oltre a un libro colmo di fotografie di persone con deformazioni fisiche gravi. È la porta d’ingresso per uno degli antichi misteri della città di Barcellona, una storia maledetta che ha come protagonista un inventore tanto affascinante quanto oscuro, Michail Kolvenik, che ha sposato una donna bellissima sfigurata dall’acido il giorno delle sue nozze ed è poi perito con lei in circostanze tragiche. Con la stessa incrollabile convinzione nella letteratura in quanto tale e la medesima propensione al motto memorabile («Io e te siamo uguali, Óscar. Siamo soli e condannati ad amare chi è già condannato…»), Zafón è abile a imbastire una vicenda di mistero, con tutti gli elementi del caso (vecchi amori, rancori e segreti), e la connette a una profondissima intuizione, la non accettazione della morte, tema di per sè molto romantico che lo collega al grande filone della narrativa gotica, come si vede chiaramente dallo scienziato che, come in “Frankenstein”, mosso da intenzioni umanitarie, crea dei mostri e giunge a tramutare perfino se stesso, oppure dal mostro che ha creato il suo regno nei sotterranei del teatro come nel “Fantasma dell’Opera”. Nel fare questo, com’è tradizione, chiede tanto al suo pubblico di riferimento (che, ricordiamocelo, in questo caso è quello adolescenziale) e abbonda di particolari macabri e crudeli e riprende molti particolari della sua “Trilogia della nebbia” (a partire dalla presenza di una creatura demoniaca annunciata da un odore putrido che comincia a infestare la vita del protagonista e dalla titanica resa dei conti finale), stabilisce interessanti analogie (molto bello l’accostamento dei manichini, simbolo di artificiale perfezione, alla collezione di foto di persone deformi) e relazioni tragico-artistiche (il padre di Marina è un pittore, sua madre era una cantante, la moglie di Kolvenik è un’ex attrice di successo) e crea dei personaggi malinconici, verosimili e complessi, dando voce ai loro sentimenti e alle loro tristezze. Qualcuno potrebbe storcere il naso per l’arditezza di alcune soluzioni, ma sfido chiunque a restare insensibile a un finale che commuoverebbe anche le pietre. Assolutamente geniale, infine, il gatto Kafka.