venerdì 28 dicembre 2012

J.R.R. Tolkien - Lo Hobbit annotato

Tra le pubblicazioni irrinunciabili per tolkieniani di ferro rispolverate in occasione dell’uscita del film Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato (visto dal sottoscritto, al momento in cui scrive, già quattro volte), è doveroso segnalare la riedizione in tascabile brossurato, da parte di Bompiani, de Lo Hobbit annotato, già uscito anni fa in cartonato rilegato con una traduzione curata da Oronzo Cilli (che tentò di uniformare il testo al Signore degli Anelli) e ormai fuori catalogo da parecchio tempo. Si tratta di una versione realizzata da Douglas A. Anderson nel 1988 per commemorare il cinquantesimo anniversario della pubblicazione americana del libro e che si pone come una lettura veramente irrinunciabile, adatta anche a chiunque voglia cimentarsi per la prima volta con una lettura del romanzo che faccia intuire fin dall’inizio quanto si possa andare oltre nella conoscenza del testo e del mondo che esso rappresenta. Non è un’edizione critica, né di un libro di saggistica o critica letteraria, ma il romanzo così come noi lo conosciamo (nella nuova traduzione di Caterina Ciuferri, la stessa della versione illustrata da Alan Lee, sempre edita da Bompiani) con un’esaustiva introduzione che spiega come Lo Hobbit fu scritto, pubblicato e accolto dalla critica e dal pubblico, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, e di come Tolkien sviluppò il personaggio dello hobbit che viveva in un buco della terra (idea avuta in un noioso pomeriggio mentre correggeva i compiti di esame) e incominciò a delineare un’avventura: la storia di come il signor Bilbo Baggins, un hobbit benestante della Contea, si trovi coinvolto in una rischiosa missione verso la Montagna Solitaria, nel tentativo di aiutare una compagnia di nani a recuperare il tesoro rubato loro da un drago chiamato Smaug. Lungo il percorso, Bilbo e compagni incontrano troll, elfi, orchi, ragni giganti, un mutatore di pelle che da uomo può trasformarsi in un orso gigantesco e un essere piccolo e viscido, Gollum, che possiede un oggetto molto prezioso: un anello magico che conferisce l’invisibilità a chi lo porta. Saggiamente, Anderson non si addentra nell’analisi dei rapporti tra Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, ma considera il primo (che, ricordiamolo, è una delle favole più diffuse nel mondo anglosassone, e non solo quello) come un’opera a sé stante, quindi non come un antefatto del secondo. Il valore aggiunto del libro è la corposissima serie di annotazioni a bordo pagina che approfondiscono la vita di Tolkien e i collegamenti con le sue altre opere ed evidenziano le modifiche apportate nel corso delle edizioni o le opinioni dello stesso autore al riguardo: si contano numerosi ripensamenti sui nomi dei personaggi (all’inizio lo stregone Gandalf si chiamava “Bladorthin”, mentre il capo dei nani, che noi conosciamo come Thorin, era in origine chiamato “Gandalf”) e su parti del testo rese più scorrevoli, per non parlare delle modifiche sostanziali apportate da Tolkien rispetto al testo del 1937 per rendere il tutto più omogeneo con quanto narrato nel Signore degli Anelli: è il caso del personaggio di Gollum, che fu riveduto per adattarsi alla vera natura dell'Unico Anello e portò a corpose modifiche dell’intero quinto capitolo, “Indovinelli nell’oscurità”, la cui prima versione (nella quale Gollum prometteva a Bilbo un regalo se avesse dovuto vincere al gioco ma poi, tornato sul suo isolotto, scopriva che il suo regalo era sparito e giungeva perfino a scusarsene) divenne poi la prima versione dei fatti data da Bilbo ai nani e Gandalf già sotto il potere dell’Anello. Numerose sono anche le note relative a ciò cui Tolkien si ispirò nello scrivere il testo o delinearne i personaggi: quadri, poesie, nursery rhymes, romanzi e racconti letti in gioventù, il corposo materiale della letteratura norrena, luoghi della sua infanzia o adolescenza: scopriamo, per esempio, che Bag End (Vicolo Cieco), il nome del luogo della casa di Bilbo Baggins, era il nome del luogo dove sorgeva la fattoria della zia di Tolkien nel Worcestershire, situata in fondo a un viottolo che arrivava fino a quella casa e non proseguiva oltre, e che la valle di Gran Burrone, così come l’ha illustrata Tolkien, presenta notevoli somiglianze con la zona intorno a Lauterbrunnen in Svizzera, che lo scrittore visitò nel 1911. Anche il viaggio di Bilbo e dei nani fin al di là delle Montagne Nebbiose è basato su una sua escursione durante quella trasferta, rotolamento di massi compreso. Vi sono anche frequenti osservazioni di natura linguistica sui termini adoperati o creati da Tolkien, ma il volume è impreziosito soprattutto da oltre 150 illustrazioni, prese dalle varie edizioni del romanzo pubblicate nel mondo (alcune delle quali definite orribili da Tolkien) o che raffigurano disegni e schizzi (in origine a colori, qui in bianco e nero) dello stesso Tolkien relativi a specifici passi del racconto. Ci sono anche molte poesie (sempre di Tolkien) che si ricollegano in qualche modo ad alcuni aspetti (o personaggi) del libro, ma le note più frequenti riguardano quanto scritto da Tolkien nel corso degli anni in relazione al Signore degli Anelli e ai suoi personaggi: si tratta in gran parte di estratti dalle sue lettere, ma anche di considerazioni basate su quanto riferito nella biografia di Tolkien scritta da Carpenter o in The road to Middle-Earth di T.A. Shippey. Molto interessante è l’inserimento, alla fine del volume, della Cerca di Erebor, un racconto di come si sono originate le vicende narrate nel libro e che doveva inizialmente costituire una delle Appendici del Signore degli Anelli: scopriamo che l’intera vicenda dei nani (promossa da Thorin) è andata da subito a genio a Gandalf per mettere al sicuro il Nord dagli orchi e soprattutto dal drago Smaug, che sarebbe potuto essere utilizzato da Sauron (il Signore Oscure del Signore degli Anelli e nello Hobbit conosciuto come “il Negromante”) per attaccare le roccaforti elfiche di Lorien e Gran Burrone. Inoltre, lo stregone intendeva istruire gli hobbit sui pericoli del mondo (senza dimenticare il particolare che il drago non aveva mai sentito il loro odore e questo avrebbe costituito un vantaggio, almeno all’inizio) e per farlo decise di partire da una persona a cui piacesse viaggiare e fosse curiosa e ben disposta verso avventure anche pericolose (pur a sua insaputa): Bilbo costituiva un perfetto esempio di quello che voleva Gandalf, portando in sé la stravaganza dei Tuc e la solidità dei Baggins. Il fatto che non si fosse mai sposato e che avesse voluto rimanere “libero” «per quale motivo più profondo che lui stesso non riusciva a capire o piuttosto a riconoscere», pronto a partire «appena ne avesse avuto l’accasione, o quando fosse riuscito a trovare il coraggio di farlo», è un bellissimo particolare che ancor più certifica la concezione cattolica di Tolkien di una “chiamata” per la vita di ognuno.

mercoledì 26 dicembre 2012

Carlos Ruiz Zafón - Il prigioniero del cielo

Terzo volume della saga del Cimitero dei Libri Dimenticati dopo il capolavoro L’ombra del vento e il successivo Il gioco dell’angelo (di poco inferiore forse per via di alcune trovate eccessivamente soprannaturali, ma comunque bellissimo), anche se è bene chiarire che i libri di Zafón non vengono sequenzialmente uno dietro l’altro ma si incastrano uno nell’altro da un punto di vista sia cronologico sia delle storie raccontate. Nel caso di questo Il prigioniero del cielo, ci troviamo nella Barcellona di fine degli anni Cinquanta, dove Daniel Sempere (protagonista dell’Ombra del vento) è un uomo ormai sposato e dirige la libreria di famiglia insieme al padre e al fedele Fermín (anch’egli personaggio dello stesso romanzo). Una mattina, durante il periodo di Natale, entra in libreria uno sconosciuto torvo, zoppo e privo di una mano, che acquista una rarissima e costosissima copia del Conte di Montecristo di Dumas pagandola il triplo del suo valore ma lasciandola a Daniel perché lo consegni a Fermín, con una dedica inquietante che dice «tornato dal mondo dei morti e possiede la chiave del futuro», firmandosi “13”. Fermín racconta quindi la sua storia a Daniel, di quando alla fine degli anni Trenta è finito prigioniero politico nel carcere di Montjuic, castello usato come prigione dai franchisti, dove scopriamo quale subdolo patto legava David Martin (protagonista del Gioco dell’angelo) al suo carceriere Mauricio Valls (infida figura che incarna il peggio del regime franchista), con torture, sofferenze e tesori nascosti. Queste rivelazioni si intrecciano inestricabilmente con la vita di Daniel, da un lato per via della madre Isabella (della quale non abbiamo mai saputo che fine avesse fatto se non che è morta molto giovane quando David era un bambino) e della scoperta del nome del suo assassino, dall’altro per una sua piccola disavventura coniugale (un vecchio spasimante della moglie si rifà vivo sobillato proprio da chi è responsabile della morte della madre). Come sempre la vicenda ruota intorno al Cimitero dei Libri Dimenticati, luogo per eccellenza dell’immaginazione di Zafón, ed è ricca di riferimenti al resto della saga (l’ombra di Julian Carax, l’ispettore Fumero). Lo scrittore catalano continua a raccontare le sue storie ambientate in un universo a tutti gli effetti letterario (i suoi sono libri che parlano di altri libri e di persone che leggono, scrivono e pubblicano libri), a sviluppare i personaggi e, come un nuovo Dickens, a giocare con i registri (nella prigionia di Fermín il tono è tragico-drammatico, nel suo matrimonio è comico-umoristico) e il linguaggio, sempre raffinato e iperbolico (in ultima analisi, altamente letterario). La parte del racconto di Fermín è splendida, un po’ perché ricalca Il Conte di Montecristo (fuga con sostituzione di cadavere compresa), un po’ perché riprende tutti quegli elementi gotici e i colpi di scena tipici degli altri due volumi della saga, ma il fatto che il romanzo non sia risolto e lasci aperta la porta a un seguito fa sì che esso risulti meno appetibile per i non fan della saga e meno godibile se affrontato come opera a sé stante. Dove Zafón eccelle è nella trasformazione di un nome falso in un nome vero, e quindi nella costruzione dell’identità attraverso la falsificazione: non solo l’identità di Fermín Romero de Torres è fittizia (in quanto invenzione dello stesso Fermín per salvare la pelle durante la guerra), ma quell’identità non può essere usata perché Fermín è stato dichiarato morto dallo Stato. Una tematica che si connette a quella più profonda dell’identità e del ricordo che rappresenta il Cimitero dei Libri Dimenticati e che caratterizza la ricerca di Daniel alla scoperta della verità su sua madre (che suo padre, invece, gli ha sempre taciuto, rimuovendo quanto accaduto durante gli anni della Guerra Civile). Ogni parte del libro è caratterizzato dalla presenza di una bellissima fotografia in bianco e nero di Barcellona, sempre co-protagonista del romanzo, opera del fotografo catalano Català-Roca, lo stesso delle copertine dell’Ombra del vento e del Gioco dell’angelo.

martedì 25 dicembre 2012

George R.R. Martin - La regina dei draghi

Ben pochi ormai non hanno sentito parlare della saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin, riportate alla ribalta da una fortunatissima serie televisiva Il trono di spade e, in virtù del successo di questa, oggetto di ripubblicazioni da parte di Mondadori. La quale ha cominciato, nelle ultime riedizioni, a rimettere insieme le parti dei vari libri originariamente smembrate, come questo La regina dei draghi, seconda parte del secondo volume della saga, Lo scontro dei re. La trama riprende dunque esattamente da dove era stata bruscamente interrotta al termine de Il regno dei lupi, e lo fa subito in maniera decisamente forte: volendo punire la sua promessa sposa Sansa (figlia e sorella di traditori, a giudizio dei Lannister) per le sconfitte inflitte da suo fratello Rob (autoproclamatosi re del Nord), l’odioso re moccioso Joffrey ordina alle sue guardie di colpirla  e di denudarla (in seguito, la poverina subirà un tentativo di violenza durante una sommossa). Nel frattempo, la madre di Sansa, Catelyn Stark, assiste alla brutale uccisione di Renly Baratheon  da parte di un’ombra incoronata che esce dalla parete, frutto del maleficio della sacerdotessa rossa Melisandre a favore del fratello di Renly, Stannis, prima della battaglia che avrebbe dovuto vederli scontrarsi. Dopo questi botti, l’azione ristagna ma ha il pregio di farci conoscere meglio un personaggio davvero interessante come Sir Davos, divenuto cavaliere per aver permesso a Stannis di sopravvivere durante un assedio riuscendo a contrabbandare cipolle e carne salata: da quella volta costretto a subire il disprezzo della corte per via delle sue umili origini (il suo stemma araldico è una cipolla e viene per l’appunto chiamato “Cavaliere delle cipolle”) e ha avuto in ricompensa, oltre all’elezione a cavaliere, la prima falange di ogni dito della mano sinistra, come pagamento per i suoi crimini passati («È stata giustizia – spiega Stannis con logica ineccepibile – Un’azione buona non cancella quella cattiva. Nello stesso modo in cui la cattiva non cancella quella buona. Per l’una dovrebbe esserci una ricompensa e per l’altra una sanzione»), e ora se le porta sempre dietro come portafortuna in un sacchettino che tiene legato intorno al collo. Un’altra novità davvero convincente è il carismatico Jaquen H’ghar, assassino e mutaforma, con i capelli rossi da un lato e bianchi dall’altro, che continua l’opera di iniziazione di Arya cominciata dal maestro di scherma Syrio Forel: la poverina, infatti, langue come serva sotto falsa identità nelle grinfie di feroci carcerieri al soldo dei Lannister, prima di divenire coppiera e di decidere di fuggire. Nelle terre oltre la Barriera, Jon Snow incappa in alcune sentinelle dei Bruti, tra cui una ragazza dai capelli rossi di nome Ygritte, che decide di liberare, e viene riconosciuto come uno di loro. L’infame e vile Theon Greyjoy decide di occupare la sguarnita Grande Inverno per guadagnarsi il rispetto di suo padre e di sua sorella, dimostrando totale irriconoscenza verso la famiglia Stark che, pur avendolo preso in ostaggio, l’ha trattato ed educato come un figlio; per non perdere il rispetto dei suoi soldati e della gente di Grande Inverno, mette in scena la morte dei due piccoli Stark (Bran e Rickon) presentando pubblicamente i cadaveri di altri due bambini, mentre i veri eredi sono nascosti nelle Cripte di Grande Inverno. L’intera trama è indirizzata al momento narrativamente più forte,  la battaglia di Acque nere, durante la quale i destini di molti personaggi si sovrappongono in un crescendo di tensione: le navi di Stannis, quattro volte più numerose di quelle dei Lannister, invadono Approdo del Re ma vengono sbaragliate dalla misteriosa sostanza infiammabile dell’altofuoco, quindi lo scontro infuria via terra e fa temere il peggio per gli assediati (la regina Cersei ha già dato disposizioni per farsi eliminare ed evitare così di cadere nelle mani di Stannis, l’imbelle Joffrey è messo al sicuro e perfino l’animalesco Mastino Sandor Clegane rifiuta di affrontare la battaglia abbandonandosi al bere), con il solo nano Tyrion a reggere l’onda d’urto, prima sovrintendendo dalle mura, poi scendendo direttamente in campo e cercando di farsi valere nell’uccidere più nemici che può, prima che uno dei suoi non cerchi di eliminarlo su mandato della sorella (determinata a vendicarsi delle sue trame politico-dinastiche che l’hanno portata a separarsi dalla figlia Myrcella, mandata in sposa a un alleato). Dall’altra parte del mare, nella città di Qarth, la giovane Daenerys Targaryen subisce la serrata corte del mellifluo principe-mercante Xaro Xhoan Daxos, ma purtroppo le sue ricerche di aiuto sono infruttuose: tutti vogliono i suoi draghi e la riempiono di attenzioni e di regali, ma nessuno è disposto a fornirle un esercito e delle navi. Decide quindi di rivolgersi agli stregoni e si reca nella Casa degli Eterni, dove assiste a visioni che la riguardano ma di cui non capisce il significato, prima di scoprire finalmente che c’è qualcuno disposta ad aiutarla realmente. Martin continua a raccontare il suo dettagliatissimo mondo di intrighi, nel quale il potere, il denaro e la lussuria sono il motore che muove gli eventi e mina l’instabile equilibrio: quella da lui ritratta è una società medievale e feudale con elementi fantasy (le ombre assassine generate da Melisandre, i draghi di Daenerys, l’altofuoco) che, però, è profondamente moderna in quanto le famiglie e gli individui si pongono al di sopra dello Stato e dei valori condivisi, cessando di occuparsi del bene comune. I personaggi di Martin sono, per lo più, in competizione per imporre la propria casata e, per loro, l’astuzia è l’arma preferita mediante cui prevalere sugli avversari per il loro rendiconto personale. È un fantasy completamente diverso da quello tolkieniano: se in Tolkien  non c’è alcun riferimento alla religione o a figure in qualche modo legate all’ambito ecclesiastico ma c’è comunque sempre la presenza di una Provvidenza che determina i fatti (oltre che di una forte carica escatologica), in Martin si possono invece trovare una moltitudine di diverse confessioni e sette religiose (oltre che una rappresentazione delle gerarchie ecclesiastiche) ma non c’è traccia del minimo intervento divino che guidi le situazioni o soccorra i personaggi, sempre lasciati in balia di se stessi e delle loro fragilità umane. Altra caratteristica specifica di Martin è la mancanza di una classica figura di signore del Male, e questo si riflette nell’assenza di un vero protagonista o di un eroe che si carichi sulle spalle il peso del mondo intero, in favore di un’azione corale in cui il succedersi di azioni dettate da impulsi personalistici costituisce l’ossatura della storia del mondo, specchio della società contemporanea e postmoderna, dove nulla è riconducibile al bianco e nero e dove la frammentazione dei valori impedisce una categorizzazione di bene e male. Martin racconta storie di uomini, ciascuno con le proprie motivazioni e convinto di essere nel giusto: il suo stile narrativo, che arriva a intitolare i capitoli con il nome del personaggio di turno, pur utilizzando la terza persona, fa sì che gli eventi della trama siano mostrati attraverso gli occhi e la mente di quel personaggio e che il lettore rimanga intrappolato in una ragnatela di emozioni contrastanti, senza riuscire a capire chiaramente chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Il suo stile è fondamentalmente neutro e privo di qualsiasi completamente di ogni possibile lirismo, ma la tecnica del punto di vista gli permette molte finezze nel caratterizzare i personaggi, anche attraverso le variazioni di registro stilistico (cosa che, purtroppo, si avverte solo in parte nella traduzione italiana). Ed è proprio questa complessità, linguistica e oltre che di racconto, che ti fa abbandonare alla narrazione nella speranza che non finisca mai.

lunedì 17 dicembre 2012

J.R.R. Tolkien - Le lettere di Babbo Natale

Il Tolkien minore spesso non è così fondamentale come si vorrebbe credere, ma talvolta riserva delle piacevolissime sorprese. È il caso di questa pubblicazione a tema (le feste natalizie sono alle porte) dalla cura editoriale ineccepibile che illustra l’abitudine di Tolkien, in occasione del Natale, di inventare e scrivere delle storie esclusivamente per i suoi figli sotto forma di lettere mandate direttamente da Babbo Natale (il quale di solito le letterine le riceve, non le scrive): affrancate con francobolli delle Poste Polari, continuarono ad arrivare in casa Tolkien per oltre vent’anni a partire dal 1920, e quindi, è bene sottolinearlo, non erano pensate per la pubblicazione. In esse Babbo Natale (che ha millenovecentoventi anni nel 1920, millenovecentoventiquattro nel 1924, millenovecentotrenta nel 1930, e così via, a sottolineare il suo inserirsi perfettamente nell’era cristiana) racconta avventure le disavventure capitate nel suo mondo, un lontano e nevoso Polo Nord, con le buffe storie di Orso Polare, suo inseparabile e maldestro aiutante, e dei suoi nipoti Paksu e Valkotukka (che scombinano l’organizzazione della casa), degli Uomini di neve e dei loro bambini. Storie che, nel corso degli anni, si arricchiscono di altri personaggi appartenenti alla mitologia tolkieniana: gli Elfi (uno dei quali, Ilbereth, diventa segretario di Babbo Natale), gli Gnomi Rossi e i loro terribili nemici, i goblin, che cercano di rubare i regali di Natale. Tra un fuoco d’artificio dell’Aurora Boreale e una visita all’Uomo della Luna (impegnato a mettere ordine tra le stelle), lo schema delle lettere è sempre lo stesso: un incidente o un pericolo rischiano all’ultimo momento di mandare a monte i festeggiamenti natalizi, ma infine tutto (o quasi tutto) si risolve per il meglio e così, ogni anno, è come un miracolo che si ripete. Grazie alla riproduzione visuale delle lettere, è possibile rimanere affascinati dalla bellezza delle illustrazioni di ogni singola lettera, quasi delle miniature dai contorni precisi e dai colori accesi, che ricordano molto alcune illustrazioni per l’edizione originale dello Hobbit dello stesso Tolkien (le caverne della dimora di Babbo Natale ricordano l’antro del drago Smaug sul suo tesoro). Le bellissime grafie (la scrittura tremolante da persona anziana di Babbo Natale e quella spessa di Grande Orso, a simulare la sua zampa enorme) riflettono invece la passione del Tolkien filologo, che si diverte a giocare con le lingue (l’elfico, l’utilizzo delle rune e addirittura un nuovo alfabeto ideato da Orso Polare). Un volume per chi ha voglia di sognare.

sabato 15 dicembre 2012

Paolo Gulisano, Elena Vanin - La Mappa de Lo Hobbit

Tra le varie pubblicazioni tolkieniane affastellate sugli scaffali delle librerie in tempo di regali natalizi, ce n’è una che secondo me è meritevole di attenzione. Niente per cui gridare al miracolo, per carità, ma con un suo perché. La firma Paolo Gulisano, medico lucchese ed esperto di letteratura fantastica che, sulla falsariga di quanto già fatto per i mondi del Signore degli Anelli e del Silmarillion, ha deciso di celebrare i 75 anni dell’uscita de Lo Hobbit (ormai sulla bocca di tutti grazie alla nuova trilogia cinematografica di Peter Jackson) con questo simpatico volumetto che funge da agile ma completa guida al mondo evocato da Tolkien e che presenta una carta (nel senso di una vera e propria piantina) della Terra di Mezzo realizzata dall’artista Elena Vanin (non tutta, solo quella sezione evocata specificamente nel romanzo). Gulisano afferma con convinzione come i libri di Tolkien siano un tesoro a cui attingere, che i suoi simboli siano sempre qualcosa da decifrare e che il suo Altrove fantastico (la Terra di Mezzo) sia un fantastico contenitore di avventure e sogni e ci ha regalato in pieno Novecento un ritorno all’epica, alla leggenda e alla fiaba. Tolkien si ispirava infatti alle antiche saghe nordiche e celtiche, ma anche al patrimonio delle fiabe (come il Peter Pan di James Barrie, che a 18 anni andò a vedere a teatro restandone folgorato), tanto che Lo Hobbit nasce proprio come fiaba, il luogo in cui nella modernità scettica e disincantata (che ha negato il soprannaturale) si sono rifugiati gli antichi miti e le domande fondamentali del senso religioso (la fantasia e l’immaginazione non sono una fuga, ma uno strumento per capire di più la realtà). Gulisano sottolinea come, nonostante la presenza di personaggi già conosciuti come Gandalf, Gollum ed Elrond, questo romanzo sia nato come opera originale e non come un prequel al Signore degli Anelli, in quanto precedente: Tolkien cominciò infatti a fantasticare sugli scenari e sui personaggi di questo suo mondo immaginario sin dagli anni della Prima Guerra Mondiale, mentre era in trincea, quando scriveva alla fidanzata Edith che trovava ristoro agli orrori della guerra appunto in quegli scenari epici, mitici e fiabeschi che stava costruendo e che sarebbero poi diventati i racconti del Silmarillion, quell’opera a cui lavorò tutta la vita e che non portò nemmeno a termine tanto che venne pubblicata dal figlio Christopher. Ma la fiaba torna anche nel Tolkien padre, che inventava favole per i figli (RoverandomMr. Bliss) e che si ritrovò a pubblicare come sua prima opera proprio Lo Hobbit, nato quasi per caso correggendo un compito di ammissione all’università a Oxford con la frase: “In un buco della terra viveva un Hobbit”. E lo hobbit è veramente il personaggio più originale del mondo di Tolkien, un essere piccolo di statura con tutta una serie di caratteristiche (è pacioso, ama le feste, la buona tavola, la tranquillità di una parte molto appartata del continente della Terra di Mezzo), e a questo nome e a questo personaggio nacque una storia che poi vide l’ingresso di molti altri personaggi e molti cambiamenti (basti pensare che Gandalf inizialmente era il nome di Thorin Scudodiquercia). Questo libretto vuole quindi essere, una guida per saperne di più sui personaggi (gli elfi, i nani, gli orchi, Gollum, Beorn, il drago Smaug) e i luoghi chiave del romanzo (la Contea, Bosco Atro, la Montagna Solitaria), tenendo conto che, nell’interpretazione dell’autore, è proprio qui che appare per la prima volta il grande tema della rinuncia, del sacrificio, che per Tolkien era una delle più grandi virtù, una delle forme più alte di eroismo, tema che, unitamente a quello dell’amicizia, sarebbe stato poi sviluppato profondamente nel Signore degli Anelli: l’hobbit Bilbo della Contea è la testimonianza di come si possa divenire eroi pur non essendo grandi e grossi, semplicemente affrontando le sfide che la vita pone di fronte, per quanto insormontabili possano apparire, rispondendo a una chiamata (religiosa?). La mappa di corredo al testo non si distingue per chissà quale intrinseca bellezza, specie se confrontata con quella meravigliosa disegnata per il volume originario dallo stesso Tolkien, ma presenta decorazioni leggere ed eleganti, di sapore elfico, e illustrazioni dalle sfumature più cupe, per ricordare che il viaggio narrato è tutt’altro che una passeggiata: tutto questo per indicare come ci troviamo in un mondo immaginario che assomiglia molto al nostro, anzi, che è il nostro mondo (quello dell’Eurasia) come sarebbe potuto essere.

venerdì 14 dicembre 2012

J.R.R. Tolkien - Lo Hobbit (con le illustrazioni di Alan Lee)

L’uscita del primo capitolo della nuova trilogia di Peter Jackson dedicata a Lo Hobbit ha riportato, com’è ovvio, un’incredibile febbre per tutta l’opera tolkieniana in generale, dimostrando che il cinema è un ottimo veicolo promozionale per far conoscere scrittori immortali (quella ben ristretta categoria di persone che scrivono libri capaci di dire qualcosa anche a diverse generazioni). Conta poco fare il fan intransigente e un po’ snob che, ricalcando le posizioni del figlio di Tolkien, Christopher, dichiara schifato che i film del Signore degli Anelli hanno tralasciato i contenuti più profondi e i veri valori in cui lo scrittore credeva, o che, peggio ancora, la trilogia ha trasformato in prodotto di massa una cosa che doveva restare appannaggio di pochi selezionati iniziati. Il mio modestissimo parere è quello che i film di Peter Jackson non intendono essere dei doppioni dei libri dai quali sono tratti (cosa da un lato impossibile, dall’altro lato impossibile), ma hanno semplicemente permesso a molti di conoscere la Terra di Mezzo (e di scoprirne il fascino), spingendoli alla riscoperta dei libri del Professor Tolkien. Inoltre, ancor prima che uscisse il primo film dello Hobbit, le librerie sono state invase da nuove edizioni di volumi magari divenuti di difficile reperibilità, una vera manna per i fanatici e i collezionisti. Per questa nuova edizione tascabile del romanzo originario, Bompiani si è affidata, dopo quella storica di Elena Jeronimidis Conte per Adelphi (di quasi 40 anni fa, a sua volta ricevuta in eredità dalla Rusconi, di cui ho già parlato QUI) e quella di Oronzo Cilli per l’edizione rilegata de Lo Hobbit Annotato (che tentava di uniformare, con alcuni accorgimenti, il testo al Signore degli Anelli, ne ho già parlato QUI), all’inedita traduzione firmata da Caterina Ciuferri (traduttrice de Lo Hobbit a fumetti e de I figli di Húrin), corredata dalle fantastiche illustrazioni vecchio stile di Alan Lee (già presenti nell’edizione deluxe di qualche anno fa) e presentata in un bel formato tascabile con gli angoli smussati (e in ebook). Con in più la supervisione di Paolo Paron, fondatore della Società Tolkieniana Italiana, a imprimere il marchio di autenticità all’intera operazione. Alcune cose cambiano, in questa nuova versione, a cominciare dal sottotitolo Un viaggio inaspettato, ritenuto più accattivante del precedente La riconquista del tesoro e dell’originale There And Back Again (“Andata e ritorno”), e ovviamente in linea con il titolo della prima delle tre parti del film di Peter Jackson (si sa, bisogna dimostrarsi sempre attenti a certi particolari di natura commerciale). Non muta invece la sostanza degli avvenimenti, descritti da Tolkien ben vent’anni prima delle stesse fantasie eroiche che più tardi lo avrebbero reso immortale con Il Signore degli Anelli. Il suo mondo alternativo e perfettamente verosimile è qui già formato, a cominciare dall’oscuro Gollum, deus ex machina dell’intera vicenda, e dal mago Gandalf che, nonostante le numerose e non spiegate sparizioni e riapparizioni, mette in moto l’intera vicenda, spingendo il pacifico Bilbo Baggins a sfidare i pericoli mortali pur di impossessarsi del tesoro di un gruppo di nani custodito dal drago Smaug. Ciò che cambia, nella nuova traduzione, sono in parte il ritmo e lo stile, più vicini al modello anglosassone, ravvivando i colori dell’avventura, con lievi ma significative differenze: niente più “orchetti”, per cominciare, ma i minacciosi “orchi”; non più i tre “Uomini Neri” che si pietrificano alla luce del primo sole, ma i veri e antichi “Troll”; non più la città di Dale o “Valle” ma “Conca”; non più la spada “Pungiglione” ma “Pungolo”; “Rivendell” è la conosciutissima “Gran Burrone” e non più “Forraspaccata”; “Pontelagolungo” è diventata “la Città del Lago”; il drago “Smog” è “Smaug” come in originale; il cibo “rimpinzimonio” diventa “cram”; tra i nomi degli animali compaiono differenze perdute nella versione precedente, come i “corvi imperiali”, distinti dai semplici “corvi”, dove ogni razza contribuisce a caratterizzare la complessa cosmogonia di Tolkien. Nell’insieme, non una rivoluzione ma un adattamento, anche se i fedeli lettori di Tolkien potrebbero rivelarsi troppo affezionati ai vecchi nomi per accettare sostituzioni come quella di “Bosco Atro” con il nuovo “Boscotetro” (“Mirkwood” in originale), del soprannome di Bilbo “Cavaliere del Barile” con “Cavalcabarile” e “Archepietra” con “Arkengemma”. È interessante altresì notare, nel volume, la presenza delle due mappe dello stesso Tolkien (una all’inizio e una alla fine) col doppio colore rosso/nero così come nell’edizione originale con la particolarità che i nomi cambiati nel testo non sono stati corretti nelle mappe (con un po’ più di accortezza si sarebbe potuto ovviare a questa pecca). Per i neofiti, quelli che magari hanno scoperto l’esistenza di quest’opera solo adesso, mi sento in dovere di ricordare che, a differenza di quanto avvenuto al cinema, Lo Hobbit non è un prequel al Signore degli Anelli, perché non spiega a posteriori gli antecedenti dell’altra opera, ma è uscito dalla fantasia di Tolkien molto tempo prima che le vicende della Guerra dell'Anello venissero immaginate: anzi, proprio Il Signore degli Anelli fu concepito come il seguito de Lo Hobbit, e per molto tempo, nella corrispondenza che intercorreva tra Tolkien e l'editore, il libro in gestazione veniva chiamato “il nuovo Hobbit”. È una storia certamente nata come una fiaba per bambini, narrata con un tono colloquiale in cui il narratore si rivolge ai piccoli lettori invitandoli ad avventurarsi loro stessi nella storia, ma che nel corso degli anni si è progressivamente arricchita di altri particolari per essere riallineata alla storia della Terra di Mezzo e al contenuto del Signore degli Anelli. Per quanto mi riguarda, è sempre un’emozione risfogliare e rileggere i libri di Tolkien, perché ciò porta sempre una sensazione di familiarità e di novità al tempo stesso, magari proprio con questo spirito infantile e questa sua capacità di guardare la realtà con gli occhi di un bambino, pieni di stupore e di domande. Questa volta ho apprezzato particolarmente il personaggio di Beorn, il “mutatore di pelle” paradigma del guerriero nordico che entra nella trance bellica trasformandosi in un animale totemico, l’orso, ma talmente poetico da vivere a contatto con la natura e gli animali che tiene nella sua casa, con molte analogie con il Tom Bombadil del Signore degli Anelli, come lui creatura semidivina custode della natura e parte integrante del territorio che abita, con lo stesso ruolo fondamentale di rifugio e dispensatore di consigli nel cammino intrapreso dai protagonisti.

venerdì 7 dicembre 2012

Caitlín R. Kiernan (con Neil Gaiman e Roger Avary) - La leggenda di Beowulf

Chi non ricorda il film La leggenda di Beowulf, cartoon digitale uscito qualche anno fa grazie al talento di Robert Zemeckis che rivisitava il più antico poema epico in lingua inglese (scritto da anonimo nel VII secolo in 3.182 versi) utilizzando la tecnica della performance capture, con gli attori che recitano con sensori applicati a visi e corpi per essere trasformati dal computer in personaggi virtuali e privi di difetti? Pochissimi, a mio avviso. Zemeckis si era confermato, una volta di più uno sperimentatore piuttosto ardito nel mettere a frutto i prodigi del cinema contemporaneo, ma ahimè privo di qualsivoglia spessore per trattare tematiche minimamente complesse, finendo per diventare il cantore del gusto medio della cultura odierna, che deve piacere a tutti. A inficiare il prodotto ci avevano pensato inoltre alcune scelte sciagurate come quella in cui venivano utilizzato i più ingegnosi accorgimenti per nascondere il batacchio di Beowulf (cosa che rimandava ai titoli di testa di un film di Austin Powers), o quella particolarmente kitsch che vedeva Angelina Jolie nella parte della madre del mostro trasformata in una creatura dorata i cui talloni finivano in tacchi a spillo. Ed era un peccato, perché nella sceneggiatura di quei geniacci di Neil Gaiman e Roger Avary c’era molto di buono. Innanzitutto, perché il loro tentativo di modernizzazione del poema epico riguardava non solo il linguaggio (adattato alle esigenze del pubblico di oggi, frasi gergali e spacconesche da cameratismo guerresco comprese) ma anche la struttura stessa della storia. Il poema originario ha sempre presentato infatti difficoltà di interpretazione e di adattamento per il cinema, tanto che gli altri due film sull’argomento (uno vergognoso con Christopher Lambert, l’altro più dignitoso con Gerard Butler) hanno preso in esame solo la prima parte della storia, quella con Grendel e sua madre per intenderci (nel film con Lambert era interpretata da una modella di Playboy, non dico altro): difficile infatti unire i due stadi della carriera dell’eroe, la sua ascesa e la sua caduta finale, e risolvere il contrasto tra la gloriosa giovinezza dell’eroe e il suo inevitabile declino e la morte in tarda età. Gaiman e Avary, invece, hanno deciso di riunire le due parti, riportando tutti i mostri al loro posto: non solo Grendel, quindi, ma anche il drago finale. Senza discostarsi troppo dalla storia originale, ambientano la vicenda nella Danimarca del 45 dopo Cristo, nel palazzo di Heorot, reggia di re Hrothgar, preso d’assalto da una gigantesca creatura mostruosa di nome Grendel che, durante la notte, fa strage di umani. Solo il valoroso Beowulf ha il coraggio di affrontarlo e lo annienta. Ma ecco la novità inserita dai due sceneggiatori: la strega madre del mostro irretisce l’eroe con un patto faustiano e genera con lui un nuovo essere che, trent’anni dopo, sotto forma di drago, torna a terrorizzare il palazzo di Heorot, e il vecchio e stanco Beowulf deve di nuovo rimettersi l’armatura, questa volta conscio di incontrare il suo destino. Nell’introduzione di questo volume, Gaiman spiega che quando a lui e ad Avary fu chiesto se ritenevano possibile trarre un romanzo dalla sceneggiatura che avevano scritto (un po’ quanto successo con Nessun dove), entrambi risposero di no e che era meglio consigliare alla gente di leggere il poema originale. Il romanzo è quindi stato scritto (con i verbi tutti al presente) da Caitlín R. Kiernan, scrittrice e paleontologa irlandese trapiantata negli Stati Uniti, ma gli elementi della sceneggiatura ci sono tutti: la tentazione di chi detiene il potere deve combattere, la concezione cristiana del peccato come portatore di conseguenze (Grendel è il figlio di Hrothgar e il drago è figlio di Beowulf, ed entrambi tornano a funestare la vita dei propri genitori che si sono concessi a un demone), la menzogna che viene preferita alla verità (Beowulf resta un eroe, per bardi e sudditi), il conflitto tra mondo pagano e nuovo culto cristiano, con tutto ciò che l’immagine dello scontro finale implica (il figlio Mordred che si ribella a suo padre Artù, San Giorgio che uccide il Drago, l’arcangelo Michele che sconfigge il Diavolo). Anzi, la Kiernan aumenta ancora di più la connotazione vichinga della vicenda riempiendola di particolari di mitologia norrena, dall’albero cosmico Yggdrasil alle profezie sul Ragnarök, tanto che i numerosissimi termini utilizzati necessitano di un glossario esplicativo finale. Restano intatti i dubbi su quale fosse il pubblico di destinazione di un film del genere, che per la grandezza dei presupposti e la pochezza degli esiti rappresenta una grandissima occasione sprecata.

martedì 4 dicembre 2012

Brian Sibley - Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato. La guida ufficiale al film

Tutto è pronto, l’evento per i fanatici tolkieniani (categoria di cui mi vanto di far parte) è prossimo. Finalmente, dopo una lunghissima e spasmodica attesa, i cinema di tutto il mondo stanno per venire invasi dal primo film della nuova trilogia di Peter Jackson, Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, capace di riportare, una decina d’anni dopo la trilogia del Signore degli Anelli, l’entusiasmo per l’opera di J.R.R. Tolkien e per la Terra di Mezzo (difficile non pensarla come la Nuova Zelanda) alle stelle. Oltre alla ripubblicazione del romanzo su cui la nuova pellicola si basa, Lo Hobbit per l’appunto, riproposto da Bompiani in varie appetitose edizioni (me ne occuperò, ovviamente), le librerie sono già state riempite di volumi specificamente dedicati al film, come questa corposa guida ufficiale che presenta una copertina con il nostro caro Gandalf (l’attore Ian McKellen) che stringe la spada Glamdring. L’autore, Brian Sibley, aveva compiuto un lavoro analogo all’epoca del Signore degli Anelli (che non ho letto), ma questo libro mi ha ricordato molto un vecchio speciale uscito per la rivista Ciak in occasione dell’uscita del film Le due torri che, sebbene indugiasse ancora sulla discussione se Tolkien fosse di destra o di sinistra (molto in voga a quei tempi), risultava un prodotto decisamente ben fatto e gradevole. Leviamoci subito il dubbio: può questo libro essere indicato per tutti quei fanatici che vogliono sapere in anteprima cosa ci sarà nel film con un certo livello di dettaglio? La risposta è semplicissima: no. Tutto il libro, che presenta molte belle fotografie, è un gigantesco dietro le quinte che racconta la genesi e la realizzazione del film attraverso le parole del regista Peter Jackson (inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo Guillermo Del Toro) e la presentazione degli attori e dei loro personaggi, passando per le scenografie (ispirate dai geniali illustratori Alan Lee e John Howe), i costumi, il trucco, i combattimenti e le armi, tanto che sembra di assistere agli extra di un DVD. Non si parla della trama, se non molto genericamente (si desume che Bilbo Baggins, lo hobbit protagonista, ha la casa invasa da un plotone di nani guidati dal mago Gandalf, parte con loro per un’avventura formidabile e che lungo la strada i nostri eroi incontreranno tre troll e un esercito di orchi, tutte cose molto generiche per chi non ha mai letto il libro), ma capisco che non si potesse raccontare molto di più, un po’ per mantenere desta l’attenzione per l’uscita del film, un po’ per non portare via potenziali clienti dagli altri libri ufficiali in questi stessi giorni (a cominciare da Il racconto del film di Jude Fisher). Inoltre, Brian Sibley parte sempre dal presupposto che i film de Lo Hobbit siano ancora due, mentre in realtà lo stesso Peter Jackson ha dichiarato qualche mese fa che il materiale girato è talmente tanto che i film sarebbero stati tre (da più parti è sorto il dubbio che quella dei tre film fosse sempre stata l’idea iniziale). Dove il volume si rivela interessante è nella spiegazione dello sviluppo dei personaggi, con gli sceneggiatori (lo stesso Peter Jackson insieme a Fran Walsh e Philippa Boyens) impegnati a spiegare come e perché hanno deciso di puntare molto sulla caratterizzazione dei tredici nani, ognuno con le proprie caratteristiche e con un proprio background socioculturale di appartenenza (si scopre anche che il personaggio di Ori è stato immaginato sulla base del provino dell’attore Adam Brown), per via della necessità di dotarsi di un variegato gruppo di personaggi scarsamente caratterizzati nell’originale e, per forza di cose, obbligati a rivaleggiare con i carismatici componenti a tutto tondo della Compagnia dell’Anello. Insomma, si intuisce la bontà dell’operazione compiuta, anche a dispetto delle critiche degli integerrimi puristi dell’opera tolkieniana che non mancheranno di recarsi al cinema muniti di matita rossa e blu per appuntare tutti gli errori e le discrepanze rispetto al romanzo originale (si è già registrata una petizione online a Peter Jackson perché eliminasse la scure piantata in fronte che si ritrova nel film il nano Bifur). Per il resto, grande atmosfera sul set, un cast adorante (ormai la trilogia cinematografica del Signore degli Anelli si è consolidata come parte integrante della nostra vita), una troupe di professionisti encomiabili, un grande fervore creativo e un’incredibile consapevolezza di stare realizzando un capolavoro. Due capitoli infine sono dedicati al 3D e alla ripresa digitale ad alta definizione a 48 fotogrammi al secondo, tecnica rivoluzionaria che sembra destinata a far risaltare ancora di più e in tutta la sua bellezza ogni singolo particolare dell’arredamento.

sabato 1 dicembre 2012

Neil Gaiman - Nessun dove

Inserito spesso tra autori più rappresentativi del cosiddetto gusto postmoderno, nel senso di una commistione audace e consapevole tra cultura “alta” e “di massa”, tra sublime e volgare, e tra registri, simboli e stili diversi all’interno della stessa opera, il geniale Neil Gaiman fornisce un’ulteriore prova della sua incredibile poliedricità di autore, narratore e sceneggiatore con questo Nessun dove, appartenente al filone dell’urban fantasy e basato sulla sceneggiatura dell’omonima serie televisiva (intitolata in originale Neverwhere) andata in ombra sulla BBC in sei puntate. Nell’introduzione lo stesso Gaiman spiega di aver voluto parlare di coloro che sono caduti in disgrazia e sono stati defraudati di tutto, trasfigurandoli attraverso lo specchio della fantasia: è così che egli si immagina un mondo sotterraneo, la Londra di Sotto, abitato da tutta quella categoria di persone che spesso sono chiamate come “invisibili” (e infatti del tutto invisibili alle persone di superficie) ma dove finiscono anche quegli abitanti della Londra di Sopra che cadono nelle pieghe e negli intervalli tra i due mondi. Per farlo racconta la storia del suo antieroe, Richard Mayhew, in tutto e per tutto l’uomo medio che all’inizio conduce una vita normale, vagamente stressata, con un lavoro e una fidanzata che cerca di portarlo ancora di più nella normalità: lui in realtà non è nemmeno nativo di Londra, ma ci si è trasferito per lavorare e il prologo del romanzo è proprio la sua festa d’addio, che si svolge nel pub di una cittadina qualsiasi. Il lato oscuro della città irrompe invece nella sua vita quando egli compie un gratuito atto di cavalleria, soccorrendo una ragazza. Questa, che si chiama Porta ed è in possesso della capacità di aprire qualunque porta o cancello, si rivela in realtà un’abitante della Londra di sotto ed è inseguita da due sicari (Mr Croup e Mr Vandemar) da quando è sfuggita a un complotto in cui le è morto il padre, un influente Lord di quel mondo che come estremo atto d’amore le ha lasciato un videomessaggio  con istruzioni cruciali per la sopravvivenza dell’unica figlia rimasta. Richard inizia così con lei un viaggio allucinante che è una sorta di iniziazione a questa vita sotterranea che si snoda lungo le fermate della metropolitana, che nella Londra di sotto assumono un significato letterale rispetto alla Londra di Sopra: Knightsbridge è pronunciato nightsbridge (ponte della notte) ed è avvolto da una misteriosa oscurità che esige un pedaggio; a Earl’s Court si entra davvero nella corte rinascimentale del Conte, situata in un vagone delle metropolitana con tanto di dignitari e buffone di turno; a Blackfriars ci sono davvero i Frati Neri e Richard deve superare una prova resistendo a subdole istigazioni al suicidio cui viene sottoposto dal suo doppio alla fermata della metropolitana. Anche se non mancano escursioni in superficie come a Embankment, sulla nave Belfast sul Tamigi e soprattutto da Harrod’s, in una memorabile riedizione cenciosa del mercato di Knightsbridge (il Mercato Fluttuante è un luogo di scambio a scadenza fissa in cui vige la tregua, figura centrale in Gaiman dal momento che si ritrova anche in Stardust). Nel loro viaggio Richard e Porta sono accompagnati da Hunter, la guardia del corpo cacciatrice che sogna di uccidere un giorno la Bestia di Londra (una leggenda metropolitana che, alla stregua del re alligatore delle fogne di New York e del grande orso di Berlino, da lei già affrontati e sconfitti, risulta vera come qualsiasi altra cosa nel mondo sotterraneo), dallo stralunato allevatore di uccelli Old Bayley (nome del tribunale di Londra), che vive sui tetti della città, e soprattutto dall’indimenticabile marchese De Carabas (che deve il suo nome al Gatto con gli stivali di Charles Perrault), raffinato, ambiguo e astuto, in grado di tenere in pugno gran parte del mondo sotterraneo con una rete di scambi di favori e ricatti, ma sempre benevolo e ironico nei confronti di Richard. È grazie al loro aiuto che i due giungono a scoprire che l’angelo Islington (per chi non se ne intendesse troppo di Londra, è bene specificare che nel sobborgo di Islington c’è appunto un quartiere chiamato Angel), presso il quale Porta sperava di trovare salvezza, si rivela il capo della cospirazione e che, in un drammatico e serrato confronto finale, precipita in un non-luogo illudendosi di ritornare in Paradiso. Quanto a Richard, colui che ha sconfitto la bestia e, di goffaggine in goffaggine, è divenuto l’eroe del mondo di sotto, grazie all’incredibile vittoria ottiene il cavalierato dalle mani del Conte e la possibilità di rientrare nella Londra di Sopra, ma riabituarsi alla routine quotidiana è impossibile e, dopo una breve parentesi, sceglie di tornare sotto terra, accolto e scortato dall’inappuntabile marchese De Carabas. Non ha imparato niente dall’esperienza della Londra di Sotto, se non la voglia di tornare a viverci e a emozionarsi nonostante abbia più volte rischiato la pelle, come capita a chiunque si innamori di una meravigliosa fiction. Con uno stile neutro, impermeabile e impassibile alle emozioni, che lascia accadere senza turbamenti fatti inspiegabili, associazioni imprevedibili, contrasti e sensazioni assurde, Gaiman ci conduce nei meandri di questo mondo oscuro ma poetico, capace di combinare e assemblare i pezzi della vita vera in un universo kitsch e postmoderno, che risulta veramente imperdibile per chi ama Londra o chi ci ha vissuto. Molti sono i riferimenti al mondo delle fiabe (Mr Croup e Mr Vandemar sono l’equivalente orrorifico del Gatto e la Volpe di Pinocchio, tanto che Richard quando li incontra avverte in loro un’aria feroce da volpe e da lupo, ma non bisogna dimenticare che quando Richard, parlando dell’angelo Islington, dice: «così lui racconterà a Porta della sua famiglia e dirà a me come tornare a casa», Lamia gli risponde scherzando: «E a te darà un cervello e a me un cuore», con ovvia allusione al Mago di Oz) e le citazioni abbondano, a partire dalle due guardie del British Museum che citano La maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, per arrivare al momento shakespeariano quando Richard cita il Macbeth con un «Allora, forza, Macduff» e poi tira i chiavistelli e oltrepassa una porta misteriosa senza sentire la chiosa colta dell’Abate dei Frati Neri: «Veramente è ‘in guardia, Macduff’. Ma non ho avuto il cuore di correggerlo. Sembra un così bravo giovane».

domenica 18 novembre 2012

Thomas Hardy - Tess dei d'Urbervilles

Uno dei risvolti positivi (se così si può dire) dell’orrido Cinquanta sfumature di grigio è stato il ritorno di moda del romanzo Tess dei D'Urbervilles di Thomas Hardy, tema di un saggio universitario della protagonista Ana Steele e regalatole in una preziosissima prima edizione dall’innamorato dominatore Christian Grey, che avrà avuto anche i soldi ma che dimostrava indubbiamente di conoscere anche il mercato dei libri antichi. Io Tess ce l’avevo in casa da anni e avevo anche provato due volte a leggerlo, ma mi aveva sempre respinto: ora, a prezzo di due mesi di passione, posso dire soddisfatto di avercela fattaAmbientato nel Wessex, nome fittizio per indicare quell'area a sud-ovest dell'Inghilterra chiamata Dorsetshire nel quale Hardy era cresciuto, utilizza il tema dell’aspirazione frustrata all’ascesa sociale come fattore scatenante della macchina romanzesca: quando il padre di Tess Durbeyfield, contadino povero e ubriacone con una famiglia dissestata, scopre grazie al parroco di essere discendente di un’antica famiglia di conquistatori normanni, i d’Urberville (di cui Durbeyfield sarebbe la bastardizzazione), questi spinge la figlia a reclamare la parentela con la vera famiglia d’Urberville (senza sapere che questa è una famiglia di nuovi ricchi che proviene da un’altra parte del Paese dove ha comprato il nome per apparire più rispettabile). Qui Tess subisce la violenza (o la seduzione, dal momento che la scena non è descritta ma lasciata all’immaginazione del lettore) del “cugino” Alec, rifiuta gli accomodamenti, economicamente vantaggiosi, da lui proposti, resta incinta e perde il bambino malaticcio che le nasce, e decide di ricostruirsi un’esistenza autonoma, accettando un lavoro durissimo in un caseificio. Qui incontra Angel Clare, figlio di un predicatore con tendenze alla ribellione che ha rifiutato di seguire le orme del padre e sta imparando a fare l’agricoltore: contro la disapprovazione della famiglia i due si innamorano e si sposano. Tess tenta invano di confessargli la violenza subita, ma per una serie di impedimenti la confessione avviene solo dopo il matrimonio e prima della prima notte di nozze: Angel (che ha convissuto a Londra con una donna più adulta) reagisce alla rivelazione del segreto non annullando il matrimonio, ma abbandonando la moglie con vaghe promesse di una possibile futura riconciliazione e trasferendosi nientemeno che in Brasile. Tess, di nuovo sola, è per giunta costretta a farsi carico della sempre più difficile situazione della famiglia, ma rifiuta di chiedere aiuto alla famiglia di Angel e di riconciliarsi con Alec, che, nel frattempo, ha avuto una crisi di coscienza e le propone una convivenza, facendole anche credere nella morte di Angel. Il finale drammatico (Angel che torna e scopre l’amata che convive mantenuta dall’uomo che già è la causa della sua tristezza, Tess che uccide Alec, i due sposi che fuggono, Tess che viene arrestata presso una delle pietre di Stonehenge, l’esecuzione finale) è il degno corollario alla serie di catastrofici eventi che avvengono alla povera protagonista, che paga con la sua vita il tentativo dei genitori di aver voluto sfidare il fato tentando di cambiare classe sociale e spezzando così l’equilibrio uomo-natura. Un romanzo plumbeo e disperato, senza alcuna possibilità di speranza o di redenzione, caratterizzato da un estremo pessimismo, assertore dell’inutilità della religione (Angel appartiene a una famiglia di pastori evangelici, lo stesso Alec a un certo punto sembra essersi redento grazie alla predicazione) e della crudeltà della natura nella vita degli uomini, con un immanentismo che fa perdere ogni potere all’individuo, insignificante di fronte alle insidie del mondo e alla legge del più forte (non è un caso che l’unico elemento soprannaturale sia la leggenda nera della carrozza dei d’Urberville, il cui suono può essere udito solo da un discendente di sangue, che racconta il delitto di un antico membro della famiglia che ha cercato di rapire una fanciulla) e un uso impersonale del paesaggio (il Wessex), che allo stesso tempo ospita e respinge i personaggi che lo abitano e diventa uno specchio delle loro anime. Certo, c’è un pizzico di denuncia sociale circa l’impossibilità per le donne conquistare la loro autonomia in simili condizioni, ma il tutto (come la nera bandiera che viene issata nel finale sulla valle) fa piombare in un desolante senso di sconforto. Poi, cosa c’entri tutto questo con 50 sfumature di grigio, bisognerebbe chiederlo direttamente a Erika Leonard…

venerdì 16 novembre 2012

Hilaire Belloc - Gli Ebrei

Diciamoci la verità: questo Hilaire Belloc, grande letterato, saggista, amico di G.K. Chesterton e uomo politico franco-inglese di fede cattolica, non lo conosce proprio nessuno. Non l’avevo mai sentito nominare nemmeno io, che mi sono trovato a curare la riedizione di questo suo controverso pamphlet intitolato Gli Ebrei, pubblicato a Londra nel 1924 ma uscito in Italia solo dieci anni più tardi a sostegno delle teorie nazifasciste di segregazione razziale. Una pregiudiziale mica da ridere, insomma, con l’aggiunta dell’adesione a una serie di classici stereotipi antisemiti piuttosto diffusi all’epoca, anche se è bene precisare che lo stesso Belloc chiarisce di non essere antisemita e che, anzi, alcuni dei suoi migliori amici sono ebrei (con i quali, sempre a suo dire, non si sente minimamente a disagio). Addirittura, spende un intero capitolo a denunciare e persino ridicolizzare l’antisemitismo in quanto mania e fanatismo che porta a immaginare gli ebrei responsabili di tutti i mali del mondo, dalla diffusione di capitalismo e bolscevismo alle sconfitte belliche. Invece di negare l’esistenza di una “questione ebraica”, come ai suoi tempi era già di moda fare, Belloc cerca di capirla e di risolverla, magari non riuscendoci, ma analizzando le problematiche religiose e politiche sollevate dall’azione dell’ebraismo militante in Europa. Non fa sconti a nessuno ed elargisce responsabilità a tutto campo, comprese quelle di alcune comunità ebraiche che per una certa opinione pubblica già ai suoi tempi erano intoccabili ma che in realtà si misero in conflitto con le società che ospitavano e legittimavano. Il suo particolare punto di vista presuppone che gli ebrei (nonostante i loro tentativi di fingersi dei normali cittadini) sono un corpo estraneo rispetto alla civiltà occidentale e non sono in alcun modo assimilabili, tanto da invitare gli Stati europei a prendere provvedimenti legislativi per sancire una discriminazione di questa minoranza che, in nome di una pretesa superiorità, nutre una naturale indifferenza per il sentimento nazionale e trama nella segretezza per realizzare i propri interessi sovranazionali (riassumibili in una sola sinistra entità: la finanza). La soluzione proposta dall’autore è quindi quella non della persecuzione o dell’eliminazione, bensì quella della “segregazione amichevole”, da lui definita come il riconoscimento tanto da parte degli ebrei quanto dei non ebrei di una cittadinanza ebraica separata, quasi fossero degli stranieri in patria. Una teoria, insomma, molto opinabile, che però va contestualizzata nella temperie culturale e politica dei difficili anni nei quali fu scritto (evidente anche dal tono e dal linguaggio utilizzato). Andando al di là dell’opinione personale di Belloc, ci si può rendere conto di quanto egli, nell’analizzare il montare dell’odio e della propaganda antisemita in Europa, sia stato in realtà profetico nell’anticipare le persecuzioni naziste, sostenendo chiaramente che, se non si fosse fatto qualcosa, l’ostilità sarebbe presto passata dalle parole ai fatti, fino a giungere alla previsione che la costituzione di uno Stato sionista in terra palestinese avrebbe sollevato un conflitto con i musulmani dell’area del Vicino Oriente. A patto di non lasciarsi fuorviare e avvelenare il fegato per motivazioni ideologiche, una lettura che, nonostante molti particolari non condivisibili, potrebbe rivelarsi addirittura interessante.

giovedì 8 novembre 2012

Robert Hugh Benson - Il trionfo del Re

Secondo romanzo di Benson per il sottoscritto, e seconda gradita sorpresa. Dopo aver curato l’edizione italiana de I necromanti (nel frattempo uscito, neanche a farlo apposta, anche per Lindau con il titolo Gli stregoni), sempre per Fede & Cultura ho curato l’uscita di questo Il trionfo del Re,  scritto dal suo autore nel 1908, due anni dopo la conversione al cattolicesimo dell’autore, e primo di un’ipotetica trilogia da lui dedicata alla storia delle persecuzioni religiose in Inghilterra (gli altri due sono Con quale autorità, edito da BUR, e Come rack! Come rope!, traducibile con Vieni ruota! Vieni forca!, di cui a questo punto spero di curare l’edizione italiana). Come sempre, preciso che parlo qui di libri curati da me esclusivamente se già editi e pubblicati da altri, di cui magari mi trovo a curare l’edizione italiana, non solo per evitare qualsiasi conflitto d’interesse ma soprattutto per mantenere una certa onestà intellettuale (ed evitare di parlare bene o male di un libro dell’editore per cui lavoro). Nello specifico, questo romanzo si iscrive in pieno nella mia passione per il periodo Tudor ed è ambientato all’epoca della Riforma religiosa operata da Enrico VIII in seguito al suo innamoramento per Anna Bolena e alla decisione di dichiarare nullo il suo matrimonio con Caterina d’Aragona. Ma questo è solo lo sfondo alla vicenda narrata, che è invece imperniata sulla storia di due fratelli di famiglia aristocratica in conflitto tra loro, Christopher e Ralph Torridon, il primo sacerdote fedele a Roma e intenzionato a rispettare la sua vocazione fino alle più estreme conseguenze, il secondo ambizioso e servo del potere alle dipendenze del potente Cancelliere Thomas Cromwell, vero artefice della graduale distruzione e spoliazione dei monasteri cattolici in nome di una pretesa “purificazione” della religione. Pur di fare carriera, e in ossequio a una fanatica fedeltà al suo ideale, Ralph arriva a sopprimere la sua coscienza e l’amore della donna che ama (una vicenda quanto mai attuale e per certi versi profetica, visto cosa sarebbe successo nel corso del Novecento che, quando Benson scriveva, era solo agli albori), prima dell’inevitabile crisi di identità e di fede che colpisce tutti i fedeli esecutori di persecuzioni. Un romanzo storico che utilizza il dramma familiare per sviluppare una storia di amore, intrigo, vocazione e martirio, del tutto priva di giudizio e condanna nei confronti dei persecutori ma, anzi, piena di umana comprensione e divina redenzione: cattolico militante e neoconvertito, Benson rievoca personaggi celebri del periodo come l’arcivescovo corrotto Cranmer e le sante figure del Cardinale Fisher e di Thomas More (che Ralph viene incaricato di spiare e di cogliere in fallo per avere qualsiasi appiglio di condanna), martiri che pagarono con la vita il loro rifiuto di appoggiare la separazione del re da Caterina d’Aragona. Forse oggi a livello di struttura può sembrare un po’ statico a livello di situazioni e per la sua struttura prevalentemente domestica, ma il libro è decisamente godibile e ha diverse frecce al suo arco, prima tra tutte la figura femminile di Beatrice Atherton, degna anticipatrice di Margaret Deronnais de I necromanti e prototipo dell’innamorata cristiana che non è disposta a cedere di un millimetro sul piano dei principi bensì a dare la sua vita per salvare il suo amato attraverso la preghiera; non bisogna però dimenticare scene importanti come l’attacco al priorato cluniacense di Lewes in seguito al rifiuto dei monaci di riconoscere formalmente le ragioni del re contro il papa, e il magistrale incontro finale alla presenza del temuto e gigionesco sovrano (Enrico VIII), terribile e iroso ma fondamentalmente menefreghista e arrogante, capace di ridere in faccia ai problemi di coloro che gli sono intorno e che per o contro di lui hanno dato la loro vita, simbolo supremo di un potere che ha perso del tutto la sua funzione.

martedì 2 ottobre 2012

Alan Moore, Eddie Campbell - From Hell

Come accaduto nel caso di Watchmen, anche per From Hell ci sono indubbiamente arrivato tardi, ma ci sono arrivato. Di questa mastodontica graphic novel che porta la firma di Alan Moore, genio riconosciuto capace di rivoluzionare il fumetto, in questo caso coadiuvato dai disegni scuri e graffiati Eddie Campbell, io conoscevo solo l’omonimo film che ne è stato tratto per la regia dei fratelli Hughes, in Italia intitolato La vera storia di Jack lo Squartatore e a mio avviso veramente bellissimo per atmosfera, rigore e ricostruzione d’ambiente. In realtà, a parte per la trama (gli omicidi che insanguinarono il quartiere londinese di Wihitechapel alla fine del 1888) e qualche dialogo, il film è qualcosa di fondamentalmente diverso dall’opera di partenza, definita dagli stessi autori un “melodramma in sedici parti” che consta di oltre quattrocento pagine alle quali si aggiungono un’ulteriore sezione di minuziose note esplicative e fitti riferimenti storico-bibliografici sulla vicenda di Jack lo Squartatore che spiegano quali fatti sono scaturiti dalla fantasia di Moore e quali invece si basano su avvenimenti realmente accaduti, dimostrando una conoscenza praticamente enciclopedica sull’argomento da parte del suo autore, che travalica i confini della vicenda per abbracciare elementi di storia (ci sono perfino accenni alle ceneri ancora vaganti del Krakatoa), di costume e di lingua dell’epoca (compresi i doppi sensi scurrili utilizzati nei bassifondi). La trama abbracciata da Moore riprende la teoria del complotto reale avanzata da The Ripper Files di Elwyn Jones e John Lloyd (e già alla base del film Assassinio su commissione con Christopher Plummer nei panni di Sherlock Holmes), secondo cui il nipote della regina Vittoria, Edward duca di Clarence, avrebbe avuto un figlio illegittimo da una prostituta di Whitechapel, per di più cattolica. Al fine di mettere a tacere lo scandalo, in un torbido intrigo ordito dalla corona e dalla massoneria, il medico della regina, Sir William Gull, avrebbe ricevuto l’incarico di sopprimere le amiche della poveretta che erano al corrente della vicenda. Il pittore Walter Sickert, profondo conoscitore dell’ambiente di Whitechapel oltre che accompagnatore abituale del duca di Clarence nelle sue “escursioni” notturne, sarebbe stato l’involontario strumento del massacro. A indagare su questa vicenda è chiamato l’ispettore Abberline, molto differente dall’elegante e affascinante ispettore Abberline del film interpretato da Johnny Depp (fumatore d’oppio e capace di penetrare una realtà metafisica che a tutti gli altri è celata), qui un poveraccio gentile, stanco e sgraziato, sempre fuori posto e destinato a perdere per forza. La trama, per quanto accattivante e conosciuta, funziona solo in parte come allegoria dei limiti raggiunti dal potere pur di difendere se stesso. Come spiegato dallo stesso Moore, il suo interesse non era tanto quello di scoprire il colpevole (che si vede sin da subito, ben identificato, agire indisturbato e alla luce del sole, con la complicità di molti), quanto quello di esplorare le ragioni del fatto e creare qualcosa che tracciasse e riannodasse i fili della vicenda fino al cuore nero della vicenda, quella «più estrema e orrenda regione della mente umana» che è il solo posto in cui gli dei e i demoni esistono incontrovertibilmente in tutta la loro grandezza e mostruosità. Un tentativo di tracciare una mappa del Male e una riflessione su quanto esso possa essere inserito nel gioco del tempo e su come possa esserci una trama ben definita che provoca eventi maligni a intervalli precisi che procedono a spirale (scopriamo per esempio che esattamente un secolo prima operava un altro assassino dalle modalità molto simili a quello dello Squartatore e che la notte in cui l’assassino di Whitechapel uccise la sua prima vittima è probabilmente la stessa in cui Alois e Klara Hitler concepirono il loro figlio Adolf), ma anche prefigurazioni sull’aldilà e spiragli profetici su un futuro messianicamente evocato e incarnato (dopo l’ultimo omicidio, lo Squartatore si ritrova negli odierni e disumanizzati uffici della City, tra computer, fax e facce serialmente spersonalizzate). L’appartenenza di Sir William Gull alla Massoneria offre quindi lo spunto per inserire tutta una complicata sottotrama magico-simbolico-esoterica, che è quella che più interessa a Moore e che si incastona alla perfezione nell’architettura misterica della città di Londra (ben spiegata nel magistrale capitolo del viaggio in carrozza, simile a un’iniziatica discesa agli inferi per via magico-razionale tra chiese simili a templi pagani e obelischi dedicati al culto solare). La visionarietà dell’opera non le impedisce, grazie alla sua meticolosità nella ricostruzione d’ambiente, di tracciare però un affresco incredibilmente reale di una Londra sordida e sudicia, ricostruita nel dettaglio, nella quale vediamo muoversi decine di personaggi del periodo, da Oscar Wilde a G.B. Shaw, passando per William Blake e Robert Louis Stevenson, oltre a un Aleister Crowley ancora bambino ma già predestinato a diventare un grande occultista. Chi è abituato a vedere i fumetti come un’arte minore farà certo un po’ fatica ad apprezzare, ma per tutti gli altri quest’opera assolutamente pazzesca è una lettura obbligata.

domenica 23 settembre 2012

L. Frank Baum, Eric Shanower, Skottie Young - Il meraviglioso Mago di Oz

Una gradita sorpresa questo bel volume in cartonato, risultato di una decisione della Marvel di rilanciare un grande classico della letteratura per bambini, Il meraviglioso Mago di Oz di L. Frank Baum, che negli Stati Uniti è entrato nella memoria collettiva producendone un rifacimento a fumetti. In America è stato pubblicato come una miniserie di otto numeri, da noi la Panini Comics ha deciso di pubblicarlo in un unico volume per quello che è un adattamento assolutamente fedele allo spirito e ai contenuti del libro, in cui la lettura scorre veloce e le immagini sono complementari e funzionali al testo, adatta per bambini ma anche per gli adulti. Ecco quindi narrata la storia della piccola Dorothy, che un uragano trasporta nel fantastico paese di Oz dove incontra uno spaventapasseri che non ha cervello, un uomo di latta che non ha cuore e un leone che non ha coraggio: insieme a loro intraprende un cammino fino alla Città di Smeraldo sulla famosa strada di mattoni gialli per incontrare il famoso Mago di Oz, che alla fine si rivela essere molto diverso da quel che sembra. Per chi conosce solo il famoso ma indigesto film musicale con Judy Garland, dominato da uno spirito lisergico e assolutamente camp (del tutto in anticipo sui tempi), si tratterà senz’altro di una gradita sorpresa: la caratterizzazione dei personaggi è ottima (la Strega dell’Ovest è addirittura spettacolare) e l’atmosfera è del tutto diversa, grazie a uno spettacolare uso dei colori legato ai vari luoghi visitati da Dorothy e dai suoi compagni di viaggio, perfetto per coinvolgere e immergere in questo viaggio dell’immaginazione (non vengono risparmiati gli scenari più cupi e spesso l’ambiente riflette lo stato d’animo della piccola protagonista). Vista la fedeltà al testo di Baum, il volume presenta tutte le caratteristiche dell’opera originale: una fiaba che parte da un’esperienza tipicamente americana (il Kansas) e che utilizza l’espediente del ciclone per connettere il reale al fantastico di un mondo separato, un altrove completamente diverso che non viene accettato da Dorothy come parte di sé o del suo orizzonte abitabile. La nostra eroina, per quanto ingenua e vulnerabile di fronte alla violenza del mondo, è comunque molto pragmatica e applica a questo altrove fantastico tutte le nozioni che la contraddistinguono come bambina americana. Se non ci riesce lei, ci riescono comunque i suoi tre compagni di viaggio, che risultano perfettamente complementari e in possesso, già in loro stessi, di tutto quello di cui sono in cerca (lo spaventapasseri cerca un cervello ma è il più intelligente della combriccola, l’uomo di latta cerca un cuore ma è generoso e si commuove in continuazione, il leone cerca il coraggio ma all’occorrenza risulta un eroe, così la stessa Dorothy scopre di aver sempre posseduto le scarpette d’argento in grado di farla tornare nel Kansas). La ricerca (che si esplica per lo più attraverso avventure contro creature strane e mostruose) si configura così più come un processo di crescita che di arrivo da un punto all’altro, tanto più che tutto quello che fa Dorothy è frutto del caso: la sua casa uccide la Strega dell’Est schiacciandola mentre atterra a Oz, mentre lei distrugge la Strega dell’Ovest del tutto involontariamente gettandole addosso dell’acqua per frustrazione (e senza sapere che l’acqua avrebbe sciolto la perfida megera). Dorothy non ha particolari poteri, è semplicemente una bambina buona che dimostra che tutti possono riuscire a farcela, e la stessa cosa la provano i suoi tre compari che alla fine si ritrovano tutti sovrani di qualche popolo: una morale molto infantile e, mi si perdoni, molto americana.

sabato 22 settembre 2012

Henning Mankell - Assassino senza volto

Prima inchiesta per il commissario Kurt Wallander, personaggio creato dallo scrittore Henning Mankell e investito di un’improvvisa celebrità grazie al boom dei gialli svedesi di qualche anno fa sull’onda della trilogia Millennium di Stieg Larsson e a una bella serie a lui dedicata dalla BBC con Kenneth Branagh. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la storia non è ambientata nell’ovvia Stoccolma ma a Ystad, città portuale della Scania: il nostro commissario deve fare luce sul brutale assassinio di una coppia di contadini della campagna svedese, torturati barbaramente e, apparentemente, senza alcuna ragione. Unico indizio, le ultime parole della donna prima di morire in ospedale: “Straniero, straniero”. La notizia purtroppo trapela e dà inizio a un’ondata di violenza xenofoba, tanto che lo stesso Wallander riceve delle telefonate anonime che lo avvertono che se lui non scopre chi è stato ci saranno ritorsioni nei confronti dei campi profughi. Mankell ha un modo di scrivere completamente diverso da Stieg Larsson: il suo giallo è lineare, con molte piste (la rapina? Il ricatto? La vendetta di un figlio non riconosciuto?) che progressivamente perdono valore, senza colpi di scena o particolari “forti”, ma scorre molto bene e non annoia mai. Narrato in terza persona ma sempre dal punto di vista del commissario, conquista proprio grazie al suo protagonista, un loser dai caratteri profondamente umani (è stato piantato dalla moglie, è ingrassato e trasandato, ha un rapporto problematico con la figlia e con il padre pittore in fase di demenza senile, ci prova con un’altra donna – il Pubblico Ministero Anette Brolin – ma gli va decisamente male, è stressato e per rilassarsi ascolta musica classica) che non possono non muovere a simpatia. Insomma, se Stieg Larsson è stato accusato di essere l’alter ego di un computer, a Mankell questo non glielo si può davvero imputare.

sabato 25 agosto 2012

Terry Pratchett - La luce fantastica

Avevamo lasciato il turista Duefiori e il suo accompagnatore, il mago Scuotivento, scaraventati oltre il Bordo del Mondo Disco a bordo di una navicella per scoprire il sesso della tartaruga cosmica A’Tuin. Li ritroviamo in questo secondo romanzo della serie, che riprende e conclude le vicende raccontate nel precedente Il colore della magia e si configura come l’unico romanzo di Terry Pratchett a essere il seguito di un altro. Questa volta i maghi della città di Ankh-Morpok scoprono che il Mondo Disco sta per essere distrutto da una stella rossa in avvicinamento a meno che non vengano letti gli incantesimi contenuti nel libro dell’Octavo, un potente libro di incantesimi che, «con caratteristica sbadataggine, il Creatore dell’Universo si è dimenticato di portarsi via dopo aver terminato la sua grande opera». L’ottavo incantesimo non si trova però nel libro, bensì nella mente di Scuotivento (impedendogli la memorizzazione di tutte le altre formule magiche) e il povero mago da strapazzo (che sta «alla magia come una bicicletta a un calabrone») viene inseguito dagli altri maghi («non più malvagi di, diciamo, un comitato del normale Rotary Club»), capeggiati da Trymon, che impazzisce nel tentativo di imparare gli altri sette incantesimi e stabilisce con la sua mente un passaggio per le Dimensioni Sotterranee, da cui cercano di fuggire le più orribili e strampalate creature demoniache. La trama è tutta qui, con i nostri eroi che, nell’avvicinarsi allo scontro finale con Trymon, attraversano una serie di avventure che li conducono nella casa di marzapane della strega delle fiabe (qui dovuta alla Scuola di Architettura Pasticcera), nel cottage dove abita la Morte (che gioca a Bridge con Fame e Pestilenza) e nella terra dei troll, nel consueto stile demenziale e smitizzante (ma, è bene chiarirlo, mai sbracato) di Pratchett. A differenza del predecessore Il colore della magia, che a conti fatti era una raccolta (molto riuscita) di racconti legati solo dagli stessi protagonisti, questo capitolo ha una trama più unitaria e compatta, addirittura non suddivisa in capitoli (interrogato sul perché di questa abitudine, Pratchett spiega che la vita non è normalmente divisa in capitoli), nonostante le digressioni e le parentesi (per la quasi totalità assurde). Oltre allo stile, punto fermo è la solita cosmogonia sarcastica e smitizzante che prevede degli dei «litigiosi e alquanto borghesi» che vivono in un palazzo di marmo in suite di tre locali di alabastro, «la cui idea di un’esperienza artistica esaltante era un campanello a carillon». Tra i personaggi, fa la sua comparsa il bibliotecario orango dell’accademia della magia, mentre tornano Morte (che parla sempre in maiuscolo, a suggerire un tono solenne e monocorde, nonostante la vena sarcastica) e il bagaglio di Scuotivento, un baule magico senziente con moltissimi piedi e una grande bocca dentata, che segue ovunque il suo padrone fungendo da guardia del corpo. Come per il predecessore, non mancano le citazioni che irridono con classe il genere e chiamano in causa il Necronomicon di Lovecraft (con tutta una serie di libri maledetti come il Necrotelicomnicon, «con le sue pagine fatte di pelle di antica lucertola», il Libro del Giro Intorno all’Undecimo, «scritto da una misteriosa e alquanto pigra setta lamaica», e il Grande Teatro Comico Grimoire, che contiene «presumibilmente l’unica burla originale rimasta nell’universo») e l’heroic fantasy di Robert E. Howard con il suo personaggio più famoso, Conan il barbaro, qui nelle vesti di Cohen il barbaro, un vecchio novantenne sdentato che, sebbene ancora prestante e arzillo, non accetta il passare degli anni (diverse sono le situazioni di parodia nei confronti del film, in particolare il famoso «Qual è il meglio della vita?», ma la risposta in questo caso è «Acqua calda, un buon dentista e carta igienica morbida»), ma è ugualmente noto per la sua abitudine di salvare fanciulle in pericolo, sgominare malvagi sommi sacerdoti di culti oscuri e saccheggiare antiche rovine, per non parlare della sua rivale, la rossa Herrena, parodia di Red Sonja (per chi non avesse dimestichezza coi fumetti del nerboruto cimmero, basta dire che è la protagonista del film Yado). Decisamente consigliato, nonostante la pessima traduzione italiana.

giovedì 9 agosto 2012

Peter Freestone (con David Evans) - Freddie Mercury. Una biografia intima

Nel mio soffermarmi su quel vero e proprio sottogenere che sono le biografie su Freddie Mercury (scritte da amanti, collaboratori e conoscenti, ognuno con il proprio punto di vista più o meno interessato), ero convinto che con questo ennesimo volume, scritto dal suo storico assistente personale e ripubblicato in veste degna da Arcana (dopo una fugace edizione pirata di Lo Vecchio tradotta coi piedi), si rasentasse il fondo del barile. Fortunatamente, mi sbagliavo. Ai non informati il nome di Peter “Phoebe” Freestone dirà poco o nulla, ma i fan di Mercury sanno perfettamente trattarsi di colui che, dall’ottobre del 1979, per dodici anni, non si allontanò mai di qualche metro di distanza dal cantante dei Queen. Da costumista del Royal Ballet di Londra, Freestone si ritrovò a rivestire i panni di segretario, valletto, maggiordomo, guardia del corpo, uomo delle pulizie, amico e confidente (ma non troppo) e, negli ultimi tristi giorni, perfino di infermiere. È chiaro che il buon Peter non è uno scrittore (e per questo è coadiuvato da tale David Evans) e che alcune cose sono state scritte apposta per ingolosire i fan (com’è logico, il Freddie privato vende molto di più del Freddie artista), quindi resta pur sempre il dubbio se tutto questo sia uno squallido lucro o se risponda invece a una precisa volontà di condividere determinati particolari con una comunità di adoratori leali e sinceri. Nei panni di biografo, Freestone tenta di sfatare miti e leggende su Freddie e, pur non evitando i soliti particolari sulla vita sregolata (l’assidua frequentazione di locali gay, il consumo di cocaina), mantiene sempre un certo riserbo sulle modalità di divertimento della star. Il suo tono è sempre pacato e rispettoso, quasi diplomatico e senza giudizi morali (completamente diverso da quello del passionale Jim Hutton, ultimo amante di Freddie e autore di un’altra biografia) tanto che la sua unica preoccupazione sembra essere quella di dimostrare di aver sempre fatto bene il suo lavoro, di essersi guadagnato sul campo la fama di “angelo custode” del cantante. In alcuni punti riesce a essere di una noia mortale (specie nel caso dei capitoli sulle preferenze culinarie del suo datore di lavoro o quelli dedicati a Garden Lodge, che Mercury aveva arredato personalmente, con la descrizione delle suppellettili e perfino della biancheria) e il suo stile è abbastanza caotico nel saltare di palo in frasca da un aneddoto all’altro (qualcuno è veramente divertente, come nel caso dell’incontro con Michael Jackson, con Freddie con i pantaloni sporchi di fango e schifato dall’idea di essere colpito dagli sputi dei lama del minizoo privato che fu costretto a visitare), ma nel complesso cerca di offrire un punto di vista diverso e finalmente convincente di alcuni aspetti della vita di Freddie, dal suo modo di lavorare alle tensioni con gli altri membri della band, dal modo di concepire le copertine degli album alla realizzazione dei videoclip. Se ne ricava un’impressione di grande creatività (spesso eccentrica, ma sempre coerente) e una dedizione al mestiere veramente encomiabile che faceva di Freddie un leader in studio di registrazione e sul palco, capace di raccogliere e perfezionare tutte le proposte provenienti dai colleghi (e molto si capisce del perché gli altri membri dei Queen, in particolare Brian May e Roger Taylor, non hanno più prodotto una nota decente da quel 24 novembre 1991, data della morte del cantante). Altri particolari rivelatori sono la sua straordinaria iperattività (non leggeva libri per non perdere tempo e odiava annoiarsi), la sua concezione del sesso (attività separata dall’amore e spensierata, da praticare senza grandi implicazioni emotive) e la sua tendenza a provocare litigi e dissapori con qualcuno per caricarsi prima di esibirsi dal vivo, senza dimenticare la sua infinita generosità verso amici, amanti e conoscenti, molti dei quali si approfittarono di lui in maniera indecente e spudorata, tanto che nel libro ricorre spesso ricorre spesso il titolo di una canzone dei Queen, Another One Bites The Dust, a scandire la caduta nella polvere di quanti tradirono l’affetto di Freddie. Della lunga fila di volti noti e meno noti che Freestone rievoca in ogni pagina, pochissimi furono però, per volontà dello stesso Mercury, ammessi a stargli vicino negli ultimi giorni di vita, forse per risparmiare loro la vista della sua costante e inarrestabile decadenza fisica dopo aver condiviso con loro risate e bevute. Chiude una serie di commenti personali e scherzose sulle varie persone che sono state citate nel libro. Insomma, niente di trascendentale, ma se siete fan dei Queen, dateci un’occhiata.

martedì 17 luglio 2012

E.L. James - Cinquanta sfumature di grigio

C’è poco da fare. Siamo sempre tutti qui a chiederci se il romanzo sia morto, se ancora sia in grado di farsi portavoce dei valori di un’epoca, se sia ancora il canale privilegiato per raccontare le evoluzioni della nostra società e, soprattutto, se abbia ancora qualcosa da raccontare. Quando un libro come Cinquanta sfumature di grigio si impone come caso editoriale dell’anno con 30 milioni di copie vendute nel mercato anglosassone, di cui pare 10 milioni solo nelle prime tre settimane (nel Regno Unito è il libro che ha venduto di più nel minor tempo, dopo Harry Potter) e 100.000 copie in 10 giorni in Italia (paese tradizionalmente abitato da lettori deboli che accorrono in massa a comprarsi il libro del momento, specie se si tratta di Melissa P., delle barzellette di Totti o delle ricette di Benedetta Parodi), è facile dedurre che il romanzo è morto, sepolto e putrefatto, e che la nostra società non ha veramente più nulla da dire. È stato acclamato come il libro che ha sdoganato il genere erotico, il nuovo saggio per la liberazione delle donne (Amazon l’ha definito un sex toy), ha conquistato gli spazi vendita della grande distribuzione organizzata e si è imposto sui giornali e in televisione (tutto purché se ne parli, con commenti di tutte le donne del mondo dello spettacolo), mentre tutti si sono apprestati a celebrare il trionfo di un nuovo genere, il mommy porn, in voga non solo tra le casalinghe disperate ma (pare) anche e soprattutto tra le venti/trentenni cittadine in carriera statunitensi. L’autrice si vanta di aver cambiato la vita sessuale di milioni di persone, e ci sarebbe da crederle considerando che, sull’onda di simile successo, le vendite dell’attrezzatura bondage negli Stati Uniti sembrano essere aumentate del 375%. Inoltre, il fatto che il romanzo sia il più venduto in versione digitale ha fatto scalpore, e l’interpretazione è stata unanime:  le donne si vergognano a farsi vedere in metropolitana o sull’autobus a leggere un libro porno, mentre ereader e tablet (Kindle, Nook e iPad) vengono in loro aiuto impedendo di rivelare la copertina, consentendo loro di coltivare le proprie perversioni al riparo da occhi indiscreti (senza contare l’imbarazzo di doverlo comprare passando per la cassa). In realtà, Cinquanta sfumature non è nemmeno un romanzo erotico: chiunque prenda in mano Fanny Hill di John Cleland, del 1748, si accorgerà che nel XVIII secolo chi scriveva queste cose possedeva molto più talento letterario e carica erotica della nostra E.L. James (pseudonimo di Erika Leonard, che pare abbia cambiato il nome per proteggere i figli dalla battute degli amichetti). Il suo romanzo, nato come fan fiction con i protagonisti della saga di Twilight (Edward e Bella), è un softcore di una beceraggine quasi sublime, anche se il Guardian si è chiesto se sia un porno travestito da romanzo o un romanzo travestito da porno, mentre gli utenti del sito di genitori Mumsnet hanno detto che non è un porno perché delinea bene i personaggi. C’è stato chi ha parlato di risvolti sociali, di rapporti di genere o di problematiche generazionali, ma la verità è che alla base di tutta questa bieca operazione  commerciale c’è l’ennesima variazione sul tema della combinazione fatale “timidina verginella e maschio predatore”, una specie di versione hard di 9 settimane e ½, e del rapporto vittima-carnefice che si capovolge, come insegna il viscontismo di maniera stile Il portiere di notte di Liliana Cavani. La trama è molto semplice: la graziosa e ingenua studentessa Anastasia Steele incontra per caso (va a fare un’intervista per il giornale della scuola al posto di un’amica ammalata, espediente veramente favoloso) Christian Gray, giovane imprenditore miliardario (ma con una dolorosa storia infantile alle spalle, essendo stato adottato e poi iniziato al sesso bondage da un’amica della madre, scherzosamente soprannominata Mrs Robinson come il personaggio del film Il laureato interpretato da Anne Bancroft) che, ovviamente, è bellissimo e misterioso, aitante e con una voce «roca e calda come un cioccolato nero fuso al caramello». Lui le chiede di diventare il suo giocattolo erotico per dare sfogo a tutti i suoi sfoghi sadomaso a base di fruste, divaricatori e altri gingilli, ma tutto severamente codificato in un vero e proprio contratto da sottoscrivere per stabilire che cosa è lecito fare e cosa no in camera da letto, o meglio, nella sua Stanza Rossa che è un mix tra un boudoir elisabettiano e una stanza delle torture da Inquisizione spagnola. Il plot non presenta molto altro e, dopo un’estenuante prima parte nella quale non succede niente, i due si scatenano e rivelano di essere due macchine del sesso che non conoscono né pausa né battuta d’arresto (notare che lei è arrivata a 21 anni vergine e digiuna di qualsivoglia esperienza sessuale, particolare molto credibile), anche se è meglio dire che chi si aspetta un porno nudo e crudo resterà deluso dal momento che, per oltre metà del romanzo, Mr Grey e Anastasia discutono sulle clausole di questo patto da firmare, perché lei, seguendo la voce della sua «dea interiore», a volte approva le cinghiate, a volte invece, con uno scatto d’orgoglio e qualche scrupolo, se ne dissocia. Neanche a dirlo, con lo scorrere della pagine, scopriamo che lei è gelosa e si innamora perdutamente di lui mentre lui cerca un «qualcosa di più» del semplice sesso sadomaso. Ovviamente il debito nei confronti dei personaggi della saga di Twilight è forte e molto evidente (non solo per i protagonisti, ma anche negli amici), con il sadomaso che (viene da sé) prende il posto del vampirismo, con la netta differenza che Twilight (almeno il primo romanzo) è sessuofobo e castissimo, mentre qui gli esiti sono opposti (non solo lui spinge lei a donarsi in svariati modi, ma le fa prendere la pillola anticoncezionale che lei ingurgita in quantitativi industriali). Mr Grey non è particolarmente simpatico (per spiegare perché non ha abusato di Anastasia ubriaca dice di non amare la necrofilia e di averla portata in una suite perché non sporcasse i sedili in pelle della sua automobile) e il massimo del climax lo raggiunge con la tragica frase «Io non faccio l’amore: io fotto… senza pietà»; la sculaccianda Anastasia (riprendendo la fantastica espressione usata da Mariarosa Mancuso sul Foglio), invece, è una che dice di essere un «grumo di desiderio» e che, nella Seattle del 2011, vive senza telefono cellulare e senza computer nonostante sia una laureanda in letteratura (altro particolare molto credibile). L’autrice (che dimostra uno stile scolastico, banale e privo di qualsiasi pathos, dilungandosi per la maggior parte del tempo in descrizioni superflue e poco incisive) affastella inoltre tocchi di assoluto trash come lui che «srotola il preservativo sul membro enorme» o gemme di involontaria genialità come lei che si ammira la «chioma postcoito», per non parlare di episodi memorabili come Anastasia che vomita ubriaca sulle azalee fuori da un locale con Mr Gray che le regge la fronte. È stato calcolato che la protagonista «arrossisce violentemente» di fronte alla avances e al fascino di Mr Grey ben 56 volte e che il contratto stipulato dai due amanti viene nominato 71 volte: fortuna che nessuno si è messo a contare il numero di occasioni nelle quali lui dice a lei «Brava bambina» e «Mangia, Anastasia» (particolare che dimostra quanto lui si prenda cura di lei a partire dal più simbolico degli oggetti, il cibo, secondo l’interpretazione di Debora Serracchiani, eurodeputata del PD). L’imbarazzante immaginario della Leonard prende tutte le peggiori e depravate fantasie maschili (lui la possiede in piscina mentre lei ha le mestruazioni) e le confeziona sapientemente per il pubblico femminile, fino a raggiungere il suo apice creativo nell’allucinante scena di accoppiamento selvaggio con guanto felpato e corale a 40 voci di Thomas Tallis sparata in cuffia nell’iPod, prima che la rottura finale non lasci il nostro Mr Grey solo con le sue ossessioni e la nostra Anastasia sconsolata e in preda alle lacrime, pronta per il nuovo libro della saga (ce ne sono altri due, intitolati con molta fantasia Cinquanta sfumature di nero e Cinquanta sfumature di rosso). Alla fine, resta aperto un interrogativo: come faccia Christian Gray a governare un impero da 40.000 dipendenti passando tutto il giorno a scambiare mail erotiche con la sua bella, resta un mistero. Per la cronaca, il titolo allude alla frase che lui dice quando lei gli chiede perché non vuole essere toccato («Perché dentro ho cinquanta sfumature di tenebra»), giocando sul significato del suo cognome, Grey (grigio). Se ci aggiungiamo il fatto che Anastasia vuole lavorare nell’editoria, lo sconforto è totale.