martedì 22 ottobre 2013

Federico Di Vita - Pazzi scatenati. Usi e abusi dell'editoria

Stage non retribuiti, promesse di assunzione che non si avverano mai con pagamenti per prestazioni di lavoro occasionale di 350 euro al mese e che si realizzano solo a fronte di qualifiche inventate a seconda della convenienza (spesso mentendo sui titoli di studio), orari lavorativi estranei a qualsiasi concetto di salute del dipendente (si parla di 11/12 ore al giorno), stipendi non pagati fino a un totale di 9 mensilità comprensivi di rimborsi sulla dichiarazione dei redditi (come avvenuto nel mio caso), contributi non versati senza minimamente avvisare i diretti interessati, TFR intascato dall’azienda alla cessazione del rapporto di lavoro, il tutto condito da piagnistei, sceneggiate ed edificanti discorsi di morale dickensiana (per tacere delle accuse di scorrettezza che ci si vede rivolgere): senza fare nomi e cognomi, nella mia carriera di redattore editoriale mi sono imbattuto in queste e altre amenità, ampiamente e incredibilmente tollerate e considerate la normalità in un Paese (l’Italia) senza più pudore, con piccoli editori che, a parole, si considerano eroi virtuosi che combattono contro i mulini a vento e i grandi gruppi editoriali ma che, in realtà, sono degli oscuri personaggi che vivono al di sopra delle loro possibilità e praticano consapevolmente l’usanza di sfruttare la gente (una generazione di precari che, se proprio va bene, comincia a vedere dei contributi dopo i trent’anni, se nel frattempo non si è stufata). Potete quindi capire quanto mi sia emozionato nello scoprire che a tutte queste cose è stato dedicato un libro, Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria, firmato da tal Federico Di Vita, ex lavoratore nell’editoria che ha deciso di uscire (letteralmente) dal settore rendendosi conto che non era una professione sufficiente per mantenersi e di scrivere un libro per capirne le ragioni. La sua è un’inchiesta condotta a partire dal materiale raccolto dall’esperienza ma anche e soprattutto da interviste a diversi professionisti del settore (librai, tipografi, editor, uffici stampa, promotori e distributori), che prende in esame tutti gli aspetti della galassia editoriale, fino alle ultime frontiere dell’ebook (ancora un oggetto piuttosto misterioso e dalle possibilità inesplorate) e del self-publishing (la vecchia pubblicazione a pagamento che negli ultimi anni è diventato il nuovo fenomeno lucrativo sul quale si sono buttati tutti i grandi gruppi), ma che ha il pregio di venire presentata in forma satirica (a partire dalla copertina porno-vintage rielaborata in chiave surreale e dalla definizione sul retro “Il libro marroncino dell’editoria italiana”) e inframmezzata dalle surreali avventure di Vero Almond, protagonista di un crudele apprendistato, per conto dell’FBI, in una casa editrice fittizia (la Big Babol) che fa di tutto per non sembrare tale (espediente che ha dato all’autore la possibilità di prendere in giro l’ambiente senza il rischio di imbattersi in denunce). Già dalle prime righe dell’introduzione, con la denuncia di una del giro («Niente, li chiamo tutti i giorni e s’inventano scuse e mi dicono no, guarda, davvero, noi vorremmo pagarti, ci svegliamo la mattina ed è la prima cosa a cui pensiamo [paghiamola!] però il commercialista ha la suina e la nonna è morta e poi l’editore è partito, è in Nepal… Li odio!»), ho capito che questo libro faceva per me, e non ho potuto fare altro che amarlo, addirittura rimpiangendo di non essere stato contattato per lasciare anche la mia testimonianza (un intervistato ha dichiarato: «Dal punto di vista umano, be’, il sottobosco editoriale italiano è un circo, a tutte le latitudini. Divertente per un anno, poi ti invecchia la pelle». Non sapete quanto ha ragione). Di Vita parte dal presupposto che l’editoria è un settore che infiamma i cuori (grazie alla passione per i libri della gente) e che gioca proprio su questo per tirare avanti, talvolta in maniera anche sinistra. Questo perché tanti di quelli che aprono delle case editrici sono dei cialtroni inconsapevoli che, oltre a dare un taglio assurdo alla loro proposta editoriale e a non capire come funziona il mercato, se non trovano la loro gallina dalle uova d’oro o un segmento di mercato reamente redditizio, finiscono inevitabilmente per sfruttare la gente e per fallire, soprattutto in un mercato saturo come quello italiano, inflazionato da 160 nuove uscite al giorno. I cinque grandi gruppi editoriali (Mondadori, RCS, GeMS, Giunti e Feltrinelli) conquistano tutto il mercato, in modo monopolistico, controllandone tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, dalla promozione alle librerie, una cosa che sarebbe impossibile negli Stati Uniti, dove l’Antitrust lo vieterebbe, ma non in Italia, dove manca una politica a sostegno del libro (tanto quanto mancano i controlli: «Sarebbe sufficiente – dice Di Vita – partire dai siti Internet: quando alla voce CHI SIAMO delle piccole case editrici figurano cinque, sei, sette, dieci persone, basta una verifica della finanza. Quella gente sarà tutta in nero, o non sarà pagata, e quella casa editrice va fatta chiudere, perché è una metastasi del cancro che sta fiaccando la nostra società»). Negli ultimi 15 anni le case editrici sono più che raddoppiate (arrivando a quota 7.009, a fronte di una costante diminuzione delle librerie, ormai sostituite dalle librerie di catena), offrendo una valvola di sfogo a laureati in lettere che non sapevano dove sbattere la testa e che si illudevano così di trovare un lavoro, creando così un “precariato cognitivo” e una mentalità (di per sé aberrante) per cui lavorare in campo culturale sembra non essere un vero lavoro, mentalità che, paradossalmente, si è consolidata proprio grazie agli stessi precari che si sono convinti che passare per queste aziende abbia senso e rappresenti una possibilità lavorativa in prospettiva e che sia una scuola di formazione, mentre in realtà non è affatto così. Basterebbe anche solo la constatazione che spesso gli editori ormai trascurano la lettura delle proposte che gli vengono inviate scaricandola sugli ultimi arrivati, i più inesperti e meno preparati: una logica che si è ormai impadronita anche delle case editrici più grandi, le quali sfruttano con perizia diabolica i meccanismi che consentono l’eterna rotazione degli stage e che non hanno né tempo né voglia di insegnare qualcosa ai tirocinanti, accontentandosi che questi svolgano approssimativamente una parte del lavoro. Senza accorgersi che, in questo modo, si è finiti per abbassare la qualità e incentivare l’idea che il libro non sia un oggetto di valore al di là dell’orizzonte (piatto) della merce. Di Vita non si limita però a sfogarsi: alcuni capitoli, come quelli sul problema della distribuzione, sul diritto di resa, delle librerie indipendenti e di quelle in franchising o di catena (nelle quali il libraio non diviene più padrone di esporre quello che ritiene più meritevole), e sulla teoria e sulla pratica del livellamento editoriale (quel fenomeno che porta moltissimi libri stranieri a essere tolti dal loro contesto d’intrattenimento o di consumo e proposti in Italia in chiave “alta” alla pari di altri romanzi, attraverso un’operazione di nobilitazione) sono interessantissimi. È un libro davvero meritevole di attenzione: peccato solo per il comparto di note esorbitante, talvolta soverchiante. Inquietante, infine, la propensione ai sermoni promozionali dell'intervistato della Newton Compton.

domenica 20 ottobre 2013

Marjane Satrapi - Persepolis

Persepolis dell’iraniana (naturalizzata francese) Marjane Satrapi è la prova che si può fare (grande) letteratura anche con un fumetto. Anzi, una graphic novel (i cui quattro capitoli sono stati riuniti in quest’edizione Rizzoli Lizard) che, per una volta, non è stata guardata con snobismo, ma anzi è stata acclamata e pluripremiata a livello internazionale (in Francia all’autrice sono stati dedicati servizi televisivi in prima serata, interviste e recensioni su giornali e riviste, proprio un altro mondo). È un vero e proprio romanzo di formazione, che fa di una ragazza iraniana di buona famiglia il punto di osservazione privilegiato per raccontare la storia (e la tragedia) di un popolo e di un Paese, l’Iran, dalla caduta dello scià nel 1978 all’affermazione della teocrazia degli ayatollah. L’infanzia trascorsa a Teheran, con la scoperta delle torture inflitte ai parenti comunisti; la presa del potere da parte dei fondamentalisti, la limitazione delle libertà di pensiero e di espressione e l’obbligo per le donne di portare il velo (per farsi un’idea di quanto da quelle parti fossero nei guai, basti pensare che un poster di Kim Wilde rappresentava la libertà); la futile e tragica guerra con l’Iraq e la paura quotidiana per i bombardamenti; le torture e l’assassinio degli esponenti di sinistra che avevano contribuito alla rivoluzione; l’adolescenza trascorsa in esilio a Vienna, dove viene mandata in un liceo francese, a contatto con un Occidente razzista e non meno disumano dell’Oriente dal quale è fuggita via (e che almeno ha il riparo sicuro della famiglia); il ritorno in Iran con un matrimonio fallimentare («Di punto in bianco ero “una donna sposata”. Non ero stata in grado di sottrarmi al sistema che in cuor mio avevo sempre rifiutato») e lo scontro sempre più duro con l’integralismo e il fanatismo; la partenza definitiva per Parigi. Alla continua ricerca di un’identità personale e nazionale, la protagonista è doppiamente esclusa, sia nel proprio Paese dove è troppo indipendente per venire tollerata, sia all’estero dove viene vista come un’immigrata («Ero un’occidentale in Iran, un’iraniana in occidente. Non possedevo alcuna identità. Non sapevo neppure per cosa vivere»): la povera Marjane (che di suo è un bel tipino, ha la lingua lunga e disserta di politica e filosofia) è costretta a crescere in fretta, e a farlo spesso da sola, scoprendo che le questioni di cuore affrontate in solitudine sono spesso più drammatiche di una guerra affrontata con la propria famiglia accanto. Persepolis non è però un pamphlet di propaganda e neanche un’opera di denuncia: il tono dell’autrice non è mai lamentoso e, anzi, sa mantenere un tono di ironia pungente e leggerezza surreale anche quando affronta la morte, i dolori e la separazione (la piccola Marjane parla con Dio, ma lo allontana rifiutandosi di parlargli ancora quando le cose nella sua vita cominciano ad andare male), evitando ogni pesantezza didascalica o predicatoria e affidando alla figura straordinaria della nonna (quella che ogni mattina s’infila del gelsomino nel reggiseno per profumarsi) il compito di ribadire il valore della libertà, della coerenza e dell’integrità. Altrettanto indimenticabili sono i due genitori, liberi, combattivi ma sempre presenti e disposti ad aiutare. Il disegno essenziale e minimale, in bianco e nero, un po’ astratto ed elegante insieme, dà al racconto il tono di una favola senza tempo.

venerdì 4 ottobre 2013

Jonas Jonasson - Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Contrariamente a quanto si pensa, che cioè in Svezia siano tutti depressi e inclini al suicidio, che gli uomini odino le donne e che il mercato scandinavo ci offra solo thriller a tinte fosche, ecco il libro che non ci si aspetta. Ce lo regala Jonas Jonasson e, a partire dalla meravigliosa copertina (raffigurante un vecchietto vestito di rosa con la dinamite nel taschino e accanto una testa di porcellino), si presenta subito come un romanzo solare e spensierato, pieno di quell’umorismo folle e quell’idea della fuga attraverso avventure incredibili che aveva fatto la fortuna del bellissimo L’anno della lepre di Arto Paasilinna. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve racconta la storia di tale Allan Karlsson che, il giorno del suo centesimo compleanno, nel 2005, per sfuggire alle restrizioni alcoliche impostegli dall’abominevole infermiera Alice, scappa dall’ospizio nel quale è rinchiuso saltando dalla finestra. Alla stazione degli autobus di Malmköping s’imbatte nel violento membro di una gang criminale (i Never Again) che gli dice di guardargli la valigetta mentre lui va in bagno, ma all’arrivo dell’autobus Allan prende la valigetta (con la speranza di trovarci dentro delle scarpe, da mettere al posto delle ciabatte dell’ospizio) e sale a bordo. La storia principale è costituita quindi dall’incontro dell’apparente inoffensivo Allan (che intanto scopre che la valigetta contiene 52 milioni di corone svedesi) con una serie di spassosi e improbabili amici (un truffatore che abita una stazione abbandonata, una contadina scurrile che vive con un elefante e il proprietario di un chiosco che si è quasi laureato in qualsiasi disciplina) che lo aiutano a scappare dalla banda di criminali sulle sue tracce per recuperare il denaro, la quale a sua volta è seguita dalla polizia che pensa che il vecchietto sia stato rapito, con una serie di morti apparentemente senza senso (la cosa si fa ancora più ingarbugliata e grottesca quando si scopre che il capo della gang è un vecchio amico del fratello del proprietario del chiosco). La costruzione è però originale, perché la vicenda principale viene inframmezzata da lunghi flashback che raccontano i vari periodi della vita avventurosa di Allan: incomincia a lavorare in una fabbrica di esplosivi, diventa un bravissimo dinamitardo, finisce in manicomio e internato in un gulag, va in Spagna, in America, in Cina, in Russia e in Corea, contribuisce alla costruzione della bomba atomica, sventa un attentato a Churchill, diventa una spia, causa il collasso del blocco sovietico, riesce a salvarsi in qualsiasi situazione avversa e incontra un sacco di persone famose (l’inventore delle uova Fabergé, il generalissimo Franco, Roosevelt, Truman, Stalin, Breznev, Mao Tse Tung e Chiang Kai-shek con le rispettive mogli, Kim Il-sung e suo figlio undicenne Kim Jong-il), il tutto senza rendersene praticamente conto, un po’ come Forrest Gump. Ecco, è come se questo libro fosse una riedizione di Forrest Gump riscritta da Paasilinna, con l’aggiunta di un umorismo demenziale alla Monty Python (alcune trovate sono geniali, basti pensare al fratello scemo di Einstein, al pastore anglicano convinto di diffondere l’anglicanesimo in Iran dando appoggio ai rivoluzionari comunisti, a Stalin perennemente ubriaco che parla di sé in terza persona, o ai cinquecento chili di bibbie in edizione di lusso rovinate dall’errore di stampa “Qui finisce l’avventura del signor Bonaventura”), senza tenere conto di patetismi o lezioni esistenziali, e per questo non è da prendere troppo seriamente (non so proprio chi potrebbe scandalizzarsi nel trovare il nostro Allan consigliare addirittura a Oppenheimer come controllare la detonazione dei nuclidi nel bel mezzo di un summit di scienziati atomici di livello mondiale). Il protagonista creato da Jonasson è un uomo semplice, senza pretese e senza ambizioni, convinto che la politica è una cosa da evitare perché non porta mai a nulla di buono e che non bisogna mai fidarsi dei preti e di chi non beve acquavite («e se ti capita di incontrare un prete che non beve acquavite, meglio scappare a gambe levate»), che accetta tutto quello che la vita gli offre con serenità, umiltà e spesso ingenuità, si accontenta di farsi qualche bella sbornia ogni tanto, si svincola da ogni accadimento e riesce sempre a farla franca grazie all’astuzia, a un bel pizzico di fortuna e alla stupidità della controparte. Stilisticamente, non tutto quadra alla perfezione: la trama principale nel presente dopo la metà diventa sempre più esile (salvo riprendere brio con l’interrogatorio del GIP e nello spassosissimo finale a Bali) mentre i flashback prendono sempre più il sopravvento, ma ci si passa volentieri sopra. A stupire è la capacità di Jonasson di riuscire a ridere (con garbo, evitando le sguaiatezze) delle dittature e delle ideologie del Novecento, a dispetto della loro isterica follia (questa sì ricreata alla perfezione). Una bellissima sorpresa, premiata dalle vendite per giunta.