lunedì 31 marzo 2014

Jean Dumont - I falsi miti della Rivoluzione francese

Per quanti sono alla ricerca non di un’opera storica in senso tradizionale, ma di un bello spunto per non omologarsi al pensiero corrente e porsi controcorrente rispetto alla melassa sparsa copiosamente a livello politico e sociale in occasione di particolari celebrazioni patrie (da noi nel 2011 era in voga incensare il Risorgimento per celebrare i 150 anni dell’Unificazione italiana), segnalo questo interessante pamphlet polemico scritto dallo storico Jean Dumont (storico cui si deve il rinvenimento del rosario di Anna Bolena) in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese con l’esplicativo titolo originale Porquoi nous ne cé célebrerons pas 1789 e pubblicata da Effedieffe con il titolo de I falsi miti della Rivoluzione francese, che (con l’ausilio di molte illustrazioni tratte da stampe e vignette dell’epoca) spiega come era ferma intenzione dell’autore non celebrare l’Ottantanove come l’alba del Mondo Nuovo e anzi si scaglia contro le inibizioni derivate alla società occidentale dalla Rivoluzione e fortificate dalla cultura che ne è derivata nei secoli seguenti, la cosiddetta “vulgata” rivoluzionaria (che permea l’educazione scolastica, soprattutto in Francia), tutta tesa a celebrare il falso mito della “modernizzazione decisiva” rispetto all’oscurantismo feudale del passato, quello del “popolo al potere” e quello della sua finalmente conquistata “felicità”. La Rivoluzione, dice Dumont, fu infatti un fenomeno quasi esclusivamente borghese e antipopolare, connotandosi come un martirologio operaio: lo storico americano Donald Greer ha dimostrato che, tra le vittime del Terrore, solo l’8,5% appartiene alla nobiltà e il 91,5% al popolo, e che su circa 400.000 nobili viventi nel 1789 vi furono “soltanto” 1.158 esecuzioni, equivalenti a una percentuale dello 0,03%, e soltanto 16.431 emigrati, cioè il 4%; inoltre, ancor più insospettabilmente, i contadini costituirono il 28% delle vittime del Terrore, operai, artigiani e commercianti il 41%. Dumont mette poi in luce l’incapacità della cultura postrivoluzionaria di garantire le libertà sociali e le autonomie per colpa di uno statalismo opprimente e di un nazionalismo aggressivo, e la falsità egualitarista e l’invenzione del terrore poliziesco come strumento di governo quotidiano. Tra le “menzogne” celebrate ci sono la presa della Bastiglia (realizzata da manipoli di sbandati senza la partecipazione di leader rivoluzionari, in un carcere praticamente deserto privo di detenuti politici), l’epopea dei Volontari dell’Anno III (800.000 disertori su 1.200.000 chiamati alle armi) e l’antimonarchismo della Rivoluzione (la svolta antimonarchica è in realtà circoscritta a un periodo tra l’agosto 1792 e il 1975, tanto che, anche dopo la fuga del re a Varennes, l’Assemblea Nazionale si inventò un rapimento di cui il sovrano sarebbe stato vittima). Anche la politica di naturalizzazione di massa degli stranieri fu fallimentare perché diede origine a un diffuso antisemitismo (mentre, nell’Ancien Régime, gli ebrei sefardim erano accolti come cittadini nelle assemblee elettorali che sceglieva la rappresentanza nazionale), mentre dal punto di vista economico, a dispetto della tanto decantata introduzione dello spirito imprenditoriale, la Rivoluzione corrispose invece a una statalizzazione dell’economia, con stipendi bloccati, prezzi calmierati e imposte generalizzate, mentre l’imposizione della divisione ugualitaria tra gli eredi fu del tutto catastrofica per un’economia fondata quasi esclusivamente su patrimoni familiari e composta soprattutto da laboratori artigianali, negozi commerciali e piccole imprese agricole da trasformare la Francia nel Paese del figlio unico, con il conseguente crollo della natalità. Dumonti mette in luce le ignominie rivoluzionarie quali il Terrore, la ferocia, la ghigliottina come sistema di governo (molti rivoluzionari teorizzavano la necessità di ridurre la popolazione di più della metà e di portare la Francia ad avere solo cinque milioni di abitanti), le deportazioni e le uccisioni di religiosi, le esecuzioni spesso affidate a bambini come nella Cambogia di Pol Pot, i campi di concentramento e di sterminio (veri predecessori dei gulag e dei lager) e la sanguinosa repressione della Vandea, che vide oltre 100.000 vittime accertate, massacrate a sangue freddo, anzitutto di donne, vecchi e bambini, con ritmi di 2.000 al giorno (come si legge nei rapporti del generale Grignon), tanto che si arrivò a conciare le pelli degli ammazzati per farne stivali e paralumi; senza dimenticare l’episodio dei 1.400 uccisi nella sola Parigi tra i carcerati, nel settembre 1792, e della contemporanea eliminazione fisica degli ospiti dei manicomi, degli ospizi e dei riformatori, veri e propri massacri eugenetici che vennero giudicati dal Ministero degli Interni «molto utili per la felicità futura della specie umana». A Dumont interessa sottolineare come la Rivoluzione ebbe un carattere dichiaratamente anticristiano, tanto che Luigi XVI, che aveva accettato la Costituzione civile del clero, cadde in disgrazia quando pose il veto alla legge che sanciva la deportazione all’estero e addirittura la perdita forzata della cittadinanza per tutti i sacerdoti refrattari (quelli che non avevano aderito alla Costituzione civile del clero) denunciati da almeno 20 cittadini, oppure, in caso di disordini, da un solo cittadino. Allo stesso tempo, il pamphlet suona come un atto di accusa contro la Francia odierna (o, almeno, contemporanea, dal momento che si riferisce alla Francia di 25 anni fa, ed è questo il suo parziale limite che lo rende ormai obsoleto), pesantemente influenzata e condizionata dall’eredità della Rivoluzione, a livello ideologico ed economico, e vittima di una terzomondializzazione economica anche causata da «un’immigrazione decantata e promossa secondo la fraseologia ugualitaria, mondiali sta e di pretesa fraternità, retaggio anch’essa della Rivoluzione».

sabato 29 marzo 2014

Sandro Modeo - L'alieno Mourinho

Come la maggior parte di quanti hanno avuto la sventura di essere interisti, io Mourinho lo considero un santo. È riuscito a far vincere all’Inter la Champions League dopo 45 anni (quando si chiamava ancora Coppa dei Campioni) e l’ha fatto in maniera trionfale, risultando il primo in Italia ad aggiudicarsi nella stessa stagione campionato, Coppa Italia e Champions League, il famoso triplete. Se si ricorda cos’era l’Inter di Moratti si capisce che poteva farcela solo un fenomeno, un genio o, per l’appunto, un santo. Ma chi è veramente Mourinho? Ce lo spiega questo saggio del giornalista Sandro Modeo, che si caratterizza da subito per un approccio “comparato” all’oggetto in esame mescolando discipline diverse e complementari al calcio come la scienza, la neurobiologia, la filosofia, la letteratura, la storia e la psicologia di gruppo (per citare lo stesso Mourinho, «chi sa solo di calcio non sa niente di calcio»). Un modo nuovo di raccontare un personaggio imprevedibile e dai mille volti, capace di cambiare atteggiamento a seconda della situazione e di mantenere sempre la sua voglia di stupire (oltre a un’ossessiva compulsività nella vittoria a ogni costo), e che in tutta Europa (dal Porto al Chelsea, dall’Inter al Real Madrid) è stato ciecamente idolatrato e ferocemente detestato, soprattutto in Italia dove non si è capita l’importanza delle innovazioni da lui apportate nei metodi di allenamento e nel modo di intendere i rapporti con i media, i propri giocatori e gli avversari. Cattolico e politicamente di destra per estrazione sociale e storia familiare (ma di una destra statalista e istituzionale), mediocre calciatore, diplomato ini educazione fisica per diventare traduttore e viceallenatore a Barcellona, istruito, di letture letterarie e filosofiche, per questo mai banale nelle dichiarazioni (come invece avviene mediamente nel mondo del calcio), ruvido e sgradevole, contundente ed esplicito, ma amante di un conflitto trasparente e di una competizione alla luce del sole (il famoso gesto delle manette), in parole povere nemico dell’ipocrisia tipica del calcio italiano che ha portato al moggismo e a Calciopoli (e che, infatti, lo ha rifiutato). Generalmente accusato di praticare un calcio non bello ma efficace (la famosa semifinale dell’Inter a Barcellona), spesso ci si dimentica della grande varietà e dell’estrema adattabilità del gioco mouriniano: allenatore e stratega, scienziato e psicologo, illusionista e manipolatore (capace di catturare a tal punto la mente dei propri giocatori e dei tifosi da rendere reali i suoi giochi di prestigio tattici e dialettici), accentratore e protagonista, capace di polarizzare in termini assoluti tutti gli elementi di un ambiente (non a caso si parla sempre più di Mourinho che delle sue squadre) e di coordinare e armonizzare le componenti del gruppo (soprattutto la competizione e la cooperazione), facendo da parafulmine per tutte le tensioni, e di guadagnarsi e mantenere la leadership, non una leadership autocratica ma democratica (cosa testimoniata dalle sessioni di ore passate ad ascoltare le ragioni dei giocatori). Modeo convince con il suo stile narrativo fatto di notazioni psicologiche, rimandi letterari (alcuni campati per aria: Il Signore degli Anelli non è affatto un romanzo manicheo) e analogie con tecnici del passato come Helenio Herrera (artefice della Grande Inter degli anni Sessanta), Bela Guttman (ebreo ungherese che arriva in Portogallo e rende il Benfica un mito negli anni Sessanta), Arthur Jorge (marxista, colto e vincitore con il Porto della Coppa dei Campioni 1987) e il colonnello Lobanovsky (artefice del calcio geometrico della Dinamo Kiev e dell’Unione Sovietica degli anni Ottanta), e non ha paura di estendere il gioco dei rimandi fino a sovrapporre Mourinho con il mago Houdini per rispondere alla domanda del perché l’allenatore portoghese lasci le sue squadre in genere dopo due anni (tre al Chelsea e al Real Madrid, e il terzo anno, in entrambi i casi, è stato una tragedia): una pulsione di vittoria e di cambiamento che ha a che fare con il tragico della vita e con il destino mortale degli uomini, secondo l’autore. Per questo il fallimento di Madrid (dovuto all’incapacità del tecnico di conciliare con l’ambiente la sua attitudine a vampirizzare le società, inglobarle totalmente nella propria figura egemone e dirompente) e il ritorno al Chelsea, per Modeo, possono rappresentare un nuovo inizio per Mourinho, ormai più a suo agio con l’ambiente e forse maggiormente capace di fare i conti con la sua ombra e gettare le basi per un futuro a lungo termine. Tutto questo rende L’alieno Mourinho una lettura decisamente riuscita e una boccata d’aria nel desolante panorama dei libri calcistici italiani: basterebbe leggere come definisce il tifoso medio italiano («Molto tifoso e poco competente […] lo spettatore-consumatore italiano è spesso un teppistello in pantofole, che vive di moviole, calciomercato perenne, complottismo verso le squadre avversarie e indulgenza cieca verso la propria, totalmente impermeabile a ogni implicazione etica o critica») per capire che ha una marcia in più.

giovedì 20 marzo 2014

Robert Kirkman, Tony Moore - The Walking Dead. Volume 1 - Giorni perduti

Premessa: non ho mai seguito la serie tv The Walking Dead, sulla quale ho sentito pareri discordanti. Ho solo giocato all’omonimo videogioco di Telltale, che alla fin fine è un’avventura grafica con delle (blande) scelte morali ma che mi è piaciuto moltissimo, perché è scritto benissimo e cattura grazie alla forza narrativa dei suoi personaggi e dei bivi offerti. Per questo ho letto il primo volume del fumetto di Robert Kirkman (testi) e Tony Moore (disegni) da cui è nato tutto, che racconta la storia di Rick Grimes un poliziotto che, uscito dal coma, si trova in una città deserta popolata di zombie fino a capire che l’intero mondo è coperto di camminatori non morti e si ricongiunge alla sua famiglia e a una serie di persona di diversa estrazione per sopravvivere giorno per giorno. Detta così, sembra un normalissimo survival horror sugli zombie: in realtà, i nostri personaggi (senza sapere cosa siano gli zombie, cioè senza essere edotti da una letteratura o una filmografia sugli zombie, e infatti non gli chiamano neanche zombie) si trovano ad avere a che fare con una vera e propria apocalisse e ad avere a che fare con persone che tornano in vita e mangiano le persone. Come spiega Kirkman nell’introduzione, «i migliori film di zombie non sono quelle feste splatter di violenza sanguinolenta, con personaggi ridicoli e battute idiote. Un buon film di zombie riesce a farci vedere come siamo messi male, mette in discussione sia il nostro ruolo nella società sia quello della nostra società nel mondo». Anche se un numero è poco per capire in pieno le dinamiche della serie, è già possibile accorgersi che i personaggi non sono delle macchiette, ma sono reali, reagiscono in maniera realistica e hanno delle relazioni interpersonali molto realistiche, con uno spessore narrativo (in questo caso, l’amico Shane vorrebbe portare via la moglie a Rick). Belli i disegni, moderatamente caricaturali ma realistici ed espressivi.

lunedì 17 marzo 2014

Stuart Hample - La vita secondo Woody Allen

Tutti conoscono Woody Allen. Magari non tutti lo capiscono o lo apprezzano, ma almeno gli riconoscono un ruolo fondamentale nell’evoluzione della commedia americana, quella fatta di nevrosi e riflessioni cervellotiche. La sua produzione è sterminata (film, testi teatrali, libri e spettacoli) e magari non tutto quello che ha fatto è memorabile (chi ha detto Stardust Memories?), tanto più che i periodi da lui attraversati nel corso dei decenni sono svariati (dal comico a Fellini, passando per l’esistenzialismo di Bergman), ma di certo ognuno ha molti suoi film nel cuore (per esempio, senza scomodare gli immortali Io & Annie e Manhattan, voglio ricordare i più recenti e bellissimi Midnight in ParisLa maledizione dello scorpione di giadaLa dea dell’amoreAnything Else e Hollywood Ending). Frutto di una collaborazione intercorsa tra il 1976 e il 1984 tra Woody Allen e il fumettista Stuart Hample (che propose di persona al comico la sua idea di una striscia a fumetti su di lui e ottenne carta bianca nel rielaborare la sua sterminata produzione di gag illuminanti e paradossali o anche semplici spunti o pensieri), questo volume è la versione italiana di Inside Woody Allen e contiene le migliori 300 strisce di questa sodalizio, impreziosite da alcuni particolari davvero interessanti come i retroscena e i bozzetti e gli appunti a margine di ogni vignetta. A cominciare dalla famosissima battuta «Il mio unico rimpianto nella vita… è di non essere qualcun altro», i temi affrontati sono quelli tradizionali del comico newyorkese (e, quindi, fondamentalmente ontologici): umorismo yiddish, vena caustica, filosofia, amore, morte, successo, insuccesso, pessimismo, sfortuna con le donne, snobismo, narcisismo, psicanalisi, frustrazioni, nevrosi, ipocondria, l’intelligenza più debole della sessualità. Il tutto, affidato a strisce di tre righe che vedono protagonista un Woody Allen ritratto giovane a partire da una foto degli anni Sessanta: qualcuno ha definito fallimentare l’operazione perché l’idea di condensare il pensiero alleniano in questo format minimizzerebbe il portato filosofico, politico e intellettuale della sua figura, ma in realtà le battute si incastrano perfettamente nella struttura della striscia (anche se molti riferimenti sono ormai inevitabilmente obsoleti). Del resto, sono battute che funzionano già da sole: «Una mia vecchia ragazza. Non so se è colpa mia o sua, ma abbiamo avuto una relazione terribilmente falsa. Me ne sono reso conto quando ho capito che ogni volta che aveva un orgasmo, il naso le cresceva»; «Continuo a pensare che ci dev’essere una risposta alla vita… e che se c’è, sarà probabilmente in svedese»; «Sono 7 anni che pratico la meditazione. Finalmente, la mia anima e il mio corpo si sono incontrati nell’uno. Sfortunatamente, non sono andati d’accordo»; «Un’idea teologica. Preghiere al telefono per atei. Quando chiami, nessuno risponde»; «“Cosa ti ha fatto capire che la tua ex moglie era in depressione cronica?” “Quando ho trovato una sua vecchia lettera di suicidio. Era ciclostilata”». Non mancano le scenette surreali tipiche della produzione letteraria alleniana, come il Woody-scimmia antropomorfa che lascia l’amata ancora primate sull’albero per via dell’evoluzione, o il ladro di tempo che lo segrega nel suo stesso appartamento per raccontargli del suo mal di schiena e dei dettagli del suo matrimonio e per giocare a Monopoli. In definitiva, un volume veramente bello, utilissimo per capire come, dietro la patina poetica e un po’ schizoide di Woody Allen, ci siamo noi, con i nostri traumi, le nostre ansie e i nostri rapporti irrisolti, soprattutto con noi stessi.

lunedì 10 marzo 2014

Harry Browne - The Frontman. Bono (nel nome del potere)

«Lo sai che ero contro la pace nel mondo sino a quando gli U2 non se ne sono usciti con questa storia? Allora ho visto la luce. Li hai visti camminare per le strade assorbendo l’America? E quando cantano con quei neri? Lo sai che la gente di colore ama la loro musica? Forse preferiscono addirittura gli U2 a Marvin Gaye. Bono conduce quei neri e loro fanno solo quello che dice lui! […] Non vale la pena prendere in giro gli U2. È come lanciare palle contro una corazzata. Non riderò mica quando Bono mi comprerà». Queste le illuminanti e sferzanti parole di Randy Newman in un’intervista del 1989 in occasione della collaborazione con Mark Knopfler raccolta nel libro sui Dire Straits a cura di Giancarlo Passarella pubblicato dalla mitica Arcana Editrice esattamente vent’anni fa, che mi sono tornate in mente alla lettura di questo altrettanto illuminante e sferzante pamphlet dedicato a Bono Vox, al secolo Paul Hewson, appena uscito per Alegre e spietato atto d’accusa contro questa specie di filantropo e santo civile che da decenni ci spiega quanto è importante mettersi a servizio del Terzo Mondo e, al contempo, è ospite usuale di premier britannici (Tony Blair e Gordon Brown) e presidenti americani (Bill Cinton, George W. Bush e Barack Obama), sostenitore della bontà del filoantrocapitalismo, delle dottrine neoliberiste e della guerra in Iraq. Un libro appassionante e documentato, di estrema sinistra, aggressivo e privo di remore, scritto da Harry Browne, libero docente della School of Media del Dublin Institute of Technology, che, senza entrare nel merito musicale, come riporta la quarta di copertina di Wu Ming 1 (curatore dell’edizione italiana insieme ad Alberto Prunetti), «non si limita a smascherare il luccicante principe del chiagni e fotti Bono Vox, ma sfascia l’intera narrazione tossica sui nababbi buoni, i miliardari impegnati, i Live Aid per smacchiare la coscienza, i turlupinatori che parlano di fame in Africa e sono culo e camicia con le multinazionali che devastano l’Africa e il mondo». Il libro ideale per chi, come me, ha sempre avversato la musica impegnata e ideologizzata e odiato manifestazioni nauseabonde come il Live Aid (definito da Frank Zappa «il più grande schema mai ideato per riciclare i soldi del traffico di cocaina» e «un finto evento di beneficenza organizzato dallo show business») e il suo continuatore Live 8 (criticato da Damon Albarn, cantante dei Blur, in quanto organizzato in nome dell’Africa ma senza l’invito di alcun cantante africano), così come per chi pensa che il music business sia sincero e mosso da nobili motivazioni. Attraverso tre sezioni (l’Irlanda, l’Africa, il Mondo), Browne ripercorre le tappe della scalata al potere e alla ricchezza del leader degli U2, le sue battaglie a favore della cancellazione del debito nei Paesi poveri e per la diffusione di farmaci nella lotta contro l’Aids in Africa, tutte azioni meritorie nelle intenzioni ma portate avanti con il sostegno della Monsanto e della Motorola (che sfruttano notoriamente l’Africa) e di personaggi come il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny (noto filantropo con laurea honoris causa americana per il suo presunto impegno a favore dell’ambiente ma condannato in Italia per disastro ambientale e la morte di 3.000 lavoratori e cittadini esposti alle fibre di amianto dentro e intorno alle sue fabbriche Eternit). Insomma, al di là di come la si possa pensare sulle multinazionali e la povertà nel mondo, dalla lettura del libro di Browne traspare che Bono non è affatto una persona autentica: prova ne è il trasferimento di denaro degli U2, nel 2007, verso banche straniere nei paradisi fiscali, una volta che l’Irlanda cambiò la legislazione fiscale sugli artisti (e bisogna tenere conto che gli U2 possiedono una compagnia a parte per creare i master dei loro album!). Molti hanno la tendenza a scusarlo sulla base del fatto che la sua fortuna finisce in “buone cause”, anche se poco o nulla si sa su dove vada a finire il suo denaro: la sua figura è quella di un prestanome necessario al sistema, che utilizza una retorica ambigua per mettere d’accordo tutti senza compromettersi con nessuno. Browne è convincente soprattutto laddove analizza l’autoesaltazione messianica di Bono, la sua tendenza a creare una narrazione di sé che è mitologia, che deforma il passato a suo uso e consumo: caso emblematico è la sua posizione sui Troubles in Irlanda del Nord, sia negli anni Ottanta, quando erano in corso, sia nella seconda metà degli anni Novanta, durante il processo di pace seguito al cessate il fuoco. Dopotutto, gli U2 sono quelli della famosissima canzone Sunday Bloody Sunday, che generalmente viene considerata un duro atto d’accusa contro la guerra in Irlanda del Nord: peccato che, al di là del testo genericamente a favore della pace, Bono non abbia mai preso alcuna posizione definita, per poi esagerare il suo ruolo nel processo di pace in seguito ai famosi Accordi del Venerdì Santo. Negli anni a seguire, infatti, lui e The Edge (chitarrista degli U2) se ne uscirono con la sparata che fu solo grazie a loro che nel referendum la gente votò a favore degli accordi (mentre il margine di vittoria nel Nord fu superiore al 40%). «Ovunque due o tre siano riuniti nel nome della ricchezza e del potere, là c'è anche Bono, a garantire per la loro bontà [...] su un piano personale e collettivo, imbellettando le loro azioni con una cipria di umanitarismo»: lui aiuta a legittimare tutto, facendo credere (ed è questa la principale critica mossa da Browne) che non esistono alternative al capitalismo, che l’unica strada da percorrere è quella del paternalismo filantropico e umanitario, «un mix di vecchio stile missionario e colonialismo commerciale, in cui la parte povera del mondo non è altro che un obiettivo che il mondo ricco deve conquistare». Spettacolare la storiella (pare apocrifa) su un concerto degli U2 a Glasgow in cui Bono fece zittire il pubblico e cominciò a battere le mani da solo per poi sussurrare gravemente: «Ogni volta che batto le mani, un bambino in Africa muore», e dal pubblico si alzò una voce: «Be’, allora smetti di farlo, cazzo!».