mercoledì 20 luglio 2011

J.R.R. Tolkien - Il Signore degli Anelli

C’è poco da fare, Tolkien lo si deve rileggere. Non basta affrontarlo una volta, perché è parte di noi e nasconde sempre qualcosa di nuovo, Le sue opere vanno lette, meditate, rilette e approfondite. Succede per Lo Hobbit, succede per Il Signore degli Anelli. Questa è la terza volta che affronto quest’ultimo dall’inizio alla fine, ma in innumerevoli circostanze l’ho ripreso in mano per rileggerne spezzoni se non addirittura parti intere. Insomma, la Terra di Mezzo è entrata talmente nella mia vita che non riesco davvero a immaginarmi senza di essa. Amato da una folla oceanica di fanatici entusiasti, dileggiato e vilipeso da legioni di critici settari (soprattutto in Italia, dove è sempre stato considerato maschilista, “di destra” se non addirittura fascista, che ci sta sempre bene), Il Signore degli Anelli è senza dubbio uno dei romanzi più importanti del Novecento e quello che, più di ogni altro, ha puntato a ragion veduta su un genere ritenuto morto (le saghe nordiche, le favole, la letteratura epica e il romanzo cavalleresco). Soprattutto, è stato capace di riproporre, in pieno XX secolo (ovvero il secolo della narrativa realistica), il valore fondante del mito: per questo è stato considerato una pietra miliare e il capolavoro fondante del genere fantasy (che, salvo rare eccezioni, altro non ha fatto che riproporne tematiche e stilemi, quasi sempre dando origine a paragoni impietosi). Riassumerne la trama è praticamente impossibile, e mi limiterò a dire che si snoda per tre libri (La Compagnia dell’AnelloLe due torri e Il ritorno del re) seguendo il viaggio dell’hobbit Frodo Baggins dalla pacifica Contea alle pendici del Monte Fato per liberare il mondo dall’Unico Anello del potere (quello recuperato dallo zio Bilbo nel romanzo Lo Hobbit), forgiato dal Signore Oscuro Sauron per soggiogare l’intera Terra di Mezzo e piegarla al suo volere. Ad accompagnarlo, nel viaggio come nella lotta contro il male, una serie di personaggi indimenticabili: il fido servo Sam, gli altri amici hobbit Merry e Pipino, il saggio stregone Gandalf, l’elfo Legolas, il nano Gimli, i tormentati umani Aragorn e Boromir. I malvagi non sono da meno: a cominciare dai Nazgûl, gli Spettri dell’Anello, anime private dei loro corpi al comando dell’Oscuro Signore, dotati di «vita imperitura, ma a loro intollerabile», e soprattutto il patetico Gollum, che l’Anello ha reso deforme e viscido scindendo in due la sua personalità che combatte per tutta la storia uno straordinario duello psicologico tra avidità e innocenza. Altrettanto indimenticabili sono le immagini evocate da Tolkien, capaci di marchiarsi a fuoco nella memoria dei lettori: l’incontro di Frodo con i Cavalieri Neri, l’attraversamento delle miniere di Moria, lo scontro tra Gandalf e il Balrog sul ponte di Khazad-dum, il reame paradisiaco di Lothlorien, la foresta di Fangorn dotata di vita propria, la difesa del Fosso di Helm, l’attraversamento delle Paludi Morte (con migliaia di volti cadaverici dentro gli stagni), la battaglia dei campi del Pelennor (e la devastante carica dei Rohirrim), il confronto tra Éowyn e il Signore dei Nazgûl, il disperato viaggio di Frodo e Sam attraverso le Montagne d’Ombra, Cirith Ungol e il ragno Shelob, l’epilogo del dramma alle pendici del Monte Fato. Quelli di Tolkien sono un luogo e un’epica profondamente umani, dove i protagonisti non sono tanto gli eroi e i personaggi sovrannaturali, ma piccoli esseri profondamente umani (gli hobbit) alle prese con cose più grandi di loro, in balia di forze incontrollabili a cui non si può fare altro che affidarsi, oppure combattere senza tregua («non tocca a noi scegliere», dice Gandalf a Frodo che dice di non volere affrontare il duro tempo della prova. «Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato»). L’intero romanzo è una storia contro il potere: non il potere economico o sociale, ma il potere propriamente detto, rappresentato dall’Anello. È molto significativo che, fin dall’inizio, i “buoni” abbiano tra le mani l’Anello: molti di loro propongono di usarlo contro il male per conseguire un fine buono, ma Tolkien dice che i mezzi malvagi (e l’Anello è completamente malvagio) possono produrre solo fini malvagi, indipendentemente dalle intenzioni originali. Sebbene molti siano quasi seccati nel riconoscerlo e tendano a metterlo in secondo piano, nonostante i suoi numerosi e indiscutibili aspetti pagani, l’epopea tolkieniana è connotata da una visione profondamente cristiana (lo tesso Tolkien era cattolico): lo scontro tra bene e male non è un semplice confronto manicheo come mille volte si è visto al cinema (e come la maggior parte dei critici sembra pensare), ma qualcosa di molto più profondo che riguarda tutti i protagonisti, mai completamente buoni e mai completamente cattivi, ma sono anzi tentati nella loro storia personale dall’Anello e per questo degni di pietà e misericordia (a Frodo che esprime il rammarico che Gollum non sia morto, Gandalf ricorda l’impossibilità di giudicare ed elargire morte perché «nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze», dicendosi certo che a Gollum spetti un’ultima parte da recitare prima dell’epilogo della vicenda, come in effetti accade). Anche la decisione del Consiglio di Elrond, che manda i membri della compagnia proprio in direzione del male, contrariamente a qualche logica umana, rispecchia il concetto della follia secondo il mondo di San Paolo, pur nel rispetto della libertà di ognuno (proprio l’elfo Elrond autorizza ad abbandonare l’impresa quando vogliono senza arrischiarsi in promesse che non possono mantenere, in quanto «colui che non ha visto il calar della notte, non giuri di inoltrarsi nelle tenebre»). Così come ci sono il valore della rinuncia (nulla senza la disponibilità al sacrificio sarebbe possibile) e la possibilità di cadere nella tentazione, come capita a Frodo che viene ferito perché si infila l’Anello e si rende visibile ai cavalieri del male, una ferita che resterà sempre e non verrà cancellata, neppure quando l’Anello sarà distrutto. Tutti i personaggi vengono posti di fronte alla serietà della vita, che diventa piena e ricca di significato solo se spesa per qualcosa di buono: l’uomo si interroga sulla sua posizione nella Terra di Mezzo che, essendo appunto “di mezzo”, è di passaggio e prelude a un’altra terra, quella definitiva. Come la Commedia di Dante, anche Il Signore degli Anelli è un viaggio che parte dall’inferno e tende al paradiso, l’unico luogo che può curare la ferita di Frodo: non un finale consolatorio, tutt’altro. Anzi, si potrebbe dire che la tristezza è necessaria, con il suo carico di morti, sacrifici e distacchi dolorosi («Non dirò: “Non piangete”, perché non tutte le lacrime sono un male», dice Gandalf ai vecchi amici prima di salpare con Frodo per l’ultimo viaggio dai Rifugi Oscuri). Anche per quanto riguarda la magia, in Tolkien è una cosa molto diversa da quella di Harry Potter (giusto per citare una cosa che più o meno tutti hanno in mente): sebbene non malvagia di per sé, essa conduce facilmente alla sete di potere sopra le cose o gli esseri viventi, e quindi è meglio evitare di contrastare o influenzare il corso naturale delle cose, lasciando libero corso al destino. Non si esprime in incantesimi fragorosi ma è qualcosa di sottile e profondo, soprattutto legato alla voce e alla parola, capace di insinuare la menzogna (la voce di Saruman che blandisce gli interlocutori e poi li fa sentire sciocchi e inadeguati, le menzogne sussurrate da Grima Vermilinguo all’orecchio di re Théoden facendogli perdere vigore, la voce di Sauron attraverso il Palantìr che distorce la mente di Denethor facendogli perdere la speranza) o chiamare alla verità (il canto gioviale di Tom Bombadil che libera gli gobbi dalle grinfie del Vecchio Uomo Salice e dello Spettro dei Tumuli, il riso di Gandalf che spezza l’incantesimo di Saruman e restituisce la serenità). Molteplici sono i riferimenti a miti e archetipi, non solo alle saghe nordiche (BeowulfNibelunghi e Kalevala in primis) ma anche alla Chanson de Roland (il suono del corno che atterrisce i nemici), alle credenze medievali (le mani di Aragorn sono mani di guaritore, come quelle dei re di Francia), al Macbeth di Shakespeare (l’assalto degli Ent a Isengard) e all’Odissea (il finale con la lotta per liberare la Contea contro gli scagnozzi di Saruman, come Ulisse contro i Proci per riconquistare il trono di Itaca). Quello che Tolkien tratteggia è un mondo perfettamente reale: i linguaggi parlati dai personaggi sono linguaggi reali, i confini delle varie terre sono descritti nei minimi dettagli, le culture descritte sono attendibili se non probabili (e a questo contribuiscono anche le dettagliatissime appendici che narrano di genealogie, fatti e circostanze dei regni di cui si parla nel libro). Il mondo in cui Tolkien ci fa muovere ha un passato, profondo e distante dai protagonisti del libro come essi lo sono da noi. Tutto il libro ci comunica l’amore per la natura e la bellezza del creato e ci invita a diffidare del progresso tecnologico insensato (con il suo scientismo, Saruman pensa di poter controllare e manipolare la realtà, trasformando Isengard in un arsenale bellico e tecnologico a danno di una foresta che si prenderà la sua giusta rivincita), tanto che qualcuno ha voluto leggere in questo il riflesso della trasformazione della sonnolenta Inghilterra rurale in potenza industriale. Il paesaggio è  addirittura lo specchio del conflitto tra bene e male: dove dominano i buoni la natura è bella è rigogliosa, dove invece domina il male essa è sconvolta, abbruttita e desolata. Ovunque però si respira la fine di un’epoca, come prova l’esodo degli elfi che salpano per le Terre Imperiture al di là del mare e come si vede dalla meravigliosa descrizione di Gandalf, Elrond, Celeborn e Galadriel che siedono sotto le stelle e parlano tra loro attraverso la loro mente, incomprensibili agli esseri umani («Se fosse passato qualche viaggiatore solitario avrebbe veduto e udito ben poco, e gli sarebbe parso di vedere soltanto figure grigie scolpite nella pietra, memorie di tempi remoti perse in terre disabitate»). Certo, si tratta di un libro spesso imperfetto, che risente molto del lunghissimo lasso i tempo nel quale fu scritto e che presenta due diversi registri linguistici: uno colloquiale, quotidiano, riferito soprattutto agli Hobbit e alla Contea, che ritroviamo soprattutto nella prima parte del romanzo; l’altro aulico, arcaico e spesso drammatico, per le parti riferite ai personaggi di maggior levatura come Aragorn o gli Elfi, per i saggi come Gandalf e, in generale, per gli episodi di stampo eroico. Inoltre, una peculiarità del ritmo narrativo-linguistico sta nell’alternanza tra prosa e versi, nella fattispecie canzoni, le quali riflettono le diverse espressioni dei personaggi e le intenzioni dell’autore (lo stesso linguaggio esprime la personalità dei personaggi), il che non può che conferire poesia e lirismo a un’opera già affascinante di suo. Ognuno comunque è libero di scoprire infiniti aspetti e suggestioni (per esempio, questa volta ho apprezzato in maniera particolare il risveglio di Frodo nell’Ithilien e l’incontro tra Faramir ed Éowyn alla Case di Guarigione): il vasto mondo di Tolkien è lì che lo aspetta.

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