sabato 30 marzo 2013

Lorenzo Pingiotti - La leggenda nera di Papa Borgia

La recente serie televisiva a base di sangue e sesso incentrata sulla famiglia Borgia, che vede la presenza nientemeno che di Jeremy Irons nei panni di quello che viene generalmente ricordato come il peggior papa di tutti i tempi, ha riportato alla ribalta la figura di Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, pontefice dal 1492 al 1503 e tradizionalmente dipinto (insieme ai suoi figli, soprattutto Cesare e Lucrezia) come sacrilego, incestuoso, avvelenatore e nepotista (forse non tutti sanno però che i Borgia fornirono un altro papa, Alfonso, divenuto Callisto III e papa dal 1455 al 1458). Niente di più falso, come dimostrato da questo libro di Lorenzo Pingiotti che, documenti alla mano, contesta tutte le accuse a lui rivolte (compresa la relazione con Giulia Farnese) e sottolinea come di certo il papa spagnolo non fu di certo un modello di virtù ma non fu nemmeno quel mostro folle e spietato che la leggenda ha tramandato, anzi. Nel conclave dal quale uscì vittorioso (ricordiamo che non era l’ultimo arrivato, avendo egli ricoperto per lungo tempo la carica di Segretario di Stato) non compaiono segni di simonia, insinuati invece subito dai suoi nemici come lo storico Francesco Guicciardini e il cronista Stefano Infessura, politicamente avversi (come la potente Francia) al partito del Borgia e vicini a Giuliano Della Rovere (poi papa Giulio II), senza dimenticare l’opera delle grandi famiglie baronali degli Orsini, dei Colonna, dei Savelli e dei Caetani che si spesero senza sosta nella produzione di libelli, indiscrezioni e calunnie a base di omicidi e orge licenziose (memorabili quelle dell’incesto con la figlia Lucrezia e la vicenda di Djem, lo sfortunato pretendente al trono ottomano venuto in Europa a cercare aiuto contro il fratello e rivale Bajezit e morto di polmonite nel 1495 a Napoli dove si trovava ospite, ostaggio di Carlo VIII, che secondo la “leggenda nera” fu fatto avvelenare dal malvagio pontefice). Ci pensò poi lo storico ottocentesco Ferdinando Gregorovius a impiantare solidamente la leggenda nera borgiana, legittimando l’idea che le sue vicende fossero solo una lunga sequenza di infamie. Da cardinale, Rodrigo Borgia ebbe tre figli dall’amante (Vannozza de’ Cattanei), dal momento che, all’epoca, il cardinalato era da molti considerato una carica amministrativa che poteva essere accolta con il semplice diaconato e non vincolava al celibato. Nepotista lo fu di certo, ma nell’intricatissima politica del Quattrocento era pratica comune, e non solo nella Chiesa. Sicuramente non ricorreva al veleno per risolvere le controversie politiche, tanto più che, quando qualche avversario moriva per le diffuse febbri malariche, era facile dare la colpa al veleno. Personaggio tollerante e frugale (per tutta l’azienda domestica del papa non si spendevano che 700 ducati al mese, spese che Giulio II avrebbe fatto lievitare a 8.000 al mese), attivo sul versante urbanistico, attento ai movimenti monastici, era devoto alla Madonna ed estremamente attento alla liturgia, tanto da invitare i fedeli alla pratica del rosario (allora non molto diffusa) e dell’adorazione eucaristica (a quei tempi ci si comunicava non più di una volta al mese e ci si confessava molto di rado). Lasciava massima libertà alla satira anche nei confronti del pontefice, accolse gli ebrei cacciati dalla Spagna, cerco di contenere e regolare gli abusi dell’Inquisizione spagnola (che mal sopportava), sistemò la contesa ispano-portoghese dopo la scoperta del Nuovo Mondo e fu paziente perfino dinanzi agli attacchi del frate domenicano Gerolamo Savonarola (e non è vero che fu la sua volontà a determinare il golpe cittadino che, nel 1498, mise fino al suo governo e alla sua vita, piuttosto effetto degli odi delle fazioni fiorentine). Si trovò a fronteggiare l’invasione francese di Carlo VIII mentre tutte le signorie italiane si inchinarono e a destreggiarsi nello scontro tra angioini e aragonesi per il possesso di Napoli, puntando esclusivamente a riportare sotto il controllo diretto della Santa Sede il governo dei territori retti dai principi ribelli (e per questo utilizzò il figlio Cesare, detto “il Valentino”, spesso però ingestibile), senza cercare di estendere con l’azione militare i possedimenti della Chiesa oltre i confini che non fossero i propri, preferendo invece creare una cerniera di signorie “cuscinetto” inglobate ma al contempo separate dalle terre soggette al controllo della Santa Sede.

mercoledì 27 marzo 2013

Alexandre Dumas, Roy Thomas, Hugo Petrus - La Maschera di Ferro

Particolare questa graphic novel, scritta da Roy Thomas (un personaggio che non ha certo bisogno di presentazioni nel campo del fumetto) e illustrata da Hugo Petrus per la Marvel, basata sulla conclusione del ciclo dei moschettieri di Alexandre Dumas, in particolare sulla terza e ultima parte del fluviale Il Visconte di Bragelonne. Magari non si distingue per i disegni o i colori e deluderà chi cerca l’originalità a tutti i costi, ma per un appassionato di Dumas è un acquisto fortemente consigliato, dal momento che presenta una vicenda evocativa e poco frequentata (almeno non è il solito I tre moschettieri in una delle sue infinite varianti, spesso fantasiose) e, soprattutto, presenta un buon livello di scrittura, che rispetta il romanzo, il suo senso dell'onore e dell’amicizia, le sue caratterizzazioni e il genio del suo autore (cose che, in definitiva, la fanno addirittura apparire un capolavoro epocale se confrontata con il film L’uomo dalla maschera di ferro con Leonardo di Caprio, sul quale è meglio non spendere una sola parola). Nell’introduzione, Roy Thomas spiega che è ironico che la Marvel abbia realizzato un adattamento di questo romanzo perché, quando nel 1962 avevano creato il più grande cattivo dell’Universo Marvel, il Dottor Victor Von Doom, Stan Lee e Jack Kirby si erano ispirati proprio all’immagine della Maschera di Ferro di Dumas, figura potente e in grado di diventare un’icona anche se nel romanzo originario appare in scena assai di rado, perché Philippe, il tragico fratello gemello di Luigi XIV, indossa il suo elmo di metallo soltanto dopo essere stato inviato dal re in prigione, dopo che il piano di Aramis (il moschettiere più astuto, che ora è vescovo e manipolatore machiavellico) di scambiarlo con il vero monarca è stato smascherato. La vicenda inizia con Aramis e il suo complotto per sostituire il re con il fratello gemello Philippe tenuto segregato alla Bastiglia, sotto falso nome, per motivi politici, anche se la sceneggiatura inserisce nella narrazione dei rimandi a episodi risalenti a opere precedenti del ciclo (la famigerata scena dell’incontro tra d’Artagnan e i tre moschettieri con il consueto triplice duello interrotto dalle guardie del cardinale, ma anche quella di Athos che affronta Luigi XIV riguardo alla relazione del re con Luise de La Vallière, la donna amata da suo figlio Raul, il Visconte di Bragelonne, con Athos che viene quasi gettato a sua volta nella Bastiglia) per permettere a tutti di capire di cosa si sta parlando senza essere costretti a leggere i volumi precedenti. L’intrigo della sostituzione del sovrano è sventato subito grazie a d’Artagnan e soprattutto a Fouquet, l’abile e disinvolto intendente alle finanze al cui si servizio si trova proprio Aramis: il falso Luigi, l’aspirante al trono di Francia, è rinchiuso a vita in una segreta, con il volto imprigionato da una maschera di ferro inamovibile in modo che la fisionomia ne rimanga celata. Fouquet, travolto dall’odio del suo nemico Colbert e, malgrado la prova di dedizione fornita al sovrano in questo frangente, non riesce a riconquistarne il favore e a evitare l’arresto. A espugnare la sua fortezza di Belle-Isle, dove nel frattempo si è rifugiato Aramis in compagnia di Porthos, e a colpire i responsabili del tentativo sedizioso è inviato d’Artagnan il quale, spinto dall’amicizia, cerca di favorire la fuga dei due. L’erculeo e generoso Porthos, al tempo stesso succube, strumento e vittima del sottile Aramis, soccombe schiacciato dai massi di un’esplosione che lui stesso ha provocato, mentre il compagno riesce a mettersi in salvo in Spagna, da dove continuerà  tessere sottili maneggi e intrighi internazionali, e tornerà addirittura riconciliato con Colbert come diplomatico fondamentale per le sorti delle imprese belliche di Luigi XIV. Nel frattempo l’aristocratico Raul, una volta resosi conto dell’impossibilità di coronare il sogno d’amore e non sopportando il pensiero di Louise tra le braccia del sovrano del quale è divenuta l’amante, cerca la morte in combattimento, provocando, così, sia pure indirettamente, quella del padre Athos, che non regge al dolore. Come il romanzo, anche la graphic novel si chiude con la morte di d’Artagnan nei Paesi Bassi, proprio mentre riceve una lettera con la quale Colbert gli comunica la nomina a maresciallo di Francia, il sogno che egli ha accarezzato per tutta la vita. E, per quanto si possa conoscere a menadito il romanzo, la morte dei moschettieri fa sempre venire una stretta al cuore come la prima volta, anche letta in questa versione.