martedì 24 dicembre 2013

J.R.R. Tolkien - The Lord of the Rings. The Fellowship of the Ring

Leggere Tolkien in inglese: una cosa che tutti i tolkieniani devono affrontare, e che alla fine inevitabilmente fanno. I motivi sono tanti: c’è chi lo fa per curiosità e per vedere qual è l’effetto dei nomi originali; chi per rafforzare il suo inglese; chi perché non apprezza la traduzione; chi per scoprire la costruzione delle frasi; chi per vedere la differenza di registro linguistico dei vari personaggi; chi, infine, per interesse filologico, aspetto non secondario nel caso di un professore di filologia come Tolkien. Capisco possa sembrare una cosa maniacale per chi, come me, quest’anno ha già letto La Compagnia dell’Anello altre due volte (e per chi ritiene che Tolkien sia già noioso e difficile da leggere in italiano), ma ho deciso di farlo anch’io, in questa splendida versione tie-in della Harper Collins in tre volumi (di cui questo è ovviamente il primo) con le copertine tratte dai film della trilogia cinematografica di Peter Jackson. E, per di più, l’ho fatto seguendo la narrazione di Phil Dragash, giovane americano che ha realizzato e caricato su YouTube l’audiolibro del Signore degli Anelli con l’aggiunta in sottofondo di effetti sonori (pioggia, scricchiolii, rumori della foresta) e della (stupenda) colonna sonora di Howard Shore della trilogia cinematografica, con l’aggiunta di alcuni suoni e frasi presi direttamente dai film (l’urlo dei Nazgul, la poesia dell’Anello in lingua nera). Un fanmade non licenziato e senza scopo di lucro, fatto tra l’altro magistralmente (non solo il montaggio è perfetto e drammatico, ma Dragash utilizza diverse voci per tutti i personaggi, con un talento mimetico davvero degno di nota) che si colloca a metà strada tra la rappresentazione del regista Peter Jackson e l’originario scritto di Tolkien. Insomma, una cosa assolutamente da nerd incallito: oltre ad apprezzare la costruzione per buona parte arcaica dell’inglese di Tolkien, ho potuto godere di un’esperienza incredibile (oltre alla goduria di ascoltare le filastrocche intraducibili di Tom Bombadil recitate come si deve), come un bambino che si fa leggere un libro e si perde nella narrazione. Quando si dice il fascino e il potere dei libri.

domenica 8 dicembre 2013

Ives Coassolo - Gli Hobbit visti da Tolkien

La seconda parte della nuova trilogia di Peter Jackson tratta da Lo Hobbit sta per arrivare e la febbre tokieniana cresce: cosa di meglio di ingannare l’attesa con qualche buona lettura? A questi piccoli ometti, vestiti di giallo e di verde e con i piedi pelosi, che vivono nel nascondimento e nella pigrizia, ma sono capaci di slanci i generosità e di coraggio impensabili a prima vista, è dedicato questo libretto uscito ormai l’anno scorso e scritto da Ives Coassolo che cerca di spiegare gli hobbit partendo dalla loro descrizione nelle opere di Tolkien (Lo Hobbit Il Signore degli Anelli) ma soprattutto dalle considerazioni dello stesso scrittore presenti nella raccolta delle sue lettere (La realtà in trasparenza). Un’impresa ardua, soprattutto perché arrivata dopo molti contributi autorevoli sull’argomento e, soprattutto, vista la rinomata allergia di Tolkien per l’allegoria, il quale non voleva si usasse come metodo di lettura delle sue opere (tanto che chiarì lui stesso che «gli hobbit non sono una allegoria più di quanto non lo siano i pigmei delle foreste africane»), anche se una certa importanza la dovevano pur rivestire dal momento che Tolkien scrisse a suo figlio impegnato nella Seconda Guerra Mondiale «conserva nel cuore la tua hobbitudine e pensa che tutte le storie sono così quando ci sei in mezzo»). È bene premettere che Coassolo, sulle orme di Andrea Monda (che firma la prefazione), segue una lettura cristiana delle opere di Tolkien, e quindi aspettatevi di trovare, nel suo libro, l’idea di Frodo alter Christus nella sua dimensione sacerdotale, come Aragorn e Gandalf lo sono nella dimensione regale e in quella profetica (e anche Gollum lo è, in quanto porta su di sé il peccato del mondo da cui libera il mondo). Di Aragorn e Gandalf però in questo libretto non si parla, e l’attenzione è incentrata esclusivamente sugli hobbit: chi sono, dove vivono, cosa fanno. Questo perché gli hobbit sono il grande dono che Tolkien ha fatto alla narrativa mondiale: se infatti tutto quello che si trova nella Terra di Mezzo è una rielaborazione di elementi già noti, di personaggi, luoghi e temi narrativi provenienti dal mondo delle antiche leggende e mitologie del Nord Europa (il Beowulf, l’Edda), gli hobbit provengono invece direttamente dalla mente di Tolkien e costituiscono il vero ponte tra la storia e il lettore (in una lettera Tolkien stesso spiega che Il Signore degli Anelli è una storia «vista soprattutto attraverso gli occhi degli hobbit: in questo modo, in effetti, diventa antropocentrica»). Tutta la Terra di Mezzo ci viene raccontata attraverso i loro occhi, e non è un caso, dice Monda nella prefazione, che l’unico posto dove gli hobbit non ci guidano è il Sentiero dei Morti, di cui non sappiamo nulla se non per via indiretta dal racconto che ne fanno Legolas e Gimli, perché gli hobbit sono i “vivi”, coloro che con il loro umile entusiasmo vivificano tutti i luoghi che visitano. In realtà, loro stessi sono un anacronismo nella Terra di Mezzo (se ne rendeva conto lo stesso Tolkien, che ammetteva: «La mia mente per quanto riguarda il raccontare storie è occupata con le pure semplici fiabe o mitologie del Silmarillion, in cui persino Mr Baggins si è trovato dentro contro la mia intenzione originaria»), e questo loro ruolo di mediazione con il nostro mondo ha permesso di rivitalizzare generi come il racconto fantastico e l’epica. Il loro segreto sta nella loro umiltà e nella loro natura di semplici, grazie a cui riescono a superare ogni orrore. Tolkien scrisse: «I grandi avvenimenti della storia del mondo, le “ruote del mondo”, spesso non sono determinati dai Signori e dai Governatori e nemmeno dalle divinità, ma da esseri apparentemente sconosciuti e deboli: e questo è dovuto a quel segreto della creazione, e al fatto che alcune cose sono sconosciute a tutti i saggi tranne che a uno, che consiste nell’intrusione dei figli di Dio nel dramma». Un aspetto peculiarmente cristiano, confermato dall’accostamento, fatto da Andrea Monda, degli hobbit agli amawìn, gli ultimi della Bibbia, le “pietre di scarto”, realtà tanto poco considerate a livello mondano quanto predilette a livello ultramondano (anche George Lucas nella saga di Star Wars ha dedicato lo stesso ruolo del popolo senza considerazione che cambia le sorti della guerra agli Ewok, piccoli abitanti pelosi della luna boscosa di Endor nel fim Il ritorno dello Jedi). Coassolo prende quindi in esame gli hobbit più famosi, Bilbo e Frodo Baggins, ne mette in luce le similitudini e le differenze, ma dedica un buono spazio anche a Sam Gamgee, giardiniere di casa Baggins, che progressivamente prende spazio e cresce in statura durante la storia al punto da divenire coprotagonista e vero eroe: si fa sempre più carico della missione del suo padrone e del suo padrone stesso, e la sua sorprendente forza d’animo e la sua straordinaria lealtà verso Frodo lo rendono capace di essere il terzo e ultimo dei Portatori dell’Anello. Come tutti i personaggi di Tolkien, Sam non ha solo aspetti positivi nel suo essere, anzi, ha dei difetti e commette anche degli errori (in primis con Gollum, di cui impedisce la conversione), ma, a differenza di Bilbo, che viene aiutato da Gandalf in questo distacco, e di Frodo, che lo tiene per sé, Sam riesce a disfarsi dell’anello senza costrizione, sottraendosi senza difficoltà al suo incanto. Un saggio per tolkieniani veri, magari non imprescindibile, ma che, anche se di dimensioni ridotte, batte sul loro stesso terreno cose ampiamente discutibili come La saggezza della Contea di Noble Smith.

sabato 30 novembre 2013

Wu Ming 4 - Difendere la Terra di Mezzo. Scritti su J.R.R. Tolkien

Tolkien di destra o di sinistra? Una discussione sterile ma feconda in Italia, Paese estremamente provinciale dove Tolkien, totalmente ignorato dalla sinistra, ha conosciuto una connotazione decisamente politica per essere stato adottato dalla destra e dai suoi intellettuali (mentre altrove, per esempio in America, Gandalf e Frodo divennero campioni degli hippie e della controcultura; “Gandalf for President” e “Frodo lives”, dicevano gli slogan), e le sue sorti sono state condizionate da mistificazione, snobismo e confessionalismo. Finalmente le cose hanno incominciato a cambiare e ci sono degli autori come Wu Ming 4 che, nonostante la militanza a sinistra, è un tolkieniano di ferro che sa il fatto suo e si è già occupato del professore di Oxford nel suo saggio L’eroe imperfetto, nel romanzo Stella del mattino (dove Tolkien è uno dei personaggi) e nell’edizione critica de Il ritorno di Berhtnoth figlio di Beorhthelm. Ora ha fatto uscire questo nuovo saggio (illustrato) che è una rielaborazione di scritti già apparsi sul blog “Giap” dei Wu Ming e seminari e conferenze da me già conosciute attraverso l’ascolto dei podcast del collettivo come Il Tolkien immaginario dei fascisti italiani e Messer Holbytla. L’eroe, il giardiniere e il perfetto gentilhobbit. L’ho aspettato con impazienza, l’ho comprato il giorno stesso in cui è uscito e l’ho divorato in due giorni. Credo sia uno dei più bei libri su Tolkien che abbia mai letto: profondo, adulto, completo, serio, competente e documentato (l’apparato di note costituiscono già di per se stesse un libro), un atto di amore incondizionato nei confronti dello scrittore inglese. Il titolo, Difendere la Terra di Mezzo, pone subito la questione: difenderla da cosa? Innanzitutto da chi continua a reputare la creazione letteraria di Tolkien un qualcosa privo di valore e la svilisce a puro espediente commerciale, come accaduto all’indomani della pubblicazione del Signore degli Anelli che, agli occhi della paludata critica contemporanea, apparve del tutto avulsa dal contesto contemporaneo perché contraddiceva le linee guida della narrativa tracciate fin dagli Venti e anzi pretendeva di restituire un senso all’esistenza attraverso l’epica e il mito, creando un universo fantastico antico e fantastico (attraverso un immane lavoro di cesello, vito che Tolkien lavorò al suo mondo dal 1916 al 1973, anno della sua morte). Ecco quindi che questo professore filologo, innamorato delle parole al punto da inventarsi le lingue prima delle sue storie (perché era convinto che le parole non fossero meri strumenti del racconto, ma in qualche modo lo contenessero), fu negletto e ridotto al ruolo di infantile escapista, abbarbicato a una visione fideistica, antimoderna e moralistica che si opponeva a quella di chi aveva decretato la dissoluzione del romanzo e stabilito che l’uomo contemporaneo (citando Musil) era senza qualità perché i suoi valori erano incerti e infondati tanto quanto la conoscenza della verità. Nessuno considerò mai l’ipotesi che gli hobbit fossero l’innovativa risposta alle grandi questioni etiche ed estetiche del XX secolo poste dalla rivoluzione modernista: l’opera di Tolkien parla infatti del mondo reale e i suoi personaggi sono estremamente contemporanei e vicini a noi, «in grado di parlare a una civiltà post-cristiana come quella attuale». Se quest’opera di costruzione di mondi fantastici non avesse a un certo punto visto comparire gli hobbit, eroi molto moderni, non avrebbe avuto lo tesso tipo di successo: gli hobbit infatti sono solo una parte di questo mondo, ma rappresentano la parte che presta lo sguardo al lettore contemporaneo e gli permette un’identificazione. Inoltre, la concezione della letteratura in Tolkien (comunità, gioco, incantesimo, possibilità partecipativa e co-narrazione) va nella direzione opposta rispetto all’idea contemporanea della netta separazione tra l’autore che produce ed esprime il genio individuale e il lettore che giudica l’opera, ed è uno dei motivi di successi del fandom tolkieniano: i lettori si sentono incoraggiati a partecipare alla sub-creazione, tanto è vero che, nella maggior parte dei casi, i prodotti di fan fiction, di videogiochi al cosplay, sviluppano direttamente il materiale e gli spunti messi a disposizione da Tolkien stesso. Wu Ming 4 prova quindi a mappare (a grandi linee) le influenze di Tolkien nella cultura pop del Novecento, in saghe cinematografiche come Star Wars e nella letteratura: Tolkien ha alcuni grandi “discepoli” (Stephen King, Neil Gaiman, Ursula K. Le Guin, George R.R. Martin) che lavorano sul fantastico e che dichiaratamente lo riconoscono tra i loro padri letterari anche se hanno intrapreso altre strade, ed è un imprescindibile termine di paragone anche per quegli autori che lo criticano, come Michael Moorcock e Philip Pullman, ma rimangono ancorati a un fronteggiamento che sembra impedire una loro completa emancipazione (in quanto, come ha detto George R.R. Martin, «Il Signore degli Anelli è una montagna che si staglia su ogni altra opera di fantasy scritta prima e dopo»). Wu Ming dice però che bisogna difendere la Terra di Mezzo anche da un altro rischio, da chi la concepisce come utopia, luogo ideale e manifesto ideologico-culturale, perché, «laddove la ragione dorme e il simbolismo prospera, muore la letteratura»: è il caso della destra italiana e delle sue letture “simbolistiche” di Tolkien sul modello delle interpretazioni di Julius Evola, che pongono l’accento su tratti distintivi tipici come la spiritualità iniziatica, il neopagano, il vittimismo, l’esclusivismo e la Tradizione, in maniera del tutto decontestualizzata dal contesto storico-letterario, e finiscono per ritrarre un Tolkien intento a dialogare soltanto con gli antichi attraverso rimandi e simboli eterni privati di significato. Ma è anche il caso del simbolismo di stampo confessionale e catechistico, ancorato ai testi sacri e alla teologia cattolica, che forza l’opera di Tolkien in chiave allegorico-morale e apologetica, cosa peraltro sempre rifiutata da Tolkien stesso, che più volte spiegò come la simbologia cristiano-cattolica nella sua opera può essere colta solo come un’eventuale fonte d’ispirazione ma viene poi declinata all’interno di una trama che la cambia e la sovverte (anche se Tolkien era un cattolico tradizionalista ed era effettivamente permeato di valori e principi cristiani come la pietà, la provvidenza e l’umiltà). Nell’ottica di restituire l’autore a se stesso, nella seconda parte del libro Wu Ming 4 riporta Tolkien all’interno del suo tempo e nel solco della letteratura vittoriana ed edoardiana, perché nulla si può comprendere della poetica tolkieniana se si prescinde dal contesto estetico e culturale al quale lo scrittore attinse. Tolkien riflette gli scenari romantici ottocenteschi, figli di un’ottica tanto anti-modernista quanto completamente moderna: la stessa Contea (luogo in cui abitano gli hobbit) non vagheggia chissà quale mondo perduto medievale o un’utopia sociale o ecologica, ma si inserisce nel solco dei grandi romanzieri dell’Ottocento inglese (Jane Austen, George Eliot, le sorelle Brontë, Thomas Hardy) che hanno raccontato il lato oscuro dell’Inghilterra rurale ed è diretta figlia di un immaginario ben preciso, la campagna riconoscibile nei dipinti di John Constable e di altri pittori romantici inglesi, un’elegia pastorale nella quale i poeti della generazione di Tolkien cercarono rifugio dagli orrori della Prima Guerra Mondiale (la prima guerra tecnologica della storia). La Contea non è un luogo mitico e felice, perché Tolkien ne mette in luce anche gli aspetti negativi: la stessa Terra di Mezzo è un luogo ibrido di incontro e scontro tra modernità e antichità, dove vengono collocati i grandi problemi dell’evo moderno. Anche i suoi personaggi (che non sono affatto stereotipati, perché partono da archetipi narrativi e mitici ma poi cambiano e si evolvono nel corso della trama) presentano una dialettica strana tra il seguire un’autorità positiva e il ribellarsi. Nel capitolo Hobbit ed ethos, il più bello forse di tutto il libro, Wu Ming 4 analizza le varie vie del coraggio che Tolkien sembra suggerire e si dimostra convinto che nel canone tolkieniano sia ben presente una riflessione narrativa sulla necessità di disobbedire in certi frangenti all’autorità, con una profonda e continua esaltazione del libero arbitrio: quando si cessa di farlo, sembra dire Tolkien, si inizia il cammino della corruzione. A ribadire l’attualità dello scrittore inglese e la sua lettura dialettica, in Appendice al volume è posto un saggio del grande filologo Tom Shippey, autore di alcuni dei saggi più importanti e famosi su Tolkien, che tratta della rappresentazione delle classi sociali nel Signore degli Anelli: lo fa da filologo, confrontandosi con il testo e le parole, e giunge a concludere che questa rappresentazione c’è, con un conflitto e uno scambio tra modelli sociali antichi e moderni.

Wu Ming - 54

Non si può spiegare quanto io abbia amato Q, tanto da averlo letto due volte e da accarezzare l’idea di leggerlo una terza, tali sono la sua profondità, la sua accuratezza e le sue possibilità di lettura. Lo stesso collettivo di scrittori, rinominatosi Wu Ming, ha dato alle stampe questo 54, che ne cambia l’ambientazione (in Q erano le guerre di religione del Cinquecento, in 54 è il Secondo Dopoguerra) ma riflette ancora sulla storia come specchio del presente, anzi individua proprio nel 1954 il remoto punto d’origine del presente e si presenta come un ragionamento sulla la droga, l’avvento della TV e la potenza di Hollywood, i riequilibri del potere e i loro contraccolpi sulla gente comune, ma anche come un canto in favore delle infinite possibilità della storia e delle casualità e coincidenze che possono cambiarne il corso. L’impostazione è la stessa di Q, quella di un romanzo corale che, in oltre 600 pagine, mette in scena un’infinità di luoghi (dagli Stati Uniti a Mosca, dall’Italia alla Francia, dall’Inghilterra alla Jugoslavia), figure, eventi e situazioni, dalla nascita del KGB allo scontro di fazioni nel partito comunista jugoslavo, dall’eliminazione dell’Italia da parte della Svizzera ai mondiali di calcio alla crisi di Fausto Coppi, dalla cacciata dei francesi dall’Indocina con la battaglia di Dien Bien Phu al caso Montesi (alla fine fa una brevissima apparizione anche Fidel Castro). Ci sono un centinaio di personaggi, 16 diversi punti di vista, tra cui quelli di un piccione viaggiatore e di un televisore, un povero McGuffin non funzionante (simbolo del progresso tecnologico e di un luminoso futuro, in grado di vedere, ascoltare e riflettere), rubato e sballottato in giro per l’Italia, rifiutato da vari acquirenti che non si accorgono che l’apparecchio non si accende perché l’interno è stato parzialmente svuotato per fare posto a una partita di eroina. Trieste è ancora una città controllata dalla polizia britannica e da quella statunitense, con Italia e Jugoslavia che non sono ancora giunte a un accordo: siccome dagli esiti di questo accordo dipenderanno i futuri rapporti tra Est e Ovest, e il comunismo jugoslavo è una cosa a sé (cioè non obbedisce a Mosca), i servizi segreti britannici e americani propongono all’attore Cary Grant (in un momento di crisi perché da due anni non gira più un film) di sostituirlo con un improbabile sosia e di andare in Jugoslavia a far visita al Maresciallo Tito, grande fan di Grant, per discutere di un possibile film riguardante appunto la vita di Tito (e i due scoprono di avere molte cose in comune). C’è poi Pierre Capponi detto Robespierre, dandy proletario, ballerino provetto di filuzzi e animatore del bar Aurora di Bologna, ritrovo per delusi che non hanno ancora digerito la rivoluzione postbellica mancata, manipolo di rivoluzionari che non esita a trasformarsi in platea dei mondiali di calcio di fronte al televisore (lo stesso bar Aurora è il centro di numerosi capitoli il cui narratore è, in un certo senso, collettivo, come testimoniato dall’uso del “noi”). Pierre, che coltiva una relazione proibita con una donna sposata, decide di andare a cercare il padre ex partigiano in Jugoslavia, dove si è trasferito e dove ha fatto perdere le proprie tracce, e per questo chiede aiuto a un contrabbandiere espulso dal PCI che gli chiede in cambio di usare la cantina del bar come magazzino di sigarette di contrabbando. Durante il suo viaggio in Jugoslavia si imbatte nel tentativo di rapimento di Cary Grant da parte di agenti del KGB. Troviamo quindi Lucky Luciano, gangster americano in esilio a Napoli che trucca le corse dei cavalli e segue il suo traffico di droga planetario, e il suo braccio destro Steve Cemento, che gli sottrae della droga con il proposito di venderla in Francia. C’è poi Salvatore Pagano detto Kociss, che accompagna la prostituta Lisetta (di cui è innamorato) dagli ufficiali americani con la bicicletta e ruba il televisore con la droga dentro e finisce in Francia dove vince un’ingente somma al casinò nel quale c’è anche il patetico e decadente imperatore da operetta indocinese Bao Dai che scialacqua una fortuna al casinò, notte dopo notte. Per quanto improbabile appaia la trama, bisogna riconoscere che tutto torna, che le storie dei personaggi in qualche modo si toccano e si compenetrano tutte. C’è un gran lavoro sulla lingua dei personaggi, per farli esprimere nei loro toni dialettali (bolognese, siciliano, sardo) e far sentire le differenze regionali, il tutto senza però mai dimenticare il piacere della narrazione e della lettura. Come ogni brava opera postmoderna, è presente un diluvio di riferimenti e di citazioni letterarie e cinematografiche: Cary Grant in missione in Jugoslavia viene chiamato George Kaplan come il suo personaggio in Intrigo internazionale e intanto legge Casino Royale di Ian Fleming (primo romanzo della saga di James Bond uscito proprio quell’anno); Steve Cemento è un personaggio del film Lucky Luciano di Francesco Rosi (ma ho letto che moltissimi sono i rimandi a Izzo, Le Breton, Malet, Gabin e Fenoglio, che non conosco e quindi non ho colto), mentre molti capitoli sono omaggi a vari generi cinematografici, dalla commedia all’italiana al poliziottesco, dalla screwball comedy a Hitchcock, che appare sulla Costa Azzurra mentre gira Caccia al ladro con Grace Kelly. C’è tutto, la comunicazione e il linguaggio, la scrittura e la lingua parlata, il cinema e la televisione. Un romanzo-mondo che contiene tutto, davvero notevole e degno di ammirazione, che ha avuto l’unico torto di avermi comunque preso meno di Q.

lunedì 25 novembre 2013

L. Frank Baum, Daniel Chauvel, Enrique Fernández - Il Mago di Oz

Lo ribadisco: non sono mai stato un fan del vecchio film di Victor Fleming (quello con Judy Garland, le canzoncine irritanti e la strega con i piedi arrotolati) né ho mai letto il libro di L. Frank Baum da cui è stato tratto. Il fascino del Mago di Oz è per me legato al bellissimo film Nel fantastico mondo di Oz (Return to Oz) degli anni Ottanta che vedevo e rivedevo da piccolo, ma che non è nemmeno basato sul primo romanzo della serie (indiscutibilmente il più famoso) ma sul secondo e sul terzo, e sulla recente e bellissima graphic novel della Marvel firmata da Eric Shanower e Skottie Young, la cui lettura mi ha spinto ad alcune considerazioni sull’argomento (QUI per chi ne fosse interessato). Le celeberrime avventure di Dorothy e dei suoi pittoreschi compagni di viaggio nel meraviglioso mondo di Oz rivivono però anche in questa diversa trasposizione a fumetti edita da Tunué e scritta da David Chauvel (testi) e Enrique Fernández (disegni), uscita originariamente in tre capitoli nella sua edizione francese: l’approccio è classico e indicato per chi si accosta anche per la prima volta all’opera, soprattutto per i bambini, le didascalie descrittive sono prevalenti rispetto al dialogo (in alcuni frangenti si potrebbe parlare di romanzo illustrato), la narrazione è agevole anche se in certi passaggi è eccessivamente rapida, il tratto grafico è abbastanza personale e autorale con paesaggi stilizzati e personaggi dai tratti geometrici e spigolosi ma fortemente espressivi e caratterizzati da alcune finezze (il leone dalla criniera lucida e la riga in mezzo). In generale, direi che siamo ben lontani dallo splendore favolistico della trasposizione della Marvel, anche a livello di confezione (la Marvel è rilegata, questa è brossurata con copertina in cartoncino rigido opaco e plastificato).

domenica 17 novembre 2013

Wu Ming 4 - L'eroe imperfetto

Davvero molto interessante e riuscito questo libretto di Wu Ming 4 che è innanzitutto un esercizio di lettura della tradizione epica occidentale e che raccoglie tra saggi accomunati dall’analisi della figura dell’eroe, o almeno di una certa figura dell’eroe, cercando di metterla in discussione, insieme a un certo tipo di eroismo. Un libro che, magari non sempre in maniera condivisibile da tutti, cerca di sottolineare l’ambiguità dell’eroe, le sue sfaccettature e i suoi lati oscuri, e che risulta convincente per il suo analizzare e smontare le forme le dinamiche  del racconto epico-mitico (in quanto, come ricorda l’autore, «il mito si mette in crisi con un altro mito, intervenendo sulla trama»). Il primo saggio è dedicato all’icona di T.E. Lawrence, il leggendario Lawrence d’Arabia, la prima pop star contemporanea, e il suo libro I sette pilastri della saggezza che vuole essere un intreccio di storia e mitopoiesi: la costruzione a posteriori della vicenda del colonnello Lawrence è un vero e proprio romanzo epico moderno, anzi un poema epico in prosa, con protagonista una moderna visione dello straniero occidentale che compie un’opera di civilizzazione, come Teseo, Giasone, Enea e Beowulf. Viziato da un orientalismo di fondo che gli apparteneva per letture e formazione, ma anche profondo conoscitore delle crociate, Lawrence conosceva bene tutti i cicli letterari dell’Europa medievale, quello cristiano dei paladini e quello arturiano, e sapeva bene che dietro una grande impresa (nella fattispecie, l’eroe che porta alla vittoria un popolo di beduini del deserto) c’è sempre anche il poeta che la canta. Il secondo testo parte dalla concezione secondo cui l’eroe si carica di un’istanza collettiva e dei problemi di tutti, e pertanto si concepisce come guerriero, solitario di fronte ai nemici della collettività. I protagonisti della tragedia greca, che incorrevano spesso nel peccato di hybris, concetto che si colloca tra la superbia e la prevaricazione e che ha a che fare con la rottura delle leggi armoniche che reggono il cosmo: in questo caso, l’eroe fallisce nella propria missione di ristabilire l’equilibrio e accelera invece il caos. C’è poi un altro problema, quello della coerenza etica di cui un personaggio si fa carico, che diventa un rischio quando essa finisce per determinare i suoi gesti e richiedere un sacrificio che non è utile alla collettività: è il caso del condottiero Byrhtnoth raccontato da Tolkien che, alla battaglia di Maldon, per estrema coerenza alla sua immagine eroico-cavalleresca, decide di non sfruttare il vantaggio del terreno e di non sconfiggere i vichinghi ma di affrontarli in campo aperto come volevano le leggi della cavalleria e della sportività, di fatto consegna il suo paese e la sua gente agli invasori. Il terzo saggio si avvale invece di una tragedia classica (Aiace di Sofocle), un poema medievale (Sir Gawain e il Cavaliere Verde) e due romanzi novecenteschi (La Santa Rossa di Steinbeck e Il Signore degli Anelli di Tolkien) per riscoprire l’ineludibilità dell’approccio femminile all’impresa eroica e sottolineare il rapporto necessario tra l’eroe e i personaggi femminili (con vari riferimenti alla declinazione delle diverse tipologie della cosiddetta figura archetipica della “Dea”, in omaggio al modello del Robert Graves dei Miti Greci): l’eroe che non è disposto ad avvalersi dell’aiuto femminile è destinato a fallire e a subire una nemesi, come Aiace, che compie il suicidio del samurai immolandosi sulla spada perché è stato disonorato e non può sopravvivere alla sua immagine distrutta, cedendo in questo modo il passo a Odisseo, che gli ha soffiato le armi di Achille ma che si rivela un eroe molto più umano e legato alle relazioni (ad Aiace infatti non importa di lasciare una vedova e un figlio orfano che piangeranno la sua scomparsa: quello che gli importa è vivere bene e morire bene, e questa per lui è la nobiltà d’animo). Emerge quindi un eroismo che fa della relazione con la componente femminile del mito il proprio punto di forza e costituisce la base di una nuova teoria del coraggio, lontana dall’etica guerriera e sacrificale: è il caso di Galvano, che testa i valori morali, etici ed eroici di un’intera comunità e riporta per quella comunità una lezione importante sulla fallibilità dell’eroe, e degli hobbit di Tolkien, a tutti gli effetti eroi borghesi, e borghesi non in senso negativo o riduttivo, anzi, borghesi perché legati a una certa materialità, alle cose del vivere quotidiano, alla natura e a una vita comune di affetti e relazioni, ed è proprio questa una delle ragioni della loro forza. Inoltre, alla fine del primo saggio, Wu Ming 4 evoca la figura archetipica del sopravvissuto, colui che va alla deriva dopo una catastrofe, in cerca di un approdo. Alla fine del secondo testo, con una radicalizzazione tematica, il sopravvissuto diventa un ribelle, che rifiuta lo scontro campale e sceglie la guerriglia boschiva, antielitaria e quindi antieroica, sacrificando l’idealità al bene comune. Nel terzo saggio, il fuggiasco che si era fatto guerriero diventa seminatore, dedito non solo alla sopravvivenza di sé e della propria lotta, ma alla vita nelle sue forme più ricche e articolate: una specie di ricerca di una terza via che riesca a superare da un lato la rozza ideologia che sottomette tutto al mito e la visione del virile condottiero salvatore, dall’altro il disincanto postmoderno e il minimalismo dell’umano senza qualità.

domenica 10 novembre 2013

James Ellroy - Dalia Nera

Ammetto la mia ignoranza: pur amando profondamente il genere noir, non avevo mai letto niente di James Ellroy, il più celebre scrittore hard-boiled contemporaneo. Ho però visto più volte i film tratti dai suoi romanzi, il bellissimo L.A. Confidential di Curtis Hanson e l’interessante (anche se da più parti criticato) Black Dhalia di Brian DePalma. Ho quindi scelto di cominciare proprio con Dalia Nera, universalmente riconosciuto come uno dei suoi capolavori e avendo già dimestichezza con la sua controparte cinematografica. Il romanzo è incentrato sull’indagine intorno al brutale omicidio di un’attricetta di serie zeta, Elizabeth Short, il cui corpo fu ritrovato orrendamente mutilato e torturato con perizia chirurgica nel gennaio del 1947 a Los Angeles. Fatto realmente accaduto, questo, e talmente efferato che la polizia non diffuse mai le immagini del suo cadavere straziato: il nome Dalia Nera fu affibbiato alla vittima ancor prima che venisse identificata e si riferiva sia a un famoso film, La dalia azzurra, sia all’abitudine della donna di vestire di nero. Ellroy ci costruisce intorno una storia che vede protagonisti due poliziotti, ex pugili, Dwight “Bucky” Bleichert e Lee Blanchard, “un eroe e una spia”, “Fuoco e Ghiaccio”: il primo, di origini tedesche e con un padre affetto da demenza senile, durante la Seconda Guerra Mondiale, per vivere tranquillo, ha scaricato gli amici giapponesi; il secondo è ossessionato dalla scomparsa della sorellina e vive con Kay Lake, donna dal passato burrascoso ed ex pupa di un criminale sbattuto in galera dopo una rapina dai contorni mai veramente chiariti. I due diventano colleghi e quindi amici e confidenti dopo un incontro di boxe benefico, e finiscono a indagare sul caso della Dalia Nera, che diventerà per loro un’ossessione. A narrare la vicenda è, ovviamente in prima persona (da scuola hard-boiled), Bleichert, tipico esempio del poliziotto noir, personaggio duro e intimamente solo, dal mondo interiore complesso, in bilico tra realtà e sogno/suggestione: inizia un pericoloso triangolo con Kay e Lee (facilitato dall’improvvisa e misteriosa sparizione di quest’ultimo), ma allo stesso tempo è sempre più attratto dall’enigmatica e ambigua Madelaine Sprague, figlia di uno degli uomini più importanti della città, che si scopre avere un oscuro legame con la vittima e si veste addirittura come lei. L’ossessione di Bleichert per la Dalia è completa, tanto da spingerlo a cercarla negli altri (soprattutto nelle donne), a vendicarla e in qualche modo a proteggerla, a costo della sua vita privata e della sua carriera: in questo si vede espressa l’ossessione dello stesso Ellroy nel voler scoprire l’assassinio della madre, Geneva Hilliker, alla quale il libro è dedicato e assassinata in circostanze più o meno simili a quelli di Elizabeth Short. Una specie di percorso terapeutico attraverso la letteratura e, allo stesso tempo, un viaggio da incubo nel ventre nero di Los Angeles, città mai così dannata e popolata da ombre minacciose. Mescolando realtà e finzione, e raccontando la vicenda di una starlet che al cinema neanche ci arriva e si ferma al livello del sogno (finendo in un tunnel discendente e passando da un letto all’altro fino alla degradazione del cinema hard), Ellroy è straordinario nel descrivere un mondo torbido come quello del sottobosco di Hollywood (o Hollywoodland, come ancora si chiamava, e che proprio in questi anni cambia nome) fatto di scannatoi, prostitute, bar di lesbiche, droga, alcol e ricatti (con i soliti capitalisti che fanno i loro comodi e non pagano mai le loro colpe), e di un Messico putrido e violento dove si trova solo la morte. Come in tutti i veri noir, confonde il confine tra il bene e il male, annulla le contrapposizioni manichee e ribalta i ruoli, facendo sì che le vittime non siano mai immuni da vizio e corruzione. Anche se nel finale c’è speranza.

sabato 9 novembre 2013

Mark Millar, John Romita Jr. - Kick-Ass

Per quanto mi sia sempre interessato all’argomento, non sono mai stato un vero appassionato di fumetti. Non di quelli di supereroi, almeno. A loro mi sono avvicinato più con le trasposizioni cinematografiche, ma, per quanto li apprezzi, che mi mettessi a seguire le evoluzioni cartacee di Superman, Batman, Spiderman e Hulk non mi è mai passato per la testa. È quindi doveroso premettere che la mia conoscenza dell’argomento è parziale per non dire minimo, e che mi mancano gli strumenti per apprezzare in pieno opere del tutto citazioniste e derivative come questo Kick-Ass di Mark Millar (testi) e John Romita Jr. (disegni), che prosegue nel solco tracciato da Watchman di Alan Moore, quello della demitizzazione e la dissacrazione del supereroe, cioè del supereroe senza superpoteri nel mondo reale: in questo caso, un nerd qualsiasi che decide di indossare un costume per combattere il crimine nella New York di oggi. Un fumetto duro, crudo, deliberatamente e gratuitamente violento, un po’ volgare, ma autenticamente ironico e divertente, che fa scorrere sangue in stile pulp e usa tutti i possibili stereotipi di genere, li storpia e ci gioca, non vergognandosi di includere nel suo calderone i simboli della cultura pop e mainstream (le serie tv Heroes e Buffy, oltre a eBay, YouTube e MySpace). È la storia di Dave Lizewski, un nerd sfigatissimo e fissato con i supereroi che legge fumetti dalla mattina alla sera e si finge gay (e vittima di abusi) pur di frequentare la compagna di classe di cui è innamorato; un giorno, mosso dalla domanda «Cristo… perché c’è gente che vuole diventare Paris Hilton e nessuno che vuole diventare Spiderman?», decide di procurarsi su internet un costume a metà strada tra una muta da sub e una tuta da sci e di cominciare a combattere il crimine pattugliando le strade, diventando un supereroe senza superpoteri (un po’ come Batman): la sua prima impresa, in realtà, gli riesce molto male, tanto che finisce massacrato, pugnalato e investito da un’automobile ed è ricoverato per sei mesi in ospedale. Sfiduciato e depresso, decide di bruciare tutti i suoi fumetti e appendere il costume al chiodo, ma in breve (leggi: nella pagina successiva) ci riprova e pesta (grazie a delle mazze che porta sulla schiena) una banda di rapinatori portoricani e viene ripreso da un passante che mette il video su YouTube: improvvisamente diventa una celebrità con il nome di Kick-Ass e apre un profilo su MySpace dove la gente comincia a chiedergli aiuto. Così facendo s’imbatte in altre due persone che si spacciano per supereroi, Bid Daddy, un ex poliziotto incastrato dal boss della droga John Genovese e sua figlia Hit-Girl, una tenera bambina di nome Mindy che in realtà è stata educata dal padre come una ninja assassina (e si presenta subito così, fin dalla prima vignetta) per aiutarlo a vendicare la moglie (l’ha allenata a picchiare all’incitamento «Ancora! Più forte! Colpiscilo come se fosse Michael Moore!» e a ripetere «Democratico è quel coglione che marcia per il diritto di uccidere i bambini e che poi organizza le veglie di lutto per i serial killer»). Bid Daddy e Hit-Girl hanno cominciato a massacrare gli uomini di Gambino, ma il boss pensa che il responsabile sia proprio Kick-Ass: al neonato terzetto si aggiunge infine la nemesi del protagonista, Chris Gambino, figlio di John, anche lui nerd incallito, che si spaccia anche lui per supereroe con il nome di Red Mist. L’intera opera è strutturata come un diario, una sorta di lungo flashback del protagonista, che non riesce a sottrarsi alla meravigliosa follia che l’ha investito perché ha scoperto che indossare un costume da supereroe lo fa uscire da una vita piatta e gli fa acquisire autostima («Una parte di me voleva mettersi a piangere. Ma l’altra stava avendo un orgasmo da nerd. Era questa la merda che avevo sempre sognato»). Divertenti i colpi di scena finali, e degna di ammirazione la convinzione che un nerd sfigato, nella vita reale, resta uno sfigato anche se indossa una muta da sub.

domenica 3 novembre 2013

Howard PhilIips Lovecraft, I.N.J. Culbard - Le montagne della follia

Lovecraft è difficile da leggere, figuriamoci da trasporre a fumetti. Almeno, bisognerebbe avere una grande preparazione culturale e letteraria, cosa che purtroppo credo mancare a I.N.J. Culbard, autore di questo adattamento de Le montagne della follia (di cui ho parlato QUI nella sua versione tradizionale) pubblicato dalla Magic Press. La trama è quella classica, e famosissima, dell’esumazione di strani reperti fossili dai ghiacci nel corso di una spedizione antartica della Miskatonic University, e delle rivelazioni sconvolgenti che seguono il ritrovamento di una città di antichità incredibili, nascosta oltre le vette di montagne sconosciute e altissime. È triste constatare, però, che alla fine non resta la sensazione di aver letto Lovecraft. Di Culbard si apprezza di più lo sforzo narrativo (l’originale lovecraftiano salta avanti e indietro nel tempo e non ha scambi di dialoghi) che quello stilistico: i suoi primi piani grossolani e caricaturali (mortificati da una colorazione infelice) sono del tutto inadatti a suggerire l’orrore cosmico dello scrittore americano (per dire, i Grandi Antichi sono rappresentati come dei pupazzetti). Meglio se la cava con i paesaggi e le architetture (come nell’immagine in copertina), che in qualche modo suggeriscono il senso d’inquietudine e di sorpresa degli esploratori, ma è comunque troppo poco.

Stieg Larsson, Sylvain Runberg, José Homs - Uomini che odiano le donne. Millennium Volume 1

Non ci avrei mai potuto credere nemmeno io, ma della saga dello scrittore svedese Stieg Larsson sono diventato un affezionato: prima il film svedese, poi l’intera trilogia romanzesca edita da Marsilio, quindi il remake cinematografico americano, infine questo fumetto tratto dal primo capitolo Uomini che odiano le donne a firma del franco belga Sylvain Runberg (testi) e José Homs (disegni), quest’ultimo parte della scuderia degli artisti Marvel. Dopo tanto successo, la trama della graphic novel (pubblicata da Rizzoli Lizard) non poteva che essere la fedele riproposizione di quella del romanzo (di cui ho già parlato QUI), nonostante qualche snellimento e un ritmo più incalzante: condannato ingiustamente per aver fatto la guerra a un grosso uomo d’affari, il giornalista impegnato Mikael Blomkvist è assunto da Henrik Vanger, vecchio patriarca dell’industria ossessionato dalla scomparsa dell’adorata nipote Harriet 40 anni prima. La sua strada s’incrocia con quella di Lisbeth Salander, abilissima hacker, dark dalla scorza dura, vittima di un passato (e di un presente) di abusi e violenze. Runberg e Homs non tralasciano nulla, a cominciare dalla violenza presente nel romanzo: stupri, perversioni d’ogni tipo, neonazismo, antisemitismo. Addirittura, inframezzano la narrazione con le scene di alcuni dei delitti femminili a cui la vicenda è connessa. A livello visivo, l’opera è un ibrido che si colloca a metà strada tra il fumetto americano e quello europeo, dai tratti angoscianti ma dai colori caldi, spiazzanti per chi (come me) si è sempre immaginato una storia dai toni nordici e postindustriali. Mentre Blomkvist è un vichingo biondo, alto e dalla mascella prominente, Lisbeth è molto simile a quella interpretata da Noomi Rapace nel film svedese: segno che, forse, a livello iconografico, la saga di Stieg Larsson aveva già trovato una sua identità ben precisa, e che questa versione a fumetti non aggiunge nulla a quanto già fatto. Però è piacevole, e Stoccolma è ricostruita abbastanza bene.

martedì 22 ottobre 2013

Federico Di Vita - Pazzi scatenati. Usi e abusi dell'editoria

Stage non retribuiti, promesse di assunzione che non si avverano mai con pagamenti per prestazioni di lavoro occasionale di 350 euro al mese e che si realizzano solo a fronte di qualifiche inventate a seconda della convenienza (spesso mentendo sui titoli di studio), orari lavorativi estranei a qualsiasi concetto di salute del dipendente (si parla di 11/12 ore al giorno), stipendi non pagati fino a un totale di 9 mensilità comprensivi di rimborsi sulla dichiarazione dei redditi (come avvenuto nel mio caso), contributi non versati senza minimamente avvisare i diretti interessati, TFR intascato dall’azienda alla cessazione del rapporto di lavoro, il tutto condito da piagnistei, sceneggiate ed edificanti discorsi di morale dickensiana (per tacere delle accuse di scorrettezza che ci si vede rivolgere): senza fare nomi e cognomi, nella mia carriera di redattore editoriale mi sono imbattuto in queste e altre amenità, ampiamente e incredibilmente tollerate e considerate la normalità in un Paese (l’Italia) senza più pudore, con piccoli editori che, a parole, si considerano eroi virtuosi che combattono contro i mulini a vento e i grandi gruppi editoriali ma che, in realtà, sono degli oscuri personaggi che vivono al di sopra delle loro possibilità e praticano consapevolmente l’usanza di sfruttare la gente (una generazione di precari che, se proprio va bene, comincia a vedere dei contributi dopo i trent’anni, se nel frattempo non si è stufata). Potete quindi capire quanto mi sia emozionato nello scoprire che a tutte queste cose è stato dedicato un libro, Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria, firmato da tal Federico Di Vita, ex lavoratore nell’editoria che ha deciso di uscire (letteralmente) dal settore rendendosi conto che non era una professione sufficiente per mantenersi e di scrivere un libro per capirne le ragioni. La sua è un’inchiesta condotta a partire dal materiale raccolto dall’esperienza ma anche e soprattutto da interviste a diversi professionisti del settore (librai, tipografi, editor, uffici stampa, promotori e distributori), che prende in esame tutti gli aspetti della galassia editoriale, fino alle ultime frontiere dell’ebook (ancora un oggetto piuttosto misterioso e dalle possibilità inesplorate) e del self-publishing (la vecchia pubblicazione a pagamento che negli ultimi anni è diventato il nuovo fenomeno lucrativo sul quale si sono buttati tutti i grandi gruppi), ma che ha il pregio di venire presentata in forma satirica (a partire dalla copertina porno-vintage rielaborata in chiave surreale e dalla definizione sul retro “Il libro marroncino dell’editoria italiana”) e inframmezzata dalle surreali avventure di Vero Almond, protagonista di un crudele apprendistato, per conto dell’FBI, in una casa editrice fittizia (la Big Babol) che fa di tutto per non sembrare tale (espediente che ha dato all’autore la possibilità di prendere in giro l’ambiente senza il rischio di imbattersi in denunce). Già dalle prime righe dell’introduzione, con la denuncia di una del giro («Niente, li chiamo tutti i giorni e s’inventano scuse e mi dicono no, guarda, davvero, noi vorremmo pagarti, ci svegliamo la mattina ed è la prima cosa a cui pensiamo [paghiamola!] però il commercialista ha la suina e la nonna è morta e poi l’editore è partito, è in Nepal… Li odio!»), ho capito che questo libro faceva per me, e non ho potuto fare altro che amarlo, addirittura rimpiangendo di non essere stato contattato per lasciare anche la mia testimonianza (un intervistato ha dichiarato: «Dal punto di vista umano, be’, il sottobosco editoriale italiano è un circo, a tutte le latitudini. Divertente per un anno, poi ti invecchia la pelle». Non sapete quanto ha ragione). Di Vita parte dal presupposto che l’editoria è un settore che infiamma i cuori (grazie alla passione per i libri della gente) e che gioca proprio su questo per tirare avanti, talvolta in maniera anche sinistra. Questo perché tanti di quelli che aprono delle case editrici sono dei cialtroni inconsapevoli che, oltre a dare un taglio assurdo alla loro proposta editoriale e a non capire come funziona il mercato, se non trovano la loro gallina dalle uova d’oro o un segmento di mercato reamente redditizio, finiscono inevitabilmente per sfruttare la gente e per fallire, soprattutto in un mercato saturo come quello italiano, inflazionato da 160 nuove uscite al giorno. I cinque grandi gruppi editoriali (Mondadori, RCS, GeMS, Giunti e Feltrinelli) conquistano tutto il mercato, in modo monopolistico, controllandone tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, dalla promozione alle librerie, una cosa che sarebbe impossibile negli Stati Uniti, dove l’Antitrust lo vieterebbe, ma non in Italia, dove manca una politica a sostegno del libro (tanto quanto mancano i controlli: «Sarebbe sufficiente – dice Di Vita – partire dai siti Internet: quando alla voce CHI SIAMO delle piccole case editrici figurano cinque, sei, sette, dieci persone, basta una verifica della finanza. Quella gente sarà tutta in nero, o non sarà pagata, e quella casa editrice va fatta chiudere, perché è una metastasi del cancro che sta fiaccando la nostra società»). Negli ultimi 15 anni le case editrici sono più che raddoppiate (arrivando a quota 7.009, a fronte di una costante diminuzione delle librerie, ormai sostituite dalle librerie di catena), offrendo una valvola di sfogo a laureati in lettere che non sapevano dove sbattere la testa e che si illudevano così di trovare un lavoro, creando così un “precariato cognitivo” e una mentalità (di per sé aberrante) per cui lavorare in campo culturale sembra non essere un vero lavoro, mentalità che, paradossalmente, si è consolidata proprio grazie agli stessi precari che si sono convinti che passare per queste aziende abbia senso e rappresenti una possibilità lavorativa in prospettiva e che sia una scuola di formazione, mentre in realtà non è affatto così. Basterebbe anche solo la constatazione che spesso gli editori ormai trascurano la lettura delle proposte che gli vengono inviate scaricandola sugli ultimi arrivati, i più inesperti e meno preparati: una logica che si è ormai impadronita anche delle case editrici più grandi, le quali sfruttano con perizia diabolica i meccanismi che consentono l’eterna rotazione degli stage e che non hanno né tempo né voglia di insegnare qualcosa ai tirocinanti, accontentandosi che questi svolgano approssimativamente una parte del lavoro. Senza accorgersi che, in questo modo, si è finiti per abbassare la qualità e incentivare l’idea che il libro non sia un oggetto di valore al di là dell’orizzonte (piatto) della merce. Di Vita non si limita però a sfogarsi: alcuni capitoli, come quelli sul problema della distribuzione, sul diritto di resa, delle librerie indipendenti e di quelle in franchising o di catena (nelle quali il libraio non diviene più padrone di esporre quello che ritiene più meritevole), e sulla teoria e sulla pratica del livellamento editoriale (quel fenomeno che porta moltissimi libri stranieri a essere tolti dal loro contesto d’intrattenimento o di consumo e proposti in Italia in chiave “alta” alla pari di altri romanzi, attraverso un’operazione di nobilitazione) sono interessantissimi. È un libro davvero meritevole di attenzione: peccato solo per il comparto di note esorbitante, talvolta soverchiante. Inquietante, infine, la propensione ai sermoni promozionali dell'intervistato della Newton Compton.

domenica 20 ottobre 2013

Marjane Satrapi - Persepolis

Persepolis dell’iraniana (naturalizzata francese) Marjane Satrapi è la prova che si può fare (grande) letteratura anche con un fumetto. Anzi, una graphic novel (i cui quattro capitoli sono stati riuniti in quest’edizione Rizzoli Lizard) che, per una volta, non è stata guardata con snobismo, ma anzi è stata acclamata e pluripremiata a livello internazionale (in Francia all’autrice sono stati dedicati servizi televisivi in prima serata, interviste e recensioni su giornali e riviste, proprio un altro mondo). È un vero e proprio romanzo di formazione, che fa di una ragazza iraniana di buona famiglia il punto di osservazione privilegiato per raccontare la storia (e la tragedia) di un popolo e di un Paese, l’Iran, dalla caduta dello scià nel 1978 all’affermazione della teocrazia degli ayatollah. L’infanzia trascorsa a Teheran, con la scoperta delle torture inflitte ai parenti comunisti; la presa del potere da parte dei fondamentalisti, la limitazione delle libertà di pensiero e di espressione e l’obbligo per le donne di portare il velo (per farsi un’idea di quanto da quelle parti fossero nei guai, basti pensare che un poster di Kim Wilde rappresentava la libertà); la futile e tragica guerra con l’Iraq e la paura quotidiana per i bombardamenti; le torture e l’assassinio degli esponenti di sinistra che avevano contribuito alla rivoluzione; l’adolescenza trascorsa in esilio a Vienna, dove viene mandata in un liceo francese, a contatto con un Occidente razzista e non meno disumano dell’Oriente dal quale è fuggita via (e che almeno ha il riparo sicuro della famiglia); il ritorno in Iran con un matrimonio fallimentare («Di punto in bianco ero “una donna sposata”. Non ero stata in grado di sottrarmi al sistema che in cuor mio avevo sempre rifiutato») e lo scontro sempre più duro con l’integralismo e il fanatismo; la partenza definitiva per Parigi. Alla continua ricerca di un’identità personale e nazionale, la protagonista è doppiamente esclusa, sia nel proprio Paese dove è troppo indipendente per venire tollerata, sia all’estero dove viene vista come un’immigrata («Ero un’occidentale in Iran, un’iraniana in occidente. Non possedevo alcuna identità. Non sapevo neppure per cosa vivere»): la povera Marjane (che di suo è un bel tipino, ha la lingua lunga e disserta di politica e filosofia) è costretta a crescere in fretta, e a farlo spesso da sola, scoprendo che le questioni di cuore affrontate in solitudine sono spesso più drammatiche di una guerra affrontata con la propria famiglia accanto. Persepolis non è però un pamphlet di propaganda e neanche un’opera di denuncia: il tono dell’autrice non è mai lamentoso e, anzi, sa mantenere un tono di ironia pungente e leggerezza surreale anche quando affronta la morte, i dolori e la separazione (la piccola Marjane parla con Dio, ma lo allontana rifiutandosi di parlargli ancora quando le cose nella sua vita cominciano ad andare male), evitando ogni pesantezza didascalica o predicatoria e affidando alla figura straordinaria della nonna (quella che ogni mattina s’infila del gelsomino nel reggiseno per profumarsi) il compito di ribadire il valore della libertà, della coerenza e dell’integrità. Altrettanto indimenticabili sono i due genitori, liberi, combattivi ma sempre presenti e disposti ad aiutare. Il disegno essenziale e minimale, in bianco e nero, un po’ astratto ed elegante insieme, dà al racconto il tono di una favola senza tempo.

venerdì 4 ottobre 2013

Jonas Jonasson - Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Contrariamente a quanto si pensa, che cioè in Svezia siano tutti depressi e inclini al suicidio, che gli uomini odino le donne e che il mercato scandinavo ci offra solo thriller a tinte fosche, ecco il libro che non ci si aspetta. Ce lo regala Jonas Jonasson e, a partire dalla meravigliosa copertina (raffigurante un vecchietto vestito di rosa con la dinamite nel taschino e accanto una testa di porcellino), si presenta subito come un romanzo solare e spensierato, pieno di quell’umorismo folle e quell’idea della fuga attraverso avventure incredibili che aveva fatto la fortuna del bellissimo L’anno della lepre di Arto Paasilinna. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve racconta la storia di tale Allan Karlsson che, il giorno del suo centesimo compleanno, nel 2005, per sfuggire alle restrizioni alcoliche impostegli dall’abominevole infermiera Alice, scappa dall’ospizio nel quale è rinchiuso saltando dalla finestra. Alla stazione degli autobus di Malmköping s’imbatte nel violento membro di una gang criminale (i Never Again) che gli dice di guardargli la valigetta mentre lui va in bagno, ma all’arrivo dell’autobus Allan prende la valigetta (con la speranza di trovarci dentro delle scarpe, da mettere al posto delle ciabatte dell’ospizio) e sale a bordo. La storia principale è costituita quindi dall’incontro dell’apparente inoffensivo Allan (che intanto scopre che la valigetta contiene 52 milioni di corone svedesi) con una serie di spassosi e improbabili amici (un truffatore che abita una stazione abbandonata, una contadina scurrile che vive con un elefante e il proprietario di un chiosco che si è quasi laureato in qualsiasi disciplina) che lo aiutano a scappare dalla banda di criminali sulle sue tracce per recuperare il denaro, la quale a sua volta è seguita dalla polizia che pensa che il vecchietto sia stato rapito, con una serie di morti apparentemente senza senso (la cosa si fa ancora più ingarbugliata e grottesca quando si scopre che il capo della gang è un vecchio amico del fratello del proprietario del chiosco). La costruzione è però originale, perché la vicenda principale viene inframmezzata da lunghi flashback che raccontano i vari periodi della vita avventurosa di Allan: incomincia a lavorare in una fabbrica di esplosivi, diventa un bravissimo dinamitardo, finisce in manicomio e internato in un gulag, va in Spagna, in America, in Cina, in Russia e in Corea, contribuisce alla costruzione della bomba atomica, sventa un attentato a Churchill, diventa una spia, causa il collasso del blocco sovietico, riesce a salvarsi in qualsiasi situazione avversa e incontra un sacco di persone famose (l’inventore delle uova Fabergé, il generalissimo Franco, Roosevelt, Truman, Stalin, Breznev, Mao Tse Tung e Chiang Kai-shek con le rispettive mogli, Kim Il-sung e suo figlio undicenne Kim Jong-il), il tutto senza rendersene praticamente conto, un po’ come Forrest Gump. Ecco, è come se questo libro fosse una riedizione di Forrest Gump riscritta da Paasilinna, con l’aggiunta di un umorismo demenziale alla Monty Python (alcune trovate sono geniali, basti pensare al fratello scemo di Einstein, al pastore anglicano convinto di diffondere l’anglicanesimo in Iran dando appoggio ai rivoluzionari comunisti, a Stalin perennemente ubriaco che parla di sé in terza persona, o ai cinquecento chili di bibbie in edizione di lusso rovinate dall’errore di stampa “Qui finisce l’avventura del signor Bonaventura”), senza tenere conto di patetismi o lezioni esistenziali, e per questo non è da prendere troppo seriamente (non so proprio chi potrebbe scandalizzarsi nel trovare il nostro Allan consigliare addirittura a Oppenheimer come controllare la detonazione dei nuclidi nel bel mezzo di un summit di scienziati atomici di livello mondiale). Il protagonista creato da Jonasson è un uomo semplice, senza pretese e senza ambizioni, convinto che la politica è una cosa da evitare perché non porta mai a nulla di buono e che non bisogna mai fidarsi dei preti e di chi non beve acquavite («e se ti capita di incontrare un prete che non beve acquavite, meglio scappare a gambe levate»), che accetta tutto quello che la vita gli offre con serenità, umiltà e spesso ingenuità, si accontenta di farsi qualche bella sbornia ogni tanto, si svincola da ogni accadimento e riesce sempre a farla franca grazie all’astuzia, a un bel pizzico di fortuna e alla stupidità della controparte. Stilisticamente, non tutto quadra alla perfezione: la trama principale nel presente dopo la metà diventa sempre più esile (salvo riprendere brio con l’interrogatorio del GIP e nello spassosissimo finale a Bali) mentre i flashback prendono sempre più il sopravvento, ma ci si passa volentieri sopra. A stupire è la capacità di Jonasson di riuscire a ridere (con garbo, evitando le sguaiatezze) delle dittature e delle ideologie del Novecento, a dispetto della loro isterica follia (questa sì ricreata alla perfezione). Una bellissima sorpresa, premiata dalle vendite per giunta.

lunedì 30 settembre 2013

Alan Moore, David Lloyd - V for Vendetta

Lo si voglia o no, Alan Moore è un genio. Ci arrivo tardi, e soprattutto dopo che il resto del mondo se ne è già accorto da decenni, ma l’ho pensato anche durante la lettura di V for Vendettagraphic novel apparsa incompiuta sulla rivista inglese “Warrior” nel 1981 e poi completata nel 1989 per la DC Comics, e qualche anno fa presa come spunto per un mediocre e discutibile film che ne ha snaturato il senso e ha imposto la maschera di Guy Fawkes come simbolo standardizzato per le rivoluzioni politicamente corrette del mondo globale, senza capire la provocazione di far indossare a un combattente anarchico la maschera di un integralista religioso. La storia si svolge in una Gran Bretagna futuristica e distopica dove un regime totalitario di tipo fascista ha preso il controllo in seguito a un conflitto nucleare, controlla la televisione e la radio e sorveglia costantemente mediante intercettazioni ambientali una popolazione ormai totalmente assuefatta al regime, con un dittatore (Adam Susan) chiamato semplicemente Leader e talmente convinto della sua missione religiosa di salvatore e padre della patria da scivolare nella degenerazione e nella pazzia. In questo ambiente si muove V, un personaggio emblematico e affascinante, in possesso di doti fisiche e mentali fuori dal comune, travestito con una maschera che replica le fattezze del cospiratore Guy Fawkes, che nel 1605 (all’epoca di Giacomo I Stuart) tentò di far altare con l’esplosivo il parlamento inglese a Londra. Nascosto nel suo rifugio costruito vicino a una stazione abbandonata della metropolitana (dove ha stipato tutto quello che è riuscito a salvare: film, libri, musica, manifesti, teatro), V è un anarchico che parla per aforismi e citazioni (Shakespeare, Yeats e Blake, tra gli altri) e decide di rovesciare il regime per riportare l’anarchia nel Regno Unito attraverso un piano teatrale, eversivo e molto articolato: salva Evey Hammond, che un giorno salva mentre sta cercando di prostituirsi durante il coprifuoco dalle grinfie di un gruppo di agenti governativi, la introduce con la violenza nel suo mondo solitario e doloroso, nonché alle sue iniziative rivoluzionarie, trasformandola in complice ed erede. Sulle sue tracce c’è Finch, il grigio ma integro poliziotto che gli dà la caccia e che porta alla luce molte cose del suo passato, come il fatto di essere l’unico a essere sopravvissuto al campo di concentramento dove venivano rinchiusi gli emarginati e le minoranze etniche e che da lui è stato fatto saltare in aria con un esplosivo derivato da un fertilizzante (per questo V è rimasto sfigurato ed è stato costretto a indossare una maschera, anche se la sua faccia non la vediamo mai, nemmeno alla fine). Nella sua crociata, V inizia così a vendicarsi anche dei suoi carcerieri e dei dottori che hanno abusato di lui, riuscendo per giunta a distruggere il sistema di sorveglianza del partito e a prendere possesso delle trasmissioni televisive, facendo precipitare Londra nel disordine. Non priva di qualche particolare eccessivamente didascalico nel suo essere libertaria a tutti i costi (Finch che, strafatto di LSD, prende coscienza della sua complicità con il regime e sente la mancanza di quel calore umano rappresentato dalla differenza etnica e dai gay pride), V for Vendetta è un’opera violenta, ideologica, visionaria, plumbea, disturbante, pessimista e per nulla consolatoria (prova ne è l’assenza di lieto fine), ben servita dalle atmosfere create dai disegni di David Lloyd (con i loro toni cupi e i chiaroscuri forzati), che riflettono perfettamente il clima opprimente del regime e lo squallore esistenziale di una società standardizzata e senza speranza. Come per Watchmen e From Hell, Moore crea una molteplicità di sottotrame che s’incastrano alla perfezione e che vedono molti comprimari ai vertici delle varie sezioni del regime impegnati nei giochi di potere e nel repertorio di vizi e perversioni (il sadomasochismo dei coniugi Almond, le tendenze pedofile del primate anglicano) che si accompagnano a una dittatura. Non mancano riflessioni note (i pericoli del totalitarismo, i limiti della libertà individuale) e uno struggente lato romantico (anche se sui generis), così come la valenza simbolica legata al nome di V, che in latino è il numero 5: l’azione si svolge spesso il 5 novembre, giorno della Congiura delle Polveri (l’incidente al campo di concentramento, l’attentato all’Old Bailey e quello al Parlamento), viene citata la quinta sinfonia di Beethoven e V si esprime in pentametro giambico (in una scena addirittura legge il romanzo V di Thomas Pyncheon). Numerosissimi sono i riferimenti letterari: 1984 di Orwell per il regime dispotico e onnipresente; Il Conte di Montecristo di Dumas per la seconda vita da giustiziere e vendicatore di torti del protagonista e per la sua propensione a far soffrire le persone a lui care attraverso prove e sofferenze; Il Fantasma dell’Opera di Leroux per la maschera e il nascondiglio del protagonista, oltre alla presenza femminile che lo accompagna; senza contare accenni nella figura di V che richiamano Zorro, Robin Hood e Batman.

domenica 22 settembre 2013

Robert Bloch - Jack lo squartatore

Un romanzo su Jack lo squartatore, e per di più dell’autore di Psycho? Imperdibile, direte voi. Non proprio. È vero che questo Night of the Ripper risale al 1984, in un’epoca in cui non si era ancora invasi dalla babele di materiale sull’argomento (e soprattutto, non era ancora uscito From Hell di Alan Moore, opera talmente titanica, complessa e affascinante da chiudere ogni possibile replica o imitazione), ma la delusione è tanta. Gli omicidi sono riscostruiti nel dettaglio, attingendo alle fonti di cronaca e ai referti ufficiali, ma il resto è lasciato alla fantasia di Robert Bloch. A condurre le indagini c’è il solito ispettore Abberline, questa volta perseguitato da problemi gastrici e assistito dal dottor Mark Robinson, alle prese con una lista di sospettati a dir poco enorme che include nobiluomini, macellai, un ciabattino, un tagliatore di pelli e un folto gruppo di medici. L’autore è abile nel creare un’aria di sospetto che gravita su tutti i personaggi che entrano in scena, in modo tale da dare sempre l’impressione che l’efferato omicida delle prostitute sia uno di loro, mentre è interessante notare come non siano riportate le teorie di complotti massonici che vanno oggi per la maggiore. Al contrario, sfilino i consueti personaggi della mitologia dello Squartatore: Sir William Gull (medico della regina vittoria), il medium Robert Lees, il duca di Clarence (come al solito in odore di omosessualità e frequentatrice di prostitute nella zona di Whitechapel), l’attore Richard Mansfield, addirittura Arthur Conan Doyle, George Bernard Shaw e Oscar Wilde (definito da Abberline un “finocchio”), per non parlare di Joseph Merrick, l’Uomo Elefante. Purtroppo, Bloch crolla proprio nella ricostruzione d’ambiente, che a mio avviso è uno dei motivi principali del fascino dell’intera vicenda (una Londra infernale, e che non c’è più, nel cuore della capitale del più potente impero dell’epoca), ma anche come autore di thriller non riesce a tenere tutti i fili della narrazione, che infatti tende a sfilacciarsi e a perdere mordente, fino a un finale che ho trovato parecchio moscio. L’unico guizzo il nostro autore lo dimostra solo con l’incipit dei vari capitoli che riportano una citazione storica di atrocità, torture e violenze che vanno dal 2300 a.C. al 1887 d.C., giusto un anno prima dell’inizio dell’attività del nostro caro Jack, e che includono il solito Vad Tepes di Transilvania che impalava i suoi nemici e lo zar Ivan IV che, dal momento che si annoiava nel guardare i prigionieri girare lentamente su uno spiedo e arrostire sopra un fuoco basso, lo sostituì con una grande padella di ferro in cui venivano fritte le sue vittime; oppure l’ungherese György Dósza, capo di una rivolta contro i nobili, catturato e tenuto a digiuno per due settimane insieme ai suoi complici: «i sui carcerieri lo legarono a un tronco incandescente, gli posero in testa una corona incandescente e gli misero in mano uno scettro incandescente. Mentre arrostiva, fu mangiato vivo dai suoi seguaci affamati». Una trovata che vuole dimostrare come la violenza sia insita nel DNA dell’essere umano, e che trova conferma nel comportamento dello Squartatore.

Alessandro Ferrari, Max Narciso, Marieke Ferrari - Alice in Wonderland. La storia a fumetti dal film di Tim Burton

Ne ho già parlato anni fa (QUI per chi ne fosse interessato) in seguito alla lettura del libro basato sulla sceneggiatura di Linda Woolverton di Alice in Wonderland, che mi era pure piaciuto per l’idea di rinnovare il personaggio di Alice nel Paese delle Meraviglie. Purtroppo, a distanza di anni, posso dire che il film di Tim Burton che ne è stato tratto non è stata la cosa più riuscita del visionario regista americano (che amo), come se l’intromissione della Disney (che la pellicola l’ha prodotta e gliel’ha commissionata, tempo dopo aver già scritto la sceneggiatura) lo avesse in qualche modo frenato, impedendogli di padroneggiare fino in fondo la materia trattata. Aggiungiamoci poi che un’opera del genere in italiano perde almeno più di metà del suo fascino per colpa di una traduzione che, per forza di cose, cambia il nome del mostro da Jabberwocky a “Ciciarampa” e modifica i versi strambi e pieni di neologismi di Lewis Carroll (molto familiari al pubblico di lingua inglese ma del tutto sconosciuti dalle nostre parti) in oscure frasi senza capo né coda. Peccato, perché l’idea di un’Alice diciannovenne che, anziché rispondere alla domanda di matrimonio di un nobile poco attraente, segue il coniglio bianco e si ritrova nel mondo incantato che sognava da piccola, e ora soggetto alla dittatura della malvagia Regina Rossa, era molto intrigante. Soprattutto, era apprezzabile il desiderio della protagonista di autoaffermazione ribelle nel mondo reale come frutto dell’immaginazione maturata in quello dei sogni fatti da bambina, spalleggiata in questo dallo spirito sovversivo e anticonformista del Cappellaio Matto. Proprio su questa versione della storia si basa questa graphic novel che ha adattato lo script originale (attraverso il lavoro di taglio e modifica di Alessandro Ferrari) e ne ha affidato la realizzazione tecnica a Max Narciso (matite e chine) e Marieke Ferrari (colore). Se conoscete il film sapete cosa aspettarvi, perché la storia è la stessa, solo molto più succinta, con uno stile davvero peculiare: in più, tutti i retroscena della creazione del fumetto e della genesi artistica di sceneggiatori e disegnatori. Certo non un capolavoro, ma un’occasione in più per entrare nell’affascinante mondo burtoniano.

domenica 8 settembre 2013

Arto Paasilinna - L'anno della lepre

Se pensate che gli scandinavi siano sempre depressi e inclini al suicidio, questo è il libro che fa per voi. Di non stretta attualità editoriale, essendo stato pubblicato nel 1975 e pubblicato da Iperborea (nel suo inconfondibile formato alto e stretto) nel 1994, L’anno della lepre del finlandese Arto Paasilinna è un delizioso romanzo umoristico on the road a sfondo ecologista che interpreta il desiderio poetico di fuga dall’inappagante realtà quotidiana. Il protagonista è un giornalista quarantenne, Vatanen, che una sera, tornando in macchina a Helsinki da un servizio fuori città con un collega fotografo, investe una lepre, che fugge ferita nel bosco. Vatanen la insegue, vede che ha una zampa rotta e la soccorre, sparendo con lei nel bosco, sordo ai richiami del collega. Da questo momento inizia il racconto delle sue stravaganti (e spesso esilaranti, dissacranti e surreali) avventure, un viaggio (a suo modo “iniziatico”) che è un pellegrinaggio senza meta verso nord, di villaggio in villaggio, di foresta in foresta, lungo la Carelia, in fuga da un lavoro vuoto e opprimente, da una moglie insopportabile, da una società conformista e perbenista: incontra un ex commissario ora pensionato che fa il pescatore, convinto che il presidente finlandese Kekkonen sia stato sostituito da un sosia partendo dall’analisi del suo cranio nel corso di vari anni (e la prova sarebbe costituita dal fatto che anche il suo modo di pensare è cambiato, essendo divenuto più progressista, più giovane di spirito, al punto di fare scherzi in pubblico); durante un incendio nella foresta si imbatte in un uomo pieno di grappa e disperato di aver perso tutto nell’incendio, tranne i primi dieci litri di liquore da lui distillato clandestinamente, e finiscono così per sbronzarsi, dimentichi della foresta che brucia; subito dopo, Vatanen incontra un guidatore di bulldozer impazzito che si arena in mezzo a un lago pretendendo di essere salvato, e aiuta una mucca a partorire e la salva da una palude. In un villaggio, un pastore luterano cerca di vendicarsi della lepre che gli ha seminato palline di sterco davanti all’altare sparandole dentro la chiesa con il risultato di ferirsi a un piede; Vatanen incappa nel cadavere di un vecchio e viene accusato di profanazione di cadavere, quindi, sempre peregrinando, in un vecchio tagliaboschi lappone a cui insegna a nuotare nel fiume ghiacciato e con sui si ritrova a recuperare e vendere residuati bellici della Seconda Guerra Mondiale; fronteggia un corvo che fa razzia delle sue provviste e un seguace della religione primitiva che gli sottrae con l’inganno la lepre per sacrificarla agli dei pagani; viene coinvolto in una caccia all’orso durante un programma di operazioni militari per le ambasciate straniere, quando una signora svedese non intende restituire la lepre e Vatanen deve intrufolarsi a un noiosissimo pranzo diplomatico; recuperata la lepre, fugge da un incendio, si risveglia da una pesante sbornia e scopre di essersi fidanzato, ha una brutta avventura a sud e torna a nord a caccia dell’orso già incontrato, lo affronta e lo segue fin oltre il confine con l’Unione Sovietica. Ed è al ritorno nella burocratica Finlandia che lo spirito anarchico e sovversivo di Vatanen, insieme alla sua volontà di inseguire la libertà, ha il decisivo sopravvento. Concedetegli una possibilità: Paasilinna vi conquisterà.

Jack London - Il popolo degli abissi

Non avevo mai letto niente di Jack London, né Zanna Bianca né Il richiamo della foresta. Ho cominciato da quest’opera minore e per lo più sconosciuta (caratterizzata, almeno nella sua versione ebook, da una delle copertine più ributtanti e prive di senso che mi sia mai capitato di vedere) che mi ha attirato per la sua descrizione dell’East End londinese di inizio Novecento, uno dei quartieri più malfamati e poveri che si possano immaginare, già teatro (14 anni prima) delle gesta di Jack lo Squartatore e oggi radicalmente trasformato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, dall’immigrazione delle ex colonie indiane e da una riqualificazione urbana piuttosto consistente (sebbene non trascendentale). Non è un romanzo, e non è nemmeno un saggio: è un libro dallo spiccato taglio sociale e pervaso di spirito polemico con simpatie socialiste che si colloca a metà strada tra la letteratura e il giornalismo e che nasce dalla volontà dello scrittore americano, in controtendenza con quanti si limitavano a cantare le glorie dell’impero britannico (e che lo consigliarono sgomenti di percorrere l’East End senza debita scorta armata, proponendogli di raccontargli loro la situazione della zona, al riparo di quattro eleganti mura di un hotel di lusso), di calarsi, per un certo periodo, tra gli sventurati abitanti dei sobborghi londinesi, dove l’alcolismo, la denutrizione e la criminalità la facevano da padroni. Convinto della necessità di vedere da vicino e toccare con mano una realtà prima di scriverne, si travestì da marinaio, dormì nelle baracche, frequentò poveri, prostitute e disoccupati, quel “popolo degli abissi” cui fa riferimento il titolo, costituito da masse di diseredati spesso senza la benché minima speranza o aspettativa per un domani migliore, schiavizzati da un lavoro retribuito con salari da fame che garantiva una stanza in affitto che assorbiva il 50% delle entrate (il resto serviva per un po’ di carbone per il riscaldamento e del cibo raffermo, rinunciando a vestirsi). Il popolo che descrive London non è però una massa informe, trattata come un astratto oggetto di indagine sociologica: al contrario, è fatto di individui, con nomi, volti e storie personali. Le descrizioni dello scrittore americano sono veramente raccapriccianti e fanno da lugubre contraltare alla scintillante incoronazione di Edoardo VII, descritta in un capitolo come triste spettacolo della magniloquenza dell’Inghilterra imperiale: le stanze venivano affittate a spazi e a tempo, con lo stesso letto che veniva ceduto a turno a persone che lavoravano in base a turni diversi; i morti venivano tenuti in casa per giorni per l’impossibilità di pagare le spese funebri (magari sul tavolo su cui si mangiava); la precarizzazione del lavoro faceva sì che, anche per un infortunio di poco conto, chi non poteva lavorare per alcuni giorni era condannato a una discesa che era l’anticamera dei ricoveri per senzatetto o a una vita sulla strada, avversata dalla polizia che arrestava gli accattoni. Lo scrittore tuona contro i filantropi da salotto del West End che non capiscono la necessità di strappare migliaia di persone a un ambiente nocivo e contro la classe dirigente che ha costruito un progresso a cui non è seguito un miglioramento della condizione di vita per tutti gli strati della società, arrivando a dire che gli Inuit dell’Alaska, pur se catalogati come “selvaggi”, vivevano decisamente meglio dei lavoratori della cristiana Londra. È passato un secolo, ma è un testo (ahimè) decisamente attuale.

Jacopo Pezzan e Giacomo Brunoro - Jack lo squartatore

Chi non ha mai sentito parlare di Jack lo squartatore? Nessuno, penso, a partire dalla sua iconografia classica che lo vuole armato di coltello e avvolto da mantello e cilindro e che è stata capace di generare un certo fascino e un seguito affezionato (chi scrive si è fatto tre volte il giro turistico organizzato sui luoghi dello squartatore partendo dalla stazione di Tower Hill). Forse pochi conoscono però con precisione le sue gesta, così come quante donne ha ucciso. Questo devono aver pensato gli autori di questo libretto edito da Le Case Books per una collana emblematicamente Serial Killer (disponibile, tra l’altro, solo in ebook) e dedicato alla figura del serial killer più famoso di tutti i tempi, paradigma di tutti quelli che l’avrebbero seguito, la cui identità è rimasta ignota sino a oggi ed è materia per infinite congetture (basate, per lo più, su false teorie e sospetti), ma che per tre mesi, nell’autunno del 1888, seminò il terrore nel quartiere londinese di Whitechapel, massacrando prostitute a cui, di volta in volta, portava via una parte del corpo (un rene, l’utero, il cuore) e scrivendo lettere provocatorie (almeno tre, ma non si sa se autentiche) alla polizia, per poi svanire nel nulla dopo l’ultimo delitto. L’ambientazione, innanzitutto: la Londra del 1988, cioè la capitale del più grande impero del mondo, in un quartiere, Whitechapel, parte di quell’Est End in cui dominava la miseria e che era il risultato dell’inurbamento di enormi masse di persone per effetto della rivoluzione industriale e dell’arrivo di comunità straniere (soprattutto ebrei), con condizioni di vita animalesche, un’altissima mortalità infantile, la piaga sociale dell’alcol e la prostituzione largamente diffusa (nel solo quartiere di Whitechapel, in quell’anno, esistevano 60 bordelli e 1.200 prostitute regolari, senza contare quelle occasionali). I fatti: una serie di efferate uccisioni, cinque, se seguiamo i cosiddetti delitti “canonici”, quelli riconducibili allo stesso modus operandi (risultano di dubbia attribuzione un certo numero di delitti che presentano alcune caratteristiche riconducibili agli altri ma che non convincono del tutto gli esperti). Le vittime: Polly Nichols, Annie Chapman, Elizabeth, Catherine Eddowes e Mary Jane Kelly, tutte donne che, in cambio di favori sessuali, guadagnavano quel poco che consentiva loro di bere birra e pagarsi l’affitto in pensioni di infimo ordine. In maniera succinta ma esauriente, e con l’ausilio di alcune fotografie (le vittime, i sospettati e una cartina della zona), gli autori ricostruiscono tutti i delitti avvalendosi di testimonianze, articoli di giornale e reperti ufficiali, riportano gli errori della polizia, dovuti in larga parte all’arretratezza delle indagini dell’epoca e alla mancanza di strumenti scientifici adeguati (anche se si prendevano per vere bizzarre teorie come quella della fotografia dell’iride oculare, credendo che l’occhio di un cadavere potesse immagazzinare e restituire l’ultima immagine vista in vita dalla vittima), e prendono uno per uno i sospettati analizzando la plausibilità delle accuse nei loro confronti in base alle varie teorie avanzate nel corso degli anni (compresa quella famigerata del complotto reale, seguita da From Hell di Alan Moore e alla base del film Assassinio su commissione e La vera storia di Jack lo squartatore, ovvero quella secondo cui i delitti sarebbero stati commessi da Sir William Gull, medico personale della regina Vittoria, per coprire il matrimonio cattolico del nipote ed erede al trono della regina con una prostituta cattolica, da cui sarebbe nata una figlia: le vittime degli omicidi sarebbero state le prostitute amiche della moglie che erano a conoscenza di questo segreto, anche se non c’è alcuna prova a supporto di questa teoria e neanche del fatto che le vittime si conoscessero), fino alla teoria abbracciata dalla scrittrice Patricia Cornwell del pittore Walter Sickert e a quella secondo cui lo squartatore in realtà sarebbe stato una donna. Una girandola di ipotesi più o meno avvincenti che si collocano tra il cialtronesco e il fantascientifico, per la natura di mito pop che la vicenda assunse sin dalla sua epoca: per la prima volta, infatti, una vicenda criminale venne data in pasto al grande pubblico attraverso il neonato circolo massmediatico dei giornali scandalistici, che si davano battaglia a colpi di scoop sensazionali e che, di fronte al rifiuto della polizia di condividere le informazioni in suo possesso, ricorrevano alla fantasia e all’invenzione. Da parte sua, la polizia non se ne stette di certo con le mani in mano, mettendo alla propria attenzione oltre 2.000 persone, delle quali 300 vennero formalmente indagate e 80 arrestate (per poi essere rilasciate). Non ci si deve aspettare una ricostruzione così esauriente, anzi, le lacune ci sono e piuttosto evidenti (il libro non dice nulla sulle sovrapposizioni tra Metropolitan Police e City Police nella zona degli omicidi, così come non accenna alle dimissioni di Charles Warren, capo della Metropolitan Police), ma per farsi un’idea è un buon punto di partenza: per tutti gli altri, è meglio leggersi il titanico From Hell di Alan Moore, le cui appendici rivelano una conoscenza dell’argomento di gran lunga superiore.

giovedì 8 agosto 2013

Emilio Lussu - Un anno sull'Altipiano

Una volta ho sentito dire che bisognerebbe riportare in vita tutti i generali e lo Stato Maggiore in carica durante la Prima Guerra Mondiale e passarla per le armi per fargliela pagare: ho ripensato spesso a questa frase leggendo Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu, romanzo-memoriale ambientato durante la Grande Guerra e scritto da uno che ci ha combattuto davvero come ufficiale di complemento prima e di capitano poi (il bello è che si arruolò da interventista convinto). Non è esattamente una lettura estiva (in un periodo in cui tutti si preoccupano a segnalare i cinque libri da portarsi in vacanza), anzi, è quanto di più commovente e lacerante si possa trovare: non potrebbe essere altrimenti, visto che il libro è ambientato tra l’estate del 1916 e l’estate del 1917 nell’immobilità delle trincee dell’Altopiano di Asiago (gli austriaci non avanzavano, ma non avanzavano neanche gli italiani), ed è costituito da piccoli episodi che raccontano una guerra di carneficina fatta di fango e cognac, attacchi e contrattacchi alla baionetta (ricordiamo che l’Italia ha sempre combattuto all’attacco, prima della rotta di Caporetto), granate e mitragliatori, nell’assoluta insensatezza di operazioni militari senza scopo (la sanguinosa conquista di poche postazioni su di un colle che saranno abbandonate poche ore dopo, senza un’apparente ragione) che portarono alla distruzione di un’intera generazioni di contadini analfabeti e di studenti universitari. Per tono e tematiche ricorda molto Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque e il film Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick: di quest’ultimo condivide la denuncia verso generali e colonnelli, dei veri e propri pazzi (oltre che degli assoluti incapaci) che si fanno portavoce di un fanatismo militarista e nazionalista. È il caso del generale Leone, che richiede inutili atti di eroismo quali esporsi in bella mostra al tiro dei fucili nemici, ordina di fucilare un soldato esploratore reo d’indisciplina e stanchezza quando in realtà ha solo obbedito agli ordini, e che manda a morire dei soldati protetti con delle inutili corazze (le famose corazze Pasina, che a suo dire il nemico avrebbe tentato di rubare); oppure del maggiore Melchiorri che, in un impeto d’ira e di esaltazione, ordina la decimazione dei suoi uomini come punizione per aver osato contravvenire agli ordini ed essere usciti dai rifugi durante un terribile bombardamento. Così chi comanda si qualifica come il vero nemico dei soldati, dal momento che il vero nemico (gli austriaci) non lo si vede mai, nonostante sia una guerra di trincea e le prime linee siano poste a poche centinaia di metri le une dalle altre, cosa che rende questa guerra ancora più assurda e insensata. Anzi, le poche volte che il protagonista entra in contatto con il tanto vituperato nemico (un soldato austriaco inerme che si prepara il caffè, l’assalto di una divisione ubriaca di cognac, la prima linea in trincea che grida «basta! » agli italiani che stanno attaccando e si stanno facendo massacrare), capisce che gli austriaci non sono tanto diversi dagli italiani, anzi, che stanno vivendo la stessa situazione e stanno svolgendo la loro funzione di combattenti destinati a un insensato sacrificio. I personaggi del libro sono memorabili: il fedele amico Avellini; l’umile “zio Francesco”, bracciante e reduce dalla guerra di Libia; il ribelle Ottolenghi, che ha scelto la strada della ribellione e auspica un ammutinamento generale in cui i reparti abbandonino le posizioni al fronte e vadano fino a Roma «perché lì è il gran quartiere generale nemico», ma che poi finisce a razziare con i suoi il capanno dei rifornimenti; l’astuto soldato Marrasi, che cerca sempre di salvare la pelle e si rende protagonista di una drammatica fuga verso il reticolato nemico prima di venire falciato dai compagni. Lussu cerca di tenere insieme la ripulsa della guerra e l’etica del combattente coraggioso che non dimentica mai il senso di responsabilità (dei propri sottoposti, ma anche del Paese, ed è per questo che non si può abbandonare il fronte), ed è magistrale nel raccontare il silenzioso terrore dei momenti che precedono l’attacco, il drammatico abbandono dell’immonda ma scura trincea per proiettarsi verso la possibile (o quasi certa) morte; quando poi rievoca la lettura della lettera dell’innamorata del morente Avellini, il quale per piangere si porta le mani agli occhi nonostante li abbia persi, la commozione è veramente incredibile.