lunedì 10 novembre 2014

Gianfranco De Turris (a cura di) - "Albero" di Tolkien

L’ho già scritto: dopo Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4 e Santi pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien di Claudio Testi, parlare di Tolkien in Italia sarà difficile per tutti. Figuriamoci per opere precedenti come questo “Albero” di Tolkien, allegra e scalcinata cavalcata agiografica nei territori del simbolismo a cura di Gianfranco De Turris che riunisce saggi di autori “di destra” e rappresenta bene l’appropriazione che è stata fatta in Italia (e sottolineo solo in Italia) di Tolkien da parte di questa parte politica. Infatti, paradossalmente, mentre negli Stati Uniti Il Signore degli Anelli era considerata la bibbia delle beat generation americana, degli hippie e dei giovani contestatori di Berkeley, in Italia fu totalmente ignorato dalla sinistra (per un vecchio pregiudizio contro la narrativa fantastica e forse una certa miopia ideologica) e trovò asilo politico a destra, finendo per essere interpretato alla luce del mito, del simbolismo, della spiritualità iniziatica e del neopaganesimo (e, per un fenomeno tipicamente italico, Tolkien divenne ipso facto un autore fascista). Fu addirittura fonte d’ispirazione per i famigerati Campi Hobbit (1977-1980), espressione della nuova destra giovanile in contrapposizione all’MSI di Almirante (che non li riconobbe mai), della cui esperienza De Turris rivendica subito l’autenticità con il plurale “noi”. A dargli manforte è Mario Bortoluzzi, che illustra le ragioni di simile appropriazione (indebita): «L’“identificazione” immediata da parte dei giovani missini con la “visione della vita antimoderna, tradizionale e spirituale” espressa nei racconti del professore inglese e la “demonizzazione” dell’opera tolkieniana operata da larga parte dell’intellighenzia della sinistra nostrana (Umberto Eco in testa) che bollò come oscurantista e reazionaria la produzione di Tolkien. Fu un riconoscersi collettivo, in primis, nei confronti dei principali protagonisti de Il Signore degli Anelli, gli hobbit. Perché hobbit “si sentirono”… quei giovani, in guerra contro l’Oscuro Signore che già allora ammorbava la Terra di Mezzo con la dittatura del “pensiero unico”, la distruzione dell’identità dei popoli e la selvaggia devastazione della natura ad opera dei moderni orchi. […] Non fu né appropriazione, né mistificazione, come qualcuno recentemente ha insinuato a proposito “dell’uso strumentale di Tolkien da parte della Destra”, fu “identificazione immediata”. […] Il rifiuto di una concezione materialista e consumista della vita e delle cose, la riaffermazione di un universo valoriale che traeva linfa e origine dalla Tradizione così come era stata per anni rappresentata da autori come M. Eliade, R. Guénon e J. Evola (quest’ultimo soprattutto in Rivolta contro il mondo moderno) e il contemporaneo desiderio di superare vecchi schemi ormai logori e non più comprensibili ai contemporanei, tutto ciò, trovò nell’universo tolkieniano un efficace veicolo espressivo metapolitico». Proprio il riferimento a questi autori, e specialmente a Evola, fornisce in pieno il senso della lettura di Tolkien operato dalla destra. De Turris dice chiaramente che Tolkien era un uomo di destra, «un cattolico fra i protestanti, un cattolico tradizionalista fra i cattolici, un conservatore dal punto di vista etico e morale, un monarchico, un patriota, un antidemocratico», una specie di cantore della Tradizione contro la Modernità, il campione delle «civiltà del tempo che rimangono immutabili durante il volgere dei secoli» contro «le civiltà dello spazio che si espandono solo a livello fisico sul pianeta», di un «mondo che si basa su una concezione spirituale, metafisica, sacra e tende verso l’alto privilegiando l’essere» contro «una società che i basa sulla indifferenziazione democratica». Lo stesso ricorrere alla metafora dell’albero del titolo del volume e alla divisione in radici, rami e foglie prende pretestuosamente spunto dalla frase di Tolkien “le radici profonde non gelano” (ripetuto continuamente a mo’ di mantra lungo tutti i saggi) e innesta l’immaginario tolkieniano nel solco della Tradizione, rendendolo così capace di rigenerare il mondo moderno. A completare poi la lettura evoliana ci pensa Sebastiano Fusco che sostiene che nell’opera di Tolkien si possono rintracciare simboli (eterni e immutabili) di qualcos’altro, a prescindere dal contesto, dalla trama in cui sono calati e perfino dalle intenzioni dello stesso autore (che li avrebbe così inseriti involontariamente), con l’inevitabile conseguenza della decontestualizzazione; così, la spada di Aragorn rappresenterebbe la regalità, il combattimento di Gandalf contro il Balrog un procedimento alchemico e l’aquila un simbolo di elevazione spirituale. Ancor peggio fa Stefano Giuliano che, attraverso un esercizio di mitologia comparata a prescindere dall’epoca storica e dal contesto, applica a Tolkien la tripartizione funzionale oratores/bellatores/laboratores (sacerdoti/guerrieri/allevatori) tipica dei popoli indoeuropei elaborata da Georges Dumézil, senza che ci sia la benché minima prova della conoscenza di simile teoria da parte di Tolkien. La stessa teoria viene applicata da Adolfo Morganti nella lettura dell’eroe (Aragorn, eroe arturiano), che deve scoprire la sua chiamata a divenire simbolo della sintesi e quindi dell’intera communitas attraverso un percorso di tipo iniziatico e un’epopea di restaurazione. Sempre a questo proposito, Errico Passaro analizza l’eroe tradizionale (nelle sue varianti solare e lunare) in senso junghiano e nietzschiano (l’eroe solare è superiore alla dimensione etica e non disdegna di ricorrere alla furia cieca e nichilista per affermarsi) e si dilunga nell’analisi degli attributi di Aragorn, che secondo lui assommerebbe in sé le 22 caratteristiche minori dell’eroe elencate da Lord Raglan; soprattutto, per Passaro, Aragorn assomiglia «più ad un re e ad un eroe pagano, legato ad un’etica guerriera senza mezzi termini, che ad un Carlo Magno ante litteram». Ed ecco introdotto il particolare del paganesimo (notare che per De Turris, come già detto, Tolkien era cattolico): Alberto Lombardo vuole dimostrare in ogni modo e senza possibilità di smentita che Tolkien è un politeista e che la sua epica vede trionfare «un’etica guerriera, nobile, eroica». A partire dall’origine degli dei e del mondo così come raccontata nel Silmarillion, l’uomo non sarebbe il fine ultimo della creazione e non sarebbe il figlio unico e prediletto del Dio unico, perché è dotato di libero arbitrio ma deve convivere in un mondo di esseri diversificati, tanto che (e questa è un’affermazione pesante e ampiamente discutibile) «se Il Silmarillion e Il Signore degli Anelli fossero stati pubblicati anonimi, nessun lettore avrebbe potuto ragionevolmente immaginare che ne fosse autore un cristiano». Poco importa dunque se De Turris ha già scritto che Tolkien era cattolico: serviva solo per sottolineare che era un cattolico tradizionalista, che per De Turris significa che seguiva la Tradizione, quella di Evola, in lotta contro il mondo moderno, non la liturgia cattolica in latino pre-Vaticano II (come invece significa essere “cattolico tradizionalista”). Un trucchetto che gioca con le parole e suggerisce qualcosa di diverso e funzionale al discorso, in linea con una lettura distorta, partigiana e decontestualizzata dell’autore, dei suoi motivi e delle sue fonti, inserito in un contesto che non gli appartiene e, soprattutto, al di fuori di quelli che sono i maggiori studi internazionali sul tema: è come se De Turris e i suoi avessero creato un circolo autoreferenziale i cui membri continuano a citarsi da soli, rendendo Tolkien un fenomeno estremamente provinciale (vanificando così anche capitoli più ragionati e complessi come i due saggi di Marco Respinti sulle fonti letterarie di Tolkien e i suoi rapporti con C.S. Lewis). Non gioca poi a favore del libro la presenza del saggio Frodo Baggins, l’eroe che non ha fallito a firma di Gianluca Casseri, responsabile dell’uccisione a colpi di arma da fuoco di due senegalesi a Firenze a fine 2011 prima di togliersi lui stesso la vita, cosa che ovviamente non fa in alcun modo di De Turris e degli altri autori dei criminali conniventi ma, semmai, lascia aperti degli inquietanti interrogativi sul legame di una certa destra con il razzismo xenofobo. Più interessante si rivela l’analisi delle divinità e delle figure femminili da parte di Chiara Nejrotti, forse troppo improntata a un approccio da mitologia comparata ma comunque convincente del dimostrare che il mondo di Tolkien è monoteista e che in esso sono confluiti elementi biblio-cristiani (le potenze angeliche, la Vergine Maria), pagani (gli dei delle saghe nordiche) e medievali (l’amor cortese); ribatte all’accusa di poca considerazione nei confronti delle donne, come se Tolkien le ritenesse incapaci di autonomia, e dell’assenza della sessualità nel rapporto uomo-donna (accusa che «nasce più dal voler giudicare con la mentalità tipica del nostro mondo contemporaneo e desacralizzato qualcosa che ad essa non appartiene»), perché Tolkien non era un misogino o un puritano a oltranza e non giudicava la sessualità un tabù intoccabile, ma la considerava «come un fatto naturale, che appartiene automaticamente al rapporto di coppia correttamente inteso come unione di corpi e anime». La Nejrotti è convincente nell’attribuire uguale importanza a uomini e donne anche a livello sociale, anche se la sua concezione (figlia del simbolismo) è un po’ statica e non considera la dialettica sociale (come nel bellissimo saggio di Tom Shippey in appendice a Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4) e generalizza forse un po’ troppo quando dice che le figure femminili in Tolkien agiscono su una dimensione spirituale, di guida e di consiglio, di preveggenza e di lungimiranza, a differenza delle figure maschili che intervengono sul piano materiale, fisico e guerriero. Convincente è anche Edoardo Volpi Kellermann che affronta il tema della musica, così importante perché tutto il Legendarium tolkieniano nasce da essa (la creazione attraverso la musica nel Silmarillion e le canzoni di cui è pieno Il Signore degli Anelli) e perché è un campo che ha a che fare direttamente alle sensazioni, e mai Tolkien ha smesso di ispirare generazioni di musicisti di diversi generi (medievale, celtico, sinfonico, heavy metal, addirittura jazz). Così come è apprezzabile il tentativo di spiegazione che Volpi Kellermann dà del successo tolkieniano: «Un libro come Il Signore degli Anelli viene apprezzato dal quindicenne che vi trova avventura ed eroi dotati di spessore umano, dallo studioso di mitopoietica che vi scopre con piacere la profonda rielaborazione dei temi classici, dal filologo che ne apprezza la ricercatezza nella prosa e nella creazione dei nomi e dei linguaggi, dal libero pensatore che trova in esso una luce di verità in un mondo in apparente decadenza, dallo psicologo e dal filosofo che trovano in esso materia prima per la rielaborazione di valori primari e di una morale autentica ed a-temporale, dal creatore di immagini che trova in esso un’infinita fonte d’spirazione». Chiude il volume una rassegna degli sviluppi pratici del Legendarium nella società moderna, dal cinema all’oggettistica, dai giochi di ruolo e dai videogiochi ai fumetti e alle illustrazioni: un elenco inevitabilmente lacunoso ma abbastanza in grado di dare un’idea di quello che è il fandom tolkieniano. 

2 commenti:

  1. Tolkien non era certo politeista, ma cattolico tradizionalista sì,.Ciò lo portò, quasi unico tra gli intellettuali inglesi , a simpatizzare per la causa franchista nella guerra di Spagna . De Turris forse fornisce una versione parziale di Tolkien, ma lo stesso può dirsi di moderne letture progressiste dell'autore, che ignorano volutamente l'anticomunismo viscerale di Tolkien, o ne fanno appena cenno, dedicando poi pagine e pagine al suo Antifascismo, a mio parere, anche queste sono letture parziali e di parte.
    Saluti.

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  2. http://www.ilprimatonazionale.it/cultura/cattocomunisti-vogliono-monopolio-critica-tolkieniana-70685/

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