venerdì 27 giugno 2014

Michael Dobbs - House of Cards

Sarà il carisma di Kevin Spacey, sarà la scrittura raffinata, sarà la regia di (alto) livello, sarà la cura con cui è stata allestita la messa in scena, fatto sta che è veramente difficile riuscire a spiegare quanto mi è piaciuta la serie televisiva House of Cards. Basti dire che ho divorato le prime due stagioni in pochissimo tempo e mi è venuta voglia di recuperare il romanzo originale di Michael Dobbs, thriller politico di fine anni Ottanta, il primo di una trilogia (già alla base di una serie sulla BBC) che la Fazi ha pensato bene di iniziare a pubblicare in concomitanza dello sbarco in Italia della serie su Sky Atlantic. Ed ecco la prima scoperta: se in copertina troneggia Kevin Spacey (protagonista della serie tv e con le mani sporche di sangue) sui fasci littori al Congresso degli Stati Uniti, il romanzo è ambientato in Inghilterra. Il protagonista si chiama Francis Urquhart, non Francis Underwood come nella serie, ed è Chief Whip (traducibile impropriamente come “capogruppo”) del partito conservatore inglese, non di quello democratico americano. La sua carica consiste nel tenere i collegamenti tra il leader del partito e i suoi membri ma, soprattutto, di supervisionare la disciplina del partito per non pregiudicare la maggioranza di governo: questo gli permette di sapere tutti i segreti e le debolezze dei membri del partito e del governo e di utilizzarle con estrema spregiudicatezza e cinismo quando decide di prendersi la rivincita nei confronti del Primo Ministro Henry Collingridge, reo di aver bocciato la sua idea di un rimpasto che porti sotto le luci della ribalta in una situazione di difficoltà dei conservatori, che stanno perdendo un seggio dopo l’altro. Da qui parte il complesso meccanismo di rivelazioni, ricatti, tradimenti e intrecci pericolosi con il mondo dei media, il tutto ovviamente orchestrato da dietro le quinte da un vero e proprio eroe negativo che, come ha detto Aldo Grasso, è il demiurgo di una politica cattiva senza più alcuna idealizzazione, che per ottenere il suo scopo non evita di ricorrere ad alcun sotterfugio, nemmeno all’omicidio, e si ammanta di frasi lapidarie e machiavelliche come «Le amicizie politiche sono solo impressioni che si cancellano con facilità». Si capisce quindi che l’autore ha voluto riversare nella vicenda da un lato la sua esperienza personale (Dobbs è stato consigliere di Margaret Thatcher) e dall’altro il suo desiderio di vendetta, attraverso uno sguardo cinico e livido, dopo essersi dimesso al termine della campagna presidenziale del 1987, quando litigò furiosamente con la Thatcher (come spiega lo stesso Dobbs nella Postfazione). La sua è una politica fatta di scandali più o meno reali, pugnalate alle spalle, coca e rapporti sessuali (anche gay) da nascondere, nella convinzione che le persone veramente capaci sono quelle di secondo piano che si muovono nell’ombra, mentre quelli che emergono sono i meno dotati e i più manovrabili. Da non sottovalutare il peso dato al crescente strapotere dei mezzi d’informazione, soprattutto della carta stampata (e come poteva essere altrimenti nella patria dei quotidiani scandalistici), capaci di fare e disfare alleanze e candidature senza per questo evitare di dare in pasto all’opinione pubblica storie in grado di assicurare maggiori vendite: non a caso, una dei personaggi principali (Mattie Storin) è una giornalista. Al di là di questo, come narratore mostra dei vistosi limiti: fatta eccezione per il suo mefistofelico protagonista, i personaggi sono piuttosto schematici, e la tecnica dei punti di vista (che cambia troppo repentinamente a ogni capitolo) manca di una visione coesa d’insieme, insomma una cosa ben distante dal grande espediente adottato dalla serie televisiva (sia quella inglese che quella americana) di far rivolgere il protagonista Underwood/Urquhart alla telecamera in una sorta di colloquio diretto, cinico e disincantato, con lo spettatore. Proprio per la sua natura di romanzo “politico”, grande (forse troppo) spazio è dato alle cariche istituzionali e al funzionamento della politica britannica: potrebbe non piacere a tutti, ma c’è un grande apparato di note che viene in aiuto del poco ferrato lettore italiano.

domenica 22 giugno 2014

Michele Primi - Queen

I Queen sono Freddie Mercury. Con buona pace di John Deacon (basso), Roger Taylor (batteria) e Brian May (chitarrista che è sembrato sempre sapere quando fermarsi e mettere tutte le note necessarie per fare un assolo memorabile senza cadere nel virtuosismo fine a se stesso), le cose stanno così, e ci si può fare davvero poco. Lo prova anche questo capitolo dei bellissimi Atlanti Musicali Giunti dedicato al gruppo inglese a firma di Michele Primi che presenta una copertina rappresentante proprio il carismatico cantante (uno che, già ai suoi esordi, si esibiva con pantaloni attillati di velluto, pelliccia e mantello dorato) nella sua incarnazione più famosa, quella con baffi e capelli corti degli anni Ottanta, molto lontana da quella dandy con tutine, smalto e capelli lunghi degli anni Settanta. Il metodo seguito da Primi è il consueto della collana: la storia del gruppo viene ripercorsa album dopo album, parlando quasi esclusivamente di musica, di lavoro in studio e dei trionfali tour, senza mai scadere nei pettegolezzi, ma anzi sottolineando le ragioni della band e i suoi motivi ispiratori, oltre che l’importanza che i Queen hanno avuto nella musica contemporanea, e questo rende il libro una lettura perfetta per un neofita ma anche per qualunque fan. Una storia fatta di straordinari eccessi ma anche di una grande creatività, sin dai primi anni: infatti i Queen dimostrarono subito di possedere un proprio sound in grado di spaziare tra diversi generi e stili musicali, dall’hard rock dei Led Zeppelin al glam, al pop al progressive, ma anche al cabaret e all’operetta anni Venti, fino al rock opera, uno stile basato sulle sovraincisioni, i cambi di tempo, le armonie differenti e i virtuosismi, ma soprattutto sull’uso dei cori. Tutti elementi riscontrabili nei primi inarrivabili cinque dischi (QueenQueen IISheer Heart AttackA Night At The OperaA Day At The Races), che riflettono la volontà di Freddie Mercury di arrivare, attraverso il rock, a una forma d’arte universale in grado di unire musica, danza e teatro (cosa ripresa anche in certe sue produzioni soliste come il famoso Barcelona con Montserrat Caballé). Una poetica messa in crisi dall’arrivo del punk che, al grido di “No Future”, fece diventare la ricercatezza dell’immagine e la fastosità del rock opera il passato da superare e spinse gli stessi Queen ad affinare la capacità di non ripetersi: una caratteristica che guiderà con alterni risultati tutta la seconda parte della loro carriera, quando cercheranno un suono più semplice e diretto e si apriranno alle nuove influenze disco-funk (e all’utilizzo dei sintetizzatori, prima fieramente osteggiati), fino alle incertezze del periodo Hot Space e The Works, nei quali anche i pezzi migliori risulteranno mediocri per scelte sbagliate a livello di suoni (Primi sottolinea che tutti questi pezzi suonano in maniera decisamente più convincenti suonate dal vivo: anche i pezzi di Hot Space, che su disco suonano deboli e privi di energia, dal vivo acquistano la carica rock giusta), prima della rinascita di A Kind Of Magic e la grande creatività degli ultimi anni, quando Freddie, ormai malato e conscio del rapido approssimarsi della fine, volle cantare sino all’ultimo sui pezzi dei compagni. Nella seconda parte, una trattazione approfondita della carriera solista di Freddie Mercury, Brian May e Roger Taylor (“I Queen senza i Queen”), fino alla tristissima parentesi della reunion con Paul Rodgers (episodio con cui non ho mai voluto avere nulla a che fare), oltre a una terza parte che riporta una dettagliata cronologia del gruppo, il tutto corredato da moltissime foto (compreso il biglietto di un concerto del 1979 ad Alexandra Palace di Wood Green, cioè dove ho vissuto io a Londra!). Come al solito, le uniche critiche che si possono rivolgere all’opera riguardano i pareri personali espressi dall’autore nella presentazione degli album: se affossare l’operazione Queen+Paul Rodgers è condivisibile, esaltare News Of The World, album che personalmente non ho mai amato, e ridurre la bellezza di un disco emozionale come Made In Heaven sono scelte che personalmente non capisco, ma è vero che i gusti cambiano da persona a persona e si tratta di particolari di poco conto. Il volume è del 2006 e quindi non tratta di The Cosmos Rock: è senz’altro un bene.

giovedì 12 giugno 2014

Cesare Rizzi - The Beatles

 
Gli Atlanti Musicali della Giunti sono agili libretti esaustivi e colorati, pieni di foto e di informazioni, che fungono da guide per conoscere in maniera strutturata la discografia di alcuni gruppi storici o di specifici generi musicali. Questo volumetto dedicato ai Beatles, curato da Cesare Rizzi, si presenta bene già a partire dalla copertina di Revolver e riesce perfettamente in quest’impresa grazie al suo essere pieno di contenuti, pur senza pretese enciclopediche, e ci sono talmente affezionato che ne possiedo due copie (perfettamente identiche: cambia leggermente solo la copertina). Oltre alla storia della band (che non risparmia i punti oscuri) e alla descrizione di tutti i dischi (corredati da una foto della copertina e da una valutazione da 1 a 5 punti), sono presentate anche le raccolte, le rarità, le collezioni e i film, oltre alle intere carriere soliste di John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr, oltre alle discografie particolari, come quella americana (veramente cervellotica ma con un notevole merito: aver fatto entrare nella discografia ufficiale l’edizione LP di Magical Mystery Tour, nel Regno Unito uscito come EP) e quella italiana (con tanto di copertine di tutti gli LP e dei 45 giri pubblicati). Il volume è stato pubblicato nel 2002, quindi si registrano mancanze importanti come Let It Be… Naked (2003), l’uscita dell’intero catalogo Remastered (2009) e lo sbarco su iTunes (2010): si tratta comunque di particolari di poco conto, vista l’enorme capacità dei Beatles di perpetuare se stessi e rimanere al passo con i tempi pur essendosi sciolti da oltre 40 anni. Come sempre, il vero problema è che a volte le descrizioni sono un po’ troppo concise e troppo legate al punto di vista personale del curatore. Non mancano aneddoti curiosi, come quello del solco senza fine registrato alla fine di Sgt. Pepper nel quale è registrato un segnale audio non udibile dall’orecchio umano ma dai cani sì, o quello legato alla canzone Not A Second Time (contenuta nell’album With The Beatles),  per la quale si scomodarono illustri critici di musica classica, immaginando paragoni con Mahler e con le cadenze eoliche dell’antica Grecia: Lennon, l’autore, non aveva ovviamente idea di cosa stessero parlando. Il vero punto di forza del libro è la capacità di tratteggiare brevemente il confronto delle personalità di Lennon e McCartney, opposte ma perfettamente complementari nell’economia della band (fin quando il connubio ha resistito): più fantasioso, imprevedibile e introspettivo il primo, più sensibile alla melodia e ai toni più lievi e romantici il secondo (e con un fondamentale ruolo di grande curatore, moderatore degli eccessi fantastici di John e di quelli mistici di George, e rifinitore delle imperfezioni strumentali di Ringo). Queste differenze stilistiche e personali assumeranno proporzioni esasperate dopo lo scioglimento del gruppo: mentre Lennon si ergerà a paladino dell’impegno sociale e delle istanze per la pace universale, con clamorose prese di posizione dagli aggressivi contenuti politici e militanti contro l’autorità costituita, McCartney continuerà a fare esercizio di melodia romantica a oltranza, anche oltre il lecito, con risultati quasi mai memorabili, spesso stucchevoli e imbarazzanti. Rizzi gli riconosce però il ruolo di vero ambasciatore dei Beatles: dei quattro, Paul è sempre stato il più attivo, il più visibile, il più attento alla propria carriera ma anche alla conservazione dell’eredità del gruppo. Certe sue canzoni sono quanto di più beatlesiano prodotto dopo il 1970 ed è sempre lui il principale artefice del progetto Anthology di metà anni Novanta: nelle interviste della parte video, è il più indulgente alla nostalgia, ai buoni ricordi, a rendere favolosi anche anni che probabilmente non lo sono stati e a mantenere un’aura di mito sull’avventura beatlesiana che nemmeno l’acido sarcasmo di George e l’ironia delle implacabili fratture di Ringo riescono a intaccare. Ed è la ragione per cui, personalmente, ho sempre preferito Paul.

mercoledì 11 giugno 2014

Luigi Abramo - Il manuale del perfetto beatlesiano

La Arcana pubblica generalmente bei libri e non si smentisce nemmeno con questo Manuale del perfetto beatlesiano di Luigi Abramo, che riesce nell’impresa di essere agile e simpatico senza risultare banale o pretenzioso, nonostante lo stile al limite della verbosità del suo autore, il quale non si vergogna a definirsi innanzitutto un fan, cioè qualcuno che vive in un «altrove magico, popolato di Sommergibili gialli e Biechi Blu, una Pepperland piena di profumi di vinile, vestiti senza bavero, bassi elettrici Hofner a forma di violino, scintillanti chitarre Rickenbacker e concerti in pelliccia sul tetto, mari di buchi dai quali veder spuntare aneddoti e spillette, poster e fotografie da riscoprire, armoniche architetture vocali di un pugno di canzoni sempre incredibilmente nuove ed eterne» (chi conosce i Beatles sa perfettamente a cosa si allude in queste righe). Per questo Abramo imbocca subito l’unica strada percorribile, quella biografico-sentimentale, ricordando la prima volta che incappò nei Fab Four, esperienza paragonata alla perdita della verginità: la visione in giovanissima età del mitico film Il sottomarino giallo in televisione. Da lì in poi, una storia d’amore intramontabile, condivisa da migliaia di persone (me compreso) che venerano John, Paul, George e Ringo (sempre chiamati per nome, cosa unica nel panorama musicale) e li considera ancora vivi e insieme, come un’unica grande famiglia. Un sodalizio umano e musicale durato, discograficamente parlando, pochi anni (1963-1970), ma intramontabile ed eterno per la sua importanza e influenza, per giunto baciato da un continuo e crescente successo. Qualche esempio? La raccolta 1, uscita nel 2000 e contenente tutti i singoli giunti in vetta alle classifiche nel Regno Unito e/o negli Stati Uniti, ha venduto 31 milioni di copie senza presentare inediti, e ogni volta che l’intera discografia del gruppo (13 album ufficiali, più alcune raccolte) viene ristampata in un nuovo formato (l’ultimo è quello liquido, su iTunes) riesce a vendere come e più di prima. Dal momento che il sottotitolo del volume è Per sostenere con successo qualsiasi conversazione sui Fab Four, Abramo intende fornire validi strumenti di argomentazione, dall’antropologia alla tecnica musicale, per poter sostenere qualsiasi diatriba e discussione sui Beatles (e rispondere alle critiche), non risparmiando alcuni “Cruciverbeatles” per poter testare la propria conoscenza e un “Alfabeatles”, un sistema per poter ricordare le tappe principali della storia dei Fabs attraverso l’alfabeto (e non mancano nemmeno alcune filastrocche originali composte per l'occasone). Non manca la descrizione del famoso tour nei “luoghi sacri” beatlesiani a Liverpool (Lime Street, Strawberry Field, le casette di mattoni dove abitavano i quattro, ma soprattutto Penny Lane, dove l’impatto «sfiora l’indescrivibile») ma, conscio dei rischi insiti nella Beatlemania, Abramo intende però mettere in guardia dalle possibili degenerazioni dell’essere fan. Ecco perché ne illustra quattro tipologie (e sfido chiunque a non riconoscersi in alcuni dei loro tratti caratteristici): l’Esegeta, colui che ha letto qualsiasi saggio, biografia e pubblicazione, e crede che tutti gli altri abbiano la sua stessa preparazione; il Collezionista, che possiede l'inimmaginabile, raccolto in anni e anni di pazienza certosina, e lo accumula in un sacro tempio (spesso il suo appartamento); l’Integralista, non scevro di tracce di fanatismo, al punto da non ammettere nessuna influenza nell'opera dei propri prediletti al di là delle prove storiche e delle stesse dichiarazioni dei diretti interessati; il Tecnicista, solitamente un musicista o comunque uno che si muove in un'area strettamente connessa alla musica e sa tutto di marche di chitarre, batterie, amplificatori, innovazioni di studio, masterizzazioni, incisioni rare e pirata. Un altro rischio, per il fan, è poi quello di sorvolare sulle imperfezioni dei suoi beniamini «che vorrebbe ineccepibili nell’opera e nei comportamenti di vita», dando la colpa del loro scioglimento a Yoko Ono (e fare questo «significa voler sposare il Re dei Luoghi Comuni Beatlesiani»), senza ammettere gli angoli oscuri e spigolosi delle personalità e le responsabilità individuali dei Fab Four, che hanno creato capolavori immortali proprio completandosi nelle loro differenze (basti pensare a Lennon e McCartney, praticamente all’opposto uno dell’altro). Dopo averlo letto, avrete la sensazione di far parte anche voi del Grande Culto beatlesiano, sempre che non vi siate già recati una mezza dozzina di volte nel Beatles Store di New Baker Street di Londra: in quel caso, avreste dovuto capire di esserlo già da un pezzo.

sabato 7 giugno 2014

Robert Hugh Benson - Il padrone del mondo

 
Dopo aver curato tre romanzi di Benson e una sua autobiografia (scritta da Luca Fumagalli, davvero completissima), tutti pubblicati da Fede & Cultura, mi sono ritrovato a fare i conti con una nuova traduzione della sua opera più famosa, Il padrone del mondo, nel frattempo tornato agli onori della cronaca per essere stato citato nientemeno che da papa Francesco come romanzo capace di aver “visto quello spirito della mondanità che ci porta all’apostasia” nel contesto della condanna del “pensiero unico” che discende dalle lusinghe della mondanità. Quindi, ho affrontato la lettura delle due edizioni disponibili sul mercato, quella della Jaca Book (che presenta una traduzione migliore e moderna, ma anche una copertina orripilante) e quella di Fede & Cultura, che non ho curato io ma che presenta l’ormai anacronistica traduzione di Corrado Raspini del 1920, capace di regalare esclamazioni quali “Che cicalata gazzettiera!” e “Deploro il mio fallo!” che forse erano comuni nell’italiano di allora ma che oggi suonano bizzarre se non addirittura incomprensibili. Purtroppo, entrambe le traduzioni presentano italianizzazioni dei nomi di persona e della toponomastica (cose che odio), mentre l’unica vera modifica apportata dall’edizione Fede & Cultura è la trasformazione del nome del papa Giovanni XXIV in Benedetto XVI forse per la volontà di collegare la persecuzione della Chiesa (che il romanzo racconta) a papa Ratzinger. Precisazioni a parte, Il padrone del mondo è un romanzo distopico che parla di un mondo in cui, grazie agli straordinari progressi della scienza e della tecnica (comunicazioni istantanee, trasporti aerei, un parlamento europeo, utilizzo dell’esperanto), l’uomo si illude di costruire il paradiso su questa terra (che è divisa in tre grandi blocchi continentali: l’impero orientale, che comprende Asia e Australia; l’Europa, che controlla anche la Russia e il Sudafrica; gli Stati Uniti, che da tempo hanno occupato il Canada). Soprattutto, Il padrone del mondo parla dell’Anticristo. Non di quello mostruoso dell’immaginario splatter, ma di un uomo straordinario per qualità e capacità, Julian Felsenburgh (il cui nome evoca chiaramente Giuliano l’apostata), un astro luminoso capace di incantare il mondo, la più alta incarnazione dello spirito del mondo: politicamente corretto, profeta dei diritti umani, filantropo (elimina i poveri con una legge sulla povertà che ha l’appoggio di massoneria e comunisti), estraneo alla corruzione (un’eco dell’incorruttibile Robespierre?), coltissimo e poliglotta, acclamato dai mass media, è un messia terreno che ha successo laddove Cristo ha fallito (lui stesso dice di portare la pace e non la spada, al contrario di Gesù Cristo che portava la spada e non la pace, e non a caso anche lui ha 33 anni), al punto che tutte le nazioni della terra gli offrono di diventare il loro leader. Piccolo particolare: tra i suoi buoni propositi c’è anche la distruzione della Chiesa e la cancellazione del cristianesimo, visto che, in nome della tolleranza, Felsenburgh vuole realizzare la nuova religione dell’umanità, volta a celebrare la divinità dell’uomo e la sua possibilità di procurarsi la salvezza e la felicità in questo mondo, senza parlare di trascendenza (anzi, tutto ciò che gli uomini hanno attribuito a Dio e che la Chiesa a Gesù Cristo, ora va attribuito all’umanità in quanto tale). Protagonisti della vicenda sono l’uomo di governo Oliver Brand, stolido sostenitore del nuovo mondo rappresentato da Felsenburgh al di là di ogni coscienza personale, e sua moglie Mabel, che invece è sempre più rosa dal dubbio e lontana dalle posizioni del marito. La vicenda si snoda attraverso tre scenari: Londra, ormai capitale del nuovo mondo; Roma, ora di nuovo sotto il controllo del papa ma priva di ogni tecnologia e isolata sul piano delle relazioni internazionali; la Palestina, dove il papa e i pochi sostenitori rimasti dopo la distruzione di Roma trovano rifugio. Benson ha delle intuizioni formidabili (ricordiamo che scriveva all’inizio del XX secolo), a cominciare da quella che l’uomo ha fondamentalmente bisogno di una religione: il nuovo umanitarismo (in cui finiscono per confluire tutte le altre religioni, che perdono tutte le loro differenze, e quindi si annullano) è una religione a tutti gli effetti, con tanto di riti e forme di culto raffinate, e non è un caso che il suo più ardente sostenitore, Mr. Francis, sia un ex prete. Inoltre, si dimostra buon profeta nel parlare di eutanasia (da praticare “con umanità” nei confronti dei nemici del progresso) e rivela un’indiscutibile capacità visionaria quando descrive mezzi volanti a metà strada tra uno zeppelin e un ornitottero di Leonardo da Vinci. Meno incisivo risulta invece quando eccede nelle contrapposizioni simboliche (la Roma rurale e arretrata contro la Londra industriale e ipertecnologica; padre Franklin, poi papa Silvestro III, che è il sosia di Felsenburgh) e indugia nei suoi marchi di fabbrica, cioè si dilunga in descrizioni interminabili degli ambienti e fa procedere la narrazione per blocchi prevalentemente domestici. Anche il finale con la distruzione della Terra Santa e la fine del mondo con il ritorno di Cristo si dimostra inefficace e poco coraggioso: capisco che per il sacerdote Benson bisognava far vincere il bene e collegare il tutto alle Scritture, ma la soluzione da lui scelta è ben lontana da quelle riflessioni che un romanzo distopico dovrebbe indurre. Per questo, 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley sono molto, molto distanti.