domenica 18 maggio 2014

Federico Zardi - I giacobini

È interessante (e allo stesso tempo desolante) notare come la fiction italiana sia decaduta ai livelli infimi dei nostri giorni: salvo rarissimi casi, non c’è un prodotto capace di andare al di là dei soliti luoghi comuni, di un trito buonismo, di un respiro cortissimo, di una scrittura imbarazzante, nella totale capacità di raccontare e riflettere sul mondo di oggi (nonostante i tanti buoni propositi delle cosiddette “fiction sociali”). Perché dico queste cose? Perché ho letto questo I giacobini, dramma sulla Rivoluzione francese di Federico Zardi portato a teatro nella seconda metà degli anni Cinquanta e in televisione all’inizio degli anni Sessanta. Un kolossal, per quei tempi, con grandi attori e decine di comparse, che suscitò addirittura l’interesse di Palmiro Togliatti per la capacità di uno sceneggiato targato Rai di parlare di rivoluzione nell’Italia cattolica e democristiana (e si narra che, per questo, la Dc fece scomparire i nastri dello sceneggiato, anche se la cosa non è mai stata provata e vale per molti altri prodotti realizzati in quegli anni). Le vicende coprono il periodo dal 1785 fino al 1794, dall’ammissione di Robespierre nell’Accademia dei Rosati di Arras alla sua esecuzione dopo la congiura del Termidoro, con decine di personaggi più o meno noti (St Just, Desmoulins, Fouché, Couthon, Barère), ma curiosamente non Danton e Marat, perché l’attenzione è tutta sui giacobini e sui girondini (Brissot, Buzot, Barbaroux). Essendo un’opera teatrale, lo schema è classico: l’azione è inesistente, e la successione degli eventi della Rivoluzione viene evocata dai dialoghi (colti, enfatici e di stile alto, con la propensione per la massima celebre, come Saint-Just che dichiara «Ricordatevi, cittadini, che quelli che fanno le rivoluzioni a metà si scavano la fossa!») tra i personaggi, che li commentano e li interpretano. Convinto dellattualità della Rivoluzione, Zardi elimina del tutto il filo-legittimismo di certe narrazioni e filtra tutto attraverso una prospettiva storicistica e democratica: non esistono i buoni e i cattivi, ma solo forze in lotta che si scontrano inesorabilmente, fino al drammatico e cinico finale, in cui, mentre gli ultimi giacobini vengono ghigliottinati uno dopo l’altro, già si sentono di nuovo pronunciare le parole “signori” e “padroni”. Letto oggi, il testo può risultare ostico (si parla pur sempre di un testo di oltre 50 anni fa) e pecca di alcune dimenticanze (come per esempio del fatto che Desmoulins era balbuziente), ma ha il pregio di mettere in luce il rapporto tra le donne e la politica (Manon Roland, musa dei girondini e amante di Buzot, e Lucilla Desmoulins, legata a Robespierre da rapporti ambigui) e di ritrarre Robespierre sotto una luce moderna, ovvero come mediatore tra le varie istanze rivoluzionarie ma allo stesso come un ineffabile sognatore, fanaticamente e implacabilmente legato a un concetto impalpabile di virtù ideologica lontana dalla realtà (come gli rinfaccia Desmoulins: «Massimiliano, convinciti che la vita non è fatta solo d’ideali astratti: il bene, la morale, la virtù… […] Son tutte parole in funzione della vita! Non si può prescindere dall’esistenza dell’uomo. […] È carne, questa, carnaccia, Massimiliano»). Pensare che all’epoca la televisione trasmetteva prodotti così complessi e raffinati, e che la famigerata casalinga di Voghera riusciva anche ad apprezzarli, è veramente una cosa da non credere.

venerdì 9 maggio 2014

Roberto Marchesini - Nebbia di piombo

Contravvenendo a una regola che mi sono imposto, ovvero quella di non parlare dei libri che curo io (se non a patto che non siano già editi o pubblicati in un altro Paese o in un’altra epoca), segnalo l’uscita per Edizioni Gondolin di questo romanzo di Roberto Marchesini, per l’appunto da me curato, intitolato Nebbia di piombo, un giallo ambientato nella grigia e gelata Milano di fine anni Settanta (gli anni della strategia della tensione, degli anni di piombo, del terrorismo politico) che parte dal ritrovamento del cadavere di un giudice, proprio davanti alla sua porta di casa. L’omicidio è chiaramente opera di un professionista (ovviamente senza volto e senza nome, che ha bloccato la strada con un’automobile e ha fatto fuoco mirando direttamente al cuore) e tutto sembra collegare il delitto all’escalation di violenza di quegli anni, soprattutto alla luce delle simpatie di sinistra del magistrato. L’indagine è affidata al Maresciallo Antonio Pavan dell’immaginario Nucleo Operativo della Compagnia di Milano Cagnola, chiamato a scoprire la verità tra infiltrati, depistaggi e poteri oscuri ma soprattutto a confrontarsi con una realtà apparentemente priva di senso e valori di riferimento (chi lo leggerà si potrà rendere conto dello spaccato di sordidezza esistenziale raccontato dall’autore). Ho seguito l’intera realizzazione di questo romanzo e, dunque, non sono la persona più indicata per darne un giudizio obiettivo: oltretutto, non intendo certo dire che si tratta di un capolavoro destinato a cambiare il genere poliziesco, anzi. Tuttavia, ci sono delle ottime ragioni per leggerlo. Innanzitutto è scritto bene, e non è cosa da poco. Si sarebbe potuto scrivere meglio? Indubbiamente, ma lo stile di Marchesini è asciutto e senza fronzoli, proprio come doveva essere. Inoltre, la trama funziona: si può contestare il finale aperto che in qualche modo “tradisce” le aspettative del lettore (chi è il grande vecchio che a un certo punto compare e scompare?), ma anche in questo caso trovo che il tutto sia adatto a esprimere lo smarrimento delle certezze del protagonista (sempre impegnato in un dialogo interiore con la propria coscienza o esteriore con padre Reginaldo), un carabiniere tutto d’un pezzo che non riesce a capire il marasma politico-sociale nel quale si trova a vivere e, ancora di più, che ci sia qualcuno, all’interno dell’Arma, che non si fa bastare le certezze assicurate dalla divisa e può invece nutrire comprensione e simpatia per dei giovani contestatori. I personaggi sono credibili e ben delineati, e le dinamiche tra di loro sono convincenti, soprattutto all’interno del Nucleo Operativo dei Carabinieri, con le sue macchiette in stile commedia all’italiana. Personalmente io avrei reso più compiuto qualche personaggio, come il giornalista Corti, dedicandogli più spazio, soprattutto alla fine, e forse padre Reginaldo appare un po' didascalico, ma si tratta di sfumature. Un applauso va tributato a Roberto Marchesini, che ha avuto la pazienza di ascoltare tutte le mie osservazioni in corso d’opera e l’umiltà di accettare i miei consigli di editor: avrebbe potuto tranquillamente mandarmi a quel paese (come hanno fatto molti altri in questi anni) e invece si è fidato, facendo quasi tutto di quello che gli chiedevo, con una velocità sorprendente. Il che dà sempre una certa soddisfazione.

lunedì 5 maggio 2014

Juliet Macur - The fall. Ascesa e caduta di Lance Armstrong

Ancora Lance Armostrong, ancora narrazioni tossiche legata allo sport, ancora il grande inganno a base di trasfusioni di sangue, EPO, steroidi, cortisone e testosterone con protagonista un drogato in stile industriale ma capace di negare sempre con una tale convinzione da risultare impossibile che stesse mentendo, e per di più con una sicurezza in stile CIA (con informatori pagati per fargli sapere quando doversi far trovare pronto e “pulito” per i test). Dopo Il texano dagli occhi di ghiaccio di Reed Albergotti e Vanessa O’Connell (che è forse maggiormente attento all’aspetto tecnico del ciclismo), ad accanirsi sul cadavere dell’ex campione (ormai nella polvere) ci pensa The Fall. Ascesa e caduta di Lance Armstrong (titolo originale Cycle of Lies. The Fall of Lance Armstrong) di Juliet Macur, giornalista del New York Times che ha seguito il ciclista per ben dieci anni: un libro importante, dal momento che Hollywood se ne è già accaparrata i diritti per realizzare l’immancabile film (si parla di J.J. Abrams), che conferma le potenzialità narrative offerte da quello che, a tutti gli effetti, è un personaggio malvagio e straordinario, abilissimo manovratore e costruttore di grandi menzogne partendo da piccole verità. Ovviamente la Macur parte dalla fine, dai sette Tour de France che sono stati tolti ad Armstrong, dal doping, dalla damnatio memoriae, dalla fuga degli sponsor, dalla parziale confessione ai microfoni di Oprah Winfrey, l’eroe buono che diventa cattivo, il campione prima adorato e poi odiato, il simbolo della lotta contro il cancro trasformato nel prodotto degli anni folli e arroganti del doping senza limiti. La sua ricostruzione a posteriori analizza tutte le bugie (della famiglia, dello sport, dei media, della fratellanza, dell’eroe americano) attorno a cui si è costruita la favola di Armstrong, un eroe nazionale come quelli che solo l’America sa fabbricare e amare, e lo inquadra come prodotto di una famiglia disfunzionale del Texas che lo ha reso arrabbiato, aggressivo e insicuro, precoce nelle abilità atletiche, in possesso di una sfrenata ambizione al di là di qualunque senso etico e di un’indubbia capacità di affascinare quanti avrebbero potuto essergli utili, irretendo e rendendo complici compagni, tecnici, sponsor e istituzioni del ciclismo. «Il campione si rialza dal letto di morte fino a conquistarsi una sorta di santità laica, e gli americani sono entusiasti di proclamarlo uno di loro. È un personaggio che il Paese applaude e di cui va orgoglioso, perché il suo è il classico percorso dell’eroe, con tutti gli elementi di una storia a lieto fine. Il messaggio che trasmette agli americani è che si può sconfiggere il cancro, ma non solo: si possono sconfiggere anche quei maledetti francesi proprio a casa loro, nella competizione più ambita, il Tour de France. Armstrong diventerà il supereroe che prende a calci nel sedere tutti quanti: il cancro, la Francia, il mondo intero. Un tipo duro ma amichevole: proprio ciò che piace agli americani. Per certi versi, Armstrong soddisfa un bisogno umano fondamentale: trovare un modello per la propria soddisfazione personale. È un diseredato che si trasforma in supereroe, prima nel reparto oncologico, poi in sella alla sua bicicletta. Chi crede in lui non potrà fare a meno di vedere soltanto una faccia da medaglia, quella buona, e di convincersi che non ce sia un’altra». In realtà, sotto quella faccia c’era un bullo, un imbroglione egoista e narcisista, capace di imprese sportive davanti a cui gli avversari brontolavano ma tacevano: un silenzio in forma di obbedienza prestata a un padrone. Tutti sapevano, ma in pochi hanno avuto il coraggio di opporsi all’omertà, perché chiunque lo faceva doveva vedersela con lui: Christophe Bassons lo imparò a sue spese nel 1999, quando, per essersi rifiutato di sottomettersi, venne messo a posto dall’americano in persona, in piena corsa, con tanto di intimidazione di andare a farsi fottere. Certo, che Armstrong non fosse particolarmente interessato alle vittorie pulite è chiaro sin dall’inizio, quando a 22 anni accettò la sfida di uno sponsor di vincere tre corse su strada negli Stati Uniti in cambio di un milione di dollari, che il texano si aggiudicò grazie a una combine con gli avversari. Il giornale francese “Le Monde”, che parò di un controllo positivo ai corticosteroidi, fu accusato di essere geloso e di portarsi dentro i germi di un antiamericanismo viscerale (mentre, qualche giorno più tardi, l’Unione Ciclistica Internazionale restituì la verginità alla sua nuova icona mondiale accettando un certificato pre-datato). Lo stesso bullismo Armstrong lo esercitava anche all’interno della sua squadra: pretendeva che anche i gregari rendessero al massimo, obbligandoli ad assumere EPO e altre sostanze illecite, pena l’esclusione e l’oblio. La sua è anche una vicenda di rapporti umani troncati, di amici e familiari a cui ha voltato le spalle: il padre adottivo di cui porta il cognome e che lo ha allevato e sostenuto fino all’adolescenza pagandogli studi e attrezzature, una nonna, una zia, la madre ridotta a vivere di stenti in un monolocale, e soprattutto lo stretto collaboratore J.T. Neal, per molto tempo figura paterna che si prese cura del Armstrong ma che venne da lui abbandonato proprio nel momento del bisogno, prima del trapianto a causa di un tumore, quando Lance (vincitore per conto suo della battaglia contro il cancro) gli voltò le spalle per seguire un gruppo rock in tour. Da leggere per perdere ogni illusione residua.