venerdì 12 settembre 2014

H.P. Lovecraft, Erik Kriek - Da altrove e altri racconti

È sempre molto difficile riprodurre in maniera convincente l’orrore cosmico lovecraftiano, soprattutto perché parte dell’atmosfera di terrore dello scrittore di Providence si basa sul non detto e sull’inesprimibile. Le sue storie di una paranoia alienante e la sua poetica dell’orrore cosmico sono derivate dalla presa di coscienza dell’uomo di essere circondato da un universo ostile e abitato da un pantheon di divinità aliene sempre pronte a tornare nel nostro mondo per assoggettare l’umanità ed estinguerla: quelli che le vedono, passano il resto della loro vita in uno stato di terrore paralizzante, il cui esito è quasi sempre il suicidio. Nonostante queste premesse, Lovecraft continua a rappresentare per illustratori e fumettisti l’opportunità di rappresentare un mondo fantastico fatto di evocazioni e mostri innominabili senza alcun freno alla fantasia: in questo caso, l’olandese Erik Kriek (uno che sembra essere popolarissimo per una serie su una casalinga in costume da tigre!) si è ispirato ai fumetti americani degli anni Cinquanta della EC Comics, e la sua personale interpretazione di cinque racconti di Lovecraft (attenzione però: non si nomina mai il Necronomicon) è in bianco e nero, con un tratto molto reale e con scala di grigi per rendere le varie sfumature e atmosfere. Anche se il tutto sembra essere forse un po’ troppo anni Cinquanta (Lovecraft scriveva negli anni Trenta), il risultato è sorprendentemente efficace. Il primo racconto, barocco e bizzarro e piuttosto lontano dalle classiche tematiche lovecraftiane, è L’estraneo, in cui il narratore ci parla della sua gioventù passata in un luogo sotterraneo e remoto, circondato da anticaglie e libri, della sua scoperta del mondo esterno (prima attraverso i libri, poi per mezzo di una scalata) di cui ignorava l’esistenza, e della scoperta (atroce) di se stesso. Il successivo Il colore venuto dallo spazio racconta di un meteorite che precipita nei pressi di una fattoria di campagna: nel pozzo rimane un frammento della sostanza esterna, che propaga nella terra un morbo lento e strisciante, come a suggerire la totale assenza di speranza di uscire dall’orrore nel quale l’umanità si trova (quasi sempre inconsapevolmente). In Dagon un marinaio rimane sconvolto dall’incontro con una creatura marina, mentre Da altrove esprime la totale sfiducia di Lovecraft nel progresso tecnologico e scientifico: in questo caso, l’osservazione dello spettro dell’ultravioletto (dovuto a un macchinario) rivela al protagonista un universo di orrore assoluto e il caos che ci attende al di là dei confini della nostra percezione. Chiude il volume il racconto più lungo, La maschera di Innsmouth, uno dei capolavori assoluti di Lovecraft, che narra la vicenda di un uomo che decide di fare una gita a Innsmouth, cittadina immaginaria del New England nella quale sarebbe meglio non andare (i presagi ci sono tutti) in mano a una una razza di ibridi tra gli umani e delle orribili creature marine: dopo esserne faticosamente scappato, scopre che lui stesso porta nel suo sangue il marchio della degenerazione aliena. Non solo fuori ci sono i mostri, ma il primo e l’ultimo racconto sembrano dirci che i mostri siamo noi. Dal punto di vista della sceneggiatura, bisogna lodare la capacità dell’autore di ridurre il testo di Lovecraft (che non è per nulla facile) in poche battute senza per questo perdere in efficacia: a volte i tagli colpiscono il finale come ne L’estraneo dove, per la volontà di conferire un taglio cinematografico alla narrazione, Kriek utilizza per lo scioccante colpo di scena finale un effetto sorpresa privo di testi a corredo; nel caso de La maschera di Innsmouth, invece, la sceneggiatura rispetta fedelmente l’originale, compreso l’espediente di far narrare al protagonista la storia della cittadina da un barbone ubriaco. Ottima la breve presentazione finale di Lovecraft a firma di Milan Hulsing.

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