giovedì 30 ottobre 2014

Claudio Antonio Testi - Santi pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien

L’opera di Tolkien è pagana o cristiana? A questa domanda ricorrente cerca di rispondere questo saggio di Claudio Testi, segretario dell’Istituto di studi tomistici di Modena e direttore della collana “Tolkien e dintorni” della casa editrice Marietti, insomma un personaggio di tutto rispetto e un tolkieniano vero, verso cui tutti dovrebbero provare una grande riconoscenza per aver contribuito a portare in Italia i maggiori saggi tolkieniani a livello internazionale che andassero al di là del provincialismo di casa nostra che continua ancora a chiedersi se Tolkien è di destra o di sinistra. E il risultato è talmente accurato, serio e convincente che d’ora in poi, dopo Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4 e questo Santi pagani nella Terra di Mezzo, senza scomodare il vecchissimo e fondamentale Invito alla Lettura di Tolkien di Emilia Lodigiani, leggere qualsiasi altro studio italiano in circolazione risulterà imbarazzante per tutti. Testi (che è filosofo ma dimostra di conoscere a menadito l’intero panorama di studi tolkieniani, a cominciare da quelli di Tom Shippey e Verlyn Flieger) realizza una critica al riduzionismo di una certa critica che vorrebbe imbrigliare Tolkien in una chiave interpretativa a senso unico e finisce per ridurre la vastità della prospettiva tolkieniana: da una parte la lettura confessionale che molti circoli e università cattoliche fanno considerando l’opera di Tolkien e il mondo da lui creato (la Terra di Mezzo) perfettamente combacianti con la teologia cristiana; dall’altra, la lettura di chi invece sottolinea tutte le divergenze e i punti di incompatibilità tra la teologia cristiana e la costruzione del mondo tolkieniano, per non parlare degli autori neopaganeggianti (soprattutto di casa nostra) che si rifanno al pensiero tradizionale di Evola e Guénon e che, secondo Testi, si limitano a citarsi sempre tra di loro e non si sono mai confrontati con i grandi protagonisti del dibattito internazionale. La problematica è infatti quanto mai complessa: lo stesso Tolkien infatti scrisse in una lettera che Il Signore degli Anelli era un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica, ed è innegabile che al suo interno siano presenti tematiche cristiane come la carità e la Provvidenza, ma allo stesso tempo non è possibile fare dei suoi personaggi delle allegorie confessionali perché Tolkien odiava esplicitamente le allegorie (e ci sono dei particolari della sua creazione poetico-letteraria, come la reincarnazione degli elfi, che sono irriducibili a una teologia cristiana). Frodo, sebbene esemplifichi una situazione sacrificale, non è allegoria di Gesù Cristo (in quanto non è senza peccato, non risorge e vive come un fallimento il non essere riuscito a compiere la sua missione), il lembas non è allegoria dell’eucarestia (collegamento proposto da un lettore senza che Tolkien ne abbia mai avvallato l’interpretazione) e Galadriel non è la Vergine Maria (anche se la Vergine Maria è sicuramente tra le fonti di Galadriel, ma non bisogna dimenticare che Galadriel sta facendo penitenza nella Terra di Mezzo per aver seguito Fëanor nella ribellione ai Valar e nel massacro dei Teleri, così come raccontato nel Silmarillion). Inoltre, gli eroi tolkieniani sono mossi da ragioni immanenti completamente diverse da quelle trascendenti degli eroi cristiani, e l’idea della filosofia della storia come caduta, così come è presente nel Silmarillion, non ha nulla di essenzialmente cristiano, essendo propria di altre culture. A complicare il tutto, nel Signore degli Anelli manca ogni riferimento alla religione, a un culto organizzato, a un clero e a una chiara visione dell’aldilà, in controtendenza anche al paganesimo storico (men che meno si può parlare di una prospettiva politeista o atea), per non parlare della sua concezione della magia, che ha un significato tendenzialmente negativo, visto che il suo esercizio può portare a un sempre crescente desiderio di potere. E forse non tutti sanno che lo stesso Tolkien ha inserito la parola “pagano” (heathen) in due occasioni all’interno del Signore degli Anelli, a proposito di antiche pratiche rituali di suicidio e immolazioni, vero e proprio anacronismo di cui l’autore era perfettamente consapevole perché inerenti alla sfera etico-morale del suo Legendarium. Testi dimostra che in realtà l’opera di Tolkien è allo stesso tempo pagana e cristiana, ma non in modo contradditorio e dialettico come per esempio sostiene Wu Ming 4: anzi, per Testi l’orizzonte totalmente pagano del Legendarium tolkeniano si ritrova senza incoerenze in completa armonia con il piano soprannaturale della rivelazione cristiana. Allo stesso modo, Testi non segue neppure Shippey nell’interpretare il Legendarium come sorta di prefigurazione della successiva rivelazione cristiana, perché questo avrebbe il limite di rinchiudere il mondo tolkieniano in un rigido orizzonte “cronologico” che non spiegherebbe l’anacronistica presenza di tanti elementi moderni: la mitologia tolkieniana infatti non narra tanto di un’epoca precedente il cristianesimo, ma esprime «un piano naturale, quasi a-storico, nel quale possono così essere rappresentati tutti i problemi dell’uomo in quanto tale, siano questi stati posti in tempi precristiani, cristiani o post-cristiani». È quasi come se Tolkien avesse avuto la necessità di creare un mondo “a religione zero” dove far muovere i suoi personaggi all’interno di determinate tematiche (soprattutto quella della morte, che secondo Tolkien era la principale del Signore degli Anelli), e tutto questo si vede per esempio nel suo atteggiamento nei confronti del Beowulf, il più importante poema in lingua anglosassone e probabilmente l’opera letteraria più amata da Tolkien, scritta da un monaco cristiano con un background pagano che non nega qualsiasi validità alla precedente cultura pagana ma desidera dipingere la nobiltà dei tempi antichi: «Tolkien vede quindi nel Beowulf un magnifico tentativo di recuperare il bene e la verità che l’uomo, fuori dalla rivelazione cristiana, era riuscito a conquistare con le sole forze della ragione e della fantasia mitopoietica». L’idea più geniale di Testi è quella di dimostrare che solo un cattolico come Tolkien poteva costruire un mondo a tutti gli effetti pagano che non entrasse in contraddizione con un’idea cristiana di mondo, inserendo quest’interpretazione nella tipica tendenza della teologia cattolica di accogliere e recuperare da sempre il bagaglio di un passato pagano che ha preparato l’avvento della Rivelazione (San Tommaso d’Aquino è stato capace di usare la filosofia pagana neoplatonica e aristotelica per l’elaborazione della teologia cristiana), a differenza di quanto fatto dalla riforma luterana, la cui cesura nei confronti del paganesimo è stata netta (sola fide, sola scriptura, affermava Lutero, che negava sia l’idea di preparatio evangelii e la stessa salvezza per i pagani). Ecco quindi «che la fondamentale cattolicità dell’opera di Tolkien non va rintracciata in riferimenti espliciti alla Fede o in allegorie interne, ma risiede paradossalmente proprio nella peculiare non-cristianità e “laicità” del suo mondo, un universo essenzialmente pagano espressione di un piano naturale, che tuttavia è in armonia con quello soprannaturale della rivelazione». Una bellissima interpretazione, che rende pienamente giustizia all’incredibile complessità e ricchezza del Tolkien scrittore e non lo imbriglia all’interno di schemi interpretativi che ne limitano e umiliano la portata.

mercoledì 29 ottobre 2014

Robert Hugh Benson - Il padrone del mondo

Ne ho già parlato QUI ma è arrivato il momento della pubblicazione della nuova edizione per Fede & Cultura de Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson con la traduzione curata dal sottoscritto, nuova traduzione quanto mai necessaria soprattutto alla luce del fatto che l’edizione Jaca Book (a opera di Paola Eletta Leoni del 1987) era di molto superiore a quella di Fede & Cultura (di Corrado Raspini del 1920). Inoltre, un romanzo come questo (distopico, futuristico e visionario) necessitava di una lingua contemporanea perché se ne potesse cogliere l’attualità: come dice Luca Fumagalli, autore della biografia Robert Hugh Benson: sacerdote, scrittore, apologeta, il particolare inconsapevolmente geniale del romanzo è che, essendo stato scritto nel 1907, è completamente estraneo alle ideologie che hanno dominato il Novecento. La distopia che Benson realizza è quella di un mondo aideologico (almeno secondo le ideologie tradizionali) e quindi, inconsapevolmente, ci catapulta nella stretta attualità, cioè in un mondo postideologico dove domina un’ideologia subdola, pacifica, tollerante, che fa di tutto per unire e riuscire a convivere, ma dove la componente religiosa viene messa sempre più da parte, con l’uomo che viene eletto a divinità e diventa il legislatore supremo. Per il prete cattolico Benson però l’uomo è segnato dal peccato originale e questa utopia mostra ben presto la corda, visto che cominciano a verificarsi stragi di cattolici: è il personaggio di Mabel (forse il più complesso del romanzo) a cogliere la schizofrenia di un mondo che le ha promesso la vera pace dopo gli anni dell’intolleranza religiosa e che ora dimostra invece che gli uomini sono barbari esattamente come prima). Oltre agli apprezzamenti, rinnovo allo steso tempo le mie critiche a un romanzo che sconfina spesso nel fideistico, abbonda di descrizioni inutili e pecca di alcune facilonerie monarchico-vittoriane (il trionfo del papa che celebra davanti a tutti i sovrani della terra, rigettati dalla democrazia e confluiti a Roma), e che termina con un finale apocalittico poco coraggioso e incisivo (segno che, con ogni probabilità, a Benson non interessava affatto creare un romanzo autenticamente distopico). Forse non è il capolavoro che si pretenderebbe, ma è comunque un libro da leggere. Qui di seguito la mia prefazione alla nuova traduzione:
Alla luce del costante successo di un titolo come Il padrone del mondo e, soprattutto, delle recenti parole di Papa Francesco, che l’ha definito un romanzo capace di aver “visto quello spirito della mondanità che ci porta all’apostasia” nel contesto della condanna del “pensiero unico” che discende dalle lusinghe della modernità, abbiamo creduto che presentare una nuova traduzione del romanzo più famoso di Robert Hugh Benson in occasione del centenario della morte del suo autore (avvenuta nel 1914) fosse un omaggio doveroso ma soprattutto necessario. Senza nulla togliere alla primitiva traduzione di Corrado Raspini del 1920, che comunque è rimasta sempre il riferimento fondamentale, il romanzo meritava una veste linguistica più moderna e graffiante, capace di parlare ai lettori contemporanei e vincere le resistenze presentate da un italiano che, lo si voglia o no, è molto cambiato nel corso di un secolo. Pertanto, non si troveranno più esclamazioni come “Che cicalata gazzettiera!” e “Deploro il mio fallo!”, che forse erano comuni ai tempi di Raspini ma che suonano bizzarre se non addirittura incomprensibili per un lettore del 2014. Oltre a una lingua più consona ai tempi, il criterio che si è deciso di seguire in questa nuova traduzione è stato il rispetto dei nomi originali nella loro versione inglese e per la toponomastica di Londra (dove si svolge buona parte del romanzo): per questa ragione, rispetto alla vecchia edizione Fede & Cultura, il papa Benedetto XVI (scelta all’epoca dettata dalla volontà di collegare la persecuzione nei confronti della Chiesa che il romanzo racconta all’attualità e al papa di quel periodo, Joseph Ratzinger) è tornato a essere Giovanni XXIV, e tutti potranno riconoscere luoghi familiari quali Trafalgar Square, Parliament Square e Victoria Station, con il loro vero nome, senza vetuste e obsolete italianizzazioni (Piazza Trafalgar, Piazza del Parlamento e Stazione Vittoria) che trovano ancora spazio solo in vecchie guide turistiche di una Londra che non c’è più. Infine, vista la carica visionaria di un romanzo distopico come Il padrone del mondo, si è cercato di valorizzare la portata delle invenzioni futuristiche (e per certi versi profetiche) di Benson. Il termine euthanasia è diventato il comune “eutanasia”, mentre un termine come volor, indicante un mezzo volante a metà strada tra uno zeppelin e un ornitottero di Leonardo da Vinci, non si poteva di certo tradurre semplicemente con “aereo” o “battello volante”: si è scelto quindi di proporre il termine “alivascello”, più in linea con lo spirito fantasioso dell’originale, ed esteso di conseguenza anche agli aeroporti, immaginati da Benson come vere e proprie fermate ferroviarie e chiamati in questa traduzione “alistazioni”. Siamo convinti che questa nuova edizione potrà dare nuova vita a un testo così importante e suscitare un rinnovato interesse per esso.
Notizia dell’ultima ora: ho scoperto che, per le solite casualità del mercato editoriale, in contemporanea a questa nuova edizione Fede & Cultura, è uscita anche una nuova edizione del Padrone del mondo per la Fazi. Si sa, del romanzo ha parlato Papa Francesco, ed è quindi comprensibile che sia divenuto improvvisamente attraente (commercialmente parlando). Non ne so nulla, ma dico solo una cosa: la nostra edizione costa 4 € di meno (14 contro 18) e ha una copertina molto più bella. Per la qualità e la cura, garantisco io (per quello che può valere). E sono arcisicuro che l’edizione della Fazi non ha gli alivascelli.

domenica 26 ottobre 2014

Lemony Snicket - Un infausto inizio

Non ne sapevo niente, ma questo primo libro della serie bestseller per ragazzi Una serie di sfortunati eventi di Lemony Snicket (identità fittizia dietro cui si cela lo scrittore Daniel Handler) mi è proprio piaciuto. So che alcuni sono cresciuti leggendola e che da essa hanno pure tratto un film con Jim Carrey, ma ammetto la mia colpevole ignoranza nell’averla finora ignorata (tanto più che il film in questione non l’ho mai visto): Un infausto inizio introduce la storia e mette subito in chiaro gli elementi della saga, a cominciare dal gusto per un certo umorismo nero e un certo citazionismo letterario, ma soprattutto tematiche importanti come la perdita, l’abbandono e la morte. Proprio la morte è il tema dominante, visto che la narrazione si apre con la morte violenta (l’incendio della loro casa) dei genitori dei piccoli Baudelaire (a chi si rifarà un simile cognome?): Violet, la più grande, inventrice; Klaus, coltissimo e divoratore di libri; e Sunny, poco più che una neonata (e come tale si esprime). Il loro assistente sociale Poe (anche in questo caso, notare il cognome), non cattivo ma assolutamente incapace, li affida al conte Olaf, parente più prossimo e all’occorrenza attore, che cerca in tutti i modi di mettere le mani sulla loro eredità e di sposare Violet con l’inganno. La trama, ridotta veramente all’osso, procede rapidamente fino al finale (lasciato aperto e dichiaratamente non felice), tra una peripezia e l’altra, e mostra da una parte l’unità e le eccezionali capacità che permettono ai piccoli protagonisti di sfuggire ai trabocchetti del mefistofelico Olaf, dall’altra la desolante condizione contemporanea degli adulti, o criminali psicopatici (il Conte Olaf e la sua cricca di amici lugubri e strambi) o stravaganti e ingenui imbranati (Poe e il giudice Strauss, buona donna mossa dal più tenero affetto e dalle migliori intenzioni nei confronti dei piccoli Baudelaire ma assolutamente inetta). Da notare la struttura: la serie è composta di 13 libri (numero non casuale, visto che 13 è il numero della sfortuna) composti a loro volta ognuno di 13 capitoli.

venerdì 24 ottobre 2014

Brian Rosebury - Tolkien: un fenomeno culturale

La Marietti è una meritoria casa editrice che, con la collana “Tolkien e dintorni”, ha pensato di portare in Italia i migliori saggi su Tolkien per restituire l’autore a se stesso e liberarlo dalle incrostazioni ideologiche che ne affossano il dibattito nel nostro Paese. Con Tolkien: un fenomeno culturale ci troviamo di fronte a un’opera davvero meritoria, che si pone come una sorta di risposta critico-letteraria ai saggi più filologici di Tom Shippey: Rosebury cerca di liberare Tolkien dagli opposti estremismi dell’entusiasmo da fan club da una parte e del disprezzo critico dall’altra, rifuggendo quindi dall’iperbole e dall’esaltazione tipiche del fan e non tessendo le lodi di Tolkien a discapito di tutti gli altri scrittori suoi contemporanei, ma cercando anzi di spiegare che non serve lanciare anatemi contro la letteratura moderna per poi adorare Tolkien in un tempio in cui lui è l’unico idolo, così come è altrettanto inutile giudicarlo come un autore di culto solo per i suoi fan non degno di essere considerato dalla critica accademica. Per questo analizza anche la prosa e la poetica di Tolkien e in certi punti anche la critica, mettendo in luce come talvolta abbia anche dei difetti. Piuttosto, colloca Tolkien come uomo e come autore (soprattutto per quanto riguarda le sue concezioni poetiche e politico-sociali) nelle coordinate stilistiche e letterarie del XX secolo, in relazione alle problematiche del suo tempo e alle interpretazioni, spesso distorte e fuorvianti, che i critici e gli ammiratori hanno voluto loro dare, a partire da quelle allegoriche (Tolkien odiava l’allegoria) o manicheiste (i personaggi sono tutti dotati di una dialettica interna, che parte dal bene e che può tornarvi). A chi contesta al Signore degli Anelli la patente di romanzo per la sua mancanza di realismo e per il suo arcaismo stilistico, Rosebury risponde che il capolavoro tolkieniano è senza dubbio basato su una trama (anche semplice a livello di schema) ma che è tangenziale al romanzo in quanto genere a causa di una sua caratteristica specifica senza precedenti nella tradizione del romanzo: l’elaborazione complessa e sistematica di un mondo immaginario, a livello storico, geografico e linguistico (ogni lingua creata da Tolkien è delineata in maniera talmente elaborata che solo a partire dai nomi propri, il lettore è in grado di riconoscere stili fonetici caratteristici di ciascun popolo e di iniziare a identificare i tratti ricorrenti della formazione delle parole). Questo effetto di coerenza interna e autenticità annulla in maniera decisiva qualsiasi tentazione di individuare allusioni esterne all’interno della narrazione e protegge l’integrità dell’universo di invenzione  ne arricchisce la complessità. Inoltre, l’utilizzo del tema del viaggio in senso strutturale (Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli iniziano e terminano sull’uscio di Casa Baggins) è una parte essenziale dei tratti distintivi rispetto alla tradizione del romanzo, che spiega le numerose divagazioni (soprattutto le avventure degli hobbit appena usciti dalla Contea) apparentemente scollegate dalla trama principale che trasgrediscono i principi dell’unità romanzesca: Rosebury dice che pensare che uno snellimento dell’opera in nome di questi principi la renderebbe più efficace a livello complessivo è del tutto sbagliato (anzi, secondo lui non si può che dare ragione a Tolkien, che cioè il libro era difettoso perché troppo breve). È proprio la vastità del mondo descritto a essere significativa in senso strutturale e tematico: ogni dettaglio in più (comprese le poesie e le Appendici, le parti meno romanzesche in assoluto), se coerente con il resto, rafforza l’impressione di trovarsi di fronte a un mondo che possiede la coerenza del mondo reale; allo stesso tempo, il progressivo aumento di particolari ha l’effetto di ampliare gradualmente la percezione di quello che sta accadendo nella Terra di Mezzo e far rendere conto che il punto di vista degli hobbit (cioè il nostro) è solo parziale, esattamente come la nostra esperienza di vita. Senza contare che gli episodi apparentemente superflui servono per celebrare qualità come l’umorismo, la poesia, il canto e l’amicizia, e soprattutto per rievocare quella calma domestica e quella contemplazione spontanea e creativa che la missione di Frodo deve difendere, in opposizione allo spirito nichilista di Mordor. Un secondo campo di intervento di difesa Rosebury lo riserva a livello stilistico, smentendo le critiche di chi accusa Tolkien di usare espressioni arcaiche e obsolete, visto che il 90% del testo del Signore degli Anelli è assolutamente limpido: la sua sintassi distorta rispetto al consueto ordine del periodo si spiega con la volontà dell’autore di dare un diverso effetto espressivo rispetto al linguaggio colloquiale. è invece importante sottolineare la raffinatezza di uno stile che riesce a rendere le differenze sociali e linguistiche dei vari personaggi e dei diversi popoli (addirittura, il fatto che Théoden ricorra a metafore semplici e domestiche mentre Denethor usi espressioni astratte e simmetriche ci dice qualcosa sul loro diverso carattere e su quanto siano diversi i loro popoli). Rosebury esamina quindi le altre opere narrative e poetiche realizzate o abbozzate da Tolkien nel corso della sua vita, non risparmiando critiche al Silmarillion (pervaso da uno stile tragico, aspro e cupo, che presenta una teologia esplicita e una riflessione sulla diffusione universale del peccato e sulla facilità con cui le creature si lasciano ingannare e corrompere, sul potere tenace dell’orgoglio, dell’avidità e del risentimento, oltre che sugli abissi di crudeltà  e di malvagità a cui essi conducono), scritto in uno stile alto piuttosto stancante e prova di una certa incapacità del Tolkien scrittore maturo di trasformare la sua materia in una narrazione riuscita come Il Signore degli Anelli, ma comunque in possesso di punti di forza, le parti cioè in cui la materia mitica e leggendaria possiede un’audacia, una chiarezza di zione e una forza morali tali da giustificare lo stile elevato: è il caso del mito della creazione da parte di un Dio di intelligenze angeliche chiamate a subcreare con il suo stesso spirito, per Rosebury chiave interpretativa della visione religiosa, estetica e morale di Tolkien. Quelli che partecipano a questo progetto subcreativo possono ottenere che venga conferita realtà ai frutti della loro immaginazione, chi invece resta irretito dalla prospettiva di dominare le proprie (o le altrui) creature, chi cerca di umiliare le cose e le persone create al rango di “macchine”, viene esso stesso umiliato. È una visione che pone Tolkien all’opposto di Hobbes, perché pensa che l’uomo che l’uomo non possieda il diritto naturale al dominio: perfino Dio, per Tolkien, usa questo diritto il minimo indispensabile. Esiste solo il diritto di creare, esaltazione della creazione artistica e letteraria che discende direttamente dal romanticismo e che è espressa compiutamente in un’opera minore come Foglia di Niggle. Un principio che, allo stesso tempo, per Rosebury spiega l’atteggiamento di simpatia di Tolkien verso un’anarchia cristiana nei confronti della politica secolare e delle istituzioni, da lui concepite come intrinsecamente coercitive, perché solo la libera adesione dei singoli al volere di Dio poteva per lui produrre una buona società. Con buona pace di chi ancora vorrebbe Tolkien cantore di un autoritarismo antimoderno e magari critica la splendida interpretazione di Wu Ming 4 sul libero arbitrio e la contestazione dell’autorità in Tolkien: Rosebury è sulla stessa lunghezza d’onda. Su Tolkien come fenomeno culturale vero e proprio (a cui fa riferimento il titolo del volume) verte invece l’ultimo capitolo, dedicato all’influenza che il mondo del Signore degli Anelli ha esercitato sul mondo dei giochi e dei videogiochi, sulla sua assimilazione a generi e contesti a lui estranei, sulla letteratura fantasy post-tolkieniana e sugli adattamenti dell’opera, come quello radiofonico della BBC del 1981, quello cinematografico di Ralph Bakshi del 1978 e, soprattutto, quello di Peter Jackson nei primi anni Duemila. Proprio qui, a mio avviso, Rosebury si dimostra meno convincente: le sue critiche, espresse in corso d’opera (al momento in cui scriveva, erano usciti solo due dei tre film della trilogia di Jackson), a quello che è ormai ritenuto a tutti gli effetti un classico a dieci anni di distanza, risultano forse dettate dalla sensazione del momento e dalla sua personale sensibilità (come si fa a bollare la colona sonora di Howard Shore come “wagneriana”, nell’accezione peggiore del termine?) e finiscono per farlo assomigliare un po’ al tipico critico bacchettone armato di matitone rosso e blu, anche se trovo interessante la critica all’immaginario visivo basato sui lavori di Alan Lee e John Howe partendo dal presupposto che le influenze predominanti in Tolkien erano la pittura preraffaellita, i disegni di William Morris e l’Art Nouveau. Inoltre, la sua riflessione sul fatto che durante la visione del film si è consapevoli di star vedendo la Nuova Zelanda e non la Terra di Mezzo, a dimostrazione dell’abisso che divide la narrativa dall’adattamento cinematografico, potrebbe essere facilmente smentita, visto che per moltissimi fan (me compreso) la Nuova Zelanda È la Terra di Mezzo, e la si pensa esattamente così.

domenica 12 ottobre 2014

Michael Swanwick - Gli dei di Mosca

Onore e gloria a Vaporteppa! Questo progetto editoriale, nato sotto il marchio Antonio Tombolini Editore e la direzione di Marco Carrara (il Duca di Baionette Librarie), intende pubblicare buona narrativa di genere fantastico, partendo dal presupposto che “c’è più valore etico in una manciata di opere di narrativa fantastica serie che in migliaia di romanzacci snob con illusioni Monomaniacali di Letteratura”. Ce n’era veramente bisogno. Questo Gli dei di Mosca di Michael Swanwick, primo romanzo pubblicato da Vaporteppa (con una copertina fumettosa assolutamente indovinata), ha pienamente centrato il bersaglio. Non è un libro fantasy in senso tradizionale ma, come ha scritto lo stesso Carrara per presentarlo, “rappresenta bene quel tono un po’ cialtrone e quelle ambientazioni vagamente ottocentesche che vorrei vedere nelle future opere di Vaporteppa”. Swanwick (che personalmente non conoscevo neppure di nome) parte da una distopia postapocalittica di sapore ottocentesco in cui le macchine e i computer sono stati distrutti (non c’è più internet!) e da due protagonisti del tutto inediti, una coppia di raffinati truffatori, Darger e Surplus (vero nome di quest’ultimo: Sir Blacktorpe Ravenscairne de Plus Precieux), il primo inglese e il secondo americano. Darger è appassionato di libri antichi ed è in possesso di un humour sottile e sofisticato, Surplus è un cane geneticamente modificato per comportarsi come un uomo e possiede un’aria di ineffabile seraficità e compostezza. Sono più scaltri e fortunati e dotati di forza, qualità che permettono loro di cavarsela nelle situazioni più rischiose. Si sono infiltrati in una carovana proveniente da Bisanzio e diretta in Russia per portare al Duca di Moscovia (in realtà un gigante che governa addormentato per l’incapacità del suo cuore di reggere lo sforzo dello stare sveglio) un dono senza prezzo: sette spose (le Perle) geneticamente modificate unicamente per soddisfarlo dal punto di vista sessuale (e per questo motivo prendono fuoco se qualcuno tocca loro la pelle, come misura cautelativa della loro verguinità). Giunti a Mosca, Surplus prende l’incarico di ambasciatore di Bisanzio, mentre Darger si mette alla ricerca della perduta biblioteca dello zar Ivan, finendo per interferire con diversi piani per il dominio della Russia e del mondo che a loro volta si scontrano tra di loro: ovviamente, alcuni resti dell’era tecnologica sono sopravvissuti e si manifestano come demoni infernali, e tutta la vicenda finisce per riassumersi nella lotta tra l’intelligenza delle macchine e la stupidità umana, con le prime (ricoperte di corpi umani eviscerati) pronte a sguinzagliare un risorto zar Lenin e un finale pirotecnico che vede combattersi orde di abitatori del sottosuolo, masse cittadine drogate e un manipolo di prostitute arruolate forzatamente nelle forze dell’ordine., con l’aggiunta di Baba Yaga, la strega del folklore slavo. La storia è estremamente complessa e richiede un buon livello di attenzione per essere seguita, soprattutto tenendo conto che ci sono almeno otto punti di vista differenti che continuano a cambiare in accordo ai continui colpi di scena della trama (anche all’interno dello stesso capitolo). Non tutti i punti di vista sono dello stesso livello (della baronessa Lukoil-Gazproma e del tenente Evgeny si poteva fare tranquillamente a meno, ma sono opinioni personali) ma i personaggi sono così numerosi e ben caratterizzati che, alla fine, Darger e Surplus non sono la chiave del romanzo ma anzi sembrano essere solo semplici spettatori delle vicende che loro stessi hanno messo in moto. Fortunatamente, c’è sempre il narratore onnisciente che riannoda tutti i fili della narrazione, intervenendo e facendo luce in tanta irrazionalità. Non ci sono buoni e cattivi, ma ognuno segue il proprio interesse personale: tra i personaggi più riusciti ci sono i tre monaci invasati con le loro dissertazioni sull’ineffabilità dell’Uno e del Trino, che vogliono purificare il mondo tra le fiamme; Koschei, uno di loro, che intende soggiogare la società con il sesso sfrenato introduce l’ingenuo e maldestro Arkady come stallone da monta grazie a una prodigiosa pillola di eccitante sessuale (non a caso chiamata rasputin); la misteriosa spia Anya Pepsicolova, che introduce Darger ai misteri del sottosuolo moscovita; il perfido Chortenko, inquisitore dagli occhi di mosca al comando della polizia segreta del Duca di Moscovia; l’affascinante Zoësofia, capo delle Perle e spia al soldo di Bisanzio. A partire dalla geniale idea della bottiglie che insegnano a chi le beve le lingue e l’opera di determinati poeti come Puskin (e causano anche “ubriacature poetiche” come nel caso di Arkady che si trova a parlare come un vero ubriaco che cita La terra desolata e Moby Dick), Swanwick crea un mondo veramente convincente e stratificato, e dimostra una fantasia sfrenata nell’accumulo di trovate, non disdegnando puntate nel bizzarro e nell’irrazionale (per i più pudichi è necessario avvertire che ci sono scene di sesso, linguaggio esplicito, violenza e scene di tortura), non dimenticando però mai il verosimile (Surplus è un cane e, infatti, a letto dopo il sesso si fa grattare dietro le orecchie e raspa con le zampe): nobildonne che usano la loro carne clonata per fabbricarsi capi di abbigliamento o per offrire pietanze ai loro convitati di banchetto; nani sapienti dalle incredibili capacità enciclopediche; schiavocertole dalle prodigiose doti mimetiche; guardie-orso dalla sforza smisurata; nerboruti neanderthaliani dai nomi di eroi mitologici (Enkidu, Beowulf, Hull e Gargantua) e dall’intelligenza limitata che all’occorrenza prestano servizio come camerieri in guanti bianchi; una carta intelligente che riconosce il DNA; animali resi capaci dagli scienziati di pronunciare cinque o sei parole per esprimere i loro desideri fondamentali. Tutto è fantasioso e bizzarro, ma allo stesso tempo è autenticamente divertente e arguto: il pregio di Swanwick sta nel non prendersi mai sul serio, senza per questo dimenticare il suo ruolo di narratore di storie. E per questo merita qualcosa di più di una semplice lettura: Gli dei di Mosca è un libro da amare.

giovedì 9 ottobre 2014

Paul Féval - Il cavaliere di Lagardère

 
Uno dei miei crucci più grandi è che molti bellissimi romanzi sono del tutto assenti dal mercato. Per anni sono andato a caccia di Scaramouche di Rafael Sabatini senza trovarlo finché non l’ha ripubblicato (non so con quali esiti) la Donzelli, cosa che mi ha regalato momenti di pura felicità ed ebbrezza, ma Le bossu di Paul Féval (un romanzo del 1858) ha continuato clamorosamente a mancare. E così mi sono detto: “Perché non contribuire a farlo ripubblicare?”. Detto fatto. Esce per Gondolin Il cavaliere di Lagardère, titolo italiano con cui Le bossu è stato conosciuto in Italia, primo titolo di una serie di romanzi del passato che vorrei riportare alla luce anche dalle nostre parti, nella triste certezza che simili iniziative non abbiano praticamente mercato (si sa che romanzi d’avventura, feuilleton e cappa e spada sono considerati noiosi, fuori dal tempo o, ancora peggio, “per ragazzi”, insomma non adatti alla complessità della nostra epoca e alla profondità di chi fa Letteratura vera). Certo, Il cavaliere di Lagardère è il classico esempio del genere cappa e spada, ambientato in Francia, con un protagonista sempre pronto a duellare di lama e a compiere una missione per salvare una dama in pericolo, contro un nemico spietato e risoluto e una variegata schiera di bravi e tagliagole prezzolati, con il corredo di briganti smargiassi e spacconi (in questo caso un guascone e un normanno, i leggendari Cocardasse e Passepoil) ma dal valore cristallino e dal cuore d’oro. È un romanzo sull’amicizia, la vendetta, l’amore e la gelosia, ma soprattutto è capace di far riemergere la memoria di un’epoca in cui gli uomini mettevano in gioco la vita per la difesa dell’onore (parola che in una società allo sbando come la nostra sembra sempre più anacronistica). Narra infatti la storia di un giovane spadaccino rubacuori e scavezzacollo, Henri de Lagardère, che nel 1699, in una regione dei Pirenei francesi, si ritrova al centro di un complotto ordito dal principe di Gonzaga per uccidere il duca di Nevers, sposarne la vedova e impossessarsi della fortuna della neonata figlia Aurore. Lagardère giura al morente Nevers di prendersi cura della figlia e al suo misterioso assalitore di vendicarsi («Se tu non verrai da Lagardère, Lagardère verrà da te»), quindi scappa con la piccola Aurore e la alleva facendole credere di essere suo padre. Lo ritroviamo 19 anni dopo a Parigi, durante la scintillante reggenza di Philippe d’Orléans: travestito da gobbo, è pronto a conquistarsi la fiducia di Gonzaga (il malvagio assassino e usurpatore) e di realizzare la sua vendetta. Ovviamente, la realizzazione della stessa è resa possibile grazie al colpo segreto posseduto da Lagardère, la botta di Nevers, una micidiale stoccata in mezzo agli occhi che non lascia speranza a chi la riceve: Féval descrive il procedimento per metterla in atto con dovizia di particolari, attingendo alla terminologia della scherma, cosa che gli riuscì unicamente in virtù del suo grande talento di scrittore dal momento che, come ebbe poi a confessare suo figlio, egli ignorava del tutto simile arte bellica (miracoli della letteratura). Divisa in sei parti, la narrazione non è così ovvia e lineare come si potrebbe pensare: tutta la terza parte corrisponde alla rievocazione dell’infanzia di Aurore e delle sue avventure per sfuggire ai sicari di Gonzaga grazie alla protezione di Lagardère attraverso il diario che la fanciulla scrive rivolgendosi alla madre sconosciuta, ed è quindi interamente in prima persona; dalla quarta alla sesta parte, invece, è messo in scena l’ingegnoso intrigo attraverso cui il gobbo riesce a smascherare pian piano Gonzaga agli occhi del reggente, con la frequente variazione dei punti di vista tra Lagardère, Aurore e sua madre. Inoltre, l’introduzione del personaggio del gobbo permette all’autore di ampliare di molto il suo raggio di azione: se i cattivi ci sono e sono memorabili (il malefico Gonzaga e il suo lugubre scherano Peyrolles), il protagonista non sarebbe lo stesso se rimanesse sempre e solo Lagardère. L’eroe, per forza di cose, in romanzi come questi non può che essere retto, puro, onesto, eroico, pronto a dare la vita, e infatti Henri de Lagardère è tutto questo, se non di più: addirittura, non osa confessare ad Aurore il suo amore per lei nonostante sappia di essere ricambiato dalla fanciulla. Il fatto che Féval lo faccia travestire da gobbo rappresenta un espediente narrativo di incredibile efficacia: il gobbo è, per sua natura, un personaggio liminare, di confine, a cavallo tra la normalità e il bizzarro. È grottesco, sardonico, volgare, a volte anche brutale («“Io voglio che mi si ami,” disse con accento di sincera ferocia, “tanto peggio per quelle che non ci riescono!”»), e viene accettato dalla società (e sempre fino a un certo punto) solo in quanto infido, intrigante e utile per uno scopo sinistro e malvagio. Infine, una parola sull’ambientazione storica: Féval non si limita a prendere la Francia del Seicento/Settecento come in tutti gli altri romanzi del genere cappa e spada, ma immerge tutta la seconda parte della vicenda in un periodo molto particolare e poco conosciuto, quello della Reggenza di Philippe d’Orléans: questi, succeduto a Luigi XIV approfittando della minore età di Luigi XV, ha infatti iniziato un’abile politica economica e ha dato vita a un sistema finanziario moderno, con tanto di borsa e di banche private. «Fu il regno dell’orgia e l’oro fu Dio», dice Féval parlando di quell’epoca: tutti gli speculatori del periodo spendono cifre astronomiche per garantirsi una fetta della torta e a corte si organizza perfino un gran ballo con spettacoli pirotecnici per celebrare il credito e le speculazioni coloniali, cose che mettono la Francia a capo di tutte le nazioni del mondo e sanciscono la fine di carestie, miserie e guerre. Una specie di riflessione amara sulle illusioni della finanza e di una ricchezza che garantisce l’impunità, tanto che il perfido Gonzaga, ricco quanto se non più del reggente, dichiara spavaldo: «Ho sufficienti milioni per comperare tutta la giustizia della terra». Ed è così che il nostro Lagardère, travestito da gobbo che affitta la sua gobba ai commercianti di azioni, diventa il giustiziere di un mondo corrotto e soffocato dal denaro.