sabato 15 ottobre 2011

Neil Gaiman - Coraline

Continuo a convincermi sempre di più che Neil Gaiman sia uno scrittore eccezionale. Già estasiato da Stardust, non posso che riconoscere il valore di Coraline (non è un caso che entrambi i romanzi siano stati alla base di due bellissimi film), favola nera a uso familiare, cominciata dall’autore da un suggerimento della figlia maggiore e portata a termine per l’altra figlia più piccola imponendosi la ferrea disciplina di 500 parole al giorno. La cosa più sbagliata sarebbe pensare che le favole non hanno più nulla da dire, perché è vero che i modelli ci sono (e come potrebbe essere altrimenti!), ma gli esiti sono del tutto nuovi. In questo caso, la vicenda finisce per assumere i contorni morali di una specie di Alice nel paese delle meraviglie ribaltato: anche qui c’è una bambina, Coraline (errore di stampa per Caroline, che Gaiman ha però deciso di mantenere), che dopo essersi trasferita in una nuova casa e nell’attesa che ricominci l’anno scolastico, trascorre un’esistenza un po’ grigia con dei genitori che lavorano sempre (il padre compila interminabili cataloghi di giardinaggio) e degli strani vicini (due ex attrici e un vecchio pazzo dell’Est Europa che alleva topi ballerini), finché un giorno, nella sua stessa casa, scopre una porta aperta su un muro di mattoni, oltre il quale dovrebbe esserci un appartamento vuoto e invece si apre un corridoio scuro che porta a una casa identica alla sua, nella cui cucina vive una donna uguale a sua madre. Tutto è più bello e stimolante qui, tanto che le vicine di casa sono di nuovo giovani e si sbizzarriscono in spettacoli teatrali pirotecnici e perfino il padre, che solitamente in cucina è un disastro, cucina dei deliziosi manicaretti. Un piccolo particolare turba l’incanto: tutti i personaggi in questo altro mondo sono copie dei personaggi della vita reale ma con un paio di bottoni al posto degli occhi, attaccati con ago e filo. Ben presto però l’altra madre, che ama Coraline «come un avaro ama il denaro, o un drago ama l’oro», vuole impedirle di tornare nel mondo reale, tentando di sostituirle gli occhi con due bottoni e imprigionando anche i suoi veri genitori. Chiusa in uno stanzino dietro uno specchio, Coraline conosce le anime delle altre tre vittime dell’altra madre, svuotati di un nome e quindi di un’anima, e decide di intraprendere una sfida decisiva: in compagnia di un misterioso gatto (l’unico a essere privo di nome, in quanto, come lui stesso spiega: «Voi persone avete il nome. E questo perché non sapete chi siete. Noi sappiamo chi siamo, perciò il nome non ci serve») scommette con la megera che sarà in grado di ritrovare l’anima dei tre sventurati e, insieme, i suoi veri genitori. Attraverso il ribaltamento della fiaba e con un fondo di angoscia che fa riflettere, Gaiman affronta, in modo straordinariamente adulto, temi centrali come quello del doppio (gli specchi sono onnipresenti), della prova, della paura e del coraggio, ma anche e soprattutto il rapporto genitori-figli, il disprezzo per la routine della vita quotidiana e la sostituzione del reale con dei paradisi artificiali («Ogni mattina un mondo nuovo verrà creato apposta per te», viene spiegato a Coraline). Un libro da non lasciarsi scappare.

sabato 8 ottobre 2011

Victor Hugo - Notre-Dame de Paris

È proprio vero che i libri cambiano. È soprattutto il caso di “Notre-Dame de Paris”, una delle opere più famose del romanticismo francese, che indubbiamente rappresenta per me un baluardo nella mia formazione letteraria, capace di affascinare la mia immaginazione di liceale qualcosa come ben quattordici anni fa. Ecco, oggi ha destato in me molta meno impressione. Grazie a un mito che si è alimentato nel corso del tempo e ha portato a numerose riduzioni cinematografiche e teatrali (provate a recarvi nei pressi della cattedrale di Notre-Dame a Parigi e cercate di contare quali bar e caffè non hanno un’insegna direttamente ispirati alla vicenda in questione!), la trama è arcinota: sullo sfondo di una Parigi medievale, sinistra e tumultuante, la bella zingara Esmeralda è contesa tra il deforme campanaro Quasimodo, il poeta Gringoire, il capitano delle guardie Pohœbus (che dapprima appare eroico e galante, ma poi si rivela semplicemente un uomo in cerca di dolce compagnia e privo di sentimenti) e, soprattutto, l’arcidiano Claude Frollo, vera anima nera della vicenda ed erede del monaco Ambrosio nel mitico “Il monaco” di Lewis. È quest’ultimo che cerca di far rapire la zingara e che poi, scoprendola in atteggiamenti di intimità con Pohœbus, pugnala quest’ultimo facendo ricadere la colpa su di lei. Condannata all’impiccagione, la ragazza viene salvata da Quasimodo (innamorato di lei in quanto è stata l’unica a dargli da bere quando è stato condannato pubblicamente a subire la tortura della ruota), il quale invoca il diritto di asilo nella cattedrale di Notre-Dame. Dopo aver ricevuto altri rifiuti in cambio del suo aiuto, Frollo consegna Esmeralda alle autorità e, alla fine, assiste all'esecuzione da una delle torri della cattedrale provando un piacere sadico, mentre il campanaro furioso lo scaraventa giù provocandone la morte. L’opera non è affatto unitaria e presenta numerosi raccordi: romanzo storico e melodrammatico (la scena straziante di Esmeralda che, in carcere, ritrova la madre impazzita dopo averla persa), intende porsi anche come opera filosofica e, al contempo, illustrazione della cattedrale e difesa dell’arte gotica, con le medesime lunghe digressioni che troviamo anche nei “Miserabili”. L’intera vicenda completamente investita dalla fatalità, quell’anànke che l’arcidiacono scrive sul muro del suo studio, per indicare che la vita umana e il corso delle cose siano retti da una logica implacabile, contro la quale la volontà è impotente (anche al di là della lotta tra la ragione, il desiderio e la fede che si tiene nell’arcidiacono). Per il resto, il medioevo di Hugo è quello mitico della superstizione e degli errori giudiziari, insomma a suon di cliché romantici che ben poco hanno a che spartire con la realtà: lo stesso famoso capitolo “Questo ucciderà quello” non fa altro che esporre l’idea tanto cara al romanticismo dell’architettura come libro aperto a uso delle masse incolte prima dell’avvento della stampa e della circolazione delle idee. Alcuni attimi voluttuosi e scabrosi per l’epoca (Gringoire che guarda Esmeralda dal buco della serratura, Frollo che spia appassionatamente la scena d’amore tra Pohœbus e la zingara) sono tipici del romanzo gotico, mentre la struttura dei primi due libri è tipicamente teatrale dal momento che i fatti si svolgono unitariamente in un’unica giornata, il 6 gennaio 1482, dove ci vengono presentati tutti i personaggi e il poeta Gringoire, dopo il fiasco della sua rappresentazione (un vero e proprio spettacolo teatrale medievale in una struttura narrativa teatrale!), per poco non viene impiccato e si trova poi sposato con Esmeralda (che ha pietà di lui) secondo il rito degli egiziani. La ricostruzione d’epoca non funziona troppo bene, per la stessa natura bizzarra dei personaggi del romanzo (il povero sognatore e anacronistico Gringoire, il mostruoso Quasimodo o la zingara egiziana Esmeralda non possono contribuire certo a dare la sensazione del periodo, così come il povero Luigi XI, che appare giusto per recitare la parte di deus ex machina dell’intera vicenda), ma i grandi quadri dell’elezione del papa dei folli, il processo per stregoneria e l’assedio di Notre-Dame da parte dei mendicanti sono decisamente suggestivi.

domenica 2 ottobre 2011

Ian Fleming - Casinò Royal

Mi ero ripromesso da sempre di leggere un libro di Ian Fleming, un po’ per interesse personale, un po’ perché il suo nome spunta sempre fuori come capostipite di un genere, un po’ perché ho visto (più volte, e fin dalla più tenera età) tutti i film tratti dalle sue opere. Eccoci quindi al primo storico romanzo della saga della sua famosa creazione letteraria, l’agente segreto 007, quel Casinò Royal da cui sono stati ricavati ben due film, uno comico e strampalato con una serie di grossi attori (molti dei quali contemporaneamente nella parte di James Bond), l’altro con Daniel Craig che è stato campione d’incassi e ha rilanciato la serie dopo gli ultimi patetici capitoli con Pierce Brosnan. Beh, precisiamo subito che il romanzo si svolge negli anni Cinquanta, in un meraviglioso clima da inizio Guerra Fredda molto distante dall’universo ipertecnologico creato dai film (non è un caso che qui di invenzioni e diavolerie elettroniche proprio non ce ne siano): James Bond (spia del servizio segreto britannico) si ritrova inviato a Royale-les-Eaux, nella Francia meridionale, coadiuvato dall’agente Vesper Lynd, con l’obiettivo di mandare sul lastrico (ai tavoli da gioco del Casinò Royal) il banchiere del locale Partito Comunista, soprannominato Le Chiffre, gestore di bordelli sull’orlo della bancarotta e spietato giocatore d’azzardo. L’intreccio è lineare ma molto compatto e la tensione regge bene, sia nella prima parte con la lunga partita a baccarà (verosimile ed emozionante anche per me che di carte non capisco niente) sia nella seconda con l’angosciante tortura genitale operata dal crudele Le Chiffre e risolta dall’arrivo di un agente della spietatissima Smersh, sezione dei servizi segreti sovietici che dà la caccia ai suoi traditori in tutto il mondo. Elegante e buongustaio, duro e maniacale sul lavoro ma misogino e maschilista («Queste stupide donne che credono di poter fare un lavoro da uomini! Perché diavolo non rimangono tra le loro padelle, e i loro vestiti e i loro pettegolezzi, senza impicciarsi dei compiti che solo gli uomini possono portare a termine?»), il personaggio di Bond non è ancora completamente tratteggiato: vorrebbe cambiare vita dopo aver considerato che è difficile stabilire chi è buono e chi è cattivo, ma cambia repentinamente idea dopo la tormentata storia d’amore con Vesper che si rivela un agente doppiogiochista (tutta l’ultima parte è appesantita da foschi presagi che l’agente non riesce però a cogliere). Si legge in fretta, ma il finale tragico e cinico regala un senso di tristezza davvero difficile da digerire.