martedì 22 dicembre 2015

Neil Daniels - La storia dei Judas Priest. Defenders Of The Faith

Calcio: Bayern Monaco.
Tennis: Andrè Agassi.
Automobili: Fiat Uno.
Bevande: Birra.
Heavy Metal: JUDAS PRIEST.
Proprio così. Magari mi piacciono di più Metallica, Iron Maiden o che ne so, Helloween, ma se penso a heavy metal la prima band che a mio avviso incarna a perfezione questi due termini è quella di Tipton, Halford...e KK che non c'è più :(
Non potrei usare introduzione migliore delle righe iniziali della recensione dell’ultima fatica dei Judas Priest, Redeemer Of Souls, opera del grande Gianluca Grazioli di Metal.it, perché c’è veramente tutto. Il gruppo di Rob Halford (voce), Ian Hill (basso), Glenn Tipton e K.K. Downing (chitarre) è quello che ha incarnato alla perfezione l’heavy metal, quello che ha inventato la classica tenuta da metallaro tutta borchie e pelle, che ha sfornato capolavori imprescindibili fino al 1990, anno di uscita di Painkiller. A raccontarli è questo volume di Neil Daniels (pubblicato in Italia dalla meritoria Tsunami), il quale è partito dal presupposto che non esistevano biografie del gruppo e ha tentato di agire per vie ufficiali cercando di contattare la band e il suo management ma non ha ricevuto il benché minimo supporto in quanto i diretti interessati non hanno minimamente avallato il libro. Ecco quindi che l’autore si è affidato alla ricostruzione d’archivio, spulciando articoli e interviste personali, e affidandosi alla testimonianza di ex membri, collaboratori e membri dell’entourage dei Priest che da tempo immemore non fanno più parte del mondo musicale, o a pareri e racconti di altri musicisti fan storici dei Priest (Scott Ian degli Anthrax, Jeff Waters degli Annihilator e Cronos dei Venom). Il risultato è un libro accurato e completo, ma piuttosto freddo e impersonale, privo di quegli aneddoti curiosi e spassosi che solo i diretti interessati avrebbero potuto rivelare (e credo siano tanti, visto che i Priest non si sono mai presi troppo sul serio e hanno sempre scherzato con una buona dose di humour britannico): vengono prese in esame la primissima incarnazione della band con Al Atkins e Bruno Stapenhill, che gli stessi Priest nel corso degli anni hanno sempre tentato di nascondere (nel 1989 K.K. Downing raccontò a “Metal Hammer”: «Ho dato vita ai Judas Priest con me alla chitarra, Ian [Hill] al basso e un altro cantante, Allan Atkins», mentre invece la storia dei Judas Priest iniziò senza K.K. Downing, che venne addirittura scartato a una prima audizione), la scelta del monicker (derivante da una canzone di Bob Dylan, The Ballad of Frankie Lee And Judas Priest) e soprattutto la loro provenienza da West Bromwich e Walsall, il cosiddetto Black Country, vasta zona industrializzata delle West Midlands caratterizzata da fuliggine e inquinamento a causa delle fabbriche (lo stesso scenario che ispirò Tolkien nella creazione della terra di Mordor del Signore degli Anelli) che caratterizzò in maniera decisiva la loro musica. Molto spazio viene dedicato ai primi anni eroici, quelli in cui i giovani Priest andavano in giro in furgoncino caricando gli strumenti e spalando neve nel nord dell’Inghilterra e in Scozia, per proseguire con il debutto discografico, i primi tour, l’infinita lista di batteristi (John Hinch, Les Binks, Simon Phillips, Dave Holland e infine Scott Travis), il successo, lo sbarco negli Stati Uniti e la conquista delle arene, una storia esaltante fatta di album memorabili come British SteelScreaming For Vengeance e Defenders Of The Faith, cioè quando i Judas Priest erano veramente i Metal Gods (soprannome preso da una loro canzone) e i rappresentanti del metal a livello mondiale, fino all’abbandono di Halford e il periodo di Tim “Ripper” Owens, cantante prodigioso preso da una cover band che ispirò perfino un (mediocre) film hollywoodiano come Rock Star e cantò su due dischi pessimi come Jagulator e Demolition che cercarono in tutti i modi di stare al passo con i tempi ma seppellirono il nome dei Priest prima dell’ovvia e trionfale reunion con il figliol prodigo Halford (che, dopo aver sputato sul metal negli anni precedenti, aveva nel frattempo trovato una sorta di redenzione metallica attraverso la sua carriera solista). Daniels dedica il giusto spazio al racconto del processo intentato al gruppo dall'America più puritana in seguito al suicidio di due ragazzi a Reno nel Nevada (due squinternati con la passione delle pistole, precedenti penali dovuti a problemi comportamentali e antisociali e una storia familiare fatta di violenza domestica, che si spararono con un fucile a pompa calibro 12 nel parco giochi di una scuola dopo essere storditi di marijuana e birra per ore ascoltando in continuazione l’album dei Judas Priest Stained Class) e ai supposti messaggi subliminali di istigazione al suicidio nel brano Better By You, Better Than Me; non omette niente, né le rivalità (memorabile quella con gli Iron Maiden), né le polemiche (il cantante dei Suicidal Tendencies, Mike Muir, dichiarò a “Metal Hammer” che la causa giudiziaria e tutto quello che c’era intorno era stata una semplice trovata pubblicitaria messa in atto dai Priest per le scarse vendite di Ram It Down), né i particolari più imbarazzanti (il batterista Jonathan Valen che faceva da supporto a Holland da dietro le quinte nelle parti più complicate durante il Fuel For Life Tour, o il live Unleashed In The East riregistrato in studio tanto da essere soprannominato Unleashed In The Studio). Non indugia troppo sull’Halford più problematico (la sua omosessualità, resa pubblica nel 1998, e il suo periodo di dipendenza da alcol e droga) ma sottolinea la sua bravura come compositore (John Hinch, batterista delle origini, ricorda: «Rob eccelle nel creare parole dal nulla. Voglio dire, dategli una melodia e in un lampo si mette a mormorare delle parole a caso, e ovviamente quella è la formula base per poi trovare le parole giuste per le canzoni») tanto che, all’interno della canzone Rapid Fire, si permise di creare un nuovo aggettivo, “desolizzante”. Non risparmia critiche personali all’operato della band come nel caso dell’ammorbidimento del sound e un passaggio all’hair metal in occasione dell’album Turbo (bellissimo!) o in quello dei loro ridicoli videoclip promozionali (l’autore definisce senza mezzi termini il video di Breaking The Law una porcheria a malapena guardabile), anche se in alcuni casi le sue posizioni sono poco condivisibili, come quando distrugge l’album Ram It Down (per me stupendo) o definisce Lochness (secondo me la canzone più bella di Angel Of Retribution) scialba, pretenziosa e troppo lunga. Fa emergere il carattere duro e spigoloso di Ian Hill e K.K. Downing e la caratteristica dei Priest di trattare al meglio i gruppi che hanno fatto loro da opener (erano stati trattati male dai Foghat all’inizio della loro carriera e si ripromisero di non trattare mai nessuno allo stesso modo) e, viceversa, di prendere le distanze da tutti gli ex membri, arrivando addirittura a ignorarne l’esistenza (come avvenuto, comprensibilmente, nel caso della condanna a otto anni di reclusione commiata dall’ex batterista Dave Holland per abusi sessuali a minori). Purtroppo il libro arriva fino al 2009, cioè al periodo dello scialbissimo Nostradamus e prima dell’abbandono di Downing e dell’ingresso del giovane Richie Faulkner che ha portato all’ultimo Redemeer Of Souls. Ci si può però accontentare di un’appendice colossale che raccoglie la cronologia della band, tutti i tour con le date, la lista di tutti i gruppi di supporto e quella degli assoli delle canzoni (con la relativa distinzione tra quelli eseguiti da Tipton e quelli eseguiti da Downing).

lunedì 21 dicembre 2015

Fabrizio Giosuè - Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo

Nell’opera di Tolkien la musica è una presenza insopprimibile, creatrice o distruttrice (basti pensare alla Musica degli Ainur, all’inizio del Silmarillion), per non parlare delle canzoni e delle filastrocche che permeano Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli e che donano poesia e passione a personaggi (anche negativi) e scene descritte, un vero e proprio strumento utilizzato dal Professore per fissare nella memoria dei popoli il passato che altrimenti sarebbe perduto. In egual misura Tolkien è stato fonte di ispirazione per decine di musicisti nel mondo, che da lui hanno attinto per dare sostanza alla loro proposta musicale, in misura moto maggiore rispetto all’influenza che possono aver avuto le opere di Poe o Lovecraft, altri due scrittori che hanno esercitato una certa pressione sull’immaginario di molte band. Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo è un interessante libretto di Fabrizio Giosuè pubblicato dalla mitica Arcana che si propone di esaminare appunto tutti quei gruppi che, in misura maggiore o minore, sono stati influenzati dagli scritti di Tolkien e ne hanno tratto ispirazione, a partire dai seminali Led Zeppelin (con le canzoni Ramble On e Misty Mountain Hop, e in misura più forzata Stairway To Heaven e The Battle Of Evermore) e Black Sabbath (The Wizard), Cream, Rush, Camel e Yes, dall’hard rock al progressive passando per il blues. Il capitolo più corposo è però dedicato al rapporto tra Tolkien e il metal, da sempre fecondo, ed è inevitabile trovarsi a che fare con gli irlandesi Cruachan (che uniscono il black metal con il folk celtico), i fenomenali austriaci Summoning (autori di un black metal atmosferico e pachidermico, e soprattutto di capolavori assoluti del calibro di Minas MorgulDol GuldurOath Bound e Old Mornings Dawn) e i powermetaller tedeschi Blind Guardian, oggi forse un po’ appannati ma in passato autori degli imprescindibili Somewhere Far BeyondImaginations From The Other Side e Nightfall in Middle-Earth (quest’ultimo un concept album sul Silmarillion), contenenti capisaldi del metal tolkieniano come Lord Of The RingsThe Bard’s Song – In The Forest e The Bard’s Song – The Hobbit. L’importanza dei Blind Guardian è sottolineata dal fatto che a loro è dedicato un capitolo specifico, che prende in esame dettagliatamente le canzoni e si lancia in una descrizione accurata del concept di Nightfall. Nel prosieguo della narrazione non tutte le posizioni di Giosuè sono condivisibili (definisce Tales From Midgard dei The Ring un album discreto e nulla più, mentre io l’ho sempre considerato clamoroso), ma i riferimenti sono davvero approfonditi e riguardano nomi come Burzum, Doomsword, Battlelore, Amon Amarth, Virgin Steele e Morgana LeFay, ben conosciuti dai metallari e sconosciuti a tutti gli altri. C’è poi una bella intervista a Giuseppe Festa, leader dei Lingalad (gruppo folk italiano che a Tolkien ha dedicato il primo disco, Voci dalla Terra di Mezzo) il quale spiega come la lettura del Signore degli Anelli lo abbia aiutato a riscoprire la trascendenza in un periodo piuttosto difficile della sua vita. A fare da comune denominatore a tutti questi generi e sottogeneri diversi ed eterogenei c’è questa bella riflessione dell’autore: «I libri di Tolkien ne hanno per tutti i gusti: extreme metaller o pianista progressivo, il Professore è sempre capace di meravigliare il lettore e farlo viaggiare all’interno delle storie da lui raccontate. Forse è proprio questo che colpisce maggiormente i musicisti: da semplici lettori si diventa protagonisti, con l’inevitabile desiderio di poter musicare quello che si sta vivendo». In conclusione ci sono due appendici: una raccoglie tutti i gruppi che hanno scelto di chiamarsi con in nomi dei luoghi, dei personaggi e degli eventi dei libri di Tolkien, l’altra è dedicata al caso di Christopher Lee (recentemente scomparso), unico attore della saga cinematografica di Peter Jackson ad aver conosciuto Tolkien di persona e autore, in tardissima età, di due album di metal sinfonico ispirati alla figura di Carlo Magno (di cui si diceva discendente).

lunedì 14 dicembre 2015

Paola Siragna - La filosofia dei Queen

I Queen sono una delle mie grandi passioni e trovare libri che ne parlano è sempre un’emozione, soprattutto oggi che i vecchi fan sono cresciuti e sono riusciti a far sentire la loro voce, sostituendosi alla vecchia critica (soprattutto italiana) che ha sempre bollato il gruppo di Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon come pretenzioso, megalomane e sopravvalutato. E fan dichiarata è Paola Siragna, violoncellista e musicologa, autrice di questo interessante La filosofia dei Queen fra arte, teatralità ed eclettismo per la collana edita da Mimesis, libretto che riprende in parte i concetti già espressi da Michele Primi nel volumetto degli Atlanti Musicali Giunti sempre dedicato ai Queen che già spiegava come Freddie Mercury concepisse il proprio lavoro come un’unione fra tutte le arti, un’opera totale in cui si dovevano fondere poesia, musica, danza, arti visive e costumi scintillanti. In questo caso la nostra Paola (che ha l’indiscutibile merito di non cedere mai a pettegolezzi inutili ma di mantenersi sempre sul piano musicale) cerca di individuare la filosofia che ha ispirato i Queen, per quanto sia possibile farlo per un gruppo del genere, libero da qualsiasi impegno socio-politico per stessa ammissione dello stesso Mercury, che ha sempre spiegato come non ci fossero messaggi nascosti nelle loro canzoni, concepite piuttosto come prodotti curati fin nei minimi dettagli in grado di divertire e appassionare il pubblico, usa e getta proprio “come rasoi della Bic” (Mercury era un personaggio che incarnava la figura del dandy edonista e diceva: “Qualsiasi cosa tu faccia, falla con stile!”, oppure: “Voglio vivere una vita da epoca vittoriana, circondandomi di raffinate cianfrusaglie”). Ecco quindi che si ipotizza l’influenza dello zoroastrismo (religione di Mercury) nella divisione tra bene e male, esemplificato dalla contrapposizione di bianco e nero così spesso utilizzata nei primi album (Queen II presentava addirittura, al posto delle tradizionali facciate A e B, la facciata bianca e facciata nera, rappresentate rispettivamente dalle due canzoni White Queen e The March of the Black Queen), i riferimenti di ogni tipo, alla cultura alta come alla cultura bassa (la copertina di Queen II, poi animata nel video di Bohemian Rhapsody, è resa da una foto di Marlene Dietrich sul set di Shangai Express), l’eclettismo e l’intenzione di abbracciare più generi possibili, le diverse tematiche testuali e le differenti angolazioni, il tutto però sempre all’interno di un discorso coerente e mantenendo una grande dose di ironia, senza dimenticare il grandissimo lavoro in studio alla luce degli ultimi ritrovati tecnologici e anche mediante soluzioni “artigianali”, cose che hanno permesso il mantenimento di un ben preciso “stile Queen” nel corso del tempo. Non è un excursus completo, perché l’autrice prende in esame solo il disco A Night at the Opera, facendone il modello-manifesto del gruppo in quanto quello che ha fatto emergere le caratteristiche del suo sound e le diverse personalità dei membri della band (che componevano tutti e cantavano in tre, con l’eccezione di John Deacon): molte informazioni sono desunte dal DVD The Making of a Night at the Opera, 30th aniversary edition (veramente fantastico, anche se ormai da questo disco capolavoro sono passati, ahimè, 40 anni), ma l’analisi è veramente completissima e riguarda tutti i brani, dal punto di vista sia testuale sia musicologico, fino a una descrizione particolareggiata del brano più famoso dell’album, della carriera dei Queen e forse della musica del XX secolo, Bohemian Rhapsody, con un epilogo dedicato all’album Innuendo e alla sua titanica title track, in quale modo prosecuzione moderna del discorso iniziato in quel lontano 1975. Alcune note sul Freddie Mercury grafico sono davvero notevoli: personalmente non sapevo che i cui quattro riquadri colorati (nei quali si stagliano i visi dei musicisti come se fossero in negativo) sulla copertina del bistrattato Hot Space fossero un tributo a Simon, gioco elettronico musicale creato da Milton Bradley nel 1978 e divenuto simbolo della cultura pop. Da applausi anche i finali “consigli per un ascolto non convenzionale”, 20 brani scelti con tanto di descrizione da ascoltare (escludendo quelli già analizzati nel corso del libro) per avere una visione più ampia e completa della produzione dei Queen: rispetto agli scialbissimi consigli di Lesley-Ann Jones in I Will Rock You, che si limitava a citare i Greatest Hits, è davvero un grande passo in avanti.

domenica 13 dicembre 2015

Franco Cardini - L'ipocrisia dell'Occidente

Gli attentati di Parigi del 13 novembre hanno gettato il mondo occidentale nella paura, nello sdegno, nel sospetto e nell’isteria, con l’immancabile coro di cosiddetti esperti pronti a negare l’esistenza del cosiddetto islam moderato, a giurare sull’incompatibilità tra fede coranica e sistemi democratici, a invocare una nuova crociata e a spiegare che qualunque musulmano è refrattario all’integrazione, in base al pregiudizio secondo il quale i musulmani sarebbero in fondo, in quanto tali, simpatizzanti o conniventi nei confronti del terrorismo islamista. “Siamo in guerra”: una frase che ripetono tutti, ma di cui non si capisce molto il senso. A cercare di fare chiarezza su un problema tutt’altro che chiaro interviene questo libro dell’eminente storico Franco Cardini, L’ipocrisia dell’Occidente. Il califfo, il terrore e la storia, che raccoglie una serie di articoli da lui scritti nel 2014 fino all’attentaot nella sede del settimanale Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015 sull’Islam, la Siria e tutti i problemi del Medio Oriente di oggi (quelli emersi dall’11 settembre 2001 in poi), e soprattutto la restaurazione del califfato da parte di Abu Bakr al-Baghdadi e la sua utopia rivoluzionaria. Un libro breve ma densissimo, che di fatto è un saggio storico anomalo che mostra come la nostra memoria sia labile e manipolata dai mass media, che si dimenticano di inquadrare gli avvenimenti in un contesto storico e non fanno emergere le contraddizioni, ma dividono il mondo in buoni e cattivi in ottica funzionale a ben determinati interessi, quelli della dominance mondiale e delle multinazionali. Da qui l’ipocrisia del titolo, che nasconde la responsabilità dei leader dell’Occidente sin dalla Prima Guerra Mondiale (quando Inghilterra e Francia promisero un grande stato arabo ma poi cambiarono repentinamente idea spartendosi le zone d’influenza) e poi nel tenere a battesimo questi movimenti così violenti ed estremisti quando ne avevano convenienza (basti ricordare l’aiuto fornito dagli Stati Uniti ai movimenti estremisti negli anni Settanta in Afghanistan in funzione antisovietica, preferendo ai severi e rigorosi combattenti del comandante Massud, portatori di un Islam fiero e intransigente ma anche tollerante, i guerrieri-missionari fondamentalisti provenienti dall’Arabia Saudita e dallo Yemen), senza dimenticare i casi più recenti di Sarkozy che ha appoggiato con decisione le milizie jihadiste in Libia contro Gheddafi o di Hollande in Siria contro Assad (quest’ultimo in netto contrasto con le indicazioni delle stesse cristiane locali che vedevano in Assad una garanzia della libertà religiosa). Ipocrisia che si accompagna alla presunzione, quella di essere l’unica civiltà detentrice di un modello che deve essere universalmente riconosciuto e quindi esportato, mentre i principi degli altri sarebbero solo ridicole forme di superstizione o di fanatismo: da qui la luminosa idea di Bush di esportare la democrazia e la guerra contro Saddam Hussein e le sue terribili armi di distruzione di massa (poi rivelatesi inesistenti) che ha portato a un Afghanistan ingovernabile e a un Iraq con un governo in mano alla fazione sciita, quindi filoiraniana. Da storico, a Cardini interessa mostrare dimostrare che i rapporti tra Europa e Islam sono stati contrassegnati nei secoli sì da scontri e guerre ma anche da rapporti culturali, economici, commerciali e diplomatici; per questo rifiuta categoricamente la teoria dello “scontro di civiltà” sostenuto da Samuel P. Huntington, che ha preso il posto della vecchia espressione “conflitto di culture” e «implica un necessario e insanabile conflitto in termini manichei e apocalittici, sottintendendo che la vittoria dell’una dovrebbe inequivocabilmente schiacciare e sottomettere se non addirittura definitivamente spazzar via l’altra». Una teoria che ha portato alle scelte unilaterali e alle guerre preventive, con risultati catastrofici. Certo, c’è un problema: lo Stato islamico impiantato tra Iraq e Siria e che ha la pretesa di raccogliere tutti i fedeli musulmani del mondo e ricostituire l’umma, la comunità dei credenti nel suo complesso. Ci si dimentica però spesso di dire che Al-Qaeda e l’Isis, così come Hezbollah e Hamas, sono avversarie, in quanto sciita e sunnita, all’interno della fitna tra sunniti e sciiti che sta insanguinando il mondo islamico e che vede il jihadismo è sostenuto e aiutato, neanche troppo nascostamente, dall’Arabia Saudita e da alcuni emirati della penisola arabica che sono tra gli alleati e i partner finanziari e commerciali più fidati dell’Occidente. Ma Cardini ricorda anche che, tra le colpevoli omissioni occidentali, gli sciiti storicamente hanno sempre respinto l’istituzione califfale e che i jihadisti nigeriani di Boko Haram si dichiarino entusiasti di al-Baghdadi ma non intendano riconoscerne l’autorità come califfo, fermo restando che il fascino del richiamo all’istituzione califfale resta forte in tutti i sunniti, compresi i più moderati. Si dovrebbe ricordare che l’Isis è profondamente occidentale nella gestione del potere mediatico quando fa tagliare le teste e lo mostra al mondo (così come i suoi sostenitori irakeni, ex ufficiali dell’esercito di Saddam, sono di trascorse simpatie baathiste e quindi per nulla islamisti, ma piuttosto “laici”): al-Baghdadi sarà anche il “Male assoluto” e il nemico pubblico numero 1 dell’umanità di oggi, ma la sua presenza e il suo operato fanno comodo a troppi soggetti. La guerra all’Isis offre la ghiotta occasione per l’Occidente di rimettere alla grande un piede militare nel Vicino Oriente con le sue frontiere geopoliticamente preziose, il suo petrolio e i suoi giacimenti acquiferi dell’Alta Mesopotamia (la stessa Turchia utilizza la guerra al jihadismo in Siria come scusa per risolvere la questione dei bacini idrici dell’Alto Eufrate da una parte e contro i curdi dall’altra), con i russi pronti a difendere l’asse siriano-iraniano. Non ci si rende conto che il fondamentalismo nasce come movimento di rivalsa e nello stesso tempo di crisi dell’Islam, e ci si dimentica colpevolmente che «la propaganda jihadista si alimenta non solo di visioni religioso-politiche universalistiche e apocalittiche, ma anche d’istanze di giustizia sociale», in zone del mondo che oggi sono tra le più arretrate e le più povere dei Paesi del benessere, ma allo stesso tempo le più avanzate dell’universo della miseria e della fame. La soluzione? Quella della lotta al malessere, alla povertà e alle sue cause profonde, non quella della rappresaglia violenta, cieca e ancora più dura, mantenendo salde le nostre identità e studiando quelle altrui per conoscerle meglio e più da vicino, senza paura o appelli a una teorica (e retorica) tolleranza destinata a venire spazzata via dalla prima paura. Cardini invita l’ONU a intervenire (come ha invocato papa Francesco) e a finirla con la politica dello struzzo che ha consentito il brigantaggio americano nelle questioni afghana e irakena del 2001 e del 2003, e denuncia le colpe di Israele, la vergogna del carcere di Guantánamo e la mancanza di sovranità, non solo monetaria, dell’Italia, facente parte della NATO e tra l’altro neanche come Paese di prima grandezza, e quindi costretta a sottostare a decisioni altrui.

lunedì 23 novembre 2015

Philip Pullman, Stéphane Melchior, Clément Oubrerie - La bussola d'oro

De La bussola d’oro, primo capitolo dell’acclamata trilogia Queste oscure materie di Philip Pullman, ho parlato molti anni fa QUI in occasione dell’uscita dell’omonimo e sfortunato film di Chris Weitz che, nonostante la presenza di star come Nicole Kidman e Daniel Craig, è ricordato come un gigantesco flop al botteghino (ragion per cui i seguiti non sono mai stati realizzati). Ora, in occasione del ventennale della sua pubblicazione, il brand è stato rilanciato in grande stile: nuove edizioni, una serie prodotta dalla BBC nuova di zecca, e perfino una graphic novel dei francesi Stéphane Melchior (testi) e Clément Oubrerie (disegni) che, secondo lo stesso Pullman con una frase che molto di lancio promozionale (e infatti è riportata sulla fascetta di accompagnamento), è la migliore trasposizione della sua opera. La storia è sempre quella: in un mondo in cui le persone vivono insieme al loro daimon (rappresentazione in forma di animale dell’anima umana di ciascuno che, nei bambini, non è ancora stabile e può cambiare continuamente fattezze), l’orfana Lyra Belacqua, l’unica a saper leggere le indicazioni di un misterioso aletiometro (una specie di bussola in grado di rispondere a ogni domanda), che decide di partire alla ricerca dell’amico Roger, rapito come molti altri bambini dai sinistri Ingoiatori. Lyra (accompagnata dalla martora Pantalaimon) è però minacciata dall’ambigua e misteriosa Mrs. Coulter, legata al Magisterium, una chiesa totalitaria e oscurantista che insidia le ricerche che Lord Asriel sta conducendo al Nord su una misteriosa “polvere” (il senso antireligioso del testo non è stato annacquato come nel film ma è mantenuto tale e quale). Non crediate di trovare la trasposizione dell’intero romanzo: il volume racconta le vicende della prima parte del libro La bussola d’oro, quando Lyra parte coi gyziani per il Nord, lasciando intendere che bisognerà comprare anche il seguito (che in Francia è già uscito), quindi ancora non si incontra  Ciò detto, il lavoro fatto sui testi è pregevole e rende accessibile il testo anche ai profani (e per questo può far storcere il naso ai fan duri e puri che vorrebbero ritrovare la complessità dell’originale): non introduce e non fa spiegoni, ma butta subito il lettore nel pieno della narrazione, lasciandogli capire da solo lo scenario allestito da Pullman. Purtroppo i disegni sono troppo minimalisti e scarni, quasi espressionisti e scavati, e non rendono giustizia al mondo scintillante elaborato dallo scrittore se non in rari casi come l’approdo tra i gyziani (grazie anche al carisma del loro re John Faa). Insomma, un adattamento così così, non da buttare, ma nemmeno da ricordare. Magari mi ricrederò con il secondo capitolo (sempre che esca in Italia).

sabato 7 novembre 2015

Arto Paasilinna - I veleni della dolce Linnea

Mai toccare le vecchiette, o gli esiti potrebbero essere letali. Questo l’ammonimento di Arto Paasilinna, autore finlandese da me molto amato già grazie alla lettura dello straordinario L’anno della lepre, romanzo umoristico a sfondo ecologista che è un perfetto manifesto del suo stile. Ne I veleni della dolce Linnea (sempre pubblicato da Iperborea nel suo caratteristico formato alto e stretto) ci troviamo alle prese con una dolce e arzilla vecchietta, la Linnea del titolo, la classica nonnina della porta accanto, che vorrebbe restarsene tranquilla nella sua casa di campagna in compagnia del suo gatto per gli anni che ancora le rimangono da vivere ma che invece si ritrova perseguitata dal nipote nullafacente, Kauko, in compagnia dei suoi accoliti Jari e Pera, sbandati, ubriaconi e tossici dediti a ogni sorta di furto, bravata e vessazione (due di loro hanno già un omicidio sul groppone). I tre pendagli da forca (che passano il tempo rubando le automobili e le sfasciano appositamente contro gli alberi del bosco, non prima di aver messo un maialino in bagagliaio per ridurlo a poltiglia e festeggiare a birra e costicine) le devastano la casa e le sottraggono la pensione, trovando anche da ridire sul fatto che è troppo bassa per il suo status di vedova di un colonnello della Seconda Guerra Mondiale («la politica sociale di questo Paese di stronzi non valeva proprio un cazzo»), e a un certo punto Kauko la costringe a firmare un testamento in cui lo nomina suo erede: a questo punto Linnea è costretta dalle circostanze a far risorgere da dentro di sé un istinto di sopravvivenza e capisce di dover fuggire per salvarsi, ben decisa a vendere cara la pelle. Raggiunge in città un suo vecchio amante, un medico in pensione («il bello dell’andare a letto con un medico è che non insozza niente»), dove, oltre ad aiutarlo nell’intrattenere i pazienti chiacchierando delle svariate malattie che li assillano («lei stessa aveva un’esperienza diretta di diversi acciacchi, quindi le conversazioni nella sala d’attesa erano sempre molto stimolanti»), si mette a creare una mistura di veleni letali, di cui riempie una siringa da portare nascosta nel suo manicotto di pelliccia. Ovviamente i tre giovani la andranno a cercare, ben decisi a farla fuori, ma, in un modo o nell’altro, visto che oltre che stupidi sono anche maldestri, falliscono in ogni loro intento, rimettendoci uno dopo l’altro le penne, mentre l’apparentemente candida Linnea (lei sì dotata dell’istinto del killer infallibile!) passa indenne attraverso qualsiasi avversità, fino a ritrovarsi salvata dalle acque del Baltico da una nave posamine dell’Unione Sovietica. Con il suo tono distaccato e surreale, inserendo una grande dose di ironia scanzonata ma allo stesso tempo malinconica e sinistra, Paasilinna racconta il divario generazionale tra anziani e giovani (il romanzo si conclude con Linnea e il capitano sovietico che brindano e si trovano d’accordo nel dire «che è difficile, soprattutto per gente attempata, vivere in un mondo governato da una gioventù così gretta»), dipingendo questi ultimi come delinquenti, svogliati, stupidi e malvagi: il suo pessimismo diventa totale quando, nell’epilogo, scopriamo che l’intero popolo finlandese è condannato all’inferno per i secoli dei secoli. Eccezionale la descrizione del ciclo di vita del virus dell’HIV passato da una prostituta turca a Jari e poi, dal cadavere di questi, a un’anguilla gigante di ritorno in Finlandia dopo aver deposto le uova nel mar dei Sargassi, catturata, cucinata e affumicata da un pescatore di 93 anni, Albin Vassberg («i virus contratti dalla lucciola turca avevano resistito durante tutto il loro periplo, dalle notti brave di Stoccolma fino a lì, ma quando entrarono in contatto con i potenti succhi gastrici di Albin, perirono tutti di colpo senza lasciare la minima traccia della loro immonda esistenza»).

sabato 31 ottobre 2015

Elena Ferrante - L'amica geniale

Ormai divenuta un caso letterario con due film tratti da suoi romanzi e un successo di critica e di pubblico non solo italiano (il mondo culturale di New York l’ha celebrata in termini entusiastici), Elena Ferrante è uno dei nomi più forti del panorama letterario italiano, nonostante questo nome sia uno pseudonimo visto che l’identità di questa scrittrice resta avvolta dal mistero (c’è chi dice abiti in Grecia e chi addirittura spergiura si tratti di Anita Raja, moglie di Domenico Starnone). Personalmente (e colpevolmente) non avevo mai letto niente di suo ma ho deciso di affrontare L’amica geniale, primo di una serie di quattro romanzi che raccontano l’amicizia tra Elena (Lenù) Greco e Raffaella (Lila) Cerullo in un rione di Napoli nel Secondo Dopoguerra, narrata in prima persona da Elena (che si chiama come l’autrice, quindi di fatto si pone come una sorta di biografia letteraria di una scrittrice, Elena Ferrante, che restando nell’anonimato ha deciso di far trapelare la sua identità esclusivamente dalle pagine dei suoi romanzi). L’incipit (la sparizione di Lila) offre l’occasione di ripercorrere le tappe di questa amicizia a partire dall’infanzia (in un rione fatto di violenza, di pietre in faccia, di sangue, di genitori che lanciano fuori dalla finestra i figli) e poi attraverso l’adolescenza, ma soprattutto di soffermarsi sull’ambivalenza del rapporto tra le due, all’inizio un rapporto di subalternità, con Lila che impone prepotentemente la sua personalità e Lenù che la subisce, modellandosi su di essa. Il rapporto però è più complesso: Lenù prova per l’amica da una parte ammirazione, dall’altra una sorta di odio, ma non riesce mai a fare a meno di lei. Tutto quello che fa (anche i rapporti con i ragazzi) è sempre messo in relazione con Lila, con la sua vita, le sue reazioni, i suoi problemi. La genialità cui allude il titolo non è molto chiara: da un lato sembrerebbe riferirsi all’intelligenza quasi prodigiosa di Lila, che fin da bambina mostra un coraggio incredibile nel suo rapporto con gli altri, soprattutto con i maschi e con i potenti del rione (lo strozzino Don Achille), e che anche a scuola dimostra di avere una marcia in più, sebbene non gli sia permesso dalla sua famiglia di proseguire gli studi dopo la terza media. Dall’altro, quando Lenù va al liceo classico e consegue ottimi voti, con Lenù che si procura in biblioteca i libri che l’amica studia per scuola, sembrerebbe che il rapporto si sia ribaltato, ma poi si scopre che Lila aiuta Lenù nei compiti e addirittura ha progettato un paio di scarpe rivoluzionarie per il calzaturificio del padre, quindi il rapporto di genialità tra le due continua a ribaltarsi fino al finale con le nozze (non capite da parte di Lenù) di Lila, che (sposa a 16 anni!) sembra conformarsi a quella realtà che ha sempre apparentemente rifiutato. Inoltre viene introdotta la cosiddetta “smarginatura”, un senso di smarrimento molto forte per cui le figure perdono i loro contorni, fenomeno di cui soffre Lila e che rende ancor più evidente la sua irrazionalità. Non tutto è ancora chiaro (il ruolo della professoressa Oliviero, che per certi aspetti agisce da figura materna per Lenù spingendola a studiare, ma poi scompare), ma gli elementi chiave della saga sembrano esserci tutti: il realismo psicologico nell’analisi dei personaggi e dei loro stati d’animo, la storia italiana filtrata attraverso le emozioni dei personaggi (gli echi del fascismo e della guerra, il boom economico con l’arrivo della televisione), lo studio come unica possibilità di riscatto sociale e, soprattutto, il rione come universo e realtà autosufficiente, con le sue rivalità interne ma chiuso e unito nei confronti dell’esterno (tutta la vicenda è ambientata interamente nel rione, fatta eccezione per una breve trasferta estiva di Lenù a Ischia). Sembra non esserci niente al di fuori di questo, e non è un caso che Lila e Lenù vedano il mare e il Vesuvio solo a una certa età, come una specie di tappa iniziatica, o che Lenù non parli mai dei compagni di classe di liceo riferendosi sempre e solo ai conoscenti del rione). Particolare importante: il libro è scritto benissimo, e avvince veramente.

lunedì 26 ottobre 2015

Marjane Satrapi - Pollo alle prugne

Ho profondamente amato Persepolis di Marjane Satrapi, graphic novel capace di raccontarmi qualcosa dell’Iran più di qualsiasi inchiesta giornalistica e di farmi provare interesse per la storia di questo Paese (la fine del regime dello scià, la rivoluzione degli ayatollah, la guerra con l’Iraq) grazie alla sua poesia, al suo umorismo e alla sua profondità. Proprio per questo ho affrontato questo Pollo alle prugne con molto timore, temendo di restare deluso da un’opera non all’altezza. Per fortuna, non è andata così. Se non è paragonabile a Persepolis né per lunghezza né per complessità, Pollo alle prugne è comunque una grande lettura. Ambientata nell’Iran monarchico nel 1958, è la storia di Nasser Ali Khan (prozio di Marjane Satrapi, la quale entra in scena ricordando di aver una volta conosciuto sua figlia), suonatore di tar (strumento persiano a sei corde simile a un liuto) cui, durante la più violenta delle loro crisi coniugali, la moglie Faringuisse ha distrutto il prezioso strumento. Non riuscendo a sostituirlo (il nuovo tar, per quanto raffinato, non può avere per la sua anima lo stesso suono del vecchio), il disperato decide di morire di inedia: il vero motivo è che per strada ha appena visto Irâne (che ha finto di non riconoscerlo), oggetto di un passione giovanile mai realizzata, e gli sembra intollerabile la vita con una donna (Faringuisse) che non ha mai amato e che ha sposato solo per far felice la madre («nella vita di coppia, il carattere è più importante del fisico»). Scandita in giornate (la settimana che precede la morte di Nasser Ali Khan) e animata dai deliziosi disegni stilizzati e monocromatici caratteristici dell’autrice (che si adattano alle varie situazioni, come quando utilizza lo sfondo in riferimento a episodi passati, futuri o onirici), l’opera racconta una storia tragica e struggente con tocchi da fiaba e da commedia e inserti onirici (l’incontro con l’angelo della morte Azrael e il racconto di questi alle prese con un mercante fifone): ogni giornata è l’occasione per rievocare la vita del protagonista, esprimere il suo disagio familiare, l’egoismo, il non sentirsi capito dai figli («Sto per crepare e tutti se ne fregano»), il rapporto con il fratello comunista, la morte della madre. Singolare che Nasser pensi di non morire perché la sua figlia preferita prega per lui, mentre a farlo è in realtà il figlio che lui non capisce e non sopporta. Grande esaltazione della potenza dell’amore (la musica incanta perché racchiude il dolore di un cuore spezzato). Il pollo alle prugne del titolo è il piatto preferito del protagonista, che lui sogna durante il suo digiuno e che era la specialità di sua madre.

domenica 25 ottobre 2015

Karl Ove Knausgård - La morte del padre

La vita diventa un romanzo oppure è il romanzo che racconta la vita? Questo l’interrogativo che sorge leggendo La morte del padre, primo capitolo di una saga di sei volumi intitolati La mia battaglia (proprio come il Mein Kampf di Hitler, e la cosa è voluta) in sui il norvegese Karl Ove Knausgård, a dispetto della sua giovane età (è nato nel 1968), ha deciso di raccontare la storia della sua vita, venendo subito etichettato dal marketing editoriale come la risposta contemporanea alla Recherche di Proust. Ed è proprio il suo volto a campeggiare sulla bellissima copertina dell’edizione Feltrinelli, che riesce a rappresentare perfettamente il mix di biografia, intimità e ambiente che l’autore evoca in queste 500 pagine (mica uno scherzo!) dedicate alla sua infanzia e al difficile rapporto con la figura paterna, oltre che alla sua recente esperienza di padre con la sua seconda moglie con la quale si è trasferita in Svezia. A parte questo, è impossibile delineare una vera e propria trama, visto che il libro è praticamente privo di struttura. Ci sono la scuola, i compagni, il calcio, le ragazze, le prime esperienze sessuali, la musica, i libri, cose che fanno parte dell’infanzia di tutti. Knausgård non è troppo interessato a rendere interessante la sua vita: racconta quello che ricorda e lo fa attraverso un flusso di pensieri e una serie di gesti ripetuti (come il tirarsi indietro i capelli) che portano alla sua memoria altri ricordi o sensazioni già vissute, sentimenti, paure, manie e traumi mai superati. Indugia nel racconto della stessa giornata o anche di poche ore, si lascia andare a riflessioni sulla letteratura, l’arte e la filosofia, attraverso una scrittura affascinante e magnetica dai periodi molto lunghi (ma priva dell’artificiosità del ricordo letterario) che avvince alla ricerca di chissà quale punto di svolta che non arriva mai. Si rimane totalmente spaesati di fronte a tutto questo, ai tanti momenti sconnessi tra loro in cui Karl Ove scrive, beve, fuma, prepara da mangiare, pulisce in casa, taglia l’erba, e nel frattempo affida alla scrittura riflessioni sull’essere genitore, sulla famiglia o sul rapporto molto forte con il fratello Yngve. Scordatevi sentimenti positivi o solari: tutto in lui è plumbeo, solitario, triste e depressivo, un vero racconto di un’anima che ha interiorizzato ogni cosa e che utilizza la letteratura per esprimere il proprio dolore. Ho trovato molto significativo che Knausgård viva in una società come quella norvegese che fa fatica a esprimere il dolore o le proprie sensazioni, ma che allo stesso tempo cerchi un senso alla vita che apparentemente non c’è e lo trovi nella scrittura: questo è indice di una forte consapevolezza letteraria. Lo stesso inizio è un ottimo biglietto da visita: una lunga dissertazione sulla morte e sulla nostra necessità di esorcizzarla, proprio come fa lo stesso autore nel caso concreto della morte di suo padre, un personaggio enigmatico e anaffettivo che a un certo punto pianta la famiglia e inizia a bere come unica attività di vita (fino a morire alcolizzato in divano coperto dai suoi stessi escrementi). A me il libro è piaciuto molto, ma riconosco che non tutti possano condividere il mio entusiasmo: in molti punti le dissertazioni e le interiorizzazioni dell’autore possono diventare soverchianti e risultare respingenti.

giovedì 8 ottobre 2015

Hilaire Belloc - Elisabetta regina delle circostanze

Di Hilaire Belloc, strana figura di storico e letterato mezzo inglese e mezzo francese dimenticato e pochissimo conosciuto (almeno in Italia), avevo già curato Gli ebrei, trattato (distorto dalla propaganda fascista) sulla questione ebraica negli anni immediatamente precedenti il nazismo. Ora esce, sempre Fede & Cultura, Elisabetta regina delle circostanze, saggio del 1946 dedicato alla famosissima Elisabetta I d’Inghilterra, tradizionalmente dipinta come la Regina Vergine, Gloriana, la regina più amata della storia, celebrata dai più grandi poeti, creatrice della supremazia marittima inglese, tollerante e di larghe vedute. Il cattolico Belloc intende fare piazza pulita di tutti questi miti pop e lo fa con un libro articolato, complesso, dotato di vis polemica e senza timori reverenziali: a lui interessa dimostrare che il mito di Elisabetta fu creato e utilizzato da una ristretta minoranza di persone interessate a mantenere il loro nuovo status di arricchiti in seguito alla confisca dei beni della Chiesa cattolica e dallo smantellamento dell’intero sistema monastico inglese. Non è una biografia in senso stretto, ma una ricostruzione d’epoca che abbraccia diversi aspetti: la genesi (giudicata “comica e istruttiva”) della famiglia Tudor, le complicate vicende che la portarono sul trono in seguito alla Guerra delle Due Rose, l’innamoramento di Enrico VIII per Anna Bolena che portò alla separazione dalla Chiesa di Roma, la difficile infanzia di Elisabetta, le sue tristi vicende sentimentali (lo scandalo dell’amore con lo zio adottivo Thomas Seymour, il rapporto con Francesco d’Angiò, le relazioni con il duca di Leicester e quello di Essex), la sua sterminata cultura (parlava perfettamente il greco, a riprova del rinnovato interesse della Riforma verso questa lingua in quanto risurrezione dell’antichità dalla morte e violenta reazione contro il peso dell’antica latinità), i problemi con la Scozia (legati a Maria Stuarda), il pericolo della Spagna di Filippo II (già marito della sorella di Elisabetta, Maria), l’invasione dell’Armada, la Riforma religiosa e le sue ripercussioni sull’economia, sulla società, sulla lingua e sulle arti nelle isole britanniche. Magari Belloc è un po’ datato da certi punti di vista (Enrico VIII non morì di sifilide, anche se lui sembra convinto del contrario), non cita le fonti e in alcuni casi esprime giudizi assolutamente personali (come quando definisce noiose e difficile le Instititutiones christianae di Calvino oppure nota: “C’è qualcosa di comico e allo stesso tempo di tragico nel fatto che il sangue dei Tudor, traviato, screditato e malsano, si sentisse attratto verso lo stanco sangue dei Valois”), ma il suo racconto è di largo respiro, stabilisce continui collegamenti con l’attualità e invita a non giudicare gli usi del passato (come la tortura) secondo la mentalità presente. Ammette che quella che oggi chiamiamo Inghilterra nasce dalla Riforma inglese, ma sottolinea che la lingua e la letteratura inglese (precedenti la Riforma) entrano nel pieno del loro vigore quasi contemporaneamente all’Inghilterra protestante; riconosce che l’epoca elisabettiana coincise con una nuova fioritura artistica e letteraria, ma invita a considerare che quello che noi chiamiamo periodo elisabettiano dovrebbe essere detto piuttosto periodo giacobita, visto che opere come Re Lear e La tempesta di Shakespeare appartengono al regno di Giacomo I Stuart (il Bardo di Stratford-on-Avon sopravvisse infatti per ben 13 anni a Elisabetta). Soprattutto, non disdegna una lettura socioeconomica della Riforma religiosa, da lui indicata anzi come il vero e proprio momento di passaggio dall’Inghilterra medievale all’Inghilterra moderna (come si vede anche in architettura, con la fine dello stile gotico e l’affermarsi di quello civile rinascimentale-Tudor), quando, con la scusa di dover mantenere i beni strappati alla Chiesa, l’autorità religiosa fu soppiantata da una nuova autorità più gradita, quella del monarca prima e della nazione poi (con un’evoluzione che richiese tre generazioni per essere compiuta). Elisabetta non ne fu la fautrice (l’assalto che la Corona fece ai beni monastici prese il via quando lei aveva compiuto tre anni, mentre la grande spogliazione venne completata quando ne aveva compiuti sette), ma si trovò semplicemente al posto giusto al momento giusto: una vera e propria “regina delle circostanze”, che legò il suo destino alla classe dei nuovi ricchi, aiutata in questa sua opera da William Cecil, autentico promotore di simili istanze a livello politico e creatore della Chiesa d’Inghilterra.

mercoledì 7 ottobre 2015

Ray Bradbury - Il popolo dell'autunno

Veramente notevole questa escursione nell’horror di Ray Bradbury, autore più famoso per aver scritto Cronache marziane e soprattutto Fahrenheit 451, in questo caso autore di un romanzo oscuro e onirico che funge da racconto di formazione per giovani lettori. Intitolato in originale Something Wicked This Way Comes da una frase di una delle tre streghe del Macbeth di Shakespeare («By the pricking of my thumbs, / Something wicked this way comes») e divenuto in italiano Il popolo dell’autunno, è forse il capostipite degli horror circensi (il luna-park come luogo di tenebra e di dannazione). Racconta la storia di due protagonisti tredicenni, Will Halloway e Jim Nightshade, che vivono nell’immaginaria cittadina di Green Town nell’Illinois (Stato di origine di Bradbury). Una notte, alle tre del mattino (la mezzanotte dell’anima, l’ora in cui negli ospedali muore più gente che in qualsiasi altra ora), arriva un misterioso treno sul quale viaggia un luna-park itinerante, “Il Grande Spettacolo Pandemonio di Cooger & Dark”, che pianta le sue tende nella cittadina e irretisce gli abitanti con le sue giostre luciferine, il labirinto degli specchi (che mostra altre età della vita che si vorrebbero rivivere o le proprie paure più profonde) e la giostra (capace di modificare l’età delle persone a seconda che si facciano giri avanti o indietro). Le creature di questo circo, guidate dal misterioso e carismatico signor Dark, chiamato l’Uomo Illustrato (un tizio tutto tatuato con un occhio su ogni nocca delle mani), si nutrono dei desideri delle persone e così si impossessano della loro anima. Non fa eccezione il piccolo Jim, che sogna di divenire più grande per essere rispettato e rischia di cadere per sempre nelle tenebre: a sventare la minaccia, però, interviene il padre di Will, Charles, bibliotecario della cittadina, che si frappone tra i due ragazzi e la minaccia che li assilla (ovviamente anche lui viene tentato dal malefico circo, che lo mette di fronte al suo sentimento di impotenza dovuto all’età e al desiderio di essere più giovane). Tutta la vicenda è dotata di un simbolismo piuttosto marcato (Will, il più solare, è nato il 30 ottobre, un minuto prima della mezzanotte, mentre Jim, più oscuro, è nato un minuto dopo la mezzanotte, quindi il 31, il giorno di Halloween; il circo è simbolo del proibito e del peccato; l’autunno rappresenta la fine dell’estate della vita) e punta a esaltare le migliori pulsioni umane (l’onestà, l’amicizia, l’unione familiare) capaci di rivaleggiare con le forze maligne e soprannaturali e addirittura prevalere grazie al riso, al canto e al ballo. Nonostante una narrazione poco lineare, il libro avvince e inchioda fino allo scontro finale, nel quale ci si ritrova davvero a fare il titolo per i “buoni”. Inoltre, la presenza del personaggio del padre (uno che ha inesorabilmente perso la giovinezza e vorrebbe riaverla indietro, timoroso di non essere all’altezza del suo compito di genitore) permette un’identificazione anche per i lettori più adulti.

venerdì 2 ottobre 2015

Bill Willingham, Mark Buckingham, Steve Leialoha - Fables. La fattoria degli animali

Secondo numero di Fables, la serie creata da Bill Willingham che immagina una realtà in cui i personaggi delle favole vivono a New York sotto sembianze umane nella comunità integrata di Favolandia, ben attenti a non lasciar trasparire la loro vera natura. Scopriamo però che, fuori città, esiste una fattoria (definita da Rosa Rossa «una specie di incrocio tra il vecchio McDonald, Walt Disney e il paese dei mastichini», con ovvio riferimento al Mago di Oz) nella quale vivono tutte quelle favole che non possono esibire un aspetto umano, quindi i Tre Porcellini (dei veri bastardi), i Tre Orsi, la volpe Renard, Fratel Coniglietto, il leone, la tigre Shere-Khan, la pantera Baghera, il pitone Kaa e la scimmia Re Luigi (questi quattro dal Libro della giungla di Kipling), tre giganti, un drago e chi più ne ha più ne metta. La situazione non è così placida come l’aspetto bucolico potrebbe indurre a credere: le favole, infatti, sono sul piede di guerra e stanno per mettere in atto una rivoluzione armata per far valere i loro diritti e avanzano addirittura pretese sulla comunità di Favolandia di città. Se nel primo capitolo i toni facevano pensare a Neil Gaiman, qui il tutto si avvicina molto di più ad Alan Moore: la favole sono emarginate, e non a tutte loro va bene, e per questo uccidono (scordatevi l’estetica del “politicamente scorretto ma simpatico” alla Shrek). Tutto il fumetto è concepito sin dal titolo come una parodia crudele de La fattoria degli animali di Orwell, con tanto di citazione del Signore delle mosche (la testa di maiale sulla picca) e la solita tonnellata di humour nero e ghignate di Willingham (lo Spergiuro Cavaliere che declama vaticini apocalittici appeso su un albero dopo essersi ubriacato insieme alla scimmia alata dell’ufficio di Bianca Neve; la volpe Renard che con linguaggio scurrile cerca di sedurre Bianca Neve; Riccioli d’Oro trasformata in un’attivista terrorista dei diritti umani che si esprime con un linguaggio da rivoluzionaria comunista, accusa chi non la pensa come lei di essere specista e va a letto con il figlio di Papà Orso). Il lupo sceriffo questa volta è di contorno mentre la protagonista è Bianca Neve, in visita alla Fattoria, che si trova nel bel mezzo della ribellione (lei che è il braccio destro di Old King Cole, il sindaco di Favolandia), braccata e allo stesso tempo in cerca di un modo per fermarla. I disegni, dai colori accesi e dalle pochissime sfumature, assistono bene il clima di violenza che si respira nelle pagine del volume. In chiusura, scopriamo un altro tassello del mondo immaginato dall’autore: le favole sono immortali nella misura in cui gli umani le credono vive (quindi Biancaneve sopravvive a un headshot, mentre la sorella Rosa Rossa, che non conosce nessuno, resterebbe uccisa).

domenica 27 settembre 2015

Bill Willingham, Mark Buckingham, Lan Medina, Steve Leialoha, Craig Hamilton - Fables. Fiabe in esilio

Ha un che della fantasiosa irriverenza del Neil Gaiman di Sandman e American Gods e della saga di Geralt lo strigo di Andrzej Sapkowski questo primo capitolo della saga di Fables di Bill Willingham, che immagina un universo un po’ dark in cui uomini e fiabe convivono: le favole sono esuli sulla terra dopo essere state cacciate da un essere chiamato l’Avversario che, forte di un esercito gigantesco, ha distrutto tutti i mondi in cui è giunto, e vivono a New York in una comunità integrata, Favolandia, con sembianze umane per mascherare le loro fattezze. C’è stata una tregua che ha fatto cessare ogni ostilità tra loro: a preservare l’ordine sono il sindaco Old King Cole, il vicesindaco Bianca Neve (donna pratica e risoluta) e lo sceriffo Luca Wolf, il lupo cattivo delle favole, dotato di un tipico umorismo caustico e tagliente hard boiled. Brevi cenni (oltre a un racconto testuale alla fine) ci spiegano cos’è successo ma poi la storia si sviluppa come un semplice giallo (la misteriosa sparizione e sul presunto omicidio della sorella di Bianca Neve, Rosa Rossa) piuttosto lineare. Willingham si diverte con le citazioni (la spada per affrontare il Jabberwocky di Alice attraverso lo specchio, il leone Aslan delle Cronache di Narnia, l’aiutante di Biancaneve che è una scimmia con le ali del Mago di Oz), abbonda di ironia (non bisogna mai tirare in certi argomenti, come non discutere mai di igiene con un troll del ponte, non accettare mai ricette per lo stufato da una strega della foresta, e soprattutto non nominare mai i nani a Bianca Neve) e presenta i suoi personaggi, stupendo per capacità di sintesi, reinvenzione e caratterizzazione dei personaggi: la Bella e la Bestia sono una coppia con problemi coniugali (lui si trasforma in Bestia quando si arrabbia), il Principe Azzurro ha sposato tutte le principesse o le belle delle fiabe in sequenza e ha divorziato o le ha comunque cornificate e ora rimorchia cameriere dei locali per trasferirsi a casa loro, Jack e il fagiolo magico si è dedicato all’e-commerce, Barbablù pratica la scherma ma ha comunque un passato di uxoricida, Pinocchio cerca la Fata turchina per vendicarsi del fatto che lei l’ha trasformato in bambino vero interpretando il suo desiderio troppo alla lettera («Ho più di tre secoli e non ho ancora raggiunto la pubertà. Voglio crescere. Voglio che mi scendano le palle. Voglio scopare»). Solo il lupo ha l’ombra a forma di lupo e si trasforma per un istante mostrando il suo vero aspetto.

giovedì 24 settembre 2015

Donna Tartt - Il cardellino

Se ne è fatto un gran parlare e ha sollevato lodi e apprezzamenti ma anche critiche e giudizi negativi questo Il cardellino, romanzone di 900 pagine capace di vincere il Premio Pulitzer 2014 e scritto da un’autrice amatissima sia dalla critica sia dal pubblico statunitense come Donna Tartt, talmente perfezionista da scrivere un romanzo ogni dieci anni (anche se per me finora era una perfetta sconosciuta). Certo, è bene premettere che alcune di queste critiche sono del tutto giustificate: Il cardellino parla di un protagonista drogato, truffatore e mentitore portato all’autoindulgenza in cui non tutti possono essere portati a identificarsi, e soprattutto è lunghissimo, prolisso, ipertrofico, con squilibri e lungaggini dovuti a un profluvio maniacale di dettagli, ma, nonostante tutti i suoi difetti, affascinante e scritto benissimo (anzi, proprio il fatto di essere scritto benissimo permette di superare tutte le sue parti inutili e ridondanti). Racconta la storia di Theodore Decker, un ragazzino di 13 anni newyorkese che perde la madre in un attentato terroristico al Metropolitan Museum di New York, tragico evento che segna in maniera indelebile la sua personalità. Si ritrova accanto a un uomo agonizzante da cui riceve un anello d’oro e un incarico enigmatico, ma soprattutto esce portandosi via un quadro del 1654, Il cardellino appunto, opera del maestro olandese Carel Fabritius, allievo di Rembrandt e (ironicamente) moto anche lui per l’esplosione di un magazzino di polvere da sparo. Proprio questo quadro è il filo conduttore narrativo ed emotivo di tutto il romanzo, che rappresenta la fine dell’infanzia e l’irruzione in un mondo improvvisamente ostile e, contemporaneamente, diviene lo specchio del protagonista, il suo più grande tesoro ma anche la sua più grande maledizione: d’ora in poi Theo vivrà in funzione della paura di venire scoperto ma non riuscirà mai a staccarsi da esso, come unico appiglio alla felicità perduta nel suo duro e triste peregrinare di situazione in situazione. Adottato da una ricca famiglia newyorkese con qualche problema psicologico (se non psichiatrico), i Barbour, viene poi trascinato dal padre alcolizzato e baro a Las Vegas, non quella scintillante dei casinò ma una periferia marcia e polverosa, un vero e proprio non-luogo dove Theo completa la sua iniziazione negativa tra adulti inadeguati, falsari e droghe: qui conosce Boris, un altro adolescente alla deriva, con cui vive un’esistenza alla deriva tra alcol e droghe, senza alcuna figura di riferimento. Tornato da fuggiasco a New York dopo aver perso il padre, adottato di fatto dall’antiquario Hobie, Theo proseguirà nell’abuso di droghe e inizierà una carriera di truffatore e falsario che gli porterà qualche problema; rientrerà in contatto con i Barbour, si fidanzerà con l’algida stronza Kitsey (che lo cornifica con l’amore della sua vita che però non può sposare per questioni sociali) e soprattutto rivedrà Boris, ormai divenuto un malavitoso di livello che gli dirà di aver smarrito il suo preziosissimo quadro che Theo pensava essere al sicuro. Il romanzo è tutto narrato in prima persona, a posteriori, da un Theo ormai adulto da un albergo di Amsterdam 14 anni dopo l’attentato, nel bel mezzo della svolta thriller che la Tartt imprime al libro nella seconda parte, e sorprende che una donna riesca così bene ad assumere il punto di vista di un uomo, soprattutto di uno come Theo, un protagonista nascosto (come mostra genialmente la copertina tagliata che nasconde il quadro), alienato e bloccato dalle sue paure e dai suoi fantasmi. Romanzo di formazione morale (ma mai moralista) con echi dickensiani (Dickens viene citato espressamente quando Hobie dichiara riferendosi a Boris: «Me l’ero sempre immaginato come l’Artful Dodger di Oliver Twist»), Il cardellino potrebbe definirsi la storia del rapporto tra una persona e un oggetto, ma anche come un’analisi dell’elaborazione del lutto che diventa sofferenza e fuga dal nonsenso dell’esistenza («Qualunque cosa ci insegni a parlare con noi stessi è importante: qualunque cosa ci insegni a cullarci fino a uscire dalla disperazione»), dei tanti tipi di amore o di legame che si vengono a creare tra le persone, della ricerca di affetto, della ricchezza sterile e del potere dell’arte di costruire un immaginario affettivo (non solo il dipinto per le correlazioni con la madre, ma anche dell’onnipresente personaggio di Pippa, la nipote di Hobie, perenne oggetto d’amore di Theo che viene mitizzata e circonfusa nella sua immaginazione). A parte gli sproloqui, le lungaggini (nell’ultima parte ambientata ad Amsterdam con Theo a letto in albergo e impossibilitato a ritornare a New York in quanto privo di passaporto ho vacillato anch’io) e le esagerazioni nelle descrizioni degli ambienti (e perfino delle metodologie di restauro!), è una grandissima lettura: Theo è un essere orribile e discutibile, ma ci ritroviamo a fare il tifo per lui, a soffrire per le sue delusioni e a esultare per come riesce sempre a farla franca (il ruffianissimo finale è emblematico di ciò). Soprattutto, la parte ambientata a Las Vegas è fantastica e fa capire che ci troviamo di fronte a una scrittrice eccezionale.

martedì 8 settembre 2015

Franco Cardini - Francesco Giuseppe

In preda a una sorta di esaltazione asburgica mi sono messo a leggere questo bel libretto di Franco Cardini e pubblicato da Sellerio nel consueto stile colloquiale e divulgativo ma mai banale della collana “Alle Otto della Sera”, basata sulla trasmissione di RadioDue, questa volta basato sull’imperatore Francesco Giuseppe, o Cecco Beppe come si diceva un tempo in Italia (dove, fino a non troppo tempo fa, veniva abbastanza esecrato e definito l’impiccatore, l’uomo della forca e della tirannide, colui il quale che aveva fatto morire Cesare Battisti), un grande protagonista dell’Europa tra Otto e Novecento, il personaggio che (regnando per 68 anni, al 1848 al 1916) più di ogni altro ha incarnato la finis Austriae e la finis Europae, il fasto e la disperazione di un’epoca e un continente votato alla morte. Costretto ad accettare molte cose che non gli piacevano (il nipote Francesco Ferdinando come erede, l’antisemita Lueger come sindaco di Vienna, la Prima Guerra Mondiale che lui non voleva e di cui non vide la fine), fu un perdente della storia e la sua morte coincise con quella dell’Impero, ma il suo mito è sopravvissuto e resiste ancora oggi (io stesso ho visto con i miei occhi gente piangere davanti alla sua tomba nella Cripta dei Cappuccini a Vienna). Ovviamente Cardini descrive i tratti principali del carattere dell’imperatore (per nulla amante della guerra, portato a una vita militare più vicina agli standard del pubblico impiego, molto tiepido nei confronti della cultura tedesca e seguace di un cattolicesimo rigido ma scettico di tipica marca asburgico-settecentesca) e gli eventi principali della sua vita (primo tra tutti, l’infelice storia d’amore con la moglie, la celeberrima imperatrice Sissi), così come i moltissimi lutti che lo colpirono (la cugina Matilde, arsa viva per colpa di una sigaretta nel 1867; il fratello Massimiliano, fucilato nello stesso anno in Messico di cui è divenuto imperatore per iniziativa di Napoleone III; il figlio ed erede Rodolfo suicida nel 1889 a Mayerling; la moglie Elisabetta uccisa da un anarchico a Ginevra nel 1898; il nipote Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914); la sua però non è una biografia ma un’analisi storiografica del lunghissimo periodo storico vissuto da Francesco Giuseppe, un secolo iniziato con la Rivoluzione francese e finito con la Prima Guerra Mondiale, che ha visto la fine di quel “mirabile mostro” (secondo la definizione di Samuel Pufendorf) che era l’impero romano-germanico e sciolto nel 1806 da Napoleone, e la nascita dell’Impero austriaco (poi Impero austroungarico), con tutte le difficoltà che questo comportò (prima tra tutte la linea espansionistica ed egemonica prussiana di Bismarck che mirava a scalzare il primato prevalentemente dell’Austria e spingerla a una sorta di balcanizzazione). Cardini mostra come Francesco Giuseppe fosse il perfetto allievo del principe Klemens von Metternich, tradizionalmente alfiere della reazione e grande regista della Santa Alleanza ma ancora prima fautore di un dualismo austro-francese e ammiratore di Napoleone (cui diede in moglie Maria Luisa d’Austria, sorella dell’imperatore Francesco I), come lo sarebbe stato di suo nipote Luigi Napoleone, futuro Napoleone III; ministro di un impero sovrastatale e sovranazionale, Metternich aveva una bestia nera, il nazionalismo e il patriottismo, forze centrifughe che avrebbero fatto esplodere l’Europa impedendo alle nazioni di vivere insieme sotto un’unica autorità e, alla lunga, uccidendo anche la pace. Per questo, contrario a qualunque libertà nazionale, era però convinto che bisognasse dare qualche riconoscimento alle nazioni per impedire l’affermazione delle istanze più estremiste. Per la stessa ragione, gli Asburgo (e molti loro collaboratori come il maresciallo Radetzky, per fare un nome molto noto a noi italiani) ebbero sempre una simpatia maggiore per la sinistra socialista, preferendolo al liberalismo nazionale che avrebbe frantumato l’impero: «L’impero d’Austria era un mondo in cui l’autoritarismo si era ampiamente e progressivamente aperto ai valori costituzionali, dove le opposizioni, socialiste e anarchiche, venivano profondamente rispettate, era un mondo insomma in cui la libertà e le libertà democratiche si stavano lentamente ma progressivamente affacciando. In questo mondo conservatore e autoritario, però nello steso tempo rispettoso di sudditi che sono anche cittadini, Francesco Giuseppe gioca uno stranissimo ruolo: è un uomo senza dubbio diffidente delle novità, un misoneista, che però allo stesso tempo si trova a essere un continuo innovatore». Proprio l’apertura alle istanze nazionali come quella ungherese (per la quale si spesero molto in prima persona la moglie Elisabetta e il figlio Rodolfo), riconosciuta ufficialmente con la diarchia austroungarica, portò al sorgere di tensioni da parte degli slavi e del panslavismo, il cui grande patrono era l’imperatore slavo per eccellenza, lo zar, e quindi con la Russia ormai protesa sui Balcani. Insomma, forse nel centenario della Prima Guerra Mondiale siamo portati a rivalutare chi è stato il vero vincitore, in anni (come i nostri) in cui gli Stati nazionali (usciti vincitori da quel conflitto) sono ormai alle corde mentre le esperienze plurinazionali (come l’Impero asburgico) sono tornate di grande attualità. Una curiosità: in occasione della battaglia di Lissa del 1866 il telegramma dell’ammiraglio italiano Persano fu vergato, secondo gli usi dello Stato Maggiore piemontese, in francese, mentre l’ammiraglio austro-ungherese Wilhelm von Tegethoff, sbracciandosi dalla plancia della sua ammiraglia, gridò ai marinai dell’Imperial Regia Marina: «G’avemo vinto, fioi», in veneto, lingua che si parlava ordinariamente nelle marinerie dell’Adriatico. Un bello schiaffo in faccia a decenni di retorica patriottarda su libri di testo miranti a raffigurare l’Austria come cattiva e Francesco Giuseppe come l’impiccatore.

venerdì 4 settembre 2015

Joseph Roth - La marcia di Radetzky

Reduce da un viaggio a Vienna mi sono lanciato alla scoperta di uno scrittore a me sconosciuto ma considerato il più grande cantore della finis Austriae, Joseph Roth, iniziando da La marcia di Radetzky, bellissimo e dolente romanzo intitolato come il celeberrimo brano di Johann Strauss, conosciuto da tutti in chiave pop come la chiusura del Concerto di Capodanno di Vienna ma in realtà composto per celebrare la vittoria degli austriaci a Custoza nel 1848 e divenuto il simbolo delle vittorie dell’Impero asburgico. A dispetto di questo titolo trionfale, il romanzo si apre con una sconfitta militare (la battaglia di Solferino del 1859) e continua con il racconto del tramonto di un Impero multietnico come quello austroungarico e di un intero mondo, travolto dalla Prima Guerra Mondiale e dalle nuove istanze politiche e sociali (il socialismo, le identità nazionali) che si stanno affermando in Europa, ma ancora prima profondamente malato e inesorabilmente avviato all’autodistruzione, assimilabile alla decrepitezza di Sua Maestà Apostolica Francesco Giuseppe che, sempre più vecchio, veglia sui sudditi con sguardo paterno e rassicurante, ignaro dell’avvicinarsi della fine («pareva essere rimasto chiuso nella sua fredda ed eterna, argentea e spaventosa senilità, come in una corazza di prezioso cristallo»). Roth racconta tutto questo a posteriori con un fatalismo programmatico e inesorabile e lo veicola alla storia della famiglia Trotta, attraverso tre generazioni, sino alla sua estinzione, che coincide con quella dell’Impero di cui è la perfetta incarnazione. Una storia nata con il luogotenente di fanteria Joseph Trotta, che salva la vita all’imperatore durante la battaglia di Solferino e diventa il barone Joseph von Trotta di Sipolje: un rigido militare tutto d’un pezzo che, un po’ assurdamente, pretende che il suo eroico gesto venga espunto dai libri di storia per le scuole perché non raccontato in modo veritiero; suo figlio, Franz, è un altrettanto rigido e monotono sottoprefetto della burocrazia asburgica, talmente assimilato alla sua funzione da giungere ad assomigliare anche fisicamente all’imperatore (e a morire pochi giorni dopo di lui); infine, Carl Joseph, il nipote dell’eroe di Solferino, sembra destinato a una felice carriera militare, ma in seguito a uno scandalo e al senso di colpa (causa involontariamente la morte in duello del suo migliore amico, il dottor Demant, per aver accompagnato a casa la moglie una sera) sceglie di lasciare il nobile reggimento dei dragoni di cui fa parte e si fa trasferire in fanteria, in un estremo e fangoso avamposto orientale dell’Impero, al confine con la Russia, dove sperimenta il vuoto, lo spaesamento e la solitudine, e precipita nell’alcol, nel gioco d’azzardo e nei debiti. Decide di cambiare vita e di dare le dimissioni dall’esercito proprio allo scoppio della guerra, ma la cosa è considerata vigliaccheria ed è costretto a tornare in servizio per essere ucciso subito, senza neanche aver combattuto. Attraverso il difficile rapporto padri-figli (gerarchizzato in un ordine di tipo antico e caratterizzato da una totale assenza di dialogo), Roth riesce a esprimere il vuoto e lo spaesamento di un mondo in crisi di valori (è indicativo che i militari recitino una parte a cui non credono più nemmeno loro e che è semplicemente incomprensibile per i borghesi) e la certezza di andare verso una guerra che non sarà possibile vincere («Noi tutti non esistiamo più», dice il conte Chojnicki), il tutto sotto lo sguardo benevolo dell’imperatore, i cui ritratti campeggiano per tutto il romanzo, «onnipresente tra i suoi sudditi come Dio in terra». Anche lo stile narrativo riflette questa impostazione: scritto in terza persona, il romanzo segue la tecnica dei punti di vista dei tre Trotta e dell’imperatore, vero protagonista aggiunto della vicenda e, in ultima analisi, altra figura paterna con cui non c’è dialogo e simbolo di un ordine ormai superato. Moltissimi sono i momenti memorabili e toccanti (l’attendente Onufrij che torna al suo paesino per recuperare il denaro necessario per salvare l’onore del sottotenente; il dolore di Carl Joseph di fronte alla morte della moglie del brigadiere Slama; l’inesorabile attesa del duello del dottor Demant; la morte del vecchio cameriere Jacques; la descrizione del vecchio imperatore che non ricorda più le cose e riceve l’omaggio e la benedizione dell’anziano di una comunità ebraico-orientale; le partite di scacchi tra il sottoprefetto Trotta e il dottor Skowronnek; l’incontro tra il sottoprefetto e Francesco Giuseppe a Schönbrunn; la morte dell’imperatore), anche se bisogna stare attenti: il rischio di deprimersi e di cadere nella tristezza supera veramente il livello di guardia.

giovedì 3 settembre 2015

Miss Black - Oscuri abissi di desiderio

La Londra vittoriana, l’East End, il quartiere di Whitechapel, Jack lo Squartatore, i pub e le prostitute, sesso a buon mercato e violenza: è innegabile che questi elementi siano costante fonte di ispirazione per libri, film e serie televisive, quindi perché non scriverci sopra anche un bel romanzone erotico? È quello che deve aver pensato con questo Oscuri abissi di desiderio Miss Black, misteriosa autrice la cui biografia riporta aver «lavorato per diversi anni come mistress, in Italia e all’estero. Si è ritirata e vive in Gran Bretagna. Scrivere per lei è un hobby». Poi, se si va a vedere la quantità di titoli scritti, tutti in ambito hard/BDSM con qualche commistione Urban Fantasy e (soprattutto) con delle copertine agghiaccianti, si comincia a sospettare che Miss Black sia una furba iniziativa editoriale per sfruttare il meccanismo dell’autopubblicazione in ebook. In questo caso, dopo aver notato la raffinatissima copertina (che mostra una tipa dalle gambe divaricate su uno sgabello a cui è stata tagliata la testa, così puoi immaginarti chi vuoi al suo posto oppure puoi anche fare a meno di farlo e andare subito al sodo, perché tanto la testa non serve visto che le donne sono solo degli oggetti. Complimenti!), veniamo introdotti alla storia, ambientata nel fatidico 1888, quello in cui Jack lo Squartatore terrorizzava l’East End. La protagonista, Elisabeth Currant, di estrazione medioborghese ma caduta in disgrazia in seguito alla morte del padre e al disastro economico della sua famiglia (sua madre e suo fratello sono finiti in carcere per debiti), è finita a lavorare in una workhouse (una di quelle terribili strutture per indigenti dell’epoca vittoriana, dove si veniva mantenuti male per lavorare come bestie) dalla quale scappa. Per strada viene letteralmente “raccattata” da sir Louis Roswell Spencer, un ricco gentiluomo che sta indagando (di persona) sulla morte di una donna uccisa nell’East End che è stata ritrovata vestita da prostituta ma che in realtà è la figlia di un suo amico, e che con ogni probabilità è stata uccisa da una mano diversa da quella dello Squartatore (che prediligeva il coltello e gli sventramenti, mentre questa poverina è stata ritrovata strangolata). Louis porta Elisabeth a casa, la lava, la nutre, la presenta alla moglie (un’isterica perbenista che non l’ha mai capito e quindi lui non l’ha mai amata) e le offre un lavoro: indagare insieme a lui sull’omicidio di Whitechapel. Il giorno dopo ci finisce a letto, quello dopo ancora le compra una casa e la trasforma in una mantenuta (la moglie lascia misteriosamente la città per non fare più ritorno). Lei non si oppone: è innamorata persa di lui e in qualche modo si sente riconoscente, si scopre insaziabile ma, agli occhi di sua madre (che nel frattempo ha trovato un nuovo marito pronto a tirarla fuori dal carcere), si fa passare come istitutrice del figlio di sir Louis. Siccome però nessuna domestica accetta di andare a lavorare da lei in quanto mantenuta degna di riprovazione sociale e amante rumorosa durante gli amplessi, assume un donnone che tutti rifiutano perché in passato ha dato fuoco per sbaglio a una casa. Il libro non cerca affatto di nascondersi e regala scene torride e bollenti a ripetizione, con un linguaggio assolutamente esplicito e a volte colorito (e una preoccupante insistenza sul verbo “titillare”), con dei momenti di pura follia (come quello dell’utilizzo erotico del manganello di un bobby) ma, tutto considerato, c’è più brio rispetto alla meccanicità finto-intellettuale di 50 sfumature. Cioè, ai fan del genere può anche piacere, anche se è bene chiarire che siamo nel campo della pornografia pura. Io invece le scene di sesso le ho saltate in blocco dopo la terza e mi sono dedicato alla trama gialla, che purtroppo, a parte una puntata in un circolo spiritista, è del tutto inesistente per non dire ridicola. Certo, colpa mia: se leggi un titolo come Oscuri abissi di desiderio sai già a cosa vai incontro. Però l’ambientazione e il riferimento (del tutto pretestuoso) allo Squartatore mi avevano intrigato, e speravo in qualche cosa di più: qui tutto è, come sempre, un puro e semplice pretesto per mettere in scena l’intero catalogo delle posizioni più o meno note, e non basta infilarci la semplice differenza di classe tra i due protagonisti o una sottoveste d’epoca a suggerire l’idea di essere in periodo vittoriano. Anche perché le avventure dell’originale coppia di investigatori amanti (che vorrebbero passare anche per ironici e anticonformisti) non offrono alcun interesse. Sulla scrittura è meglio tacere. Agghiaccianti i dialoghi («Sai, è un bene che io ti abbia conosciuto adesso. Se fosse successo qualche anno fa avrei strepitato e smaniato, avrei sollevato senza dubbio uno scandalo, ti avrei sposata in sprezzo a ogni buon senso e avrei fatto di te la più infelice delle testarde indipendenti, costringendoti alla vita convenzionale e ipocrita delle signore della mia classe d’appartenenza. Così… così ho fatto di te una donna immorale, e ti si addice molto di più»).

sabato 8 agosto 2015

Rodge Glass - Voglio la testa di Ryan Giggs

Scrivere di calcio è difficile: il calcio è un mondo, capace di affascinare migliaia di persone di ogni estrazione sociale, che va ben al di là del terreno da gioco. Per questo scrivere un romanzo sul calcio (così come farci un film) è ancora più difficile: a memoria, solo Nick Hornby con Febbre a 90° e David Peace con Il maledetto United ci sono riusciti, realizzando due autentici capolavori (almeno per me, autentico malato di calcio inglese). A questi aggiungo volentieri questo nuovo Voglio la testa di Ryan Giggs di Rodge Glass, che mi ha letteralmente folgorato per la sua capacità di raccontare la fascinazione e l’ossessione che si può provare per questo mondo parallelo a quello reale che, in alcuni casi, appare più vero di quello reale. Ma se Hornby narrava la sua passione nevrotica e poetica per l’Arsenal e Peace la storia di un Mourinho ante litteram (Brian Clough) che litigava con una squadra per il suo odio personale verso il precedente allenatore, Glass racconta con i toni della tragicommedia l’immaginaria biografia di una altrettanto immaginaria stella mancata del firmamento calcistico inglese, Mike “Little Giggs” Wilson, emblema della mitica classe del 1992, quell’infornata di incredibili talenti del Manchester United (la squadra inglese di cui sono tifoso anch’io) che annoverava Paul Scholes, i fratelli Neville, David Beckham e soprattutto Ryan Giggs, forse il giocatore più grande della Premier League, un cavaliere senza macchia, un mito positivo dentro e fuori dal campo. Quella di Mike non è una semplice passione, ma un’autentica ossessione alimentata da suo padre con cui trascorre i pomeriggi all’Old Trafford (lo stadio dello United), a sua volta infettato dal padre che per primo ha acquistato l’abbonamento dopo la Seconda Guerra Mondiale e ha legato indelebilmente il nome della famiglia alla squadra: insomma, una specie di malattia ereditaria trasmessa per via maschile (la madre ne è del tutto estranea e non sa neanche di che cosa si sta parlando) e che fa sentire parte di un percorso di formazione e di un culto identitario (con cori raffinatissimi di questo calibro: “Mio padre mi dice di tifare City / Io dico COGLIONE ma che CAZZO dici / Meglio scopare un secchio col buco / Che tifare City un solo minuto...”). Purtroppo le cose non vanno come sperate, tradite da 133 maledetti secondi di un orribile pomeriggio di novembre 1992, quando il ragazzino prodigio delle giovanili chiamato da Ferguson a indossare la maglia della prima squadra si rende autore del peggiore debutto della storia della Premier League, avventandosi su un difensore avversario e rompendogli una gamba, rimediando un’identica frattura. Da questo momento inizia un penoso calvario, con il prestito al periferico Plymouth Argyle, la deriva personale, la depressione, l’abuso di alcol, il gioco d’azzardo: la giovane  promessa che sognava a occhi aperti un destino da campione (imperdibili i film che si gira in continuazione, e addirittura mitologico quello che si spara all’esordio in prima squadra, mentre aspetta che il pallone lanciatogli da Giggs gli finisca sui piedi) finisce così vittima di un’esistenza da emarginato. Scrive lettere accusatorie a Ferguson, Beckham e Giggs, che incolpa delle sue sfortune per nascondere il fatto che è un immaturo incapace di assumersi le proprie responsabilità. Giggs, da idolo di vita, si trasforma in ossessione e bersaglio del suo odio, perché rappresenta tutto quello che a Mike è stato negato dal destino: tra l’altro, è stato a causa sua, di un suo passaggio sbagliato, che Mike ha compiuto quella sciagurata entrata che gli ha stroncato la carriera. Ed ecco la svolta, la stagione 2008-09, quella definitiva dell’accoppiata Premier League-Champions League, quella che gli permetterebbe di fare finalmente i conti con la vita con la finale di Mosca contro il Chelsea, dopo che una prima occasione l’ha già avuta con il Treble del 1999 ma lui ha perso la finale di Champions League contro il Bayern Monaco perché si è tagliato le vene (poteva esserci lui in quella finale e invece gioca Jesper Blomqvist!) e ha già buttato alle ortiche la possibilità di mettere la testa a posto con una inaspettata paternità. Glass è bravissimo nel rovesciare la resa dei conti finale e a non cadere in facili allegorie o moralismi, e il suo modo di trattare il calcio è serio e competente, con la precisione del tifoso fanatico, non da intellettuale: ricostruisce i fatti di cui parla con precisione maniacale fin nei dettagli, mescola realtà e fantasia in maniera talmente convincente da non capire dove finisce l’una e inizia l’altra. Nel suo libro si ride parecchio, e spesso in maniera amara. Il suo stile di scrittura, poi, è molto personale e ambizioso nel suo mescolare tre persone (la prima, la seconda e la terza) a seconda della prospettiva sul protagonista, con l’aggiunta di una quarta, la voce dei media. Oltre alle problematiche sociologiche sollevate (il calcio come unica possibilità di riconoscimento sociale), Glass ricostruisce una cultura calcistica da working class che include alcol, sesso e musica (Smiths, Stone Roses, Happy Mondays): spietata è la sua accusa al calcio di oggi, in mano all'affarismo delle multinazionali, con i tifosi che continuano a considerare la squadra come qualcosa di proprio mentre in realtà sono del tutto marginali (lo United multimiliardario degli americani Glazers contrapposto con inspiegabile orgoglio all'altrettanto multimiliardario Chelsea di Abramovich). C’è però ancora una flebile speranza: l’FC United of Manchester (di cui diviene tifoso il fratello maturo di Mike, Guy), una piccola società gestita direttamente dai tifosi e quindi appartenente alla comunità e non alla Borsa. Il libro però non dimentica di essere innanzitutto un romanzo e non fa mai dei suoi numerosi spunti il fine della narrazione, ma tiene fisso l’obiettivo sul suo protagonista, nella cui follia (e immaturità) tutti noi tifosi (e uomini) in parte ci ritroviamo. Ottima traduzione e grandissima cura in questa edizione italiana a cura di 66thand2nd.