martedì 4 novembre 2014

Michael Faber - Il petalo cremisi e il bianco

Tutto quello che è vittoriano mi affascina da sempre, e non ha fatto di certo eccezione questo Il petalo cremisi e il bianco (titolo derivato da una poesia di Tennyson), titanico librone di mille pagine scritto da Michael Faber (che, a quanto pare, ha impiegato ben 21 anni per metterlo insieme), un romanzo storico che è anche un tour nella Londra sporca e sordida del 1875, specchio esteriore di una sporcizia e di una sordidezza morale ed esistenziale. Qualcuno si è arrischiato a dire che per tematiche, ambiente e personaggi questo è il romanzo che Dickens avrebbe voluto scrivere ma non ha mai potuto farlo, ma mi paiono esagerazioni: la tecnica narrativa di Faber (che ne tradisce tutto lo spirito postmoderno) è ben poco dickensiana e inizia subito simile alla cinepresa di un regista che volteggia in piano sequenza e passa da un personaggio all’altro, guidando il lettore e raccomandandogli spesso di seguire le persone che lui indica e di lasciar perdere altri. Peccato che questa tecnica di indubbio fascino (anche se leggermente compiaciuta) pian piano scompaia e che la narrazione ben presto si ricollochi sui binari dei diversi punti di vista separati tra loro attraverso cui la storia procede (insomma, non c’è uniformità dal punto di vista stilistico, ed è un peccato). L’occhio del narratore onnisciente (che ammicca più volte e si riferisce anche a cose che verranno solo parecchi anni dopo, come per esempio a Jack lo Squartatore) ci introduce il personaggio di Caroline, una prostituta dalla vita dura e senza alcuna pretesa oltre a quella di sopravvivere (caratteristica questa che è già la chiave di lettura del romanzo) dopo che le sono morti il marito e il figlio. Caroline non è però la protagonista, ma ci fa da tramite per il vero personaggio centrale della vicenda, la sua collega Sugar, una ragazza di 19 anni e prostituta dall’età di 13, avviata al mestiere da sua madre, la sinistra Mrs. Castaway, tenutaria di un bordello e collezionista di stampe e immagini di santi (talmente piena d’amore per la figlia che, interrogata su cosa sia il Natale, le risponde: «È il giorno in cui Gesù Cristo è morto per i nostri peccati. Senza alcun risultato, visto che li stiamo ancora scontando»). Sugar non è la classica bellezza mozzafiato: è mascolina, magra, alta, con la psoriasi e la voce rauca (a causa di un problema con un cliente), ma nonostante questo è una delle prostitute più conosciute e ricercate di Londra (lei fa tutto, anche le cose che le altre prostitute reputano disgustose), è gentile e amatissima dai clienti mentre in realtà, nella solitudine della sua stanza, sta componendo un’opera letteraria che lei chiama “di vendetta” nei confronti di tutti quelli che hanno abusato di lei. La sua storia si incrocia con quella di William Rackham, secondogenito di un importante imprenditore a capo di una famosa industria di cosmetici: indolente e con velleità letterarie, incallito frequentatore di prostitute (si sa, in qualche modo si devono pur dimenticare le preoccupazioni della vita!), William è disgustato dal desiderio di fare più soldi quando bastano e avanzano quelli già fatti, anzi propugna l’idea che la ricchezza in eccesso vada dirottata nelle casse pubbliche e distribuita tra gli indigenti e i senzatetto (potremmo definirlo un socialista utopista). Il padre vorrebbe invece lasciargli l’azienda e, per spronarlo a mettersi in riga, gli taglia i viveri, così William è costretto a vivere nelle ristrettezze, senza minimamente sapere come fare il lavoro che gli vuole imporre il padre e, soprattutto, con una moglie che soffre di problemi di depressione. Venuto a conoscenza dell’aura leggendaria di Sugar, la vuole conoscere, la incontra in un pub, rimane incantato dalla sua cultura e dalla sua intelligenza (il fascino di una donna che disquisisce di letteratura!) e finisce per perdere la testa per lei, giungendo al punto di pagare per tenerla tutta per sé (lei è stata la prima che lo ha fatto sentire ricercato e capito). Le compra una casa che arreda, la riempie di vestiti, si mette concretamente a lavorare nell’azienda del padre, ascolta i suggerimenti di Sugar in merito alla sua attività, giunge addirittura a farla entrare in casa come istitutrice della figlia Sophie, e questo fatto (vero e proprio deus ex machina che spacca letteralmente in due il romanzo) fa sì che le cose comincino ad andare in maniera drammaticamente diversa. Da una parte Sugar si immedesima nella bambina rivivendo il suo rapporto con la madre che l’ha educata nell’odio per la vita e per gli uomini, dall’altra entra in contatto (mai diretto) con la moglie di William, Agnes, infantile, cattolica e malata per via di un tumore che le preme da dietro un occhio e la fa sragionare, ma che viene curata dal dottor Curlew (forse la stessa persona che ha rovinato Caroline) che è interessato a capire dove si è spostato il suo utero, convinto com’è che la pazzia delle donne sia solo un fatto isterico, e che pertanto le crea sempre più disagio. Non si può non provare pena per quest’infelice donna che sogna di angeli e suore e di un posto pacifico dove finalmente ci si prenda cura di lei, ma che a malapena sa di avere una figlia, anzi non ha nemmeno idea di cosa voglia dire avere un ciclo mestruale (leggendo i suoi diari, Sugar si rende conto che crede di avere una malattia che la fa sanguinare); così come non si può provare disprezzo per un uomo meschino come William, campione di ipocrisia e perbenismo. Faber si prende tutto il tempo per descrivere i personaggi e le loro preoccupazioni, denuncia le contraddizioni dell’epoca vittoriana (lo splendore dei teatri e la miseria delle zone popolari, la condizione di emarginazione della donna dell’epoca, il moralismo che blocca a livello affettivo certi personaggi come il fratello di William, Henry) e crea un universo narrativo talmente delineato e dettagliato da risultare davvero immersivo (anche se a tratti decisamente preponderante), ma fondamentalmente spinge in ogni modo la simpatia del lettore nei confronti di Sugar (non la solita eroina, ma una donna forte che è passata attraverso varie sventure e si è creata un carattere proprio grazie a esse, e che alla fine rompe la logica della sottomissione con la sua decisione finale) e vuole trasmettere l’idea di un mondo in cui l’amore non esiste ma si parla solo di affezione e sentimenti in cambio di qualcosa (autostima, sesso, protezione, denaro): per farlo abbonda di cadute di tono e volgarità molto crude e gratuite degne del Profumo di Süskind, per non parlare delle recriminazioni di Sugar contro Dio che sfiorano la bestemmia, e non è un caso che le numerose descrizioni di amplessi presenti nel romanzo siano quanto di più lontano dall’erotismo possa esistere. Per tutte queste ragioni, oltre che per la freddezza con cui tratta i suo protagonisti e per le lunghe digressioni che ne rallentano la lettura, il romanzo può avvincere come annoiare. Certo non è banale, ed è in grado di lasciare addosso un senso di nausea difficile da mandare via.

Nessun commento:

Posta un commento