sabato 31 dicembre 2011

Neil Gaiman - Sandman. Il signore dei sogni

Personaggio di una celebre e titolata serie a fumetti scritta da Neil Gaiman per la leggendaria DC Comics nella prima metà degli anni Novanta per 75 numeri complessivi (e ora 10 volumi di graphic novel) e dedicata al signore dei sogni, Sandman è un fenomeno di culto che si è avvalso del contributo di diversi disegnatori ed è stato capace di vendere oltre 12 milioni di copie in tutto il mondo, nonostante inizialmente fosse stato programmata come miniserie. È meglio precisare che questa in mia possesso è l’edizione uscita con I classici del fumetto di Repubblica, quindi una selezione antologica contenente gli episodi de Le Terre del Sogno e de La stagione delle nebbie, buon punto di partenza per chi intende addentrarsi nel complicato mondo dei fumetti senza averne grande dimestichezza (in questo caso le pagine sono a colori, non in bianco e nero come nelle edizioni Oscar Mondadori). Le Terre del Sogno è la più classica delle raccolte di quattro storie brevi, nelle quali Sogno ha un ruolo defilato, a volte di anfitrione, a volte di burattinaio che manovra dietro le quinte. Un personaggio strano e ambiguo, che fisicamente sembra il cantante del gruppo rock dei Cure e dall’abbigliamento dark, così potente che non ha neppure la necessità di apparire per far sentire la propria presenza, che scompare per introdurre un’altra storia, poi tornare e scomparire di nuovo, trasportandoci in un altrove di sogno ogni volta diverso, in situazioni che non hanno bisogno della realtà per essere vere, tra mito e realtà, tra passato e presente, tra mondo dei vivi e mondo dei morti. La prima storia ha come protagonista la musa Calliope che è tenuta prigioniera da uno scrittore per essere la sua fonte d’ispirazione personale, facendolo così diventare ricco e famoso. La seconda storia ha per protagonisti i gatti e i loro sogni riguardanti un mondo liberato degli esseri umani e della loro crudeltà. La terza storia, un assoluto colpo di genio, racconta della messa in scena della commedia Sogno di una notte di mezza estate da parte dello stesso Shakespeare per Sogno e i suoi insoliti ospiti, un pubblico composto dal vero popolo fantastico con tanto di Oberon e Titania, in un gioco di scatole cinesi che mescola teatro, scrittura, fumetto e immaginazione del lettore («Le cose – spiega il signore dei sogni – non devono essere avvenute realmente per essere vere. Le storie e i sogni sono verità rivestite d’ombra che sopravviveranno quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio»). L’ultima vicenda, molto particolare, ha come protagonista una donna i cui superpoteri metamorfici rappresentano la propria dannazione e per i quali non riesce a togliersi la vita come vorrebbe. Ne La stagione delle nebbie, invece, dopo un confronto con gli altri bizzarri membri della sua famiglia (primo tra tutti Destino, vero orchestratore della vicenda, seguito da Distruzione, Morte e Desiderio), Sogno è protagonista di una spaventosa discesa all’inferno per salvare Nada, una donna con cui ha vissuto una storia d’amore e che egli ha condannato da diecimila anni a essere relegata alla dannazione eterna. Giunto lì, scopre che l’inferno è vuoto, sia dei demoni sia delle anime dannate, e che Lucifero è stanco di essere il diavolo per dedicarsi a una vita da privato cittadino, consegnando a Sogno le chiavi dell’inferno e di conseguenza la sua proprietà. Naturalmente, tutti gli altri dei delle più svariate mitologie si dimostrano subito molto interessati a reclamare l’inferno (definito «il più ambito tra i beni immobili metafisici») e così Sogno decide di invitare nel suo reame tutti i possibili candidati, trovandosi a doversi districare in una ragnatela di minacce, promesse e menzogne da parte di un gran numero di divinità: i vichinghi Odino, Thor e Loki, gli egizi Anubi e Bast, il giapponese Susano-o-no-Mikoto, il demone Azazel, Kilkderkin in rappresentanza del principio dell’Ordine, Tremula della Brigata dei Matti in rappresentanza del principio del Caos, oltre ai due angeli Remiel e Duma inviati dal Creatore. La vicenda (che ha una sorta di intermezzo con la storia di Charles Rowland, un ragazzo il cui destino è sospeso tra la vita e la morte) è veramente pirotecnica e dimostra tutto il genio di Gaiman, tra suggestioni filosofiche e letterarie di varia natura (Dante e Milton, quest’ultimo citato anche da Lucifero), con un occhio di riguardo per la dissacrazione e l’umorismo proprio come in American Gods (il dio Thor che, ubriaco, importuna la dea Bast e le dice: «Vuoi giocare col mio martello, micetta? Si chiama Mjolnir, se lo strofini si ingrossa!»). è però bellissimo il laboratorio dell’aiutante di Sogno che custodisce una libreria di romanzi mai scritti dai loro autori se non nei loro sogni, in compagnia del corvo parlante Matthew che, oltre al classico «Mai più!» dice di fare come Peter Lorre in un film di Corman. Sicuramente, però, rischio di fare un torto a quella che appare come un’opera eccezionale, che per essere apprezzata fino in fondo andrebbe letta nella sua interezza.

giovedì 29 dicembre 2011

George R.R. Martin - Il grande inverno

«Quando si gioca al gioco del trono, o si vince o si muore». Questa è la frase emblema (pronunciata dalla perfida e degenerata regina Cersei Lannister) del secondo volume del primo capitolo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin, saga tornata prepotentemente sotto i riflettori grazie alla recente serie televisiva Game of Thrones (che ha dimostrato quanto un’operazione televisiva ben fatta può fungere da volano per la letteratura). Il grande inverno (titolo totalmente inventato dalla Mondadori, che per oscure ragioni di politica editoriale ha spezzato tutti i volumi originali in due o più parti) si propone quindi di portare a compimento la narrazione de Il trono di spade, troncato sul più bello esattamente a metà, per la precisione dopo il ferimento del valoroso Eddard Stark e il massacro dei suoi uomini a opera di Jaime Lannister, mentre la moglie Catelyn ha consegnato alla sua folle sorella il terzo fratello Lannister, il folletto Tyrion. Insomma, se nessuno ha letto il primo volume, è del tutto inutile che cominci a leggere questo. Le caratteristiche, ovviamente, sono le medesime: una saga fantasy che di fantasy ha poco o nulla se non l’ambientazione medievaleggiante (eccezion fatta per il finale con l’evocazione dei draghi e un bizzarro sistema di circolazione delle informazioni, affidato a dei corvi viaggiatori che vanno e vengono in ogni parte del reame), pochissima azione ma molti intrighi (ma questa volta il sangue inizia a scorrere), assenza di un protagonista principale ma una moltitudine di personaggi ottimamente caratterizzati, la totale assenza di distinzione tra buoni e cattivi, con i ruoli che si invertono continuamente (l’eroe si tramuta il giorno dopo in traditore e viceversa). Per di più, la stessa narrazione dal punto di vista di otto personaggi (uno per ogni capitolo) non fa che aumentare il senso di frammentazione e moltiplicare i punti di vista, con un notevole scavo psicologico. Forse un solo personaggio si distacca dal quadro di fondo: Eddard Stark, detto Ned, il tipico cavaliere onorevole e coraggioso, che non scende a compromessi e per questo condannato da subito a soccombere nella guerra per il trono, nella quale tutti cercano di ottenere il potere con qualsiasi mezzo («Ti porti addosso l’onore come se fosse un’armatura, Stark» spiega il subdolo Ditocorto. «Tu credi che ti tenga al sicuro, ma tutto quello che fa è pesarti sulla schiena e impacciarti i movimenti»). È la sua triste vicenda ad avviarsi verso l’inevitabile conclusione, dopo che il suo amico re Robert muore a caccia (incidente o macchinazione?) e il regno passa nella mani dell’odioso minorenne Joffrey e di sua madre Cersei, con una tale esasperazione dei rapporti politici che alla fine il regno si ritrova con tutti i feudatari in guerra contro il clan Lannister (mentre il figlio di Ned, Robb, si afferma come nuovo lord di Grande Inverno, temuto e rispettato). Al contempo, come nell’altro volume, assistiamo alla storia di Daenerys Targaryen, passata da inerme ragazzina a khaleesi del popolo dei Dothraki (guerrieri nomadi della steppa che vivono in una terra al di là del mare e si distinguono per la loro efferatezza, di saccheggio in saccheggio), ora tra l’altro liberata dell’invasato fratello Viserys e resasi conto di essere la vera discendente del drago. Per il resto, Martin conosce bene le regole della serialità e frustra qualsivoglia speranza di conclusione, anche parziale, quindi per sapere come evolveranno le cose si dovrà per forza andare avanti con gli altri volumi e non ci viene detto nulla sui minacciosi Estranei che vivono al di là della Barriera nelle terre del selvaggio Nord (ma l’azione si focalizza unicamente sul difficile apprendistato del figlio bastardo di Ned Stark, Jon, ora diventato Guardiano della Notte). Al prossimo capitolo…

giovedì 15 dicembre 2011

Mike Mignola - Hellboy. Un demone contro l'inferno

Non ho mai nascosto la mia assoluta venerazione per i due film di Guillermo Del Toro dedicati all’eroe di Mike Mignola, Hellboy, pubblicato in Italia da Dark Horse Comics ma in questo caso proposto in quest’edizione antologica Oscar Mondadori, che ricalca un po’ quel che è già successo con Sin City di Frank Miller (film in uscita, Oscar Mondadori antologico pronto in libreria). Certo, il volume in questione è un’operazione svolta con tutte le accortezze del caso, presentandosi come un prodotto decorosissimo, corredato addirittura di un’introduzione a firma nientemeno che di Alan Moore; purtroppo, però, la scelta del bianco e nero al posto dei normali colori delle tavole originarie non permette di godere appieno dell’opera di Mignola, riducendo tutto a un monocromatismo piuttosto ostico che, se non altro, fa particolarmente apprezzare i contrasti… Quanto ai contenuti, è presto detto: in un antefatto situato verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, il malefico e redivivo Rasputin (sopravvissuto alla morte a Palazzo Yusupov di San Pietroburgo) cerca, con l’aiuto di Hitler, di provocare l’apocalisse sulla Terra (progetto Ragna Rok) evocando un mostriciattolo cornuto, chiamato Hellboy, che, allevato come un figlio dal professor Bruttenholm, esperto statunitense in fenomeni paranormali, si è trasformato cinquant’anni dopo in un invincibile combattente per il bene alto due metri, di colore rosso, con le corna (limate), la coda e un braccio destro stranamente ipersviluppato. Nel primo racconto, Il seme della distruzione, insieme all’intelligente anfibio telepatico Abe Sapien e alla pirotecnica Liz Sherman, Hellboy forma il Bureau for Paranormal Research and Defence, prima linea di difesa contro mostri e creature dell’abisso tra cui, ovviamente, Rasputin, i suoi uomini batrace e il demone polipesco Sadu-Hem, con un confronto che ha luogo su un’antica casa sul lago che sembra la Casa Usher di Edgar Allan Poe. Ne Il risveglio del demone, la squadra si reca in Romania per affrontare nuovi mostri quali il vampiro Vladimir Giurescu e la terribile Ilsa Haupstein (entrambi al servizio del Terzo Reich durante il progetto Ragna Rok), in una folle girandola che miscela idee a non finire e rende letteralmente impossibile cercare di stare dietro all’inventiva dell’autore: laboratori di scienziati folli, l’Homunculus alchemico, vampiri agghindati da graduati cosacchi, le arpie e la strega Baba Yaga, divinità dell’oltretomba (Ecate, madre di Giurescu) e strumenti di tortura tipo la Vergine di Norimberga della contessa Bathory. A dispetto dell’aspetto minaccioso e delle risposte da duro («Me lo merito, per essermi intenerito per il tuo vecchio culo grinzoso», oppure «Sei spavaldo per uno che non ha neanche le braghe»), Hellboy è un mostro buono cresciuto tra gli umani che, combattendo per professione contro mostri cattivi, si scopre sempre più umano («Magari hai detto la verità – dice a Rasputin prendendolo a schiaffoni – magari sei stato tu a portarmi sulla Terra. Ma non te l’ho chiesto io. E non ti devo nessun favore!»). Questo permette a Mignola di unire la tematica dei supereroi con un approccio più umano (facilitato in questo da una narrazione piena di dialoghi secchi, divertenti e spiazzanti, volti ad alleggerire la tensione e a strappare una risata al lettore), ma brilla soprattutto per la (spesso spiritosa) galleria di mostri buoni o demoniaci e l’umorismo grottesco con cui svela la sua impudente miscela di storia, mitologia, teologia e occultismo, ricchissima di citazioni, riferimenti e omaggi a Lovecraft, i B-movie e ai classici del fumetto anni Cinquanta. Il resto del volume è occupato da una serie di brevi storielle di varia (ma sempre sinistra) ambientazione, dislocate nello spazio e nel tempo, anticipate da brevi ma significative spiegazioni dello stesso Mignola. Nell’irlandese Il cadavere Hellboy cerca di dare sepoltura a un cadavere per conto del “piccolo popolo” di leprecauni e fate e per recuperare un bambino rapito; in Scarpe di ferro investiga su un castello abbandonato della Scozia e abitato da un goblin cannibale, che indossa per l’appunto scarpe di ferro e scaglia lance verso di lui. Baba Yaga si rifà ancora al personaggio del folklore russo presente nella storia Il risveglio del demone (dove si accennava al fatto che Hellboy le avesse sparato in un occhio); in Un natale sottoterra il nostro si avventura alla ricerca di una ragazza che in un cimitero ha trovato delle scale che l’hanno portata a un palazzo dove ha trovato il principe invisibile di un reame di morte (spassosa la vignetta in cui Hellboy viene scambiato per Babbo Natale). La bara incatenata si rifà invece a una leggenda inglese che vede la confessione di una strega in punto di morte, di una bara incatenata, di un demone e di un cavallo ricoperto di ganci; I lupi di Saint August è un racconto di lupi mannari legata a una maledizione lanciata da un monaco per cui un gruppo di adoratori pagani si trasformano in lupi. Infine, Quasi un colosso, più lunga delle altre, ispirata a Clark Ashton Smith e debitrice al mito di Frankenstein (che viene addirittura sdoppiato), racconta cosa è successo a Liz Sherman, in stato di coma in seguito alla trasfusione di energia verso l’Homunculus della storia Il risveglio del demone, mentre questi (vero protagonista della storia) si dibatte animato da mille dubbi circa la sua “umanità” e il senso di colpa per aver quasi ucciso la donna, trovando una risposta solo imbattendosi in un esperimento simile a lui (ma mosso però da desideri di vendetta). Un ottimo inizio per chi intende avvicinarsi per la prima volta al mondo di un eroe (e un disegnatore) decisamente atipico.

giovedì 8 dicembre 2011

Howard Phillips Lovecraft - L'orrore di Dunwich

La Dunwich del titolo è un villaggio isolato e decadente del Massachusetts, stato che Lovecraft tanto amava e che ritrae come un luogo torbido ed enigmatico, sotto la cui atmosfera contenuta e tradizionalista si agita un passato di caccia alle streghe, reminiscenze della presenza dei pellerossa e indicibili sospetti di accoppiamento tra consanguinei: la famiglia Whateley ha evocato qualcosa che non si doveva evocare (un diabolico essere dalle sembianze umane, Wilbur, e il suo gemello, mostruoso e invisibile) e ciò che questo potrebbe scatenare mette in pericolo l’esistenza della stessa umanità. Ovviamente, come sempre in Lovecraft, il terrore abbraccia una dimensione cosmica, dove i mostri emergono da un tempo lontanissimo e da gorghi spaziali di profondità incalcolabile (gli episodi di sparizione del bestiame, gli strani lavori all’interno di casa Whateley, gli antichi libri di stregoneria e gli inquietanti e spaventosi rumori che raggiungono l’intera cittadina sono nulla se paragonati al ritrovamento del cadavere di Wilbur Whateley o alla visione del mostruoso essere ciclopico e informe dotato di tentacoli) e dove la lettura delle pagine proibite (il dottor Armitage della Miskatonic University legge un pezzo del Necronomicon) è portatrice di follia e, allo stesso tempo, anche il filtro attraverso cui la pazzia stessa diventa narrazione. In questo caso non c’è il dio Cthulhu, ma semplicemente il figlio di Yog-Sothot, un altro dei Grandi Antichi della mitologia lovecraftiana. Il lieto fine potrebbe far storcere la bocca ai più, ma sarebbe un errore: questo racconto è (come la maggior parte della produzione del “Solitario di Providence”) è un must per tutti gli appassionati di horror cosmico e di fantascienza.