domenica 21 dicembre 2014

Christophe Arleston, Alessandro Barbucci, Nolwenn Lebreton - Ekhö – Mondo Specchio. New York - Parigi

La vicenda del personaggio catapultato in una realtà alternativa che è anche specchio del nostro mondo è un cliché abusato nella letteratura o nel cinema (basti pensare ad Alice nel paese delle meraviglie) e ritorna declinato in chiave fantasy in questo fumetto francese assolutamente fantastico a firma di Christophe Arleston (testi), Alessandro Barbucci (disegni) e Nolwenn Lebreton (colori), pubblicato in un elegante cartonato dalla BAO che, dopo la pubblicazione della saga della Lega degli straordinari gentlemen e di Bone, a mio avviso non sbaglia veramente un colpo. Ekhö – Mondo Specchio è un mondo parallelo al nostro nel quale si ritrova catapultata la giovane Formicola Grattuglia, una ragazza spigliata e decisamente piacente (bionda, longilinea e dotata di un davanzale di tutto rispetto) a cui, su un areo di linea da Parigi per New York destinato allo schianto, appare uno scoiattolo che le annuncia di essere entrata in possesso dell’eredità di una zia morta (da vent’anni nel mondo reale): una bizzarra agenzia di artisti. Insieme a Formicola, si ritrova a Ekhö anche il suo vicino di posto, l’impacciato Yuri Podrov, che la aiuterà a districarsi in questo mondo bizzarro, colorato, eccentrico, steampunk e burlesque, dove sono presenti i nostri stessi Paesi, le nostre stesse città (in questo caso, New York e Parigi) e perfino gli stessi monumenti (con qualche piccola differenza: la Torre Eiffel, per esempio, è fatta di pietra e legno), ma dove non esiste l’elettricità e i mezzi di trasporto sono costituiti da draghi e insetti giganti (i vagoni della metro sono trasportati da millepiedi giganti). L’ordine e l’equilibrio di questo cosmo è mantenuto dai Preshaun, creature molto piccole simili a scoiattoli che devono ricorrere a quotidiane dosi di tè per evitare di trasformarsi in mostri fuori controllo. Formicola scoprirà ben presto di avere la capacità di essere posseduta dallo spirito di un defunto (la zia Odelalia nella prima storia, il principe francese Antone nella seconda) che si impadronisce della sua personalità fino alla soluzione del mistero della propria morte. Tra spogliarelliste che si sballano con saliva allucinogena di rospo e poliziotti farseschi, la sceneggiatura dosa perfettamente humour e colpi di scena, con dialoghi spigliati e vivaci, mentre i disegni sono curatissimi e dettagliatissimi sia per quanto riguarda le incredibili architetture cittadine, sia per quanto riguarda il character design, che riesce a comunicare perfettamente la malizia e la voluttuosa morbidezza di Formicola e delle procaci stripper, evocando un lieve ma conturbante erotismo che fa dell’opera una lettura destinata ai più grandi. Se vogliamo trovare un piccolo difetto, possiamo dire che le due storie di cui si compone il volume potevano essere sviluppate di più, ma è un particolare di poco conto visto che la vicenda non è autoconclusiva. Da leggere assolutamente.

lunedì 8 dicembre 2014

Paolo Gulisano, Elena Vanin - La mappa de Lo Hobbit

Ne ho già parlato QUI due anni fa ma ora che l’ho riletto, alla vigilia dell’uscita del capitolo finale della nuova trilogia di Peter Jackson, confermo la bontà di questo volumetto di Paolo Gulisano (corredato di una mappa di Elena Vanin, dipende dai punti di vista) dedicato a Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien. Non è lungo (una settantina di pagine) ed è di facile lettura, ma allo stesso tempo non è per niente superficiale o facilone: anzi, nella sua analisi di personaggi, ambienti e creature incontrati nel romanzo, inserisce ogni particolare nel contesto più ampio del Legendarium tolkieniano, pur con gli opportuni distinguo (gli elfi de Lo Hobbit sono un po’ diversi da quelli del Signore degli Anelli, perché “scherzosi e un po’ leggeri, forse per adeguarli al clima e allo stile da favola per bambini che Tolkien aveva intrapreso”), perché non bisogna dimenticare che stiamo pur sempre di un antefatto a quell’altra cosa lì (Il Signore degli Anelli) e che lo stesso Tolkien “lascia intuire che sullo sfondo di questa storia iniziata come una fiaba c’è un mondo molto più grande e scenari oscuri”. Pur senza dimenticare un approccio cristiano (basti citare i collegamenti della Montagna Solitaria del drago Smaug con la Grotta di Betlemme, “dove la Divinità divenne persona”, e il Santo Sepolcro, “dove la Vita sconfisse la morte”), Gulisano affronta, attraverso il topos del viaggio (verso Oriente), il valore universale della vicenda di Bilbo Baggins, un hobbit sedentario a cui piace mangiare, dormire, fumare la pipa e fare anelli di fumo, che si ritrova coinvolto in un’avventura piena di insidie e molto più grande di lui, ma che tuttavia, nonostante le molte perplessità e difficoltà, mostra tutte le sue qualità e non si tira mai indietro. Anzi, progressivamente la sua identità comincia ad affinarsi, a prendere consistenza e consapevolezza di sé, tanto che, al cospetto di Smaug, Bilbo ripete l’esperienza fatta con Gollum di una conversazione fatta per enigmi, con la differenza che, mentre in quel caso se l’era cavata assistito dalla buona sorte, questa volta è un interlocutore molto più pronto, più abile e sicuro di sé. Gulisano sottolinea le caratteristiche tra Bilbo e Tolkien (“persone rispettabili con una discreta posizione sociale, ma con qualche segreta inclinazione all’avventura, al sogno, per entrambi ereditata per via materna”) e di Gandalf, un po’ angelo custode, un po’ dio Odino, un po’ Mago Merlino e un po’ santo eremita evangelizzatore delle Isole Britanniche, che accompagna in questo cammino di ricerca della Verità, “magari spesso allontanandosi, scomparendo per interi periodi, durante i quali nessuno sa dove si trovi, [...] costantemente in movimento, [...] in cerca di alleati per la buona battaglia, di anime giuste, buone e coraggiose”. Perché, in questo viaggio da affrontare “senza mai deviare, pena lo smarrimento della giusta via”, c’è sempre la possibilità di ritrovare il giusto sentiero, magari grazie all’intervento di un aiuto provvidenziale. Così possiamo dire che alla fine, se non vince direttamente la sfida con il mostro, Bilbo dimostra di poter affrontare e superare ogni sfida della vita, acquisendo una profonda maturità, che non avrebbe mai potuto ottenere restando nella sua pigra esistenza nella Contea ignorando la chiamata all’avventura.

domenica 7 dicembre 2014

Luca Marchetti (a cura di) - True Detective. Viaggi al termine della notte

Che la serialità televisiva americana sia ormai paragonabile se non addirittura superiore alla migliore narrativa è un fatto assodato e riconosciuto. Figuriamoci poi se la serie in questione è True Detective, definita da Aldo Grasso “un evento mentale” e acclamata praticamente ovunque come una delle migliori della stagione (con qualche resistenza di più in Italia, dove è stata accusata di essere troppo raffinata e intellettuale). Otto episodi scritti da Nick Pizzolatto (showrunner della serie) e diretti da Cary Fukunaga che difficilmente usciranno dagli occhi e dal cuore di chi ha avuto la fortuna di vederli e che raccontano la storia di due detective legati più da una comune ossessione che da una stima o da una simpatia reciproca, Rust Cohle (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson), richiamati dalla squadra omicidi della Louisiana nel 2012 per un caso che hanno affrontato nel 1995, quello di un serial killer che uccide giovani donne con rituali satanici. A True Detective è dedicato questo piccolo ma esauriente ebook (ideale compendio alla visione)  a cura di Luca Marchetti che riunisce tutti gli articoli (scritti da vari autori) usciti per la rivista di critica online “Sentieri Selvaggi” e che prova a capire cosa davvero è questa serie, perché ha conquistato così tanto e perché è così diversa, nonostante riprenda un pilastro del cinema anni Novanta come la coppia di poliziotti e faccia riferimento a molte altre cose come Twin Peaks e Strade perdute di Lynch, a Seven e Zodiac di David Fincher. La verità è che in True Detective l’indagine è secondaria rispetto all’indagine introspettiva che porta i due detective a interrogarsi a vicenda, a contatto con il Male e l’orrore che si perpetua tra le paludi della Louisiana, le periferie degradate e i paesi della provincia più profonda, “una terra senza Dio, un moderno purgatorio dantesco dove le anime in pena vagano in cerca di redenzione (o dannazione)”. La serie capovolge il meccanismo dell’indagine, perché il mistero non riguarda tanto l’assassino ma chi gli dà la caccia, tanto che ai due autori interessa poco della trama poliziesca “per frantumare ogni ipotesi circa l’equivalenza tra verità e coerenza”, perdendosi in continue digressioni, flashback e lunghissime dissertazioni tra il religioso, il filosofico e l’esistenziale, e portando lo spettatore dentro il corpo dei personaggi e fuori da ogni logica investigativa. Senza dimenticare che è pur sempre un noir, “un perturbante abisso morale che avvolge i ‘cani smarriti’ nel nero dell’immagine, opposto a una frastagliata linea temporale che ‘costruisce una storia’ e redime il mondo nel racconto”. Assistiamo quindi alle indagini di Rust e Marty, ai loro demoni, alle loro vite sempre più distrutte e al progressivo disfacimento del loro rapporto, cose attraverso cui vengono raccontate anche le storture e le ipocrisie su cui si fonda la vita familiare americana. Il libro affronta tutto questo con competenza e passione, non risparmiando le interpretazioni e le spiegazioni di carattere sociologico (molto interessanti l’analisi degli anni Novanta come terreno narrativo fondamentale in quanto accessibile autobiograficamente dagli scrittori del nuovo millennio ma soprattutto perché decennio limite, confine tra vecchio e nuovo mondo, tra Novecento e Duemila, e quindi il noir come “non genere” adatto a raccontare le ere di passaggio, esattamente come avvenuto negli anni Quaranta-Cinquanta): analizza le figure di Pizzolatto e Fukunaga (il cui apporto non è secondario, basti pensare al formidabile piano-sequenza che chiude il quarto episodio!) e di McConaughey e Harrelson, ma soprattutto non dimentica i due personaggi principali, l’uno (Marty) il classico “buon padre di famiglia americano che crede nelle civilizzazione, nella sacralità della famiglia, nella responsabilità come fondamento sociale e nella religione come percorso di salvezza”, l’altro (Rust) “l’uomo del post-storia convinto dell’ineluttabilità del male e dell’eterno ritorno dell’identico”, portatore di un pessimismo cosmico i cui monologhi “tratteggiano la visione di un mondo senza speranza nel quale l’Uomo è divenuto un elemento secondario, prossimo all’estinzione”. Non manca una raccolta di schede per ogni episodio dove, oltre alla trama, è riportato il cast artistico e tecnico, e una breve sezione di rumors sull’attesa seconda stagione.

venerdì 28 novembre 2014

Sophie Kinsella - I love shopping

Sono ormai passati sei anni e mezzo da quando sono stato per la prima volta in compagnia delle avventure di Rebecca (Becky) Bloomwood nel primo capitolo di I love shopping di Sophie Kinsella, primo romanzo (ne ho già parlato QUI) che è rimasto anche l’unico per me dal momento che, nonostante abbia letto molti altri libri della scrittrice britannica, non ho proseguito con gli altri capitoli della saga (e di questo mi rammarico). Soprattutto, in mezzo c’è stato anche il deludentissimo film con Isla Fisher, che non è riuscito minimamente a ricreare il piglio frizzante del libro, almeno per come me lo ricordavo. Ora l’ho riletto, e devo dire che non ha perso un grammo della sua simpatia e del suo brio. Le ragioni di un simile successo (sono ormai sei i sequel, per un totale di sette romanzi) sono ovvie: la protagonista creata dalla Kinsella (cioè il prototipo della donna kinselliana, quella che poi è protagonista in tutti gli altri romanzi dell’autrice, anche se con altri nomi), con tutte le situazioni buffe in cui viene catapultata (soprattutto per colpa sua), è un personaggio memorabile. Becky fa la giornalista per una rivista finanziaria, cioè dice alla gente come gestire le proprie finanze, senza capire nulla di finanza e senza nemmeno sapere come gestire le sue di finanze, dal momento che è piena di conti in rosso e continua a essere colta dalla sindrome dello shopping compulsivo (quella particolare patologia che porta a sentirsi appagate solo comprando qualcosa, se in saldo meglio così si fa un affare e ci si illude di aver risparmiato, e a immaginarsi che quel particolare capo di vestiario le darà la celebrità); ha una vita insoddisfacente, un lavoro che non le piace (ammette di aver solo imparato a copiare un comunicato e ad annuire con espressione intelligente alle conferenze stampe, oltre che a fare domande come se sapesse di cosa sta parlando e a presentarsi alle occasioni importanti con il “Financial Times” sotto braccio per essere considerata una persona intelligente). È una bugiarda inveterata, rifiuta di fare i conti con i propri problemi, adduce ogni volta scuse inverosimili per non pagare (che le è morto il cane, che si è fratturata una gamba, che ha contratto la mononucleosi infettiva o che “ha trovato il Signore e accolto la salvezza di Gesù Cristo”), si inventa che il responsabile della banca che la perseguita sia un molestatore seriale, passa il tempo immaginandosi che le sostituiscano per errore l'estratto conto con qualcun altro, di ricevere una distribuzione di proventi straordinari da parte della sua banca o di vincere la lotteria (accorgendosi però che non potrebbe ugualmente permettersi una casa a Belgravia, sentendosi una pezzente). E le cose le vanno pure bene: l’ottimismo della Kinsella è veramente contagioso.

lunedì 10 novembre 2014

Gianfranco De Turris (a cura di) - "Albero" di Tolkien

L’ho già scritto: dopo Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4 e Santi pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien di Claudio Testi, parlare di Tolkien in Italia sarà difficile per tutti. Figuriamoci per opere precedenti come questo “Albero” di Tolkien, allegra e scalcinata cavalcata agiografica nei territori del simbolismo a cura di Gianfranco De Turris che riunisce saggi di autori “di destra” e rappresenta bene l’appropriazione che è stata fatta in Italia (e sottolineo solo in Italia) di Tolkien da parte di questa parte politica. Infatti, paradossalmente, mentre negli Stati Uniti Il Signore degli Anelli era considerata la bibbia delle beat generation americana, degli hippie e dei giovani contestatori di Berkeley, in Italia fu totalmente ignorato dalla sinistra (per un vecchio pregiudizio contro la narrativa fantastica e forse una certa miopia ideologica) e trovò asilo politico a destra, finendo per essere interpretato alla luce del mito, del simbolismo, della spiritualità iniziatica e del neopaganesimo (e, per un fenomeno tipicamente italico, Tolkien divenne ipso facto un autore fascista). Fu addirittura fonte d’ispirazione per i famigerati Campi Hobbit (1977-1980), espressione della nuova destra giovanile in contrapposizione all’MSI di Almirante (che non li riconobbe mai), della cui esperienza De Turris rivendica subito l’autenticità con il plurale “noi”. A dargli manforte è Mario Bortoluzzi, che illustra le ragioni di simile appropriazione (indebita): «L’“identificazione” immediata da parte dei giovani missini con la “visione della vita antimoderna, tradizionale e spirituale” espressa nei racconti del professore inglese e la “demonizzazione” dell’opera tolkieniana operata da larga parte dell’intellighenzia della sinistra nostrana (Umberto Eco in testa) che bollò come oscurantista e reazionaria la produzione di Tolkien. Fu un riconoscersi collettivo, in primis, nei confronti dei principali protagonisti de Il Signore degli Anelli, gli hobbit. Perché hobbit “si sentirono”… quei giovani, in guerra contro l’Oscuro Signore che già allora ammorbava la Terra di Mezzo con la dittatura del “pensiero unico”, la distruzione dell’identità dei popoli e la selvaggia devastazione della natura ad opera dei moderni orchi. […] Non fu né appropriazione, né mistificazione, come qualcuno recentemente ha insinuato a proposito “dell’uso strumentale di Tolkien da parte della Destra”, fu “identificazione immediata”. […] Il rifiuto di una concezione materialista e consumista della vita e delle cose, la riaffermazione di un universo valoriale che traeva linfa e origine dalla Tradizione così come era stata per anni rappresentata da autori come M. Eliade, R. Guénon e J. Evola (quest’ultimo soprattutto in Rivolta contro il mondo moderno) e il contemporaneo desiderio di superare vecchi schemi ormai logori e non più comprensibili ai contemporanei, tutto ciò, trovò nell’universo tolkieniano un efficace veicolo espressivo metapolitico». Proprio il riferimento a questi autori, e specialmente a Evola, fornisce in pieno il senso della lettura di Tolkien operato dalla destra. De Turris dice chiaramente che Tolkien era un uomo di destra, «un cattolico fra i protestanti, un cattolico tradizionalista fra i cattolici, un conservatore dal punto di vista etico e morale, un monarchico, un patriota, un antidemocratico», una specie di cantore della Tradizione contro la Modernità, il campione delle «civiltà del tempo che rimangono immutabili durante il volgere dei secoli» contro «le civiltà dello spazio che si espandono solo a livello fisico sul pianeta», di un «mondo che si basa su una concezione spirituale, metafisica, sacra e tende verso l’alto privilegiando l’essere» contro «una società che i basa sulla indifferenziazione democratica». Lo stesso ricorrere alla metafora dell’albero del titolo del volume e alla divisione in radici, rami e foglie prende pretestuosamente spunto dalla frase di Tolkien “le radici profonde non gelano” (ripetuto continuamente a mo’ di mantra lungo tutti i saggi) e innesta l’immaginario tolkieniano nel solco della Tradizione, rendendolo così capace di rigenerare il mondo moderno. A completare poi la lettura evoliana ci pensa Sebastiano Fusco che sostiene che nell’opera di Tolkien si possono rintracciare simboli (eterni e immutabili) di qualcos’altro, a prescindere dal contesto, dalla trama in cui sono calati e perfino dalle intenzioni dello stesso autore (che li avrebbe così inseriti involontariamente), con l’inevitabile conseguenza della decontestualizzazione; così, la spada di Aragorn rappresenterebbe la regalità, il combattimento di Gandalf contro il Balrog un procedimento alchemico e l’aquila un simbolo di elevazione spirituale. Ancor peggio fa Stefano Giuliano che, attraverso un esercizio di mitologia comparata a prescindere dall’epoca storica e dal contesto, applica a Tolkien la tripartizione funzionale oratores, bellatores e laboratores (sacerdoti, guerrieri e allevatori) tipica dei popoli indoeuropei elaborata da Georges Dumézil, senza che ci sia la benché minima prova della conoscenza di simile teoria da parte di Tolkien. La stessa teoria viene applicata da Adolfo Morganti nella lettura dell’eroe (Aragorn, eroe arturiano), che deve scoprire la sua chiamata a divenire simbolo della sintesi e quindi dell’intera communitas attraverso un percorso di tipo iniziatico e un’epopea di restaurazione. Sempre a questo proposito, Errico Passaro analizza l’eroe tradizionale (nelle sue varianti solare e lunare) in senso junghiano e nietzschiano (l’eroe solare è superiore alla dimensione etica e non disdegna di ricorrere alla furia cieca e nichilista per affermarsi) e si dilunga nell’analisi degli attributi di Aragorn, che secondo lui assommerebbe in sé le 22 caratteristiche minori dell’eroe elencate da Lord Raglan; soprattutto, per Passaro, Aragorn assomiglia «più ad un re e ad un eroe pagano, legato ad un’etica guerriera senza mezzi termini, che ad un Carlo Magno ante litteram». Ed ecco introdotto il particolare del paganesimo (notare che per De Turris, come già detto, Tolkien era cattolico): Alberto Lombardo vuole dimostrare in ogni modo e senza possibilità di smentita che Tolkien è un politeista e che la sua epica vede trionfare «un’etica guerriera, nobile, eroica». A partire dall’origine degli dei e del mondo così come raccontata nel Silmarillion, l’uomo non sarebbe il fine ultimo della creazione e non sarebbe il figlio unico e prediletto del Dio unico, perché è dotato di libero arbitrio ma deve convivere in un mondo di esseri diversificati, tanto che (e questa è un’affermazione pesante e ampiamente discutibile) «se Il Silmarillion e Il Signore degli Anelli fossero stati pubblicati anonimi, nessun lettore avrebbe potuto ragionevolmente immaginare che ne fosse autore un cristiano». Poco importa dunque se De Turris ha già scritto che Tolkien era cattolico: serviva solo per sottolineare che era un cattolico tradizionalista, che per De Turris significa che seguiva la Tradizione, quella di Evola, in lotta contro il mondo moderno, non la liturgia cattolica in latino pre-Vaticano II (come invece significa essere “cattolico tradizionalista”). Un trucchetto che gioca con le parole e suggerisce qualcosa di diverso e funzionale al discorso, in linea con una lettura distorta, partigiana e decontestualizzata dell’autore, dei suoi motivi e delle sue fonti, inserito in un contesto che non gli appartiene e, soprattutto, al di fuori di quelli che sono i maggiori studi internazionali sul tema: è come se De Turris e i suoi avessero creato un circolo autoreferenziale i cui membri continuano a citarsi da soli, rendendo Tolkien un fenomeno estremamente provinciale (vanificando così anche capitoli più ragionati e complessi come i due saggi di Marco Respinti sulle fonti letterarie di Tolkien e i suoi rapporti con C.S. Lewis). Non gioca poi a favore del libro la presenza del saggio Frodo Baggins, l’eroe che non ha fallito a firma di Gianluca Casseri, responsabile dell’uccisione a colpi di arma da fuoco di due senegalesi a Firenze a fine 2011 prima di togliersi lui stesso la vita, cosa che ovviamente non fa in alcun modo di De Turris e degli altri autori dei criminali conniventi ma, semmai, lascia aperti degli inquietanti interrogativi sul legame di una certa destra con il razzismo xenofobo. Più interessante si rivela l’analisi delle divinità e delle figure femminili da parte di Chiara Nejrotti, forse troppo improntata a un approccio da mitologia comparata ma comunque convincente del dimostrare che il mondo di Tolkien è monoteista e che in esso sono confluiti elementi biblio-cristiani (le potenze angeliche, la Vergine Maria), pagani (gli dei delle saghe nordiche) e medievali (l’amor cortese); ribatte all’accusa di poca considerazione nei confronti delle donne, come se Tolkien le ritenesse incapaci di autonomia, e dell’assenza della sessualità nel rapporto uomo-donna (accusa che «nasce più dal voler giudicare con la mentalità tipica del nostro mondo contemporaneo e desacralizzato qualcosa che ad essa non appartiene»), perché Tolkien non era un misogino o un puritano a oltranza e non giudicava la sessualità un tabù intoccabile, ma la considerava «come un fatto naturale, che appartiene automaticamente al rapporto di coppia correttamente inteso come unione di corpi e anime». La Nejrotti è convincente nell’attribuire uguale importanza a uomini e donne anche a livello sociale, anche se la sua concezione (figlia del simbolismo) è un po’ statica e non considera la dialettica sociale (come nel bellissimo saggio di Tom Shippey in appendice a Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4) e generalizza forse un po’ troppo quando dice che le figure femminili in Tolkien agiscono su una dimensione spirituale, di guida e di consiglio, di preveggenza e di lungimiranza, a differenza delle figure maschili che intervengono sul piano materiale, fisico e guerriero. Convincente è anche Edoardo Volpi Kellermann che affronta il tema della musica, così importante perché tutto il Legendarium tolkieniano nasce da essa (la creazione attraverso la musica nel Silmarillion e le canzoni di cui è pieno Il Signore degli Anelli) e perché è un campo che ha a che fare direttamente alle sensazioni, e mai Tolkien ha smesso di ispirare generazioni di musicisti di diversi generi (medievale, celtico, sinfonico, heavy metal, addirittura jazz). Così come è apprezzabile il tentativo di spiegazione che Volpi Kellermann dà del successo tolkieniano: «Un libro come Il Signore degli Anelli viene apprezzato dal quindicenne che vi trova avventura ed eroi dotati di spessore umano, dallo studioso di mitopoietica che vi scopre con piacere la profonda rielaborazione dei temi classici, dal filologo che ne apprezza la ricercatezza nella prosa e nella creazione dei nomi e dei linguaggi, dal libero pensatore che trova in esso una luce di verità in un mondo in apparente decadenza, dallo psicologo e dal filosofo che trovano in esso materia prima per la rielaborazione di valori primari e di una morale autentica ed a-temporale, dal creatore di immagini che trova in esso un’infinita fonte d’spirazione». Chiude il volume una rassegna degli sviluppi pratici del Legendarium nella società moderna, dal cinema all’oggettistica, dai giochi di ruolo e dai videogiochi ai fumetti e alle illustrazioni: un elenco inevitabilmente lacunoso ma abbastanza in grado di dare un’idea di quello che è il fandom tolkieniano. 

martedì 4 novembre 2014

Michael Faber - Il petalo cremisi e il bianco

Tutto quello che è vittoriano mi affascina da sempre, e non ha fatto di certo eccezione questo Il petalo cremisi e il bianco (titolo derivato da una poesia di Tennyson), titanico librone di mille pagine scritto da Michael Faber (che, a quanto pare, ha impiegato ben 21 anni per metterlo insieme), un romanzo storico che è anche un tour nella Londra sporca e sordida del 1875, specchio esteriore di una sporcizia e di una sordidezza morale ed esistenziale. Qualcuno si è arrischiato a dire che per tematiche, ambiente e personaggi questo è il romanzo che Dickens avrebbe voluto scrivere ma non ha mai potuto farlo, ma mi paiono esagerazioni: la tecnica narrativa di Faber (che ne tradisce tutto lo spirito postmoderno) è ben poco dickensiana e inizia subito simile alla cinepresa di un regista che volteggia in piano sequenza e passa da un personaggio all’altro, guidando il lettore e raccomandandogli spesso di seguire le persone che lui indica e di lasciar perdere altri. Peccato che questa tecnica di indubbio fascino (anche se leggermente compiaciuta) pian piano scompaia e che la narrazione ben presto si ricollochi sui binari dei diversi punti di vista separati tra loro attraverso cui la storia procede (insomma, non c’è uniformità dal punto di vista stilistico, ed è un peccato). L’occhio del narratore onnisciente (che ammicca più volte e si riferisce anche a cose che verranno solo parecchi anni dopo, come per esempio a Jack lo Squartatore) ci introduce il personaggio di Caroline, una prostituta dalla vita dura e senza alcuna pretesa oltre a quella di sopravvivere (caratteristica questa che è già la chiave di lettura del romanzo) dopo che le sono morti il marito e il figlio. Caroline non è però la protagonista, ma ci fa da tramite per il vero personaggio centrale della vicenda, la sua collega Sugar, una ragazza di 19 anni e prostituta dall’età di 13, avviata al mestiere da sua madre, la sinistra Mrs. Castaway, tenutaria di un bordello e collezionista di stampe e immagini di santi (talmente piena d’amore per la figlia che, interrogata su cosa sia il Natale, le risponde: «È il giorno in cui Gesù Cristo è morto per i nostri peccati. Senza alcun risultato, visto che li stiamo ancora scontando»). Sugar non è la classica bellezza mozzafiato: è mascolina, magra, alta, con la psoriasi e la voce rauca (a causa di un problema con un cliente), ma nonostante questo è una delle prostitute più conosciute e ricercate di Londra (lei fa tutto, anche le cose che le altre prostitute reputano disgustose), è gentile e amatissima dai clienti mentre in realtà, nella solitudine della sua stanza, sta componendo un’opera letteraria che lei chiama “di vendetta” nei confronti di tutti quelli che hanno abusato di lei. La sua storia si incrocia con quella di William Rackham, secondogenito di un importante imprenditore a capo di una famosa industria di cosmetici: indolente e con velleità letterarie, incallito frequentatore di prostitute (si sa, in qualche modo si devono pur dimenticare le preoccupazioni della vita!), William è disgustato dal desiderio di fare più soldi quando bastano e avanzano quelli già fatti, anzi propugna l’idea che la ricchezza in eccesso vada dirottata nelle casse pubbliche e distribuita tra gli indigenti e i senzatetto (potremmo definirlo un socialista utopista). Il padre vorrebbe invece lasciargli l’azienda e, per spronarlo a mettersi in riga, gli taglia i viveri, così William è costretto a vivere nelle ristrettezze, senza minimamente sapere come fare il lavoro che gli vuole imporre il padre e, soprattutto, con una moglie che soffre di problemi di depressione. Venuto a conoscenza dell’aura leggendaria di Sugar, la vuole conoscere, la incontra in un pub, rimane incantato dalla sua cultura e dalla sua intelligenza (il fascino di una donna che disquisisce di letteratura!) e finisce per perdere la testa per lei, giungendo al punto di pagare per tenerla tutta per sé (lei è stata la prima che lo ha fatto sentire ricercato e capito). Le compra una casa che arreda, la riempie di vestiti, si mette concretamente a lavorare nell’azienda del padre, ascolta i suggerimenti di Sugar in merito alla sua attività, giunge addirittura a farla entrare in casa come istitutrice della figlia Sophie, e questo fatto (vero e proprio deus ex machina che spacca letteralmente in due il romanzo) fa sì che le cose comincino ad andare in maniera drammaticamente diversa. Da una parte Sugar si immedesima nella bambina rivivendo il suo rapporto con la madre che l’ha educata nell’odio per la vita e per gli uomini, dall’altra entra in contatto (mai diretto) con la moglie di William, Agnes, infantile, cattolica e malata per via di un tumore che le preme da dietro un occhio e la fa sragionare, ma che viene curata dal dottor Curlew (forse la stessa persona che ha rovinato Caroline) che è interessato a capire dove si è spostato il suo utero, convinto com’è che la pazzia delle donne sia solo un fatto isterico, e che pertanto le crea sempre più disagio. Non si può non provare pena per quest’infelice donna che sogna di angeli e suore e di un posto pacifico dove finalmente ci si prenda cura di lei, ma che a malapena sa di avere una figlia, anzi non ha nemmeno idea di cosa voglia dire avere un ciclo mestruale (leggendo i suoi diari, Sugar si rende conto che crede di avere una malattia che la fa sanguinare); così come non si può provare disprezzo per un uomo meschino come William, campione di ipocrisia e perbenismo. Faber si prende tutto il tempo per descrivere i personaggi e le loro preoccupazioni, denuncia le contraddizioni dell’epoca vittoriana (lo splendore dei teatri e la miseria delle zone popolari, la condizione di emarginazione della donna dell’epoca, il moralismo che blocca a livello affettivo certi personaggi come il fratello di William, Henry) e crea un universo narrativo talmente delineato e dettagliato da risultare davvero immersivo (anche se a tratti decisamente preponderante), ma fondamentalmente spinge in ogni modo la simpatia del lettore nei confronti di Sugar (non la solita eroina, ma una donna forte che è passata attraverso varie sventure e si è creata un carattere proprio grazie a esse, e che alla fine rompe la logica della sottomissione con la sua decisione finale) e vuole trasmettere l’idea di un mondo in cui l’amore non esiste ma si parla solo di affezione e sentimenti in cambio di qualcosa (autostima, sesso, protezione, denaro): per farlo abbonda di cadute di tono e volgarità molto crude e gratuite degne del Profumo di Süskind, per non parlare delle recriminazioni di Sugar contro Dio che sfiorano la bestemmia, e non è un caso che le numerose descrizioni di amplessi presenti nel romanzo siano quanto di più lontano dall’erotismo possa esistere. Per tutte queste ragioni, oltre che per la freddezza con cui tratta i suo protagonisti e per le lunghe digressioni che ne rallentano la lettura, il romanzo può avvincere come annoiare. Certo non è banale, ed è in grado di lasciare addosso un senso di nausea difficile da mandare via.

giovedì 30 ottobre 2014

Claudio Antonio Testi - Santi pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien

L’opera di Tolkien è pagana o cristiana? A questa domanda ricorrente cerca di rispondere questo saggio di Claudio Testi, segretario dell’Istituto di studi tomistici di Modena e direttore della collana “Tolkien e dintorni” della casa editrice Marietti, insomma un personaggio di tutto rispetto e un tolkieniano vero, verso cui tutti dovrebbero provare una grande riconoscenza per aver contribuito a portare in Italia i maggiori saggi tolkieniani a livello internazionale che andassero al di là del provincialismo di casa nostra che continua ancora a chiedersi se Tolkien è di destra o di sinistra. E il risultato è talmente accurato, serio e convincente che d’ora in poi, dopo Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4 e questo Santi pagani nella Terra di Mezzo, senza scomodare il vecchissimo e fondamentale Invito alla Lettura di Tolkien di Emilia Lodigiani, leggere qualsiasi altro studio italiano in circolazione risulterà imbarazzante per tutti. Testi (che è filosofo ma dimostra di conoscere a menadito l’intero panorama di studi tolkieniani, a cominciare da quelli di Tom Shippey e Verlyn Flieger) realizza una critica al riduzionismo di una certa critica che vorrebbe imbrigliare Tolkien in una chiave interpretativa a senso unico e finisce per ridurre la vastità della prospettiva tolkieniana: da una parte la lettura confessionale che molti circoli e università cattoliche fanno considerando l’opera di Tolkien e il mondo da lui creato (la Terra di Mezzo) perfettamente combacianti con la teologia cristiana; dall’altra, la lettura di chi invece sottolinea tutte le divergenze e i punti di incompatibilità tra la teologia cristiana e la costruzione del mondo tolkieniano, per non parlare degli autori neopaganeggianti (soprattutto di casa nostra) che si rifanno al pensiero tradizionale di Evola e Guénon e che, secondo Testi, si limitano a citarsi sempre tra di loro e non si sono mai confrontati con i grandi protagonisti del dibattito internazionale. La problematica è infatti quanto mai complessa: lo stesso Tolkien infatti scrisse in una lettera che Il Signore degli Anelli era un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica, ed è innegabile che al suo interno siano presenti tematiche cristiane come la carità e la Provvidenza, ma allo stesso tempo non è possibile fare dei suoi personaggi delle allegorie confessionali perché Tolkien odiava esplicitamente le allegorie (e ci sono dei particolari della sua creazione poetico-letteraria, come la reincarnazione degli elfi, che sono irriducibili a una teologia cristiana). Frodo, sebbene esemplifichi una situazione sacrificale, non è allegoria di Gesù Cristo (in quanto non è senza peccato, non risorge e vive come un fallimento il non essere riuscito a compiere la sua missione), il lembas non è allegoria dell’eucarestia (collegamento proposto da un lettore senza che Tolkien ne abbia mai avvallato l’interpretazione) e Galadriel non è la Vergine Maria (anche se la Vergine Maria è sicuramente tra le fonti di Galadriel, ma non bisogna dimenticare che Galadriel sta facendo penitenza nella Terra di Mezzo per aver seguito Fëanor nella ribellione ai Valar e nel massacro dei Teleri, così come raccontato nel Silmarillion). Inoltre, gli eroi tolkieniani sono mossi da ragioni immanenti completamente diverse da quelle trascendenti degli eroi cristiani, e l’idea della filosofia della storia come caduta, così come è presente nel Silmarillion, non ha nulla di essenzialmente cristiano, essendo propria di altre culture. A complicare il tutto, nel Signore degli Anelli manca ogni riferimento alla religione, a un culto organizzato, a un clero e a una chiara visione dell’aldilà, in controtendenza anche al paganesimo storico (men che meno si può parlare di una prospettiva politeista o atea), per non parlare della sua concezione della magia, che ha un significato tendenzialmente negativo, visto che il suo esercizio può portare a un sempre crescente desiderio di potere. E forse non tutti sanno che lo stesso Tolkien ha inserito la parola “pagano” (heathen) in due occasioni all’interno del Signore degli Anelli, a proposito di antiche pratiche rituali di suicidio e immolazioni, vero e proprio anacronismo di cui l’autore era perfettamente consapevole perché inerenti alla sfera etico-morale del suo Legendarium. Testi dimostra che in realtà l’opera di Tolkien è allo stesso tempo pagana e cristiana, ma non in modo contradditorio e dialettico come per esempio sostiene Wu Ming 4: anzi, per Testi l’orizzonte totalmente pagano del Legendarium tolkeniano si ritrova senza incoerenze in completa armonia con il piano soprannaturale della rivelazione cristiana. Allo stesso modo, Testi non segue neppure Shippey nell’interpretare il Legendarium come sorta di prefigurazione della successiva rivelazione cristiana, perché questo avrebbe il limite di rinchiudere il mondo tolkieniano in un rigido orizzonte “cronologico” che non spiegherebbe l’anacronistica presenza di tanti elementi moderni: la mitologia tolkieniana infatti non narra tanto di un’epoca precedente il cristianesimo, ma esprime «un piano naturale, quasi a-storico, nel quale possono così essere rappresentati tutti i problemi dell’uomo in quanto tale, siano questi stati posti in tempi precristiani, cristiani o post-cristiani». È quasi come se Tolkien avesse avuto la necessità di creare un mondo “a religione zero” dove far muovere i suoi personaggi all’interno di determinate tematiche (soprattutto quella della morte, che secondo Tolkien era la principale del Signore degli Anelli), e tutto questo si vede per esempio nel suo atteggiamento nei confronti del Beowulf, il più importante poema in lingua anglosassone e probabilmente l’opera letteraria più amata da Tolkien, scritta da un monaco cristiano con un background pagano che non nega qualsiasi validità alla precedente cultura pagana ma desidera dipingere la nobiltà dei tempi antichi: «Tolkien vede quindi nel Beowulf un magnifico tentativo di recuperare il bene e la verità che l’uomo, fuori dalla rivelazione cristiana, era riuscito a conquistare con le sole forze della ragione e della fantasia mitopoietica». L’idea più geniale di Testi è quella di dimostrare che solo un cattolico come Tolkien poteva costruire un mondo a tutti gli effetti pagano che non entrasse in contraddizione con un’idea cristiana di mondo, inserendo quest’interpretazione nella tipica tendenza della teologia cattolica di accogliere e recuperare da sempre il bagaglio di un passato pagano che ha preparato l’avvento della Rivelazione (San Tommaso d’Aquino è stato capace di usare la filosofia pagana neoplatonica e aristotelica per l’elaborazione della teologia cristiana), a differenza di quanto fatto dalla riforma luterana, la cui cesura nei confronti del paganesimo è stata netta (sola fide, sola scriptura, affermava Lutero, che negava sia l’idea di preparatio evangelii e la stessa salvezza per i pagani). Ecco quindi «che la fondamentale cattolicità dell’opera di Tolkien non va rintracciata in riferimenti espliciti alla Fede o in allegorie interne, ma risiede paradossalmente proprio nella peculiare non-cristianità e “laicità” del suo mondo, un universo essenzialmente pagano espressione di un piano naturale, che tuttavia è in armonia con quello soprannaturale della rivelazione». Una bellissima interpretazione, che rende pienamente giustizia all’incredibile complessità e ricchezza del Tolkien scrittore e non lo imbriglia all’interno di schemi interpretativi che ne limitano e umiliano la portata.

mercoledì 29 ottobre 2014

Robert Hugh Benson - Il padrone del mondo

Ne ho già parlato QUI ma è arrivato il momento della pubblicazione della nuova edizione per Fede & Cultura de Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson con la traduzione curata dal sottoscritto, nuova traduzione quanto mai necessaria soprattutto alla luce del fatto che l’edizione Jaca Book (a opera di Paola Eletta Leoni del 1987) era di molto superiore a quella di Fede & Cultura (di Corrado Raspini del 1920). Inoltre, un romanzo come questo (distopico, futuristico e visionario) necessitava di una lingua contemporanea perché se ne potesse cogliere l’attualità: come dice Luca Fumagalli, autore della biografia Robert Hugh Benson: sacerdote, scrittore, apologeta, il particolare inconsapevolmente geniale del romanzo è che, essendo stato scritto nel 1907, è completamente estraneo alle ideologie che hanno dominato il Novecento. La distopia che Benson realizza è quella di un mondo aideologico (almeno secondo le ideologie tradizionali) e quindi, inconsapevolmente, ci catapulta nella stretta attualità, cioè in un mondo postideologico dove domina un’ideologia subdola, pacifica, tollerante, che fa di tutto per unire e riuscire a convivere, ma dove la componente religiosa viene messa sempre più da parte, con l’uomo che viene eletto a divinità e diventa il legislatore supremo. Per il prete cattolico Benson però l’uomo è segnato dal peccato originale e questa utopia mostra ben presto la corda, visto che cominciano a verificarsi stragi di cattolici: è il personaggio di Mabel (forse il più complesso del romanzo) a cogliere la schizofrenia di un mondo che le ha promesso la vera pace dopo gli anni dell’intolleranza religiosa e che ora dimostra invece che gli uomini sono barbari esattamente come prima). Oltre agli apprezzamenti, rinnovo allo steso tempo le mie critiche a un romanzo che sconfina spesso nel fideistico, abbonda di descrizioni inutili e pecca di alcune facilonerie monarchico-vittoriane (il trionfo del papa che celebra davanti a tutti i sovrani della terra, rigettati dalla democrazia e confluiti a Roma), e che termina con un finale apocalittico poco coraggioso e incisivo (segno che, con ogni probabilità, a Benson non interessava affatto creare un romanzo autenticamente distopico). Forse non è il capolavoro che si pretenderebbe, ma è comunque un libro da leggere. Qui di seguito la mia prefazione alla nuova traduzione:
Alla luce del costante successo di un titolo come Il padrone del mondo e, soprattutto, delle recenti parole di Papa Francesco, che l’ha definito un romanzo capace di aver “visto quello spirito della mondanità che ci porta all’apostasia” nel contesto della condanna del “pensiero unico” che discende dalle lusinghe della modernità, abbiamo creduto che presentare una nuova traduzione del romanzo più famoso di Robert Hugh Benson in occasione del centenario della morte del suo autore (avvenuta nel 1914) fosse un omaggio doveroso ma soprattutto necessario. Senza nulla togliere alla primitiva traduzione di Corrado Raspini del 1920, che comunque è rimasta sempre il riferimento fondamentale, il romanzo meritava una veste linguistica più moderna e graffiante, capace di parlare ai lettori contemporanei e vincere le resistenze presentate da un italiano che, lo si voglia o no, è molto cambiato nel corso di un secolo. Pertanto, non si troveranno più esclamazioni come “Che cicalata gazzettiera!” e “Deploro il mio fallo!”, che forse erano comuni ai tempi di Raspini ma che suonano bizzarre se non addirittura incomprensibili per un lettore del 2014. Oltre a una lingua più consona ai tempi, il criterio che si è deciso di seguire in questa nuova traduzione è stato il rispetto dei nomi originali nella loro versione inglese e per la toponomastica di Londra (dove si svolge buona parte del romanzo): per questa ragione, rispetto alla vecchia edizione Fede & Cultura, il papa Benedetto XVI (scelta all’epoca dettata dalla volontà di collegare la persecuzione nei confronti della Chiesa che il romanzo racconta all’attualità e al papa di quel periodo, Joseph Ratzinger) è tornato a essere Giovanni XXIV, e tutti potranno riconoscere luoghi familiari quali Trafalgar Square, Parliament Square e Victoria Station, con il loro vero nome, senza vetuste e obsolete italianizzazioni (Piazza Trafalgar, Piazza del Parlamento e Stazione Vittoria) che trovano ancora spazio solo in vecchie guide turistiche di una Londra che non c’è più. Infine, vista la carica visionaria di un romanzo distopico come Il padrone del mondo, si è cercato di valorizzare la portata delle invenzioni futuristiche (e per certi versi profetiche) di Benson. Il termine euthanasia è diventato il comune “eutanasia”, mentre un termine come volor, indicante un mezzo volante a metà strada tra uno zeppelin e un ornitottero di Leonardo da Vinci, non si poteva di certo tradurre semplicemente con “aereo” o “battello volante”: si è scelto quindi di proporre il termine “alivascello”, più in linea con lo spirito fantasioso dell’originale, ed esteso di conseguenza anche agli aeroporti, immaginati da Benson come vere e proprie fermate ferroviarie e chiamati in questa traduzione “alistazioni”. Siamo convinti che questa nuova edizione potrà dare nuova vita a un testo così importante e suscitare un rinnovato interesse per esso.
Notizia dell’ultima ora: ho scoperto che, per le solite casualità del mercato editoriale, in contemporanea a questa nuova edizione Fede & Cultura, è uscita anche una nuova edizione del Padrone del mondo per la Fazi. Si sa, del romanzo ha parlato Papa Francesco, ed è quindi comprensibile che sia divenuto improvvisamente attraente (commercialmente parlando). Non ne so nulla, ma dico solo una cosa: la nostra edizione costa 4 € di meno (14 contro 18) e ha una copertina molto più bella. Per la qualità e la cura, garantisco io (per quello che può valere). E sono arcisicuro che l’edizione della Fazi non ha gli alivascelli.

domenica 26 ottobre 2014

Lemony Snicket - Un infausto inizio

Non ne sapevo niente, ma questo primo libro della serie bestseller per ragazzi Una serie di sfortunati eventi di Lemony Snicket (identità fittizia dietro cui si cela lo scrittore Daniel Handler) mi è proprio piaciuto. So che alcuni sono cresciuti leggendola e che da essa hanno pure tratto un film con Jim Carrey, ma ammetto la mia colpevole ignoranza nell’averla finora ignorata (tanto più che il film in questione non l’ho mai visto): Un infausto inizio introduce la storia e mette subito in chiaro gli elementi della saga, a cominciare dal gusto per un certo umorismo nero e un certo citazionismo letterario, ma soprattutto tematiche importanti come la perdita, l’abbandono e la morte. Proprio la morte è il tema dominante, visto che la narrazione si apre con la morte violenta (l’incendio della loro casa) dei genitori dei piccoli Baudelaire (a chi si rifarà un simile cognome?): Violet, la più grande, inventrice; Klaus, coltissimo e divoratore di libri; e Sunny, poco più che una neonata (e come tale si esprime). Il loro assistente sociale Poe (anche in questo caso, notare il cognome), non cattivo ma assolutamente incapace, li affida al conte Olaf, parente più prossimo e all’occorrenza attore, che cerca in tutti i modi di mettere le mani sulla loro eredità e di sposare Violet con l’inganno. La trama, ridotta veramente all’osso, procede rapidamente fino al finale (lasciato aperto e dichiaratamente non felice), tra una peripezia e l’altra, e mostra da una parte l’unità e le eccezionali capacità che permettono ai piccoli protagonisti di sfuggire ai trabocchetti del mefistofelico Olaf, dall’altra la desolante condizione contemporanea degli adulti, o criminali psicopatici (il Conte Olaf e la sua cricca di amici lugubri e strambi) o stravaganti e ingenui imbranati (Poe e il giudice Strauss, buona donna mossa dal più tenero affetto e dalle migliori intenzioni nei confronti dei piccoli Baudelaire ma assolutamente inetta). Da notare la struttura: la serie è composta di 13 libri (numero non casuale, visto che 13 è il numero della sfortuna) composti a loro volta ognuno di 13 capitoli.

venerdì 24 ottobre 2014

Brian Rosebury - Tolkien: un fenomeno culturale

La Marietti è una meritoria casa editrice che, con la collana “Tolkien e dintorni”, ha pensato di portare in Italia i migliori saggi su Tolkien per restituire l’autore a se stesso e liberarlo dalle incrostazioni ideologiche che ne affossano il dibattito nel nostro Paese. Con Tolkien: un fenomeno culturale ci troviamo di fronte a un’opera davvero meritoria, che si pone come una sorta di risposta critico-letteraria ai saggi più filologici di Tom Shippey: Rosebury cerca di liberare Tolkien dagli opposti estremismi dell’entusiasmo da fan club da una parte e del disprezzo critico dall’altra, rifuggendo quindi dall’iperbole e dall’esaltazione tipiche del fan e non tessendo le lodi di Tolkien a discapito di tutti gli altri scrittori suoi contemporanei, ma cercando anzi di spiegare che non serve lanciare anatemi contro la letteratura moderna per poi adorare Tolkien in un tempio in cui lui è l’unico idolo, così come è altrettanto inutile giudicarlo come un autore di culto solo per i suoi fan non degno di essere considerato dalla critica accademica. Per questo analizza anche la prosa e la poetica di Tolkien e in certi punti anche la critica, mettendo in luce come talvolta abbia anche dei difetti. Piuttosto, colloca Tolkien come uomo e come autore (soprattutto per quanto riguarda le sue concezioni poetiche e politico-sociali) nelle coordinate stilistiche e letterarie del XX secolo, in relazione alle problematiche del suo tempo e alle interpretazioni, spesso distorte e fuorvianti, che i critici e gli ammiratori hanno voluto loro dare, a partire da quelle allegoriche (Tolkien odiava l’allegoria) o manicheiste (i personaggi sono tutti dotati di una dialettica interna, che parte dal bene e che può tornarvi). A chi contesta al Signore degli Anelli la patente di romanzo per la sua mancanza di realismo e per il suo arcaismo stilistico, Rosebury risponde che il capolavoro tolkieniano è senza dubbio basato su una trama (anche semplice a livello di schema) ma che è tangenziale al romanzo in quanto genere a causa di una sua caratteristica specifica senza precedenti nella tradizione del romanzo: l’elaborazione complessa e sistematica di un mondo immaginario, a livello storico, geografico e linguistico (ogni lingua creata da Tolkien è delineata in maniera talmente elaborata che solo a partire dai nomi propri, il lettore è in grado di riconoscere stili fonetici caratteristici di ciascun popolo e di iniziare a identificare i tratti ricorrenti della formazione delle parole). Questo effetto di coerenza interna e autenticità annulla in maniera decisiva qualsiasi tentazione di individuare allusioni esterne all’interno della narrazione e protegge l’integrità dell’universo di invenzione  ne arricchisce la complessità. Inoltre, l’utilizzo del tema del viaggio in senso strutturale (Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli iniziano e terminano sull’uscio di Casa Baggins) è una parte essenziale dei tratti distintivi rispetto alla tradizione del romanzo, che spiega le numerose divagazioni (soprattutto le avventure degli hobbit appena usciti dalla Contea) apparentemente scollegate dalla trama principale che trasgrediscono i principi dell’unità romanzesca: Rosebury dice che pensare che uno snellimento dell’opera in nome di questi principi la renderebbe più efficace a livello complessivo è del tutto sbagliato (anzi, secondo lui non si può che dare ragione a Tolkien, che cioè il libro era difettoso perché troppo breve). È proprio la vastità del mondo descritto a essere significativa in senso strutturale e tematico: ogni dettaglio in più (comprese le poesie e le Appendici, le parti meno romanzesche in assoluto), se coerente con il resto, rafforza l’impressione di trovarsi di fronte a un mondo che possiede la coerenza del mondo reale; allo stesso tempo, il progressivo aumento di particolari ha l’effetto di ampliare gradualmente la percezione di quello che sta accadendo nella Terra di Mezzo e far rendere conto che il punto di vista degli hobbit (cioè il nostro) è solo parziale, esattamente come la nostra esperienza di vita. Senza contare che gli episodi apparentemente superflui servono per celebrare qualità come l’umorismo, la poesia, il canto e l’amicizia, e soprattutto per rievocare quella calma domestica e quella contemplazione spontanea e creativa che la missione di Frodo deve difendere, in opposizione allo spirito nichilista di Mordor. Un secondo campo di intervento di difesa Rosebury lo riserva a livello stilistico, smentendo le critiche di chi accusa Tolkien di usare espressioni arcaiche e obsolete, visto che il 90% del testo del Signore degli Anelli è assolutamente limpido: la sua sintassi distorta rispetto al consueto ordine del periodo si spiega con la volontà dell’autore di dare un diverso effetto espressivo rispetto al linguaggio colloquiale. è invece importante sottolineare la raffinatezza di uno stile che riesce a rendere le differenze sociali e linguistiche dei vari personaggi e dei diversi popoli (addirittura, il fatto che Théoden ricorra a metafore semplici e domestiche mentre Denethor usi espressioni astratte e simmetriche ci dice qualcosa sul loro diverso carattere e su quanto siano diversi i loro popoli). Rosebury esamina quindi le altre opere narrative e poetiche realizzate o abbozzate da Tolkien nel corso della sua vita, non risparmiando critiche al Silmarillion (pervaso da uno stile tragico, aspro e cupo, che presenta una teologia esplicita e una riflessione sulla diffusione universale del peccato e sulla facilità con cui le creature si lasciano ingannare e corrompere, sul potere tenace dell’orgoglio, dell’avidità e del risentimento, oltre che sugli abissi di crudeltà  e di malvagità a cui essi conducono), scritto in uno stile alto piuttosto stancante e prova di una certa incapacità del Tolkien scrittore maturo di trasformare la sua materia in una narrazione riuscita come Il Signore degli Anelli, ma comunque in possesso di punti di forza, le parti cioè in cui la materia mitica e leggendaria possiede un’audacia, una chiarezza di zione e una forza morali tali da giustificare lo stile elevato: è il caso del mito della creazione da parte di un Dio di intelligenze angeliche chiamate a subcreare con il suo stesso spirito, per Rosebury chiave interpretativa della visione religiosa, estetica e morale di Tolkien. Quelli che partecipano a questo progetto subcreativo possono ottenere che venga conferita realtà ai frutti della loro immaginazione, chi invece resta irretito dalla prospettiva di dominare le proprie (o le altrui) creature, chi cerca di umiliare le cose e le persone create al rango di “macchine”, viene esso stesso umiliato. È una visione che pone Tolkien all’opposto di Hobbes, perché pensa che l’uomo che l’uomo non possieda il diritto naturale al dominio: perfino Dio, per Tolkien, usa questo diritto il minimo indispensabile. Esiste solo il diritto di creare, esaltazione della creazione artistica e letteraria che discende direttamente dal romanticismo e che è espressa compiutamente in un’opera minore come Foglia di Niggle. Un principio che, allo stesso tempo, per Rosebury spiega l’atteggiamento di simpatia di Tolkien verso un’anarchia cristiana nei confronti della politica secolare e delle istituzioni, da lui concepite come intrinsecamente coercitive, perché solo la libera adesione dei singoli al volere di Dio poteva per lui produrre una buona società. Con buona pace di chi ancora vorrebbe Tolkien cantore di un autoritarismo antimoderno e magari critica la splendida interpretazione di Wu Ming 4 sul libero arbitrio e la contestazione dell’autorità in Tolkien: Rosebury è sulla stessa lunghezza d’onda. Su Tolkien come fenomeno culturale vero e proprio (a cui fa riferimento il titolo del volume) verte invece l’ultimo capitolo, dedicato all’influenza che il mondo del Signore degli Anelli ha esercitato sul mondo dei giochi e dei videogiochi, sulla sua assimilazione a generi e contesti a lui estranei, sulla letteratura fantasy post-tolkieniana e sugli adattamenti dell’opera, come quello radiofonico della BBC del 1981, quello cinematografico di Ralph Bakshi del 1978 e, soprattutto, quello di Peter Jackson nei primi anni Duemila. Proprio qui, a mio avviso, Rosebury si dimostra meno convincente: le sue critiche, espresse in corso d’opera (al momento in cui scriveva, erano usciti solo due dei tre film della trilogia di Jackson), a quello che è ormai ritenuto a tutti gli effetti un classico a dieci anni di distanza, risultano forse dettate dalla sensazione del momento e dalla sua personale sensibilità (come si fa a bollare la colona sonora di Howard Shore come “wagneriana”, nell’accezione peggiore del termine?) e finiscono per farlo assomigliare un po’ al tipico critico bacchettone armato di matitone rosso e blu, anche se trovo interessante la critica all’immaginario visivo basato sui lavori di Alan Lee e John Howe partendo dal presupposto che le influenze predominanti in Tolkien erano la pittura preraffaellita, i disegni di William Morris e l’Art Nouveau. Inoltre, la sua riflessione sul fatto che durante la visione del film si è consapevoli di star vedendo la Nuova Zelanda e non la Terra di Mezzo, a dimostrazione dell’abisso che divide la narrativa dall’adattamento cinematografico, potrebbe essere facilmente smentita, visto che per moltissimi fan (me compreso) la Nuova Zelanda È la Terra di Mezzo, e la si pensa esattamente così.

domenica 12 ottobre 2014

Michael Swanwick - Gli dei di Mosca

Onore e gloria a Vaporteppa! Questo progetto editoriale, nato sotto il marchio Antonio Tombolini Editore e la direzione di Marco Carrara (il Duca di Baionette Librarie), intende pubblicare buona narrativa di genere fantastico, partendo dal presupposto che “c’è più valore etico in una manciata di opere di narrativa fantastica serie che in migliaia di romanzacci snob con illusioni Monomaniacali di Letteratura”. Ce n’era veramente bisogno. Questo Gli dei di Mosca di Michael Swanwick, primo romanzo pubblicato da Vaporteppa (con una copertina fumettosa assolutamente indovinata), ha pienamente centrato il bersaglio. Non è un libro fantasy in senso tradizionale ma, come ha scritto lo stesso Carrara per presentarlo, “rappresenta bene quel tono un po’ cialtrone e quelle ambientazioni vagamente ottocentesche che vorrei vedere nelle future opere di Vaporteppa”. Swanwick (che personalmente non conoscevo neppure di nome) parte da una distopia postapocalittica di sapore ottocentesco in cui le macchine e i computer sono stati distrutti (non c’è più internet!) e da due protagonisti del tutto inediti, una coppia di raffinati truffatori, Darger e Surplus (vero nome di quest’ultimo: Sir Blacktorpe Ravenscairne de Plus Precieux), il primo inglese e il secondo americano. Darger è appassionato di libri antichi ed è in possesso di un humour sottile e sofisticato, Surplus è un cane geneticamente modificato per comportarsi come un uomo e possiede un’aria di ineffabile seraficità e compostezza. Sono più scaltri e fortunati e dotati di forza, qualità che permettono loro di cavarsela nelle situazioni più rischiose. Si sono infiltrati in una carovana proveniente da Bisanzio e diretta in Russia per portare al Duca di Moscovia (in realtà un gigante che governa addormentato per l’incapacità del suo cuore di reggere lo sforzo dello stare sveglio) un dono senza prezzo: sette spose (le Perle) geneticamente modificate unicamente per soddisfarlo dal punto di vista sessuale (e per questo motivo prendono fuoco se qualcuno tocca loro la pelle, come misura cautelativa della loro verguinità). Giunti a Mosca, Surplus prende l’incarico di ambasciatore di Bisanzio, mentre Darger si mette alla ricerca della perduta biblioteca dello zar Ivan, finendo per interferire con diversi piani per il dominio della Russia e del mondo che a loro volta si scontrano tra di loro: ovviamente, alcuni resti dell’era tecnologica sono sopravvissuti e si manifestano come demoni infernali, e tutta la vicenda finisce per riassumersi nella lotta tra l’intelligenza delle macchine e la stupidità umana, con le prime (ricoperte di corpi umani eviscerati) pronte a sguinzagliare un risorto zar Lenin e un finale pirotecnico che vede combattersi orde di abitatori del sottosuolo, masse cittadine drogate e un manipolo di prostitute arruolate forzatamente nelle forze dell’ordine., con l’aggiunta di Baba Yaga, la strega del folklore slavo. La storia è estremamente complessa e richiede un buon livello di attenzione per essere seguita, soprattutto tenendo conto che ci sono almeno otto punti di vista differenti che continuano a cambiare in accordo ai continui colpi di scena della trama (anche all’interno dello stesso capitolo). Non tutti i punti di vista sono dello stesso livello (della baronessa Lukoil-Gazproma e del tenente Evgeny si poteva fare tranquillamente a meno, ma sono opinioni personali) ma i personaggi sono così numerosi e ben caratterizzati che, alla fine, Darger e Surplus non sono la chiave del romanzo ma anzi sembrano essere solo semplici spettatori delle vicende che loro stessi hanno messo in moto. Fortunatamente, c’è sempre il narratore onnisciente che riannoda tutti i fili della narrazione, intervenendo e facendo luce in tanta irrazionalità. Non ci sono buoni e cattivi, ma ognuno segue il proprio interesse personale: tra i personaggi più riusciti ci sono i tre monaci invasati con le loro dissertazioni sull’ineffabilità dell’Uno e del Trino, che vogliono purificare il mondo tra le fiamme; Koschei, uno di loro, che intende soggiogare la società con il sesso sfrenato introduce l’ingenuo e maldestro Arkady come stallone da monta grazie a una prodigiosa pillola di eccitante sessuale (non a caso chiamata rasputin); la misteriosa spia Anya Pepsicolova, che introduce Darger ai misteri del sottosuolo moscovita; il perfido Chortenko, inquisitore dagli occhi di mosca al comando della polizia segreta del Duca di Moscovia; l’affascinante Zoësofia, capo delle Perle e spia al soldo di Bisanzio. A partire dalla geniale idea della bottiglie che insegnano a chi le beve le lingue e l’opera di determinati poeti come Puskin (e causano anche “ubriacature poetiche” come nel caso di Arkady che si trova a parlare come un vero ubriaco che cita La terra desolata e Moby Dick), Swanwick crea un mondo veramente convincente e stratificato, e dimostra una fantasia sfrenata nell’accumulo di trovate, non disdegnando puntate nel bizzarro e nell’irrazionale (per i più pudichi è necessario avvertire che ci sono scene di sesso, linguaggio esplicito, violenza e scene di tortura), non dimenticando però mai il verosimile (Surplus è un cane e, infatti, a letto dopo il sesso si fa grattare dietro le orecchie e raspa con le zampe): nobildonne che usano la loro carne clonata per fabbricarsi capi di abbigliamento o per offrire pietanze ai loro convitati di banchetto; nani sapienti dalle incredibili capacità enciclopediche; schiavocertole dalle prodigiose doti mimetiche; guardie-orso dalla sforza smisurata; nerboruti neanderthaliani dai nomi di eroi mitologici (Enkidu, Beowulf, Hull e Gargantua) e dall’intelligenza limitata che all’occorrenza prestano servizio come camerieri in guanti bianchi; una carta intelligente che riconosce il DNA; animali resi capaci dagli scienziati di pronunciare cinque o sei parole per esprimere i loro desideri fondamentali. Tutto è fantasioso e bizzarro, ma allo stesso tempo è autenticamente divertente e arguto: il pregio di Swanwick sta nel non prendersi mai sul serio, senza per questo dimenticare il suo ruolo di narratore di storie. E per questo merita qualcosa di più di una semplice lettura: Gli dei di Mosca è un libro da amare.

giovedì 9 ottobre 2014

Paul Féval - Il cavaliere di Lagardère

 
Uno dei miei crucci più grandi è che molti bellissimi romanzi sono del tutto assenti dal mercato. Per anni sono andato a caccia di Scaramouche di Rafael Sabatini senza trovarlo finché non l’ha ripubblicato (non so con quali esiti) la Donzelli, cosa che mi ha regalato momenti di pura felicità ed ebbrezza, ma Le bossu di Paul Féval (un romanzo del 1858) ha continuato clamorosamente a mancare. E così mi sono detto: “Perché non contribuire a farlo ripubblicare?”. Detto fatto. Esce per Gondolin Il cavaliere di Lagardère, titolo italiano con cui Le bossu è stato conosciuto in Italia, primo titolo di una serie di romanzi del passato che vorrei riportare alla luce anche dalle nostre parti, nella triste certezza che simili iniziative non abbiano praticamente mercato (si sa che romanzi d’avventura, feuilleton e cappa e spada sono considerati noiosi, fuori dal tempo o, ancora peggio, “per ragazzi”, insomma non adatti alla complessità della nostra epoca e alla profondità di chi fa Letteratura vera). Certo, Il cavaliere di Lagardère è il classico esempio del genere cappa e spada, ambientato in Francia, con un protagonista sempre pronto a duellare di lama e a compiere una missione per salvare una dama in pericolo, contro un nemico spietato e risoluto e una variegata schiera di bravi e tagliagole prezzolati, con il corredo di briganti smargiassi e spacconi (in questo caso un guascone e un normanno, i leggendari Cocardasse e Passepoil) ma dal valore cristallino e dal cuore d’oro. È un romanzo sull’amicizia, la vendetta, l’amore e la gelosia, ma soprattutto è capace di far riemergere la memoria di un’epoca in cui gli uomini mettevano in gioco la vita per la difesa dell’onore (parola che in una società allo sbando come la nostra sembra sempre più anacronistica). Narra infatti la storia di un giovane spadaccino rubacuori e scavezzacollo, Henri de Lagardère, che nel 1699, in una regione dei Pirenei francesi, si ritrova al centro di un complotto ordito dal principe di Gonzaga per uccidere il duca di Nevers, sposarne la vedova e impossessarsi della fortuna della neonata figlia Aurore. Lagardère giura al morente Nevers di prendersi cura della figlia e al suo misterioso assalitore di vendicarsi («Se tu non verrai da Lagardère, Lagardère verrà da te»), quindi scappa con la piccola Aurore e la alleva facendole credere di essere suo padre. Lo ritroviamo 19 anni dopo a Parigi, durante la scintillante reggenza di Philippe d’Orléans: travestito da gobbo, è pronto a conquistarsi la fiducia di Gonzaga (il malvagio assassino e usurpatore) e di realizzare la sua vendetta. Ovviamente, la realizzazione della stessa è resa possibile grazie al colpo segreto posseduto da Lagardère, la botta di Nevers, una micidiale stoccata in mezzo agli occhi che non lascia speranza a chi la riceve: Féval descrive il procedimento per metterla in atto con dovizia di particolari, attingendo alla terminologia della scherma, cosa che gli riuscì unicamente in virtù del suo grande talento di scrittore dal momento che, come ebbe poi a confessare suo figlio, egli ignorava del tutto simile arte bellica (miracoli della letteratura). Divisa in sei parti, la narrazione non è così ovvia e lineare come si potrebbe pensare: tutta la terza parte corrisponde alla rievocazione dell’infanzia di Aurore e delle sue avventure per sfuggire ai sicari di Gonzaga grazie alla protezione di Lagardère attraverso il diario che la fanciulla scrive rivolgendosi alla madre sconosciuta, ed è quindi interamente in prima persona; dalla quarta alla sesta parte, invece, è messo in scena l’ingegnoso intrigo attraverso cui il gobbo riesce a smascherare pian piano Gonzaga agli occhi del reggente, con la frequente variazione dei punti di vista tra Lagardère, Aurore e sua madre. Inoltre, l’introduzione del personaggio del gobbo permette all’autore di ampliare di molto il suo raggio di azione: se i cattivi ci sono e sono memorabili (il malefico Gonzaga e il suo lugubre scherano Peyrolles), il protagonista non sarebbe lo stesso se rimanesse sempre e solo Lagardère. L’eroe, per forza di cose, in romanzi come questi non può che essere retto, puro, onesto, eroico, pronto a dare la vita, e infatti Henri de Lagardère è tutto questo, se non di più: addirittura, non osa confessare ad Aurore il suo amore per lei nonostante sappia di essere ricambiato dalla fanciulla. Il fatto che Féval lo faccia travestire da gobbo rappresenta un espediente narrativo di incredibile efficacia: il gobbo è, per sua natura, un personaggio liminare, di confine, a cavallo tra la normalità e il bizzarro. È grottesco, sardonico, volgare, a volte anche brutale («“Io voglio che mi si ami,” disse con accento di sincera ferocia, “tanto peggio per quelle che non ci riescono!”»), e viene accettato dalla società (e sempre fino a un certo punto) solo in quanto infido, intrigante e utile per uno scopo sinistro e malvagio. Infine, una parola sull’ambientazione storica: Féval non si limita a prendere la Francia del Seicento/Settecento come in tutti gli altri romanzi del genere cappa e spada, ma immerge tutta la seconda parte della vicenda in un periodo molto particolare e poco conosciuto, quello della Reggenza di Philippe d’Orléans: questi, succeduto a Luigi XIV approfittando della minore età di Luigi XV, ha infatti iniziato un’abile politica economica e ha dato vita a un sistema finanziario moderno, con tanto di borsa e di banche private. «Fu il regno dell’orgia e l’oro fu Dio», dice Féval parlando di quell’epoca: tutti gli speculatori del periodo spendono cifre astronomiche per garantirsi una fetta della torta e a corte si organizza perfino un gran ballo con spettacoli pirotecnici per celebrare il credito e le speculazioni coloniali, cose che mettono la Francia a capo di tutte le nazioni del mondo e sanciscono la fine di carestie, miserie e guerre. Una specie di riflessione amara sulle illusioni della finanza e di una ricchezza che garantisce l’impunità, tanto che il perfido Gonzaga, ricco quanto se non più del reggente, dichiara spavaldo: «Ho sufficienti milioni per comperare tutta la giustizia della terra». Ed è così che il nostro Lagardère, travestito da gobbo che affitta la sua gobba ai commercianti di azioni, diventa il giustiziere di un mondo corrotto e soffocato dal denaro.

giovedì 18 settembre 2014

Jeremy Paxman - The Victorians

Girare nei bookshop museali serve, tanto è vero che è stato proprio girando per la Tate Britain che mi sono imbattuto in questo bellissimo e appassionante saggio di Jeremy Paxman, tratto da un altrettanto fantastico documentario in quattro puntate andato in onda sulla BBC da lui stesso condotto che è il tipico esempio di come si possa cercare di spiegare un’epoca partendo da quelle che comunemente sono considerate noiosissime opere d’arte. Insomma, tutto quello che in Italia non si riuscirà mai a fare. Il titolo dell’opera è The Victorians e l’epoca in questione è, ovviamente, quella vittoriana (coincidente con il regno della regina Vittoria, dal 1837 al 1901), comunemente considerata imperialista, bacchettona e ipocrita (tutti conosciamo la leggenda secondo cui si arrivavano a coprire le gambe dei tavoli perché disdicevoli) ma, nonostante tutte le sue tare e le sue contraddizioni, capace di formare la Gran Bretagna moderna e affermare la middle class come ceto culturalmente ed economicamente dominante. Imperialista l’epoca vittoriana lo fu di sicuro, basti anche solo ricordare la massima di Cecil Rhodes: “Ricordati che sei un inglese, pertanto hai vinto il primo premio nella lotteria della vita”. I vittoriani erano padroni di un impero e si sentivano come moderni Romani portatori di civiltà: non furono loro a inventare l’impero, ma furono i primi a concepire l’idea di un impero politico, che fosse un motivo d’orgoglio per la gente comune (e a questo proposito è bello vedere come la storia non insegni assolutamente niente, perché la rivolta dei soldati indiani del 1857 fu causata dall’imposizione di una cartuccia di caricamento dei fucili che costringeva indù e musulmani a mordere del grasso bovino e suino, in contravvenzione alle loro regole religiose). L’idea di Paxman è tanto semplice quanto geniale: partire dai quadri del periodo perché, se dal punto di vista letterario l’epoca vittoriana non è seconda a nessuno (basti pensare a Dickens, Gaskell, Trollope, Thackeray e alle sorelle Brontë), la pittura di questo periodo (fatta eccezione per i preraffaelliti) non ha mai goduto di alcuna considerazione. I pittori vittoriani (alcuni dei quali riuscirono anche a imporsi sul mercato) hanno invece cercato di dirci qualcosa, di trasmetterci determinati valori e di registrare visivamente quello che succedeva (come le persone vivevano, come lavoravano, cosa facevano nel tempo libero) in un’epoca di cambiamenti come mai se ne era registrata un’altra prima. Cambiamenti di trasporti (il treno, l’omnibus), capaci di diminuire le distanze, trasformare periferie e località di provincia, improvvisamente divenute zone residenziali o luoghi di villeggiatura, e di muovere masse di persone: numerosi sono i quadri con protagonista il nuovo mezzo (Rain, Steam and Speed – The Great Western Railway di Turner, che lo celebra come se dovesse schizzare fuori dalla tela) e altrettanti quelli che testimoniano un nuovo modo di considerare le masse (The Railway Station e The Derby Day di William Powell Firth, con la loro colorata moltitudine di personaggi di diversa estrazione sociale). Cambiamenti politici: la disfatta della Guerra di Crimea, la riforma dell’esercito, il controllo diretto dell’India, il regime di guerra permanente teorizzato dalla regina Vittoria (tradotto in guerre come quella dell’Oppio in Cina, Maori in Nuova Zelanda, Zulu e Boera in Sud Africa). Cambiamenti del tessuto urbano: la rivoluzione industriale fece sì che città come Manchester e Glasgow crescessero a una velocità incontrollabile (la popolazione di Manchester aumentò di 15 volte in appena 70 anni) e fossero piene di problemi dovuti all’inurbamento, ma allo stesso tempo erano fiere di mostrare al mondo il livello da loro raggiunto attraverso le grandi esposizioni internazionali e musei che potessero servire per l’istruzione e la gratificazione della popolazione, in perfetto stile britannico. Perché l’epoca vittoriana si può riassumere in un dipinto, The First of May 1851 di Franz Xaver Winterhalter, in cui il vecchio duca di Wellington (il vincitore di Waterloo) omaggia la regina Vittoria e suo figlio, mentre il principe Albert guarda altrove, verso la sagoma del Crystal Palace dell’esposizione universale, simbolo della potenza britannica e di un futuro radioso. I temi della povertà e del lavoro (soprattutto quello delle terribili workhouse) erano trattati raramente, probabilmente per il loro carattere poco gradevole e scomodo per i possibili acquirenti: Paxman spiega cosa i vittoriani fossero disposti a vedere e cosa preferissero invece nascondere. Un esempio per tutti, Old Age di Hubert von Herkomer: la raffigurazione delle vecchie triste nell’ospizio dei poveri diventa, per poter essere venduto, un quadro di vecchiette sorridenti che bevono il tè con tanto d  i vaso di fiori sul tavolo, molto diverso dalla cruda rappresentazione di denuncia di Admission to a Casual Ward di Luke Fildes e dalle incisioni di Gustave Dorè, capaci di scendere nel “cuore di tenebra” dell’East End londinese e di creare l’immaginario visivo dei bassifondi maledetti. È probabile che la società vedesse il lavoro piuttosto secondo l’interpretazione di Ford Madox Brown in The Work, un’opera fortemente allegorica, ricca di dettagli e personaggi, ognuno dei quali rappresenta una diversa classe sociale e un ruolo nella società del periodo, nella convinzione che si stesse tracciando una via per il futuro e una brusca cesura con il passato. Paxman ricorda che, a differenza del resto d’Europa, in Inghilterra il 1848 non portò alcun moto insurrezionale, e la rivoluzione cartista non attecchì: segno che la maggior parte dei lavoratori dell’epoca sembrava non volere il socialismo, bensì l’opportunità di ambire alla middle class, anche se non mancava chi poneva l’attenzione sulla povertà delle campagne, il triste destino dell’emigrazione e le difficili condizioni di vita dei lavoratori del porto di Londra, gli stessi che furono protagonisti del grande sciopero del 1889. Un altro tema di investigazione del libro è la condizione e la rappresentazione della donna in epoca vittoriana, l’angelo del focolare e padrona della casa, tempio della serenità familiare: la stessa regina Vittoria si faceva ritrarre in una veste intima, semplice e informale, come madre affettuosa e moglie fedele che guardava all’energico e sportivo marito. È l’epoca di Isabella Beeton, autrice di uno dei bestseller più famosi del mondo, il Mrs Beeton’s Book of Household Management, che spiegava per filo e per segno quali fossero i comportamenti da tenere per guidare una casa e una famiglia. Era ovviamente una rappresentazione ideale e artefatta, che nascondeva una dura realtà di emarginazione: la donna non poteva ambire che al matrimonio e non aveva voce in capitolo in caso di divorzio, costretta tra le pareti domestiche e a indossare il micidiale corsetto, così stretto che costringeva gli organi interni serrandoli in una morsa d’acciaio, causando svenimenti, disturbi gravi e deformazioni del fegato. Poteva lavorare, ma il lavoro in fabbrica era un inferno e al massimo poteva fare la domestica e l’istitutrice: The Poor Teacher (o The Governess) di Richard Redgrave ricrea il dolore dell’annuncio di un lutto nella famiglia lontana che una di queste donne ha dovuto abbandonare per cercare lavoro. Inoltre, la prostituzione era diffusissima e largamente tollerata (gli uomini tendevano a non sposarsi finché non avevano raggiunto una certa posizione socioeconomica che permettesse loro di mantenere una famiglia, e pertanto dovevano sfogarsi sessualmente in qualche modo; per non parlare di quando le mogli erano incinte), anche a livello minorile (l’età del consenso era fissata a 12-13 anni), e le malattie veneree erano diffusissime e temutissime (la stessa Mrs Beeton fu contagiata di sifilide dal marito e morì a 28 anni per le sue conseguenze). Ciononostante, alle donne non era però concesso sgarrare in alcun modo: prova ne è il trittico Past and Present di Augustus Leopold Egg, che illustra in maniera melodrammatica le conseguenze dell’adulterio. Per non parlare delle gravidanze extraconiugali: The Outcast di Redgrave mostra una ragazza madre letteralmente buttata fuori di casa con il figlio neonato dalla sua famiglia infuriata, mentre Found Drowned di George Frederic Watts pone l’attenzione su una delle sventurate “donne perdute” che si gettavano nel Tamigi per sfuggire alla vergogna della perdita del figlio, in una posa a croce che ricordava Cristo e suggeriva la possibilità di una redenzione (la donna vittima di un sistema che permetteva l’impunità per i seduttori maschi e allontanava dalle società le donne vittime: perfino nelle workhouse le ragazze madre erano identificate mediante l’uso obbligatorio di determinati indumenti). Il richiamo alla coscienza è invocato anche da The Awakening Conscience di William Holman Hunt, che ritrae una donna che, presa dal rimorso, ha un soprassalto, mentre l’ignaro seduttore (o l’amante) continua a suonare il pianoforte. Anche le eroine shakespeariane Mariana e Ofelia dipinte da John Everett Millais rappresentano diversi aspetti della mancanza di potere delle donne: la prima viene abbandonata dal futuro sposo per aver perso la dote in mare, la seconda è spinta alla follia e al suicidio dal comportamento egoista di Amleto. Troviamo la stessa contraddittoria rappresentazione nel caso dell’infanzia: all’età candida e angelica dell’innocenza dei dipinti corrispondeva una terribile realtà di miseria e sopraffazione, come dimostra il famigerato caso dell’allevatrice Amelia Dyer, che si faceva consegnare bambini dai genitori in cambio di denaro e poi li uccideva in quanto inutili (si stima ne abbia fatti fuori una cinquantina, prima di venire scoperta e impiccata). Ultimo argomento del libro è il recupero della religione, i temi biblici ed evangelici nella produzione dei preraffaelliti, il tentativo di interrogarsi sull’esistenza di Dio, la diffusione dello spiritismo e delle apparizioni, la credenza nelle fate e nel folklore di matrice celtica e la fuga artistica verso quel medioevo fantastico idealizzato delle leggende arturiane nel quale il progresso e le macchine non avevano posto, in diretta controtendenza con il positivismo, il razionalismo e il materialismo del vigente darwinismo. Alfiere di questo mondo fantastico è Richard Dadd, pittore affetto da schizofrenia paranoide (uccise suo padre tagliandogli la gola nella convinzione che fosse posseduto dal demonio) che dipinse The Fairy Feller’s Masterstroke, vera e propria immersione nel magico mondo delle fate (per chi non lo sapesse, il quadro è alla base di una canzone del secondo album dei Queen, ed è una mia ossessione da anni). Ovviamente, il libro è in inglese, e non si può leggere che così (è facilmente scaricabile per Kindle, senza per forza andare al bookshop della Tate Britain). Non credo lo tradurranno, né importeranno il bellissimo documentario della BBC. Così va l’Italia...