sabato 7 giugno 2014

Robert Hugh Benson - Il padrone del mondo

 
Dopo aver curato tre romanzi di Benson e una sua autobiografia (scritta da Luca Fumagalli, davvero completissima), tutti pubblicati da Fede & Cultura, mi sono ritrovato a fare i conti con una nuova traduzione della sua opera più famosa, Il padrone del mondo, nel frattempo tornato agli onori della cronaca per essere stato citato nientemeno che da papa Francesco come romanzo capace di aver “visto quello spirito della mondanità che ci porta all’apostasia” nel contesto della condanna del “pensiero unico” che discende dalle lusinghe della mondanità. Quindi, ho affrontato la lettura delle due edizioni disponibili sul mercato, quella della Jaca Book (che presenta una traduzione migliore e moderna, ma anche una copertina orripilante) e quella di Fede & Cultura, che non ho curato io ma che presenta l’ormai anacronistica traduzione di Corrado Raspini del 1920, capace di regalare esclamazioni quali “Che cicalata gazzettiera!” e “Deploro il mio fallo!” che forse erano comuni nell’italiano di allora ma che oggi suonano bizzarre se non addirittura incomprensibili. Purtroppo, entrambe le traduzioni presentano italianizzazioni dei nomi di persona e della toponomastica (cose che odio), mentre l’unica vera modifica apportata dall’edizione Fede & Cultura è la trasformazione del nome del papa Giovanni XXIV in Benedetto XVI forse per la volontà di collegare la persecuzione della Chiesa (che il romanzo racconta) a papa Ratzinger. Precisazioni a parte, Il padrone del mondo è un romanzo distopico che parla di un mondo in cui, grazie agli straordinari progressi della scienza e della tecnica (comunicazioni istantanee, trasporti aerei, un parlamento europeo, utilizzo dell’esperanto), l’uomo si illude di costruire il paradiso su questa terra (che è divisa in tre grandi blocchi continentali: l’impero orientale, che comprende Asia e Australia; l’Europa, che controlla anche la Russia e il Sudafrica; gli Stati Uniti, che da tempo hanno occupato il Canada). Soprattutto, Il padrone del mondo parla dell’Anticristo. Non di quello mostruoso dell’immaginario splatter, ma di un uomo straordinario per qualità e capacità, Julian Felsenburgh (il cui nome evoca chiaramente Giuliano l’apostata), un astro luminoso capace di incantare il mondo, la più alta incarnazione dello spirito del mondo: politicamente corretto, profeta dei diritti umani, filantropo (elimina i poveri con una legge sulla povertà che ha l’appoggio di massoneria e comunisti), estraneo alla corruzione (un’eco dell’incorruttibile Robespierre?), coltissimo e poliglotta, acclamato dai mass media, è un messia terreno che ha successo laddove Cristo ha fallito (lui stesso dice di portare la pace e non la spada, al contrario di Gesù Cristo che portava la spada e non la pace, e non a caso anche lui ha 33 anni), al punto che tutte le nazioni della terra gli offrono di diventare il loro leader. Piccolo particolare: tra i suoi buoni propositi c’è anche la distruzione della Chiesa e la cancellazione del cristianesimo, visto che, in nome della tolleranza, Felsenburgh vuole realizzare la nuova religione dell’umanità, volta a celebrare la divinità dell’uomo e la sua possibilità di procurarsi la salvezza e la felicità in questo mondo, senza parlare di trascendenza (anzi, tutto ciò che gli uomini hanno attribuito a Dio e che la Chiesa a Gesù Cristo, ora va attribuito all’umanità in quanto tale). Protagonisti della vicenda sono l’uomo di governo Oliver Brand, stolido sostenitore del nuovo mondo rappresentato da Felsenburgh al di là di ogni coscienza personale, e sua moglie Mabel, che invece è sempre più rosa dal dubbio e lontana dalle posizioni del marito. La vicenda si snoda attraverso tre scenari: Londra, ormai capitale del nuovo mondo; Roma, ora di nuovo sotto il controllo del papa ma priva di ogni tecnologia e isolata sul piano delle relazioni internazionali; la Palestina, dove il papa e i pochi sostenitori rimasti dopo la distruzione di Roma trovano rifugio. Benson ha delle intuizioni formidabili (ricordiamo che scriveva all’inizio del XX secolo), a cominciare da quella che l’uomo ha fondamentalmente bisogno di una religione: il nuovo umanitarismo (in cui finiscono per confluire tutte le altre religioni, che perdono tutte le loro differenze, e quindi si annullano) è una religione a tutti gli effetti, con tanto di riti e forme di culto raffinate, e non è un caso che il suo più ardente sostenitore, Mr. Francis, sia un ex prete. Inoltre, si dimostra buon profeta nel parlare di eutanasia (da praticare “con umanità” nei confronti dei nemici del progresso) e rivela un’indiscutibile capacità visionaria quando descrive mezzi volanti a metà strada tra uno zeppelin e un ornitottero di Leonardo da Vinci. Meno incisivo risulta invece quando eccede nelle contrapposizioni simboliche (la Roma rurale e arretrata contro la Londra industriale e ipertecnologica; padre Franklin, poi papa Silvestro III, che è il sosia di Felsenburgh) e indugia nei suoi marchi di fabbrica, cioè si dilunga in descrizioni interminabili degli ambienti e fa procedere la narrazione per blocchi prevalentemente domestici. Anche il finale con la distruzione della Terra Santa e la fine del mondo con il ritorno di Cristo si dimostra inefficace e poco coraggioso: capisco che per il sacerdote Benson bisognava far vincere il bene e collegare il tutto alle Scritture, ma la soluzione da lui scelta è ben lontana da quelle riflessioni che un romanzo distopico dovrebbe indurre. Per questo, 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley sono molto, molto distanti.

5 commenti:

  1. Buongiorno!
    Da qualche giorno ho cominciato a leggere Il padrone del Mondo edito da Fede & Cultura. La traduzione è a cura di Sara Marzatico Giulidori. Lei invece parla di una datata traduzione di Raspini. Beh, in ogni caso anche questa della Giulidori è estremamente datata, se non imbarazzante e incomprensibile a tratti. Sto meditando di acquistare il libro in inglese. Le sarei grata di un chiarimento. Buona giornata. Elena Bentini - Faenza (RA)

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  2. Sara Marzatico Giulidori ha firmato la traduzione, ma ha preso quella di Raspini, tale e quale alla virgola, e sono d'accordo sul fatto che sia imbarazzante e incomprensibile. Non capisco nemmeno io come sia stato possibile. Comunque, se aspetta fino a settembre, uscirà la versione ritradotta dal sottoscritto.

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  3. Buongiorno Paolo, grazie per il chiarimento.
    Mi accorgo che non è apparsa la mia risposta inviata ieri.
    Volentieri leggerò la nuova versione di un libro che ritengo comunque affascinante.
    Grazie per il Suo lavoro!
    Elena

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  4. Oltre alla scorrettezza relativa alla traduzione, attribuita alla Marzatico Giulidori, creatura vivente che, poffarbacco, sarebbe estremamente brava in quanto capace di scrivere in un italiano ottocentesco, c'è anche quella relativa alla editrice Fede&Cultura che, nell'ultima di copertina scrive "settima edizione", quando si tratta, come risulta dal colophon, di una settima ristampa della prima edizione (2011). E mi fa un po' di nervoso aver ricevuto, a fronte di un ordine del 30 ottobre u.s., una copia della vecchia versione, stampata nell'agosto 2014, sia pure attraverso Amazon, quando probabilmente è disponibile la sua traduzione. Per fortuna ci sono Kreuzgang.org e Gutenberg.org. Saluti
    E.

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  5. Sara Marzatico Giulidori ha semplicemente firmato la traduzione, ma non l'ha fatta. E' assolutamente evidente, non solo perché la sua versione è perfettamente identica a quella di Raspini, ma anche perché nessuno al giorno d'oggi tradurrebbe il tutto come una traduzione del 1920 (e secondo me la traduzione di Raspini era già vecchia per quell'epoca). Tra l'altro, sempre di Benson, ha tradotto le versioni de L'alba di tutto e de I necromanti, e di certo non ha usato una lingua del genere o tradotto i nomi di persona e la toponomastica. Sulla faccenda della settima edizione/ristampa, credo si tratti di semplici stratagemmi di marketing, nei quali non ho assolutamente parte. Riguardo all'acquisto della versione, sono veramente dispiaciuto: c'è da dire che il nuovo libro, per una serie di ritardi, è materialmente disponibile da pochissimi giorni.

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