giovedì 28 agosto 2014

Martin Stejskal - Praga insolita e segreta

Nell’avvilente panorama delle guide turistiche, sempre più scialbe e uguali a se stesse, come se tutti i turisti fossero costretti a vivere viaggi tristemente omologati e privi di stimoli culturali, ecco una serie di guide non convenzionali che si rivolgono a un tipo di viaggiatore e lettore diverso: le JonGlez, dedicate agli aspetti insoliti, segreti o ancora poco noti delle città prese in esame. Se poi si parla di Praga, il gioco è fatto: la capitale della Repubblica Ceca è infatti terreno fertile per storie, leggende e misteri, ed è passata alla storia come centro dell’esoterismo e dell’alchimia nel XVII secolo con l’imperatore Rodolfo II. Per chi, come me, è appena stato a Praga ed era carico di antiche suggestioni universitarie legate alla battaglia della Montagna Bianca, il volume si è rivelato una graditissima sorpresa e, allo stesso tempo, com’è inevitabile, ha acuito in me la sensazione di essermi perso un sacco di cose imperdibili. L’autore, Martin Stejskal, spiega che la Via Reale che va da est a ovest, cioè dalla Torre Polveriera al Castello, attraversata per l’incoronazione del nuovo re, fu concepita da Carlo IV come una grandiosa allegoria del processo alchemico ed ermetico, come si può vedere dai portali e dalle insegne delle case. Una chiave di lettura forse un po’ forzata, ma senza dubbio affascinante, tanto più che i portali e le insegne delle case della città sono realmente ambigue e colme di simbologie misteriose. Ecco quindi che il libro ripercorre i segreti degli alchimisti del Castello, le dodici fasi della Grande Opera per la fabbricazione della Pietra Filosofale, i Rosacroce, misteriosi libri come il Codex Gigas e il manoscritto Vojnic, il messaggio palindromo (a scopo protettivo) nascosto in un’iscrizione sul Ponte Carlo, il senso della data di inizio dei lavori dello stesso ponte (il 9 luglio 1357 alle ore 5 e 31 del mattino, secondo le indicazioni dell’astrologo di corte, in base a una sequenza palindroma che riveste un valore magico di protezione della città), le leggende legate alla cabala ebraica del ghetto e alla presenza del diavolo in città (spesso in fase di costruzione degli edifici, attraverso un patto con gli architetti), la mano mummificata di un ladro nella chiesa di San Giacomo Maggiore (ladro bloccato dalla presa di pietra della statua della Vergine, improvvisamente animatasi), la simbologia della Madonna Nera e la sua connessione con l’ordine templare, le lancette dell’orologio del ghetto che girano all’incontrario (le lettere sono quelle dell’alfabeto ebraico, ognuna con un valore numerico, e nella lingua ebraica si leggono da destra a sinistra, cioè in senso contrario), la stella di David (che trova origine proprio a Praga, quando Carlo IV concesse, nel 1354, il privilegio di avere un proprio vessillo), la casa di Faust (e il buco nel soffitto causato da Mefistofele entrato volando per portarsi via la sua anima), la leggenda secondo cui nel Ponte Carlo sarebbe contenuto il tesoro dei templari oltre a un martello da carpentiere utilizzato per costruire la Torre di Babele e un grosso cristallo di rocca proveniente dall’anello di re Salomone. Una guida veramente diversa: mi viene voglia di procurarmi anche le altre guide della JonGlez.

David Almond - Skellig

Non bisognerebbe mai commettere l’errore di sottovalutare i romanzi per ragazzi, capaci di riflettere su temi profondi come neanche i romanzi per adulti sanno fare. È il caso di questo Skellig, giustamente premiato e celebrato pressoché ovunque, che racconta una storia semplice ma allo stesso tempo cupa, quella di un ragazzino, Michael, che si è appena trasferito in città con i suoi genitori e la sorellina di pochi mesi che è affetta da una malformazione al cuore. Con la tipica curiosità dei ragazzi, Michael si mette subito a esplorare la nuova casa e scopre che il precedente proprietario, il vecchio Ernie, ormai morto, nascondeva una strana creatura, un po’ uomo e un po’ uccello, Skellig, una specie di angelo malato puzzolente e gracchiante che va matto per i takeaway cinesi e la birra scura; in realtà potrebbe benissimo essere solo un barbone scontroso e con l’artrite, ma proprio lui si rivelerà fondamentale sia per Michael sia per sua sorella, sospesa in ospedale tra la vita e la morte. Incuriosito e impietosito, Michael va in garage di nascosto a nutrire la strana creatura e, allo stesso tempo, stringe amicizia con Mina, la ragazzina che gli abita accanto, e il suo gatto Bisbiglio. Affrontando il dramma attraverso gli occhi di un ragazzino, David Almond affronta il momento critico della crescita e lo fa diventare specchio della nostra capacità di comprendere il mondo, la vita e il suo mistero (Michael e Mina si chiedono se gli uomini le ali le hanno perse o se un giorno le svilupperanno). Cita William Blake (Mina è una sua fan) per lo stile lirico e immaginifico (lo stesso Skellig sembra venire fuori da una sua illustrazione) e fa numerosi riferimenti al mondo degli uccelli (i gufi, Falconer Road, Crow Road, il compagno di scuola Coot), ma soprattutto riesce a dire qualcosa sull’amicizia, il dolore, la malattia, la solitudine e la prova (“A volte dobbiamo solo accettare che ci sono cose che non si possono sapere. Perché tua sorella è malata? Perché mio padre è morto? A volte pensiamo che dovremmo essere capaci di sapere tutto, ma non è così. Dobbiamo contentarci di vedere quello che c’è da vedere e il resto dobbiamo immaginarlo” dice Mina a Michael). Poetico e affascinante.

Diana Gabaldon - La straniera

L’amore, la Scozia, gli spazi incontaminati, la guerra, gli intrighi, i bei valori di una volta. Questi gli ingredienti de La straniera di Diana Gabaldon, primo volume di una saga interminabile che, per lo meno, in questo caso è autoconclusivo e quindi si può leggere da solo senza dover per forza comprare il libro successivo. La nuova serie televisiva che ne è stata tratta guadagnerà una schiera di nuovi lettori a questo mattone storico-sentimentale che, per le sue spropositate dimensioni (840 pagine) e il suo alto contenuto erotico, rischia di apparire più che altro come un gigantesco Harmony. La trama è quanto di più inverosimile e, al contempo, scontato si possa immaginare: nel 1945, a guerra finita, un’infermiera bella e spigliata, Claire, si concede una seconda luna di miele con il marito Frank (un saccente professorino con la propensione per l’etnologia e la pedanteria) e, attraverso un varco temporale sotto l’inquietante forma di un cimitero di pietre, precipita senza volerlo nel remoto passato dei clan scozzesi e rissosi Highlander, in pieno Settecento. Si imbatte nell’avo del marito, il perfido Black Jack Randall, e viene catturata da un gruppo di scozzesi in fuga dai soldati inglesi; conosce il giovane Jamie Fraser che è rimasto ferito in uno scontro e di cui si prende cura; finisce a Castle Leoch (da lei visitato nel 1945 insieme al marito) del clan MacKenzie e non viene vista di buon occhio per via della sua nazionalità inglese e del suo cognome francese (Beauchamp) che la fanno passare per spia del nemico; per scampare al perfido Randall, sposa Jamie e da qui inizia una girandola di peripezie che mette i due sposi (sempre più innamorati) in condizione di salvarsi a vicenda in tanti modi (Claire rischia anche il rogo per stregoneria), sullo fondo dei fatti storici che porteranno alla battaglia di Culloden e alla fine del mondo dei clan. Se si chiude un occhio sul viaggio nel tempo (che oggi non dice più niente a nessuno e che qui sembra un mero espediente narrativo) e su alcuni particolari di colore che rischiano di risultare ridicoli (la lettura della mano che anticipa la vicenda, l’apparizione del fantasma, le donne del villaggio che nel 1945 eseguono rituali pagani intorno al cerchio di pietre, Claire che incontra il mostro di Loch Ness), devo ammettere che il romanzo si fa leggere (nonostante la mole). Dimenticatevi le classiche protagoniste da romanzo rosa svagate, ingenue e irritanti (alla Anastasia Steele di Cinquanta sfumature di grigio): Claire (chiamata Sassenach, termine gaelico per Outlander, cioè “straniera”, che è il titolo originale) ha un’intelligenza pungente e sa perfettamente quello che vuole, è forte e combattiva con un temperamento moderno che traspare molto chiaramente nei suoi modi di dire e nei suoi scatti d’ira, specie durante le discussioni con gli uomini. Inoltre, non è propriamente giovanissima (è sposata e ha 27 anni), mentre Jamie è più giovane di lei ed è vergine, oltre che ovviamente bello, tenero, forte, cavalleresco, passionale e carismatico ma senza ambizioni politiche o belliche (vuole solo rimuovere la taglia sulla sua testa e tornare alla fattoria ereditata dalla sua famiglia), insomma l'uomo ideale che farà palpitare il cuore delle lettrici femminili (che poi sono la quasi totalità del pubblico di riferimento del romanzo), anche se poi picchia la moglie e pretende pure di aver ragione, spiegandole di doverlo fare per punirla della sua disobbedienza che ha messo a repentaglio la vita dei suoi uomini. La loro storia è fatta soprattutto di condivisione, lunghe conversazioni e divertenti litigi, ed è sempre più forte e profonda, tanto che Claire sembra dimenticarsi di essere già sposata e, quando avrebbe la possibilità di tornare nella sua epoca, decide di restare accanto al suo bello scozzese. I personaggi sono ben delineati, a cominciare da Colum e Dougal, gli ambigui zii di Jamie, e da sua sorella Jenny, volitiva e testarda. A brillare di sinistra grandezza è però il cattivo Jack Randall, spregevole e sanguinario, che ha le stesse fattezze del marito di Claire, Frank, e continua a perseguitare i due protagonisti. Peccato solo per le scene di sesso, troppe e noiose. Sulle disquisizioni religioso-confessionali nel monastero in Francia del finale è meglio soprassedere.

domenica 24 agosto 2014

Silvio Valota - I misteri di Praga

Che Praga sia  una città magica, alchemica ed esoterica lo sanno tutti, ma se capita di visitarla (com’è successo a me) è meglio saperne qualcosa in più. Ecco quindi l’utilità di questo libretto, disponibile (credo) solo in ebook (io l’ho letto su Kindle) e dedicato alle leggende più famose di una città che, per un certo periodo, è stata capitale del Sacro Romano Impero. Quattro storie, quattro leggende: lo schema dell’opera è molto semplice. Si comincia con la casa di Faust, l’alchimista (rotto a ogni genere di vizio) che vendette l’anima al diavolo in cambio di 24 anni di giovinezza: l’occasione per raccontare la sua storia è data dall’arrivo in città di un alchimista danese che cerca casa ed è incuriosito dal buco del soffitto dell’abitazione di Faust, originatosi quando Mefistofele è arrivato per portarlo via con sé. È poi il turno del golem, il famosissimo uomo di fango e argilla creato dal rabbino cabalista Löw per difendere gli ebrei del ghetto dalle aggressioni esterne e per aiutare nei più disparati lavori: in questa versione della leggenda, come nell’Apprendista stregone in Fantasia di Walt Disney, il golem continua ad attingere acqua da una fontana finendo per allagare il ghetto e spingendo il rabbino a disattivarlo. Si passa quindi al racconto di un esperimento alchemico a opera di John Dee e Edward Kelley sotto gli occhi dell’imperatore Rodolfo II per trasformare il metallo vile in oro, metafora della ricerca della perfezione attraverso la trasformazione dell’universo e di se stessi, anche se gli interessi personali rischiano sempre di prendere il sopravvento (l’imperatore si bea delle formule alchemiche per ottenere sicurezza e vuole ottenere l’oro per la guerra contro i turchi, gli alchimisti invece finiscono per sognare una sistemazione “nelle isole felici e vivere nell’agio, facendosi fresco con ventagli di piume e ammirando splendide fanciulle seminude che danzeranno solo per loro”). L’ultima storia è invece ambientata ai nostri giorni, con un turista in visita al famoso campanile astronomico, la cui vista lo spinge a riflettere e fantasticare sulla vita, lo scorrere del tempo e la memoria, umano e divino. Purtroppo finisce qua: il libro funziona come raccolta di racconti e più volte coglie nel segno grazie a uno stile incompiuto che rievoca ogni mistero rievocato senza mai concluderlo, ma è davvero troppo corto. Qualche altro racconto sarebbe stato quanto mai necessario.

giovedì 21 agosto 2014

Roman Neugebauer - Mucha. La sua vita in parole e immagini

Il mio recente viaggio a Praga è coinciso con la scoperta di uno di quegli artisti capaci di folgorarmi in un istante: Alfons Mucha. Sarà il fatto che ho visitato il suo museo in Piazza della Città Vecchia, sarà per le tonnellate di merchandising con il suo nome e le sue opere che riempiono i negozietti turistici locali, fatto sta che me ne sono letteralmente innamorato. Ceco di nascita, capostipite dell'Art Nuveau nella Parigi fin de siècle, è passato alla storia come grafico e illustratore di poster, pannelli, calendari, etichette e cartoline (quando non per stoffe, tappeti o metallo, gioielli e mobili), spesso pubblicitarie. Le sue donne bellissime ed eleganti (davanti alle quali è impossibile rimanere indifferenti) dalle linee sinuose che si intrecciano per creare spirali e disegni decorativi, dalle vesti neoclassiche e dalle acconciature fluenti ed elaborate, con arabeschi, aureole, raggi e fiori rinchiusi in cornici geometriche, contribuiranno a imporlo come il più grande artista decorativo del mondo e a imporre il suo stile come la quintessenza dell'eleganza a livello mondiale. Questo libretto, da me acquistato direttamente nel bookshop dell'aeroporto di Praga, è una di quelle guide disponibili in varie lingue ma, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, è veramente ben fatto e non presenta particolari refusi: soprattutto, è coloratissimo per la presenza di un sacco di opere di Mucha, in piccolo e grande formato, con la relativa didascalia, insomma una manna per chiunque voglia approfondire la figura di questo artista senza comprare un catalogo. Scopriamo che Mucha deve la sua fama alla realizzazione della locandina di Gismonda per la mitica attrice Sarah Bernhardt, così entusiasta del risultato da mettere l'artista sotto contratto per sei anni, e che l'impatto sul pubblico fu tale che i parigini durante la notte staccavano i manifesti dai muri raschiandoli con un coltellino, e inoltre che il suo mitico atelier, punto di incontro di artisti e letterati, divenne teatro di esperimenti e sedute spiritiche. Purtroppo, a un certo punto il patriota Mucha (che sempre più cominciò a indossare una rubashka russa per sottolineare la sua appartenenza al mondo slavo) decise che il ruolo da lui svolto non era sufficiente e che d'ora in poi avrebbe dedicato le sue forze alla realizzazione di un'epica slava: tornato in Boemia, criticò i suoi connazionali per aver voluto scimmiottare Parigi, Vienna e Monaco (inimicandosi così l'intellighenzia locale), tentò il successo negli Stati Uniti dove fallì come ritrattista perché tutti si aspettavano il suo vecchio stile, quindi tornò in patria dove si dedicò alla decorazione del Nuovo Palazzo Comunale di Praga e a una vetrata della cattedrale di San Vito, oltre che alle decorazioni di francobolli e banconote della neonata repubblica cecoslovacca e a una serie di 20 tele simboliche monumentali per la celebrazione dell'epopea slava (che suscitarono reazioni contrastanti), prima di morire in seguito alle torture della Gestapo. Il suo nome rimase però sempre legato alle illustrazioni Art Nuveau: un senso poi ci sarà, giusto?

mercoledì 13 agosto 2014

Nick Hornby - Alta fedeltà

Nuova edizione per uno dei miei romanzi preferiti e ottima ragione per farla mia, specie se è così carina: la collana delle Bussole Guanda presenta volumetti molto piccoli con copertina rigida, pratici e belli da vedere e da tenere in mano. Inoltre, nel caso di Alta fedeltà di Nick Hornby, la copertina scelta è molto più bella di quella tradizionale, e questo gioca senza dubbio a favore di questa nuova edizione (che però presenta qua e là dei refusi, bisogna ammetterlo). Soprattutto, acquistarla mi ha fornito l’occasione di rileggere per l’ennesima volta il romanzo, che anche a distanza di tanti anni non perde niente della sua freschezza, del suo umorismo, della sua poesia e della sua profondità. Sì, perché (come ho già spiegato QUI, per non ripetermi) Alta fedeltà è innanzitutto un romanzo d’amore: in fondo, il protagonista ha a che fare con l’esperienza del venire piantato dalla propria donna e con la depressione e il crollo dell’autostima che ne derivano, cose che, bene o male, ci riguardano tutti (“Ci sono certi che non hanno mai superato gli anni settanta, o la guerra, o la sera in cui il loro complesso fece da spalla al concerto dei Dr Feelgood, allo Hope and Anchor, e passano il resto della vita camminando indietro; io non ho mai veramente superato Charlie”). Anzi, venire scaricato è per lui talmente una routine che decide di stilare la top five dei peggiori scaricamenti della sua vita e di andare a contattare le sue ex: portato all’autocommiserazione e all’autoassoluzione, inizia a rendersi conto che forse la colpa dei suoi fallimenti affettivi non è solo degli altri ma è soprattutto sua, del suo atteggiamento infantile e nevrotico di non volersi mai assumere una responsabilità e di lasciarsi sempre aperte tutte le strade, aspettando che succeda qualcosa che cambi la sua vita, vittima di continue fantasie. Come il pensare di continuo alla donna con cui si ha provato l’orgasmo simultaneo come avviene nei film, fare la storia del proprio matrimonio con una giornalista musicale appena conosciuta, registrare cassette come arma di seduzione intellettuale oppure fantasticare sulla biancheria intima femminile (“Per me le mutandine delle donne furono una delusione terribile, quando cominciai la mia carriera di convivente. [...] Quando vivi con una donna, compaiono improvvisamente questi scarti dei grandi magazzini, scoloriti, sbrindellati e rimpiccioliti, stesi sui termosifoni di tutta la casa; e i sogni lascivi che facevi da ragazzino, pregustando la maturità come l’epoca in cui saresti stato circondato da conturbante biancheria femminile per omnia saecula saeculorum... vanno in cenere”). Alta fedeltà non deve però essere considerato solo un romanzetto d’amore dal punto di vista maschile (anche se gli uomini lo possono apprezzare indubbiamente di più), perché è soprattutto un romanzo colto, sotto tutti i punti di vista (parla di dischi, ovviamente, ma anche di libri e di film), che utilizza tutte le citazioni e i rimandi non come gioco fine a se stesso ma come motore della narrazione. La grandezza di Hornby sta proprio in questo: parlare di amore e connetterlo a un altro grande amore, la musica, terreno privilegiato su cui far prosperare il proprio snobismo, le proprie manie e le proprie aspirazioni, instabili come le classifiche che cambiano settimane dopo settimana anche all’interno della propria testa (il protagonista continua a rimuginare e a contraddirsi perfino sulla classifica dei suoi cinque dischi preferiti di sempre). Certo, la realtà è molto diversa dalla musica (“Noi componiamo solamente con la vita, il che è molto più incasinante, e costa molto più tempo, e non lascia niente che la gente possa fischiettare”; “Nelle canzoni di Bruce Springsteen, puoi restare e marcire, oppure fuggire e bruciarti. [...] Ma perché nessuno scrive mai canzoni su come sia possibile fuggire e marcire? Perché nessuno dice che la fuga può risolversi in un buco nell’acqua, e puoi lasciare il sobborgo per la città, ma finire col fare lo stesso una scialba vita suburbana? Questo è quello che è capitato a me; questo è quello che capita alla maggior parte della gente”; “Vorrei che la mia vita fosse come una canzone di Bruce Springsteen. Almeno per una volta. So che non sono nato per correre, so che Seven Sister Road non ha niente a che vedere con Thunder Road, ma i sentimenti perché dovrebbero essere diversi?”), ma capirlo è il primo passo per maturare davvero (“Sembra quasi che se metti la musica [e i libri, probabilmente, e i film, e il teatro, e qualsiasi cosa procuri emozioni] al primo posto, non riuscirai mai a chiarire la tua vita amorosa, e non arriverai mai a considerarla un prodotto finito. Ci troverai sempre qualcosa da ridire, starai sempre in subbuglio, e continuerai a criticare e a cercare di dipanare la matassa finché non va tutto a rotoli e devi ricominciare daccapo”). Se ancora qualcuno non lo conosce, lo invito spassionatamente a farlo suo: Alta fedeltà è uno di quei libri che rendono migliori.

domenica 3 agosto 2014

Michael Moorcock, Julien Blondel, Didier Poli, Robin Recht, Jean Bastide - Elric. Il trono di rubino

Eccezionale questo fumetto dedicato alla creazione più famosa di Michael Moorcock, quell’Elric di Melniboné che non ha mai cessato di essere fonte d’ispirazione per musicisti (soprattutto metal), giocatori di ruolo, fumettisti e appassionati di fantasy in generale, ed è stato capace di stagliarsi come personaggio assolutamente unico nel suo genere (tanto che di un adattamento cinematografico delle sue avventure si parla da anni ma non viene mai realizzato) per il suo essere una sorta di Amleto shakesperiano rivisitato in chiave decadente e lisergica. Di fumetti su di lui ce ne sono stati tanti (la prosa di Moorcock si presta ottimamente alle interpretazioni personali), con il coinvolgimento di una sfilza di disegnatori, soprattutto americani. La riscossa europea arriva ora dalla Francia grazie al lavoro di Julien Blondel (testi), Didier Poli, Robin Recht e Jean Bastide (colori e disegni) che, nell’affrontare la prima parte della saga dell’eroe albino (di cui ho già parlato QUI), realizzano il capolavoro che non ti spetti. Benedetto dallo stesso Moorcock, che nella prefazione riconosce questo adattamento a fumetti come il migliore e più fedele alla sua opera (e capace di arricchirla con delle idee originali capaci di dare sfumature in più al suo personaggio), l’albo presenta testi scritti a regola d’arte («Di tutta la mia razza, il fato ha voluto che io fossi il più grande e il più debole al contempo… ponendomi sul trono affinché tutti possano vedere quanto si è burlato di me… né umano, né demone… è dunque questo che sono? Un abominio condannato a uccidere per sostenetarsi con l’altrui sangue?») ma, soprattutto, sbalordisce per la sua qualità grafica: imponente e magnifica, trasuda visionarietà da ogni vignetta e sotto tutti i punti di vista, dal character design alle architetture di Melniboné, per non parlare di come gli autori sono riusciti a rendere bene la decadenza dei melniboneani (sacrifici umani, orge sanguinolente, crudeltà quasi naturale e non avvertita). In coda al volume, un’interessante postfazione firmata da Blondel descrive la genesi dell’opera e il modo cin cui i vari disegnatori anno collaborato per arrivare al risultato finale, con l’ausilio di bozzetti e immagini varie. L’opera prevede altri tre volumi: spero li realizzino alla svelta, anche perché questo si conclude prima dell’entrata in scena della spada Tempestosa. Ed Elric senza Tempestosa non è Elric, che diamine.

sabato 2 agosto 2014

Nick Hornby - Una vita da lettore

Trovare uno dei propri scrittori preferiti che parlano di letteratura fa sempre piacere, figuriamoci se lo scrittore in questione è Nick Hornby. Autore di libri bellissimi che non mi hanno mai deluso, ma soprattutto di Alta fedeltà e Febbre a 90°, cioè due dei più grandi libri della mia vita, capaci di raccontare come nessun altro ossessioni come la musica e il calcio (ma soprattutto l’amore), lo scrittore inglese diventa critico letterario con questo Una vita da lettore che è la raccolta degli articoli tratti dalla rivista americana Believer tra il settembre 2003 e il giugno 2006 in una rubrica mensile che dovrebbe raccontare la sua personale vita di lettore: per ogni mese troviamo una doppia colonna, quella dei libri comprati e quella dei libri letti, a cui segue la spiegazione del perché di simile selezione e le motivazioni che legano un testo all’altro (e agli avvenimenti della sua vita), oltre che le impressioni di Hornby sui libri letti. Con una doverosa accortezza: la politica del Believer, come dice Hornby in apertura, è quella di non stroncare mai nessuno, quindi laddove lo scrittore parla male di un testo non può citarne né titolo né autore. Così, come riporta la quarta di copertina, ci troviamo davanti «a un diario di letture alquanto informale, che nulla a che vedere con i giudizi del critico, ma somiglia piuttosto a un’appassionante avventura dentro i libri». E poco importa se la maggior parte dei titoli non ci dicono niente: la sua bravura è tale che vorremmo aver letto anche i libri più sconosciuti e repellenti di cui parla (tipo Train di Peter Dexter, in cui la protagonista femminile viene stuprata e nel mentre subisce l’amputazione di un capezzolo). Hornby gioca moltissimo sull’ironia, sull’arguzia e sul sarcasmo («Noi in Inghilterra per fortuna non abbiamo la miseria, grazie a Tony Blair che l’ha debellata appena dopo essere andato al potere, nel 1997 [nota per il recensore del Guardian: è una battuta»]), con uno stile estremamente leggero e confidenziale, senza prendersi mai sul serio ma con una leggera punta di snobismo (soprattutto nei confronti dei recensori su Amazon: «Accidenti, li odio i recensori di Amazon. Anche quelli gentili, quelli che scrivono cose gentili. Son bastardi anche loro»): per esempio, un mese è quasi spinto ad abbracciare la vita religiosa sulla scia dell’entusiasmo derivato dalla lettura di Gilead di Marilynne Robinson («Mi ha trasformato in un uomo più saggio e più buono. A onor del vero, sto scrivendo queste righe da un collegio teologico in un contea dell’Inghilterra dove intendo trascorrere i prossimi anni. Mi mancheranno i miei figli, la mia compagna e la mia squadra di calcio, ma quando Dio viene a bussare alla tua porta, mica puoi chiudergliela in faccia, giusto?»), ma il mese dopo cambia repentinamente idea leggendo che la comunità mennonita è contraria a tutte le cose che rendono la vita tollerabile («sesso, droga, rock’n’roll, truccarsi, guardare la tele, fumare e così via»). Fa spessissimo riferimento ai Polysyllabic Spree (che è anche il titolo originale dell’opera), un gruppo di entità quasi soprannaturale costituito da un numero imprecisato e variabile (a seconda del mese) di uomini e donne biancovestiti che costituirebbe la redazione del Believer e avrebbe il compito di sancire quando la rubrica può essere pubblicata e quando no, tanto che a loro si rifà spessissimo nell’autocensurarsi. Nella prefazione indaga le motivazioni che portano il lettore alla lettura, riassumibili essenzialmente in una cosa sola: il divertimento che se ne trae («Da quando ho iniziato questa rubrica credo di aver letto una dozzina di libri splendidi. […] Che cosa avete fatto per dodici volte l’anno scorso di altrettanto stupendo, oltre a leggere? Bugiardi»). Per leggere occorre tenere conto di ciò che ci piace e non di ciò che ci viene detto: non ci sono leggi precise, ognuno legge quello che più gli aggrada, dai classici alle biografie degli sportivi, a volte in modo anche non del tutto razionale. Soprattutto, non bisogna leggere per obbligo: se un libro non ci piace, faremmo bene ad abbandonarlo, infischiandocene di quello che dice la gente (e soprattutto i critici). In questo modo, la biblioteca di ognuno diventa un’espressione della personalità di ciascuno. Inoltre, Hornby cerca di spiegare come è impossibile parlare dei libri come se fossero opere immortali fuori dal tempo e dallo spazio, senza alcun legame concreto con la propria vita: nel suo caso, sarebbe stato impossibile affrontare libri sull’autismo (Hornby ha un figlio autistico), sullo smettere di fumare o sulla sua ossessione calcistica (è un tifoso sfegatato dell’Arsenal), o riconoscere nel libro di sua sorella Gill (una biografia su Jane Austen) un sottinteso sul rapporto tra fratelli nelle dinamiche familiari. Ma basterebbe anche solo lo straordinario esempio di recensione su Amazon a proposito di Diario di un curato di campagna da parte di un lettore che dice di averlo odiato per il tormento e la frustrazione di averlo dovuto leggere in lingua originale per l’esame di francese e per l’essere stato causa del basso voto che gli ha pregiudicato l’accesso all’università da lui scelta e l’ha costretto a passare a Economia, cambiando il corso della sua vita: segno di quanto i libri possano rivestire un ruolo decisivo e fondamentale, tanto che Hornby ammette di aver sempre voluto scrivere anche lui qualcosa in grado di suscitare un’animosità altrettanto feroce.