sabato 16 febbraio 2013

Sophie Kinsella - Ho il tuo numero

Cosa c’è di peggio che perdere l’anello di fidanzamento, cimelio di famiglia del futuro sposo? Ma perdere il telefonino, è ovvio! È quello che succede a Poppy Wyatt, fisioterapista londinese protagonista di quest’ultimo libro di Sophie Kinsella, che sta disperatamente cercando l’anello di fidanzamento appartenuto alla madre del suo fidanzato Magnus (brillante studioso di simbologia) in quanto, durante la festa di addio al nubilato con le amiche, ha avuto la malaugurata idea di far loro provare l’anello (senza parlare del fatto che è pure risuonato l’allarme antincendio e tutti si sono riversati in strada aumentando la confusione). Disperata, dopo aver setacciato senza esito ogni centimetro quadrato del locale, Poppy esce a telefonare, ma ecco il secondo dramma della serata: uno sconosciuto incappucciato le ruba il cellulare. La poverina è disperata: nel telefonino ha tutti i dati della sua vita, e soprattutto ha dato il suo numero a tutto il personale del locale nel caso qualcuno avesse notizie dell’anello. Nel bel mezzo della tragedia appare però un’ancora di salvezza: davanti a lei, nel cestino della spazzatura, c’è un cellulare, per di più funzionante. In breve scopre che è appartenuto a una certa Violet, l’assistente personale di un manager, Sam Roxton, che ha piantato il suo principale di punto in bianco per andare a fare la modella senza nemmeno avvisarlo. Lei si rifiuta di riconsegnare il cellulare a Sam e promette di inoltrargli le email a lui indirizzate finché non avrà recuperato l’anello: non si rende conto che condividere un cellulare può essere una delle esperienze più intime che si possano avere insieme a un uomo, per di più sconosciuto. Comincia così una stramba relazione telefonica tra i due, ricca di momenti comici e di situazioni equivocamente imbarazzanti, ma anche piena di complicità: inizialmente imbarazzata per l'improvvisa intimità con il destinatario delle centinaia di mail e messaggi che riceve, pian piano Poppy entra (fin troppo) in confidenza con lui, prendendosi non poche libertà nel rispondere con disinvoltura a quelli che per lei sono perfetti sconosciuti, fino a essere coinvolta in una situazione intricata che la porta a svelare un complotto che potrebbe far saltare i vertici dell’azienda per la quale l’uomo lavora. Entra un po’ per volta nella sua vita, equivoca scambiando figure e ruoli, si accorge che le cose non stanno come se le è immaginate lei («Finora avevo pensato di avere una panoramica di tutta la vita di Sam, ma non era tutta la sua vita, vero? Solo una casella di posta elettronica. E io l’ho giudicato in base a quella») non solo riguardo alla vita di Sam ma soprattutto alla sua, portandola ad affrontare i problemi d’inferiorità nei confronti dei futuri suoceri (snob, saccenti e scettici sul suo conto) e l’improvvisa scoperta dell’infedeltà di Magnus, oltre che a vedersela con l’invidiosa amica Annalise e la nevrotica wedding planner Lucinda. Non si può dire che la storia non sia mai prevedibile (il lieto fine, poi, è d’obbligo in un genere come il chick lit), ma ha il pregio di non cadere mai nell’ovvio, anzi è coinvolgente il modo in cui l’interazione e il confronto tra i due protagonisti riescono a farli maturare entrambi, creando tra loro un legame sempre più forte. Le parti ironiche non mancano, soprattutto nella prima parte: Poppy che richiama l’attenzione dell’uomo d’affari giapponese sulla melodia di Single Ladies di Beyoncé e la partita di scarabeo a casa dei suoceri sono tra le più formidabili pagine partorite dalla Kinsella. Le riflessioni a mo’ di monologo interiore mentre Poppy si avvia all’altare (capace di passare nel giro di una riga dall’anello di fidanzamento al cappellino di un’amica, alla musica, al lavoro e al passo scivolato) sono straordinarie. Notevole anche l’espediente delle note al testo inserite da Poppy per imitare i libri universitari pieni di note scritti dal futuro marito che si riflette nella presa di consapevolezza finale che l’uno per l’altra, nella vita di entrambi, sono esattamente come delle note a piè di pagina.

lunedì 4 febbraio 2013

J.R.R. Tolkien - La Compagnia dell’Anello

La prima parte della nuova trilogia di Peter Jackson ha fatto sì che l’attenzione del mondo fosse rivolta a Lo Hobbit, finalmente al centro di riedizioni e saggi volti ad approfondirne le tematiche e a riconoscergli un giusto merito (basti pensare che fino a pochi mesi fa era considerata un’opera per bambini), sebbene permangano ancora, soprattutto in Italia, feroci resistenze che non mancano di tuonare contro le opere di Tolkien e quello che secondo loro è un fenomeno iniziatico di massa, magari un po’ gay (come ha scritto Natalia Aspesi su Repubblica) e incapace di mettere salutarmente in crisi perché troppo verosimile (come ha sostenuto Roberto Barbolini su Panorama). Ho deciso di dedicarmi nuovamente al Signore degli Anelli, un po’ perché periodicamente sono uso farlo (ne ho già scritto QUI), un po’ perché sono passati dieci anni dall’uscita del primo film di Jackson, e un po’ perché ho acquistato l’interessante nuova edizione economica della trilogia in volumetti separati della Bompiani (ideale per risolvere i problemi di portabilità di un volume del genere) che, sebbene presenti una traduzione riveduta e corretta in collaborazione con la Società Tolkieniana Italiana Edizione italiana a cura di Quirino Principe (quindi non si trovano più Vagabondi, Orchetti e Rifugi Oscuri, bensì Troll, Orchi e Porti Grigi), non aggiunge le 12 righe che da dieci mancano nelle edizioni Bompiani nel capitolo Molti incontri ed elimina la mappa della Terra di Mezzo. La novità sta tutta nella copertina, che riproduce i disegni di Tolkien su cartoncino martellato (cosa che simula un po’ – ma solo un po’ – l’effetto pelle) e nella rilegatura con gli angoli smussati, e il risultato è decisamente gradevole. Piuttosto, la divisione in volumetti mi permette di parlare approfonditamente di ognuno di essi in maniera più approfondita e più ragionata, nel caso particolare della Compagnia dell’Anello, primo capitolo della saga. È interessante notare come Tolkien prenda l’episodio della scoperta dell’Anello magico che fa diventare invisibili nelle viscere delle Montagne Nebbiose raccontato nello Lo Hobbit e ci costruisca sopra una storia pazzesca: svela che l’Anello è qualcosa che Sauron, l’Oscuro Signore della Terra di Mezzo, cerca da tempo, in quanto è l’Unico Anello, forgiato dalla sua mano alla fine della Seconda Era del mondo e di cui ora ha bisogno per riconquistare il suo pieno potere. L’Anello passa da Bilbo (protagonista de Lo Hobbit) al nipote Frodo, l’improbabile eroe di quest’epica, il quale scopre di avere in casa l’oggetto magico più potente e malvagio del mondo e si rende conto di dover fare necessariamente qualcosa per evitare che la catastrofe piombi su di lui e sulla Contea, e se ne va in tutta fretta e segretezza in compagnia del fido giardiniere Sam e degli amici Merry e Pipino. La trama utilizza la stessa semplice struttura dello Lo Hobbit, quella di un viaggio in regioni ignote e selvagge costituito da una serie di momenti di luce e di oscurità. In questo caso, però, l’obiettivo dell’impresa non è la riconquista di un tesoro, bensì la sua perdita: l’Anello deve essere infatti distrutto nel fuoco nel quale è stato forgiato, proprio sotto lo sguardo dell’Oscuro Signore. Presto i quattro hobbit s’imbattono nei terribili Cavalieri Neri, i Nazgûl, gli Spettri dell’Anello né vivi né morti, i nove antichi possessori degli anelli destinati da Sauron agli umani e soggiogati per sempre alla sua volontà: a metà strada tra il regno dei vivi e quello dei morti (l’unica cosa che in loro è reale sono i loro cavalli e i loro mantelli), diventano visibili a Frodo quando egli s’infila l’Anello al dito ed entra nella loro dimensione, riuscendo a vederli per quello che sono e offrendo loro l’opportunità di pugnalarlo dal loro capo a Colle Vento. Fortunatamente, nella loro fuga i quattro hobbit sono assistiti da una serie di figure amiche, prima fra tutte quella di Tom Bombadil, il personaggio più poetico ed eccentrico di tutto il libro, il custode della Vecchia Foresta che ammaestra e non possiede (in quanto la proprietà sarebbe un peso da cui la sua natura rifuggirebbe), colui che canta filastrocche alle cose e le comanda, che conosce i segreti delle piante e delle pietre: su di lui l’Anello non ha potere, e anzi egli è l’unico che vede chiaramente una persona che lo indossa. L’incontro con Tom e la sua compagna Baccador non è affatto necessario allo svolgimento della storia dell’Anello (tanto che Peter Jackson lo ha tranquillamente eliminato dalla trama del film), ma è invece fondamentale per portare a maturazione l’atmosfera dell’opera, la quale è iniziata nello stile de Lo Hobbit e che invece ora giunge a qualcosa di nuovo, già rappresentato dalle insidie della Vecchia Foresta: Tom e Baccador infondono forza e coraggio agli hobbit, li rifocillano e permettono loro di riposare dopo le prime fatiche e i pericoli del viaggio, grandi rispetto alla tranquilla e paciosa vita all’interno della Contea ma ben poca cosa rispetto a quello che li aspetta. È Tom che li libera dalle insidie del Vecchio Uomo Salice che, per colpa del suo cuore marcio e del suo spirito assetato ha irretito tutte le piante del bosco; ma soprattutto è lui che giunge a liberarli dagli Spettri dei Tumuli, che per la prima volta pongono a Frodo la tentazione di infilare l’Anello per salvarsi e fuggire da solo, abbandonando i compagni al loro destino. La seconda figura di protettore e guida è quindi Aragorn, inizialmente conosciuto con il nome di Grampasso, un ramingo che in realtà è tra gli ultimi discendenti dei Dúnedain, gli uomini del nord, ed erede al trono del regno di Gondor, nonché discendente di Isildur, il re che ha preso l’Anello dalla mano di Sauron in persona e che poi, soggiogato dal suo potere, è stato all’origine di tutta la vicenda rifiutandosi di distruggerlo. In seguito, quando il Consiglio di Elrond decide definitivamente che l’Anello va distrutto, Frodo viene affiancato nel suo cammino da un gruppo di otto compagni (per un totale di nove, esattamente come i Nazgûl): gli hobbit Sam, Merry e Pipino, gli uomini Boromir di Gondor e Aragorn, l’elfo Legolas, il nano Gimli e ovviamente Gandalf, figura angelica di guida (Tolkien stesso spiegava che Gandalf, come gli altri stregoni, è un angelo incarnato mandato dalla divinità al di là del mare, anche se la sua caratterizzazione si sovrappone a quella di Odino “grigio pellegrino” della mitologia norrena). Dopo un lungo viaggio verso sud (durante il quale la Compagnia perderà la guida di Gandalf, apparentemente scomparso in seguito allo scontro con un Balrog, un primordiale demone di fuoco, nelle grotte di Moria), i compagni, condotti provvisoriamente da Aragorn, prima ripareranno temporaneamente nel reame elfico di Lothlórien dove riceveranno l’accoglienza e i doni di sire Celeborn e di dama Galadriel (Natalia Aspesi, ancora lei, ha scritto con un certo fastidio che è la riedizione della Madonna di Fatima, e ci ha pure azzeccato, dal momento che lo stesso Tolkien diceva di essersi ispirato alla Vergine Maria), quindi, ormai vicini alle porte del regno di Mordor, si scioglieranno, anche a causa dell’orgoglioso Boromir che, con l’illusione di poterlo utilizzare cercherà di sottrarre l’Anello a Frodo e alla sua sorte di distruzione. Per quanto oggi sia di moda dire che Tolkien non era cristiano, o che forse lo era ma che non si deve interpretare Il Signore degli Anelli come opera cristiana, banalizzandone il messaggio in una banale contrapposizione manichea di contrapposizione di bene e male, bisogna ricordare che il romanzo è impregnato di senso escatologico e di presenza divina: a Frodo che esprime il suo rammarico che Bilbo non abbia ucciso Gollum quando se n’è offerta la possibilità (in quanto, a suo giudizio, la meschina creatura meriterebbe la morte), Gandalf esclama che sì, forse la meriterebbe, ma aggiunge che molti di quanti muoiono meriterebbero di vivere e molti di quanto vivono meriterebbero di morire, pertanto chi non è padrone di rendere la vita ai morenti non deve presumere di elargire la morte ai vivi, essendo i fini ultimi nascosti perfino alla vista della persona più saggia (leggi: ognuno, per quanto malvagio, può rientrare all’interno di un disegno più ampio, cioè divino). Lo stregone rinfaccia a Frodo di non avere pietà perché non ha ancora visto Gollum: Sauron, che l’ha imprigionato e torturato per fargli rivelare il nome dell’attuale possessore dell’Anello, non “vede” Gollum, non ne vede cioè la pena infinita che suscita e non prova per lui alcuna compassione, ma lo usa solo per i propri scopi, scartandolo e gettandolo via appena non gli serve più. Altri, come Gandalf, gli elfi, Aragorn e soprattutto Bilbo, quando incontrano Gollum lo vedono veramente nella sua penosa essenza, ed è da questa visione che nasce la loro pietà verso questo vecchio hobbit di cui peraltro essi conoscono tutti i crimini. Inoltre, il destino dell’Anello s’intreccia con quello dei suoi detentori ma, come spiega Gandalf, al di là di essi opera una forza maggiore, la Provvidenza, che non viene mai nominata esplicitamente ma solo allusa dicendo che Bilbo e Frodo erano destinati a impadronirsi dell’Anello, e non per volontà di chi l’ha forgiato. Questo tema della predestinazione si connette con la funzione che Tolkien attribuisce agli hobbit (la sua invenzione più originale) nello sviluppo della sua poetica sul bene e sul male: questi rustici piccoletti, simili a villici inglesi che parlano per proverbi e amano la birra, la pipa e la buona tavola, sono sospettosi e prevenuti verso qualsiasi elemento estraneo (gli stessi Bilbo e Frodo sono ritenuti bizzarri e strani dai loro simili), refrattari a certi aspetti e poteri della Terra di Mezzo, alle sue forze in gioco e, principalmente, proprio al potere dell’Unico Anello. Per esempio, Gollum riesce a sopravvivere 500 anni mantenendo dentro di sé un angolo incorrotto (risvegliato dall’arrivo di Bilbo), mentre Bilbo, dopo aver posseduto l’Anello per 60 anni, riesce a seguire i consigli di Gandalf lasciandolo spontaneamente in eredità a Frodo: per la prima volta nella storia, qualcuno si separa dall’Anello volontariamente, una cosa inimmaginabile per l’Oscuro Signore che all’Anello è indissolubilmente legato. Dal canto suo, Frodo capisce di doversi assumere interamente questo fardello, accettando la logica della rinuncia e della follia che l’Oscuro Signore non sarà mai in grado di capire, affidandosi sempre completamente alle parole di Gandalf per fare come lui gli dice di fare, pronto al sacrificio affinché gli altri si salvino per mezzo di lui. Ed è questa logica che invece non accetta Boromir, grande guerriero e forte in battaglia, che non riesce a domare il suo orgoglio impetuoso, intriso com’è d’ideologia politica e convinto che le ragioni umane siano sacrificabili rispetto al valore assoluto della patria: egli non si capacita del fatto che l’oggetto che secondo lui potrebbe decidere le sorti del conflitto sia caduto nelle mani della persona meno adatta e che, soprattutto, per vincere la guerra sia necessario distruggere quella che considera l’arma decisiva. Boromir ragiona esattamente come Sauron: per lui gli hobbit sono deboli e puntare su di loro è qualcosa d’incomprensibile che finisce per confondere la sua mente. Egli non riesce a cogliere la bontà di questa via paradossale e, per salvare la vita sua e della sua città (Minas Tirith) la perderà: il suo tradimento e il tentativo di rubare l’Anello a Frodo porterà allo scioglimento della Compagnia e alla sua morte, che peraltro egli affronterà con un valore tale (nel senso di speso nel sacrificio di sé per la salvezza degli hobbit) da riscattare la sua precedente caduta (anche se è bene chiarire che questo episodio non è presente in questo volume, ma esattamente all’inizio del successivo, Le due torri). Nessun personaggio ha successo di per sé dal punto di vista umano, ma trova una sua collocazione solo alla luce di un disegno più ampio. Questa via paradossale è estranea allo stregone Saruman, il più sapiente del suo ordine (più sapiente anche di Gandalf) ma obnubilato dalla vicinanza alla tentazione al punto di dimenticare la sua missione. In questo senso è emblematico il passo dell’incontro-scontro con Gandalf in cui Saruman dichiara apertamente la sua volontà di smettere di essere un servitore dei disegni altrui e di diventare lui stesso protagonista, conquistando il potere nell’illusione di saperlo amministrare in quanto saggio: ormai corrotto e accecato dalla brama di potere che lo ha portato a rinnegare la propria natura di “Bianco” e a scegliere di diventare “Multicolore”, egli cerca di corrompere anche Gandalf che però rimane integro e paga con la prigionia la sua fermezza. La saggezza secondo la ragione e secondo il mondo trova una corrispondenza nella caratteristica in comune di tutte le figure carismatiche del romanzo, la caratteristica di fallire: Gandalf vuole guidare la Compagnia dell’Anello fino a Mordor per distruggere l’Anello ma scompare all’inizio del viaggio (poi rientrerà in gioco, ma con un ruolo diverso, nel volume successiva), Aragorn che ne prende il posto è talmente preoccupato dal difendere gli hobbit dai pericoli del mondo esterno che non si accorge che la minaccia viene dall’interno della Compagnia (Boromir che vuole portare via a Frodo l’Anello), insomma una cosa totalmente distante da qualsiasi superomismo o utopismo di destra o di sinistra. Dal punto di vista stilistico, forse qualcuno avrà problemi ad accettare lo stile antimoderno di Tolkien, e più di ogni altra cosa i canti e le poesie che sono presenti in enorme quantità nel romanzo, ma mi sento di dire che questo intermezzo contribuisce in modo essenziale al suo senso di profondità spaziale e temporale e al fascino comunicato dall’antichità e dalla solennità di un passato mitico (tutte cose che i romanzi fantasy si sognano). I canti elfici sono veramente in grado di ammaliare e commuovere, con la loro poesia e la loro tristezza, così come i loro reami di sogno (Gran Burrone e Lothlórien) entro i cui confini il tempo sembra non passare mai (tanto che gli hobbit che vi si fermano per un mese sono convinti di avervi trascorso solo pochi giorni, giorni di cui, tra l’altro, non riescono a fare il conto) e il male non esiste: l’unico male è infatti quello che uno si porta dietro e che è portato a rivelarsi per la stessa rovina del suo portatore: incontrare gli elfi significa scoprire se stessi, vedersi svelare i propri pensieri segreti e i propri desideri nascosti, pertanto la loro terra può essere un luogo di guarigione, come lo è per Frodo e Bilbo, o un luogo di dannazione, come lo è per Boromir. Ovviamente, per quanto mi sia dilungato, sono ben lungi dall’aver esaurito i temi di un romanzo del genere, tra i più importanti e amati di ogni tempo...