mercoledì 30 gennaio 2013

Jane Austen - Orgoglio e pregiudizio

Negletto dagli studenti in quanto testo che spesso e volentieri si deve leggere durante l’anno in lingua originale nelle ore di inglese (ovviamente in edizione ridotta) e quindi barboso per forza, spesso snobbato dal pubblico maschile come polpettone sentimentale e quindi catalogato come “roba da donne”, Orgoglio e pregiudizio continua ininterrottamente ad attraversare le epoche catturando il pubblico e ispirando seguiti e apocrifi (spesso di pessima fattura), film e serie televisive (imperdibile quella in sei puntate della BBC con Colin Firth della metà degli anni Novanta). Me lo sono riletto con incredibile piacere, del tutto ignaro della ricorrenza del bicentenario della sua pubblicazione (avvenuta il 29 gennaio 1813), lasciandomi conquistare dalla sua verve, dai suoi personaggi, dall’intreccio, dalla sapiente scrittura della Austen. Il fatto di essere profondamente legato a un determinato periodo storico, quello a cavallo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, non impedisce minimamente al romanzo di essere vecchio o poco attuale. Le intenzioni dell’autrice sono subito ironicamente annunciate nel formidabile incipit (uno dei più famosi della storia della letteratura): “È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie”. Alla fine della vicenda, gli scapoli provvisti di un solido patrimonio che si ammogliano saranno addirittura due e lo faranno felicemente dopo aver rimosso i problemi che via via si sono frapposti, generati dalle convenzioni sociali che la Austen, senza attaccare direttamente, sottopone a una critica sottile. Il matrimonio di Jane ed Elizabeth con i ricchi Bingley e Darcy rappresenta l’incontro tra la piccola borghesia di campagna e l’aristocrazia dalla ricchezza smisurata con tutti i suoi pregiudizi sociali, le sue aspirazioni, il suo orgoglio, il suo senso di appartenenza e la difficoltà con cui essa riesce a capire che, oltre al suo mondo, esiste anche qualcos’altro. In questo scenario, la famiglia Bennet è un esempio straordinario, e in particolar modo lo sono le figure dei due genitori: il padre è un uomo assolutamente inadatto alla vita, scontroso, indolente, sprovvisto di qualsiasi slancio, a cui è stato lasciato un capitale a patto che avesse un erede maschio, ma che non è stato capace di sfornare altro che cinque figlie femmine, con il risultato che alla sua morte i beni andranno a un suo lontano cugino, l’odioso, viscido, pomposo e stupido Mr. Collins (una delle invenzioni più formidabili del romanzo). La moglie è invece una donna di scarsa intelligenza e di animo volgare, il cui unico problema è quello di far sposare le figlie e passa il suo tempo a parlare con le vicine di casa, tra visite e pettegolezzi, e nel tentativo di farsi invitare ai balli. La loro è una famiglia che deve quindi liberarsi di queste cinque figlie cercando di piazzarle ai migliori partiti disponibili sulla piazza: quando nei dintorni prende casa il ricchissimo (e quindi ambitissimo) Bingley, tutte le signore della zona cercano di rifilargli le proprie figlie, e naturalmente anche la signora Bennet cerca di fare altrettanto con la primogenita Jane, ma nel frattempo arriva al fianco del giovanotto il cupo Darcy, che è ricchissimo anch’egli (ha una rendita di 10.000 sterline l’anno) ma è un personaggio sgradevolissimo, antipatico, altezzoso, non parla con nessuno, guarda tutti con noncuranza e disgusto, tratta le persone malissimo e non ha un rapporto decoroso con chi non fa parte della sua strettissima cerchia. Subito provoca un’antipatia generalizzata, in particolare in Elizabeth, la più sensibile e la più originale, e forse anche la più intelligente, delle figlie Bennet. La storia gravita tutta intorno alla crescente antipatia di Elizabeth per Darcy e alla crescente attrazione di Darcy per Elizabeth: quando conosce il libertino Wickham, che prova una profonda avversione per Darcy, lei si lascia prontamente sedurre da questa antipatia che li unisce. Quando Bingley sparisce improvvisamente e se ne  va a Londra insieme a Darcy, senza farsi vivo per un lungo periodo di tempo, il fidanzamento con Jane sembra, per la disperazione della signora Bennet, essere irrimediabilmente andato a monte, e invece capita che, a causa di un viaggio con gli zii, Elizabeth capiti nella meravigliosa casa di Darcy in una lontana contea. Darcy, che si è già dichiarato ed è stato rifiutato, si precipita ad aiutare una delle sorelle di Elizabeth, la sventata Lydia, che si è lasciata abbindolare da Wickham, in una fuga d’amore senza senso. La prima dichiarazione di Darcy irrita terribilmente Elizabeth perché lui la pone non come un riconoscimento del valore di Elizabeth, ma come se la passione gliela estorcesse, contravvenendo al senso comune (o pregiudizio) che consiglierebbe di riflettere sulla bassa estrazione della famiglia Bennet, confermando così l’altezzosa superbia che lei vede in lui; nella seconda dichiarazione, quando ormai anche lui ha imparato dai suoi errori e dimostrato la bontà del suo cuore, le cose cambiano decisamente, perché questo romanzo (solo all’apparenza sentimentale) è in realtà un romanzo di formazione in cui i personaggi crescono. E bisogna tenere conto che sono personaggi paradossali, legati a un mondo che non esiste più, gente che non ha mai lavorato in vita sua, che passa il suo tempo sui libri, nei salotti o nei balli, e proprio questi personaggi acquistano improvvisamente una consapevolezza di sé: sia Darcy, che deve accettare il fatto che, oltre alla sua aristocrazia, esiste anche la piccola e media borghesia, sia la borghese ma orgogliosissima Elizabeth. Quello tratteggiato dalla Austen è un mondo in cui le donne sono indissolubilmente legate all’eredità e ai lasciti, e dove la sopravvivenza s’identifica con il conformismo. Le sue eroine si trovano sempre di fronte a una realizzazione che passa sempre ed esclusivamente per il matrimonio (è il caso dell’amica di Elizabeth, Charlotte Lucas, che accetta di sposare l’odioso Collins semplicemente per sistemarsi dopo che lui, il giorno prima, ha chiesto a Elizabeth di sposarlo): in caso contrario, sono destinate alla morte sociale (è il caso della timida sorella di Darcy e della sventata sorella di Elizabeth, Lydia), scongiurabile solo con un matrimonio riparatore in grado di restituire onorabilità sociale, e la loro perdita di rispettabilità minaccia anche il resto della famiglia e impedisce alle altre sorelle (vittime del pregiudizio sociale) di sposarsi dignitosamente. Per la Austen, tuttavia, è possibile che nel matrimonio ci sia anche amore, ovvero un sentimento che mette insieme le persone per sensibilità, intelligenza e cultura al di là delle convenienze. Elizabeth e Darcy devono scoprire e sviluppare congiuntamente le loro affinità prima di meritare le nozze: certo, orgoglio e pregiudizio sono due difetti dell’aristocratico e arrogante Darcy, ma caratterizzano anche Elizabeth nel valutare positivamente Wickham, cedendo al suo fascino e credendo senza prove alla sua versione del passato e valutando negativamente Darcy sulla base di una prima impressione dovuta a un’osservazione sprezzante nei suoi comnfronti. Inoltre, la presenza di persone di poca intelligenza o di animo volgare come la madre di Elizabeth e di orgogliosa ed ostentata raffinatezza come Lady Catherine de Bourg, ci dicono che la mediocrità può esistere a tutti i livelli sociali: in questo senso è magistrale la scena della ricchissima lady che arriva in carrozza a casa Bennet per opporsi al matrimonio con suo nipote e minaccia Elizabeth di rovinarle la reputazione sociale presso tutto il parentando, mentre Elizabeth rifiuta decisamente una simile logica classista che sacrifica il sentimento e la felicità per la rispettabilità e il perbenismo. Con lei la Austen ci ha regalato il prototipo di un’eroina capace di scegliere il suo destino e di imporsi al di là delle convenzioni, uscendo dai pregiudizi e dagli orgogli di casta. E questo, in tempi di Anastasia Steele e di bondage estremo sbandierato come l’ultima frontiera dell’indipendenza femminile, non è una cosa da poco…

lunedì 7 gennaio 2013

Jeff Smith - Bone

A dispetto delle mie notevoli lacune in campo fumettistico, talvolta mi capita di leggere e di innamorarmi di opere come questo Bone, capolavoro del fumetto indipendente Americano firmato da Jedd Smith, inserito tra le dieci opere a fumetti più importanti di tutti i tempi da Time Magazine e vincitore di 10 premi Eisner e 11 premi Harvey. Originariamente uscito in 55 volumetti nell’arco di 13 anni, è stato recentemente pubblicato dalla Bao Publishing in una pachidermica edizione integrale di oltre 1.300 pagine con gli originali disegni in bianco e nero. Si tratta di una favola per adulti che fonde la grande tradizione del fumetto umoristico statunitense con le cupe tematiche del racconto fantasy, e racconta l’epopea di tre buffi e comici cugini, i Bone, creaturine antropomorfe che stanno scappando dal loro villaggio natio, Boneville: Fone Bone, il piccolo grande eroe che ognuno di noi vorrebbe essere, leale, coraggioso, innamorato e poetico ma allo stesso tempo goffo, impacciato e timido; Smiley Bone, uno spilungone sempliciotto a cui manca una rotella; Phoney Bone, ricco e avido macchinatore sempre in cerca di guadagno. Quest’ultimo, già autore di malefatte come l’aver costruito un orfanotrofio su una discarica di rifiuti tossici per ottenere uno sgravio fiscale, è il responsabile del loro allontanamento dalla città, che non gli ha perdonato l’ultimo mostruoso disastro compiuto durante la sua campagna elettorale per diventare sindaco. Seguendo la rotta che li porta il più lontano possibile dalla città, i tre superano le montagne che separano questa dalla Valle, un’area nella quale nessun Bone ha mai messo piede: si perdono a causa di un attacco di locuste ed entrano in contatto non solo con un mondo fantastico e assurdo (l’insetto ciarliero Ted, una dolce famiglia di opossum), ma soprattutto con il mondo degli umani, rappresentato dall’incontro con un’incantevole ragazza di nome Thorn (di cui Fone Bone s’innamora) che vive con sua nonna Ben in una fattoria nei boschi. Pur procedendo per vie diverse, i tre esserini si ritrovano nella città di Barrelhaven, sede dell’evento dell’anno, la corsa delle mucche, competizione con una sola favorita: nonna Ben. Phoney non ha di meglio da fare se non cercare di speculare sulla gara, progettando una truffa memorabile prendendo scommesse e convincendo nel contempo Smiley a impersonare un’imbattibile “mucca misteriosa”. È in questo episodio, dove l’umorismo è al suo apice, che la macrotrama inizia a fare capolino in un modo che lascia intendere come Jeff Smith avesse in mente fin dall’inizio molto più di una commedia bucolica di ambientazione fantasy. Nonna Ben non è una semplice campagnola ma una vera e propria regina di un’epoca in cui i draghi erano amici degli umani, alleati comuni contro il malefico Signore delle Locuste, che non si vede mai ma che si sente parlare con il suo servo, un emissario incappucciato iconograficamente a metà strada tra il Grim Reaper e un Nazgul del Signore degli Anelli, e la cui tunica logora è riempita da sciami di locuste. Suoi servi sono delle gigantesche creature ratto, senza nome (a eccezione del loro re, il sinistro Kingdok), di cui due seguono in particolare tutta la vicenda (e, quando vedono un Bone, sognano di fare di lui una bella e raffinata quiche), con l’aggiunta di un leone di montagna (Rock Jaw) grande come una casa e mosso dal solo tornaconto personale. La storia narrata assume così connotazioni sempre più epiche e perde molte delle trovate comiche della prima parte, includendo i tipici elementi fantasy: una principessa perduta, una guerra nel passato, un nemico potente che non vede l’ora di attaccare nuovamente il mondo per poterlo dominare, amici e traditori, un antico ordine di custodi, sogni che non sono semplici sogni, talismani nascosti, eserciti in movimento e viaggi attraverso terre molto pericolose. Soprattutto, nessuno dei personaggi resta quello che è inizialmente, ma cresce contestualmente alla storia, acquistando profondità e un ruolo sempre più importante. Smith è riuscito a creare una saga che racchiude un mondo, oscillando tra tanti generi ma evitando di appartenere a uno soltanto, con echi tolkieniani piuttosto marcati (i Bone sono tre creaturine che, come gli hobbit, non hanno mai visto gli umani e che, a loro volta, non sono mai stati visti dagli umani, e si ritrovano a combattere una guerra che non è la loro senza aver mai combattuto), le suggestioni tipiche delle fiabe (animali parlanti e casette nel bosco) e le citazioni dei fumetti disneyani (Fone, Smiley e Phoney sembrano rispettivamente gli archetipi di Topolino, Pippo e Zio Paperone e si catapultano nelle vicende come Zio Paperone, Paperino e Qui, Quo e Qua nelle storie di più ampio respiro di Carl Barks), situazioni caricaturali comprese (i personaggi che, pur senza indossare i pantaloni, senza maglia o gilet si sentono nudi). Le citazioni però sono anche più ampie e arrivano a includere addirittura Herman Melville: Fone Bone adora e cita spesso il suo capolavoro Moby Dick, tanto che non solo cerca di leggerlo o di raccontarne la trama ogni volta che può (facendo cadere tutti addormentati), ma a un certo punto addirittura l’illusione causata dal Signore delle Locuste tramuta lui e i suoi cugini in personaggi del romanzo (con Phoney nella parte di Achab, con la barba, un occhio solo e una gamba di legno); inoltre, il cucciolo di creatura ratto adottato da Smiley viene chiamato Bartleby, lo scrivano del racconto omonimo dello stesso Melville. Ovviamente, Smith realizza tutto questo senza mai prendersi sul serio: prova ne è il drago rosso, caratterizzato da mani di uomo, un corpo da brontosauro, orecchie da cane e un volto enigmatico alla Humphrey Bogart. In molti hanno lamentato uno squilibrio di registro troppo marcato tra la prima e la seconda parte, ma non poteva che essere così considerato il lunghissimo lasso di tempo in cui l’opera è stata scritta. Come spiega Neil Gaiman nelle note conclusive, un autore seriale deve creare qualcosa che funzioni a puntate in maniera piacevole e a duri nel tempo come parte di un tutto: in una storia mensile si devono riassumere le informazioni sui personaggi visti negli ultimi anni e sui grandi eventi della trama principale, con tutti i problemi di ritmo che ciò necessariamente comporta. Dire che è consigliato è veramente poco.