mercoledì 24 luglio 2013

Luciano Canfora - 1914

Dopo i libri su Federico II di Prussia (di Alessandro Barbero) e su Napoleone III (di Franco Cardini), sono ormai arrivato al terzo volume della collana Sellerio "Alle otto della sera”, che raccoglie le conversazioni tenute alla radio da noti studiosi nell'omonimo programma di RadioDue. Lo stile del libro è quello classico della collana (anzi, è proprio quello che stabilisce le linee guida della collana, dal momento che è il primo): una prosa semplice e colloquiale, che riproduce il tono delle conversazioni radiofoniche, con un taglio divulgativo ma non banale. Questa volta porta però la firma di Luciano Canfora, noto soprattutto come antichista e studioso di tematiche legate al mondo classico (greco e romano), ma è dedicato a un ambito del tutto diverso: l’anno dello scoppio di una delle più grandi follie della storia, la Prima Guerra Mondiale (scoppiata, per l’appunto, nel 1914, e non, come spesso pensiamo provincialmente noi, nel 1915, cioè quando vi partecipò anche l’Italia). E si rivela una scommessa interessante che rende il libro senz’altro meritevole di attenzione: Canfora mette infatti a frutto le sue conoscenze della storiografia greca (in particolar modo di Tucidide, con molti riferimenti alla Guerra del Peloponneso) per raccontare le ragioni di quel conflitto e gli scenari europei, distinguendo tra pretesti e cause profonde. L’attentato mortale di Sarajevo all’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando (incidente che avrebbe potuto essere risolto da negoziati diplomatici, tanto che lo stesso Kaiser tedesco Guglielmo II ebbe un atteggiamento iniziale molto possibilista) fu infatti il mero pretesto per scatenare una guerra di portata mondiale che covava ragioni molto più profonde (le tensioni tra le grandi potenze europee per la spartizione coloniale dell’Africa, la volontà di potenza del Reich germanico, il mai sopito spirito revanscistico francese nei confronti di Alsazia e Lorenza, le spinte indipendentiste che mettevano a repentaglio l’impero asburgico, le guerre balcaniche, la fallita rivoluzione russa del 1905), con l’ovvia conclusione che la responsabilità della Grande Guerra andrebbe egualmente suddivisa tra tutti i partecipanti, al di là della solita propaganda che, da allora in poi, ha preferito attribuire ogni colpa alla Germania, così come non regge la riduzione propagandistica che ha dipinto la guerra come lo scontro tra le democrazie contro gli imperi centrali (nella democratica Gran Bretagna potevano votare solo i possessori di casa o gli intestatari di affitto, mentre nell’autoritario Reich tedesco c’era il suffragio universale maschile). L’autore si avvale di testi celebri, anche letterari (Thomas Man e Conan Doyle), per raccontare il clima dell’epoca, e racconta fatti noti e meno noti, ricostruendo l’intricata tela delle trame diplomatiche che portarono alla dissoluzione di quei valori culturali che avevano accompagnato l'espansione borghese nell'Ottocento. La guerra, nonostante la molteplicità delle forze politiche coinvolte, fu la matrice della trasformazione radicale del continente europeo e della sua involuzione autoritaria (che prese le mosse non solo dai suoi esiti, ma s’impose sin dal suo scoppio, come un vero e proprio colpo di stato antidemocratico), con l’affermazione di poteri diversi dai parlamenti e dai governi (basti pensare a quello dell’alto comando in Germania, che non smetterà mai di fare politica, neanche nel Dopoguerra, come nel caso del generale Erich Ludendorff, che appoggiò il Putsch di Hitler a Monaco di Baviera, o del maresciallo Hinenburg, capo del Partito della Patria, primo esperimento di partito reazionario di massa). 1914 come anno spartiacque, dunque, cesura epocale tra la pace goduta fino a quel momento dal Continente dal 1871 e quel lungo processo che è stato definito definito la “guerra civile europea”, che sarebbe durata oltre un secolo se si considera una preparazione alla Prima Guerra Mondiale, la Seconda come un prolungamento della Prima e la Guerra Fredda un prosieguo di sostanziali ostilità che si sarebbe fino al 1989 e alla caduta del Muro di Berlino (contraddicendo quanto detto da Ernst Nolte in Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile europea 1917-1945, che cioè la data d’inizio della "guerra civile europea" è il 1917, cioè la rivoluzione bolscevica, di cui il nazismo sarebbe stata una reazione).

sabato 6 luglio 2013

Alan Lee - Il Signore degli Anelli. Schizzi e bozzetti

I fanatici di Tolkien hanno imparato ad amarlo, grazie alla sua edizione illustrata del Signore degli Anelli e al suo lavoro per la trilogia cinematografica di Peter Jackson: in questo volume, che contiene una prefazione nientemeno che di Ian McKellen e comprende più di 150 bozzetti e i primi disegni concettuali che illustrano le fasi di lavorazione, oltre a 20 tavole a colori a pagina intera, il grande illustratore Alan Lee svela le tecniche che ha utilizzato per dare vita ai suoi incredibili ed evocativi acquerelli. Il suo tratto leggero e appena accennato ci introduce alla scoperta delle linee guida per le prospettive, le bozze per la realizzazione delle pose, dei volti e degli abiti dei personaggi. L’ordine delle illustrazioni segue le ambientazioni del libro e dei film, in ordine cronologico, e numerosi sono gli esempi di dettagli per decorazioni architettoniche e arredamenti creati appositamente per di Gran Burrone, la reggia di Meduseld e il palazzo di Minas Tirith, che magari sono passate inosservate all’occhio più distratto ma che invece sono fondamentali per conferire profondità e storicità al tutto. I suoi sono disegni magici, capaci di condurre, è proprio il caso di dirlo (per quanto forse sia una frase abusata), in un universo parallelo dove l’immaginazione si fa realtà. A compendio del tutto, ogni pagina offre spiegazioni dello stesso Lee, sempre prodigo di dettagli nello sviscerare ogni suo punto di vista, le sue ispirazioni (sempre sostenute da un solido bagaglio culturale, storico, mitologico e folklorico), il suo lavoro sul set in Nuova Zelanda (che lo ha impegnato per ben sei anni) e la sua predilezione nel ritrarre la natura, a cui spesso dona più vita che agli esseri umani. Peccato per alcune sbavature a livello di traduzione, specie nei plurali, che hanno portato a lasciare in inglese molti termini che si sarebbero benissimo potuti rendere in italiano (i “Geats” del Beowulf sono sempre stati tradotti “Geati” in Italiano, per non parlare dei  “folletti nella grotta di Santa”, che altri non sono se non “i folletti nella grotta di Babbo Natale”).

mercoledì 3 luglio 2013

Francis Scott Fitzgerald - Il grande Gatsby

L’unico merito dell’assai deludente film Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann è stato quello di riportare alla ribalta l’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, simbolo dei ruggenti e spensierati Anni Venti nonché affresco drammatico del sogno americano e dei suoi aspetti più tetri. Racconta l’infelice storia di Gatsby, divenuto ricchissimo dopo la Prima Guerra Mondiale e tormentato dall’amore per la sua antica innamorata Daisy, che non ha saputo aspettarlo e a sposato un altro, Tom Buchanan: riesce a riconquistarla, ma quando la donna uccide incidentalmente l’amante del marito, Gatsby la protegge e ci rimette la vita. Il romanzo è narrato in prima persona dal vicino di casa di Gatsby, Nick Carraway, che si è appena trasferito a New York dal Midwest per lavoro (sono gli anni del boom finanziario) ed è affascinato dal miliardario e diventa suo amico durante i tre mesi estivi durante i quali è ambientata la vicenda. Lo conosce durante una delle sue favolose feste che offre nella sua casa di Long Island e a cui tutti vogliono partecipare: infatti, Nick entra in contatto con Gatsby proprio attraverso questa fauna di persone leggere che passano da una festa all’altra. Come per tutti i personaggi di un certo spessore, per creare una certa aspettativa, l’entrata in scena di Gtsby viene volutamente ritardata e anticipata da alcune misteriose voci sul suo conto (si mormora che abbia fatto la spia per i tedeschi durante la guerra, che abbia ucciso un uomo e che si sia arricchito contrabbandando alcolici. Pur dotato di un’innegabile presa sugli altri (indimenticabile il suo “vecchio mio” con cui si rivolge al prossimo), Gatsby è un uomo che non è mai quello che sembra e che è difficilmente leggibile dagli altri: ex studente di Oxford, proveniente da una famiglia di contadini falliti del North Dakota, intraprendente e capace di farsi da solo accumulando una grande ricchezza mediante l’utilizzo di mezzi leciti e illeciti (anche se i sospetti non vengono mai fugati), è potente e rispettato ma vive costantemente nel passato, nella convinzione di poter ora ambire a conquistare Daisy, descritta fin dalle prime pagine come una donna bella, triste, frivola, viziata, instabile, madre di una figlia di tre anni marginale tanto nei suoi pensieri quanto lo è nella trama del romanzo, in ultima analisi espressione di quel mondo vuoto e scintillante (di cui fa parte anche suo marito Tom) che Gatsby non riuscirà mai a penetrare («Erano persone sventate, Tom e Daisy… distruggevano cose e creature, e poi si ritraevano nei loro soldi, o nella loro sventatezza, o nell’elemento, qualunque fosse, che li teneva insieme, e lasciavano gli altri a ripulire il macello che avevano fatto…»). Da sottolineare la presenza costante dei segni della modernità (soprattutto l’automobile e il telefono) e una galleria di personaggi indimenticabili, come Jordan Baker, golfista di professione e inveterata disonesta («si sentiva più al sicuro a un livello in cui qualsiasi infrazione alle regole sarebbe stata ritenuta impossibile»), e Meyer Wolfsheim con i suoi peli delle narici tremolanti, che si dice abbia truccato le World’s Series del 1919.

lunedì 1 luglio 2013

George R.R. Martin - Tempesta di spade

 
Di recente, sul Corriere della Sera, il critico Aldo Grasso ha detto che, a proposito della terza serie Il trono di spade, “raramente si è visto un racconto tv così imponente, un fantasy riveduto e corretto da un drammaturgo shakespeariano, un apologo sul potere, inteso come forza dirompente che regola i destini dell’umanità dai suoi primordi sull’amore, sul tradimento, sulla fedeltà”, aggiungendo, sulla televisione online della stessa testata, che la serie utilizza la cornice di un mondo fantastico per rappresentare gli archetipi del potere (il sesso, la crudeltà, le guerre), con cui tutti noi dobbiamo fare i conti. Mi sembra una descrizione azzeccata per descrivere il romanzo da cui questa terza serie è stata tratta, Tempesta di spade di George R.R. Martin, anche se, mi si permetta di dirlo, l’attenzione che si è creata intorno a questo autore e a tutto quello che ha scritto è esagerata (è inevitabile che la sovraesposizione mediatica porti fortuna anche a lui, specie in Italia, dopo che per una decina d’anni i suoi romanzi sono rimasti a prendere polvere sugli scaffali delle librerie, ma le cose vanno così). Io stesso l’ho scoperto in concomitanza della prima serie televisiva, quindi posso dire la mia fino a un certo punto. Per avvicinarmi all’esperienza di lettura originale ho deciso di affrontare questo pachidermico volume (oltre 1.200 pagine) in un’unica soluzione, leggendomi i due volumi dell’edizione Urania nella criticatissima traduzione di Sergio Altieri (e con delle copertina davvero inguardabili), senza seguire la spezzettatura effettuata da Mondadori su tutti i volumi della saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco che in questo caso ha portato questo capitolo a essere diviso addirittura in tre libri (Tempesta di spadeI fiumi della guerra e Il portale delle tenebre). Chi conosce gli altri romanzi della saga sa già esattamente cosa aspettarsi: intrighi, macchinazioni, genealogie, casate, alleanze, vendette, complotti, assenza di morale, morti improvvise, personaggi insignificanti che improvvisamente diventano fondamentali, il tutto attraverso la tecnica dei punti di vista che fa narrare le vicende a partire da un personaggio, da quello che fa, che dice e, soprattutto, che pensa, in capitoli collegati spazialmente e contenutisticamente posti anche a grande distanza l’uno dall’altro e che non hanno quasi nulla a che fare con quelli dei precedenti e dei successivi (è il caso di Daenerys Targaryen, che se ne sta con i suoi tre draghi dall’altra parte del mare e si procura un esercito di schiavi invincibili che non sentono il dolore per riconquistare il trono). Non tutto è così esaltante (la parte di Bran e di suo fratello Rickon che vagano per i boschi del nord in compagnia di Jojen Reed per scoprire i poteri da metamorfo dello stesso Bran è decisamente noiosa, mentre quella che vede il valoroso Davos Seaworth opporsi alla sacerdotessa rossa Melisandre per salvare la vita di un bastardo del vecchio re Robert Baratheon è priva di mordente) e il comportamento dei personaggi non è sempre così facile da decifrare (Jon Snow è spesso imperscrutabile per come si getta tra le braccia dei Bruti a nord della Barriera fingendo di tradire i suoi confratelli Fratelli della Notte e, soprattutto, per come li abbandona subito dopo), inoltre dopo tre volumi di dimensioni assai ragguardevoli non si è ancora capito il ruolo degli Estranei (sorta di non morti dei ghiacci), però la trama (già pensata come prodotto seriale) è ben congegnata e gli elementi fantasy cominciano a essere più consistenti (i giganti tra i Bruti, Lord Beric Dondarrion che resuscita ogni volta che muore grazie alle arti del Prete Rosso sacerdote del dio del fuoco R’hollr, e Catelyn Stark che torna dai morti nelle ultime pagine). Qualcosa si comincia a scoprire (in primo luogo che il tentativo di uccidere Bran nel primo libro è stato ordito da Jeoffrey, che l’avvelenamento del Primo Cavaliere Jon Arryn è stato ordito dal perfido Ditocordo e realizzato dalla sorella squilibrata di Catelyn), scorre parecchio sangue (le Nozze Rosse che vedono il massacro del clan degli Stark, la bella Ygritte che muore nell’assalto alla Barriera tra le braccia del suo amato Jon Snow, l’assassinio dell’insopportabile re despota Jeoffrey al suo banchetto nuziale, e il nano Tirion che alla fine si vendica di padre e amante facendoli fuori in un colpo solo) e alcuni personaggi si rivelano diversi da quello che credevamo (Jaime Lannister, al quale viene mozzata una mano, si dimostra addirittura cavalleresco salvando Brienne di Tarth e in qualche modo affezionandosi a lei), mentre si assiste al progressivo crollo delle due casate principali, gli Stark e i Lannister, entrambe vittima dei loro stessi errori: gli Stark per l’errore di re Robb di essersi voluto sposare per amore contravvenendo ai patti dinastici presi in seguito a un’alleanza militare, i Lannister (che a un certo punto sembrano gli assoluti padroni del mondo occidentale) per la troppa sicurezza e le ambizioni incontenibili dei suoi membri (il padre Tywin che ignora le richieste di Jaime imponendo il suo volere e che cerca di sbarazzarsi del figlio Tirion facendolo accusare dell’omicidio di Jeoffrey, e Cersei che denigra il fratello-amante Jaime facendolo rivoltare contro il padre). Come sempre, il personaggio più simpatico è il povero nano Tirion, che dopo aver salvato la capitale dall’invasione si ritrova esautorato e senza potere dall’arrivo del padre che lo disprezza e lo costringe a sposare Sansa Stark, la quale a sua volta prova orrore per il suo essere nano, e poi viene accusato dell’omicidio del nipote, processato e condannato con la testimonianza della sua amante. Comprensibile che alla fine perda la pazienza…